Francia, vincono le astensioni, crolla il Ps tallonato dai verdi di Cohn-Bendit

La destra presidenziale confermata primo partito, battuta d’arresto per l’Npa

Paolo Persichetti

Liberazione 9 giugno 2009

Chi ha vinto le elezioni francesi? Se dovessimo considerare soltanto la legge dei numeri non ci sarebbero dubbi, hanno vinto le astensioni. Ben 59,36%, superiori alla media record europea che ha raggiunto il 58,15%. Alle presidenziali del 2007 la partecipazione al voto aveva superato l’80%. Questo divario rende perfettamente la percezione di separatezza che le istituzioni europee trasmettono, non solo ai francesi. Secondo le analisi fornite dalla Sofres, lo sciopero del voto avrebbe riguardato il 69% degli operai, il 66% degli impiegati e il 70% delle fasce giovanili. Notevole il disimpegno registrato anche tra artigiani, commercianti e titolari d’impresa, 77%. OFRTP-COHN-BENDIT-EUROPE-ECOLOGIE-20090603 La minoranza di francesi che si è recata alle urne, appena il 40,48%, ha confermato come prima forza l’Ump, il partito del presidente della repubblica Nicola Sarkozy, con il 27,8% dei suffragi. Non si tratta di un successo, anzi la compagine presidenziale segnala una flessione rispetto al 31% raggiunto al primo turno delle elezioni politiche di due anni fa, ma di una sostanziale tenuta che diventa vittoria politica per ko tecnico di fronte al crollo del voto socialista, il grande sconfitto di questa tornata elettorale, che precipita al 16,4%. La maggiore affermazione politica è venuta invece da Europe Ecologie con il 16,2%, un risultato che appaia di fatto quello del Ps. Secondo Rémy Lefebvre, professore di scienze politiche all’università di Lille, la tenuta dell’Ump, e l’affermazione degli ecologisti guidati da Daniel Cohn-Bendit, si spiega grazie alla mobilitazione dell’elettorato più anziano, per la destra presidenziale, e dei bobos, che sta per borghesi-bohémien (strati più alti dei ceti medi urbani e intellettuali, con propensioni culturali edonistico-libertarie), per gli ecologisti. La vittoria di questo cartello elettorale creato ad hoc segnala un drastico movimento d’umore dell’elettorato socialista stanco delle lotte intestine nel Ps. Ma ora Cohn-Bendit deve dimostrare che non si tratta di un’aggregazione di circostanza, costruita grazie al suo fiuto politico cavalcando da sinistra un po’ di antipolitica con la candidatura del magistrato anticorruzione Eva Joly, e mettendo assieme personaggi ultramediatici ma assai distanti tra loro, come Jose Bové, l’ex portavoce di Greenpeace Yannick Jadot e l’animatore televisivo Nicola Hulot. I centristi cattolici del Modem di François Bayrou, che aspiravano a superare la soglia del 10% fagocitando il voto moderato, hanno perso il ruolo di terza forza attestandosi all’8,4%. Affermazione singolare del neopartito transnazionale Libertas (6,7%), formazione fondata di recente in Irlanda dal miliardario Declan Ganley, presente anche in Germania e repubblica Ceca. Ha intercettato il tradizionale voto euroscettico radicato nella destra antimoderna del barone De Villiers.
Il Fronte nazionale di Le Pen resiste e supera il quorum che gli consente di avere i seggi al parlamento.
Infine il Front de gauche, l’alleanza Pcf-parti de la Gauche e dissidenti trozkisti (6,05%), vince il duello a sinistra con il Nuovo partito anticapitalista, che si ferma al 4,9% fortemente penalizzato dalla bassa mobilitazione dell’elettorato giovanile. Il 73% delle persone che hanno votato il candidato dell’Npa al primo turno delle presidenziali del 2007 non ha partecipato allo scrutinio. Jean-Luc Mélenchon uscito dal Ps prima dell’ultimo congresso ha rimobilitato l’elettorato del Pcf, risucchiato i voti delle correnti della sinistra socialista e dei sovranisti di sinistra. Senza nemmeno un seggio, il progetto dell’Npa subisce una secca battuta d’arresto. Basterà a giustificare tutto ciò la scarsa propensione al voto europeo del precariato giovanile? O forse va rivista la strategia, riaprendo alla possibilità di alleanze, anche solo elettorali? Pur ammettendo la delusione e la beffa di un semplice 0,1% che non ha permesso di oltrepassare il quorum, alla sede nazionale del movimento guidato da Besancenot, le prime reazioni sembravano voler confermare la linea sin qui seguita.

