7 aprile 1979, quando lo Stato si scatenò contro i movimenti

Dopo gli scontri del 14 dicembre a Roma, Maurizio Gasparri aveva chiesto di scatenare contro il movimento «arresti preventivi», definendo i manifestanti degli «assassini potenziali». Il «sette aprile» non fu uno strumento di repressione partorito dal ventennio mussoliniano, ma un dispositivo di repressione giudiziario-poliziesco e politico-culturale, messo a punto dal partito comunista italiano alla fine degli anni 70, sostenuto con feroce coerenza dal giornale fondato e diretto da Eugenio Scalfari. Il fatto che oggi sia un ex-post, sempre fascista, a reclamarlo chiama in causa gli eredi del Pci sparpagliati un po’ ovunque: nel Pd, nella Federazione della sinistra, in Sel o nell’Idv, alcuni persino nel Pdl. Se oggi chi milita in queste formazioni pensa che evocare il 7 aprile sia prova di fascismo, deve spiegarci perché allora venne congeniato quel modello di repressione dei movimenti e perché fino ad oggi non ne ha mai preso le distanze

Paolo Persichetti
Liberazione 22 dicembre 2010


Chi ha definito un rigurgito fascista la richiesta di un «nuovo 7 aprile» fatta da Maurizio Gasparri, cioè di «una vasta e decisa azione preventiva» da scatenare  contro i centri sociali ritenuti, a suo dire, i responsabili degli scontri avvenuti il 14 dicembre scorso a Roma, non ha detto una cosa giusta. Pietro Calogero, il pm di Padova che congeniò il teorema accusatorio firmando i primi 22 ordini di cattura che diedero via al blitz contro il gruppo dirigente dell’area dell’Autonomia operaia, tra cui Toni Negri, Franco Piperno e Oreste Scalzone, non era fascista. L’intera inchiesta, in relatà, fu preparata e supportata dal sostegno politico diretto del partito comunista, dall’azione di un suo dirigente locale, Severino Galante, dal lavoro riservato della sezione “Affari dello Stato” diretto da Ugo Pecchioli, dalla funzione di raccordo tra magistratura e sistema politico svolta da Luciano Violante. Membri del Pci erano alcuni dei testimoni chiave che consentirono di formulare la prima salva di accuse. In quegli anni il Pci dispiegò tutta la sua macchina organizzativa senza badare a sfumature per monitorare nei quartieri e nei posti di lavoro gli “estremisti” e i “sovversivi”, i cui nomi venivano poi affidati ai nuclei speciali del generale Dalla Chiesa. Addirittura intervenne sui giurati del processo di Torino contro il nucleo storico delle Br. Democristiano era invece Achille Gallucci, il giudice istruttore romano che lo stesso giorno spiccò altri mandati di cattura per «insurrezione armata contro i poteri dello Stato», avviando così il secondo troncone dell’inchiesta. Quell’episodio che molti giuristi, come Stefano Rodotà e Luigi Ferrajoli, continuano a ritenere una delle pietre miliari dell’emergenza giudiziaria che ha scardinato il sistema delle garanzie giuridiche avviando anche quella cultura della supplenza giudiziaria, senza la quale non avrebbe mai visto la luce “Mani pulite”, che aprì la strada al berlusconismo, nacque nel cuore della stagione del compromesso storico, della linea della fermezza, del consociativismo che annullava ogni differenza tra maggioranza e opposizione. Il Movimento sociale, partito nel quale militava all’epoca l’attuale presidente dei senatori del Pdl, era fuori dell’arco costituzionale. La legislazione speciale, l’introduzione delle carceri speciali, gli spregiudicati metodi d’indagine che permisero l’arresto dei militanti dell’Autonomia, votati anche con l’assenso dell’opposizione parlamentare, resero di gran lunga più repressivo il capitolo dei delitti politici presente nel codice penale elaborato per punire gli antifascisti da Alfredo Rocco, guardasigilli del regime mussoliniano. Il modello 7 aprile introdusse il ricorso al «rastrellamento giudiziario», cioè la contestazione di reati associativi di vecchio e nuovo conio senza l’individuazione di fatti circostanziati, la cui prova veniva rinviata nel tempo grazie ad una custodia preventiva allungata a dismisura. Di fatto l’arresto si trasformava in un vera e propria pena anticipata, scontata prima della sentenza. In questo modo le accuse si fondavano sul principio della “tipologia d’autore”, ad essere contestata era l’identità e la storia politica dell’imputato. Scelta motivata all’epoca con la necessità “prosciugare l’acqua dove nuota il pesce” per difendere lo Stato dall’attacco dei gruppi armati: l’anno prima era stato rapito e ucciso dalle Br il presidente della Dc Aldo Moro, attorno al movimento del ’77 si era diffusa un’area insurrezionale, un’arborescenza di sigle che alimentava azioni armate ovunque mentre il conflitto sociale era giunto all’apice. Pochi mesi prima era stato ucciso Guido Rossa. Tuttavia l’introduzione di quello che fu un vero “stato di eccezione giudiziario” venne sempre negata dalle forze politiche, ciò spiega il rimosso e il tabù attuale. La sinistra non ha mai fatto i conti con quella scelta, anzi col passar delle svolte e delle sigle l’ha iscritta a pieno nel proprio patrimonio culturale ritrovandosi nella paradossale situazione che vede oggi un fascista di allora rivendicarne con estrema naturalezza l’impiego. E’ stata la sinistra, spalleggiata dal partito-giornale di Repubblica, a mettere in piedi il micidiale modello repressivo e l’arsenale giuridico rivendicati oggi contro i movimenti da un personaggio come Gasparri. Quanto basta per avviare una riflessione critica mai veramente affrontata.

Per approfondire
La vera storia del processo di Torino al nucleo storico delle Brigate rosse. La giuria popolare venne composta grazie all’intervento del Pci
Il caso italiano, lo Stato di eccezione giudiziario
La giudiziarizzazione della eccezione (2)
Stato di eccezione giudiziario
Piperno: “Cossiga architetto dell’emergenza giudiziaria era convinto che con l’amnistia si sarebbero chiusi gli aspetti più orripilanti di quegli anni”
Movimento, Gasparri propone arresti preventivi come per il 7 aprile 1979. Oreste Scalzone: “Gasparri non perde occasione per straparlare in modo talmente grottesco che rende difficile anche infuriarsi
Daspo e reparti speciali, lo Stato fa la guerra alla piazza
Macchina del fango sul movimento: gli infiltrati di vauro Senesi e la stupidità sulla punta della sua matita
Daspo e reparti speciali, lo Stato fa la guerra alla piazza
Governo e parlamento come la fortezza Bastiani. Per Roberto Maroni “centri sociali dietro gli scontri”
Martedi 14 c’erano degli infiltrati ma sedevano sui banchi del parlamento
Di Pietro e l’Idv da dieci anni sono le stampelle di Berlusconi
La produzione è ovunque, anche le rivolte urbane
Errorismo di Stato, a proposito del libro di Pietro Calogero, pm del teorema 7 aprile
Steve Wright per una storia dell’operaismo

Movimento: Gasparri propone arresti preventivi come per il 7 aprile 1979. Oreste Scalzone, «Gasparri non perde occasione per straparlare in modo talmente grottesco che rende difficile anche infuriarsi»

Da Parigi Oreste Scalzone replica alle dichiarazioni rilasciate oggi da Maurizio Gasparri che ha auspicato una retatata preventiva, come gli arresti del 7 aprile 1979 che portarono in carcere i vertci dell’Autonomia, contro i Centri sociali da lui considerati i capi occulti delle manifestazioni di quest’ultimo periodo contro il governo e degli scontri del 14 dicembre scorso a Roma

