Francia: tre milioni contro Sarko e Padroni

Un successo la giornata di mobilitazione generale dei lavoratori del pubblico e del privato

Paolo Persichetti
Liberazione
20 marzo 2009

Il clima sociale in Francia è più che surriscaldato. 3 milioni di persone secondo i sindacati, poco meno della metà per la polizia, sono scesi in strada nei 229 cortei che ieri hanno traversato le diverse città del Paese. Oltre 300 mila a Marsiglia, più di 350 mila a Parigi. Forti del successo ma anche dell’ampio sostegno della popolazione (secondo un sondaggio, infatti, per il 78% dei francesi la mobilitazione era «giustificata») i sindacati ora alzano il tiro. Chiedono la protezione dei posti di lavoro, misure incisive per rilanciare il potere d’acquisto dei salari, la difesa dei servizi pubblici, maggiori tutele per la disoccupazione, contestano la politica economica del governo attenta solo difendere la redditività del capitale, con fondi stanziati solo per imprese e banche travolte dal crac della finanza. Al di là del consueto balletto di cifre, quel che conta è il fatto che in piazza c’era più gente del 29 gennaio scorso, quando si parlò di due milioni di persone. Scommessa riuscita nonostante qualche polemica: «I militanti del nuovo partito anticapitalista sono dei rapaci», aveva detto il segretario della Cfdt (sindacato moderato), François Chérèque, denunciando il loro attivismo davanti ai cancelli.
A differenza di quel che accade in Italia, dove la Cgil, Fiom e Cobas sono messi all’angolo dagli altri sindacali e dal Pd, l’unità del movimento è uno dei punti forti della mobilitazione francese che lavora, nella più classica delle tradizioni, per raggiungere una massa critica in grado di spingere il governo e il padronato a fare concessioni.
Meno seguito è stato, invece, lo sciopero generale. La funzione pubblica, gli enti locali, gli ospedali, sono stati chiamati a incrociare le braccia per bloccare i piani di soppressione dei posti di lavoro (previsto il rimpiazzo di un solo posto per ogni due che si liberano). Coinvolti anche l’educazione nazionale, ferrovie, autobus e metropolitane, poste, Telecom, energia (Edf, Gdf-Suez), aeroporti, con adesioni che hanno oscillato dal 35% al 60%, secondo il comparto.
Novità importante è stata l’astensione dal lavoro del settore privato. Più estesa e organizzata della volta scorsa, lo sciopero ha visto l’adesione dei lavoratori di Total, Saint Gobain, Auchan e Carrefour. Banche, chimica, metallurgia, automobile, grande distribuzione, la mobilitazione è stata capillare con punte che hanno raggiunto il blocco totale delle officine da parte delle maestranze. È successo alla Continental di Clairoix, la fabbrica di pneumatici con 1120 dipendenti che ha tenuto banco nei giorni scorsi con un’importante mobilitazione contro il progetto di chiusura annunciato dalla proprietà. Tagli all’occupazione sono stati annunciati anche dalla Total, nonostante gli utili record ricavati, e dalla Sony France. In uno degli stabilimenti, dove erano giunte le lettere di licenziamento, gli operai hanno sequestrato per una notte intera l’amministratore delegato. Per non dimostrare di essere da meno, i lavoratori della Continental hanno prima costretto l’amministratore delegato a fuggire sotto un fitto lancio di uova, poi bloccato i cancelli della fabbrica e appeso un manichino raffigurante lo stesso manager, quindi hanno fatto irruzione nella sala dove si teneva una riunione tra sindacati e azienda, interrompendola con il lancio di bottiglie e altri oggetti. Tanto per far capire quale è il loro stato d’animo.
In evidente difficoltà per la forte pressione sociale che si è fatta forte dell’esempio venuto dalla rivolta in Martinica, Guadalupa e Réunion (oltre un mese di scioperi insurrezionali che hanno strappato al governo concessioni sociali), l’esecutivo ha chiesto al padronato di fare un gesto simbolico che placasse gli animi. Di fronte alla richiesta di ridurre i compensi stratosferici ricevuti dai manager, anche quando le imprese licenziano o affondano per scelte finanziarie errate, speculazioni azzardate nel mercato azionario, Laurence Parisot, la spocchiosa chef degli industriali di Francia, ha risposto senza mezzi termini che il Medef (equivalente della nostra Confindustria) è una semplice autorità morale. «Non abbiamo i mezzi, né tantomeno il desiderio d’imporre (ai nostri affiliati Ndr) qualcosa che dipende unicamente dalla relazione contrattuale tra mandatario sociale, impresa e consiglio d’amministrazione». Insomma il Medef riacquista piena integrità solo quando deve licenziare operai.
Sarkozy, invece, come ha osservato maliziosamente le Monde, ha preferito parlare di uno dei suoi temi preferiti, la sicurezza. Alla vigilia della gioranta di mobilitazione si è precipitato in banlieue per dichiarare guerra alle bande, promettendo pene più severe. Forse voleva far dimenticare di aver messo il veto sulla riforma fiscale che protegge una piccola casta di privilegiati. «Sarkozy conferma quello che già sapevamo – ha scritto Libération in un duro editoriale – egli è soltanto l’intendente arruffone delle classi possidenti».

