Strage di Bologna, ancora una testimonianza in favore di Mauro Di Vittorio che viveva a Londra tra «ganja, reggae, punk, indiani d’India e indiani metropolitani»

Terza parte/continua
Le memorie riaffiorano lentamente dalle brume di un tempo lontano ormai 32 anni.

Dopo il salutare scossone provocato dalla nostra inchiesta in difesa della storia di Mauro Di Vittorio, l’ultima delle vittime ad essere stata identificata nella strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980, apparsa sul manifesto del 18 ottobre (leggi qui) scorso e nella quale abbiamo smontato il castello di menzogne costruito nel corso di questi ultimi mesi dal parlamentare finiano Enzo Raisi che ha accusato Di Vittorio di essere uno degli artefici dell’attentato, tornano i ricordi, si fanno più nitidi i contorni, si precisano meglio i dettagli.
Si incrina il muro dell’oblio, per questo ci auguriamo che altri ancora diano il loro contributo. Questo blog è pronto a pubblicarli.
Per mesi abbiamo cercato testimonianze che dessero conferma a quanto avevamo già verificato, al materiale documentale raccolto, parole nuove che reincarnassero quelle carte, tornassero a dare loro un’anima, trasformando in un sentimento caldo la memoria di Mauro.

Non è stato facile. 32 anni sono tanti, troppi, soprattutto per doversi difendere all’improvviso da un’accusa che ti prende alle spalle, a tradimento, perché così è dopo che l’incuria del tempo cancella i ricordi, fa scomparire i testimoni, seppellisce le carte sotto cumuli di polvere, in cassetti dimenticati.
Si parla molto delle vittime in Italia. In questo blog ci sono diversi post e articoli apparsi su alcuni quotidiani che affrontano il tema del paradigma vittimario. Ci sembra che questa vicenda stia dimostrando – se ancora ce ne fosse stato bisogno – come quello delle vittime sia solo un tema strumentale, da mercato politico e giudiziario. Non s’è levata in giro nessuna voce da parte dei “professionisti del dolore” in difesa della memoria di Mauro, nessuno si è preoccupato tra i tanti politici e vertici istituzionali di chiamare Anna Di Vittorio e suo marito Giancarlo Calidori mentre un intero schieramento parlamentare appoggiava l’iniziativa di Raisi nel silenzio complice e ipocrita del presidente della camera Gianfranco Fini. E dalle redazioni dei giornali, fatte salve alcune rare eccezioni purtroppo confinate nella locale, solo tanta sufficienza verso quel che accadeva.
Dopo le lettere dei compagni e amici dell’epoca (qui), dopo la testimonianza di Luciano Di Santo (qui), amico di Marcello, fratello minore di Mauro, indebolito da una malattia che gli impedisce di lottare per difendere la memoria del fratello, ci arriva un ricordo puntuale di Marco Boccitto, giornalista del manifesto, grande amico di Marcello, che ha conosciuto Mauro fino a subirne il fascino, come si capisce da quel che scrive.

