«Caro Lula, in Italia di ergastolo si muore»

Lettera aperta di un gruppo di ergastolani italiani al presidente brasiliano: «In Italia l’ergastolo è reale. Non estradare Battisti»

Paolo Persichetti

Liberazione 26 marzo 2009

Un gruppo di ergastolani reduci dallo sciopero della fame contro l’ergastolo, che per tre mesi e mezzo ha coinvolto a staffetta tutte le prigioni italiane, ha indirizzato una lettera aperta al presidente del Brasile, Ignazio Lula da Silva. Lo rende noto l’associazione Liberarsi che ieri ne ha diffuso il contenuto. Con questo gesto quei detenuti che sul loro certificato penale trovano la dicitura “fine pena mai” hanno voluto esprimere apprezzamento per un Paese che ha abolito l’ergastolo dal proprio codice penale. Nel testo, gli autori criticano senza mezzi termini quei giornali e soprattutto quegli esponenti politici che, ignorando «la storia, le storie e persino gli atti processuali», hanno per settimane ingiustamente raffigurato il Brasile come un postribolo da «terzo mondo, privo di una solida cultura giuridica, terra che custodisce latitanti e criminali internazionali». Un Paese che all’uscita degli anni bui della dittatura militare ha saputo fare quel salto di civiltà giuridica che mancò all’Italia dopo il fascismo. Dopo aver letto che una delle ragioni che potrebbero condurre le autorità brasiliane a rifiutare l’estradizione verso l’Italia di Cesare Battisti, l’ex militante della sinistra armata degli anni 70 che ha ottenuto lo status di rifugiato politico dal ministro della Giustizia Genro, viene proprio dal fatto che il Brasile rifiuta l’ergastolo, e senza per questo «voler entrare nel merito della vicenda», gli autori del testo ringraziano Lula «per aver ribadito un principio giuridico internazionale che dovrebbe essere un atto politico essenziale nella storia sociale dei popoli». In Italia – spiegano ancora gli autori della lettera – uno sciopero della fame che ha coinvolto migliaia di persone contro una pena socialmente eliminativa, «figlia giuridica della pena di morte, non fa notizia come il fatto che siano stati depositati alla corte di Strasburgo ben 739 ricorsi contro l’ergastolo». Per tutta risposta, invece, si stanno approntando «leggi che prevedono carcere e pene severe per immigrati, tossicodipendenti, prostitute e persino giornalisti». Tanto che le condizioni di sovraffollamento delle carceri italiane «come ha dichiarato in questi giorni lo stesso ministro della Giustizia, non rispettano il dettato costituzionale né il diritto alla dignità». Con questa iniziativa gli ergastolani vogliono far sapere alla comunità internazionale che in Italia la pena dell’ergastolo resta a tutti gli effetti una pena perpetua. La concessione della liberazione condizionale dopo il ventiseiesimo anno di reclusione, evocata ipocritamente dai nostri rappresentanti istituzionali, resta solo un’ipotesi sottomessa alla discrezionalità della magistratura e sempre più impraticabile a causa di una giurisprudenza restrittiva. Mentre la legge esclude, di fatto, tutti quelli che sono sottoposti al carcere duro. Di ergastolo si muore. Lula ora lo sa.

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Stupro della Caffarella: cosa si nasconde dietro la “confessione” di Loyos? 15

Cosa si nasconde dietro la confessione-ritrattazione di Loyos? Per la difesa ci furono “pressioni fisiche” (tortura), per la procura quelle ammissioni dimostravano che Loyos e Gavrilia (uno degli stupratori) si erano conosciuti in carcere nel 2007

Anita Cenci
Liberazione 25 marzo 2009

Secondo il pm Vincenzo Barba esisterebbero dei legami tra Alexandru Loyos Isztoika, il “biondino” che aveva inizialmente confessato (ma subito ritrattato) lo stupro della Caffarella, per essere finalmente scagionato dal test del dna, e Oltean Gavrilia, che una volta incastrato dalla prova biologica ha ammesso la violenza commessa insieme al connazionale Jean Alexandru Ionut.
Il pubblico ministero ha depositato una certificazione dell’amministrazione penitenziaria nella quale si comprova la contemporanea presenza dei due nel carcere di Regina Coeli in due diverse circostanze. È quanto si è appreso ieri al termine dell’udienza del tribunale del riesame, chiamato a pronunciarsi sulla richiesta di scarcerazione di Loyos per l’accusa di calunnia, autocalunnia e diffamazione scaturita dalla sua ritrattazione. Il collegio, presieduto da Antonio Lo Surdo, si è riservato. Molto probabilmente la decisione arriverà nella giornata di oggi. La difesa ha ribadito che la confessione, avvenuta in piena notte, sarebbe stata estorta al giovane dopo un trattamento molto brusco, mentre l’assenza di segni evidenti sul corpo non sarebbe di per sé un argomento valido per sostanziare il reato di calunnia. Esiste un ampio ventaglio di pressioni fisiche, anche di elevata intensità, capace di non lasciare tracce lampanti. Al momento della ritrattazione, Loyos mostrava solo dei rossori al livello delle ascelle, mentre Racs era stato refertato all’ingresso in carcere. Insomma qualcosa d’anormale è certamente successo nelle ore immediatamente successive all’arresto dei due, sotto la pressione politico-mediatica del momento. Qualcosa che se trovasse conferma assumerebbe estrema rilevanza anche per l’enorme esposizione politica assunta da tutta la vicenda. Lo stupro di san Valentino è stato il cavallo di Troia che ha consentito il varo dell’ennesima svolta sicuritaria, la legalizzazione delle ronde, una nuova ondata di sgomberi e odio xenofobo con ripetuti pestaggi di lavoratori immigrati. Una spedizione punitiva contro lavoratori romeni avvenne in margine ad un corteo di Forza nuova nelle ore successive allo stupro. Attorno alla vera storia della confessione-ritrattazione di Loyos si gioca dunque una partita importante, non solo giudiziaria ma anche politica.
Per questo questura e procura non arretrano di un millimetro, intenzionate ad allontanare ogni sospetto sul loro operato e dimostrare che l’arresto di Loyos non era poi del tutto infondato. Il pubblico ministero ha ripetuto che Loyos, con la sua “confessione”, intendeva proteggere la fuga dei suoi complici. Se così fosse, sia Gavrilia che Ionut non ne hanno minimamente approfittato, commettendo al contrario solo errori e ingenuità.
E poi, il fatto che il “biondino” e Gavrilia si siano trovati nello stesso carcere per 48 ore, dal 25 al 27 settembre 2007, e per 8 giorni dal 12 al 20 ottobre successivo, non dimostra automaticamente che abbiano avuto modo di conoscersi. La prima volta erano addirittura in piani diversi. I «nuovi giunti», spiegano da Regina Coeli, passano sempre alcuni giorni in isolamento. La circostanza, benché meriti d’essere approfondita, allo stato resta soltanto una mera supposizione non corroborata da prove.

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Stupro del Quartaccio, scarcerato Racs 14

Scarcerato Karol Racs. Crolla anche la seconda accusa
Confessano i due veri autori dello stupro incastrati dal dna