«La governance, non solo in Italia, marcia allo sbando e non avendo niente da offrire sul terreno di una regolazione sociale che non sia dettata da un sotterraneo panico, semplicemente si fa feroce. Resta un’attitudine predatoria e di guerra alla cieca a quelli che per per brevità possiamo chiamare poveri e sottoposti». È il punto di vista di Oreste Scalzone, ex leader di Potere Operaio, che fu tra gli arrestati in quel 7 aprile evocato oggi dal capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri. «Invece delle sciocchezze che vanno dicendo i vari Cascini e Palamara, qui ci vuole un Sette aprile, giorno in cui furono arrestati tanti capi dell’estrema sinistra collusi con il terrorismo», ha detto il senatore Pdl in merito agli scontri dei giorni scorsi a Roma. «Gasparri non perde occasione per straparlare in modo talmente grottesco che rende difficile anche infuriarsi», è stata la replica di Scalzone, al telefono con l’Ansa.
«Di fronte all’orizzonte livido e stregato che passa il convento – ha continuato Scalzone – considerare impensabili delle esplosioni di rivolta di questo genere è da decerebrati. Quando poi si parte col voler strumentalizzare questa rabbia per giocarla nel teatrino della politica e poi si sconfessa chi esce dalle righe e lo si demonizza, si esercita una vera funzione di provocazione prima e di infamia dopo».
Scalzone – che fu condannato a 16 anni di reclusione per partecipazione a banda armata e rapina e ora, dopo una lunga latitanza, è un uomo libero perchè i reati di cui era accusato sono stati dichiarati prescritti – ha annunciato che proprio sugli scontri di Roma sta inserendo in queste ore una «videolettera» su Youtube in 12 moduli. Al centro delle sue osservazioni, anche Anna Finocchiaro, capogruppo del Pd al Senato: «La signora Finocchiaro – ha osservato, fra l’altro – aveva sfoderato la solita abbietta dietrologia straparlando di poliziotti infiltrati tra quei manifestanti». «Siamo al punto – ha poi sottolineato Scalzone – che è il capo della polizia Manganelli che deve farsi carico di parlare della rabbia sociale che muove soprattutto i giovanissimi, per lamentare che una ‘voragine di vuotò affida alla polizia ed esclusivamente ad essa la gestione del problema».

Link
7 aprile 1979 quando lo Stato si scatenò contro i movimenti
Macchina del fango sul movimento: gli infiltrati di vauro Senesi e la stupidità sulla punta della sua matita
Daspo e reparti speciali, lo Stato fa la guerra alla piazza
Governo e parlamento come la fortezza Bastiani. Per Roberto Maroni “centri sociali dietro gli scontri”
Martedi 14 c’erano degli infiltrati ma sedevano sui banchi del parlamento
Di Pietro e l’Idv da dieci anni sono le stampelle di Berlusconi
La produzione è ovunque, anche le rivolte urbane
Fischia il vento e soffia il Melteni
Grecia, scioperi e proteste contro la politica dei sacrifici
Ma dove vuole portarci Saviano?
Attenti, Saviano è di destra, criticarlo serve alla sinistra

Genova 2001, quel passo in più

Macchina del fango sul movimento: gli infiltrati di Vauro Senesi e la stupidità sulla punta della sua matita

Paolo  Persichetti
Gli Altri 24 dicembre 2010

Con questa stupida vignetta, per non utilizzare altre definizioni ben più appropiate, come quella di infame (perché addita al pubblico ludibrio una categoria sociale in lotta, ne stupra l’identità e le ragioni spacciandola per il suo contrario) apparsa sul manifesto del 16 dicembre 2010, Vauro Senesi ha inteso riassumere il senso della giornata nazionale di protesta del 14 dicembre a Roma

Vignetta di Vauro apparsa sul manifesto di giovedì 16 dicembre

Il vignettista del manifesto e di Anno zero, noto per le sue posizioni giustizialiste, sposa appieno la linea del Pd, espressa dalla senatrice Anna Finocchiaro, e soprattutto dal suo segretario di partito, Oliviero Diliberto, che hanno subito gridato alla presenza di infiltrati negli scontri avvenuti durante e alla fine dell’imponente manifestazione del 14 dicembre. La vignetta è una citazione di un’altra famosa vignetta di Giorgio Forattini che nel 1977 raffigurò il poliziotto Giovanni Santone camuffato da manifestante (immortalato da Tano D’Amico nel corso degli scontri dove fu uccisa dalle forze dell’ordine Giorgiana Masi) con la testa del ministro dell’Interno Francesco Cossiga. Foto e vignetta sottolineavano la decisione presa dall’allora ministro dell’Interno di utilizzare agenti travestiti per sparare contro i manifestanti (non certo contro la polizia). Con una ellisse Vauro mette accanto alla vecchia immagine quella del giovane manifestante fotografato durante gli scontri del 14 dicembre con maganello e manette, appena raccolti in strada come trofei, ma questa volta con il volto dell’attuale ministro degli Interni, Robero Maroni. Un modo per dire: infiltrati di allora, infiltrati di oggi.
Alcune sequenze fotografiche che raffigurano un manifestante in diversi momenti degli scontri di martedì, prima con dei fumogeni, poi con una pala, successivamente nell’atto di lanciare pezzi di arredo urbano contro le forze di polizia, infine con un manganello e un paio di manette in mano in uno dei momenti di maggiore tensione della giornata (l’aggressione ad un finanziere da parte di altri manifestanti); avevano indotto alcuni organi d’informazione e diversi siti internet, adusi da sempre alla dietrologia, a supporre la presenza di agenti provocatori infiltrati per suscitare e fomentare gli incidenti. Una tesi cara alla sinistra istituzionale che fin dal dopoguerra si autoconsola con questa favola ogni qualvolta tumulti e movimenti sociali imprevisti scavalcano le sue posizioni ponendo questioni politiche scomode. I giustizialisti del Fatto avevano titolato, “Hanno vinto i peggiori”, associando il rigetto della sfiducia votato dal parlamento con la piazza che aveva partecipato agli scontri, dimenticando che due dei tre voti decisivi per il salvataggio di Berlusconi provenivano dall’Idv di Di Pietro, punto di riferimento politico proprio del Fatto (per poi dare sul loro sito online un contributo di verità diffondendo le immagini che chiarivano ogni cosa sull’accaduto, mostrando che dietro quel manifestante travisato c’era un ragazzo, nel frattempo fermato, risultato minorenne). Il teorema degli infiltrati e della minoranza cattiva dei black bloc, che avrebbe prevaricato la maggioranza docile e pacifica del corteo, veniva ripreso dai soliti giornalisti di Repubblica che immediatamente pubblicavano una lettera di Roberto Saviano al movimento. Flop strepitoso, errore di marketing notevole del quotidiano repubblichino e dell’agenzia emergenziale che utilizza Saviano come portavoce. Le retoriche amenità del predicatore sono miserabilmente fallite. Utilizzandolo come pompiere i suoi mandanti speravano che l’autorità acquisita dopo l’imponente battage mediatico costruito attorno all’evento industrial-editoriale di Gomorra, alla postura di martire perseguitato sapientemente diffusa sui media, potesse influire e orientare politicamente i giovani manifestanti addomesticandone i propositi e domandone i comportamenti ma la lettera è stata rinviata al mittente. Nemmeno la logorroica replica del giorno successivo, una tripla pagina di R2, è servita. D’altronde uno che dice agli studenti di scendere in piazza a viso aperto ma si nasconde dietro una scorta di polizia, che passa le vacanze nella villa del banchiere Alessandro Profumo, che si incontra col finanziere Carlo De Bendetti,  che è al libro paga contemporaneamente del gruppo Espresso-Repubblica, della Mondadori e di Mediaset via Endemol, un po’ come Arlecchino servo di due padroni, come può pretendere di salire sul pulpito per lanciare prediche ad una generazione precaria? L’evento sociale del 14 dicembre ha fatto da spartiacque, da cartina di tornasole, da prova della verità squarciando il velo di ipocrisia e menzogna che ammanta operazioni di orientamento dell’opinione pubblica come quella che impiega il soldato Saviano. Repubblica nei giorni successivi è corsa ai ripari, rettificando linea politica e pubblicando analisi molto più comprensive di quanto avvenuto il 14 dicembre.
Nel frattempo del misterioso manifestante si è venuto a sapere tutto, nome e cognome, percorso scolastico, età, storia dei genitori. Fallita l’operazione “infiltrato” è stata subito messa in piedi quella sui “cattivi maestri”. “Figlio di un brigatista” hanno scritto alcuni giornali.  S.M. non poteva restare un semplice liceale minorenne come molti altri suoi coetanei scesi in piazza, doveva essere per forza uno sbirro o un adolescente brigatista, che per i teorici della dietrologia equivale più o meno alla stessa categoria degli agenti provocatori esterni al movimento. Se fosse stato veramente figlio di un ex militante delle Brigate rosse – complesso di Edipo permettendo – ovviamente non ci sarebbe stato nulla di male. Ma la realtà è diversa, oltre a non esser vero (il padre è stato coinvolto negli anni 70 in vicende legate ad ambienti dell’autonomia) la falsa notizia era solo funzionale ad alimentare una ulteriore campagna distorsiva sulla realtà del movimento. Riconsegnato alla famiglia dopo il fermo, come prevede la legge per i minorenni, la notorietà attribuita alle sue gesta, le fortissime polemiche politiche che hanno chiamato il ministro dell’Interno a rispondere in parlamento, hanno alla fine provocato l’arresto del giovane e il suo rinvio a giudizio per  “rapina aggravata” delle manette e del manganello, in realtà abbandonati durante gli scontri. Dopo questo bel risultato ottenuto ci aspettiamo che tutti i partecipanti a questa fiera della stupidità, a partire dalla senatrice Anna Finocchiaro, passando per l’ex ministro della Giustizia Oliviero Diliberto fino al vignettista Vauro Senesi, si adoperino per aiutare la famiglia del ragazzo versando una parte dei loro emolumenti per sostenerne la difesa giuridica. Se ciò non dovesse accadere sarebbe più che normale che incontrandoli nei prossimi cortei gliene venga chiesto conto.