Ecco chi era Mauro Di Vittorio
di Marco Boccitto

Ho conosciuto Mauro Di Vittorio all’inizio dell’estate 1980 tramite suo fratello Marcello, uno dei miei primi e “migliori amici”.
Mi colpì subito per le vibrazioni lunghe e serene che emanava, l’approccio libero e disilluso alle lacerazioni che viveva all’epoca il movimento, la filosofia senza smanie di chi sa vivere bene con poco. La decrescita felice non sapevamo neanche cosa fosse, ma lui la praticava con buonissimi esiti. Se ne stava a Londra, in cerca di niente e in attesa di tutto. Diceva che era fantastico, che era pieno di squat in cui vivere e se pure non trovavi lavoro ti davano un sussidio con cui tirare avanti. Parlava di ganja, amicizie intercontinentali, indiani d’India e indiani metropolitani, dei suoi vicini ghanesi e giamaicani, di come il reggae incontrava il punk, insomma l’Inghilterra vista da Brixton, il sobborgo in cui abitava. Difficile mettere d’accordo quei suoi racconti con le rivolte che incendieranno il quartiere di lì a un anno. Difficile anche associare quel suo approccio a un concetto negativo come quello di «riflusso». Ma ancor più difficile è ipotizzare un suo essere altro da questo. «Sai che c’è – gli dissi – se è davvero così ti vengo a trovare…». E lui: «Magari! Da fine luglio sarò di nuovo lì, se vieni puoi stare da me».
Non me lo feci ripetere.  Una sera d’inizio agosto ero davanti alla porta di casa sua, in un fatiscente condominio di squat, a Barrington Road. Con Mauro vivevano una ragazza sarda che forse studiava, un ragazzo veneziano che faceva il cuoco e un altro ancora di cui non ricordo. Di nessuno rammento i nomi. Aperta la porta mi spiegarono che Mauro non c’era, che anche in base a quel che sapevano loro sarebbe dovuto essere lì già da qualche giorno. Chissà, decidemmo, si sarà perso in qualcuno dei suoi giri sconvolgenti. Arriverà. «Intanto puoi dormire nella sua stanza», mi dissero. E così feci. Mi sistemai tra le sue poche cose felici, tra i cylum e gli economici Feltrinelli della beat generation, e malgrado fossi al verde provai a godermi la vacanza in sua attesa.
Qualche tempo dopo gli lasciai un biglietto, qualcosa del tipo «bella sòla che sei, chissà in che trip ti sei perso, grazie comunque x l’ospitalità e alla prossima». Tornato in Italia, il fratello mi parlò del diario bruciacchiato ritrovato sotto le macerie e della storia che conteneva. La spiegazione assurda, ma più che plausibile – anche e me avevano fatto un sacco di storie a Dover perché in tasca avevo solo pochi spicci – del perché Mauro non fosse lì dove doveva stare.

Per saperne di più
Vi diciamo noi chi era Mauro Di Vittorio, le parole dei compagni e degli amici su Lotta continua dell’agosto 1980
L’ultimo depistaggio, la vera storia di Mauro Di Vittorio. Crolla il castello di menzogne messo in piedi da Enzo Raisi
Strage di Bologna, il diario di viaggio di Mauro Di Vittorio
Stazione di Bologna 2 agosto 1980, una strage di depistaggi
Strage di Bologna, la storia di Mauro Di Vittorio che Enzo Raisi e Giusva Fioravanti vorrebbero trasformare in carnefice
Strage di Bologna, in arrivo un nuovo depistaggio. Enzo Rais, Fli, tira in ballo una delle vittime nel disperato tentativo di puntellare la sgangherata pista palestinese
Daniele Pifano sbugiarda il deputato Fli Enzo Raisi: Mauro Di Vittorio non ha mai fatto parte del Collettivo del Policlinico o dei Comitati autonomi operai di via dei Volsci

Chi sono! Ma chi ho da esse? Un servaggio!

Non si capisce chi sei, ha scritto una volta una lettrice del blog. «E chi ho da de esse? Un servaggio», gli ho risposto citando come metafora una bellissima poesia di Cesare Pascarella

Chi so io? E chi ho da esse…?

– E quelli? – Quelli? Je successe questa:
che mentre, lì, frammezzo ar villutello
così arto, p’entrà ne la foresta,
rompevano li rami cor cortello,
veddero un fregno buffo co’ la testa
dipinta come fosse un giocarello,
vestito mezzo ignudo, co’ ‘na cresta
tutta formata di penne d’uccello.
Se fermorno. Se fecero coraggio:
– Ah quell’omo! – je fecero, – chi siete?
– Eh – fece, – chi ho da esse’? So’ un servaggio.

Cesare Pascarella, La discoverta dell’America

Oggi sto in vena di maggiori confidenze. Allora prima che ce ripenso ecco il seguito:

Nei mesi caldi del 1977 non avevo ancora compiuto 15 anni. E il 12 maggio 1977 ero quindicenne da soli sei giorni. Se non sbaglio ero in quarta ginnasio.
Sono nato e cresciuto in una famiglia comunista. Quella di mia madre era fatta di braccianti analfabeti delle montagne abruzzesi che appena gli fu permesso di votare misero la croce sempre sul primo simbolo in alto a sinistra, quello del Pci.
I più giovani abituati ai vari mattarellum e porcellum nemmeno capiranno. Erano gli anni del proporzionale con le preferenze. Alle persone umili, che a mala pena sapevano scrivere il loro nome (i miei nonni nemmeno quello), bisognava dare indicazioni semplici e certe: per decenni la scheda elettorale si è aperta col simbolo del Pci in testa, grazie alla dedizione dei suoi militanti che per avere il primo simbolo in lista cominciavano a presidiare gli uffici elettorali con settimane o mesi di anticipo. E se qualcuno osava intromettersi veniva allontanato con le buone o le cattive.
Quando i miei giunsero a Roma, mio nonno si trasformò in manovale nei cantieri dei palazzinari, mia madre divenne domestica. Da ragazza fece la bonne in alcune famiglie della grande borghesia romana poi, nato il pargoletto, finì ad ore nelle case del ceto medio. Anni dopo divenne infermiera.
Mio padre, invece, era di Ponte mollo. Il periodo d’oro della sua vita è stato quello di “Roma città aperta” e subito dopo l’arrivo delle forze alleate, quando regnava l’anarchia e le strutture basilari dello Stato non erano ancora ripristinate. Poi si è innamorato del Partito, ha creduto che così avrebbe potuto cambiare il mondo. Gli ha dato tutto, è diventato un agit-prop. Autodidatta si è formato in sezione. Negli anni 50 e 60 si è fatto tutto Scelba e la stagione di Tambroni, le campagne elettorali in provincia con la seicento e lo Sputnik sul tettino, ha conosciuto la palestra della caserma di Castro Pretorio, dove finivano i rastrellati dei grandi fermi di massa, e le cariche di Porta San Paolo.
Di lui mi ricordo il giorno, saranno stati i primissimi anni 70, in cui si presentò con un lungo manganello avvolto con del nastro adesivo nero con la scritta Dux in verde. L’aveva strappato dalle mani di un militante missino che aveva partecipato all’assalto della sua sezione, quella del Pci di Ponte Milvio alla quale era iscritto fin dall’apertura.
Anzi era stato tra i fondatori della prima sede occupata nel 1945, quella che era stata la vecchia sede del Fascio, dove oggi si trova ancora (almeno credo) il commissariato di Ps.
Poi, con la normalizzazione, dovettero sloggiare in via degli Orti della Farnesina perché lo Stato si riprese tutto.
Quel giorno i fascisti del Flaminio, di Vigna Clara e della Cassia, avevano tentato di fare irruzione nella sezione ma gli era andata male. Avevano trovato una bella resistenza. Lavoratori, gente abituata alla fatica, che non aveva paura e non si tirava indietro.
Mio padre era un uomo di strada, anzi di mercato, faceva il fruttivendolo (il fruttarolo si dice a Roma), aveva le mani grosse e callose che facevano male.
Il manganello di un fascista, che spiscio! Ridevo come può ridere un ragazzino che si immagina chissà quali battaglie. E poi era vero, il manganello! Fino allora quei cosi li avevo visti solo nei film della marcia su Roma, nelle foto, avevo letto di loro nei racconti. Ma ora ce l’avevo davanti il trofeo della più infame idiozia. Mi sembrò subito una cosa ridicola. Non era una semplice arma contundente rimediata sul momento, considerato un vile strumento utile solo per la bisogna, ma un feticcio. Si capiva dalla cura che gli era stata prestata: la nastratura perfetta, quella scritta, l’impugnatura. Un vero oggetto di culto. Non c’erano ammaccature o graffi. Chissà quanto tempo aveva perso quel tizio a perfezionarlo fin nei dettagli per poi farselo togliere dalle mani con grande disonore. Sorgeva il dubbio che non fosse mai stato usato. Possibile che le ossa fratturate, le teste spaccate non avessero mai lasciato segni?
Più lo guardavo e più mi chiedevo cosa potesse passare nella testa di un fascista.
Qualche anno dopo, alle superiori, sentii le femministe parlare di “fallocrazia”. Quelle vedevano falli dappertutto. Ad un ragazzetto di periferia, ancora poco incline alle raffinatezze intellettuali e pieno di malizia da strada veniva subito da pensare che scopassero poco o male. Un vero sessista! Crescendo quella malizia non l’ho persa però ho imparato che quella era “fallolatria”.
Insomma ho respirato Pci fin da piccolo, sono cresciuto leggendo la stampa comunista, Paese sera, l’Unità della domenica, Rinascita, frequentando le feste dell’Unità, la sottoscrizione per la stampa del partito tra il 1974 e il 1976, gli anni della rivoluzione dei garofani in Portogallo, la morte di Mao, gli ultimi garrotati da Franco.