Anita Cenci
Liberazione 24 marzo 2009

Karol Racz ha lasciato ieri sera il carcere di Regina Coeli. È caduta così anche la seconda accusa nei confronti del romeno già scagionato l’11 marzo scorso dalla violenza carnale commessa contro una minorenne il giorno di san Valentino nel parco romano della Caffarella.
Il tribunale del Riesame di Roma, presieduto da Giuseppe D’Arma, ha esaminato la nuova richiesta di scarcerazione per l’altra accusa che pesava nei suoi confronti, l’aggressione sessuale su una donna di 41 anni consumata la sera del 21 gennaio nel quartiere del Quartaccio, una zona di Primavalle nella periferia nord della capitale. Questa seconda imputazione era giunta all’apice della brutale campagna mediatica che aveva messo alla gogna Racz, insieme al suo coimputato Loyos Isztoika, decretati colpevoli dello stupro della Caffarella anzitempo. I due episodi erano tenuti insieme dal «teorema incolpativo» messo in piedi dalla questura e dalla procura, dopo aver abilmente pilotato testimoni facilmente suggestionabili e vittime e comprensibilmente confuse e sotto choc. I due ragazzi oggetto dell’aggressione – avevano scritto i giudici in sede di tribunale del Riesame – «hanno generato un quadro rappresentativo destrutturato, disomogeneo e contraddittorio».
Il tribunale ha deciso di rimettere in libertà Racz, nonostante il pm nel corso dell’udienza avesse richiesto la conferma del provvedimento restrittivo. Ma, contro l’accanimento persecutorio della procura, pesava come una montagna il risultato negativo dell’esame dna (come per l’episodio della Caffarella), il riconoscimento incerto realizzato dalla vittima in sede d’incidente probatorio, incertezza ribadita dalla donna in più di una occasione e poi l’alibi stesso fornito dal romeno, come nel caso della Caffarella. Alibi, va detto, mai tenuti nella giusta considerazione dagli inquirenti perché a fornirli erano persone ospiti nei campi rom della zona di Torrevecchia. Alcuni di loro, appositamente riuniti dalla polizia in una sala d’attesa della questura, erano stati intercettati con la speranza di coglierli in flagranza di falsa testimonianza mentre insieme, pensavano gli investigatori, sicuramente avrebbero concordato una versione di comodo che scagionasse il loro conoscente. Invece dicevano il vero. Un comportamento, quello degli investigatori e della procura, che in tutta questa vicenda ha dato più volte prova di un aperto pregiudizio.
Sempre ieri, gli altri due romeni risultati positivi al test del dna, arrestati venerdì 20 marzo con l’accusa d’essere i veri stupratori della Caffarella, hanno confessato la loro partecipazione all’aggressione nel corso dell’interrogatorio di garanzia tenuto di fronte al pm e al gip. I due, Alexandru Jean Ionut, 18 anni, e Oltean Gavrilia, 28 anni, già detenuti per altre rapine contro delle coppiette, realizzate in un altro parco della capitale limitrofo a quello della Caffarella, nei giorni immediatamente successivi allo stupro, hanno affermato – ha spiegato il pm Vincenzo Barba – «di avere appreso dell’arresto di Loyos Isztoika e Racz dai giornali escludendo però di averli mai conosciuti o frequentati».
Insomma della prima inchiesta non resta nulla, se non molta cattiva coscienza e tanta disonestà intellettuale, come quella dimostrata dal questore Giuseppe Caruso che dopo la svolta nelle indagini, riprese da zero e finalmente condotte con criteri investigativi seri, non più obnubilati dalla necessità di offrire in fretta dei colpevoli alle richieste pressanti della politica, ancora sabato scorso si dichiarava convinto «che ci sia un legame diretto o indiretto» tra Loyos (il biondino) e i due nuovi arrestati. «È il filo che stiamo cercando di scoprire», ha aggiunto. Eppure, sempre il Riesame aveva liquidato l’autoconfessione di Loyos con parole inequivocabili: «Una trama che declina uno stato d’intrinseca inaffidabilità (…) d’infedeltà storico-rappresentativa», in quanto «è proprio la qualità soggettiva del dichiarante a deprivare il suo narrato della presunzione relativa di affidabilità e a influenzare il meccanismo ricostruttivo».
Ora che i presunti responsabili dello stupro sono stati assicurati alla giustizia e l’inchiesta sembra avviata su binari più consoni del rispetto del codice di procedura (con la rinuncia a far sfilare davanti ai media dei trofei da caccia), molti vorrebbero sapere come è stata estorta la confessione di Loyos, come è stato possibile che gli sia stato fatto dire «lo abbiamo fatto per dispetto», quando non aveva commesso nulla del genere.
Anche se le reazioni delle istituzioni vanno in tutt’altra direzione e difficilmente si arriverà a fare piena luce. Il sindaco di Roma Alemanno si è subito complimentato con la questura «per la tenacia e la determinazione» dimostrata.
E mentre le indagini sui nuovi inquisiti si allargano per verificare se Gavrilia, come ha sostenuto il suo coimputato più giovane, si sia macchiato di un altro stupro (di cui andava vantandosi) avvenuto nel mese di luglio 2008 nella zona del Pigneto, oggi si terrà l’udienza del Riesame per Loyos Isztoika ancora detenuto con l’accusa di calunnia, autocalunnia e diffamazione per una violenza che non ha mai commesso.
Intanto ieri sera all’uscita dal carcere del suo assistito, l’avvocato La Marca ha lanciato un appello: «Karol è un bravo pasticcere, se c’è qualche fornaio o pasticcere pronto a offrire un lavoro si faccia avanti».

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Caffarella e Quartaccio: l’uso politico dello stupro

La cronaca è da sempre un interessante rivelatore sociale. La cronaca nera lo è ancor più da quando la politica ha fatto della paura, dell’insicurezza fisica, della criminalità, uno strumento di governo. Si è già osservato come il termine “insicurezza” abbia lentamente mutato senso venendo ad indicare non più il timore verso un futuro incerto legato all’aumento del costo della vita, alla precarietà sociale, all’impossibilità di crescere in modo decente i propri figli assicurando loro una istruzione pubblica, degli studi superiori efficaci e magari un percorso universitario, alla difficoltà di pagare l’affitto o il mutuo, al carovita, bollette, benzina, abbigliamento, alla quasi impossibilità di uscire la sera per andare a mangiare una pizza, bere un bicchiere, vedere un film, ascoltare un concerto, guardare uno spettacolo teatrale. L’insicurezza di cui si parla non riguarda la fragilità dei posti di lavoro, i salari che perdono sistematicamente potere d’acquisto, i ticket sulle medicine e le cure ospedaliere, gli assegni sociali che un tempo aiutavano ed ora sono scomparsi con lo sfaldamento del welfare. L’insicurezza che preoccupa non riguarda la mancanza di nuovi posti di lavoro o l’offerta sul mercato di lavori a bassa remunerazione, senza garanzie, senza contributi, senza diritti sindacali, copertura malattie, pensione. L’insicurezza che ossessiona non si rivolge ad un futuro dove la pensione sarà sempre più un miraggio e avremo una società di persone anziane ridotte alla povertà. No, per fare schermo a tutto ciò si diffonde un’ansia da insicurezza costruita sulla base di continui allarmi sociali dovuti a una presunta crescita della criminalità, anche se poi ciò non corrisponde al vero. Rapine e omicidi sono in calo, come le aggressioni, tuttavia la percezione sociale del rischio criminalità è in continuo aumento grazie ad un’informazione ipertrofica che amplifica e spettacolarizza i fatti di cronaca nera fino a renderli totalizzanti.
La cronaca nera è un rivelatore delle trasformazioni della politica, dei suoi linguaggi, delle strategie messe in campo. Negli ultimi anni il tema degli stupri, delle aggressioni sessuali legate strumentalmente alla figura dello straniero, dell’immigrato clandestino, sono diventati argomenti centrali del marketing politico e dell’immaginario sociale. Il caso Reggiani, la donna uccisa per aver resistito ad una rapina trasformatasi in violenza sessuale, lo stupro di una turista olandese in un casale abbandonato del Portuense, nelle periferia nord-est della capitale, lo stupro di Guidonia sempre a ridosso di Roma, episodi che hanno visto responsabili degli immigrati dell’est europeo, hanno creato un terreno fertile intanto per coprire le centinaia di altre violenze quotidiane realizzate da italiani contro donne (italiane e straniere), il più delle volte in famiglia, in luoghi ritenuti sicuri, affidabili, per poi scatenare campagne xenofobe, di odio puro.
Il tema della sicurezza è stato il leitmotiv che ha aiutato la vittoria del candidato Alemanno al posto di sindaco di Roma; la brutale violenza della Caffarella contro una minorenne è servita al governo per varare l’ennesimo pacchetto sicurezza.
Per questa ragione abbiamo deciso di pubblicare una serie di post con articoli di commento e cronaca sulle indagini che hanno interessato lo stupro della Caffarella e del Quartaccio (Primavalle). Le due vicende, molto probabilmente senza alcun legame tra loro, sono un esempio di prim’ordine per comprendere l’uso politico che di questi episodi è stato fatto, nonché per cogliere l’azione condotta da una molteplicità di attori intervenuti nelle due vicende: investigatori della squadra mobile, questore, polizia romena, ministero degli Interni, sindaco, gruppi politici della destra, media.

