Irriducibili a cosa?

Dieci anni fa, la mattina del 14 gennaio 2013 moriva Prospero Gallinari mentre si stava recando al suo posto di lavoro. Nato a Reggio Emilia nel 1951 in una famiglia contadina di forte tradizione comunista si era accostato giovanissimo alla politica. Entrò nella Federazione giovanile comunista dove fece le sue prime sperienze quindi si avvicinò al gruppo dell’«Appartamento», dove un gruppo di giovani comunisti di Reggio Emilia inizia a porsi domande, studiare, guardarsi intorno per uscire dalle secche del togliattismo, scoprire l’onda di rivolta del 68, la ricchezza dei nuovi pensieri del neomarxismo. Entra così nel Collettivo politico metropolitano, poi Sinistra proletaria. Due concezioni diverse dell’organizzazione e del modo di fare lotta armata portarono alla divisione del gruppo. Gallinari andò a lavorare a Torino e seguì i militanti che verrano poi ricordati come quelli del «Superclan», mentre gli altri fondavano le Brigate rosse. Una scelta che poi definita «sbagliata». Due anni dopo ritroverà i suoi vecchi compagni emiliani che avevano dato vita all’esperienza brigatista. Verrà mandato a lavorare alla Montedison di Marghera dove si stava mettendo in piedi la prima colonna veneta. Nella estate del 1974 giunse a Roma con Alberto Franceschini e Fabrizio Pelli per  mettere in piedi una nuova colonna e organizzare il sequestro di un politico democristiano. E’ la prima discesa della Br nella Capitale. L’esperienza terminò presto perché Franceschini fu arrestato insieme a Curcio l’8 settembre successivo, a Pinerolo, a seguito della trappola messa in piedi dai carabinieri con Silvano Girotto. Lasciata Roma, tornò al Nord con Pelli per riorganizzare il gruppo: destinazione Torino dove però, nel novembre del 1974, viene arrestato in compagnia di Alfredo Bonavita. Due anni più tardi riuscì ad evadare dal carcere e raggiungere di nuovo le Brigate rosse. Dopo un primo soggiorno a Firenze, tornò di nuovo nella Capitale dove prese la guida della colonna romana appena costituita e partecipò al sequestro Moro. Nel settembre del 1979 viene arrestato durante un conflitto al fuoco nel quale rimase gravemente ferito alla testa. Riesce a sopravvivere e riacquistare le sue capacità nonostante la grave lesione. Condannato a tre ergastoli, dopo diciassette anni di carcere, perlopiù trascorsi in sezioni speciali, ottenne una iniziale sospensione pena per gravissime condizioni di salute e una successiva detenzione domiciliare, sempre per motivi di salute dovuti alle conseguenze ma superate per la ferita al capo, con la possibilità di lavorare part time in una tipografia. 
I suoi funerali scatenarono polemiche e censure nel mondo politico, sui giornali e la Tv, addirittura venne aperta una inchiesta dalla magistratura. Ci furono persone identificate e fermate dopo la cerimonia mentre rientravano nei loro luoghi di provenienza.
Sabato prossimo in occasione dell’uscita della nuova edizione del suo libro di memorie, Un contadino nella metropoli, editore Pgreco, si terra una iniziativa in suo ricordo presso l’ex Csoa ex Snia, via Prenestina 173.


Irriducibili a cosa? Una risposta a Benedetta Tobagi…


In nome di quale presente abbiamo il diritto di giudicare il nostro passato?

Roland Barthes

di Paolo Persichetti

C’è una parola che mette molta paura: quella di «irriducibile». Si è scritto tanto attorno a questo termine nei giorni scorsi, dopo la morte e la cerimonia di saluto a Prospero Gallinari, momento in cui i cosiddetti irriducibili, cioè quelli che sono stati descritti come gli indefessi, gli ostinati e gli irremovibili, altrimenti detto «coloro che non hanno mai fatto i conti col passato», e dunque per questo ritenuti ottusi e tetragoni testimoni della stagione rivoluzionaria degli anni 70, sarebbero sorprendentemente riemersi – cosa ancor più preoccupante – in folta compagnia.
Ne ha scritto su Repubblica in due occasioni, il 15 (qui) e il 24 gennaio (qui), Benedetta Tobagi, di fresca nomina al cda della Rai e proiettata, forse un po’ troppo in fretta, nel ruolo di amministratrice della memoria di quel decennio.

Irriducibile: un termine estraneo al lessico della lotta armata
Eppure contrariamente a quanto si è scritto in passato e si continua a scrivere, l
a parola «irriducibile» non appartiene al lessico brigatista. La diffusione di questa etichettatura ha contribuito non poco a fornire una immagine distorta della cultura politica dei militanti che hanno preso parte alla lotta armata. Proviamo a vedere perché.
Il lemma, in realtà, ha svolto una funzione centrale nel vocabolario dell’emergenza giudiziaria e penitenziaria. E’ un conio dello stato di eccezione italiano, impiegato dalla magistratura, utilizzato dai corpi di polizia e dall’apparato carcerario e, in seguito, divenuto di uso comune nel mondo dei media per classificare i prigionieri politici che hanno rifiutato di sottomettersi alla legislazione premiale e differenziale: la delazione remunerata dei collaboratori di giustizia (i cosidetti “pentiti”) e l’abiura, anch’essa remunerata, la cosidetta dissociazione.
Irriducibile, era e resta, chi ha rifiutato di accedere a queste due categorie. Un’area, quella della «irriducibilità», che include figure e generazioni molto diverse tra loro per opinioni politiche e atteggiamenti (sul perdurare o meno dello scontro armato e sull’analisi della società).
Per intenderci: sono considerati irriducibili i cosidetti “continuisti”, cioè coloro che hanno mantenuto ferma la convinzione nel proseguimento della lotta armata anche di fronte ai radicali mutamenti sociali e geopolitici intervenuti nel corso degli anni 80, al pari di quelli che si sono pronunciati in favore di una discontinuità, di un oltrepassamento dell’esperienza armata, o di quelli che in forme varie, anche meno visibili pubblicamente, hanno ritenuto conclusa l’esperienza della lotta armata avviando altri percorsi non più, o non sempre, politici, ricollocando il loro impegno – quando hanno pututo – su terreni civili, sociali e culturali.
Ciò che accumuna quest’area pluriversa, etichettata comunque come “irriducibile”, è dunque il rifiuto delle logiche inquisitoriali dell’emergenza giudiziaria. Nulla a che vedere con lo stereotipo riportato da Benedetta Tobagi nei suoi articoli (ma anche da altri), ovvero: «significato storico assunto dall’aggettivo, sostantivato per designare il terrorista o detenuto politico “che non recede dalle proprie convinzioni”». Lì dove per «recedere» – è bene sottolineralo – non si deve intendere una libera azione riflessiva, una disposizione dell’animo, un afflato della coscienza, un soprassalto dello spirito, che potrebbe ispirare e accompagnare nobili percorsi di distacco interiore, momenti d’autocritica assolutamente disinteressati, autonomi e genuini, ma l’adesione ai dispositivi di assoggettamento previsti in sede penale e penitenziaria, attraverso una lunga serie di decreti e dispositivi legislativi di tipo premiale, varati tra il 1979 e il 1987, che introducendo trattamenti differenziali hanno incrinato il principio di eguaglianza di fronte alla legge e trasformato l’inchiesta, il processo e il carcere, da sedi di verifica e ricerca della prova o di svolgimento della pena, in mercati delle indulgenze, fiere dello scambio politico, luoghi dove si riceve un po’ di futuro in cambio del proprio passato. Qualcosa di assolutamente opposto ad ogni storicizzazione o esercizio libero ed autonomo della critica.
Diceva a tale proposito Jeremy Bentham che «la sfera della ricompensa è l’ultimo asilo dove si trincera il potere arbitrario».
Se ancora le parole hanno un senso, in questa epoca dove ormai il senso sembra aver perso ogni parola, la nozione di irriducibilità dovrebbe designare l’emergenza giudiziaria, il protrarsi ad oltre tre decenni di distanza degli irrisolti penali, degli ergastoli, degli esiliati, gli ukaze contro la parola degli ex militanti di allora. Irriducibile è la memoria giudiziaria che dopo tanti decenni ha sovrapposto all’oblio penale l’oblio dei fatti sociali e alla memoria storica la memoria giudiziaria.