Link
Il nuovo partito anticapitalista
L’empasse del Pcf

Francia: tre milioni contro Sarko e Padroni

Un successo la giornata di mobilitazione generale dei lavoratori del pubblico e del privato

Paolo Persichetti
Liberazione
20 marzo 2009

Il clima sociale in Francia è più che surriscaldato. 3 milioni di persone secondo i sindacati, poco meno della metà per la polizia, sono scesi in strada nei 229 cortei che ieri hanno traversato le diverse città del Paese. Oltre 300 mila a Marsiglia, più di 350 mila a Parigi. Forti del successo ma anche dell’ampio sostegno della popolazione (secondo un sondaggio, infatti, per il 78% dei francesi la mobilitazione era «giustificata») i sindacati ora alzano il tiro. Chiedono la protezione dei posti di lavoro, misure incisive per rilanciare il potere d’acquisto dei salari, la difesa dei servizi pubblici, maggiori tutele per la disoccupazione, contestano la politica economica del governo attenta solo difendere la redditività del capitale, con fondi stanziati solo per imprese e banche travolte dal crac della finanza. Al di là del consueto balletto di cifre, quel che conta è il fatto che in piazza c’era più gente del 29 gennaio scorso, quando si parlò di due milioni di persone. Scommessa riuscita nonostante qualche polemica: «I militanti del nuovo partito anticapitalista sono dei rapaci», aveva detto il segretario della Cfdt (sindacato moderato), François Chérèque, denunciando il loro attivismo davanti ai cancelli.
A differenza di quel che accade in Italia, dove la Cgil, Fiom e Cobas sono messi all’angolo dagli altri sindacali e dal Pd, l’unità del movimento è uno dei punti forti della mobilitazione francese che lavora, nella più classica delle tradizioni, per raggiungere una massa critica in grado di spingere il governo e il padronato a fare concessioni.
Meno seguito è stato, invece, lo sciopero generale. La funzione pubblica, gli enti locali, gli ospedali, sono stati chiamati a incrociare le braccia per bloccare i piani di soppressione dei posti di lavoro (previsto il rimpiazzo di un solo posto per ogni due che si liberano). Coinvolti anche l’educazione nazionale, ferrovie, autobus e metropolitane, poste, Telecom, energia (Edf, Gdf-Suez), aeroporti, con adesioni che hanno oscillato dal 35% al 60%, secondo il comparto.
Novità importante è stata l’astensione dal lavoro del settore privato. Più estesa e organizzata della volta scorsa, lo sciopero ha visto l’adesione dei lavoratori di Total, Saint Gobain, Auchan e Carrefour. Banche, chimica, metallurgia, automobile, grande distribuzione, la mobilitazione è stata capillare con punte che hanno raggiunto il blocco totale delle officine da parte delle maestranze. È successo alla Continental di Clairoix, la fabbrica di pneumatici con 1120 dipendenti che ha tenuto banco nei giorni scorsi con un’importante mobilitazione contro il progetto di chiusura annunciato dalla proprietà. Tagli all’occupazione sono stati annunciati anche dalla Total, nonostante gli utili record ricavati, e dalla Sony France. In uno degli stabilimenti, dove erano giunte le lettere di licenziamento, gli operai hanno sequestrato per una notte intera l’amministratore delegato. Per non dimostrare di essere da meno, i lavoratori della Continental hanno prima costretto l’amministratore delegato a fuggire sotto un fitto lancio di uova, poi bloccato i cancelli della fabbrica e appeso un manichino raffigurante lo stesso manager, quindi hanno fatto irruzione nella sala dove si teneva una riunione tra sindacati e azienda, interrompendola con il lancio di bottiglie e altri oggetti. Tanto per far capire quale è il loro stato d’animo.
In evidente difficoltà per la forte pressione sociale che si è fatta forte dell’esempio venuto dalla rivolta in Martinica, Guadalupa e Réunion (oltre un mese di scioperi insurrezionali che hanno strappato al governo concessioni sociali), l’esecutivo ha chiesto al padronato di fare un gesto simbolico che placasse gli animi. Di fronte alla richiesta di ridurre i compensi stratosferici ricevuti dai manager, anche quando le imprese licenziano o affondano per scelte finanziarie errate, speculazioni azzardate nel mercato azionario, Laurence Parisot, la spocchiosa chef degli industriali di Francia, ha risposto senza mezzi termini che il Medef (equivalente della nostra Confindustria) è una semplice autorità morale. «Non abbiamo i mezzi, né tantomeno il desiderio d’imporre (ai nostri affiliati Ndr) qualcosa che dipende unicamente dalla relazione contrattuale tra mandatario sociale, impresa e consiglio d’amministrazione». Insomma il Medef riacquista piena integrità solo quando deve licenziare operai.
Sarkozy, invece, come ha osservato maliziosamente le Monde, ha preferito parlare di uno dei suoi temi preferiti, la sicurezza. Alla vigilia della gioranta di mobilitazione si è precipitato in banlieue per dichiarare guerra alle bande, promettendo pene più severe. Forse voleva far dimenticare di aver messo il veto sulla riforma fiscale che protegge una piccola casta di privilegiati. «Sarkozy conferma quello che già sapevamo – ha scritto Libération in un duro editoriale – egli è soltanto l’intendente arruffone delle classi possidenti».

