Manconi sulla morte di Stefano Cucchi

L’intervista – Parla Luigi Manconi, «Un ragazzo, un corpostraziato e due zone d’ombra…»

Paolo Persichetti
Liberazione 30 ottobre 2009

cucchiNon sapeva, Stefano Cucchi, che la sera del 16 ottobre ad attenderlo c’era un appuntamento fatale col destino. Non sapeva, Stefano Cucchi, che sulla sua strada avrebbe incontrato lo Stato, nella veste della squadretta di carabinieri che lo hanno arrestato. Non sapeva, Stefano Cucchi, che incontri del genere possono finire male, molto male, eppure sta scritto da qualche parte che non dovrebbe essere così. Negli ultimi anni si sono moltiplicati casi del genere, come quelli di Federico Aldovrandi e Aldo Bianzino, solo per citarne alcuni tra i più noti. «Quel giovane – spiega Luigi Manconi, ex sottosegretario alla Giustizia e presidente dell’associazione A buon diritto – ha attraversato ben quattro segmenti dell’apparato statale. Una stazione dei carabinieri, il tribunale, il carcere e il reparto clinico del penitenziario di Rebibbia, situato all’interno dell’ospedale Pertini di Roma. È entrato sano e integro, ne è uscito morto, col corpo straziato. All’ingresso pesava 43 kg, dopo otto giorni sul tavolo dell’obitorio era ridotto a soli 37».

I familiari di Stefano Cucchi hanno autorizzato la pubblicazione delle foto. Si vedono immagini strazianti di un corpo devastato.
Dopo averle viste, ho proposto io stesso la pubblicazione delle foto. I familiari hanno accettato dopo una lunga e sofferta discussione tra loro. Quelle immagini hanno un inequivocabile tragico accento di verità. Ci dicono che quel corpo ha subito uno strazio. Ma c’è anche un’altra circostanza inequivocabile. Dopo il fermo, all’1.30 del mattino di venerdì 16, Stefano è condotto a casa dei genitori per la perquisizione. In quel momento è ancora in condizioni integre. L’indomani, durante l’udienza per direttissima nell’aula di piazzale Clodio, ha il volto tumefatto, tanto che viene visitato alle 14 dal presidio medico del tribunale che dopo una cotrollo sommario rileva ecchimosi attorno agli occhi. Erano passate solo 12 ore. All’ingresso in carcere i medici fanno le stesse constatazioni, ma poiché l’apparecchio radiologico è rotto lo inviano al Fatebenefratelli. Lì diagnosticano le vertebre fratturate. Da quanto si è accertato fino ad ora, in questa vicenda ci sono due zone d’ombra: le ore di permanenza nella caserma dei carabinieri e il periodo di ricovero nel repartino penitenziario del Pertini. Aggiungo ancora una cosa: alle 21 di sabato 17, Cucchi è al Pertini. Alle 22 arriva la sua famiglia, che però non riesce a vederlo fino al giovedì successivo. Non riescono a parlare con lui, né tantomeno con i sanitari. Ora, in presenza di un detenuto che deperisce visibilmente, non si nutre e non beve, i medici non avvertono né familiari né autorità.

Possibile che un arresto, per giunta per il possesso di una modica quantità di stupefacente, finisca per trasformarsi in una condanna a morte?
Siamo di fronte ad un’ordinaria storia di devianza sociale. Tutti i giorni vengono arrestate persone che si trovano nelle condizioni di Stefano Cucchi. Queste persone in genere stanno in carcere per pochi giorni, addirittura molti sono rilasciati dopo la direttissima. Ora nel corso di questo doloroso e accidentato percorso accadono dei fatti sottratti al controllo pubblico. Si manifesta un’ordinaria violenza che si perpetua e riproduce all’infinito. Violenza che può dare luogo a tragedie oppure fermarsi un momento prima che queste avvengano. Queste tragedie sono il risultato di una gestione dell’ordine pubblico e di una legislazione antidroga che produce esiti di grande degenerazione sociale. Ormai gira a pieno regime una macchina che produce in continuazione fermi, celle di sicurezza, un fisiologico esercizio di violenza che tanto più si esercita se di fronte ci sono corpi inermi e indifesi, come quello di Stefano Cucchi. Colpisce la corporatura di questa persona. Penso che quel corpo così gracile abbia determinato un accanimento.

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Cronache carcerarie

Stefano Cucchi, le foto shock

La denuncia dei familiari del detenuto morto nel centro clinico penitenziario del Pertini: «Chi ha ridotto così nostro figlio Stefano?»

 