«Negli ultimi dieci anni l’Italia aveva subito la più radicale trasformazione socio-economica dal dopoguerra ed erano cambiati sia i soggetti sociali e politici delle lotte da cui erano nate le Br, sia i presupposti della nostra strategia rivoluzionaria. Prendere atto di queste trasformazioni era una necessità storica che valeva per me, quanto per chi desiderava seriamente interrogarsi sul significato di ciò che era successo. A quel punto la parola “irriducibile” non connotava nessuna realtà sociale. Era un trucco del linguaggio. A cosa si sarebbe dovuti essere “riducibili”? Secondo il potere, alla dissociazione: nel senso che non si era più irriducibili se si diventava dissociati!».

Renato Curcio (intervistato da Mario Scialoja), A viso aperto, Mondadori 1993, p. 209

«L’abiura è come un’eco lunga, un discorso che ricomincia sempre dallo stesso punto, un rimbombo senza fine. Essa nasconde, non svela. Dirò una cosa che vorrei provocasse quelli della mia generazione. Quel che è avvenuto negli anni Settanta è roba nostra, non puoi glissare. I dissociati glissano. Mentre sarebbe stato possibile – difficile ma possibile – fare tutti assieme una riflessione vera, completa, senza rimozioni, dichiarando che era finita. Perché il progetto era realmente fallito, questo era chiaro, anche a quelli che continuarono non potendo far altro.[…] Fare questo dibattito sul serio e fino in fondo significava assumersi la responsabilità politica di tutto mentre si chiudeva tutto. E quanti erano disposti a farlo? Fra di noi e fuori di noi? Appena si fosse arrivati a una discussione seria anche sul modo con il quale si reagì al fenomeno Br e lo si combatté, coloro che non vogliono fare i conti con quegli anni, avrebbero inchiodato la discussione con i soliti falsi misteri che servono a impedire che se ne parli. Avrebbero fatto e detto di tutto contro di noi – nella sconfitta, ci ricorda la scuola dei cinici, chi ha perso non solo ha perso, ma deve essere cancellato, deformato, annichilito».

Mario Moretti (intervisatto da Rossana Rossanda e Carla Mosca), Brigate rosse, una storia italiana, Abanasi 1° edizione 1994, pp, 252 e 254

«Siamo al culto della delazione, alla canonizzazione dei collaboratori di giustizia. E in parte è colpa mia. Le confesso una cosa: ogni sera io recito un atto di dolore per aver contribuito, negli anni Settanta, alla diffusione di questo modo di fare giustizia […] Sa, sto pensando di presentare un disegno di legge per cambiare le cose: prendo le regole dell’Inquisizione di Torquemada e le traduco in italiano moderno. Ci sono più garanzie in quelle che nel nostro codice di procedura penale».

Francesco Cossiga, La Stampa, 19 aprile 1995

Che cosa vuol dire irriducibile?
Il primo significato suggerito dal vocabolario online della Treccani (qui) e ripreso anche dalla Tobagi nel suo articolo è, «Che non si può ridurre, cioè rimpiccolire, restringere, ricondurre a una forma più semplice». Altrimenti detto schiacciare. D’altronde l’etimologia è chiara: la particella prefisso “ir”, davanti a parole che inizano con “r” – spiega il dizionario etimologico – assume valore di negazione del significato positivo del termine corrispondente all’interno del quale è comunque ricompreso, a meno che il lemma non abbia assunto una sua rilevanza ed autonomia significative. Esempio: raggiungibile/irraggiungibile; razionale/irrazionale; resistibile/irresistibile, riguardoso/irriguardoso; rilevante/irrilevante.
Per esser chiari: irriducibile vuol dire «non riducibile», dunque che non può essere o non si lascia ridimensionare, che non può essere semplificato, banalizzato, appiattito, livellato. Per estensione: omologato, adattato, limitato, forzato, formattato, obbligato, impoverito.
E siccome le parole hanno senso solo se calate nel contesto in cui sono state coniate per fornire una definizione, in carcere irriducibile è colui che non si lascia piegare dalla disciplina punitiva dell’emergenza, è colui che resiste e oppone al tentativo di riduzione, di adattamento e formattazione ai valori dominanti, all’omologazione della norma, la ricchezza della propria esperienza, della storia dai cui proviene. In questo contesto irriducibile è sinonimo di complessità, estensione, espansione, molteplicità, stratificazione, sfumatura.
Irriducibile è quando ti si vuole imporre una forma e tu ti opponi perché ne contieni mille altre. Non a caso Benedetta Tobagi per contestare una cosa del genere è costretta a definire l’irriducibile, colui che «non depone l’armamentario ideologico per riconoscersi nei principi dello Stato costituzionale», come se lo Stato costituzionale – stando a quelli che sono i suoi postulati teorici – possa conciliarsi con il suo contrario, un assoluto etico a cui tutti devono uniformarsi, dove non c’è spazio sociale o pubblico autonomo e separato dallo spazio statale e quindi tutto ciò che è autonomia, figuriamoci critica, diventa immediatamente una forma di sovversione dell’etica istituzionale costituita.
Di irriducibili è piena la storia, pensate a Galileo e Giordano Bruno.

«La storia, si è già detto, è stata sempre quella narrata dai vincitori. Bisognerebbe aggiungere e precisare che i suoi scrittori sono spesso reclutati fra gli sconfitti o i trasfughi, i quali in tal modo si trasformano in uomini vinti. A quanto pare, la lezione fornita dall’uomo vinto è alla base della nostra memoria. E oggi, per tanti aspetti, è come se ci trovassimo in una situazione fondativa, analoga a quella dei primi secoli della nostra era.
La storia degli eretici, per esempio, ci è stata raccontata soprattutto dai loro grandi nemici, gli eresiologi, e sulla visione di costoro si è fondata l’ortodossia; ma bisogna ricordare che la maggior parte di questi eresiologi furono degli eretici o dei pagani pentiti come l’ex manicheo sant’Agostino, così diventato potente vescovo di Cartagine, o l’ex pagano sant’Ireneo vescovo di Lione, autore di un testo – Contro le eresie – d’importanza fondamentale per la storia dell’ortodossia cristiana. Si potrà ricordare lo storico degli ebrei Flavio Giuseppe. Egli e i suoi compagni rimasero accerchiati dai romani e decisero di suicidarsi per non consegnarsi al nemico. Per ultimo rimase proprio Giuseppe; cambiò idea, passò dalla parte dei romani e si mise a scrivere la storia degli ebrei… per i romani, benignamente trattato dall’imperatore Vespasiano e aggiungendosi il nome Flavio».

Vincenzo Guagliardo, Dei dolori e delle pene, Sensibili alle foglie 1997, p. 89

Fare i conti?
Una delle caratteristiche dell’irriducibile, scrive Benedetta Tobagi, è la sua incapacità di saper fare i conti col passato.
Ma cosa vuol dire “fare i conti” ? Un giurista tedesco, Helmut Quaritsch (Giustizia politica, Giuffré 1995) lo spiegava all’incirca in questo modo:

«Fare i conti» va inteso come espressione che contiene un concetto comprensivo che include in sé la nozione di elaborazione e di superamento del passato. Processo non conclusivo, lì dove esso è legato al problema della ricerca storica, della coscienza della memoria, ma anche chiusura lì dove la riflessione giuridica configura la presenza di una componente formale di decisione e procedura del superamento del passato che si esprime nelle sentenze ma anche nelle amnistie».