Sinistra francese: l’empasse del Pcf

Stallo nel Pcf. Il 34° congresso approva una linea attendista che delude tutte le componenti interne

di Paolo Persichetti, Liberazione 14 dicembre 2008

«Affittasi 450 mq, piazza Colonel-Fabien, primo piano, immobile classificato monumento storico». Si tratta delle sede nazionale del partito comunista francese realizzata nel 1971 dal grande architetto Oscar Nieimeyer. Altri tempi. Dopo aver già affittato, nel luglio scorso, buona parte del secondo piano ad una società di produzione di film d’animazione, la direzione nazionale del Pcf s’appresta a mettere sul mercato anche il primo piano del grande palazzo a vetri situato nel 19° municipio parigino, per fare fronte alle casse vuote di un partito in crisi profonda. Tranquilli però, restano ancora tre piani, oltre a quello interrato, dove un tempo si tenevano le riunioni del comitato centrale e nel quale si trova ancora l’importante archivio storico del partito. Un vero tesoro per storici e ricercatori.p19pcfni01
L’ufficio della segretaria generale Marie-George Buffet, situato al quinto, per il momento non è in pericolo, salvo un improbabile voto contrario espresso dalla platea dei circa mille delegati del 34° congresso che si chiude oggi nel futuristico quartiere della Défense, in una sala congressi due piani sotto la grande Arche , realizzata da Johann Otto von Spreckelsen, architetto danese.
Mai immagine poteva essere più rappresentativa delle condizioni di criticità attraversate da questa forza politica in lento declino che alle ultime presidenziali ha visto il suo candidato toccare il minimo storico con l’1,93%. Satellizzata politicamente dai socialisti sotto la regia di Mitterrand, in ritardo di fronte alle mutazioni della società, rimasta ancorata ad una mentalità «fordista» in una società totalmente diversa, quasi sempre estranea ai nuovi movimenti radicali, incapace di interpretare ciò che ribolle nelle banlieues, che pure spesso governa, e reclutare le nuove figure del proletariato metropolitano, precari e sans pariers, ha visto entrare in crisi il suo modello di compromesso sociale praticato nelle amministrazioni locali. I suoi militanti e il suo elettorato sono invecchiati e ancora troppo “bianchi” in una società che si etnicizza. Il Pcf è entrato in una empasse da cui non riesce a venir fuori. Stretto alla sua sinistra dalla popolarità di Olivier Besancenot e del Nuovo partito anticapitalista, che si candida ad occupare buona parte dello spazio “di protesta”, per smarcarsi dovrebbe radicalizzare la sua posizione rischiando però di compromettere le strategie di alleanza elettorale con i socialisti, rischiando di perdere così gli amministratori locali che _dsc0351costituiscono ancora il nerbo partante della sua forza, della sua visibilità e ragion d’essere.
È questo il dilemma attorno al quale è ruotato il dibattito di questa ultima assise congressuale, apertasi in un clima teso tra polemiche e divisioni. Dei quasi 79 mila aderenti, che al 30 ottobre avevano pagato le quote d’iscrizione acquisendo così il diritto di prender parte al voto, solo 22 mila hanno appoggiato il documento della segretaria uscente. Appena il 25% circa. La metà dei militanti si è astenuta e il 9,22% ha votato scheda bianca. Insomma una candidatura molto debole con una linea “centrista” che tenta di navigare a vista la difficile fase. Nel testo di orientamento denominato «base comune» si riafferma l’utilità del partito e il mantenimento del nome e del suo contenuto ideologico tradizionale, affermando al tempo stesso la volontà di trovare un accordo con le altre forze della sinistra radicale, mantenendo tuttavia l’alleanza in sede locale con il partito socialista. Un po’ tutto e il suo contrario. Allo stato l’unica strategia d’alleanza plausibile sembra quella con il Partito della sinistra di Jean-Luc Mélenchon, una formazione però ancora virtuale che rischia di esser schiacciata dalla sterzata a sinistra impressa al partito socialista, almeno fino alle prossime europee, dalla nuova segreteria Aubry. Proposta che ha trovato insoddisfatte le altre componenti: “ortodossi” e “identitari”, convinti che questa linea sia «troppo flou»; l’ex segretario Robert Hue, sostenitore di un’alleanza organica con i socialisti e che per questo ha lasciato gli incarichi dando vita alla «Nep», Nuovo spazio politico. Infine i “rinnovatori”, la componente dei comunisti unitari che è stata esclusa dai futuri organi dirigenti per la sua decisione di prender parte, durante il congresso, ad un incontro con altre forze della sinistra radicale «per la creazione di una forza politica unitaria, antiliberale e per la trasformazione sociale».
Nonostante le grosse divergenze tra le diverse anime interne, i delegati hanno votato a larga maggioranza (68,7%) il testo d’orientamento presentato da Marie-George Buffet, che dovrebbe essere rieletta segretaria oggi con un mandato temporaneo, inquadrato in una direzione collegiale di sei membri. Hanno votato contro i comunisti unitari, che hanno creato la sorpresa presentando una lista alternativa, e su posizioni opposte gli ortodossi più oltranzisti vicini al deputato di Vénissieux, André Gerin.