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Caso Battisti: una guerra di pollaio

A cosa mirano Battisti e Vargas con le loro ultime dichiarazioni?

Paolo Persichetti

Iniziata nel febbraio 2004, con l’arresto a Parigi architettato dalla polizia sulla scorta di un finto litigio di condominio, col passare del tempo e la stratificazione delle polemiche e delle strumentalizzazioni, basti ricordare l’investimento che il caso rappresentò nella campagna presidenziale, sia da parte dal candidato Sarkozy, allora ministro degli Interni, che del segretario dei socialisti Hollande (che si recò in visita al detenuto), l’intera vicenda Battisti lascia sempre più perplessi. Il gioco delle rappresentazioni mediatiche contrapposte alla fine ha nuociuto a Battisti stesso. Niente è più lontano dalla condizione umana e dalla vita reale del personaggio, della percezione mediatica che si è imposta in Italia. Abilmente costruita dai media e veicolata dal suo stesso entourage, una volta che lui stesso ha rotto con la comunità dei rifugiati pensando di trovare nell’abbraccio dei salotti parigini la salvezza. 5414l«Vita dorata», «intellettuale della rive gauche»? Battisti in realtà conduceva una vita precaria, dal tenore modesto. Portinaio di un immobile, tirava a campare con meno di 800 euro al mese e viveva in una soffitta. Nei ritagli di tempo si dedicava alla sua passione, la scrittura di gialli che certo non gli davano da vivere. Tutto ciò è stato deformato fino a ridisegnarlo come una delle maschere più odiose degli anni 70: l’icona del male, l’assassino dal ghigno feroce. Sorpassato dagli eventi non ha fatto molto per impedire tutto ciò. E gli scrittori alla Bernard Henri Levy e alla Fred Vargas l’hanno schiacciato sotto il peso del loro narcisismo vittimista, eleggendolo ad emblema della persecuzione contro la casta intellettuale. Parlavano di lui ma vedevano se stessi. La vicenda è uno di quei casi in cui la storia trascende i suoi protagonisti. Come lui stesso ha riconosciuto in una sua recente intervista su un quotidiano brasiliano, Battisti non riesce a comprendere come e perché si sia ritrovato al centro di un affaire internazionale, oggetto di tante polemiche, odio e accanimento. Questa incapacità di comprendere ciò che gli accade la dice lunga sugli strumenti culturali del personaggio che sembra vivere in una dimensione separata, nella trama di uno dei suoi “gialli” piuttosto che nella realtà. Da qui il gusto per le trame, i Servizi che intervengono, i toni guasconi, le semplificazioni che rasentano grettezza.

 

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La scrittrice Fred Vargas

 