Link
7 aprile 1979 quando lo Stato si scatenò contro i movimenti
Movimento, Gasparri propone arresti preventivi come per il 7 aprile 1979. Oreste Scalzone: “Gasparri non perde occasione per straparlare in modo talmente grottesco che rende difficile anche infuriarsi
Daspo e reparti speciali, lo Stato fa la guerra alla piazza
Governo e parlamento come la fortezza Bastiani. Per Roberto Maroni “centri sociali dietro gli scontri”
Martedi 14 c’erano degli infiltrati ma sedevano sui banchi del parlamento
Di Pietro e l’Idv da dieci anni sono le stampelle di Berlusconi
La produzione è ovunque, anche le rivolte urbane
Fischia il vento e soffia il Melteni
Grecia, scioperi e proteste contro la politica dei sacrifici
Ma dove vuole portarci Saviano?
Attenti, Saviano è di destra, criticarlo serve alla sinistra

Genova 2001, quel passo in più

Cortei del movimento sotto attacco. Daspo e reparti speciali, lo Stato fa la guerra alla piazza

L’italia protesta e il Viminale risponde con sanzioni amministrative e rastrellamenti per chi manifesta. Intanto la digos annuncia 81 denunce per i cortei che nelle ultime settimane hanno interessato il centro della Capitale. I reati contestati vanno da “manifestazione non autorizzata” a “blocco stradale”, “interruzione di pubblico servizio”, “oltraggio e resistenza pubblico ufficiale”. Per 41 degli 81 indagati è scattata anche la denuncia per “blocco ferroviario” a causa dell’occupazione di alcuni binari della Stazione Termini il 30 novembre.
Oltre all’analisi delle immagini degli scontri del 14 dicembre scorso, per identificare gli autori degli incendi dei mezzi delle forze dell’ordine, la digos sta cercando di risalire a chi abbia pagato i pulman che dal resto d’Italia hanno portato a Roma migliaia di persone. L’ipotesi investigativa seguita postula la presenza di una “cabina di regia” che abbia preordinato e poi gestito in piazza gli incidenti

Paolo Persichetti
Liberazione 19 dicembre 2010

Atene 2008 - Nuclei mobili Mat appostati di fronte al Politecnico. Foto Baruda

Cominciano a delinearsi le prime misure annunciate dal governo dopo gli scontri di piazza avvenuti martedì scorso a Roma, mentre il parlamento si pronunciava sulla sfiducia a Silvio Berlusconi. Per fronteggiare la crisi sociale e camuffare la vertiginosa caduta di credibilità politica dell’esecutivo verrà ulteriormente inasprita la gestione dell’ordine pubblico ispirandosi a quel laboratorio della repressione sociale che nell’ultimo decennio hanno rappresentato le curve degli stadi. Se il parlamento potrà essere facilmente controllato comprando altri parlamentari dell’opposizione per «acquisirli» alla maggioranza, per la piazza le cose stanno diversamente. Il governo teme i manifestanti, soprattutto la possibilità di una saldatura sociale stabile tra le varie componenti della protesta: i cittadini di Terzigno, i terremotati aquilani, i metalmeccanici, i precari, gli studenti, i migranti. Per questa ragione stanno per essere varati una serie di dispositivi di natura legislativa e tecnica in grado di consentire un ulteriore giro di vite repressivo nei confronti del diritto di manifestare e di esercitare l’attività politica con incisività e visibilità.

Limiti alla libertà individuale di manifestare
Il ministro degli Interni ha accolto la proposta lanciata venerdì dal suo sottosegretario, Alfredo Mantovano, di adattare i daspo, cioè i divieti di accedere alle manifestazioni sportive, anche alle «manifestazioni pubbliche». Roberto Maroni ha giudicato l’idea «interessante», annunciando che potrebbe essere inserita da subito nel pacchetto sicurezza in discussione al senato. Mantovano ha spiegato che questa novità legislativa «colmerebbe una lacuna». La nozione di “pubblico” è per giunta talmente ampia da includere oltre a quelli politici qualsiasi altro evento di natura culturale, religiosa, ludica, musicale, che si realizzi fuori da uno spazio privato. Con una soluzione del genere saremmo ai vertici dell’afflato totalitario. Una ragione in più per scendere in piazza nei prossimi giorni e manifestare con maggiore forza ancora, visto che è proprio questo diritto ad essere messo definitivamente in discussione. «A quando la tessera del manifestante»? Hanno chiesto polemicamente i radicali mentre numerosi giuristi hanno segnalato l’incostituzionalità di un simile provvedimento. Un coro d’approvazione è venuto da parte del centrodestra ma anche da esponenti del Pd, come l’ex ministro degli Interni del primo governo Prodi, Enzo Bianco, il massacratore di Napoli. Aperture sono venute anche da Luciano Violante, a patto che una misura del genere sia adotatta dalla magistratura e non dalle questure.
Dopo i limiti permanenti imposti ai percorsi, l’estensione e l’istituzionalizzazione di una zona rossa attorno ai palazzi della politica, ora diventa problematica anche la semplice possibilità di manifestare al di fuori di forme e contenuti sgraditi ai governi di turno. I daspo verrebbero applicati a chiunque avesse precedenti e denunce in corso, in sostanza interverrebbero prima del giudizio finale manifestandosi come una sanzione amministrativa anticipata prim’ancora che la colpevolezza venisse penalmente accertata. Un modo per rendere innocui gli oppositori politici.