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Vittorio Rizzi, capo della squadra mobile durante la trionfale conferenza stampa in cui annuncia la cattura dei due responsabili dello stupro alla Caffarella, scagionati poi dal Dna

* * * *

Giustizia: non è stato “disguido”, ma imbroglio quasi perfetto

Lucia Annunziata
La Stampa
, 5 marzo 2009

Francamente non so se bisogna benedire o maledire quello che è successo. Sia ben chiaro: la scoperta che i due immigrati romeni accusati di essere i colpevoli dello stupro della Caffarella in realtà non lo sono, è un vero e proprio schiaffo alla nostra coscienza nazionale.
Vogliamo davvero lasciar passare questo episodio come un ennesimo “disguido” delle Istituzioni del nostro Bel Paese, o vogliamo fermarci un attimo a chiederci come sia stato possibile, e chi ne sia responsabile? Perché, prima ancora che si sappia bene quel che è accaduto, una cosa è certa: questo è un tipico caso in cui almeno un responsabile va trovato e deve pagare.
Vediamo intanto perché la vicenda Caffarella si presenta come più grave dei pur molti errori simili. Le indagini italiane non sono un esempio di efficacia. Questa affermazione si fa molto spesso a proposito di iniziative “audaci” da parte di magistrati che indagano sulla politica. In questi casi, c’è un’attenzione quasi parossistica al tema da parte sia dei giornali che del Parlamento.
La verità però è che le indagini italiane sono ampiamente carenti anche quando si tratta di crimini comuni. La prova? La confusione e le lungaggini in cui si sono insabbiati alcuni grandi delitti, quasi tutti dati per altro come “chiariti”: ci trasciniamo ancora fra il pigiama e gli zoccoli di Anna Maria Franzoni nella villetta di Cogne, fra il computer e i pedali della bici di Alberto Stasi, fra le tracce di Amanda e Raffaele sul reggipetto di Meredith.
Quasi tutti i maggiori delitti del Paese, anche quelli non politici, periodicamente rigurgitano una nuova prova persa, avvilita, trascurata o smarrita. Ad esempio, Profondo Nero, un recente libro di Giuseppe Bianco e Sandra Rizza (ed. Chiarelettere) riapre l’inchiesta sull’assassinio di Pasolini, collegandolo alla morte di Mattei e del giornalista De Mauro, proprio in base a nuove testimonianze.
A differenza dei casi che riguardano la politica, però, gli italiani non sembrano indignarsi troppo degli errori nelle indagini di “nera”. Anzi: la confusione è diventata una sorta di nuovo genere di “soap” giornalistica che si sviluppa nel tempo e con grande godimento di tutti. Lo stupro della Caffarella presenta una forte novità, figlia di questi nostri tempi: è un fatto di violenza, dunque di nera, che assume però una fortissima valenza sociale per il contesto in cui avviene. Un caso “transgender” che scavalca le tradizionali distinzioni fra cronaca e politica.
Della delicatezza della situazione siamo stati consapevoli tutti fin dal primo momento. E ci siamo fidati. Fidati, sì. Perché in Italia, nonostante si ami dilaniarsi su tutto fra Guelfi e Ghibellini, resiste una profonda fiducia nelle nostre istituzioni. Ogni volta è come se fosse la prima, per la nostra opinione pubblica. Ci siamo tanto fidati che quando la polizia ci ha presentato i suoi mirabolanti risultati, nessuno di noi ha sollevato un dubbio. Nonostante le Amande, gli Alberti, le Annamarie e gli Azouz, abbiamo applaudito e gridato al miracolo. Se non è fiducia nelle istituzioni questa!
Poi le smentite, e infine la certezza dell’errore. E non si sa se benedire il disvelamento, o se maledire la nostra stupidità collettiva. Tutti convinti da parole come “materiale organico” e “Dna”, nonché ammiratori del metodo. La polizia ha avuto anche l’impudenza di presentarci (in una conferenza stampa!) il racconto di un’inchiesta esemplare, svolta in collaborazione internazionale con la polizia romena, con foto e pedinamenti, il metodo tradizionale. Approfittando così (tanto per colorare di più la valenza politica del risultato) per dare una bastonata polemica all’uso delle intercettazioni.
Ora, di fronte alle smentite, si dice: “La politica ha messo fretta”. Ma non è questo lo scandalo: la politica fa sempre fretta, ha sempre bisogno di presentare, usare, mangiare. Scandalosa è l’incoscienza dei corpi dello Stato che hanno accettato questa fretta. E scandaloso è soprattutto il risultato: l’intero Paese si è visto condurre per il naso verso una direzione che conferma il razzismo più frettoloso e più rozzo. Cui nessuno è riuscito a sottrarsi, nemmeno i democratici più convinti.
Qualcuno dei nostri lettori potrebbe alzare la mano e porre una domanda molto opportuna: ma voi giornalisti? Perché anche voi vi siete accucciati? È un rimprovero giusto. Troppo spesso noi giornalisti facciamo da acritica cassa di risonanza delle indagini. Una responsabilità che ci è stata già rinfacciata. E che ci prendiamo.
Ma come dubitare di un teatrino perfetto, come quello messo in piedi dalle nostre istituzioni? Siamo di fronte a una vera e propria frode. Qualcuno deve pagare per il clima che l’episodio lascia in tutto il Paese, di amaro in bocca e di sgomento.

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Stupro della Caffarella: è razzismo parlare di dna romeno

Ditemi voi se non è razzismo parlare
di “dna romeno”