Il caso Battisti è uno specchio del nostro tempo e tutti i diversi protagonisti che vi prendono parte ne escono male. Niente torna in questa storia: il rancore dei suoi ex coimputati che lo stigmatizzano solo perché a loro non è riuscito di fuggire. Il fatto che per discolparsi Battisti stesso fa il loro nome, facendo passare per pentiti dei semplici ammittenti che non avevano fatto dichiarazioni su terzi. I familiari delle vittime che omettono di raccontare una evidenza processuale, come la sua estraneità – quantomeno fattuale – nell’uccisione di Torreggiani ed il fatto che Torreggiani stesso girasse armato e avesse ferito il figlio reagendo al fuoco, dopo che in passato aveva ucciso un rapinatore in circostanze che non giustificavano in alcun modo l’uso legittimo delle armi. La vicenda si è ridotta ad una guerra di pollaio che vede i politici fare le dichiarazioni più astruse e insensate, prive delle minime nozioni di diritto internazionale. Lo sprezzo sistematico della sovranità interna brasiliana, l’atteggiamento arrogante e razzista verso una potenza continentale, di gran lunga più influente dell’Italia, ritenuta una repubblica delle banane da ministri che non conoscono nemmeno le competenze della commissione europea ed hanno costretto il responsabile della Giustizia dell’Unione a ripetute smentite. Senza dimenticare le “rivelazioni” sull’aiuto che sarebbe venuto da un esponente dei servizi per favorire la fuga verso il Brasile. Affermazioni confermate e ulteriormente dettagliate dalla Vargas. Circostanza smentita dalla stessa Ucigos. Non esistono precedenti su un ruolo attivo dei servizi francesi nella esfiltrazione diretta di rifugiati italiani, addirittura attraverso la fornitura di passaporti falsi. Uno scenario troppo romanzato. Forse Battisti confonde la realtà con i suoi gialli. Ho vissuto 11 anni a Parigi e sono stato consegnato alle autorità italiane nello spazio di una notte, scambiato sotto il tunnel del Monte Bianco nell’estate del 2002 con modalità che assomigliano a quelle di un rapimento (una “consegna straordinaria” come si dice nel linguaggio tecnico) con la collaborazione diretta dei servizi dei due paesi. Non ho mai visto connivenze degli apparati nei nostri confronti. Al contrario molta diffidenza da parte della polizia francese. Spesso ostilità che per puro “senso dello Stato” tentavano malamente di celare sottomettendosi alla dottrina Mitterrand. Insomma i flic non ci hanno mai amato (per fortuna). Questa storia non convince affatto. In Francia i servizi al massimo hanno potuto chiudere un occhio (per aver così un problema in meno) se vedevano qualcuno andar via, secondo quella tipica politica condotta da paesi che sono stati in passato potenze coloniali e che hanno una tradizione imperiale.

A questo punto le cose sono due:

a) La storia dei servizi è vera. Cioè un settore, quello filosocialista (come dice Vargas che parla di “uno di sinistra”), lo ha veramente aiutato. Ma a questo punto perché svelarlo? Perché bruciare un canale che avrebbe potuto rivelarsi ancora utile in futuro? Quale ratio può esserci dietro queste indiscrezioni tanto controproducenti? E poi, in cambio di cosa l’aiuto sarebbe venuto? L’ambiente dei Servizi non fa niente per niente. Se questo aiuto dovesse trovare conferma, allora avrebbe una spiegazione il fatto che la vicenda Battisti si è rivelata devastante per i rifugiati e per la percezione storica degli anni 70. Forse la merce di scambio potrebbe essere stata proprio questa: stravolgere l’esperienza dell’asilo di fatto contribuendo a raffigurarla come il male assoluto, l’abiezione totale. La gauche caviard parigina, che tanto si è spesa per lui, perché in lui si è raffigurata autorappresentandosi in una sorta di dispositivo narcisista e vittimario, mai è intervenuta per gli altri rifugiati. Tra l’altro non c’era certo bisogno del suggerimento di uno 007 per sapere che il Brasile era tra i paesi che avrebbero potuto offrire ospitalità.

b) Ma se la storia dei servizi è falsa. Allora Battisti e il suo entourage chi stanno ricattando e perché? Quali messaggi trasversali lanciano? Vogliono vendicarsi di cosa? Quale montatura diffamatoria stanno mettendo in piedi? Chi vogliono colpire?

Quali che siano le risposte gli unici che pagano le conseguenze di queste parole sono gli altri rifugiati che restano ancora a Parigi e che non hanno santi in paradiso ma hanno sempre condotto battaglie trasparenti e solidali per tutti e per ciascuno.

Francia: sciopero generale contro la crisi

Manifestazioni di massa contro la crisi. Sarkozy impone il silenzio ai suoi ministri