Checchino Antonini
Liberazione 30 ottobre 2009

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«Ciao papà». L’ultimo abbraccio di Stefano suo padre se lo ricorderà per sempre. In tribunale, a piazzale Clodio. Il ragazzo in manette e quattro carabinieri intorno. Impossibile dirsi altro che un ciao. Però Stefano aveva già la faccia gonfia ma ancora si reggeva in piedi. Tanto che quando è stata pronunciata l’ultima parola sulla sua permanenza in carcere ha dato un calcio stizzito alla seggiola. Succedeva due settimane fa, sarebbe morto dopo cinque giorni al repartino del Pertini, il padiglione penitenziario. In galera per una ventina di grammi d’erba. Ma se perfino i carabinieri, la notte prima, avevano rassicurato sua madre che era poca roba e che magari tornava subito per i domiciliari! Anche quella notte camminava sulle sue gambe e il viso era pulito, senza i segni delle botte. 
Il proibizionismo è il primo ingrediente della pozione mortale che ha ammazzato Stefano Cucchi, magrissimo trentunenne che faceva il geometra nello studio di famiglia, che soffriva d’epilessia e a cui hanno sequestrato, assieme alle sostanze, le pasticche salvavita di Rivotril. 
Ieri i familiari e l’avvocato Fabio Anselmo, lo stesso del caso Aldrovandi, hanno preso parte a una conferenza stampa, promossa da Luigi Manconi, e affollata di parlamentari e cronisti a Palazzo Madama. Nel dossier consegnato ai giornalisti le foto choc scattate dopo l’autopsia perché alla famiglia è stato negato dal pm di riprendere il corpo durante il primo esame. L’ennesima porta in faccia dopo giorni passati in attesa di un permesso per visitare quel figlio sparito nell’ospedale-bunker. E senza mai poter parlare coi medici. Il direttore sanitario del Pertini trasecola. Spiega che non è mai accaduto che i familiari di un detenuto restassero così tanto tempo senza notizie. «Non c’è bisogno di alcuna autorizzazione». Da mezzogiorno alle 14 i parenti possono parlare con i dottori. A meno che gli agenti di custodia non abbiano fatto muro. I familiari confermano di aver chiesto ripetutamente di parlare con i medici. La polizia penitenziaria si lamenta dell’immagine negativa che gli deriverebbe da questo caso ma non fa nulla per scalfirla. Il dirigente di un sindacato, il sindacato Sappe, si limita a dire che la collega che ebbe a che fare con i Cucchi avrebbe detto loro che il repartino funzionava come un carcere. Ma perché negare un colloquio con i medici? Il dossier è preciso: la domenica, alla richiesta di sapere come stesse Cucchi, il piantone rinvia i genitori al giorno dopo. A mezzogiorno del lunedì stessa scena. Dopo una vana attesa viene negato l’incontro con i medici perché senza permesso del pm. Così pure ventiquattr’ore dopo. Il permesso per la visita a Stefano arriverà solo il mercoledì, sarà valido per il giorno successivo. Ma Stefano muore all’alba.
 Da parte loro, i sanitari si dicono stupiti dal sopraggiungere della morte ma insistono sull’immagine di un detenuto che rifiutava le cure e che dicono di «non avere avuto modo di vederlo in viso in quanto si teneva costantemente il lenzuolo sulla faccia». Perché Stefano era invisibile?
 L’opacità di certe istituzioni totali è un altro ingrediente del veleno che ha ucciso Stefano. Ma il più potente degli elementi del mix potrebbero essere state le botte, che gli hanno devastato la faccia, fatto uscire un occhio dall’orbita, fratturato una mascella, spezzato la schiena in due punti, ferito le gambe. Aveva sangue nella vescica e in un polmone. I genitori e la sorella Ilaria fanno una catena di telefonate ai parenti: «Non guardate i tg, ci sono le foto di Stefano morto». Anche la sorella Ilaria si rifiuta di prendere il dossier ma crede che quelle immagini servano a contrastare l’invisibilità a cui è stato condannato un ragazzo che pesava 43 chili prima di entrare in una caserma dei carabinieri della periferia est di Roma e 37 quando è morto cinque giorni dopo. «Non è un’inchiesta difficile – spiega Patrizio Gonnella di Antigone – ma la velocità sarà decisiva. Troppe volte le lungaggini hanno bruciato la giustizia. Facciamola subito quest’inchiesta e facciamola trasparente. E le forze dell’ordine non siano ostaggio dello spirito di corpo, per una volta». Da quel quadrante di Roma, intanto, giungono segnalazioni sui metodi “spregiudicati” delle squadre antidroga negli interrogatori e nelle perquisizioni. Si tratta di racconti piuttosto circostanziati che segnalano, in particolare, la pratica sistematica di far firmare verbali aggiustati. 
Uno stuolo di parlamentari bipartisan fà passerella per annunciare missioni ispettive ma finora non l’ha fatte nessuno. Lucidamente Bonino e Perina dichiarano che è in gioco la credibilità delle istituzioni. Qualcuno tira in ballo il ministro della difesa La Russa. E’ lui che potrebbe riferire sull’operato dei carabinieri, due in divisa e tre in borghese, che arrestarono Stefano e fermarono un suo amico in un parco di Cinecittà. Perché da Regina Coeli sono piuttosto netti: quel ragazzo era già malconcio quando è arrivato e fu spedito immediatamente al pronto soccorso. Ma al Fatebenefratelli, ed è un altro mistero, Stefano firmò verso mezzanotte del venerdì per tornare in cella anziché farsi i 25 giorni di ricovro che gli erano stati prescritti. L’avvocato Anselmo chiede di acquisire al più presto le foto ufficiali dell’autopsia e prevede tempi lunghi per gli esami che dovranno stabilire le cause della morte. Il pm non entra nei particolari ma gli preme far sapere che accertamenti sono scattati fin dal primo momento. E che avrebbe iniziato a indagare sulle modalità del fermo.

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Stefano Cucchi morto nel padiglione penitenziario del Pertini. Due vertebre rotte e il viso sfigurato: perché non volle restare in ospedale?

Parlano i familiari: «Stefano voleva andare in comunità. Strano si dica che rifiutasse le cure»