Piero Sansonetti
Il Riformista
, 6 marzo 2009

Esagero quando dico che il razzismo, in Italia, è un male che sta dilagando? E quando dico che una parte della stampa favorisce questo dilagare? Mi pare di no. Provo a dimostrarvelo. Ieri due giornali conservatori – Libero e il Giornate – hanno polemizzato contro chi nei giorni scorsi si era un po’ indignato per la vicenda dei due giovani romeni accusati dello stupro della Caffarella (linciati dai mass media e poi scagionati dalla prova del Dna). In particolare i due giornali criticavano un mio articolo, pubblicato ieri l’altro sul Riformista nel quale sostenevo due tesi. La prima è che le Tv e i giornali italiani hanno il linciaggio facile. Basta una parola della polizia o una soffiata di un giudice per emanare la sentenza di condanna ed espone l’imputato al pubblico ludibrio. La seconda tesi è che nel nostro Paese sta montando il pregiudizio razzista. La base del pregiudizio è evidente in molti giudizi e cronache sugli accusati dello stupro alla Caffarella. Si è arrivati a parlare di un cromosoma Y che identificherebbe la nazionalità romena. Il concetto è chiaro: hanno un patrimonio genetico diverso dal nostro. Dunque, sono una razza. Quando dico “pregiudizio razzista” mi riferisco a quell’idea secondo la quale esistono alcuni gruppi etnici, o popoli, o nazionalità, “portati” per propria natura al delitto, o a un particolare tipo di delitto. Sostenevo che questo pregiudizio è la base, il pilastro del razzismo, dai secoli dei secoli (gli ebrei complottano, gli zingari rubano i bambini, i romeni stuprano, i neri sono forti e violenti, etc.); ed è la struttura ideologica sulla quale poi crescono le degenerazioni più feroci (l’antisemitismo, il Ku Klux Klan, o addirittura il nazismo). Michele Brambilla, sul Giornale, mi fa una contestazione ragionevole. Dice: attenti a non confondere forcaiolismo e razzismo. Giusto, ha ragione, sono due fenomeni diversi. Anche se spesso – ma non sempre – tendono a sovrapporsi, o ad allearsi. Dice Brambilla: i giornali hanno sbattuto in prima pagina mostri romeni, ma anche mostri italiani o di altri paesi, e li hanno spolpati ben bene prima che giungesse l’assoluzione. E poi non hanno di sicuro dedicato all’assoluzione lo stesso spazio e la stessa enfasi dedicata alle accuse e alle notizie infamanti (e false). Condivido l’obiezione, ma credo che non mi riguardi: ho scritto migliaia e migliaia di righe contro il forcaiolismo, anche contro quello che se la prende coi potenti, e appena qualche giorno fa – abbastanza isolato – mi sono schierato, proprio dalle colonne del Rifonnista, a favore della legge che vieta la pubblicazione delle intercettazioni. Fausto Carioti, su Libero, fa invece un ragionamento diverso, e mi offre un argomento formidabile per rispondere a Brambilla del Giornale. Non posso che dire a Brambilla: leggiti l’articolo di Carioti e poi dimmi se non pare anche a te che il razzismo stia dilagando sui nostri giornali. Cosa scrive Carioti? Diciamo che anche lui ha qualche dubbio sulla colpevolezza dei due romeni. Ma non ha dubbi – sembra di capire, o comunque ne ha pochissimi – sulla colpevolezza “dei romeni”. In che senso? Dovrei copiare quasi tutto l’articolo per farvi capire bene il ragionamento, ma mi limito a trascriverne la frase chiave: “Gli investigatori hanno svolto un esame genetico sperimentale sul cromosoma “Y” degli aggressori (della ragazza della Caffarella, ndr). I dati ottenuti confermano che, molto probabilmente, costoro appartengono all’etnia romena”. Non mi sembra che questa affermazione abbia bisogno di spiegazioni. Vuol dire questo: i romeni hanno un patrimonio genetico diverso da quello nostro, di noi “bianchi”. Sono una razza. Ecco, questa è esattamente la base teorica del razzismo. Cos’è il razzismo? La teoria secondo la quale gli esseri umani non sono tutti uguali, ma sono divisi in razze – e naturalmente se le razze sono diverse ce ne saranno di superiori e di inferiori – e queste razze, sulla base della loro diversità biologica hanno anche diversità comportamentali. Dopo la tragedia del fascismo e del nazismo (e l’orrore del manifesto della razza, pubblicato in Italia nel 1939) il razzismo, nel nostro paese, sembrava sostanzialmente sconfitto. Anche perché la scienza aveva accertato e solennemente dichiarato che le razze non esistono. Oggi, purtroppo – è questo l’allarme che lanciavo col mio articolo – il razzismo sta riprendendo piede. Io non uso più questo termine, come facevo 10 anni fa, come insulto. Il razzismo, secondo me, è così diffuso nell’opinione pubblica, da essere diventato un punto dì vista. Anche se infondato, anche se antiscientifico, anche se davvero pericolosissimo, è un punto di vista che ad esempio il collega Carioti rivendica puntigliosamente nel suo articolo. Articolo che, con una vecchia battuta, può essere riassunto così: “Non sono io razzista, sono loro che sono rumeni!”.

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Stupri della Caffarella e del Quartaccio: l’inchiesta sprofonda

L’indagine crolla, la Questura sbanda

Anita Cenci
Liberazione
, 3 marzo 2009

Clamoroso colpo di scena nelle indagini sullo stupro della Caffarella. I profili genetici dei due romeni accusati di essere gli autori della rapina del 14 febbraio scorso, sfociata poi in una brutale violenza carnale, non sarebbero sovrapponibili a quelli trovati sul corpo e gli abiti della minorenne vittima dell’aggressione. La notizia resa nota ieri rischia di far crollare il castello accusatorio, un po’ troppo affrettato, messo in piedi dagli uomini della squadra mobile della Capitale diretti da Vittorio Rizzi, tanto più che le analisi sono state condotte nei laboratori della Criminalpol del Tuscolano, dunque fatte in casa.
La procura ha disposto nuovi accertamenti dopo aver appreso i risultati delle prime analisi. La preoccupazione a San Vitale è palpabile. L’ansia è alle stelle e la pressione sui tecnici di laboratorio della scientifica enorme. Se i nuovi esami dovessero confermare quanto già emerso: cioè che il dna di Karol Racz, il bassino descritto con un «naso da pugile» e la pelle scura, arrestato in un campo nomadi di Livorno, non avrebbe «alcuna somiglianza» con il profilo genetico individuato sui tamponi; e se quello dell’altro romeno, il biondino con gli occhi azzurri, Alexandru Isztoika, fermato a Primavalle, continuasse a mantenere soltanto «alcune analogie» con le tracce di liquido seminale ritrovate sulla vittima, saremmo di fronte ad uno sconcertante buco nell’acqua. Anche perché a moltiplicare dubbi e sospetti sulle modalità e risultati dell’inchiesta sopraggiungono nuovi elementi. Col passar dei giorni, infatti, sono venuti a mancare altri decisivi i riscontri probatori, come la mappatura del traffico telefonico, un’ossessione di Rizzi. I telefonini personali dei due inquisiti, non quelli derubati ai due ragazzi e mai ritrovati, all’ora dello stupro non risultano agganciati ai ripetitori telefonici presenti nella zona della Caffarella. Le tracce rinvenute dicono che quei telefonini si trovavano ognuno in zone diverse della città. Per chi è convinto della colpevolezza dei due romeni, ovviamente ciò potrebbe spiegarsi con la volontà di precostituirsi un alibi. Ma i due sbandati che vivevano in una piccola baraccopoli nella periferia nord di Roma, a ridosso del quartiere del Quartaccio, zona con grossi problemi di disagio e degrado sociale, non sembrano tipi così ingegnosi. E poi bisognerebbe ancora trovare i presunti complici. In ogni caso due coincidenze a discarico sono già troppe per un’inchiesta venduta all’opinione pubblica come un grande successo. «Un lavoro fatto in strada. Di pura investigazione, d’intuito e senza l’aiuto di supporti tecnici. Un lavoro da veri poliziotti», aveva spiegato raggiante il questore Giuseppe Caruso. Un intuito forse troppo politicamente in sintonia con i desiderata del sindaco Alemanno e la voglia della città di trovare subito i due mostri. Nell’immediatezza del fatto, il comune avviò subito operazioni di sgombero e controlli in vari insediamenti sul litorale, ad Acilia, Casalotti, Dragona, Ladispoli, Settebagni. Oltre 200 carabinieri furono impiegati in azioni di rastrellamento e identificazione delle comunità Rom. Decisiva per la cattura dei due romeni era stata la loro rassomiglianza con gli identikit realizzati con la collaborazione della quindicenne aggredita. Arrestato nel pomeriggio del 17 febbraio dagli uomini del commissariato di Primavalle, il ventenne pastore con i capelli biondi era già stato monitorato subito dopo lo stupro del 21 gennaio al Quartaccio. Che su di lui fossero subito caduti i sospetti degli inquirenti lo lascerebbe supporre anche l’apparizione di una sua foto prima dell’arresto su un free press della Capitale. Isztoika confessò la notte successiva ma di fronte al gip, tre giorni dopo, ritrattò ogni cosa asserendo di aver subito in questura pressioni fortissime. Razc ha invece negato tutto e pochi giorni fa quattro persone (dei rom che vivono nel campo di Torrevecchia dove aveva lavorato) si sono presentate in questura per confermare il suo alibi. Intanto è stato riconosciuto «senza esitazione» dalla donna violentata in via Andersen. Una identificazione che però potrebbe essere contestata a causa dall’inquinamento mediatico dovuto alla diffusione della sua immagine prima della ricognizione con la vittima. Resta, infine, un altro dubbio: inizialmente si era detto che a uno degli autori della violenza mancavano quattro dita. Poi, dopo gli arresti dei due romeni, il monco è scomparso. Troppe imprecisioni per dei mostri annunciati con troppa fretta. «Finalmente non sarò più il nipote di Vincenzo Parisi» (capo della polizia dal 1987 al 1994) aveva detto Vittorio Rizzi nel corso di una trionfale conferenza stampa. Se il dna non dovesse aiutarlo, continuerà ad esserlo ancora per molto tempo.