Paolo Persichetti

Liberazione 30 gennaio 2009

In Francia due milioni e mezzo di lavoratori, secondo la cifra stimata dalla Cgt (poco più di un milione per il ministero degli Interni) sono scesi in strada ieri nei 195 cortei che hanno sfilato in ogni angolo del paese. «La più grande manifestazione dei salariati degli ultimi 20 anni», stando alle parole riportate da le Monde che ha riassunto in questo modo la giornata di greve_reconductible_msciopero generale contro la politica economica e sociale del presidente Sarkozy. Centinaia di migliaia di persone hanno incrociato le braccia nel settore pubblico e nazionalizzato: trasporti, scuole, ospedali ma anche in alcune imprese private, per difendere l’occupazione, il potere d’acquisto dei salari, l’integrità dei servizi pubblici dai tagli previsti (come quelli programmati nella scuola o sulle pensioni) e per far sapere che i lavoratori non accetteranno di veder scaricare sulle loro spalle il prezzo della crisi finanziaria che sta spingendo al tracollo l’economia.
Adesione massiccia tra gli insegnanti (quasi il 70%) e i ferrovieri (oltre il 40%), sempre secondo fonti sindacali. A Parigi bloccati i treni metropolitani (Rer) della linea A e B, fermi la metà dei conduttori dei metrò. Attività a rilento persino nei tribunali, perturbati dall’appello all’astensione del lavoro promosso dal Syndicat de la magistrature e da quello degli avvocati. 40% d’adesione nelle poste, sciopero anche alla televisione e alla radio pubblica, all’Edf (l’azienda che produce e distribuisce energia) e France telecom. Ritardi negli areoporti. Ferme 101 agenzie del Crédit lyonnais, pari ad un’astensione del 16% dei dipendenti. Più significativo ancora lo sciopero dei lavoratori del settore privato della grande distribuzione, come i dipendenti d’Auchan a Villeneuve d’Ascq. Scioperi difficili, ma dalla portata simbolica, anche alla Renault, dove ormai gli operai delle linee sono quasi tutti affittati dalle società d’interim con contratti a tempo determinato.
Dietro l’appello unitario di tutte le sigle sindacali (cosa che non accadeva dal 2006), imponenti manifestazioni hanno riempito strade e piazze. 300 mila manifestanti solo a Marsiglia, dove la metropolitana ha subito un arresto completo. Vie piene a Lione, Bordeaux e nelle altre città di provincia. Mobilitazione in tutta la Bretagna. 300 mila persona stimate nel pomeriggio nel corteo parigino partito da piazza della Bastiglia. Numeri ovviamente contestati dalla prefettura che ha scatenato la guerra delle cifre. La giornata di lotta è stata un vero successo con un’astensione dal lavoro più importante del maggio scorso, anche se di dimensione inferiore al vasto movimento di protesta del 2006. Ma già i sindacati pensano a come proseguire la mobilitazione. Secondo Bernard Thibault, segretario della Cgt, l’obiettivo è quello di riequilibrare i redditi dei lavoratori. Olivier Besancenot della Lcr-Npa fa sapere che i lavoratori del settore privato saranno sempre più presenti. Per il socialista Benoît Hamon, lo sciopero ha espresso il «malcontetto generale dei francesi verso il governo». Un ritornello, ripreso dalla canzone di un noto animatore televisivo e riferito alle continue esternazioni di Sarkozy, è circolato per tutti i cortei: «Ah se potevi chiudere il becco, sarebbe per noi una vacanza». E lui, il presidente, stavolta ha dato ordine a tutti i suoi ministri di non comunicare. Ha parlato, invece, Frédéric Lefebvre, il porta parola dell’Ump, il partito di governo. In un’intervista ha chiesto l’introduzione di sanzioni finanziarie per gli scioperanti che, a suo avviso, «abusano» del diritto di sciopero ricorrendo alle fermate di 59 minuti ad inizio turno. Una strategia impiegata dai lavoratori per ridurre al minimo il danno economico (con una semplice ora di sciopero, infatti, verrebbe sottratta dalla busta paga metà della giornata lavorativa). Da tempo in Francia il diritto di sciopero è sotto attacco. Governo e imprese escogitano normative sempre più dissuasive. Il preavviso nei servizi pubblici, per esempio, non investe soltanto le sigle sindacali che indicono lo sciopero ma è individuale. Ogni lavoratore deve comunicare anticipatamente la sua adesione, in mancanza della quale non può più scioperare salvo esporsi a sanzioni disciplinari per assenza ingiustificata. Per Guy Groux, direttore di ricerca del Cevipof, lo sciopero generale ha incontrato il favore del 69% dei francesi, ma la vera posta in gioco resta il coinvolgimento del settore privato e del precariato (dove l’azione sindacale è sempre più difficile e sotto ricatto), senza i quali resterà difficile modificare il rapporto di forza con il padronato.

Marina Petrella sarà estradata. Addio alla dottrina Mitterrand

In passato le autorità di Parigi avevano più volte rifiutato di attivare la procedura richiesta dall’Italia