Checchino Antonini
Liberazione 28 ottobre 2009

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Stefano Cucchi in galera non ci voleva andare. Si voleva curare. Voleva tornare in comunità. Ma l’hanno sbattuto in carcere quando già stava male. Ed è morto sei da solo giorni dopo.
Il geometra romano trentunenne, arrestato alle 23 circa del 15 ottobre ai bordi di un parco di Cinecittà, assieme ad un amico, avrebbe chiesto di entrare in comunità nell’udienza per direttissima la mattina dopo l’arresto. Secondo i genitori, all’udienza di convalida, per direttissima, Cucchi era già arrivato malconcio. Gli occhi gonfi ma camminava con le sue gambe. Tutta da verificare la voce che sia stato visitato già a Piazzale Clodio dov’era stato portato perché trovato in possesso di «poca roba», fa sapere il legale d’ufficio: un po’ d’hashish, qualche pasticca, pochissima cocaina. Tanto che gli stessi carabinieri che lo avevano arrestato avevano anche provato a rassicurare sua madre. Per tutta quella droga si finisce ai domiciliari. Ma il giudice monocratico non l’ha spedito né a casa, né in comunità. L’ha mandato in galera. A Regina Coeli. Lì, secondo la direzione del carcere, sarebbe arrivato già con la schiena rotta. Dunque l’avrebbero spedito immediatamente al pronto soccorso più vicino. Dall’altra parte del Tevere, all’Isola Tiberina. E’ lì che gli trovano due vertebre rotte. La prognosi gli consentirebbe di starsene in ospedale 25 giorni ma Stefano firma per tornare in prigione. E’ quasi mezzanotte di venerdì 16. Ma perché una persona che vorrebbe disintossicarsi in comunità rifiuterebbe le cure? Anche il suo avvocato, quella mattina lo aveva trovato con «la faccia strana, molto agitato». 
Veniva, Stefano, dalla stazione di Tor Sapienza dove aveva passato poche ore in guardina prima dell’udienza. Chi l’aveva arrestato appartiene alla Stazione Appia di Capannelle. Verso l’una erano passati a casa di Stefano, avevano perquisito senza risultati la sua cameretta poi erano andati a Tor Sapienza. Stefano, ricordano i suoi, aveva la faccia pulita. Ormai s’erano fatte le quattro. Viale Romania, il comando dei cc, fa sapere che Stefano aveva patologie, all’ingresso in stazione avrebbe avrebbe dichiarato di soffrire d’epilessia – e forse le famose pasticche sarebbero i suoi farmaci salvavita – il piantone lo avrebbe udito lamentarsi prima dell’alba e avrebbe chiamato un’ambulanza su cui Stefano non sarebbe voluto salire. Ma lui non lo potrà mai confermare. E, se a Regina Coeli dicono che dal tribunale sarebbe arrivato con la schiena rotta, «ai carabinieri non risultano fasi accese di questa vicenda», assicurano al Comando generale rinviando alle «conseguenze successive». 
Fabio Anselmo è stato il legale della famiglia Aldrovandi, il ragazzo ferrarese ucciso in un imprudente colluttazione da quattro agenti condannati in primo grado. Quando Ilaria Cucchi ha visto suo fratello dietro il vetro divisorio dell’obitorio, ha cercato su internet il suo indirizzo. «Ho avuto davanti agli occhi il volto di Federico». Anselmo ha accettato l’incarico. Ieri ha potuto scorrerre le prime «terribili» foto effettuate dagli addetti alle pompe funebri. Vede «gli occhi di una maschera», lo stesso volto tumefatto «come bruciato» che aveva visto Ilaria. Ferite ce ne sono anche sulle gambe, sangue alla schiena vicino alle vertebre spezzate. Il giorno prima il sacerdote aveva detto nell’omelia funebre che Stefano ha condiviso con Gesù una morte violenta. Sulla morte violenta pare a questo che non abbia dubbi nessuno. Al più si cerca di tirarsi fuori dalla vicenda. Ma, dal pm Barba in poi, tutti hanno bocche cucite anche davanti alle prime interpellanze di Antigone, dei radicali, di Luigi Manconi, del garante dei detenuti del Lazio. «Se si fosse trattato di una rissa fra detenuti dovrebbero esserci degli arrestati e degli indagati – spiega Anselmo – noi non diciamo che siano state le guardie carcerarie, mi risulta che il direttore del carcere abbia detto che il ragazzo stava già male quando è entrato. Noi ci chiediamo perchè un ragazzo di 31 anni entri in buona salute e ne esca morto e perchè ai familiari è stato impedito di sapere e di vederlo in punto di morte». Stefano forse lo sentiva tanto che aveva chiesto una bibbia. Aver impedito ai genitori di far visita al figlio è reato, secondo il garante laziale dei diritti dei detenuti. Comunque l’autorizzazione del pm è arrivata troppo tardi. Stefano morirà almeno sette ore prima dell’orario di visita. Era tornato il sabato all’Isola Tiberina ma da lì sarebbe stato trasferito, per scarsità di agenti di custodia, al padiglione penitenziario del Pertini. Dove sarebbe morto senza più vedere i suoi. «Chi l’ha lasciato senza cibo e cure da solo sotto un lenzuolo?
Sua madre mi ha detto che in vita pesava 43 chili. Alla morte 37. Un’enormità per una corporatura così esile – si chiede Patrizia Aldrovandi, la mamma di Federico – troppe domande senza risposta. Solo una certezza: stava bene prima che lo arrestassero. Pochi giorni ed è morto».

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Stefano Cucchi, quella morte “misteriosa” di un detenuto in ospedale

All’udienza dopo l’arresto Stefano Cucchi aveva già gli occhi neri. La famiglia chiede di vedere la salma