Anita Cenci
Liberazione
4 marzo 2009

L’inchiesta sullo stupro alla Caffarella sprofonda. Ieri è stata la giornata della difesa. I legali dei due romeni accusati della brutale aggressione avvenuta il giorno di san Valentino si sono rivolti al tribunale del riesame per chiedere la revoca dell’arresto. L’istanza verrà esaminata lunedì 9 marzo. Lorenzo La Marca, avvocato di Karl Racz, il romeno arrestato nel campo nomadi di Livorno, ha tenuto una conferenza stampa molto polemica nei confronti degli inquirenti che stanno conducendo l’inchiesta.
 «Durante la testimonianza, la ragazza che ha subito lo stupro – ha spiegato il legale – ha individuato una persona diversa dal mio assistito». La Marca è un fiume in piena, e trattiene a fatica la sua indignazione, «se la Procura della Repubblica ha deciso di non indagare quest’altra persona avrà avuto le sue ragioni. Non sono in condizioni di sapere perché non siano state svolte indagini nei confronti delle persone identificate fotograficamente dalle parti offese. Il verbale è chiaro, ci sono nome e cognome e fotografia di un’altra persona». In effetti, sembra che soltanto dopo la chiamata di correo fatta dal connazionale di Racz, il «biondino con gli occhi chiari», la quindicenne abbia cominciato ad indicarlo come l’altro possibile aggressore. 
Nella richiesta di scarcerazione il legale ha sottolineato le numerose discordanze presenti nelle circa 400 pagine degli atti depositati in questi giorni. Nell’incartamento mancano ancora le audizioni dei testimoni a discarico, indicati da Racz per confermare il proprio alibi. Nel primo interrogatorio, il romeno aveva indicato il nome di alcuni suoi connazionali con i quali si sarebbe trovato nella parte opposta della città all’ora dell’aggressione. Per quanto riguarda l’esame del Dna che scagiona il suo assistito, il difensore ha sottolineato come l’analisi sia stata molto accurata, utilizzando tamponi, abiti, cicche, fazzoletti, tracce di sangue e impronte digitali trovate sul luogo della violenza e addosso alle vittime. Inoltre l’identikit realizzato sulla base delle indicazioni fornite dalla ragazza, «contiene caratteristiche fisiognomiche diverse da quelle del mio assistito che raggiunge appena il metro e sessanta, è stempiato e non assomiglia assolutamente a un pugile. Mentre lo stupratore ha altre fattezze, è descritto come una persona alta circa un metro e settantacinque, con capelli scuri e folti e con un viso da pugile». Infine, conclude il penalista, «la coppietta riferisce che gli aggressori comunicavano tra loro in buon italiano, mentre il mio cliente non parla la nostra lingua. Oggi, infatti, ho chiesto al Gip di poter incontrare Racz con un interprete proprio perché non riusciamo a comunicare». Insomma l’inchiesta fa acqua da tutte le parti e colerà a picco se presto non arriveranno novità dai nuovi accertamenti disposti dalla procura, affidati questa volta a un biologo esterno. Bisognerà vigilare perché la difesa non ha i mezzi per designare periti di parte. A mettere ulteriormente in crisi l’impianto accusatorio sono state anche le impronte digitali, non attribuibili agli indagati, rilevate sulle sim card dei telefonini delle vittime e che gli aggressori avevano gettato sul luogo della violenza.
A confortare gli inquirenti resta il riconoscimento molto deciso di Isztoika, fatto dalla quindicenne, e la confessione che questi ha reso in questura durante la notte – a detta della polizia – ricca di dettagli difficili da inventare. Ma il biondino ha ritrattato davanti al Gup sostenendo di aver subito fortissime pressioni e minacce. In questura rispondono che la sua deposizione è videofilmata, tant’è che si sta prendendo in considerazione l’ipotesi di una denuncia per calunnia. Resta tuttavia da chiarire cosa è accaduto prima che Isztoika comparisse davanti al pm. Pare che sia stato per molte ore in mano ai poliziotti romeni chiamati in rinforzo. Insomma, in questura mettono le mani avanti e fanno sapere che i due romeni erano sprovvisti di cellulari, per questo non vi sarebbero tracce nelle celle della Caffarella. In realtà, Isztoika ne possedeva uno ma non l’aveva con sé perché scarico e senza credito.
 Resta la sensazione di un’indagine conclusa con troppa fretta, attraversata da un pregiudizio investigativo che ha viziato tutti i passaggi dell’inchiesta. Per giunta, il capo della mobile, Vittorio Rizzi, non è nuovo a errori del genere. Già in passato aveva costruito inchieste sulla base di riconoscimenti fatti da testi suggestionati, fragili, forzati e privi di riscontri fattuali. iL’ansia di successo e una sorta di sudditanza verso i desiderata della politica, in questo caso la pulsione xenofoba della destra contro romeni e comunità Rom, hanno spinto a scovare quelli che alla fine potrebbero risultare soltanto dei facili, troppo facili, capri espiatori. 
Delitti imperfetti è il titolo di un libro scritto da Luciano Garofalo, responsabile del Ris di Parma, da cui è stata tratta l’omonima serie televisiva giunta alla sua quinta edizione. Versione nostrana della serie cult americana Csi. «In realtà, nessun delitto è perfetto, c’è sempre una traccia», dice il protagonista. Forse è venuta l’ora di pensare la stessa cosa anche per chi fa le indagini. Nessuna inchiesta è perfetta.

Le tappe della montatura poliziesca sullo stupro della Caffarella
Quartaccio-Caffarella, l’uso politico dello stupro
È razzismo parlare di Dna romeno
Quando il teorema vince sulle prove
Tante botte per trovare prove che non ci sono
Non esiste il cromosoma romeno
L’accanimento giudiziario
La difesa di Racs denuncia maltrattamenti
Parlano i conoscenti di Racs
Non sono colpevoli ma restano in carcere
Racs non c’entra
Negativi i test del Dna fatti in Romania
Stupro della Caffarella
Stupro del Quartaccio, scarcerato Racs
Cosa si nasconde dietro la confessione di Loyos?
Racs innocente e senza lavoro
La fabbrica dei mostri
Loyos picchiato dalla polizia per confessare il falso
Caffarella: l’uso politico dello stupratore
Il capo della mobile querela Liberazione