Caccia al manifestante, arrivano i nuclei mobili di pronto intervento
L’altra misura annunciata riguarda l’introduzione di “presidi mobili di pronto intervento” sul modello adottato dalla polizia greca per fronteggiare le imponenti contestazioni che da due anni fanno traballare il governo. La scelta di questa nuova strategia sarebbe supportata dalle analisi realizzate dalla digos e dalla polizia di prevenzione, in cui si parla di un «sistema parallelo che prescinde da chi ha organizzato la manifestazione perché si affianca a chi sfila, ma poi persegue altri obiettivi». Dai filmati degli incidenti di Atene e Londra, i responsabili dell’ordine pubblico e del contrasto all’eversione avrebbero tratto la convinzione della «presenza di analogie nella pianificazione degli attacchi, mirati verso gli obiettivi istituzionali e le forze dell’ordine». Da qui la decisione di ricorrere a piccole pattuglie mobili, coordinate dall’alto e da osservatori in abiti civili, che non seguono più il corteo o presidiano staticamente obiettivi sensibili e sbarrano strade, ma si muovono nel territorio circostante il tragitto della manifestazione a caccia dei gruppi considerati l’obiettivo da neutralizzare. In Grecia i Mat, gruppi speciali antisommossa, applicano da tempo questa strategia che assomiglia molto alla caccia praticata degli Indiani. Una forma di controguerriglia urbana a bassa intensità che consente di sorprendere gli avversari con degli agguati e dei raid improvvisi. Avanzano in fila indiana per poi scattare all’improvviso, spuntano dal nulla per agguantare i manifestanti isolati o aggredire i gruppetti confusi e sparpagliati. Si nascondono dietro gli angoli, accovacciati tra le vetture in sosta e gli arredi urbani. Anche la loro dotazione personale è speciale, tuta robocop, casco e maschera antigas, manganello agganciato dietro la schiena, decine di granate “incapacitanti”, cioè accecanti e assordanti, spray urticanti compreso i “capsulum”,

Lancia polvere urticante in dotazione alle forze speciali greche. Foto Baruda

potenti lancia-polvere di peperoncino che bruciano i polmoni. Addestrati all’arresto mirato sono in grado di infilarsi con azioni lampo all’interno del corteo per agguantare uno o due manifestanti e trascinarli via. Una tecnica già in uso nella polizia francese fin dalla metà degli anni 90. Questi nuclei alla fine dei cortei penetravano i gruppi di manifestanti che si attardavano negli scontri con pattuglie di 5-6 uomini. Due diretti sull’obbiettivo e gli altri intorno a protezione che si facevano strada a colpi di arti marziali.

 

Link
7 aprile 1979 quando lo Stato si scatenò contro i movimenti
Macchina del fango sul movimento: gli infiltrati di vauro Senesi e la stupidità sulla punta della sua matita
Governo e parlamento come la fortezza Bastiani. Per Roberto Maroni “centri sociali dietro gli scontri”
Martedi 14 c’erano degli infiltrati ma sedevano sui banchi del parlamento
Di Pietro e l’Idv da dieci anni sono le stampelle di Berlusconi
La produzione è ovunque, anche le rivolte urbane
Fischia il vento e soffia il Melteni
Grecia, scioperi e proteste contro la politica dei sacrifici
Ma dove vuole portarci Saviano?
Attenti, Saviano è di destra, criticarlo serve alla sinistra

Genova 2001, quel passo in più

 

Linea dura del governo. Roberto Maroni, “Centri sociali dietro gli scontri”. Tutti in galera e ora “nuclei mobili” di polizia contro i manifestanti

La cittadella della politica è ridotta come la fortezza Bastiani nel Deserto dei Tartari. Il Governo grida ai professionisti della violenza, per bocca del ministro dell’Interno accusa i centri sociali, critica i magistrati che hanno rimesso in libertà (con obblighi vari) i fermati (meno due) di martedì 14 e annuncia nuovi dispositivi di polizia per contenere le prossime manifestazioni. L’opposizione grida agli infiltrati ma è smentita dall’evidenza dei fatti e delle immagini. Lo spettro della Grecia terrorizza tutti. Il mondo delle istituzioni è sempre più scollato e separato dal Paese reale. Intanto una nuova generazione ribelle appare sulla scena

Paolo Persichetti
Liberazione 18 dicembre 2010

 