Checchino Antonini
Liberazione 25 ottobre 2009

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Aldo Bianzino, morto due anni fa in una prigione di Perugia per cause ancora da chiarire. Marcello Lonzi, ammazzato in una galera livornese nel 2003 da un arresto cardiocircolatorio ma il suo corpo sfigurato, a sua madre che cerca ancora verità, dice tutt’altro. Fino a l’altroieri, Ilaria non conosceva i loro nomi, forse nemmeno sapeva quanto fosse lungo il catalogo dei morti di galera. Poi i carabinieri di Torpignattara hanno bussato a casa loro per dire che semplicemente «Stefano era morto», in ospedale. Più precisamente nel reparto penitenziario del Pertini. Ora la famiglia chiede di poter vedere la salma prima che sia ricomposta. Vuole accedere al più presto alle foto dell’autopsia. Perché, finora, le due cose sono state negate. 
Stefano aveva 31 anni, faceva il geometra in uno studio comune con il padre e la sorella. La notte tra il 15 e il 16 ottobre lo pescano con 20 grammi di sostanze nel vicino quartiere Appio Claudio. Le modalità dell’arresto e del sequestro non sono ancora note alla famiglia. All’una e mezza di notte di notte, il citofono di casa Cucchi segnala l’arrivo di Stefano. Non è solo. Con lui ci sono i militari che lo hanno arrestato. Perquisiranno solo la sua cameretta, senza perlatro trovare nulla. Uscendo, uno di loro cerca di rassicurare la madre: «Signora non si preoccupi. Per così poco è capace che domani sia a casa ai domiciliari».
Dettaglio importante: Stefano «era pulito», racconta Ilaria nella sala d’aspetto dell’obitorio di Piazzale del Verano. Ossia «camminava sulle sue gambe, non aveva segni sul viso». E ricorda quanto fosse esile suo fratello. Basso e magrissimo. Il mattino appresso suo padre va a Piazzale Clodio all’udienza per direttissima. Stefano aveva il viso livido e gli occhi gonfi. L’udienza è rinviata al 13 novembre. Si torna a Regina Coeli. Il sabato sera, l’indomani, i carabinieri arrivano a casa Cucchi per comunicare il ricovero al Pronto soccorso dell’Isola Tiberina. Si scoprirà, invece, che era stato portato al Pertini. Motivo ufficiale: dolori alla schiena dovuti a una caduta precedente all’arresto di cui in casa nessuno sa nulla. Ma una lastra dirà che aveva due vertebre rotte, una sacrale e una lombare, due vertebre basse. Si può camminare per tre giorni con due vertebre rotte, andare a casa, poi in carcere, quindi al processo e di nuovo in galera? Bisognerebbe sapere quanto siano profonde quelle lesioni. Ma sicuramente il dolore sarebbe stato evidente. E per capire quando si siano verificate ci sarebbe da osservare l’emorragia attorno alle vertebre. 
Quella sera i genitori di Stefano sono scappati in ospedale ma fu spiegato loro – era la prima volta che si trovavano in quelle condizioni – che era un carcere a tutti gli effetti. Non era possibile vederlo, né avere notizie senza una carta del pm. La stessa cosa si sarebbero sentito dire la domenica mattina. Lunedì la carta non è ancora arrivata. «Ma perché è qui?», riescono a domandare a una poliziotta. «Non vi preoccupate, vostro figlio è tranquillo». Mercoledì arriva l’autorizzazione ma vale per il giorno successivo. Ma Stefano muore all’alba. All’ora di pranzo – un bel po’ di ore dopo – arrivano i carabinieri a portare il dispostivo per la nomina di un consulente di parte per gli “accertamenti urgenti non ripetibili”, l’autopsia. 
C’è qualcosa che non quadra. Ilaria ha sempre più domande in testa e nessuna risposta. La sera prima una volontaria le aveva telefonato per riferire un messaggio di Stefano. Voleva parlare con suo cognato, il marito di Ilaria, appunto. Il ragazzo cercava aiuto per affidare a qualcuno la sua cagnetta. «Ma quando esco la rivoglio», aveva precisato. Poi aveva chiesto un bibbia. «Noi siamo molto religiosi», conferma Ilaria. La volontaria non ha saputo dire granché delle condizioni fisiche di Stefano. Dice che era sempre sotto il lenzuolo. 
Dopo un’inutile corsa sotto la pioggia a Piazzale Clodio – «credevamo fosse lì l’autopsia» – Ilaria e i suoi arrivano al Pertini. Una dottoressa conferma la versione della volontaria: pare che Stefano stesse per ore sotto le lenzuola. «Non si voleva nutrire – ha detto – gli portavamo la carne ma lui la lasciava». E avrebbe rifiutato le cure. Suonano beffarde le parole della dottoressa ai genitori che nemmeno hanno potuto assistere un figlio moribondo: «Perché non vi siete rivolti a noi?». Dopo un braccio di ferro col posto di polizia, finalmente il pm autorizza i familiari a vedere la salma. Dietro il vetro divisorio, Stefano rivela il viso deformato, nero, «come bruciato». Un’occhio pesto, l’altro fuori dalle orbite, le ossa della mascella spostate. «Per forza non mangiava!», esclama la sorella. Il corpo era nascosto da un lenzuolo. L’autopsia è durata più di cinque ore e stavolta il pm ha negato ai consulenti di parte di effettuare foto. Ci saranno solo quelle del perito del pm. 
All’uscita dall’obitorio il medico di parte avrà poche parole. Conferma la natura traumatica degli ematomi sul viso ma nega emorragie interne. Insomma, quelle botte non spiegherebbero la morte. Sarebbe evidente una «sofferenza polmonare» ma per capire meglio si dovranno aspettare gli esami istologici, le cartelle cliniche, i rilievi tossicologici. Le domande di Ilaria sono troppe, e sempre più inquietanti.

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Rapporto Caritas–Migrantes: «L’Italia è sempre più multietnica»