Paolo Persichetti

Liberazione 11 giugno 2008

Il primo ministro francese Fillon ha firmato il decreto d’estradizione verso l’Italia di Marina Petrella, la fuoriuscita italiana arrestata dopo essere stata convocata in un commissariato della periferia parigina lo scorso agosto per una condanna afficherifugiatifamiglie1 all’ergastolo legata alla sua militanza nelle Brigate rosse durante gli anni 70. La notizia è stata battuta dalle agenzie lunedì in tarda serata.
Le parole degli Stati sono come le foglie morte che si lasciano trascinare dalla direzione del vento. Non più parole date ma parole vuote. Questo deve aver pensato Marina quando lunedì mattina si è vista notificare il decreto nella matricola del carcere di Fresnes. 
La firma è arrivata dopo che per mesi le autorità parigine non facevano più mistero dell’imbarazzo che aveva suscitato la vicenda nelle stanze del governo. Di fronte alla Chambre e alla corte di Cassazione, che nei mesi scorsi hanno concesso il loro parere favorevole sulla conformità giuridica della richiesta d’estradizione, si era dissolto il maldestro tentativo con il quale l’allora presidente del consiglio Prodi e il suo guardasigilli Mastella avevano tentato di accreditare la cattura di una pericolosa latitante in attività. Altri non avevano esitato a richiamare il principio della certezza della pena, di quelle che almeno non sono andate prescritte nel frattempo. Evidentemente si percepiva un deficit di legittimità a distanza di tanti decenni. Per questo si è scelto di aggiornare le richieste d’estradizione ricorrendo ad ogni tipo d’espediente: congelando la personalità dei militanti di un tempo, avvalorando l’idea che l’essere non sia più un divenire ma un semplice essere stato, cristallizzato e fossilizzato.
 Marina Petrella, invece, lavorava da anni per i servizi sociali del comune d’Argenteuil, si era risposata e aveva dato alla luce una seconda figlia che oggi ha 11 anni. Inoltre non era fuggita dall’Italia come una clandestina, ma aveva lasciato il paese quando si era arenata l’ipotesi di una soluzione politica per le “insorgenze” degli anni 70. Aveva già scontato otto anni di carcere, partorito e allattato la sua prima figlia nella sezione speciale del carcere femminile di Rebibbia. 
La reticenza con la quale i consiglieri giuridici del governo francese avevano cominciato a guardare questo dossier si era rafforzata dopo l’improvviso crollo delle sue condizioni di salute. Ricoverata ad aprile nell’ospedale psichiatrico di VilleJuif (sud di Parigi), su richiesta urgente della direzione del carcere, a seguito di un grave stato 24-decreto-estr-petrella1di degradazione psico-fisica constatato dagli stessi periti nominati dal governo, Petrella è rimasta otto settimane in completo isolamento, in una “cella liscia” (assolutamente  spoglia). Per tutto questo tempo non ha avuto contatti con l’esterno (divieto di colloqui con i familiari e di ricevere corrispondenza), salvo le visite del suo avvocato, Irène Terrel.
 Le sollecitazioni politiche arrivate dall’Italia, dopo l’insediamento della Destra vittoriosa nelle elezioni del 13 aprile hanno probabilmente convinto le autorità francesi che era venuto il momento  d’abbandonare ogni perplessità. Il suo avvocato ha già depositato un ricorso sospensivo della esecuzione dell’estradizione di fronte al Consiglio di Stato che fa leva sulla violazione del principio di irretroattività giuridica. In passato le autorità di Parigi avevano più volte rifiutato di attivare la procedura d’estradizione nei suoi confronti, e dunque ne avevano legittimato la presenza sul suolo francese del tutto consapevolmente. Altro punto sollevato è quello del tempo irragionevole intercorso tra i fatti addebitati e l’esecuzione penale della sentenza, oltre 30 anni di distanza. 
Ma nel frattempo le condizioni psicologiche della Petrella si sono ulteriormente aggravate. Dimessa il 31 maggio per esser ricondotta in carcere, la direzione dell’istituto di pena ne ha chiesto un nuovo immediato ricovero. Tutti i medici che l’hanno visitata concordano, spiega sempre la Terrel, che si è di fronte ad una “grave tendenza suicidaria” provocata da una “caduta di spirito vitale”, una sorta di sciopero della vita di fronte alla prospettiva dell’ergastolo. I periti hanno constatato uno stato psicologico “posseduto dall’immagine del seppellimento”, dall’insopportabile idea di una morte senza lutto che si presenterebbe ogni settimana di fronte alle proprie figlie venute a rendergli visita. Quelle figlie che senza possibilità di scelta vedono la loro vita incagliata all’unico passato giudiziario e penale che non passa, momento imprescrittibile di una storia d’Italia che ha volentieri sotterrato e tuttora ingoia nell’oblio eccidi, massacri, ruberie. Un paese che ha dato forma ad un singolare paradosso: non ha conservato la memoria degli anni 70 ma è stata incapace d’oblio. Alla memoria storica svuotata dei fatti sociali ha sostituito la memoria giudiziaria, all’oblio penale ha sovrapposto l’oblio dei fatti sociali. 
L’applicazione della clausola umanitaria, viene sottolineato nel ricorso, postilla acclusa in calce per volontà dello stesso Stato francese alla convenzione sulle estradizioni del 1957 che ha vigenza legale sul periodo in cui sono stati commessi i fatti contestati, rimane dunque l’extrema ratio di questa vicenda. I famigliari dei rifugiati italiani ed i diversi collettivi di sostegno hanno indetto una manifestazione per oggi in una piazza parigina a supporto di questa richiesta. Certo è che di quella dottrina Mitterrand che aveva tentato di offrire all’Italia delle forme d’uscita dalla spirale del confronto violento, leggendo quel che accadeva come un lacerante conflitto sociale, una latente condizione di guerra civile e non una immotivata e cieca violenza, è rimasto ben poco. Alla fine la zattera dei rifugiati, riparo precario d’esistenze sospese, è rimasta senza approdo davanti al porto della sua Itaca immaginaria.