La piazza e il suo popolo

La relazione sugli scontri di piazza del 14 dicembre a Roma, tenuta ieri dal ministro dell’Interno Roberto Maroni in senato, era molto attesa soprattutto dopo l’intervista rilasciata il giorno prima a l’Unità dal capo della polizia. Si trattava di capire come il governo avrebbe reagito al ragionamento per nulla scontato proposto dal prefetto Antonio Manganelli. Il capo della polizia, infatti, aveva parlato di «un’attività di supplenza sempre più complessa e delicata» a cui le forze dell’ordine sono chiamate a causa delle tensioni sociali «in forte crescita in tutto il paese», provocate da una grave crisi economica e «dall’instabilità anche del quadro politico». Nelle parole di Manganelli e soprattutto nell’uso, certo ben riflettuto, del termine supplenza, è parso di leggere una critica alla politica del governo. La supplenza evoca un’attività di sostituzione, un’assenza riempita da qualcos’altro. I rifiuti di Terzigno, i licenziati Fiat, le aziende che chiudono, i terremotati aquilani, i migranti che salgono sulle gru, i precari che vanno sopra i tetti, insieme agli studenti – spiegava Manganelli – «sono tanti focolai di tensione. Perché i rifiuti di Napoli devono diventare un problema di polizia? Semmai è di pulizia». Il vuoto, lasciava intendere il capo della polizia, è quello della politica. Insomma non tutto può trasformarsi in questione di ordine pubblico: se le volanti sono costrette a scortare gli autocompattatori che si recano nelle discariche, se i reparti mobili devono trasformarsi in ausiliari della nettezza urbana, qualcosa non funziona più. Ebbene, nel suo intervento in aula il ministro dell’Interno si è mostrato totalmente sordo a queste riflessioni. Per Maroni l’unica risposta che offre la politica ai problemi sociali è il ripristino dell’ordine pubblico, cioè la repressione. Il manovratore non va disturbato. In piazza – ha spiegato nella sua relazione – accanto agli studenti che manifestavano c’erano i soliti professionisti della violenza, «gruppi organizzati di militanti antagonisti, che poco o nulla hanno a che fare con la scuola e con lo studio, provenienti da centri sociali autogestiti delle principali città italiane. L’ampia partecipazione dei centri sociali – ha sostenuto – testimonia l’eccezionale mobilitazione che si è voluta imprimere alla protesta degli studenti per inquinarla con la violenza». Maroni ha dunque già individuato i responsabili delineando il teorema incolpativo che con molta probabilità giustificherà alcune retate nelle prossime settimane. Anche qui l’analisi condotta dal responsabile del Viminale diverge da quella proposta dal capo della polizia che invece sottolineava un fatto nuovo, riscontrato dagli organizzatori stessi della manifestazione del 14, sorpresi e scavalcati dalla piazza: la presenza cioè di una nuova composizione sociale scesa in strada. «Il problema – sosteneva Manganelli – è la rabbia sociale che c’è in giro. Giovani e meno giovani che poco o nulla hanno a che vedere con la politica e le ideologie e che sono gonfi di rabbia, disposti a tutto». In queste ore sono state proposte analisi che hanno descritto con maggiore precisione la discesa in strada di nuove leve giovanili provenienti dalle scuole di periferia, molto più agguerrite, abituate al tifo da stadio, orfane delle ideologie post-anni 70 e della cultura della piazza costruita attorno ai social forum e ai controvertici, estranee alle pratiche del “conflitto mimato” e delle “dinamiche concordate” con le forze dell’ordine. Settori giovanili molto più vicini ai loro coetanei delle banlieues francesi o agli studenti londinesi. Giovani che su youtube guardano le immagini della rivolta greca. Una massa d’urto considerevole che suscita notevole inquietudine nella cittadella arroccata del potere. Nel retropensiero del capo della polizia c’è lo spettro greco, per questo affina l’analisi, chiama alle sue competenze la politica prima che il vento di rivolta del Melteni arrivi anche nelle città italiane. In qualche modo non calca la mano, il che spiega in parte la linea morbida di procura e tribunale che ha portato alle scarcerazioni. Ma anche qui Maroni indica un’altra linea, attacca le scelte della magistratura, seguito a ruota dal guardasigilli Angiolino Alfano che ha inviato un’ispezione ministeriale per verificare l’operato dei magistrati romani. Il governo auspica una fermezza simbolica con l’invio in carcere dei ragazzi fermati, a prescindere dalle loro responsabilità reali, anche se i dossier presentati dall’accusa sono fragili. I fermi nella stragrande maggioranza non sono avvenuti in flagranza. Si è trattato per lo più di classici rastrellamenti di piazza. Nessuno di loro aveva caschi o bastoni. Uno scenario ben diverso da quei «gruppi organizzati di violenti» che, secondo il ministro, hanno preso in ostaggio la maggioranza degli studenti. Una suddivisione tra buoni e cattivi proposta anche da Roberto Saviano, uno che in genere non sa mai bene di cosa scrive. Le parole di Maroni accentuano la distanza della politica dal mondo reale e rivelano la sindrome d’assedio che assilla i palazzi delle istituzioni. Timore che indurrà i responsabili dell’ordine pubblico ad introdurre, già dalle prossime manifestazioni contro il ddl Gemini, un nuovo dispositivo di polizia composto da “nuclei mobili”, «per prevenire altre occasioni di guerriglia urbana». Infine il ministro ha avuto buon gioco nel replicare a chi dai banchi dell’opposizione aveva confuso un manifestante, rivelatosi poi un liceale minorenne, con un poliziotto infiltrato. Polemiche che per altro hanno avuto il solo effetto di causare l’arresto del ragazzo, inizialmente riconsegnato ai familiari dopo il fermo a causa della sua minore età.

Link
Daspo e reparti speciali, lo Stato fa la guerra alla piazza
Macchina del fango sul movimento: gli infiltrati di vauro Senesi e la stupidità sulla punta della sua matita
Martedi 14 c’erano degli infiltrati ma sedevano sui banchi del parlamento
Di Pietro e l’Idv da dieci anni sono le stampelle di Berlusconi
La produzione è ovunque, anche le rivolte urbane
Fischia il vento e soffia il Melteni
Grecia, scioperi e proteste contro la politica dei sacrifici
Ma dove vuole portarci Saviano?
Attenti, Saviano è di destra, criticarlo serve alla sinistra

Genova 2001, quel passo in più

Martedi 14 c’erano degli infiltrati ma sedevano sui banchi del parlamento

Anna Finiocchiaro del Pd, Oliviero Diliberto del Pdci, Vauro Senesi del manifesto e Anno zero, denunciano la presenza di provocatori confusi tra i dimostranti. Ancora una volta la leggenda dell’infiltrato serve alla sinistra istituzionale per esorcizzare la propria inutilità politica

Paolo Persichetti
Liberazione 16 dicembre 2010

piazza DEL POPOLO!

Gli unici infiltrati che sono stati visti martedì 14 a Roma sedevano in parlamento nei banchi dell’opposizione. I loro nomi sono noti a tutti, si tratta dei dipietristi Antonio Razzi e Domenico Scilipoti e poi dell’ex veltroniano, passato successivamente con Rutelli, Massimo Calearo. I tre provocatori, dando prova di una consumata arte della messa in scena, dopo aver disertato la prima chiamata al voto sono apparsi in aula solo al secondo appello per depositare nell’urna i voti decisivi contro la mozione di sfiducia a Silvio Berlusconi. Questa circostanza apparsa praticamente in mondovisione, tante erano le reti televisive internazionali che hanno seguito la giornata parlamentare, avrebbe dovuto indurre a maggiore prudenza quegli esponenti del Pd, ma non solo, anche Oliviero Diliberto del Pdci e portavoce della Federazione della sinistra, non è stato da meno, che hanno gridato per l’intera giornata alla presenza di infiltrati fuori da Montecitorio che avrebbero dato il via agli scontri nell’imponente corteo che ha assediato le casematte del potere politico. A questo punto, se un interrogativo avrebbe avuto piena legittimità di esistere, questo riguardava, in realtà, l’identità dei mandanti dei tre parlamentari. Chi li ha reclutati nelle liste dell’Italia dei valori e del Pd?
Ecco che ancora una volta la legenda autoconsolatoria dell’infiltrato è servita alla sinistra parlamentare ed ai soliti Repubblica, il Fatto quotidiano, Roberto Saviano per esorcizzare l’ennesima sconfitta ed esportare sui giovani della piazza la propria inconsistenza politica. Per la cronaca il misterioso personaggio con il piumone color crema che numerose sequenze fotografiche riproducevano in prima fila durante gli scontri, compreso l’episodio dell’aggressione ad un finanziere, è un liceale minorenne, S. M., attivista politico ma non appartenente al collettivo studentesco “Senza tregua”, come era stato detto in un primo momento. La notizia è stata smentita con un comunicato dallo stesso collettivo, che però con questa precisazione “non ha inteso prendere le distanze dal giovane”. Altre fonti affermano che il ragazzo sia anche un frequentatore della curva romanista, vicino al gruppo dei Fedayn. Di certo non è figlio di un ex brigatista come la Stampa ha scritto stamani. Informazione errata rilanciata nel corso della giornata dai siti di altri quotidiani. Il padre del giovane avrebbe avuto alcuni precedenti giudiziari legati all’appartenenza ad un’area limitrofa a quella dell’Autonomia. Un passato comune a diverse migliaia di genitori romani. Il manganello e le manette che aveva in mano in una foto erano trofei raccolti nel furgone abbandonato dalla Finanza poco prima. A parlar chiaro è anche la composizione sociale dei fermati, 45 in tutto nella serata di martedì, scesi a 23 dopo la riconsegna dei minorenni alle famiglie e il rilascio di quelli rastrellati a caso. In gran parte giovanissimi, molti nati nel 1992. Tutti incensurati. Nessun professionista della violenza, come hanno tuonato in coro esponenti della maggioranza di governo, il sindaco Alemanno, e a ruota anche parlamentari dell’opposizione. Emblema, in realtà, di quella generazione precaria di cui tutti si riempiono la bocca senza mai volerne veramente comprendere i problemi, le rivendicazioni, la rabbia che esprimono. Che siano studenti o ragazzi cresciuti negli spalti degli stadi, la differenza nei comportamenti imprevedibili e gli slogan fuori dai codici classici delle culture della sinistra estrema, non cambia. Se dei paragoni storici possono essere richiamati, la giornata romana di martedì 14 dicembre ricorda un po’ i giovani con le magliette a strisce del luglio ’60, quelli che poco dopo furono protagonisti anche della contestazione di piazza Statuto, a Torino, nel 1961, censurata dai vertici del Pci e della Cgil dell’epoca ma in realtà annuncio di un nuovo corpo sociale ribelle che scosse il Paese dal ’68 in poi. Qualcosa di nuovo si muove, dunque, ma senza codici politici, senza nemmeno la memoria dei movimenti passati, figuriamoci degli anni 70, spettro che angoscia solo il mondo separato delle istituzioni. L’effetto calamita ha attratto questi giovani che hanno approfittato di un appuntamento come quello del voto di sfiducia al governo, anche se la loro rabbia, la voglia di fargliela pagare va molto oltre le dinamiche parlamentari. Tutto ciò interroga la sinistra a partire dal fatto che questi giovani sono politicamente orfani e quindi rischiano di esser soli di fronte alla macchina repressiva dello Stato. I 23 fermati compariranno stamani in tribunale a piazzale Clodio dove si svolgeranno i riti per direttissima. L’imputazione contestata dai pm Pietro Saviotti e Silvia Santucci è quella di resistenza, aggravata dalle armi improprie e dal numero dei partecipanti, e l’oltraggio a pubblico ufficiale. Reati che prevedono un tetto di pena massimo che può raggiungere i 15 anni di reclusione. Ad alcuni di loro verrà contestato anche il reato di lesioni. Diversi fermati provengono da altre città, come Genova e Bologna. Un presidio di solidarietà è stato indetto stamattina, alle 10, davanti al tribunale.