Tobagi irr

Per saperne di più
Prospero Gallinari, il saluto, la storia. Interventi e riflessioni

Due anni fa moriva Franca Salerno storica militante dei Nap

showimg2-2-cgiFranca Salerno, militante dei Nap durante gli anni 70, sedici anni di carcere duro sulle spalle, un figlio nato in prigione poco dopo l’arresto, moriva due anni fa a Roma dopo aver resistito a lungo contro la malattia. Antonio, il figlio che aveva tenuto con sé in cella nei primi anni di vita l’aveva perso cinque anni prima, ormai uomo e impegnato politicamente in uno dei centri sociali della Capitale, l’Acrobax, portato via da un incidente sul lavoro. Le foto d’archivio in bianco e nero di Maria Pia Vianale e Franca Salerno col bimbo nel grembo, riprese mentre sorridono dietro la gabbia di un’aula giudiziaria, provocano oggi quasi un senso di vertigine. Una distanza siderale le separa dalle figure femminili che la cronaca politica diffonde in questi giorni. Vianale e Salerno furono le prime donne ad evadere. Era il 22 gennaio 1977 quando, aiutate da altri tre militanti giunti dall’esterno, scalarono le mura del carcere di Pozzuoli. Impresa pagata a caro prezzo. Dopo quella fuga i loro volti furono diffusi ovunque e la loro cattura divenne un’ossessione per le forze di polizia. Franca Salerno ebbe modo di raccontare anni dopo che al momento dell’arresto: «se non ci fosse stata la gente a guardare dalle finestre sarebbe stata un’esecuzione. Ero incinta e mi picchiarono. Erano fuori di sé perché eravamo donne. Averci prese, per loro, era una vittoria anche dal punto di vista maschile»… Continia a leggere


Per saperne qualcosa di più
Morta Franca Salerno, storica militante dei Nap

Vaglielo a spiegare, oggi, che quarant’anni
anni fa si poteva arrivare alla lotta armata partendo dalla vita on the road
Un libro sulla storia dei Nap
Una vecchia intervista a Franca Salerno
L’evasione di Franca Salerno e Maria Pia Vianale

Ancora una volta Prospero Gallinari ha spiazzato tutti. Ai suoi funerali si è riaffacciata la “memoria del cambiamento”

Dopo le testimonianze cariche di emozione sulla morte di Prospero Gallinari e i suoi funerali, cominciano ad arrivare anche le riflessioni sul significato della sua storia e sullo scalpore suscitato nell’establishement dall’affollata partecipazione alla cerimonia di saluto. Come promesso, nel limite delle possibilità di questo piccolo blog, continuiamo a pubblicare i materiali che ci arrivano o ci vengono segnalati.

Non so se stiamo assistendo ad un risveglio della «memoria del cambiamento», come si sostiene nel commento che segue. Personalmente ho una interpretazione più pessimistica della situazione “mentale”, ancor prima che culturale e politica dell’Italia. Più che sul “noi” le reazioni suscitate dai funerali di Gallinari hanno attirato il mio interesse su “loro”.
La preoccupata attenzione verso quella che il criminologo Giulio Vasatauro, uno dei primi a commentare i fatti, ha definito «un evento politico di cui va colta la portata», a mio avviso, è un rivelatore interessante dello scarto che separa il ceto politico-istituzionale, il mondo dei media, i poteri economico-finanziari, l’intero establishement, dal Paese reale.

Per dare una spiegazione a questa inquietudine improvvisa, più che la categoria della rimozione torna utile quella della forclusione, che Oltralpe alcuni studiosi del conflitto sociale e dell’azione collettiva (tra loro Isabelle Sommier) hanno preso in prestito dalla psicoanalisi lacaniana.
Provo a dare una definizione: a differenza della rimozione, ciò che viene negato (il significante che in questo caso è l’insediamento sociale della lotta armata, le dimensioni di un progetto che aveva radici nel contesto socio-politico degli anni 70) non è integrato nell’inconsciente del soggetto (dunque gli appartiene ma per difesa viene respinto nel profondo della psiche) ma è espunto.
Per questa ragione ciò che è negato non riemerge in superficie dall’interno del soggetto ma viene percepito come qualcosa che proviene dal seno del reale. In psicologia clinica si parla di fenomeno psicotico e non nevrotico.
L’effetto è quello di presentificare nel reale proprio ciò che è stato abolito simbolicamente dalla coscienza pubblica, in questo caso dalla memoria, dando luogo a fenomeni allucinatori. Quel che accade periodicamente in Italia ogni qualvolta l’attualità riporta al centro la memoria degli anni 70


La rivoluzione è un fiore che non muore, perché non può morire

Si può descrivere il divenire della storia come la stratificazione di momenti, istantanei fotogrammi di una incessante trasformazione.
Quella di raccontare la storia è in generale prerogativa di chi ha diritto di parola ed in caso di un conflitto questa è la parola del vincitore. Dice Fromm: “Il rivoluzionario che ha successo è uno statista, quello che non ha successo un criminale1” come a dire che la descrizione della storia porta in sé il germe del giudizio. Proclamerà a gran voce nome di chi ha vinto e di chi ha perso e spiegherà come il filo dell’avere ragione conduca necessariamente, fotogramma dopo fotogramma, alla bocca di chi, solo, può parlare – di chi, per primo, deve essere ascoltato.
Il conflitto che muove la storia, sebbene sia raccontato a posteriori dal vincitore, è però guidato dagli sconfitti. È solo seguendo le loro mosse e confrontandosi sul loro campo che il vincitore si dimostra tale. Il primo principio agente, motore della storia, è quello di chi perde.
Da qui partono gli studi sulla storia non ufficiale, in particolare le ricerche sulla storia orale, di cui, grazie a Montaldi, Portelli, Bermani e molti altri, in Italia siamo maestri.
L’impronta della sconfitta è riconoscibile, in positivo, non tanto nei singoli fotogrammi, quanto nella loro successione. Il mutamento prodotto dal conflitto è il mutamento generato da una sconfitta. Il fotogramma mostrato dal vincitore, invece, è immobile e piatto, una stampa in negativo del motore che l’ha prodotto. Le immagini della sconfitta, che traspaiono nelle tracce della stratificazione degli istanti di tempo, possono divenire materia per gli storici ma, pur impregnando di sé il tessuto sociale, difficilmente riescono a trovare una sintesi e a farsi racconto proprio.
La memoria opera sulla storia giocando tra questi due piani: il racconto del presente come istantanea statica, fotogramma inverso del mutamento, e la narrazione, come caleidoscopio delle tracce stratificate, momento generativo del divenire.

— o —

Sarà per questo che nella sua ultima battaglia il compagno Prospero Gallinari, in barba a tutti, ce l’ha fatta ancora. Dopo aver beffato più volte la morte, ora che questa l’ha preso, lui riesce ancora a stupire chi, attaccato alla descrizione statica della storia, scopre che il fotogramma che ha in mano non è che il riflesso distorto di qualcosa che ne è l’esatto opposto.
Sarà forse per questo che la massiccia presenza ai funerali di Prospero, brigatista non pentito né dissociato, ha generato tanto interesse e tanto scalpore.
In Italia abbiamo da anni una media di 3/4 morti sul lavoro al giorno (tra ufficiali e non); la precarietà diffusa genera insicurezza e timore del futuro; la clandestinità è divenuta una pratica comune per i milioni che sono di un altro paese e su questa prende forza il ricatto estremo che si esercita sulle loro vite sussunte dal ciclo della produzione di valore… se prima c’erano 10 motivi ora ce ne sarebbero 502
Ogni afflato di rivolta smuove questa stratificazione più di quanto non riesca a fermarla qualsiasi richiamo alla dottrina dello Stato Democratico.
Chi pensa e scrive che molti italiani siano vittime di “una perdita di memoria che sconfina nell’amnesia3” si sbaglia. Si intravede, a tratti, il risveglio di una memoria più profonda e radicata, la memoria del cambiamento.

tommaso gennaio 2013

 NOTE

1 E. Fromm, Fuga dalla libertà (Escape from freedom), 1941
2 Sante Notarnicola
3 Giancarlo Caselli, citando Barbara Spinelli, http://www.antimafiaduemila.com/2013011840744/attualita/il-paese-dei-soliti-cattivi-maestri.html


La cerimonia di saluto
Il discorso: “A Prospero Gallinari. Fine di una storia la storia continua
Tutti a Coviolo per salutare Prospero Gallinari la cerimonia si terrà domani 19 gennaio alle-14-30
Ciao Prospero
In diretta da Coviolo immagini e parole della cerimonia di saluto a Prospero Gallinari/1
In diretta da Coviolo in migliaia per salutare Prospero Gallinari/2
La diretta twitter dai funerali
Ciao Prospero
Gli assenti
Scalzone: Gallinari come Prospero di Shakespeare, “la vita è fatta della stessa sostanza dei sogni”
Fine di UNA storia, LA storia continua
Mai alcuna confessione di innocenza, Prospero

Testimonianze
“Volevo dirgli grazie per avermi fatto capire la storia di quegli anni”. Una testimonianza sui funerali di Prospero Gallinari
Perché sono andato ai funerali di Prospero Gallianari by Stecca
In memoria di Prospero Gallinari di Oreste Scalzone
Al funerale di Gallinari la generazione più felice e più cara
Su Prospero Gallinari
Da contromaelstrom.com – Ciao Prospero, amico e fratello
Gallinari e il funerale che andava fatto anche per gli altri
Un contadino comunista nelle lotte di classe degli anni 70