Lotta armata e teorie del complotto

Libri – Alberto Franceschini, a cura di Giovanni Fasanella, Che cosa sono le Br, Bur 2004 (Brigades rouges. L’histoire secrète des BR racontée par leur fondateur, Éditions du Panama 2005)

Libri – Guillaume Perrault, Génération Battisti, Plon, Paris 2005

Paolo Persichetti
23 gennaio 2006

Due libri pubblicati negli ultimi tempi in Francia hanno rilanciato in termini estremamente polemici la tesi secondo cui copj13asple insorgenze armate apparse nell’Italia degli anni 70 avrebbero trovato una complicità culturale, se non aperto sostegno, nelle autorità di Parigi. È significativo dei tempi che corrono questo capovolgimento di prospettiva storica. Quella somma di fattori che presero forma nel dopoguerra, congelando per lungo tempo il sistema politico italiano, fino a renderlo privo d’alternanza per 49 anni, una fissità di sistema che secondo la storiografia più avvertita non poteva che facilitare l’apparizione di spinte rivoluzionarie in presenza di una potente tradizione sovversiva, contesto riassunto nella formula dell’«anomalia italiana», si capovolge nel suo contrario: l’«eccezione francese». Il problema non verrebbe più dalle carenze storiche di un paese che resta tuttora incapace di chiudere con un’amnistia stagioni da lungo tempo concluse, ma dalla sua vicina d’Oltralpe. Nell’intervista che Giovanni Fasanella ha fatto a Alberto Franceschini, la Francia viene dipinta come un «santuario del terrorismo», una centrale che avrebbe sistematicamente promosso la destabilizzazione della democrazia italiana. Siamo nel pieno di una narrazione storica che ripropone alcuni vieti cliché della retorica del complotto e della visione poliziesca della storia. L’obiettivo preso di mira è la cosiddetta «dottrina Mitterrand». Nel corso della sua grottesca testimonianza, un Franceschini ossessionato dalla cultura del sospetto racconta di come il padre, militante comunista ancora impregnato della mentalità staliniana, avuto sentore delle intenzioni bellicose del figlio, l’avesse messo sull’avviso: «ricordati che fuori dal partito c’è soltanto la Cia». Ancora prima della caduta del muro di Berlino, Parigi sarebbe stata dunque un vero incrocio d’intrighi internazionali, sostituendosi a Washington e Mosca nel ruolo di piattaforma destabilizzante dell’Italia. Così si arriva a sostenere che un asse socialdemocratico, guidato da Mitterrand, avrebbe tentato di giocare la terza forza tra le due maggiori potenze, destabilizzando volutamente la penisola grazie alla protezione offerta ai militanti della lotta armata. Quando la storia si trasforma in noir, il racconto può avvalersi di facili licenze narrative e trascurare il rigore cronologico degli eventi, fino a dimenticare che negli anni 70 la Francia era sotto la presidenza di Giscard D’Estaing.
Durante la guerra d’Algeria, l’Italia aveva sempre rifiutato di estradare i militanti dell’Oas e dell’Fln. Jean-Jacques Susini, coinvolto nell’attentato del Petit Clamart contro De Gaulle, rimase per molti anni sotto la protezione della polizia italiana. Non per questo il nostro paese venne accusato di essere una base antifrancese. Negli anni 80, Mitterrand ripagò l’Italia con la stessa moneta. Di fronte al flusso di rifugiati politici che traversavano le Alpi, fece del suolo francese una sorta di camera di decompressione del conflitto che dilagava in Italia, rifiutando le estradizioni nell’attesa di un’amnistia. «Al di la della risposta giudiziaria – ha spiegato una volta Louis Joinet, vero architetto di questa politica d’asilo (Libération del 23 settembre 2002) – si trattava di facilitare il cammino di chi tentava di uscire dalla lotta armata per andare verso una soluzione politica. L’importante era di non marginalizzare quelli che avevano una riflessione politica».
Per il giudice Rosario Priore, autore della postfazione, le cose non stanno affatto così. Deciso a seguire le tracce de l’abbé Augustin Barruel, afferma: «Con ogni probabilità il cervello parigino è esistito, agendo in perfetta intesa con le autorità di quel paese, come hanno provato le inchieste romane». L’istituto di lingue Hyperion avrebbe rimpiazzato la loggia degli Illuminati di Baviera. Ragione che lo spinse a sospettare dell’abbé Pierre, una delle personalità francesi più note, mentre il suo collega Ferdinando Imposimato voleva spiccare un mandato di cattura contro lo stesso Joinet, consigliere giuridico di Mitterrand. 9782755700206