Link
Daspo e reparti speciali, lo Stato fa la guerra alla piazza
Macchina del fango sul movimento: gli infiltrati di vauro Senesi e la stupidità sulla punta della sua matita
Governo e parlamento come la fortezza Bastiani. Per Roberto Maroni “centri sociali dietro gli scontri”
Di Pietro e l’Idv da dieci anni sono le stampelle di Berlusconi
La produzione è ovunque, anche le rivolte urbane
Fischia il vento e soffia il Melteni
Grecia, scioperi e proteste contro la politica dei sacrifici
Ma dove vuole portarci Saviano?
Attenti, Saviano è di destra, criticarlo serve alla sinistra

Genova 2001, quel passo in più
Sgommiamo Diliberto dalla scena politica

SCONTRI 14 DICEMBRE A ROMA: DILIBERTO, VIOLENZA OPERA DI INFILTRATI

SCONTRI ROMA: DILIBERTO, VIOLENZA OPERA INFILTRATI VANNO INDIVIDUATI, NON CONFONDERE PROTESTA STUDENTI CON VIOLENTI (ANSA) – ROMA, 15 DIC –

«Se c’erano infiltrati, come pensiamo c’erano, è necessario che vengano individuati. Filmati, foto e testimonianze sugli scontri di ieri a Roma c’è ne sono a iosa. Chi di dovere, ministro dell’Interno in primis, analizzi tutto il materiale e indaghi. Un Paese civile non può assolutamente permettersi di non farlo. Le lotte pacifiche degli studenti, che da mesi manifestano in tutte le piazze, non possono in nessun modo essere confuse e oscurate da atti di violenza inaccettabili». È quanto afferma Oliviero Diliberto, portavoce della Federazione della sinistra. (ANSA). DEL 15-DIC-10 12:29 NNN

FINE DISPACCIO

Comunicato del collettivo studentesco Senza tregua

Il ragazzo del liceo Caetani, fermato in queste ore non è uno studente di Senza Tregua.
Lo affermiamo non per prenderne le distanze, ma per dovere di cronaca e rispetto nei confronti dello studente.
Ribadiamo in ogni caso la nostra solidarietà ad un ragazzo di appena sedici anni, che si è trovato suo malgrado al centro di un caso mediatico in cui giornali e televisioni non hanno fatto altro che speculare sulla sua situazione, senza alcun rispetto.
Purtroppo la volontà dei partiti politici e dei media in questo momento è di negare l’importanza della manifestazione del 14 dicembre e per oscurarne la portata, si utilizza ogni mezzo, senza alcun rispetto neanche per un ragazzo minorenne.
Non si può trasformare una grande manifestazione politica in una questione di ordine pubblico, non si può ridurre quanto accaduto nella giornata del 14 dicembre alla dinamica di presunti gruppi estremisti ed infiltrati nei cortei. Questa logica la conosciamo bene e la rigettiamo.
Non ci sono studenti buoni e studenti cattivi, c’è un movimento responsabile e razionale che punta a bloccare questa riforma, mandare a casa questo governo, lottare contro un sistema che sfrutta ed opprime lavoratori e studenti.
Nelle agenzie e negli articoli di giornale siamo definiti movimento di “estrema sinistra”. È una definizione che non riconosciamo, come non riconosciamo l’idea che chiunque si opponga a questo stato di cose sia etichettato come, antagonista ed estremista; definizioni vuote di significato, intrise solo di interessi economici e politici da difendere.
Se per voi lottare ogni giorno per una scuola ed un’università pubblica, accessibile a tutti, per la sicurezza degli edifici scolastici, per i diritti degli studenti è da estremisti, allora si, siamo estremisti. Se per voi difendere i diritti dei lavoratori, contestare sindacalisti asserviti alla volontà dei padroni è da estremisti, allora si, siamo estremisti. Ma viene da chiederci dove sono finiti tutti gli altri? Quei tanti che hanno lottato negli anni ‘70 per un mondo migliore, e oggi pensano di esaurire il loro compito guardando annozero e ballarò, magari dall’alto di qualche posizione di riguardo raggiunta. Si chiedano loro, cosa erano e cosa sono diventati.
“Senza Tregua” il nostro slogan, citato impropriamente dai giornali e dalle agenzie stampa, è tratto da un libro di un partigiano, Giovanni Pesce, che nel consegnare idealmente ai giovani il patrimonio della resistenza, afferma che è proprio ai giovani che spetta il compito di proseguire sulla strada della resistenza e ampliare le sue conquiste.
Per questo la nostra lotta è senza tregua.
Solidali con S.
Non un passo indietro.