Di quel periodo ricordo il 1973 come un anno particolare. Ad aprile c’è il rogo di Primavalle, alle case popolari di via Bernardo da Bibbiena, tre fermate di autobus da casa mia. Il mese dopo avrei compiuto 11 anni. Muoiono Stefano e Virgilio Mattei. Stefano era poco più piccolo di me. All’inizio della via, poche decine di metri prima del cortile del loro palazzo, ma sul lato opposto, c’è ancora l’Inam, la mutua. Subito dietro, dove ora sorge un immenso caseggiato Iacp che ha tolto luce a via Federico Borromeo, un tempo via di Primavalle, e ai vecchi lotti dell’edilizia popolare fascista situati di fronte, c’era il campo sportivo Giuseppe Tanas, un edile comunista ucciso dalla polizia durante scontri di piazza del dicembre 1947. Era bello quel posto perché si vedevano i tramonti, all’imbrunire arrivava una luce dalle mille sfumature di rossi, arancione e rosa, non c’era il Bronx attuale con le sue torri (gli Iacp di Torrevecchia) a cancellare la linea dell’orizzonte. C’erano anche le giostre, le macchine a scontro e un chiosco di grattachecche.
Quella mattina avevo una visita medica. Era presto quando arrivammo sul posto. Vidi ciò che restava. I miei ricordi sono a colori, colori bruciati, diversi dal bianco e nero delle immagini d’epoca. A quell’ora non si sapeva ancora cosa era veramente accaduto.
Nel settembre successivo entro in prima media in una scuola nuova di zecca costruita all’incrocio dello stradone e del discesone, davanti alla sfascio (autorottamazione altrimenti detto sfasciacarrozze) tra via Forte Braschi e via Mattia Battistini. Aperta appena da un anno. Facciamo i doppi turni, tre giorni di mattina e tre di pomeriggio. Non c’è posto perché ci sono poche scuole. I democristiani preferivano le chiese. Alle elementari invece si alternavano i mesi. Al ginnasio andrò invece sempre di pomeriggio. Solo in prima liceo, finalmente, terminano i doppi turni anche se la scuola è in uno scantinato che si allaga quando le piogge invernali fanno traboccare le fogne. Ci vollero anni di proteste, autogestioni e occupazioni per avere una scuola vera e non un edificio rimediato, il Montale  di via Bravetta, non mi ricordo più in che anno l’inaugurammo.

A 11 anni divento un tesserato Uisp (Unione italiana sport popolare). Mille lire al mese. Forse meno. All’inizio faccio calcio con il Tanas Primavalle, nel campo in pozzolana che sovrastava via Bibbiena. Poi per fortuna pallamano agonistica e pugilato, sempre nella palestra della scuola media di Forte Braschi, la Giorgio Scalia, che oggi ha cambiato nome ed è diventata un istituto tecnico. Ma non finiva mica lì, occupavamo terreni, spazi verdi, per rivendicare palestre, campi sportivi, parchi: tutto pubblico e a prezzi popolari. Sport per tutti contro le strutture private. Ve l’immaginate oggi?
Sono entrato nella politica correndo (a parte la cellula carbonara con tanto di giuramento trovato sul libro di quinta elementare – vedi i cattivi maestri dove si annidavano! – fondata all’Andrea Baldi). Gare podistiche che servivano a portare ogni domenica migliaia di romani nelle zone verdi della città che facevano gola alla speculazione edilizia. A undici anni giravo per Roma ogni domenica mattina, prendevo tre o quattro autobus, vomitavo spesso, per arrivare a Spinaceto, al parco degli Acquedotti, alla Caffarella, spesso mi perdevo e arrivavo tardi, altre volte per fortuna si correva vicino casa, e lì a rompere le reti che recintavano la Pineta Sacchetti, la valle dell’Inferno, a forzare il cancello di villa Carpegna. Quante zone verdi abbiamo salvato, diventate poi parchi pubblici o zone protette. Oggi ho scoperto che al Pineto ci sono le associazioni di quartiere vicine ai postfascisti che con la scusa di togliere le cartacce danno la caccia alle tende dei migranti dell’Est che si accampano tra le fratte. Sembra che quei parchi siano roba loro da sempre. In fondo è vero, all’epoca i missini facevano gli sgherri armati della Fondiaria del Vaticano in difesa delle recinzioni. Merde!
Poi nell’autunno 1976 la mia prima manifestazione gruppettara, da piazza Irnerio lungo le strade di Boccea. Il motivo del corteo non me lo ricordo. La prima però l’avevo fatta con mia madre anni addietro. Ero alle elementari. Partiva dallo sterrato di largo Boccea, dove ora c’è il lago d’asfalto che fa da capolinea per gli autobus. Era contro la guerra in Vietnam. Mi ricordo tanti mitra minacciosi e gli anfibi della polizia. Forse perché erano alla mia altezza. Quella di un bambino.