Stupro della Caffarella: quando il teorema vince sulle prove

Quando il teorema vince sulle prove

Anita Cenci
Liberazione
5 marzo 2009

«La politica ha messo fretta». Achille Serra, una lunga esperienza in polizia, riassume cosi le disastrose indagini sullo stupro della Caffarella. Un giudizio ancor più netto quando scende sul piano tecnico: «mi sembra che l’accertamento scientifico sia stato sottovalutato a favore del riconoscimento fotografico». Ma forse occorre fare un passo indietro per capire cosa sia successo nell’inchiesta che ha portato all’arresto di Alexandru Isztoika e Karol Racs, i due romeni poi scagionati dalla prova del Dna.
Il 30 ottobre 2007, Nikolay Mailat, un cittadino romeno di 24 anni che viveva in un tugurio sulle rive del Tevere, nei pressi della stazione di Tor di Quinto, violenta e uccide Giovanna Reggiani. L’episodio dà il via a una lunga campagna sulla sicurezza. Il marketing della paura alimenterà tutta la successiva campagna elettorale. A Roma, il sindaco Veltroni avvia gli sgomberi degli insediamenti abusivi dove trovano riparo migranti provenienti dall’est europeo. Il governo di centrosinistra vara un primo decreto sicurezza carezzando l’idea che la destra possa essere sconfitta sul suo stesso terreno. Nel frattempo i cittadini romeni e tra loro i paria Rom vengono additati al pubblico ludibrio. Nonostante le statistiche ufficiali dicano che soltanto lo 0,27% di loro violi la legge, diventa senso comune associarli ai crimini peggiori. La psicosi dello zingaro aggressore, violentatore e ladro di bambini si diffonde. In diversi angoli d’Italia, madri di famiglia denunciano tentativi di rapimento dei loro bambini da parte di nomadi, anche se tutto crolla di fronte ai primi riscontri. Queste leggende metropolitane alzano un muro di odio verso la comunità romena, quella che ha rimpiazzato nella gerarchia del disprezzo i polacchi di una volta, i magrebini e gli albanesi venuti dopo. Ora tocca a loro, gli ultimi in ordine d’arrivo.
Arriviamo così all’inizio di quest’anno. La destra governa indisturbata, l’opposizione quasi non c’è più e quella che si fa sentire è ancora più forcaiola del governo. A Roma Alemanno è diventato sindaco con la promessa di ridare sicurezza alla città. Un ministro del suo stesso partito ha messo i militari a presidiare semafori e strisce pedonali. Non servono a nulla ma abituano l’occhio alle mimetiche e alle armi spianate. Il messaggio è chiaro: «Siamo in guerra». Gli stupri però non calano. Non scendono quelli commessi da italiani: padri, fidanzati e mariti nel chiuso poco rassicurante delle mura domestiche (quasi il 60,9%). I media però continuano a parlare soltanto di quelli che vedono coinvolti cittadini stranieri. Un altro stupro, al Quartaccio, nella periferia nord della Capitale crea il panico. Si pensa subito a due stranieri «dell’est con la pelle scura». Un eufemismo per dire «zingari romeni». Lì vicino ci sono delle capanne tirate su tra cespugli e fango. Chi vi trova riparo è identificato e fotosegnalato. Tra loro anche i due accusati dello stupro alla Caffarella. Probabilmente l’errore che ha viziato l’indagine nasce qui. La polizia ha cercato ciò che la politica voleva che si trovasse. Subito dopo la stupro, il sindaco Alemanno dichiara: «Ho parlato col questore, sono due persone con accento dell’est, di carnagione scura, probabilmente rom», e di seguito «domani ci saranno degli sgomberi a sorpresa». Indagini e politica, un intreccio fatale. La giovane vittima parla di un tipo dai capelli chiari. Le mostrano delle foto in cui appare Isztoika. Non è strano?
Aveva piccoli precedenti per furto, non per reati sessuali e viveva all’altro capo della città. Se si cerca un biondo tra i fotosegnalati romeni il campo si restringe inevitabilmente, ma anche la percentuale di errore si moltiplica enormemente. Ciò si spiega soltanto con la convinzione che i romeni identificati nelle baracche del Quartaccio fossero coinvolti nello stupro di via Andersen. Insomma le indagini hanno imboccato subito una direzione univoca, perché così volevano le pressioni della politica.
Ma al primo errore se ne sono aggiunti altri: quella «confessione» di Isztoika, risultato di una percorso che il comunicato congiunto emesso ieri sera da questura e procura non chiarisce affatto. Vecchia storia quella delle confessioni rese dagli indagati. Difficile da estirpare dalla cultura questurina che continua a considerarle ancora – nonostante le nuove tecniche investigative – la prova più suggestiva. L’inquisito resta il cuore dell’inchiesta e del giudizio. L’animale confessante è volentieri ritenuto la fonte stessa della prova, – come ammette il giurista Franco Cordero nella suo Procedura penale. Certo, «essendo rare le effusioni spontanee, bisogna stimolarle: gli inquisitori manipolano anime. L’opera richiede un ambiente, luoghi chiusi; presto appare diverso da com’era fuori, irriconoscibile; gli shock da tortura incidono meno del lavoro profondo. Quando sia infrollito al punto giusto, un niente lo smuove».
Prima della confessione davanti alla videocamera cosa è successo? È vero o no che un poliziotto romeno si è occupato del biondino? In alcuni retroscena riportati dalla stampa, fonti anonime parlano di un incontro di almeno un’ora, dove si è parlato solo in romeno e che avrebbe scosso profondamente il giovane, spingendolo ad autoaccusarsi. Per gli inquirenti Isztoika sarebbe a conoscenza dei fatti (ma fornisce solo elementi già noti all’indagine) perché copre qualcuno. Al punto da rischiare una condanna pesantissima? Non è illogico?
Infine, perché non attendere le risultanze scientifiche prima di lasciarsi sfuggire quel «meno uno»? Forse la troppa ansia di successo, la voglia di dire «da oggi non sono più il nipote di Vincenzo Parisi» (capo della Polizia alla fine degli anni 80), come dichiarato dal capo della mobile dopo la cattura dei due romeni, hanno giocato un brutto scherzo alla verità. Gli stupratori sono ancora in giro.

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Stupro della Caffarella e Quartaccio: l’accanimento giudiziario

Stupri, Racz: ecco i miei alibi ma il giudice conferma il carcere
Dopo l’esito negativo dei nuovi test, nomi e circostanze lo scaggionerebbero dalle violenze di Primavalle e della Caffarella

Anita Cenci
Liberazione 7 marzo 2009

Dopo che il Dna ha messo alla berlina le indagini della mobile romana sullo stupro della Caffarella, la magistratura continua ad accanirsi, in particolare contro uno dei due cittadini romeni accusati fino ad oggi senza prove.
Nonostante la donna di 41 anni stuprata la sera del 21 gennaio scorso in viale Andersen, nel quartiere del Quartaccio, periferia nord di Roma, non fosse più tanto sicura di aver riconosciuto in Karol Racs uno dei suoi aggressori, la Gip Silvia Castagnoli ha emesso nei suoi confronti una seconda ordinanza di custodia cautelare. Dopo un primo riconoscimento abbastanza indeciso, avvenuto in sede d’incidente probatorio, in cui la donna fortemente provata l’aveva indicato tra molte esitazioni, la vittima della violenza era tornata sulle sue affermazioni prima su un quotidiano e poi nel corso del programma Anno zero. «Era buio, avevano il cappuccio. Non sono più tanto sicura». Il ripensamento si è fatto strada, una volta divenuta di dominio pubblico la notizia che il test del Dna scagionava la responsabilità di Racs nello stupro della Caffarella. L’incidente probatorio si era invece svolto in gran segreto proprio nei giorni in cui maggiore era la pressione mediatica nei confronti del romeno, indicato assieme al suo connazionale Alexandru Loyos Isztoika come uno dei responsabili della brutale violenza sessuale. L’avvocato difensore ha precisato che la donna «non ha riconosciuto Racs, ma ha solo detto che assomiglia a uno dei suoi aggressori». Molti precedenti dimostrano che un’identificazione così fragile difficilmente può reggere in sede di confronto dibattimentale, anche perché l’immagine del romeno ha subito un inquinamento mediatico irreparabile dopo essere stata diffusa per giorni e giorni su tutti i media come l’icona del mostro. La decisione del Gip lascia ancora più sconcertati perché l’incerto riconoscimento, come è già accaduto per la vicenda della Caffarella, non ha trovato altre conferme. Il Dna recuperato dalle tracce biologiche dello stupro al Quartaccio non coincide con quello di Racs. Insomma nonostante le prove oggettive lo scagionino di nuovo, il romeno non solo resta incriminato ma non esce dal carcere. È questa la giustizia di chi vuole la certezza della pena al posto della certezza del colpevole. C’è qualcuno, in procura o in questura, che non vuole abbandonare la pista romena e riaprire le indagini a 360 gradi. Il pregiudizio raziale, la colpa d’autore, sembrano ispirare le indagini. Questo sospetto trova conferma anche dalla notizia che alcuni investigatori sono volati in Romania per verificare la coincidenza del cromosoma y, isolato in alcune tracce organiche repertate nello stupro della Caffarella, con quelle di un romeno rinchiuso nelle carceri del suo paese. Chi ha lasciato trapelare l’indiscrezione suggerisce che questa pista può condurre ad un suo familiare in libertà, di cui si dovrebbe verificare l’alibi. Ma per avere valore di prova, la sequenza del Dna deve essere completa, non parziale. Questa storia del cromosoma sembra l’ennesima bufola. Ed in questa inchiesta ce ne sono state davvero troppe, come quella sulla traccia genetica che avrebbe consentito l’identificazione razziale degli stupratori. Oppure si tratta di un diversivo per non perdere la faccia e diffondere una finta impressione di azione investigativa. In queste ore la questura ha anche avviato un’offensiva mediatica, facendo visionare ad alcuni giornali amici le immagini videoregistrate della confessione, poi ritrattata, di Isztoika. Un tentativo di restaurare la propria immagine per dimostrare la buona fede di fronte alla «forza emotivamente suggestiva» delle autoaccuse del “biondino”, tanto naturale e convincente sarebbe apparsa ai loro occhi la sua deposizione. Si tratta di un film di 45 minuti, a quanto pare molto diverso dal caso di Marta Russo, l’inchiesta in cui fece scalpore il video che mostrava le pressioni su una teste affinché confermasse le tesi dell’accusa. Chi ha visto le immagini afferma che Isztoika parla in modo disteso e fluido, senza apparenti timori. Addirittura entrerebbe nei dettagli dello scempio con distratta indifferenza. Ciò tuttavia non fuga i dubbi sull’autenticità delle dichiarazioni. Solo degli esperti dell’analisi comportamentale e del linguaggio potrebbero fornire un giudizio competente su quelle immagini. Restano irrisolte le domande su quanto è accaduto prima; e non appaiono ancora con nettezza prove che in quella deposizione vengano davvero fornite circostanze ancora ignote alle indagini. Il mistero permane. Piuttosto una domanda: ma perché l’immagine di Isztoika era nell’album di 12 foto che venne subito mostrato alla ragazza violentata? A che titolo era tra i primi sospettati?