16 dicembre 2010

Di Pietro e l’Idv da dieci anni sono le stampelle di Berlusconi

Dietro la compravendita dei voti a Montecitorio l’inconfessabile attrazione dei giustizialisti per il berlusconismo

Paolo Persichetti
Liberazione 12 dicembre 2010

Vivere per la politica o vivere di politica? Nonostante sia passato quasi un secolo da quando Max Weber affrontò la questione in una conferenza universitaria tenutasi a Monaco nel 1918, le cose sono rimaste più o meno uguali. Divenuto nel frattempo uno dei classici del pensiero politico, La politica come professione, saggio che raccoglie il testo della conferenza tenuta dal sociologo tedesco, sta all’analisi dello Stato e dei meccanismi di funzionamento e legittimazione del potere politico nelle società borghesi e capitaliste come il Capitale di Marx sta all’analisi del sistema di produzione capitalistico. Con l’emergere dello Stato moderno la nuova figura del politico di professione espropria il ruolo che era stato dei funzionari di ceto. Il progressivo allargamento dell’apparato statale alle masse popolari, in una società dove permane la divisione del lavoro, pone il problema del reperimento delle risorse per consentire l’esercizio della politica anche per quei gruppi sociali privi di capitale economico. In Europa videro la luce i grandi partiti operai e socialisti, poi comunisti, dotati di potenti apparati animati da funzionari. Professionisti della politica che nella versione bolscevica divennero professionisti della rivoluzione. Dove mancavano i partiti di massa radicati territorialmente continuavano a prevalere i notabili tradizionali, legati ad una logica imprenditoriale privata della politica. Spiega Weber che in entrambe le ipotesi, anche se in forme diverse, la politica è rimasta un mezzo per costituire a proprio favore delle rendite. Un mezzo, non per forza sempre e comunque un fine. Insomma vivere di politica è una condizione connaturata alla politica moderna, sia nelle tradizione liberaldemocratica che in quella che fu del socialismo reale. L’estrazione a sorte e la rotazione dei mandati, presenti nella democrazia ateniese, o il vincolo di mandato votato dagli insorti della Comune di Parigi, appartengono ad un’altra storia.
Le aule parlamentari trasformate in una fiera dei voti, come sta accadendo in questi giorni, non sono dunque una novità. Il trasformismo parlamentare è nato in Italia con lo Stato unitario, praticato da Agostino De Pretis venne ripreso da Francesco Crispi e poi da Antonio Giolitti. Ha imperversato per l’intero cinquantennio della Prima Repubblica tra i banchi della democrazia cristiana e dei suoi alleati satelliti. Poi la fine dei partiti pesanti, il ritorno alla politica dei notabili, la sostituzione dei circoli con i gazebo, il presidenzialismo sostanziale che caratterizza il sistema politico della Seconda Repubblica hanno incrementato la volatilità dei mandati parlamentari. Ma c’è qualcosa di più che va segnalato dietro i repentini passaggi di schieramento delle ultime ore. C’è un partito di voltagabbana d’ogni genere (molti arrivati dalla sinistra), l’Italia dei valori, che da quando ha avuto accesso in parlamento svolge sistematicamente la funzione di serbatoio di riserva del berlusconismo nonostante la feroce retorica antiberlusconiana di cui fa mostra. D’altronde come non ricordare l’incontro con il Cavaliere nel 1994 quando intenzionato a scendere in politica Di Pietro era ancora incerto su quale fosse lo schieramento migliore dove collocarsi. Ogni qualvolta sono emersi momenti critici all’interno di una legislatura dai suoi banchi si sono staccati dei parlamentari per dar manforte alla maggioranza berlusconiana. Accadde nel 2001 con Gabriele Cimadoro e Valerio Carra che votarono la fiducia a Silvio Berlusconi. Si ripeté nel 2006 con Sergio De Gregorio, decisivo per la caduta del governo di Romano Prodi. Succede nuovamente oggi con Domenico Scilipoti e Antonio Razzi (di cui si dice che il primo abbia i beni pignorati e l’altro un grosso mutuo da pagare). Ma la lista continua ancora se solo volgessimo lo sguardo agli amministratori locali o al parlamento europeo. Di Pietro grida al tradimento, taccia i transfughi di Giuda, va dai pm, ma quelli che chiama traditori li ha scelti lui. Dice che non sapeva come riempire le liste e così per racimolare voti ha reclutato personaggi espressione delle peggiori reti clientelari e affaristiche presenti sui territori, pronti a concedersi al miglior offerente. Per una formazione che rivendica il monopolio dell’etica e della virtù non è una bella figura. Siamo forse alla prova della verità per il giustizialismo dipietrista: il berlusconismo e l’antiberlusconismo giustizialista sono l’uno la stampella dell’altro, si sorreggono reciprocamente. Questo ci dice il mercato delle vacche che si sta svolgendo a Montecitorio.

Link
Martedi 14 c’erano degli infiltrati ma sedevano sui banchi del parlamento
Governo e parlamento come la fortezza Bastiani. Per Roberto Maroni “centri sociali dietro gli scontri”
Retroscena di una stagione: Di Pietro e il suo cenacolo
Di Pietro: “Noi siamo la diarrea montante”
Congresso Idv: i populisti lanciano un’opa su ciò che resta della sinistra
La sinistra giudiziaria
Dipietrismo: malattia senile del comunismo?
Genesi del populismo penale e nuova ideologia vittimaria
Populismo penale, una declinazione del neoliberismo
Populismo penale
Ma dove vuole portarci Saviano?
Attenti, Saviano è di destra, criticarlo serve alla sinistra

Alessandro Dal Lago: “La sinistra televisiva? Un berlusconismo senza Berlusconi”

“Non si scherza con i santi”

Roberto Santoro
L’Occidentale Web, 8 Dicembre 2010


Mesi fa avevamo intervistato il sociologo Alessandro Dal Lago su “Eroi di carta”, un piccolo ma deflagrante pamphlet su Roberto Saviano. Nel frattempo l’autore di “Gomorra” è sbarcato in televisione con Fabio Fazio, come pure di novità, nello scenario politico nazionale, ce ne sono state tante. Così abbiamo pensato di risentire il professor Dal Lago, un uomo di sinistra che alla sua parte politica, come pure al governo e ai mezzi di comunicazione di massa, non ne lascia passare una. Abbiamo scoperto che i nostri dubbi su “Vieni via con me” non erano così infondati: mentre i giovani vanno in cerca di eroi come Saviano, e gli uomini politici si atteggiano a grandi moralizzatori, sono in pochi ad accorgersi dei rischi finanziari che corre l’Italia in un momento di grande incertezza politica.

Professor Dal Lago, com’è andata con “Eroi di Carta”?
E’ uscita da poco una seconda edizione del libro, con una postfazione intitolata “Non si scherza con i santi. Una postilla sul declino dello spirito critico in Italia”.

San Saviano?
Sono intervenuto sulle polemiche successive alla pubblicazione del saggio. La postilla è un testo che risale allo scorso luglio e che in parte mi è servito come ponte per la ricerca che sto preparando adesso, un lavoro sulla “sinistra televisiva”.

Saviano da eroe di carta a eroe catodico.
Francamente, non m’interessa più parlare di lui. Ormai è un personaggio codificato nel ruolo dello showman. D’altra parte, anche il mio libretto non era un attacco al personaggio, ma una riflessione su certi meccanismi mediali e letterari.

Era meglio lo scrittore?
In televisione la resa di Saviano non è stata granché, come hanno osservato anche alcuni critici televisivi. La tv non è il suo mezzo, mi è parso molto ingessato.

Ha attaccato la Camorra.
Tutto quel parlare sulle origini mitologiche della Camorra, come se fosse chissà quale rivelazione… informazioni che si trovano ovunque, basta aprire Wikipedia, se non si ha voglia di leggere un libro di uno storico serio.

Eppure “Vieni via con me” ha fatto oltre il 30 per cento di share, sorpassando il “Grande Fratello”.
Nello show è emerso come vero regista della liturgia Fabio Fazio, è lui il nuovo grande cerimoniere della televisione italiana. Vespa mi sembra al tramonto.

Qual è la sinistra televisiva, quella dei salotti?
I salotti di sinistra non esistono più, erano una roba degli anni sessanta e settanta. Ha presente “La terrazza” di Scola?