Il varo della nave pirata: il Nuovo Partito Anticapitalista

La rifondazione della sinistra francese. Quel nuovo anticapitalismo oltre i vecchi partiti

Paolo Persichetti

Liberazione 16 novembre 2008

Quattro congressi nel giro di due mesi e mezzo. La sinistra francese è di fronte a un passaggio cruciale che forse ne ridisegnerà la geografia politica, almeno per quanto riguarda le forze situate alla sinistra del partito socialista che oggi a Reims chiude la sua assise congressuale. Il 5 e 6 dicembre sarà la volta dei verdi mentre dall’11 al 14 si riunirà il congresso del Pcf.
banderole_010508petite-copie-1Ma l’appuntamento che richiama maggiore attenzione è senza dubbio il previsto autoscioglimento della Ligue communiste révolutionnaire (Lcr), che si terrà il 29 gennaio 2009 alla Plaine-Saint-Dénis, area industriale dismessa a nord di Parigi, che sarà immediatamente seguito nei due giorni successivi, 30 gennaio e 1 febbraio, dal congresso di fondazione del Nuovo partito anticapitalista.

Pcf e verdi in crisi
Quelle che si apriranno saranno delle assise molto particolari che segnalano, fatta eccezione per la Lcr in netta controtendenza, il profondo stato di crisi delle formazioni della sinistra, in alcuni casi giunta a uno stadio quasi terminale, come l’agonia che tocca il Pcf piombato in una condizione di afasia profonda e ormai disperatamente attaccato alla difesa di quei pochi bastioni municipali ne garantiscono ancora una stentata sopravvivenza politica.
Non stanno meglio i verdi divisi al loro interno tra un’ala “sociale” denominata “Altermondialismo, decrescita ed ecologia popolare” (Adep), che ha fatto la sua esperienza nei “comitati antiliberali per il no” capaci di raccogliere il 54,87% dei consensi nel referendum sulla costituzione europea, e che spinge per un’alleanza con le altre forze della sinistra «chiaramente opposta al sarkosismo», e la tendenza dell’ecologismo “integrale” animata da Antoine Waecheter che, sostenuto da Daniel Cohn-Bendit, auspica un’apertura alle forze moderate del centro.

«Per una nuova forza politica a sinistra»

In realtà ciò che animerà il dibattito in questi congressi, e qui sta la vera novità, è soprattutto ciò che sta avvenendo fuori dai confini classici di queste forze politiche e ne mette in seria discussione la permanenza in vista di un rimescolamento della scena e degli attori tradizionali che la compongono.

