Depositate le motivazioni dei giudici della cassazione che avevano annullato senza rinvio i provvedimenti di arresto per Manolo Morlacchi e Costantino Virgilio, accusati di essere entrati a far parte di un piccolo gruppo che avrebbe voluto costituire una organizzazione denominata “Per il comunismo Brigate rosse”
Giovanni Bianconi
Corriere della Sera 7 settembre 2010

Uno dei più noti falsi del Male, giornale satirico degli anni 70, che ironizzava sull'isteria antibrigatista.
Il «brigatista figlio d’ arte», come si affrettarono a chiamarlo all’ indomani dell’arresto, non è un brigatista. O almeno non ci sono prove che lo sia. Ecco perché la corte di cassazione lo ha scarcerato, dopo che il tribunale della libertà lo aveva tenuto in cella ma dimezzando le accuse, sgravandolo dalla banda armata e lasciando l’associazione sovversiva. Manovra azzardata, che è servita ai giudici «di legittimità» a rispedire a casa sua Manolo Morlacchi – figlio di Pierino, uno dei fondatori delle Brigate rosse insieme a Renato Curcio e Mara Cagol all’inizio degli anni Settanta – quarant’anni compiuti lo scorso maggio in prigione dov’è rimasto da gennaio a giugno del 2010. Stessa sorte è toccata al suo amico Costantino Virgilio, che come Morlacchi e altri sette imputati saranno processati a partire dal prossimo 16 settembre. […]
Volevano rilanciare la strategia della lotta armata in Italia, sostiene l’accusa, «ricalibrandola in relazione alla mutata realtà storica, politica, sociale ed economica»; per questo il gruppo si stava organizzando, e aveva già un arsenale di armi a disposizione, dopo aver realizzato un fallito attentato a una caserma di Livorno nel 2006. A metà del 2009 erano stati presi cinque presunti neo brigatisti, tra cui uno che probabilmente aveva avuto rapporti con Nadia Lioce e Mario Galesi (responsabili degli omicidi D’Antona, Biagi e Petri) e dai computer erano saltate fuori tracce di programmi eversivi e «risoluzioni strategiche»; a gennaio di quest’ anno li avevano seguiti in carcere Morlacchi e Virgilio, accusati di essere in combutta con i primi arrestati. Adesso però la Cassazione ha ridimensionato il quadro accusatorio nei loro confronti, basato soprattutto su frequentazioni, contatti giudicati sospetti, presunte riunioni politiche che si svolgevano sempre con le stesse modalità, programmi informatici criptati. Ma niente di tutto ciò, ha stabilito la corte suprema, è sufficiente per dimostrare l’adesione a un gruppo eversivo. «Non risulta in alcun modo provato qualche intervento di carattere operativo, o anche solo di disponibilità o di supporto, da parte dei due indagati alle imprese criminose attuate o progettate dal gruppo», hanno scritto i giudici. C’erano rapporti tra Morlacchi e Virgilio e gli altri sospetti brigatisti arrestati in procedenza, ma sostenendo che erano finalizzati a propositi eversivi «gli inquirenti non sono andati al di là di semplici illazioni». E ancora: «È rimasta una mera affermazione, priva di concreti elementi di supporto, la loro partecipazione a incontri con esponenti del sodalizio definiti “di organizzazione”, dei quali non è stato possibile accertare quale fosse l’oggetto». Né possono essere considerate una prova le «particolari cautele» che Morlacchi Vigilio utilizzavano per incontrare gli amici accusati di essere dei neo brigatisti, «essendo queste comunque per ovvie ragioni imposte come necessarie anche agli estranei che siano ammessi a entrare con i membri di un’associazione terroristico-eversiva». Insomma, essere amici di presunti terroristi, o avere con loro relazioni caratterizzate da modalità che possono apparire ambigue, non significa essere a propria volta dei terroristi. Anche perché, ricordano i giudici citando la pentita delle «nuove Br» Cinzia Banelli, capita che le organizzazioni eversive avviino «prudenti e laboriose iniziative i reclutamento in aree politicamente omogenee, che possono evolvere nella militanza ma anche rimanere per lungo tempo a livello di rapporto dialettico, o interrompersi».