Riflessioni
Ancora una volta Prospero Gallinari ha spiazzato tutti
Laboratorio Aq16, Gli anni 70 che non finiscono mai. Riflessioni sulla cerimonia di saluto a Prospero Gallinari

La storia
Quadruppani – Mort d’un combattant
Bianconi – I parenti delle vittime convocati via posta per perdonare Gallinari
Prospero Gallinari chiede la liberazione condizionale e lo Stato si nasconde dietro le parti civili
“Eravamo le Brigate rosse”, l’ultima intervista di Prospero Gallinari
Prospero Gallinari quando la brigata ospedalieri lo accudì al san Giovanni
Gli avvoltoi s’avventano sulla memoria di Prospero Gallinari
Gallinari è morto in esecuzione pena dopo 33 anni non aveva ancora ottenuto la libertà condizionale
Prospero Gallinari un uomo del 900
Chi era Prospero Gallinari?
Gallinari e Caselli, il confronto tra cattivi maestri e bravi bidelli
Gallinari, Gotor e le lettere di Moro
Caselli Prospero Gallinari e i cattivi maestri
In risposta a Caselli su Gallinari

«Volevo dirgli grazie per avermi fatto capire la storia di quegli anni». Una testimonianza sui funerali di Prospero Gallinari

I media hanno trattato i funerali di Prospero Gallinari come un “evento” dalla portata politica allarmante. Il significato attribuito alla inevitabile carica simbolica rivestita dalla cerimonia (semplice, spontanea, senza alcuna logistica) ha in buona parte trasceso ciò che ha rappresentato per la comunità dei suoi amici e parenti, dei suoi compagni di lotta politica, di chi aveva per lui, e per la storia che incarnava, sentimenti di stima, rispetto e affetto.
L’emozione, il cordoglio e l’orgoglio del percorso politico svolto sono stati letti e presentati come una minaccia potenziale.
Una reazione, anzi una iper-reazione, molto selettiva e strabica (una eguale reattività è mancata in occasione dei funerali di Pino Rauti, avvenuti in una orgia nostalgica di saluti romani con presenze istituzionali fino agli scranni più alti. Analoga indignazione è mancata per il memoriale, innaugurato ad Affile, del generale Rodolfo Graziani, il macellaio della guerre coloniali in Cirenaica, in Etiopia ed in Eritrea) rivelatrice: per un verso, della fragilità strutturale dell’establishement di questa seconda Repubblica, barricato all’interno di una citadella delle istituzioni che assomiglia sempre alla fortezza del deserto dei Tartari; per l’altro, di quella sorta di cronico deficit di legittimità autopercepito che sucita complessi d’inferiorità istituzionale, e dunque l’eterno bisogno di smarcarsi dalle proprie origini, da parte del ceto politico e più in generale della cultura provenienti dalla sinistra.
Questo blog continuerà a pubblicare, e segnalare, testimonianze e interventi utili alla comprensione di quanto è accaduto


Fonte: Baruda.net

di Davide Steccanella
25 gennaio 2013»

imagesAnche se ovviamente non gliene frega giustamente niente a nessuno, vorrei dare un ulteriore “spaccato” di quel funerale, dicendo perchè sabato ho deciso di andare a Coviolo.
Da tempo avrei voluto incontrare Prospero Gallinari ma per mia colpa e pigrizia (avrei potuto chiedere aiuto al mio collega Burani, persona straordinaria che ho conosciuto nel corso di un processo che facemmo insieme anni fa) o anche “sbattermi” in qualche modo, ma non l’ho fatto, peccato.
E perchè avrei voluto incontare Gallinari, uno si chiede?
Per ringraziarlo perchè gli dovevo qualcosa, e un qualcosa secondo me di importantissimo, gli dovevo l’avermi fatto capire LUI quello che era successo nel mio paese quando ero troppo giovane per comprenderne appieno la portata storica e soprattutto sociale, e che per decenni mi era stato raccontato ed insegnato solo da chi aveva vinto e nel modo in cui voleva chi aveva vinto.
E come avvenne ciò ? Me lo ricordo benissimo perchè non risale a molto tempo fa, stavo girovagando su youtube in cerca di materiale sul caso Moro per un mio personale approfondmento quando mi imbattei sulla sua lunga intervista del video del 2006 “una storia del 900″, ho cliccato, manco lo avrei riconosciuto visto che le solite foto d’epoca ce lo mostravano tutto diverso, e quel suo modo di raccontare e di raccontarsi mi ha colpito e molto positivamente, me lo immaginavo tutto diverso da quello che avevo letto (ovviamente scritto da quei vincitori), e così iniziai ad ascoltare il suo racconto, lungo, più di 1 ora, ma interrotto, una sorta di monologo, era il racconto della sua storia e di quella storia. Era la prima volta che qualcuno me la raccontava così, sembrerà strano ma è proprio così, fino a pochissimi anni fa ero uno dei tanti “indottrinati” dalla storia dei vincitori. Poi ovviamente dopo quella intervista ho letto tutto quello che ha scritto LUI e cercato di recuperare anche le sue altre inteviste, l’ultima delle quali (straordinaria) nel recente documentario francese. Gallinari mi ha fatto capire chi era LUi attraverso la spiegazione paziente, sofferta, precisa, meditata, genuina, vera, dolorosa ed esaltante etc. di quella sua storia e di quella nostra storia che mi era stata sempre taciuta e negata.
Siccome mi pareva di avere capito, ma magari sbagliavo, che lui ci tenesse molto a che venisse saputa e capita anche da chi allora non c’era (non credo si rivolgesse ai suoi compagni che qualla storia con lui l’avevano vissuta…) avrei voluto dirglielo e ringraziarlo e ho pensato di farlo andando a Coviolo in mezzo alla sua gente e nella sua terra, un pò per dirgli “c’è chi ha capito la tua storia ascoltando le tue parole e leggendo i tuoi libri”. Per questo sono andato ai SUOI funerali, non sarei andato al funerale di un altro che non conoscevo, sono andato al SUO.  E’ vero che sapevo che avrei incontrato alcuni amici ai quali sono molto legato, ma quel giorno mi sentivo lì proprio e solo per Prospero Gallinari, un uomo che non avevo mai incontrato.

La cerimonia di saluto
Tutti a Coviolo per salutare Prospero Gallinari la cerimonia si terrà domani 19 gennaio alle-14-30
Ciao Prospero
In diretta da Coviolo immagini e parole della cerimonia di saluto a Prospero Gallinari/1
In diretta da Coviolo in migliaia per salutare Prospero Gallinari/2
La diretta twitter dai funerali
Ciao Prospero
Gli assenti
Scalzone: Gallinari come Prospero di Shakespeare, “la vita è fatta della stessa sostanza dei sogni”
Fine di UNA storia, LA storia continua
Mai alcuna confessione di innocenza, Prospero

Testimonianze
“Volevo dirgli grazie per avermi fatto capire la storia di quegli anni”. Una testimonianza sui funerali di Prospero Gallinari
Perché sono andato ai funerali di Prospero Gallianari by Stecca
In memoria di Prospero Gallinari di Oreste Scalzone
Al funerale di Gallinari la generazione più felice e più cara
Su Prospero Gallinari
Da contromaelstrom.com – Ciao Prospero, amico e fratello
Gallinari e il funerale che andava fatto anche per gli altri

La storia
Quadruppani – Mort d’un combattant
Bianconi – I parenti delle vittime convocati via posta per perdonare Gallinari
Prospero Gallinari chiede la liberazione condizionale e lo Stato si nasconde dietro le parti civili
“Eravamo le Brigate rosse”, l’ultima intervista di Prospero Gallinari
Prospero Gallinari quando la brigata ospedalieri lo accudì al san Giovanni
Gli avvoltoi s’avventano sulla memoria di Prospero Gallinari
Gallinari è morto in esecuzione pena dopo 33 anni non aveva ancora ottenuto la libertà condizionale
Prospero Gallinari un uomo del 900
Chi era Prospero Gallinari?
Gallinari e Caselli, il confronto tra cattivi maestri e bravi bidelli
Gallinari, Gotor e le lettere di Moro
Caselli Prospero Gallinari e i cattivi maestri
In risposta a Caselli su Gallinari

A Prospero Gallinari, “Fine di una storia. La Storia continua…”

Il discorso di saluto letto ai funerali di Prospero Gallinari da chi ha condiviso con lui la lotta politica nelle Brigate Rosse e la prigionia nelle carceri speciali