Besancenot

Besancenot

Sia che si tratti del progetto lanciato dalla Lcr subito dopo l’eccellente risultato (oltre il 4%) ottenuto nelle presidenziali del 2007 dal suo giovane portaparola, Olivier Besancenot, e ormai giunto a uno stadio molto avanzato di costruzione di una nuova formazione anticapitalista ultraradicale; oppure dell’appello a «costruire una nuova forza politica a sinistra che integri l’insieme delle forze di trasformazione ecologica e sociale», promosso nel maggio scorso dalla rivista Politis; i processi politici innovativi e aggregativi, l’elaborazione di strategie e nuovi scenari prendono ormai forma all’esterno delle vecchie formazioni della sinistra novecentesca e ne presuppongono il superamento, in alcuni casi drastico come nella vicenda della Lcr.
La differenza sostanziale, in questo caso, sta nel fatto che il processo di costruzione del Npa, avviato dalla formazione trotzkista nata nel 1974 dopo un lungo travaglio di scissioni e confluenze, è il frutto di una strategia offensiva che coglie una domanda di radicalità sociale in netta crescita e senza più rappresentanza o possibilità di autorappresentarsi altrove con modalità credibili, efficaci, organizzate su scala nazionale, capaci di incidere a livello generale. Mentre l’appello di Politis ricalca la proposta, già fallita, di alleanza del “fronte del no” alla costituzione europea. Uno schieramento che rischia di apparire troppo ripiegato su una posizione difensiva e che dopo il referendum del maggio 2005 non ha saputo affrontare il passaggio alla fase propositiva, dissolvendosi difronte all’incapacità di condensare una candidatura unitaria alle presidenziali del 2007. Fallimento che celava una sostanziale divergenza strategica sull’ipotesi di un’alleanza governativa con i socialisti in caso di vittoria.
Attorno a questa iniziativa si sono raccolti i “comunisti unitari” del Pcf, area molto più larga degli ex Refondateurs, favorevole ad una «trasformazione radicale del partito che implichi una rottura con la forma del Pcf attuale», tra i quali spiccano figure di rilievo come Pierre Zarka, ex direttore de L’Humanité, e Patrick affichette npa.qxpBraouzec, deputato e ex sindaco di Saint-Dénis, città nell’immediata periferia nord di Parigi ed epicentro di uno dei dipartimenti più caldi animati dai movimenti dei sans papiers e delle banlieues. Hanno aderito anche l’ala sociale dei verdi; Utopia, una delle correnti minoritarie del Ps; Unir, minoranza della Lcr; esponenti di Attac, della fondazione Copernic, ex sostenitori della lista di José Bové e il Mouvement pour la république sociale (Prs) di Jean-Luc Mélenchon, componente della sinistra socialista appena uscito dal Ps e intenzionato a dare vita ad un nuovo partito, La Gauche, sul modello della Die Linke. Più che altro un’abile appropriazione di un logo politico dall’indubbia capacità suggestiva, ma privo di quella sostanza sociale che in Germania ha portato al successo della fusione tra la sinistra Spd di Oskar Lafontaine e il Pds di Lothar Bisky. Ma anche qui permangono delle divergenze: Martine Billard, esponente dell’ala sociale dei verdi, nel corso dell’incontro nazionale tenutosi l’11 e 12 ottobre a Gennevilliers tra i firmatari dell’appello di Politis, ha precisato che al modello “fusionista e partitista” della Die Linke preferiva l’approccio movimentista presente nella sinistra greca con la coalizione Synaspimos-Syriza.
A differenza del processo aggregatore messo in campo per la nascita del Npa, l’appello di Politis soffre di una eccessiva caratterizzazione politicista che lo fa assomigliare troppo a una semplice proposta di federazione di ceti politici residuali in cerca di un’ultima, improbabile, boa di salvataggio.