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relazioni economiche soprattutto nel settore dell’energia). Si tratta degli anni in cui l’Italia fa ammenda, anche se in modo superficiale, del proprio passato coloniale e tenta di reinserire la Libia nella comunità internazionale, riconoscendole un ruolo di ponte tra Africa ed Europa. È in questo contesto che comincia a divenire centrale nei rapporti bilaterali il tema dell’immigrazione, nodo che assume nel tempo un aspetto del tutto sproporzionato rispetto alla sua dimensione reale. Il grosso dell’immigrazione, infatti, non passa per Lampedusa, anche se la via del mare è una vera emergenza umanitaria che ha trasformato il mediterraneo in un cimitero liquido. Nel dicembre 2000 viene firmato un primo accordo che stipula una collaborazione globale nelle politiche di lotta contro terrorismo, criminalità organizzata, traffico di stupefacenti e immigrazione clandestina. Il fatto che un fenomeno a carattere multidimensionale come l’immigrazione, che investe clima, agricoltura, geopolitica, economia mondiale, processi socioculturali, sia apparentato a fenomeni di natura criminale o di violenza politica (nella fattispecie internazionale), confina da subito la questione all’interno di rigidi binari sicuritari che investono l’ordine pubblico, la difesa del territorio e la sicurezza dello Stato. A questo punto, se la politica estera è sempre più legata al tema dell’immigrazione e, questa, essendo gestita unicamente secondo un’ottica sicuritaria attiene alle competenze delle forze di polizia, diventa inevitabile che le relazioni mediterranee finiscano in misura crescente nelle mani del ministero degli Interni piuttosto che in quello degli Esteri. A occuparsene saranno nuove burocrazie, come la Direzione generale dell’Immigrazione e della polizia delle frontiere (istituita dalla Bossi-Fini), portatrice di una cultura d’apparato poco incline a una comprensione multidimensionale del problema e delle soluzioni, con l’effetto di ingenerare preoccupanti stravolgimenti in
materia di funzionamento dello Stato e di equilibrio dei poteri, oltre a ledere le convenzioni internazionali sui diritti umani e i principi costituzionali. Spostare le tensioni di là delle frontiere non significa essere immuni dalle conseguenze, ma solo ampliare l’area e l’intensità dell’impatto che ne deriva. Tutti i successivi patti bilaterali stipulati tra Italia e Libia sono figli di questa impostazione iniziale. Accordi di polizia e di gestione delle frontiere che rivoluzionano la stessa nozione di confine. La filosofia contenuta in questi trattati, caratterizzati per altro da una sistematica segretezza sui loro contenuti, senza che il Parlamento sia mai stato chiamato a pronunciarsi, è quella di delocalizzare oltrefrontiera i nostri originari Cpt. Tra il 2004 e il 2005, il governo italiano finanzia la costruzione di tre campi di «trattenimento» in territorio libico. Si tratta di un vero e proprio outsourcing. L’informazione trapela dal rendiconto annuale della corte dei conti del 2004. Quella dell’anno successivo dettaglia ulteriormente la voce: si tratta probabilmente della costruzione di un centro di accoglienza in località Gharyan (Tripoli), del costo di 6,6 milioni di euro, dell’appalto per un secondo centro a Kufra e di un terzo campo previsto nella zona di Sebha, principale punto d’arrivo dei flussi transahariani in provenienza dal Niger. Campi costruiti ricorrendo a capitoli di spesa del ministero dell’Interno previsti per l’edificazione di Cpt in territorio nazionale. Da parte libica emerge, invece, l’abile e cinico utilizzo dei flussi migratori, aperti e chiusi come un rubinetto, trasformati così in uno strumento di pressione e ricatto diplomatico da mettere sul tavolo delle trattative bilaterali. Uno degli obiettivi principali della Jamahiriya è la fine dell’embargo sulle armi. L’interventismo estero del nostro ministero degli Interni ha come risvolto inevitabile quello di rendere un fatto di politica interna le scelte della politica estera libica. L’ipercentralità assunta dalla questione della migranza nella politica italiana ha modificato anche l’approccio libico, fino a indurlo al clamoroso tradimento degli originari ideali panafricani che avevano mosso la rivoluzione verde del colonnello Gheddafi.