Coviolo 19 gennaio 2013

Fonte Militant

funerali_gallinari_fotogramma_8_jpgProspero se n’è andato.
Ci aveva abituati male, eravamo abituati a vederlo risollevarsi dopo ogni caduta, dopo il colpo in testa, dopo gli attacchi al cuore, ma questa volta non ce l’ha fatta.
Nonostante i suoi anni non fossero molti più dei nostri, dava l’impressione di essere molto più grande. Colmava questo divario tranquillizzandoci con l’appellativo “vecchio mio, vecchia mia”. Questa impressione che fosse grande proseguiva sentendolo parlare. Pacato. Discorsivo. Riflessivo. Ma la cosa che ti rasserenava al termine di ogni discussione, fosse avvenuta in un bar o in una casa negli anni della clandestinità e dell’organizzazione;  in  una cella o in un’aula di tribunale negli anni passati insieme prigionieri, era la sensazione di aver ricevuto qualcosa e la convinzione che il Gallo avesse preso qualcosa da ciò che si era detto. Ed era anche questo che lo rendeva capo, lontano da leaderismi che non fanno crescere, che nulla danno agli altri compagni.
Prospero aveva 45 di piede, erano pochi quelli di noi che nei momenti di necessità potevano scambiare le scarpe con lui. Al nostro sguardo interrogativo di quello strano rapporto piede altezza, rispondeva che i sacchi in spalla quando si è giovani non aiutano a crescere. In altezza. Aiutano però a capire come va il mondo, questo si. Cosi come si impara qualcosa, seduto sulle spalle del padre, a seguire i funerali dei compagni morti, il funerale a cui aveva assistito da piccolo, quello degli uccisi dalla polizia a Reggio Emilia. E si che la celere si prodiga sempre in insegnamenti di come vanno le cose a questo mondo. Continua a farlo, lo fa sempre. Ne sa il movimento a Genova, ne sanno gli operai e i giovani sempre più frequentemente in questi ultimi tempi.
A Prospero piaceva dire che “volere è potere”, se c’è la forza di un’organizzazione, un collettivo, un partito. Negli ultimi anni, ormai tanti, qualcosa di amaro accompagnava le chiacchierate e le discussioni nostre che si erano fatte sempre più rade per il permanere della sua condizione di detenuto agli arresti domiciliari, della lontananza e la fine del collettivo.
Era l’amarezza data dalla conclusione di una storia organizzativa che puntava alto, al cambiamento rivoluzionario di questo paese. Resa tanto più amara dalla polverizzazione nelle conclusioni, dal non essere riusciti infine a dare vita nel paese ad una ampia riflessione su quegli anni, nonostante gli sforzi e l’impegno profuso. E’ stato questo l’ultimo impegno politico collettivo, quello per una amnistia, che insieme all’agire della sinistra e dei movimenti liberasse la memoria dello scontro di classe dall’ipocrisia e dai ricatti e poi i corpi di quanti rimangono ancora in carcere e che sembrano essere stati abbandonati.
Infine, Prospero era buono, riusciva a dimenticare le accuse ricevute ingiustamente da altri compagni, anche da parte di quelli che in un batter d’occhio passarono dalla critica da sopra a quella da sotto. Ma il Gallo riusciva ad essere molto generoso.
Chissà perché Prospero non si è risollevato questa volta. Deve essere stato colto di sorpresa. Non ci dirà mai quale sia stato l’ultimo pensiero, se ne ha avuto il tempo.
Noi crediamo di saperlo, ci piace immaginarlo: ha pensato alla sua compagna, a Giava. E forse ha avuto il tempo di dire a noi tutti: vecchi miei, compagni cari, io vado …
“Fine di una storia. La storia continua ”.

Pasquale Abatangelo, Renato Arreni, Paolo Cassetta, Geraldina Colotti, Natalia Ligas, Maurizio Locusta, Sante Notarnicola, Remo Pancelli, Bruno Seghetti


La cerimonia di saluto
Il disscorso: “A Prospero Gallinari. Fine di una storia la storia continua
Tutti a Coviolo per salutare Prospero Gallinari la cerimonia si terrà domani 19 gennaio alle-14-30
Ciao Prospero
In diretta da Coviolo immagini e parole della cerimonia di saluto a Prospero Gallinari/1
In diretta da Coviolo in migliaia per salutare Prospero Gallinari/2
La diretta twitter dai funerali
Ciao Prospero
Gli assenti
Scalzone: Gallinari come Prospero di Shakespeare, “la vita è fatta della stessa sostanza dei sogni”
Fine di UNA storia, LA storia continua
Mai alcuna confessione di innocenza, Prospero

Testimonianze
“Volevo dirgli grazie per avermi fatto capire la storia di quegli anni”. Una testimonianza sui funerali di Prospero Gallinari
Perché sono andato ai funerali di Prospero Gallianari by Stecca
In memoria di Prospero Gallinari di Oreste Scalzone
Al funerale di Gallinari la generazione più felice e più cara
Su Prospero Gallinari
Da contromaelstrom.com – Ciao Prospero, amico e fratello
Gallinari e il funerale che andava fatto anche per gli altri
Un contadino comunista nelle lotte di classe degli anni 70

Riflessioni
Laboratorio Aq16, Gli anni 70 che non finiscono mai. Riflessioni sulla cerimonia di saluto a Prospero Gallinari

La storia
Quadruppani – Mort d’un combattant
Bianconi – I parenti delle vittime convocati via posta per perdonare Gallinari
Prospero Gallinari chiede la liberazione condizionale e lo Stato si nasconde dietro le parti civili
“Eravamo le Brigate rosse”, l’ultima intervista di Prospero Gallinari
Prospero Gallinari quando la brigata ospedalieri lo accudì al san Giovanni
Gli avvoltoi s’avventano sulla memoria di Prospero Gallinari
Gallinari è morto in esecuzione pena dopo 33 anni non aveva ancora ottenuto la libertà condizionale
Prospero Gallinari un uomo del 900
Chi era Prospero Gallinari?
Gallinari e Caselli, il confronto tra cattivi maestri e bravi bidelli
Gallinari, Gotor e le lettere di Moro
Caselli Prospero Gallinari e i cattivi maestri
In risposta a Caselli su Gallinari

Gallinari e il funerale che andava fatto, anche per gli altri

Da baruda.net 

“Due razze di uomini. L’una uccide e paga, anche con la vita.
L’altra giustifica migliaia di crimini ed accetta di ricavarne onori”

Albert Camus

23 gennaio 2013

Dal blog di FrancoSenia la citazione che tra le tante mi ha più lasciato sulla pelle il calore di sabato scorso, quel calore immenso che ci avvolgeva sotto la neve di Coviolo, in quel panorama piatto e soffice, che accarezzava lo sguardo mentre salutavamo Prospero.
Un viaggio di due giorni che lascerà il segno dentro di me, che ha scavato nel profondo in ogni suo abbraccio, in ogni mano a cui mi son aggrappata o che ho sentito attaccarsi a me, improvvisamente.

Foto di valentina perniciaro _coviolo_

Foto di valentina perniciaro _coviolo_

mai dimenticherò la mano di Sante che mi ha stretto nella folla quando Oreste ha iniziato il suo fischio coinvolgente… una mano tremante, che cercava alla cieca un calore da stringere, per poter iniziare un canto collettivo.
Poi Renato, il cui sguardo e le cui mani mi hanno colpito più di tutti gli altri e forse non conosco parole adeguate per descriverne il motivo, son quelle cose che viaggiano sulle vibrazioni nell’aria,
che si poggiano sulla pelle e lì scaldano il resto del corpo. Il suo sguardo carezzava quella bara e conteneva un mondo intero, forte, dignitoso, pulitissimo.

Foto da Contropiano

Mai dimenticherò un treno pieno di ergastolani che tagliava l’Italia in due (abbiamo provato a contare il numero degli anni di carcere scontati in quelle carrozze in corsa ma ad un certo punto il conto si è perso)
mai dimenticherò quella neve soffice, l’abbraccio con mille compagni che ognuno strappava la carne e il sorriso.
E’ stato un funerale felice,
ha ragione Sante,
Prospero, che preferisco chiamare Gallo almeno su queste pagine, ha regalato a noi compagni quel che ancora ci mancava, quel che mancava a tutti coloro di quella generazione presenti in quel piccolo cimitero emiliano.