Il nuovo partito anticapitalista
Di tutt’altra natura è la sfida, davvero originale, messa in campo dalla Lcr nel suo congresso del gennaio 2008: avviare un processo costituente capace di oltrepassare la propria forma partito e la propria tradizione ideologica. Più che un’apertura, quasi un’avventura nel mare aperto di una radicalità sociale montante priva di una nave pirata sulla quale salire per assaltare i galeoni del capitalismo. Nuovo partito anticapitalista è stato da subito il nome provvisorio della “cosa” che doveva nascere, non una generica formazione dall’identità confusa ma un’organizzazione caratterizzata da una discriminante strategica dirimente: l’anticapitalismo. Nome che anche dopo l’ultimo incontro nazionale del coordinamento dei delegati dei comitati promotori locali, tenutosi l’8 e 9 novembre, sembra raccogliere il maggior numero di consensi.
Gli assi portanti di questa proposta poggiano su due considerazioni: a) la convinzione che esistono due sinistre alternative tra loro, quella radicale opposta alla sinistra riformista e social-liberale. Due ipotesi antagoniste che possono trovare convergenze circostanziali senza metterne però in discussione la sostanziale competizione. L’obiettivo è ridare un’orbita politica autonoma a quella sinistra, un tempo anticapitalisminterpretata maggioritariamente dal Pcf, resa subalterna e totalmente satellizzata dalla strategia mitterrandiana; b) capitalizzare i ripetuti movimenti sociali che sono scesi in piazza dal 2002 ad oggi senza mai trovare uno sbocco politico, innescando una vera e propria «federazione delle differenze» a cui è sempre mancata la potenzialità organizzativa, la macchina politica, lo strumento coalizzatore. La forza e la novità di questo processo, anche rispetto a quelli che sono i termini molto sterili del dibattito italiano, è la costruzione di una criticità concreta e una radicalità moderna e attiva che non poggia su arroccamenti passatisti, che non è ossessionato da simboli e sigle, da formule e bandiere agitate troppo spesso a sproposito tanto da assomigliare più a dei tappeti, con cui coprire tutto e il suo contrario, piuttosto che a dei nobili vessilli. Investendosi nella nascita dell’Npa, la Lcr ha rimesso in discussione i propri fondamenti ideologici: non più trotzkismo ma antirazzismo, lotta al precariato e quanto di meglio offre la storia del movimento operaio fino ad oggi.
Il successo di adesioni, quasi 11 mila per una piccola forza politica che solo un anno fa ne contava poco più di 3 mila, il notevole eco mediatico, il consenso nei sondaggi che negli ultimi rilievi posizionano Besancenot addirittura al 13% e lo presentano come la migliore seconda candidatura della sinistra, non sono un fatto succedaneo ma si iscrivono in una tendenza radicata da alcuni anni.
L’analisi dei flussi di voto mostra come dal 2002 al 2007 il suo elettorato si è progressivamente sovrapposto a quello del Pcf. In sostanza raccoglie la credibilità che un tempo era dei comunisti senza averne però l’apparato assistenziale. E questo è un elemento di forza ulteriore perché connota un’adesione partigiana, una radicalità ideologica fondata socialmente, cioè senza scambio tra assistenzialismo municipale e sostegno elettorale.
Come spiega Florence Johsua, ricercatrice presso il Cevipof, l’aggregazione militante che si sta raccogliendo attorno all’Npa esprime una composizione sociale fortemente innovativa rispetto al Ps e Pcf e alla stessa Lcr antecedente il 2002. Militanti alla loro prima esperienza politica e non più tradizionali quadri «multiposizionati» nei sindacati o nell’associazionismo, giovani (metà degli aderenti ha meno di 40 anni e un quarto meno di 30) e soprattutto con condizioni lavorative precarie, sempre meno insegnanti e dipendenti della funzione pubblica. «Giovani attivi e declassati» reclutati attraverso i grandi media, coinvolti dal messaggio che arriva dalle prestazioni televisive di Besancenot, che rivendicano misure concrete di emergenza sociale, tematiche altermondialiste, minimum sociali sui salari e gli affitti, pratiche di lotta aggressive, protagonismo sociale. Insomma l’Npa pesca in una popolazione «arrabbiata e rivoltosa» che sta cercando un vocabolario per esprimersi e un percorso che gli dia un nuovo apparato teorico di critica del capitalismo. Resta da capire cosa faranno le banlieues. Se arriveranno anche loro l’Npa diventerà un vero strumento sovvertitore della scena francese.
nouveau-parti-copie-1I due incontri nazionali finora svolti hanno testimoniato la presenza di una fortissima carica partecipativa accompagnata anche da una grossa confusione. Un rivelatore della genuinità di un processo che sale dal basso. Gli anziani dirigenti della Lcr nati politicamente prima del ’68 guardano a tutto ciò con una certa meraviglia e un distacco sornione. Hanno capito che qualcosa di nuovo si sta muovendo e lasciano fare. Solo 20 di loro entreranno a far parte della struttura dirigente del nuovo partito. Un passo indietro che ha favorito un processo di costruzione orizzontale, un vero modello di democrazia partecipata.
Alla fine di gennaio la nave pirata del Npa uscirà dal porto, solo allora sapremo se reggerà il mare tumultuoso della lotta politica. C’è da augurarselo.

Francia, la magistratura congela la chiusura degli anni di piombo

Per una intervista al settimanale l’Express, sospesa la semilibertà a Jean-Marc Rouillan, cofondatore di Action directe