Lavoro, sindacato e scuola vettori d’integrazione

Paolo Persichetti
Liberazione 29 ottobre 2009

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L’Italia è sempre più multietnica. Questa è la prima buona notizia che emerge dal rapporto Caritas-Migrantes presentato ieri. Spulciando il voluminoso dossier numerosi sono i dati che smentiscono pregiudizi e luoghi comuni sulla presenza dei migranti nel nostro Paese. Si contano circa quattro milioni e mezzo d’immigrati regolari, il 7,2 % dell’intera popolazione. Una cifra quasi raddoppiata nel giro di nemmeno quattro anni, grazie anche ai ricongiungimenti familiari. La percentuale delle presenze cresce se rapportata alle fasce d’età più giovani. Si arriva al 10% se si prende in considerazione la categoria dei minori e persone fino ai 39 anni. Più di un quinto della popolazione immigrata è costituito da minori (862.453 mila). Insomma una popolazione giovane, attiva, in piena capacità riproduttiva. L’età media degli stranieri è di ben 12 anni più bassa degli italiani, 31 anni contro 43. Quanto di meglio può augurarsi un Paese come il nostro, dal tasso di fertilità declinante, che vede la sua popolazione ingrigirsi. Insomma è grazie all’apporto delle popolazioni migranti che l’Italia può costruire il suo futuro. Da queste cifre derivano una serie di conseguenze importanti che ridisegnano la nostra geografia sociale e culturale. Secondo il dossier gli immigrati sono quasi un decimo degli occupati e contribuiscono per una quota analoga alla produzione di ricchezza, 9,5 di Pil. Ma attenzione, non “rubano” il lavoro ai nazionali, come la propaganda disinformata e fuorviante della destra e dei leghisti va raccontando. Il dato va correlato con la fascia d’età. In sostanza, i migranti occupano posti di lavoro dove manca manodopera italiana a causa anche del deficit di natalità (il tasso di attività, infatti, è superiore di 11 punti alla media nazionale). Il risvolto è anche l’alto tasso di sfruttamento cui sono sottoposti per la loro posizione d’origine, fragile e discriminata sul piano dei diritti (frequenti sono gli episodi di razzismo nei luoghi di lavoro). Condizione che li porta ad accettare un’ampia gamma di lavori nei settori meno appetibili e con qualifiche di basso livello. Realtà che li rende tra i più esposti a condizioni di rischio (143.651 infortuni soltanto nel 2008, dei quali 176 mortali). C’è però una novità importante. I circa due milioni lavoratori stranieri non accettano più supinamente questa condizione d’inferiorizzazione e così nel frattempo quasi un milione di loro si è sindacalizzato. Si tratta di un dato strategico che in prospettiva renderà multietnica la contraddizione capitale-lavoro. I due elementi tenderanno a sovrapporsi obbligando a pensare una nuova grammatica dei conflitti del lavoro. L’altro dato strategico è l’incremento del tasso di scolarizzazione dei figli d’immigrati, 7% del totale. 1 ogni 6 è romeno, 1 ogni 7 albanese, 1 ogni 8 marocchino. Tra questi almeno 4 su 10 sono nati in Italia, ben 7 su 10 sono alla materna. Nonostante l’arsenale di leggi xenofobe, la spinta dal basso alla conquista di un radicamento sociale di fatto sembra inarrestabile, grazie appunto al lavoro, la lotta sindacale e la scuola. Crescono i matrimoni misti, le condotte laiche, le ragazze puntano all’emancipazione economica individuale. Infine le cosiddette emergenze mediatiche alla resa dei conti si afflosciano: dagli sbarchi arriva meno dell’1% delle presenze regolari. Solo il 10% nell’ultimo anno. Quanto all’allarme criminalità è pura invenzione. Il numero delle denunce penali è fermo a quello di 19 anni fa. Non servono pacchetti sicurezza ma pacchetti integrazione, come ha dichiarato Monsignor Schettino, presidente della fondazione Migrantes alla presentazione del dossier. Il nostro Paese non ha mai avuto una vera politica migratoria.

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Stupro della Caffarella, il capo della mobile di Roma querela Liberazione

La tragica vicenda dello stupro della Caffarella non si è ancora conclusa nonostante l’identificazione tardiva e la condanna dei due veri stupratori. Non si sa ancora perché le indagini seguirono una pista sbagliata. Non si sa ancora perché uno dei due cittadini rumeni accusati inizialmente confessò il falso, autoaccusandosi e chiamando in causa un suo amico. C’è ancora in piedi un paradossale procedimento per autocalunnia. Non si sa quali furono le modalità che portarono il “biondino”, Alexandru Izstoika Loyos, a riferire circostanze che coincidevano solo con la prima versione dell’aggressione riportata dai due adolescenti vittime della violenza. Versione risultata poi non veritiera ed aggiornata successivamente dai due ragazzi aggrediti. Loyos non aveva partecipato alla violenza, era del tutto innocente, chi gli aveva dato allora quelle informazioni risultate poi inesatte che gli servirono per autoaccusarsi e accusare il suo amico, anch’egli del tutto estraneo? I due vennero scagionati dall’esame del dna. Entrambi hanno sempre raccontato di percosse, violenze e minacce subite dopo l’arresto. Tracce di contusioni e traumi al timpano vennero refertati dai medici del carcere.
Su tutte queste singolari circostanze si è abbattuta una coltre omertosa di silenzio. I due sono stati spinti a lasciare l’Italia e non tornare mai più. Nessuno indaga per fare luce. Ad essere sotto processo è invece Liberazione, quotidiano che ha seguito la vicenda. A chiamarla in tribunale è stato il capo della mobile romana, Vittorio Rizzi. Nei giorni dell’inchiesta tutti i più importanti quotidiani nazionali e romani hanno dedicato paginate intere sulle indagini. I più importanti commentatori non hanno risparmiato critiche ruvide all’inchiesta. Le cronache hanno raccontato gli errori, le ambiguità, la fretta eccessiva degli inquirenti, la voglia di protagonismo di alcuni di loro, le pressioni della politica sulle indagini. Tuttavia nessuno di questi quotidiani è stato chiamato in giudizio. Soltanto Liberazione, a cui il dottor Rizzi sembra voler attribuire i clamorosi errori incorsi durante l’indagine, accusandola di volergli rovinare la carriera, ha ricevuto questo onore

Le puntate della montatura poliziesca
Stupro della Caffarella, il capo della mobile di Roma querela liberazione
Caffarella: l’uso politico dello stupratore
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La fabbrica dei mostri
Racs innocente e senza lavoro

Cosa si nasconde dietro la confessione di Loyos?
Stupro del Quartaccio, scarcerato Racs

Stupro della Caffarella
Negativi i test del Dna fatti in Romania
Racs non c’entra

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Parlano i conoscenti di Racs
La difesa di Racs denuncia maltrattamenti

L’accanimento giudiziario
Non esiste il cromosoma romeno
Tante botte per trovare prove che non ci sono
Quando il teorema vince sulle prove
L’inchiesta sprofonda
È razzismo parlare di Dna romeno
Quartaccio-Caffarella, l’uso politico dello stupro

Alemanno: “sono rom me l’ha detto la questura”. Nemmeno 24 ore e i colpevoli sono già pronti

Il capo della Mobile: minacce non riscontrate. Lo scrittore: ho una condanna a morte

Il capo della Mobile: minacce non riscontrate. Lo scrittore: ho una condanna a morte.
L’intervista del poliziotto sul «Magazine» del Corriere: «Saviano non doveva avere la scorta»

Fulvio Bufi
Corriere della sera 14 ottobre 2009

NAPOLI – Il titolo che i lettori del Corriere troveranno giovedì 15 a pagina 78 del Maga­zine, a introdurre «L’intervi­sta » di Vittorio Zincone, è: «Sa­viano non doveva avere la scorta». Nell’occhiello c’è il no­me e cognome di chi sostiene questa tesi: Vittorio Pisani, ca­po della Squadra Mobile di Na­poli.