Con Prospero siamo riusciti a seppellire Mara, i fratelli Mantini, Annamaria, Martino, Antonio, Luca, Wilma
cantando quello stonatissimo coro d’Internazionale, abbiamo per la prima volta salutato e seppellito tutti insieme tutti quei compagni uccisi e rimossi dalla memoria collettiva, spesso anche del movimento stesso.
Più che spesso. E cavolo che bene che ci ha fatto, che esplosione straordinaria d’amore che c’è stata.
Perché con noi c’era anche chi non poteva esserci,
perché chi è detenuto ha mandato un figlio, un bacio, un sorriso, un foglietto,
perché gli esuli, lontani da decenni dalla terra e lingua di casa c’erano tutti,
i loro nomi son stati urlati uno ad uno.
Non c’è stata una lacrima di tristezza Prospero, malgrado la tua mancanza sia pesante,
ci son state lacrime di un’emozione che in me ha mutato tante cose,
che in me ha riaperto quella bella capacità di credere di far parte di qualcosa di straordinario,
che sono i compagni.
Quei compagni, di ogni età, che sabato ho stretto forte forte a me.

Grazie Gallo!

La cerimonia di saluto
Tutti a Coviolo per salutare Prospero Gallinari la cerimonia si terrà domani 19 gennaio alle-14-30
Ciao Prospero
In diretta da Coviolo immagini e parole della cerimonia di saluto a Prospero Gallinari/1
In diretta da Coviolo in migliaia per salutare Prospero Gallinari/2
La diretta twitter dai funerali
Ciao Prospero
Gli assenti
Scalzone: Gallinari come Prospero di Shakespeare, “la vita è fatta della stessa sostanza dei sogni”
Fine di UNA storia, LA storia continua
Mai alcuna confessione di innocenza, Prospero

Testimonianze
“Volevo dirgli grazie per avermi fatto capire la storia di quegli anni”. Una testimonianza sui funerali di Prospero Gallinari
Perché sono andato ai funerali di Prospero Gallianari by Stecca
In memoria di Prospero Gallinari di Oreste Scalzone
Al funerale di Gallinari la generazione più felice e più cara
Su Prospero Gallinari
Gallinari e il funerale che andava fatto anche per gli altri

La storia
Quadruppani – Mort d’un combattant
Bianconi – I parenti delle vittime convocati via posta per perdonare Gallinari
Prospero Gallinari chiede la liberazione condizionale e lo Stato si nasconde dietro le parti civili
“Eravamo le Brigate rosse”, l’ultima intervista di Prospero Gallinari
Prospero Gallinari quando la brigata ospedalieri lo accudì al san Giovanni
Gli avvoltoi s’avventano sulla memoria di Prospero Gallinari
Gallinari è morto in esecuzione pena dopo 33 anni non aveva ancora ottenuto la libertà condizionale
Prospero Gallinari un uomo del 900
Chi era Prospero Gallinari?
Gallinari e Caselli, il confronto tra cattivi maestri e bravi bidelli
Gallinari, Gotor e le lettere di Moro
Caselli Prospero Gallinari e i cattivi maestri
In risposta a Caselli su Gallinari

Ai funerali di Prospero

di Marco Clementi dal blog www.primadellapioggia.blogspot.it
21 gennaio 2013

Un contadino nella metropoliA casa di Prospero ho trascorso il Primo Maggio del 2005. Stavo insieme a Francesco Piccioni e su incarico della Casa Editrice “Odradek” si doveva parlare del libro “Un contadino nella metropoli”, uscito l’anno dopo con Bompiani.
Devo dire che quel titolo non mi convinceva. Come un contadino? I contadini sono sempre stati dalla parte della reazione, alla fine. Sono i piccolo borghesi doc, quelli che dalla terra ricavano più redditi con un solo lavoro, che quando ottengono la terra – rivoluzione ti saluto.
Ma nella metropoli si proletarizza, rispondeva Prospero, e acquista coscienza di classe. Sul titolo nulla, un muro. Non mi convinceva neanche il resto, però. Non perché l’avrei buttato via. Ma mi sembravano necessari alcuni passaggi politici che erano stati omessi. Perché? Perché, gli dicevo, sei stato uno dei massimi dirigenti delle Br. Discutemmo per ore. Registrai pure qualcosa, che avrò messo chissà dove, ma alla fine non si spostò di una riga. Non ci fu verso (e Piccioni era dalla mia parte allora) di convincerlo a spostare nulla. A malincuore “Odradek” decise di non pubblicare il libro. Quando poi uscì, l’anno seguente, inseguito da stroncature su tutti i maggiori quotidiani, il titolare della casa editrice romana alzò le sopracciglia. Come a dire: non mi ero sbagliato.
Nel frattempo sentivo Prospero, ma solo per telefono. Era malato, Prospero, molto malato. Già allora, già da decenni.
Reggio Emilia fa impressione. Te la ricordi una delle città della provincia italiana più ricca, e invece la crisi miete anche qui. La stazione e le strade intorno sono una piccola “Termini” dei tempi peggiori. Solo le centinaia di biciclette ammassate su un lato sono un segno. Si prende il 4 e si va verso Coviolo, la frazione dove abitava Prospero. Attraversi il centro mentre continuano a salire adolescenti che escono dalle superiori e vanno a casa. Tutti a Coviolo, fermata più, fermata meno. L’autobus è pieno. La neve intorno copre tutto.
Scendiamo di fronte al cimitero. Un breve tratto a piedi e sei dal fioraio. Prendiamo quattro garofani rossi, che metteremo sopra la bara di Prospero, già avvolta in quella bandiera con falce e martello e stella a cinque punte. Pare ci sia la Digos, ma neanche la vedo. Sto attento ai volti dei compagni e delle compagne, abbraccio Giava, stringo la mano a Piccioni, poi arriva Salvo, Baruda, vedo Tinino, Giorgione di Bologna, e Sante, che ha preso in mano l’organizzazione. Dentro la camera mortuaria, mentre depongo i garofani, un giornalista mi chiede se può scattare una foto, così, dice, non ci sono solo vecchi. Premuroso. Qualche ragazzino, in realtà, c’è. Magari è intimorito e non entra. Ci si sposta dentro la sala per le commemorazioni, ma ci stiamo solo in minima parte. Sante propone di fare la commemorazione fuori, sotto la neve, ma almeno le mille persone intervenute possono partecipare.
Comincia Seghetti, che ricorda i nomi degli assenti. Poi la parola passa Tonino Paroli, che difende la storia delle Br e come Cossiga, sottolinea che non fu terrorismo. Sante legge sue poesie, quindi prende la parola Oreste per un’omelia sentita ed emozionante. Aveva già fischiettato l’internazionale nella camera ardente. Ora la riprende, poi la canta, in italiano e francese. Pugni chiusi. Lunghi applausi. Prospero è vivo e lotta insieme a noi, le nostre idee non moriranno mai.
Chi ha qualcosa da dire lo faccia, insiste Giava. Prendono la parola due giovani, viene letta una pagina del libro di Prospero.
Ancora un applauso, quindi Sante e Tonino portano del vino. C’è anche Renato. Brindiamo intorno al feretro.
Le persone muoiono. Il funerale successivo, fortunatamente programmato molto dopo quello di Prospero, dovrebbe iniziare. Si sta avvicinando un piccolo corteo di gente, che si vedrebbe venire intorno quello che i giornali hanno definito “lo stato maggiore delle Br”. Se solo lo riconoscessero.

Ma perché un morto a uno stato maggiore che non è mai esistito nella realtà allora, figuriamoci oggi che sono tutti ultrasessantenni ma segnati da decenni di carcere, perché tutto ciò fa ancora tanta paura in questo paese? Perché un gruppo consistente di persone che sono venute sotto  la neve da tutta Italia non può accompagnare un proprio morto con un pugno chiuso sollevato verso il cielo? Perché deve essere etichettato, segnato, violato come allora (si parlava di rivendicazioni deliranti) come “nostalgici”? E mica stiamo a Predappio. Mica si vuole restaurare un regime. Mica vogliamo Curcio presidente del Consiglio. Volevamo soltanto salutare un compagno che ha dato tanto, ha dato la vita a vederla bene, per la causa della rivoluzione proletaria. Per i più deboli, gli emarginati, quelli senza casa e senza lavoro. E basta così. Non c’è bisogno di retorica.
Ma sono quelle, proprio quelle le idee che fanno paura. Non siamo noi. Se volessero in cinque minuti ci sbattono dentro e ci lasciano marcire per un po’ in carcere.  Le idee. Quanto è strano. Davvero quelle non le ingabbi. E se lo fai, le alimenti. Loro, che lo sanno bene, se la prendono allora con le persone, fanno scoppiare una ridicola querelle addirittura dentro Rifondazione, che appoggia una lista di giustizialisti. E di quelle idee non vogliono parlare. Uguaglianza, dignità, rispetto, lavoro, casa.
Sono più di 150 anni che il conflitto di classe si basa su queste. Eppure Prospero, in questa Italia ormai post-belusconiana, fa ancora paura. Un uomo. Un contadino. Una coscienza di classe. Un morto. Di Reggio Emilia.