di Paolo Persichetti

Liberazione 10 ottobre 2008

La sintesi di una intervista anticipata mercoledì 1 ottobre sul sito internet del settimanale L’Express è costata la sospensione della semilibertà a Jean-Marc Rouillan, cofondatore di Action directe, il gruppo armato dell’estrema sinistra francese attivo negli anni 80. La misura sospensiva emessa dal magistrato di sorveglianza è intervenuta su richiesta della procura generale di Parigi, titolare in materia di antiterrorismo, che ha domandato la revoca della misura prim’ancora che il testo integrale dell’intervista apparisse nelle edicole.
Dal 2 ottobre Rouillan è di nuovo rinchiuso nel carcere marsigliese delle Baumettes, da dove usciva ogni mattina per raggiungere il suo posto di lavoro presso la casa editrice Agone, in attesa che il prossimo 16 ottobre il tribunale di sorveglianza si pronunci sulla legittimità della richiesta di revoca. All’ex militante di Action directe, la cui domanda di liberazione condizionale doveva essere esaminata il prossimo dicembre, la procura contesta alcune frasi contenute nell’intervista uscita in contemporanea anche sulle pagine di Libération il 2 ottobre. L’anticipazione dell’Express ha bruciato sui tempi il quotidiano parigino che non ha mancato di sollevare una piccola polemica rilevando il carattere «un po’ delinquenziale» di chi dietro la frenetica caccia allo scoop ha innescato un artificioso caso mediatico sulla pelle di un ergastolano. Ed in effetti l’intera vicenda puzza di strumentalizzazione costruita ad arte.
Secondo la procura, Rouillan avrebbe «infranto l’obbligo di astenersi da qualsiasi tipo d’intervento pubblico relativo alle infrazioni per le quali è stato condannato». Condizione che gli era stata imposta al momento della concessione della semilibertà nel dicembre 2007, dopo aver trascorso 20 anni di reclusione tra isolamento e carceri speciali. Il suo avvocato, Jean-Louis Chalanset, contesta però questa interpretazione che considera «infondata giuridicamente». E non ha tutti i torti perché gran parte delle risposte fornite dall’ex esponente di Ad riguardano, in realtà, la sua adesione al processo costituente del Nuovo partito anticapitalista che sta raccogliendo attorno a se la galassia della sinistra sociale e antagonista francese. Ingresso di cui aveva parlato la stampa la scorsa estate dopo un incontro avuto con Olivier Besancenot, il porta parola della Lcr che da mesi svetta nei sondaggi ed ha promosso questo processo d’unificazione.
«Dopo 22 anni di carcere – dichiara l’ex membro di Ad – ho bisogno di parlare, di apprendere di nuovo dalle persone che hanno continuato a lottare in tutti questi anni (…) la mia adesione è una scelta individuale». Che lo scandalo suscitato dalle sue parole sia il prodotto di una manipolazione emerge chiaramente dal raffronto dei due diversi resoconti realizzati dai giornalisti che l’hanno incontrato, Michel Henry di Libération e Gilles Rof dell’Express. Nel testo apparso su Libération vengono riportate delle affermazioni estremamente posate. Rouillan spiega come s’immagini «semplice militante di base. L’epoca dei capi è finita. Sono entrato nell’Npa per imparare dagli altri. Vorrei che dimenticassero chi sono». Ben 11 delle 20 domande riportate sull’Express insistono sulle ragioni di quest’adesione, dunque sul presente, non sul passato. Rouillan non si sottrae però a domande più difficili e spiega a Libération che seppur «assumo pienamente la responsabilità del mio percorso, non incito però alla violenza (…) se lanciassi un appello alla lotta armata commetterei un grave errore». Quando viene incalzato precisa che «il processo della lotta armata per come si è manifestato dopo il 68, nel corso di un formidabile slancio di emancipazione, non esiste più». E di fronte alle ulteriori, e a questo punto tendenziose insistenze del giornalista dell’Express, puntualizza che «quando ci si dice guevarista [il riferimento è a un’autodefinizione di Besancenot, Ndr] si può rispondere che la lotta armata è necessaria in determinati momenti storici. Si può avere un discorso teorico senza per questo fare della propaganda all’omicidio». Nel resto dell’intervista descrive sommariamente la sua concezione conflittuale della lotta politica e il senso di smarrimento di fronte ai disastrosi mutamenti della società scoperti dopo l’uscita dal carcere. Ricorda infine che degli ultimi 4 prigionieri di Ad, una di loro è morta e due sono gravemente malati, risultato dei durissimi anni di detenzione subiti.
Insomma nonostante lo sforzo di fargli dire dell’altro, Rouillan è chiaro. Tuttavia la procura e subito dietro i commentatori della stampa di destra come di sinistra, la presidente di Sos-attentats, un’associazione di vittime del terrorismo, hanno duramente stigmatizzato le sue parole denunciando l’assenza di rimorsi, la mancanza di una richiesta di perdono, intimando a Besancenot di liberarsi di una presenza ingombrante, equivoca, «ripugnante».