 Pisani è un funzionario di grande spessore e sicuramen­te di grande futuro. Un patri­monio della Polizia, se a nem­meno quarant’anni (oggi ne ha 42) gli fu affidato il coman­do di uno degli uffici investi­gativi più importanti d’Italia. È un calabrese taciturno e po­co avvezzo alla ribalta media­tica, ma nell’intervista a Maga­zine sceglie di incamminarsi su un terreno che inevitabil­mente proprio su quella ribal­ta lo espone. Andare contro­corrente sul tema Saviano è impegnativo. Però Pisani non parla per sentito dire. Spiega: «A noi della Mobile fu data la delega per riscontrare quel che Saviano aveva raccontato a proposito delle minacce rice­vute. Dopo gli accertamenti demmo parere negativo sul­l’assegnazione della scorta». E in tre anni non sembra aver cambiato idea: «Resto perples­so quando vedo scortare per­sone che hanno fatto meno di tantissimi poliziotti, magistra­ti e giornalisti che combatto­no la camorra da anni». Nem­meno di Gomorra pare entu­siasta: «Ha avuto un peso me­diatico eccessivo rispetto al valore che ha per noi addetti ai lavori». 

È la prima volta che un uo­mo dello Stato mette in di­scussione il fenomeno Savia­no, sia per quanto avrebbe in­ciso con il suo libro nella lotta alla camorra, sia per i rischi ai quali quel libro lo avrebbe esposto. Ma Pisani rischia di rimanere solo. Saviano, con­tattato dal Corriere per una re­plica, sceglie ufficialmente il silenzio, ma è chiaro che l’ha presa malissimo. E comun­que ci tiene a far sapere di ave­re avuto in questi anni confer­me di essere stato condanna­to a morte dai casalesi, anche da persone in passato vicine al clan capeggiato da France­sco «Sandokan» Schiavone e dai superlatitanti Mario Iovi­ne e Michele Zagaria.

 Non risponde direttamente a Pisani, ma prende chiara­mente le distanze, invece, il procuratore di Salerno Franco Roberti, fino a pochi mesi fa capo della Direzione distret­tuale antimafia di Napoli. «Non commento l’opinione personale del dottor Pisani – dice – ma vorrei ricordare che il comitato presieduto dal prefetto che assegnò la scorta a Saviano lo fece sulla base di una serie di informazioni an­che confidenziali e tutte con­vergenti. E quindi non ho dubbi che lo siamo di fronte a un soggetto da proteggere as­solutamente». 

Del resto la decisione di as­segnare o meno la scorta a qualcuno viene presa anche considerando un contesto am­bientale che può non avere ri­scontri certi dal punto di vista giudiziario. Per esempio non sono mai stati individuati gli autori delle scritte contro Sa­viano sui muri di Casal di Principe, né dei volantini tro­vati nella buca delle lettere dei genitori dello scrittore. Ma quegli episodi rappresen­tano una minaccia. Come fu una minaccia il proclama in aula durante il processo Spar­tacus contro Saviano, il giudi­ce Raffaele Cantone e la gior­nalista Rosaria Capacchione. Per quell’episodio, però, un ri­svolto giudiziario c’è e c’è un’inchiesta che vede imputa­ti Iovine e l’altro boss dei casa­lesi Francesco Bidognetti. Ar­chiviata, invece, l’indagine sulla preparazione di un atten­tato con autobomba per ucci­dere lo scrittore. Se ne parlò come della confidenza di un pentito, ma in realtà non era vero niente. Non solo l’orga­nizzazione dell’attentato ma nemmeno la confidenza del pentito.

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Pisani: «Vi spiego perché ero contrario alla scorta per Roberto Saviano»

Il capo della Mobile di Napoli: controproducente la figura dell’eroe solitario

Vittorio Zincone
Corriere del Mezzogiorno 14 ottobre 2009


Vittorio Pisani, 42 anni, capo della Squadra Mobile di Napoli, mi accoglie nella sua stanza sommersa dai modellini di auto della polizia. (…) Nell’era di Roberto Saviano, scrittore anti­camorra, star dei teatri, sotto scorta, osannato dalle piazze e dai lettori, appena cito Gomorra, Pisani sbuffa: «Già… questo Gomorra». Lui non ce l’ha con Saviano, ma brechtianamente col savianismo. Ricordate la riga arcinota di Brecht nella Vita di Galileo? «Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi».

Partiamo da qui. Pisani, che cosa c’è che non va con Gomorra?
«Il libro ha avuto un peso mediatico eccessi­vo rispetto al valore che ha per noi addetti ai lavori».

Saviano ha permesso ai non addetti ai lavo­ri di conoscere una realtà criminale mostruo­sa.
«E questo è un merito. Ma nel libro ci sono inesattezze».

È un romanzo. E ora Saviano vive sotto scorta, in una caserma. È amatissimo, ma fa una vita infame.
«A noi della Mobile fu data la delega per ri­scontrare quel che Saviano aveva raccontato a proposito delle minacce ricevute. Dopo gli ac­certamenti demmo parere negativo sull’asse­gnazione della scorta».

Saviano è stato minacciato pubblicamente durante un’udienza del processo Spartacus.
«Io faccio anticamorra dal 1991. Ho arresta­to centinaia di delinquenti. Ho scritto, testimo­niato… Beh, giro per la città con mia moglie e con i miei figli, senza scorta. Resto perplesso quando vedo scortate persone che hanno fatto meno di tantissimi poliziotti, carabinieri, magi­strati e giornalisti che combattono la camorra da anni. Non ho mai chiesto una scorta. Anche perché non sono mai stato minacciato. Anzi, quando vado a testimoniare gli imputati mi sa­lutano dalle celle».

Ripeto: Saviano le minacce le ha ricevute.
«Bisognerebbe avere il coraggio di andare a cercare la giusta causa della minaccia».

E quale sarebbe secondo lei?
«Non lo so. Ma nel rapportarsi con la crimi­nalità organizzata ci sono regole deontologi­che, come il rispetto della dignità umana, che vanno rispettate».

Potrebbe essere più chiaro? Un esempio?
«Quando ho bussato alla porta di un superla­titante per arrestarlo, lui mi ha chiesto di aspet­tare un minuto perché la moglie era svestita. Io gli ho proposto di far entrare due agenti don­ne. Lui ha acconsentito e ringraziato».