Nel pamphlet scritto per denunciare la campagna di sostegno condotta dalla sinistra e da una parte degli intellettuali francesi contro l’estradizione di Cesare Battisti, chiesta dall’Italia nel febbraio 2004, Guillaume Perrault, convinto che «mai democrazia sia stata così liberale nell’affrontare il terrorismo», si dilunga nel descrivere un’Italia paradisiaca, vero giardino di giustizia e di diritto, rappresentazione che non coincide affatto con l’opinione della destra italiana a cui il suo quotidiano fa riferimento. Preso dall’entusiasmo del neofita, per giustificare il fondamento delle estradizioni richieste contro i fuoriusciti, spiega le meraviglie del rito semi-accusatorio, introdotto nel processo penale italiano con la riforma del 1989 e più volte ritoccato. Dimentica però di precisare che tutti i maxi processi per «terrorismo» sono stati condotti col vecchio rito istruttorio e che l’Italia è il paese più sanzionato dalla corte di giustizia di Strasburgo. Crede – per averlo letto da magistrati come Bruti Liberati – che si possa parlare di giustizia d’emergenza solo in presenza di corti speciali, che l’Italia non ha introdotto, e non sa che l’emergenza può darsi anche attraverso la produzione di una legislazione speciale, che mai abolita trasforma l’eccezione in regola. Come è accaduto fin dalla fine degli anni 70 e come la Corte costituzionale ha riconosciuto, giustificando l’adozione da parte del governo e del parlamento di una legislazione d’eccezione mai emendata. Ripercorre, quindi, la selva di prese di posizione sulla vicenda che gli intellettuali della rive gauche, e molti esponenti della letteratura noir, hanno preso – in realtà – a danno di Battisti stesso e degli altri rifugiati, un po’ come la medicina che uccide il malato. Perrault ha facile gioco nel ridicolizzare l’improvvisata ricostruzione storica degli anni 70 proposta da questi intellettuali. Emergono toni che trasudano risentimento, stucchevoli accenti da letteratura termidoriana, commenti codini e farisei, grottesche uscite scandalizzate che ricordano i gridolini d’orrore di madame la marquise, e argomenti che ricordano le accuse del Merlo, una gazzetta che l’Ovra (la polizia segreta fascista) pubblicava a Parigi per calunniare e denigrare i rifugiati antifascisti. Tratti di un generone cialtronesco che straparla senza pensare. Non sfugge al giornalista una recensione, apparsa su Libération dell’8 ottobre 1998 che, recensendo un libro di Battisti, presenta l’insurrezione sociale degli anni 70 come: «l’epopea di una generazione d’Italiani in secessione armata contro una società che non riconoscono più come la loro, raccontata sullo sfondo di un susseguirsi di rapine, alcool e donne[…] Il protagonista va alla guerra come all’amore, quasi fosse un solitario Don Giovanni».
Per spiegare la folgorazione della sinistra francese più snob verso questa caricatura culturale e politica degli anni 70, l’ex ambasciatore Martinet (autore della prefazione) evoca il «complesso del Marrano». Alla stregua di quegli ebrei spagnoli che per sfuggire alle persecuzioni si convertirono al cattolicesimo, rimanendo tuttavia intimamente fedeli alla vecchia religione, la sinistra francese orfana della rivoluzione cercherebbe ancora dei simboli capaci di rinfocolare i vecchi ideali di gioventù. Per Martinet si tratta ovviamente di un abbaglio sconcertante, che testimonierebbe della persistenza di un arcaismo politico novecentesco dentro la sinistra francese, causa di un clamoroso malinteso che l’avrebbe condotta a prendere lucciole per lanterne e chiamare «rivoluzionari» dei semplici «criminali». La controprova sarebbe venuta dalla reazione indignata della sinistra italiana, ai suoi occhi ben più moderna, riformista e liberale. L’ex ambasciatore di Palazzo Farnese guarda senza dubbio con favore al modello social-liberale blairiano, è singolare dunque che non si accorga di come il primo ministro inglese non abbia esitato a sporcarsi le mani con il conflitto irlandese, negoziando con l’Ira, liberando tutti i prigionieri politici, anche quelli con reati di sangue (e l’Ira, come gli altri gruppi irridentisti cattolici o protestanti, metteva le bombe), e stabilito le tappe di un processo politico che ha condotto alla fine del conflitto. In Italia, invece, il tanto decantato Blair viene guardato dai liberali e social-liberali di sinistra come di destra soltanto per le sue politiche di liberalizzazione e privatizzazione economica e sociale. resizephp2