Eppure se ci si sofferma qualche istante sull’intervista, ci si accorge che Rouillan non ha fatto altro che attenersi alle prescrizioni del magistrato: «Non ho il diritto di esprimermi sull’argomento… – dice – ma il fatto che non mi esprima è già una risposta. È evidente che se mi pentissi del passato potrei esprimermi liberamente. Ma attraverso quest’obbligo al silenzio s’impedisce alla nostra esperienza di tirare un vero bilancio critico».
Il direttore della redazione dell’Express, Christophe Barbier, alla notizia dell’intervento della procura ha reagito spiegando che se il bilancio di Action directe è «indifendibile», Rouillan è comunque «un cittadino che continua a pagare il suo debito con la società» e ha «diritto alla libertà di espressione». Gilles Rof, il giornalista freelance che ha ceduto il suo pezzo all’Express, si è detto «scioccato» dalla reazione della magistratura e dal cortocircuito mediatico che ha deformato le affermazioni di Rouillan, rivelando che questi per ben due volte in passato aveva rifiutato l’intervista per alla fine accettare a condizione di rileggerne il testo prima della pubblicazione. «Non ha mai detto che non esprimeva rimorso per l’uccisione di Georges Besse [il presidente-direttore generale della Renault ucciso nel 1986, Ndr]. Anzi ha riscritto con cura la risposta per dire che non aveva il “diritto di esprimersi” non che non poteva esprimersi». Benché non avesse concordato domande sui fatti oggetto della condanna, Rof sostiene che evitare l’argomento avrebbe posto una questione di credibilità all’intervista.
Niente di quanto abbia fatto Rouillan durante la semilibertà, o detto nell’intervista, risulta reprensibile. Tra i requisiti previsti dalla legge francese non vi è alcun obbligo di regret, ovvero d’esprimere ravvedimento. Le condizioni poste riguardano invece la verifica della cessata pericolosità sociale e gli obblighi civili di risarcimento. In realtà Rouillan quando sottolinea che il silenzio imposto sui fatti sanzionati dalla legge impedisce la possibilità di una vera rielaborazione critica e pubblica del proprio percorso, mette il dito nella piaga. Sono gli ostacoli frapposti al lavoro di storicizzazione, che presuppone un dibattito pubblico senza esclusioni e preclusioni, che impediscono il processo di oltrepassamento relegando un periodo storico negli antri angusti dei tabù sacralizzati, dell’indicibile se non nella forma dell’esorcismo che ha solo due forme espressive: l’anatema o il pentimento. Qualcosa di simile sta accadendo anche in Italia, dove il paradigma del complotto che ha imperversato per due decenni è stato soppiantato dalla demonizzazione pura e semplice. Così oggi Rouillan rischia di essere ricacciato negli inferi del fine pena mai sulla base di una mancata abiura. Delitto teologico che già ha fatto parlare alcuni di «reato d’opinione reinventato» (Daniel Schneiderman su Libération del 6 ottobre).
Questo intervento della magistratura sembra dare voce al dissenso di una parte degli apparati, e probabilmente di una parte dello stesso ministero della Giustizia, verso la politica messa in campo nei confronti dei residui penali dei conflitti politico-sociali degli anni 70-80. Infatti, dopo una iniziale politica di segno opposto, Nicolas Sarkozy è sembrato rendersi conto – forse anche sulla scia della vicenda Petrella – dell’utilità che poteva rappresentare la chiusura degli «anni di piombo». Sono altre le emergenze che preoccupano il presidente francese. Le nuove politiche sicuritarie si indirizzano altrove: migranti, banlieues, integralismo islamico. I residui penali del novecento rappresentano una zavorra anche per la visibilità sociale dei vecchi militanti incarcerati, sostenuti da una parte della società civile che ne chiede da tempo la scarcerazione. Così il 17 luglio scorso è stata concessa la liberazione condizionale a Nathalie Ménigon, anche lei membro di Action directe e con diversi ergastoli, in semilibertà da un anno. Prima di lei, Joëlle Aubrun, arrestata nel 1987 con Rouillan, Ménigon e Georges Cipriani, aveva ottenuto negli ultimi mesi di vita la sospensione della pena a causa delle gravi condizioni di salute.
Nel quadro delle prescrizioni indicate dalla nuova legge sulla «retenzione di sicurezza» (vedi Queer del 13 luglio 2008), Georges Ibrahim Abdallah, Régis Schleicher, Georges Cipriani, Max Frérot, Emile Ballandras, tutti prigionieri politici con oltre 20 anni di carcere sulle spalle, sono stati concentrati nell’istituto penitenziario di Fresnes, nella periferia sud di Parigi, dove è presente il centro d’osservazione nazionale incaricato di valutare la pericolosità sociale dei detenuti prima che questi vengano ammessi al regime in prova della semilibertà e successivamente in libertà condizionale.
A questo punto la decisione che dovrà prendere la magistratura di sorveglianza il prossimo 16 ottobre non investe solo la sorte di Rouillan, ma il destino dell’intera “soluzione politica”. Intanto oggi e domani si tiene a Parigi un convegno di studi organizzato da uno degli istituti universitari più prestigiosi, la grande école di science po, sostenuto dall’istituto culturale italiano, il comune di Parigi, dedicato a «L’Italia degli anni di piombo: il terrorismo tra storia e memoria». Che sia utile a far riflettere i giudici?