Ammetterà che l’arresto di un super lati­tante e la denuncia giornalistica di un crimi­ne, sono un po’ più importanti del bon ton con cui li si effettua.
«Certo. Ma ci sono modi e modi. E poi, a pro­posito della vita sotto scorta, dare un’immagi­ne eroica della lotta alla criminalità rischia di essere controproducente».

L’eroe anticamorra dà speranza. E aiuta a sensibilizzare i cittadini sui fenomeni crimi­nali.
«Ma rischia di allontanarli da una collabora­zione reale con lo Stato. Noi dobbiamo trasmet­tere sicurezza. Se un cittadino vede che chi combatte la criminalità per professione ha biso­gno di vivere blindato sotto scorta, pensa: “Io, che sono indifeso, non posso fare nulla”».

Ora è da cinque anni a capo della Squadra Mobile di Napoli. Dopo la guerra di Scam­pia…
«La città è più pacificata. Quasi tutti i capi clan sono detenuti e non c’è più la sensazione di impunità di un tempo. Si è passati da 250 a 70 omicidi l’anno».

Un numero mostruoso di morti.
«Se si pensa che a Napoli ci sono circa 70 clan, non sono nemmeno troppi».

In alcune zone lo Stato non ha nessun con­trollo. A Secondigliano gli spacciatori fanno quello che vogliono.
«Siamo poco incisivi anche perché il costo del delitto, e cioè la possibilità di finire in carce­re per molto tempo, è ridicolo rispetto alla faci­lità con cui si crea profitto».

Il primo crimine di cui si è occupato?
«Una rapina al centro tecnografico delle Po­ste. I ladri scapparono, ma recuperammo i 52 miliardi di refurtiva. Dopo quattro mesi sulle volanti, passai alla Squadra Mobile».

Lì, di che cosa si occupava?
«Ho cominciato con la sezione Omicidi. Per strada. Poi la sezione Catturandi, quella che dà la caccia ai latitanti, e la Sezione reati economi­ci. Nel ’97, a trent’anni, ero capo della Omicidi. Sono stato promosso per merito straordina­rio ».

Quale era questo merito?
«Ricostruimmo la cosiddetta “Alleanza” di Secondigliano. Arrestammo i latitanti Giusep­pe Lo Russo, Pietro Licciardi, Gaetano Bocchet­ti ed Egidio Annunziata. Subito dopo venni in­dagato ».

Lei? E perché?
«Omissione di atti di ufficio. Ero in contatto telefonico con il latitante Guglielmo Giuliano».

Super esponente di un clan camorrista.
«Era un confidente, leale. Ora è collaborato­re di giustizia. Il questore Arnaldo La Barbera mi disse: “Nel nostro mestiere l’accusa che ti fanno vale più di un encomio”».

Come ne uscì?
«Pulito. Ma lasciai Napoli. Andai al Servizio Centrale Operativo (Sco) di Roma. Mi diedero l’incarico di cercare il contrabbandiere puglie­se Francesco Prudentino. Lo arrestammo nel di­cembre del 2000, dopo sei mesi di caccia, in Grecia. Tre anni dopo feci il concorso per diven­tare primo dirigente. E arrivai primo». (…)

Qual è l’arma più importante in mano a un investigatore?
«Dipende dal delitto. Ma penso che i confi­denti siano l’arma in più».

Per l’eccessiva vicinanza di alcuni agenti ai confidenti dei clan, la Mobile di Napoli è sta­ta “chiacchierata”. (…)
«Falsi moralismi».

Lei gira con la pistola?
«Certo».

Ha mai sparato?
«Una volta. Per avvertimento».

Le hanno mai sparato?
«Sì. Senza colpirmi. Eravamo intervenuti su segnalazione di un confidente per sventare l’in­cendio di un negozio di bibite. Cominciarono a partire colpi nella nostra direzione. Non riu­scendo a individuare chi ci sparava, non rispon­demmo al fuoco».

Qual è l’arresto che le ha dato più soddisfa­zione?
«Quello degli assassini di Silvia Ruotolo e di altre persone uccise per errore. Beccare i colpe­voli di un delitto in cui la vittima è una persona per bene è il top».

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A CasaPound non piace la verità

CasaPound non gradisce la troppa pubblicità sui finanziamenti ottenuti dal comune di Roma
Botta e risposta con Liberazione

 

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Sponsor di CasaPound – Marcello Dell’Utri


Richiesta di rettifica ai sensi dell’art. 8 L. 47/48.

Nella qualità di Presidente e legale rappresentante pro tempore dell’Associazione di Promozione Sociale CasaPound Italia, Vi diffido a rettificare, nei termini e modi di legge, il contenuto dell’articolo «Roma, Giovane Italia dopo l’attentato vuol chiudere Radio Onda Rossa», a firma di Paolo Persichetti, da Voi pubblicato nell’edizione del 3 ottobre 2009, alla pagina 4, pubblicando con il medesimo rilievo e uguale posizione, il seguente testo in corsivo: «Si precisa che non è esatto quanto riportato, a pagina 4 dell’edizione del 3 ottobre 2009, nell’articolo “Roma, Giovane Italia dopo l’attentato vuol chiudere Radio Onda Rossa”, e cioè che l’azione politica di CasaPound sia architettata al solo scopo di garantire agli associati un ingresso nel Pdl per non restare fuori “dai giochi e soprattutto dalla torta dei soldi che arrivano dal sottogoverno”. Vero è, infatti, che l’attività politica, sociale e culturale dell’associazione, finanziata esclusivamente dai contributi degli associati, mira a proporre un nuovo rivoluzionario concetto politico, l’Estremocentroalto, e che, a tal fine, la stessa associazione è pronta a dialogare e confrontarsi con chiunque, senza volgari pregiudizi né puerili pregiudiziali». In mancanza di un Vostro riscontro entro i termini di legge, Vi preannuncio sin d’ora l’intenzione di adire l’autorità giudiziaria al fine di ottenere giusta tutela dei diritti dell’associazione.