Sì, ma adesso cosa c’è al loro posto?
Direi che la sinistra televisiva è quella che pensa di creare consensi con un mezzo, la tv, che per tanto tempo è stata governata dal modello berlusconiano. Un berlusconismo senza Berlusconi. L’audience a cui mira Fazio è un pubblico particolare, un elettorato che voterebbe per il Pd ma è affascinato da Fini e magari non disdegna Casini. Un pezzo di “società civile”, fluttuante, giovanile, delusa, contraria al governo, anche se credo si tratti in fondo di una minoranza.

Parliamo dei politici invitati a “Vieni via con me”.
E’ un discorso che riguarda la comunicazione politica tradizionale: la tv impone certe regole a cui i politici debbono adeguarsi; così, tutto si equivale. Restano le contrapposizioni puramente formali, non i contenuti o le idee. “Vieni via con me” aggiunge un aspetto inedito: il piccolo schermo vince sulla politica.

In che senso?
I politici si subordinano a un copione già scritto, che non è il loro, sotto lo sguardo tra l’ironico e compunto di Fazio. Penso agli “elenchi” di Fini e Bersani, al ministro Maroni che prima attacca Saviano e poi va ospite in trasmissione e legge il suo elenchino di successi, subordinandosi anche lui al frame mediatico.

Cosa c’è di così pericoloso?
Stiamo assistendo a un processo di desemantizzazione del linguaggio politico. Ho riletto gli “elenchi” recitati dagli ospiti durante lo show e in particolare quelli di Bersani e Fini, che mi sembrano, se non proprio uguali, complementari… L’aspetto più preoccupante di questo fenomeno è l’adesione giovanile verso dei miti ingenui e naif. Il riconoscimento, l’identificazione del pubblico in questo o quell’altro eroe televisivo, mi sembra qualcosa di profondamente irrazionale.

Nella nostra precedente intervista concludeva dicendo che i ragazzi di oggi non si accorgono dei loro problemi concreti: la casa, il lavoro. Intanto sono andati sui tetti.
Se è per questo ci sono andati anche Bersani e Granata. Trovo che il comportamento di quest’ultimo sia veramente curioso: prima sale sui tetti con gli studenti e poi vota per far passare il Dl Gelmini.

Vendola invece dice che la gestione dell’ordine pubblico nelle ultime settimane è stata “criminale”, evocando il Cile di Pinochet.
Il governatore della Puglia esagera, ma fa il suo mestiere, si infila in un vuoto lasciato dal Pd anche se non credo che alla fine ci riuscirà. Ma trovo che la polizia italiana sia spesso incapace di gestire l’ordine pubblico, questo me lo lasci dire. E che i politici contribuiscano a diffondere un’isteria radicale: gli studenti lanciano qualche uovo e subito si parla di terrorismo, “atti di inaudita violenza” secondo il Presidente Schifani e così via.

Vendola evoca l’esempio di Aldo Moro spiegando che il leader della DC impedì che il Sessantotto finisse nella repressione.
Nel Sessantotto io c’ero e le manganellate le ho viste e un paio ne ho anche prese.

Lei insegna all’università. Che ne pensa della riforma?
Trovo che aspetti teorici della riforma come l’idoneità nazionale, la chiamata diretta da parte dei dipartimenti, al limite anche il “4+4” per i ricercatori se fosse seguito da concrete possibilità di carriera – come il tenure track, cioè un percorso che porta al posto fisso -, potrebbero anche essere accettati, e in fondo c’è un buon numero di docenti che concordano.

Ma?
La questione è un’altra, i tagli voluti da Temonti e accettati dal ministro Gelmini. Personalmente sono contro i tagli (ricordo che l’Università italiana è agli ultimi posti tra i paesi Ocse per quota di finanziamenti sul Pil), contro l’ingresso dei privati nei cda degli atenei (senza che i privati versino un euro), contro l’idea che i cda divengano più importanti del Senato accademico.

Tremonti ha promesso che i fondi arriveranno.
Vado e vengo dagli Stati Uniti. Negli Usa in molte università hanno tagliato il 10% dello stipendio ai professori, presto lo farà anche Zapatero e non si capisce come si troveranno i fondi in Italia con l’aria che tira.

C’è un collegamento con “Vieni via con me”?
Mentre nel mondo parallelo della tv i ragazzi dicono “io sono Saviano” – basta dare un’occhiata ai blog – e i politici si atteggiano a moralisti catodici, autorevoli quotidiani economici come il Wall Street Journal scrivono che la situazione economica dell’Italia è sull’orlo del baratro, in un contesto in cui lo scandalo di WikiLeaks ha indebolito il premier Berlusconi davanti ai suoi alleati.

Faremo la fine della Grecia?
Gli speculatori potrebbero prendere di mira l’Italia ma il nostro mercato rappresenta una quota troppo importante di quello europeo e l’Unione non può permettersi una crisi di sistema. E’ evidente che la debolezza del governo Berlusconi non permette di gestire quel piano di austerity richiesto dall’Europa per tenere sotto controllo il debito senza deprimere troppo la crescita e i consumi. Questa mi sembra la vera cifra dell’attuale crisi, e in fondo un governo d’emergenza, diciamo, così per celia, da Letta a Tremonti a Fini e Casini, magari con ‘appoggio esterno’ del Pd, è quello che farebbe alla bisogna…

L’ha visto il sequel di Wall Street? Anche Gordon Gekko è diventato obamiano.
Gli anni ottanta furono l’epoca delle grandi speculazioni private. Stavolta l’esposizione bancaria e la crisi dei mutui americani hanno bruciato enormi ricchezze pubbliche. La speculazione attacca gli stati. In ogni caso, se l’Italia dovesse andare in default sarà l’Occidente stesso a pagarne le conseguenze.

Link
Alessandro Dal Lago:“La sinistra televisiva un berlusconismo senza berlusconi”

Il capo della Mobile di Napoli: “Vi spiego perché ero contrario alla scorta per Roberto Saviano”

Aldo Grasso: “Vieni via con me un po’ come a messa”
Daniele Sepe scrive un rap antiSaviano: “E’ intoccabile più del papa”
Il razzismo anticinese di Saviano. L’Associna protesta
La denuncia del settimanale albanese: “Saviano copia e pure male”
Il paradigma orwelliano impiegato da Roberto Saviano
Saviano in difficolta dopo la polemica su Benedetto Croce
Marta Herling: “Su Croce Saviano inventa storie”
Saviano, prime crepe nel fronte giustizialista che lo sostiene

Ma dove vuole portarci Saviano
Il ruolo di Saviano. Considerazioni dopo la partecipazione a “Vieni via con me”
Pg Battista: “Come ragalare un eroe agli avversari. Gli errori della destra nel caso Saviano”
Non c’è verità storica: il Centro Peppino Impastato diffida l’ultimo libro di Roberto Saviano
Diffida e atto di messa in mora. Rettifica libro “La parola contro la camorra” di Roberto Saviano
Castelvolturno, posata una stele per ricordare la strage di camorra ma Saviano non c’era e il sindaco era contro
Alla destra postfascista Saviano piace da morire
Populismo penale

Il diritto di criticare l’icona Saviano
La libertà negata di criticare Saviano
Saviano, l’idolo infranto
Pagliuzze, travi ed eroi
Attenti, Saviano è di destra, criticarlo serve alla sinistra

Buttafuoco, “Saviano agita valori e codici di destra, non regaliamo alla sinistra”