Martinet compie anche altre omissioni, dimentica così di spiegare come dietro i rimproveri stizziti piovuti dai cugini d’Oltralpe, ci fosse una sindrome altrettanto curiosa: quella dell’«album di famiglia». Per fare fronte alla perenne carenza di legittimazione istituzionale, la sinistra italiana è posta di fronte alla continua necessità di far dimenticare il proprio passato. Le polemiche seguite all’apparizione del volume di Mirella Serri, I Redenti, hanno ricordato come una buona parte dell’intellighenzia ex comunista abbia vissuto diverse vite, passando il proprio tempo a cancellare le precedenti: dal fascismo della gioventù, al comunismo della maturità, al post o all’anticomunismo della senescenza. In un simile contesto culturale, appare chiaro allora perché i prigionieri e i rifugiati degli anni 70 debbano continuare ad essere relegati nel ruolo di capri espiatori, inchiodati ad una funzione cristica: pagare per tutti «la tragedia del Novecento», rispettando alla lettera il rito della esportazione della colpa.
Racconta ancora Perrault che nel pieno delle feroci polemiche che la stampa italiana aveva lanciato contro la sinistra francese, il sindaco di Roma Walter Veltroni si sarebbe precipitato a telefonare al suo omologo parigino, Bertrand Delanoë, per dissuaderlo dall’appoggiare Battisti. Un’ammirevole sensibilità etica che gli era mancata quando, direttore dell’Unità, fece campagna per la liberazione di alcuni neofascisti rei confessi di una decina di omicidi (e formalmente condannati anche per la strage di Bologna – che Perrault mette sul conto dei gruppi armati di sinistra). La clemenza, sembra dire Veltroni col suo gesto, vale per gli avversari della sponda avversa, non per quelli alla propria sinistra. Ma il doppio linguaggio venuto dall’Italia nei mesi di astiose polemiche sul caso Battisti non termina certo qui. Tra i giustizialisti della sinistra favorevoli alle estradizioni, viene citato anche Antonio Tabucchi, sublime personaggio che eccelle nell’arte di selezionare i pentiti: cattivi quelli che accusano i propri amici (Sofri); buoni quelli che chiamano in causa i nemici (Andreotti o Battisti). Dalle fila della magistratura non sono venuti discorsi migliori: mentre il segretario dell’Anm denunciava «i progetti di fascistizzazione dell’ordinamento giudiziario», fuori d’Italia ci si indignava con gli esponenti della rive gauche che ripetevano ingenuamente quanto letto sulla stampa della sinistra italiana. La destra non era da meno, in casa accusava la magistratura di totalitarismo, ma all’estero pretendeva che le sue sentenze fossero venerate, salvo evidentemente quando queste riguardavano Berlusconi.
Sembra finita qui, e invece ecco emergere un retroscena ancora più inquietante: il 13 giugno 2003, il magistrato della procura antiterrorismo di Parigi, Gilbert Thiel, aveva organizzato insieme alla Direzione nazionale antiterrorismo una retata che sarebbe dovuta scattare il successivo lunedì 23. L’obiettivo era quello di arrestare tre fuoriusciti, tra cui Battisti, insieme ad altri due italiani non latitanti, Maj e Czeppel, i soli che di fatto poi vennero catturati. Un’operazione concordata con i vertici del Viminale e la collaborazione della procura bolognese. L’intera operazione era finalizzata a propagandare un legame diretto con l’arresto, avvenuto nel marzo precedente, di una militante del gruppo autore degli attentati D’Antona e Biagi e validare così la leggenda della «centrale francese», proprio mentre questa era clamorosamente smentita dalle indagini. L’intervento di Chirac che, dopo l’estradizione lampo organizzata dal suo rivale Sarkozy, nell’agosto 2002, aveva accentrato i fascicoli sui rifugiati italiani sotto il controllo dei suoi uffici, fece saltare tutto. Il presidente della repubblica francese, infatti, temeva che la retata venisse interpretata come un regalo a Berlusconi che il primo luglio avrebbe assunto, tra i clamori mediatici della grande operazione antiterrorismo, la presidenza della Ue.

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