Gianluca Iannone

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Perché avete così paura che si parli dei soldi ricevuti attraverso un bando comunale?

Perché mai negare così nervosamente l’evidenza? Che CasaPound faccia parte di quella sessantina di associazioni, che dopo un bando sono entrate nella graduatoria dei finanziamenti stanziati lo scorso agosto – con procedura del tutto anomala – dalla presidenza del consiglio comunale di Roma, è un fatto pubblico attestato da una delibera per «Attività culturali, sportive e folcloristiche». Per altro, in una risposta polemica alle dichiarazioni fatte dal sindaco Alemanno sulla necessità di ridiscutere il “finanziamento” a CasaPound, dopo che una giornalista si era vista vietare l’ingresso all’incontro-dibattito con Marcello Dell’Utri sui ”diari del Duce”, organizzato nella sede romana di via Napoleone III, lo stesso Iannone aveva precisato che «della vittoria di un bando» si trattava. Appunto!
Certo brucia non essere più i primi della classe, non poter più vantare l’aristocratica purezza di chi rivendica per se “etica, epica ed estetica”, ma si è piegato alla pratica plebea di ricevere denaro pubblico, come normali clientes. Quanto al resto, le coloriture futuriste, le provocazioni dannunziane, la postura superomista, lo stile scapigliato, spostano di poco la sostanza politica di un gruppo che agita simbologie tutte interne al blocco sociale della destra di governo e conduce con brio la marcia d’avvicinamento-dialogo con l’area multiforme del Pdl. Insomma siamo sempre lì, nel cortile del Palazzo, all’Estremocentroalto, come lo chiamate, che non è in politica quello che nel calcio ha rappresentato la «bizona» del mitico Oronzo Canà, col suo rivoluzionario modulo 5-5-5, ma qualcosa che dietro l’iperbole della formula nasconde una visione inquietante.
«Noi ci permettiamo il lusso di essere aristocratici e democratici; conservatori e progressisti; reazionari e rivoluzionari; legalitari e illegalitari; a seconda delle circostanze, di tempo, di luogo, di ambiente, in una parola di “storia” nelle quali siamo costretti a vivere e ad agire». Lo diceva un tale nel 1922. Anche lui cercava posizioni «regali e sovrane, al di là degli opposti sbandamenti», anche lui elogiava «la vita come ascesa», anche lui immaginava «la partecipazione per base, la decisione per altezza e la selezione per profondità» e rifiutava «l’attrazione morbosa per l’informe e il deforme». Anche lui praticava «l’Estremocentroalto». Si chiamava Benito Mussolini. Appunto.

Paolo Persichetti

cana

Lino Banfi nei panni del mitico Oronzo Canà

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Sbagliato andare a Casapound, andiamo nelle periferie
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Suicidi in cella, il governo maschera le cifre

Per il sottosegretario alla Giustizia Caliendo
«solo 37 suicidi» nel 2009

Replica di Ristretti orizzonti, «già 46»

Paolo Persichetti
Liberazione
12 ottobre 2009

opg-si

Nelle carceri italiane si muore troppo spesso. Nelle carceri italiane ci sono tanti suicidi. Che cosa fanno il ministero della Giustizia e la Direzione dell’amministrazione penitenziaria per risolvere il problema? Oltre a diramare circolari che intasano matricole e archivi degli istituti di pena, ricorrono a degli espedienti meschini come la cosmesi linguistica. Cambiano denominazione alle cause dei decessi.
Se un detenuto è anziano e gravemente malato, finisce che l’indagine amministrativa interna addebiti la sua morte a «cause naturali». Se un altro tenta d’impiccarsi, ma muore durante il trasporto in ospedale, il decesso non è più considerato un suicidio. Diventa la conseguenza di un malore. Un modo burocratico per scaricare noie e problemi eventuali, abbassare il livello di allarme, distogliere l’occhio dei media da quel che accade dentro le mura di cinta. Nella casa circondariale di “Villa Fastiggi”, a Pesaro, l’11 novembre 2008 una detenuta, Francesca Balzelli, si è tolta la vita aspirando gas da una bomboletta. L’inalazione di gas è molto pericolosa perché l’intossicazione da idrocarburi volatili innesca meccanismi d’asfissia. Insomma vi è un rischio di morte molto alto. I detenuti lo sanno benissimo. E se alcuni ricorrono ancora a questo metodo per sballarsi, perfettamente consapevoli del rischio, altri lo fanno chiaramente per suicidarsi. Una morte più dolce rispetto alla brutale violenza dell’impiccagione. Questa incertezza sulle ragioni ultime che spingono i carcerati, in genere con problemi di tossicodipendenza o alcolismo, a sniffare gas, viene utilizzata dal Dap come un pretesto per evitare la parola suicidio. Che questo comportamento, quale che sia il suo esito, configuri comunque un desiderio di autodistruzione, è sottaciuto. Sui referti compare un altro termine: «malore», «collasso», «arresto cardiocircolatorio». Così non c’è notizia, viene meno il rischio di clamori mediatici, di campagne sulle condizioni di vita dentro le prigioni, sul sovraffollamento. Rispondendo a una interrogazione della parlamentare radicale Rita Bernardini, il sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, ha liquidato la morte della Balzelli alludendo proprio alla tossicodipendenza della reclusa, sottoposta per questo a terapia ansiolitica. Secondo il magistrato e senatore del Pdl, la detenuta avrebbe assunto gas «come succedaneo di sostanza stupefacente». Risultato finale: un morto in più e un suicidio in meno. Un gioco di prestigio insomma. Con questo trucchetto Caliendo ha raccontato in commissione la favola «dell’impegno profuso dall’Amministrazione» per rivendicare un calo dei suicidi. Dai 45 del 2007 ai 37 registrati fino ad oggi. Solo che alla fine i conti non tornano. In una nota diramata da Ristretti orizzonti, si precisa che i casi di suicidio documentati sono già 46, mentre altre 10 segnalazioni attendono conferma. E mancano ancora tre mesi alla fine dell’anno.

Link

Suicidi in carcere, detenuti orfani della politica. Recensione al libro di Ristetti orizzonti

Cronache carcerarie