Su Prospero Gallinari

21 gennaio 2013 by

201301202019-800-201301191758-800-_COR9748Il fischio stanco di Oreste Scalzone davanti alla bara di Prospero Gallinari è stato il gesto perfetto. Non in favore di telecamere, non rivendicazioni di purezza ideologica né di contrizione colpevole, né pentito né superbo. Il gesto umano e politico di chi si trova di fronte a una bara a riassumere una storia che è stata umana ed è stata politica.

Fischiare l’Internazionale vuol dire che la storia di Prospero Gallinari, quella delle Brigate Rosse e della loro generazione, tutta intera, con le loro differenze, non è stata una storia impazzita, né la perdita dell’innocenza, né violenza insensata, ma una storia che sta tutta dentro la lotta che siamo soliti chiamare la lotta di classe. E chi si scandalizza per la presenza di giovani nel salutare Prospero Gallinari, nel rispetto che viene attribuito a lui e a quelli come lui che non hanno cercato la strada della dissociazione, umanamente comprensibile, né quella del pentitismo, o a seconda dei punti di vista della delazione, umanamente meno comprensibile, finge di non vedere quello che sta avvenendo da un po’ di anni: che in mancanza di un discorso culturale e politico su quegli anni, che coinvolga chi ha combattuto nello stato e chi ha combattuto contro lo stato, riconoscendo gli errori, le forzature e i delitti commessi da una parte e dall’altra, buona parte delle nuove generazioni se la è costruita da sola, la propria interpretazione, con chi era disponibile a parlarne, mettendosi a nudo anche in maniera spietata con se stessi, a volte.

Invece si è preferito costruire una verità ufficiale che è l’unica ammessa, quella dei buoni contro i cattivi, quella che siamo soliti vedere ripetere, su più piccola o grande scala, in ogni occasione, dalle manifestazioni di piazza alle guerre su scala internazionale, e se la si mette in discussione si rischia anche solo a parlarne.

Ci sono stati libri in questi ultimi anni (penso in particolare a quelli di Manolo Morlacchi, Salvatore Ricciardi e Barbara Balzerani, pur diversissimi tra loro) che hanno spiegato a chi non c’era quale è stato il percorso, singolo e collettivo, che ha portato alla scelta della lotta armata, cosa ha mosso un numero non piccolo di persone a rischiare in prima persona tutta la vita per il loro ideale, il comunismo. E in molti casi ci hanno raccontato perché, a un certo punto, si sono dichiarati sconfitti. Militarmente, certo, ma non solo. Perché seppur guidati da una logica in cui l’avanguardismo aveva un ruolo importante, non erano scollegati dalla realtà, una realtà che, a un certo punto, aveva ben poco a che fare con quella che avevano attorno quando avevano iniziato la lotta armata.

La dichiarazione dei militanti storici delle Brigate Rosse di sostanziale fine della loro esperienza risale al 1988. Venticinque anni fa. Venticinque anni in cui nessuna storia di presunte infiltrazioni ad alto livello nelle Brigate Rosse è mai stata dimostrata. Venticinque anni in cui pian piano è emersa un’altra interpretazione sulla loro storia, quella più rimossa, quella più temuta, ma in fondo anche la più ovvia: che la storia delle Brigate Rosse non è stato altro che parte della storia di un movimento rivoluzionario che ha attraversato l’Italia dall’inizio degli anni ’60 alla prima metà degli anni ’80, non l’unica, non la principale, ma parte di quella storia.

Una storia che è uscita sconfitta, a pezzi, umanamente e politicamente, non solo per l’accumulazione di ergastoli, secoli di galera, anche al di là delle responsabilità individuali, in buona parte scontati per intero, ma soprattutto per l’essere tacciati di essere nient’altro che vigliacchi, criminali, terroristi, schegge impazzite. La spirale della demonizzazione porta solo altri demoni perché non fa comprendere.

Io non lo so se la rivoluzione che sognava Prospero Gallinari assomiglia a quella che sogno io, probabilmente no, perché credo in una rivoluzione che si fa senza prendere il potere. O forse questa è una frase bella che ci raccontiamo per consolarci del fatto che nessuna rivoluzione è alle viste, oppure perché non abbiamo abbastanza coraggio per andare fino in fondo nelle nostre scelte. So però che la storia di Prospero Gallinari è collegata ad altro che c’era prima, a quello che gli era intorno e a quello che è venuto dopo. E in quella storia ci sono anche io, ci siamo anche noi, a cui non piace quello che ci circonda, quello stato di cose presenti e che ci arrabattiamo in tanti modi diversi a cambiarlo, a cambiarne un pezzo, e che pensiamo, come lo pensava Prospero Gallinari, che la rivoluzione è un fiore che non muore.

Caselli, Prospero Gallinari e i cattivi maestri

201301202019-800-201301191758-800-_COR9748Qualcuno dovrebbe spiegare al giudice Caselli che per i magistrati dell’Italia appena unita – soprattutto negli interessi padronali – Giuseppe Mazzini fu allo stesso tempo criminale e «cattivo maestro» e morì esule in patria sotto falso nome. I giudici della nuova Italia, infatti, d’accordo col nuovo e liberale potere politico, non annullarono l’antica condanna emessa in contumacia per la sua lotta armata contro il potere savoiardo. Il liberalissimo Silvio Spaventa, responsabile dell’«ordine costituito» nel Mezzogiorno conquistato, pensò addirittura di eseguire la condanna e non se ne fece nulla solo perché Mazzini era stato sorpreso a Napoli, ancora piena di camicie rosse, e vestiva la divisa di colonnello garibaldino. Solo per questa fortuita circostanza il repubblicano “padre della patria” si sottrasse al trionfo dell’ordine sabaudo che, di lì a poco, con la legge Pica, sperimentò sui “briganti” del Sud, leggi speciali, esecuzioni sommarie, deportazioni e carcere a vita.
Qualcuno dovrebbe spiegare a Caselli che esiste un invalicabile confine etico tra verità processuale e ricostruzione storica. Non c’è studioso serio che oggi darebbe credito ai giudici del “terrorista” Mazzini, tuttavia, ogni volta che Caselli sputa sentenze al di fuori dei tribunali non solo diventa il tragicomico storico di se stesso, ma dimostra che un giudice c’è, uno almeno, pronto a condannare di nuovo l’antico rivoluzionario. Qualcuno dovrebbe spiegare a Caselli che quando le sentenze penali sono state emesse ed eseguite e la morte giunge a dire la parola fine sulla vicenda umana del condannato, non è tempo di tribunali: è giunto – ed è sempre in ritardo – il momento della riflessione storica. Il giudice che ignora questo elementare dovere e torna a sputare sentenze commette un’intollerabile violenza, intralcia il lavoro dello storico e copre di ombre atroci il suo ruolo di magistrato.
La storia, Caselli dovrebbe saperlo, è piena di giudici smentiti e di condannati riabilitati. Sulle Idi di marzo del ’44 avanti Cristo il dibattito è aperto; non l’ha chiuso – e certo non lo chiuderà – l’aula di un tribunale. Sono duemila e più anni che storici, pensatori e intelligenze critiche si interrogano sul significato di quell’evento: Bruto e Cassio congiurarono contro il politico illuminato o colpirono l’uomo di potere, il garante di equilibri che avrebbero ucciso la repubblica? Qual è la vera violenza politica, quella d’un potere sordo ai bisogni di un popolo o quella di chi in nome della giustizia sociale sorge in armi contro la presunta legalità? Le Idi di Marzo, la sorte di Mazzini, Gaetano Bresci che uccise Umberto I, dopo la medaglia assegnata a Bava Beccaris per i cannoni sparati a mitraglia sulla popolazione inerme, Fernando De Rosa che nel 1929 tentò di uccidere il principe Umberto in nome dell’antifascismo e morì poi in Spagna combattendo per la libertà, non sono più imputati affidati ai giudici. Ai giudici, piuttosto, quei fatti e quegli uomini ricordano che spesso chi punta il dito sui cattivi maestri o è in malafede o ha bisogno di tornare a scuola.
La storia non è figlia di verità assolute, non si scrive nelle aule dei tribunali e non è mestiere da giudici. I magistrati, quando sono onesti, si limitano ad affermare le ragioni dell’«ordine costituito», che, piaccia o no, per quanto quasi sempre estranee a quelle della giustizia sociale, sono la bibbia dei magistrati. In quanto alla patologia che dalle colonne del “Fatto Quotidiano” Caselli addebita a “molti italiani”, colpevoli a suo modo di vedere di una “perdita della memoria che sconfina nell’amnesia”, il giudice sbaglia a ritenersi immune. Da buon italiano, infatti, anch’egli soffre di pericolosi vuoti di memoria. Non fosse così, la pianterebbe di tirare in ballo a casaccio i valori della resistenza partigiana e proverebbe a spiegarci chi li ha devastati da Portella della Ginestra a Piazza Fontana, da Piazza della Loggia alla stazione di Bologna. Proverebbe a spiegarci come scioglie nella sua coscienza di magistrato il nodo della contraddizione tra il “servitore dello Stato” e quel segreto sistematicamente posto sulla strada delle sue indagini. Il «segreto di Stato», naturalmente. Intriso di sangue e venato di fascismo.