Napolitano: «Lo stupro è un’infamia, la nazionalità non conta»
Caffarella, ora cercano cinque pastori Rom

Anita Cenci
Liberazione
8 marzo 2009

In un discorso tenuto ieri al Quirinale, durante la celebrazione della Giornata internazionale della donna, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha affermato che la «vergogna e l’infamia delle violenze, gli stupri, le forme di molestia, vessazione e persecuzione nei confronti delle donne» sono «l’ombra più pesante di tutte» nel cammino che il genere femminile ha avviato verso la piena parità.
Napolitano ha precisato che «non fa differenza» la nazionalità delle vittime come degli aggressori. Parole che assumono un significato molto particolare all’indomani del clamoroso flop nelle indagini sugli stupri del 21 gennaio e del 14 febbraio, avvenuti al Quartaccio e nel parco della Caffarella, due località periferiche della capitale. La ferma condanna verso queste odiose violenze risuona nelle parole del presidente della Repubblica anche come un monito contro ogni possibile deriva razzista e xenofoba nella società come nelle istituzioni, soprattutto se dedite alla tutela dell’ordine pubblico. A tale proposito, Napolitano ha ricordato come il fascismo privò le donne «dei fondamentali ed elementari diritti e le costrinse, se ebree, con le infami leggi razziali» ad abbandonare le scuole pubbliche.
Le indagini sullo stupro della Caffarella non fanno discutere solo i Palazzi delle istituzioni, dove un’improvvisa conversione per le garanzie ha spinto diversi politici della destra a rettificare le entusiastiche dichiarazioni diffuse dopo la notizia della cattura dei due cittadini romeni accusati dello stupro: «Le indagini servono per trovare i colpevoli, non a tenere in carcere gli innocenti» (Alemanno), «la sola chiamata di correità non è sufficiente per fondare un’accusa» (La Russa), «se cambia il quadro investigativo, vanno scarcerati» (Mantovano).
La vicenda ha rischiato di diventare anche un caso diplomatico. Un quotidiano romeno, Evenimentul Zilei, ha dato voce ai malumori della polizia locale che non sembra aver gradito le ricostruzioni delle indagini fatte trapelare dagli ambienti della squadra mobile romana, in particolare dell’interrogatorio di Alexandru Isztoika. Dubbi erano emersi su cosa avessero detto al “biondino” gli uomini di Bucarest, durante le otto ore passate in questura. In un retroscena molto compiacente, apparso nei giorni scorsi su un quotidiano della Capitale, lo stesso capo della mobile, Vittorio Rizzi, aveva messo le mani avanti chiedendosi cosa fosse successo nell’unica ora in cui aveva lasciato la questura, dopo due giorni insonni. Una maniera poco elegante di scaricare eventuali responsabilità sui suoi uomini.
Per tutta risposta, due degli investigatori arrivati da Bucarest accusano i colleghi italiani di «aver avuto troppa fretta», di «trionfalismo ingiustificato» al momento degli arresti e rigettano il sospetto «di aver fatto pressioni fisiche o psicologiche su Alexandru Isztoika», per spingerlo a confessare. L’irritazione è tale che il capo della polizia, Antonio Manganelli, e il suo omologo romeno, Toba Petre, sono dovuti intervenire per spegnere il principio d’incendio.
Sul fronte delle indagini si registra la missione in Romania dei nostri funzionari, alla ricerca delle tracce del famoso cromosoma y. Più che una pista indiziaria, una scommessa costruita sul raffronto tra le tracce biologiche rinvenute alla Caffarella e la banca dati del Dna della polizia romena. L’operazione avrebbe portato ad individuare una similitudine con il cromosoma y di un detenuto condannato per stupro, rinchiuso nelle carceri romene da tempo. I poliziotti hanno ricostruito i suoi legami di parentela. Si tratterebbe di 5 pastori nomadi che vivrebbero nella regione della Moldavia ma che per il momento non sono stati rintracciati. La polizia vorrebbe verificare i loro alibi e confrontare il loro Dna. Solo una sequenza completa avrebbe infatti valore di prova. Secondo il giornale Adevarul, che ha diffuso la notizia, non vi sarebbe comunque alcun legame tra questa famiglia e Alexandru Isztoika.
Riemergono anche altre piste, come quella di Ciprian Chiosci, 22 anni, di Botosani, l’uomo senza tre dita entrato e subito uscito dale indagini. Chiosci fu la prima persona riconosciuta in una foto dall’adolescente violentata alla Caffarella. Un’informativa della polizia di Bucarest precisò che l’uomo era partito da Roma il 12 febbraio, due giorni prima dello stupro, con un pullman dalla Stazione Tiburtina. Ora sembra che la circostanza sia nuovamente da verificare, come il fatto che Isztoika lo conoscesse. Voci, indiscrezioni, brusii che si rincorrono. Nulla di veramente certo, se non che gli investigatori non schiodano dalla pista dell’est.
Intanto i due fidanzatini della Caffarella, nonostante il Dna smentisca il loro riconoscimento, sarebbero pronti a riconfermarlo nel corso di un incidente probatorio, già sollecitato dal loro avvocato, Teresa Manente, legale di “Differenza donna”. Se accolta, la richiesta darebbe luogo ad una situazione surreale: il nuovo riconoscimento avrebbe valore di prova processuale ma sarebbe smentito dal dna.

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Stupro della Caffarella: la difesa di Racs chiede la scarcerazione e denuncia maltrattamenti 8/continua

L’avvocato chiede il ricovero: «Racs ferito al timpano»
La procura: «c’è un nuovo teste»
. La difesa vuole la scarcerazione

Oggi la decisione del tribunale

Anita Cenci
Liberazione
9 marzo 2009

È prevista per oggi la decisione del Tribunale del riesame che ieri ha esaminato la richiesta di revoca della custodia cautelare presentata dai difensori di Karol Racz e Alexandru Isztoika, i due romeni accusati dello stupro nel parco romano della Caffarella. L’udienza si è aperta con un colpo di scena: l’avvocato La Marca, difensore di Racz, ha depositato una richiesta di ricovero per il suo assistito. «Nel corso del colloquio in carcere – ha spiegato – Racs mi ha informato di avere problemi all’udito e toccandosi l’orecchio sinistro si è macchiato le dita di sangue». Il legale ha chiesto il ricovero per accertare le cause, eventualmente traumatiche, della patologia e affrontare le cure necessarie. La circostanza getta nuove ombre sulle ore che hanno seguito l’arresto dei due romeni. Secondo l’avvocato, Isztoika, il “biondino” che prima ha confessato e poi ritrattato, sarebbe stato «indottrinato» sulla base della versione dei fatti riportata nella querela dell’adolescente aggredita. Dinamica che però sarebbe stata successivamente modificata, almeno in parte, dal fidanzatino.
La procura ha risposto versando nel fascicolo alcune intercettazioni ambientali, realizzate in Questura nei confronti di un gruppo di testimoni citati da Racz per confermare il suo alibi. Si tratta di alcuni ospiti del campo nomadi di Torrevecchia che, con modalità quanto mai discutibili, mentre erano in attesa di deporre sono state appositamente raggruppate in una stanza e microfonate. Un atteggiamento che comprova il pregiudizio discriminatorio della polizia nei confronti dei Rom considerati a priori dei mentitori. Paradossalmente, però, dalle loro conversazioni potrebbero emergere ulteriori elementi favorevoli all’indagato.
Lo stupro della Caffarella da orribile fatto di cronaca si è trasformato in un’inchiesta dalle risonanze politiche molto delicate. L’episodio ha dato il là al decreto sicurezza del governo e al varo delle ronde. Una definitiva smentita della pista romena creerebbe seri imbarazzi ai palazzi della politica che su questo episodio ha investito molto. La ricerca di un responsabile del fallimento potrebbe allora scaricarsi verso il basso come una reazione a catena. I livelli gerarchici inferiori, Questura e squadra mobile, sentono questa pressione che mette a rischio brillanti carriere dopo gli affrettati trionfalismi delle prime ore. Forse sta qui una delle ragioni che spingono la procura ad appiattirsi completamente sulla linea investigativa tenuta dalla polizia. Sembra quasi di assistere a un esperimento anzitempo della riforma che dovrebbe trasformare il pm nel notaio delle forze dell’ordine. Non ha suscitato sorprese, dunque, il rinnovo dalla custodia cautelare chiesto dal pm, Vincenzo Barba: «in prima istanza come autori materiali dello stupro», nonostante il dna lo abbia già escluso. Conferma dell’incriminazione dovuta al fatto che non tutte le analisi sono state ancora esperite; «In subordine come concorrenti morali», poiché in ogni caso i due avrebbero assistito al fatto. Un nuovo teste, infatti, avrebbe riconosciuto i due mentre si aggiravano nel parco in un orario compatibile con la violenza. Si tratterebbe di un medico che intorno alle 17,30 faceva jogging e avrebbe incrociato i due vicino agli attrezzi ginnici che arredano la Caffarella, notando in particolare l’assenza di incisivi in uno di loro. Circostanza già contestata a Racs per lo stupro del Quartaccio. Ma il riconoscimento, avvenuto nei giorni successivi all’arresto, anche in questo caso sarebbe viziato dal rullo compressore mediatico che per settimane ha sparato il volto dei due romeni come quello dei colpevoli, prima che l’esame del Dna cambiasse tutto. Non solo, ma il medico precisa li avrebbe visti «da soli», come d’altronde hanno sempre dichiarato i giovani aggrediti. Circostanza che contrasta con le ultime ipotesi investigative. Se erano soli, non possono essere stati loro perché il dna li scagiona. Ma se erano più di due, come ora sostiene la polizia, allora non torna la versione del teste. Le prove non sono giochi di prestigio.

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Quartaccio-Caffarella, l’uso politico dello stupro 1
È razzismo parlare di Dna romeno 2
L’inchiesta sprofonda 3
Quando il teorema vince sulle prove 4
Tante botte per trovare prove che non ci sono 5
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Non sono colpevoli ma restano in carcere 10
Racs non c’entra 11
Negativi i test del Dna fatti in Romania 12
Stupro della Caffarella 13
Stupro del Quartaccio, scarcerato Racs 14
Cosa si nasconde dietro la confessione di Loyos? 15
Racs innocente e senza lavoro 16
La fabbrica dei mostri 17
Loyos picchiato dalla polizia per confessare il falso 18

Stupro della Caffarella: non sono colpevoli ma restano in carcere 10/continua

Il Riesame: non sono i colpevoli, revocati gli arresti ma i due romeni restano in carcere per altri reati: Racs per lo stupro di Primavalle, Loyos per calunnia


Anita Cenci
Liberazione 11 marzo 2009

Alla fine di una lunga camera di consiglio, il tribunale del riesame di Roma ha revocato nella serata di ieri la custodia cautelare per Alexandru Loyos Isztoika e Karol Racz, i due cittadini romeni accusati dello stupro di un’adolescente e dell’aggressione del fidanzatino la sera del 14 febbraio scorso nel parco romano della Caffarella. Nel dispositivo si legge che il collegio, presieduto da Francesco Taurisano, «annulla l’ordinanza in epigrafe disponendo l’immediata liberazione degli indagati se non detenuti per altro». I due, però, restano ancora in carcere. Investigatori e inquirenti di fronte ai primi scricchiolii dell’inchiesta si erano subito premuniti predisponendo un castello d’accuse supplementare che consentisse comunque la permanenza in stato di detenzione dei due. Racz perché sospettato di un’altra violenza sessuale, avvenuta il 21 gennaio al Quartaccio, un altro quartiere della capitale. Accusa che a questo punto è destinata a crollare. Anche qui, infatti, la mancata identificazione del suo dna nei reperti biologici della violenza non consente di sostenere a lungo un’accusa fondata unicamente su riconoscimento dalle caratteristiche molto fragili, e che non risponde nemmeno alla descrizione dell’aggressore fatta dalla vittima.
Loyos, il biondino, invece si è visto notificare, pochi minuti dopo la decisione del riesame, un’ordinanza di custodia cautelare per calunnia e autocalunnia. Provvedimento emesso dal gip Guglielmo Muntoni, su richiesta del pm Vincenzo Barba (lo stesso che ha diretto le indagini sulla Caffarella) per le affermazioni contenute nella confessione e poi nella ritrattazione. Secondo l’articolo 368 del codice penale, infatti, «Chiunque, con denunzia, querela, richiesta o istanza, anche se anonima o sotto falso nome, diretta all’autorità giudiziaria o ad un’altra autorità che a quella abbia obbligo di riferirne, incolpa di un reato taluno che egli sa innocente, ovvero simula a carico di lui le tracce di un reato», incorre nel reato di calunnia.
Crolla così l’impianto accusatorio messo in piedi dalla questura e fin troppo acriticamente sostenuto dalla procura che aveva chiesto nell’udienza di lunedì la conferma dell’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal gip Valerio Savio il 20 febbraio. Accolte invece le tesi esposte dalla difesa dei due stranieri. Le motivazioni del riesame non sono state ancora rese note ma è presumibile che il collegio abbia fondato la propria decisione in base alle risultanze fornite dalle analisi del dna fatte dalla polizia scientifica. I reperti raccolti avevano rilevato la presenza di due profili diversi dall’impronta genetica dei due romeni arrestati. L’evidenza scientifica ha dunque premiato sui riconoscimenti foto-segnaletici, da sempre incerti e suggestionabili e sulle parole, quando queste non sono supportate da riscontri esterni verificati. In effetti, l’adolescente era molto ferma nel riconoscimento del “biondino”, anche se in un primo momento aveva indicato un’altra persona, quel Ciprian Chiosci, il “monco”, subito scagionato dalla polizia romena (pare sia un suo informatore) e sul quale sono poi tornati a gravitare nuovi sospetti. “Identificazione” smentita dal dna.
Gli investigatori hanno cercato in tutti i modi di confermare la presenza sul teatro della violenza dei due romeni, anche solo come semplici spettatori, pali, favoreggiatori, avanzando l’ipotesi della «banda di balordi». Ma anche qui, fino ad ora, si sono dovuti scontrare con il muro delle evidenze probatorie: i dati scientifici raccolti non comprovano altre presenze oltre a quella delle due vittime e dei due aggressori. Allo stesso modo le testimonianze dei due ragazzi, e quella del superteste, il medico tirato fuori come un asso nella manica durante il riesame, ribadiscono che sul luogo sono state viste soltanto «due persone», che seppure vengono identificate nelle foto segnaletiche, non assomigliano alle descrizioni fornite negli identikit. Un classico delle inchieste in cui la presenza di un forte intervento mediatico inquina le immagini dei sospetti, le proietta fino a moltiplicarne le apparizioni in ogni angolo di strada.
Inevitabilmente l’inchiesta dovrà ripartire da capo e soprattutto dovranno chiarirsi alcuni aspetti ancora oscuri: cosa è accaduto in questura nelle prime ore dell’arresto dei due romeni?
Racz è stato refertato all’ingresso in carcere. Ha chiari segni di percosse che la polizia giustifica con il “tentativo di resistenza” messo in atto. Isztoika nel verbale della ritrattazione sostiene di essere stato pestato dalla polizia romena affinché si autoaccusasse dello stupro. Infine quella conferenza stampa trionfalistica in questura, quelle interviste sui giornali che tiravano la volata al governo, che in quelle ore si accingeva a varare un nuovo pacchetto sicurezza con tanto di ronde, restano una pagina vergognosa compiuta, ancora una volta, sul corpo di una giovane donna.

Link
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