Al funerale di Gallinari la generazione «più felice e più cara»

Un grazie doppio a Mario Gamba per questo racconto della cerimonia di saluto a Prospero Gallinari tenutasi ieri a Coviolo, presso Reggio Emilia e per aver replicato a chi in questi giorni ha calunniato la storia politica di Prospero con etichette che non gli sono mai appartenute. Senza dubbio l’articolo più bello uscito sui giornali di oggi che, al di là dei resoconti e dei commenti nella gran parte dei casi (come era prevedibile) apertamente ostili, in altri più misurati e in alcuni persino rispettosi, hanno dovuto prendere atto che una delle memorie negate di questo Paese sopravvive eccome. Secoli di carcere, dietrologie calunniose e anatemi non sono riusciti a cancellarla

 

Mario Gamba
il manifesto
20 gennaio 2013

funerali_gallinari_fotogramma_8_jpgHanno detto di lui che era un rivoluzionario d’altri tempi. Per via della continuità con la tradizione comunista insurrezionalista, coltivata a Reggio Emilia, la sua città (però lui abitava nel contado). Hanno detto che era stalinista e che non avrebbe esitato a far fuori un sovversivo tipo ’77, presumibilmente «creativo» e fricchettone oppure sostenitore dell’operaio sociale e del non-lavoro, se gliel’avessero chiesto. Sicuri? Qualcuno davvero gli ha fatto domande su questi argomenti, prima, durante e dopo la sua avventura con le Br? Soprattutto durante. Perché è innegabile la sua crescita politica all’ombra delle grandi narrazioni resistenziali e comuniste, ma è anche innegabile il suo ingresso nella lotta rivoluzionaria armata nel crogiuolo delle nuove lotte e delle nuove culture sessantottesche e oltre.
Prospero Gallinari deve aver contattato tanti generi di persone dopo il ’68. E quel che è certo è che senza la grande ondata di quegli anni, senza le sfaccettature, con tante impronte libertarie ben visibili, di quegli anni, non gli sarebbe venuto in mente di colpire, armi in pugno, il «cuore dello stato». Adesso è qui, in una bara avvolta in un drappo rosso con falce e martello. Tra qualche giorno sarà in un’urna di ceneri che non saranno disperse al vento come quelle del padre dell’operaio edile di Riff Raff di Ken Loach, ma tumulate nella tomba di famiglia. Nel cimitero di Coviolo, frazione di Reggio, il rito dell’ultimo saluto è sì, forse, di quelli d’altri tempi. Come quando si accompagnavano i morti di Reggio Emilia nel 1960, quelli che Fausto Amodei chiamava a «uscire dalla fossa», e i morti giovani, di anni dopo, gli anni dell’Orda d’oro, come l’hanno intitolata Nanni Balestrini e Primo Moroni, studenti del Ms come Roberto Franceschi, anarchici come Franco Serantini. Saluto a pugno chiuso. Ebbene sì. Si può persino essere imbarazzati, si può pensare che va evitata ogni retorica. Ma volevate non esserci a questo funerale di un combattente per la rivoluzione? Volevate risparmiare quelle lacrime che inevitabilmente a un certo punto vi scendono lungo le gote? Succede, per esempio, quando uno dei suoi compagni legge un ricordo collettivo: «… ti rasserenava al termine di ogni discussione… la sensazione di aver ricevuto qualcosa e la convinzione che il Gallo avesse preso qualcosa…». È un convegno brigatista questa cerimonia così fervida e così laica? Ce ne sono tanti dei compagni d’arme (e stavolta non è un modo di dire) di Gallinari, anche quelli che si trovarono in dissenso con lui. Curcio, Balzerani, Senzani, Fiore, Seghetti. Storie e destini diversi dai suoi, qualcuno più tormentato rispetto a lui che, semplicemente, nel 1988 aveva firmato un documento in cui si riconosceva finita e sconfitta la lotta armata. E dopo aveva vissuto sereno, per quel che può esserlo un uomo mitragliato alla testa e scampato a vari infarti. Ma c’è tanta gente qui al cimitero di Coviolo. Almeno un migliaio di persone. Non tutti ex brigatisti. Ci sono vecchi e giovani, amici del posto, ragazzi dei centri sociali, militanti della sinistra senza paraocchi venuti da vicino e da lontano. Solo un piccolo striscione rosso: «La rivoluzione è un fiore che non muore». Clima teso, tremendo, come in Germania in autunno, ultimo episodio di quel film a dieci firme, Fassbinder, SchlSchlöndorff, Kluge, Reitz tra gli altri, i funerali di Andreas Baader, Gudrun Ensslin e Jan Raspe, i tre «suicidi» di Stammeim? Ma no. Gli agenti della Digos si tengono a distanza, gironzolano, occhieggiano. Gli amici e i compagni di Prospero si raccolgono tranquilli e commossi a commemorarlo. Ognuno a modo suo, chi in forma epigrammatica chi con piccoli comizi. Tonino Paroli: «Non chiamateci terroristi, non lo siamo mai stati». Oreste Scalzone: «Prospero sentiva l’appartenenza ma non come un Rodomonte». Sante Notarnicola: «Vorrei ricordare la generazione degli anni ’50 e ’60, la più pura, la più infelice, la più cara». Facce segnate dal tempo e da delusioni cocenti? Se si vuole, sì. Ma dove non si trovano in giro per le città? Per un amore perduto, per un flirt finito male. E la rivoluzione è un amore grande, un flirt potentissimo. Sempre a cercare, noi, che finisca meglio.

La cerimonia di saluto
Tutti a Coviolo per salutare Prospero Gallinari la cerimonia si terrà domani 19 gennaio alle-14-30
Ciao Prospero
In diretta da Coviolo immagini e parole della cerimonia di saluto a Prospero Gallinari/1
In diretta da Coviolo in migliaia per salutare Prospero Gallinari/2
La diretta twitter dai funerali
Ciao Prospero
Gli assenti
Scalzone: Gallinari come Prospero di Shakespeare, “la vita è fatta della stessa sostanza dei sogni”
Fine di UNA storia, LA storia continua
Mai alcuna confessione di innocenza, Prospero

Testimonianze
In memoria di Prospero Gallinari di Oreste Scalzone
Al funerale di Gallinari la generazione più felice e più cara
Su Prospero Gallinari
Gallinari e il funerale che andava fatto anche per gli altri

La storia
Bianconi – I parenti delle vittime convocati via posta per perdonare Gallinari
Prospero Gallinari chiede la liberazione condizionale e lo Stato si nasconde dietro le parti civili
“Eravamo le Brigate rosse”, l’ultima intervista di Prospero Gallinari
Prospero Gallinari quando la brigata ospedalieri lo accudì al san Giovanni
Gli avvoltoi s’avventano sulla memoria di Prospero Gallinari
Gallinari è morto in esecuzione pena dopo 33 anni non aveva ancora ottenuto la libertà condizionale
Prospero Gallinari un uomo del 900
Chi era Prospero Gallinari?
Gallinari e Caselli, il confronto tra cattivi maestri e bravi bidelli
Gallinari, Gotor e le lettere di Moro
Caselli Prospero Gallinari e i cattivi maestri
In risposta a Caselli su Gallinari