Comincia proprio nel 1976 il distacco lento ma graduale dalla politica che si respirava in famiglia e sorgono i primi dissidi con mio padre che ancora dava retta ai discorsi che sentiva in sezione. Mi ricordo nel febbraio successivo l’arrabbiatura dopo la cacciata di Lama dall’università. Episodio che mi turbò moltissimo. Avevo ancora un’idea molto ecumenica della sinistra. Qualche anno dopo anche lui si allontanò dal Partito. Non rinnovò più la tessera, deluso dal compromesso storico. Iniziò la sua lunga depressione culminata con il mio arresto, un decennio più tardi, e il grande senso di colpa per avermi parlato fin da piccolo di comunismo, per avermi insegnato a pensare con la mia testa, ad essere critico. «A cosa ti è servito? Per finire in carcere?», concludeva sempre.

Iniziarono frequentazioni multiple e sovrapposte, ma la militanza nella Fgci – come qualcuno ha scritto – proprio no. Mi bastò, sempre in quarta ginnasio, un incontro – nato da un consiglio di mio padre – col segretario figiccino della sezione di via Graziano, vicino alla succursale del Manara, il liceo classico-scantinato per sfigati che frequentavo. Era una brava persona, ma il suo linguaggio era tutto cittadinismo e democrazia, mica tanto diverso da quello di un mio compagno di classe democristiano, che almeno era bravo in greco e latino. Il suo partito era molto diverso da quello di mio padre, infatti seppi nell’81 che era entrato in polizia e faceva il sindacalista del Siulp.
Quelli furono anni di ricerca, di verifiche, di passaggi, di rotture. Poi verranno gli approdi, le separazioni, altri approdi, la lotta armata appena acennata, il carcere, l’incontro con mia sorella e la mia nipotina nel parlatoio di Rebibbia. Un pezzo dell’altra famiglia, quella ufficiale, io appartenevo a quella clandestina. L’unica vera clandestinità della mia vita. Mio padre era bigamo, aveva due famiglie, a noi dedicava la sera poi andava via come faccio io oggi, quando rientro in carcere e spiego al mio bambino che lo devo fare così la mattina può mangiare i cornetti caldi. Una vergognosa bugia escogitata da ton ton Oreste che comincia a traballare. Giorni fa ha chiesto alla mamma: «Perché papà dorme con i poliziotti?». Non capiamo dove possa aver sentito una cosa del genere. Non ha nemmeno tre anni, non posso mica portarlo davanti alla carraia blu. Ma chi glielo ha detto?
Nel 90-91 vengo scarcerato, c’è il casino della Pantera, poi l’esilio, l’incontro con Oreste Scalzone, il migliore dei cattivi maestri, il carcere francese, ancora l’esilio, il lavoro all’università, i libri, l’estradizione, una gigantesca montatura giudiziaria e di nuovo il carcere, in mezzo a tutto ciò tanti affetti frantumati, amori persi per strada, delusioni umane grandissime, i miei nonni, i miei zii e mio padre (i miei animali, Pugacev prima di morire è andato nella mia stanza-museo, rimasta come il giorno che me n’ero andato, per arrotolarsi sul letto, forse cercava il mio odore, voleva darmi la sua ultima leccata) morti senza poterli salutare, tante cose lasciate e non più ritrovate, salvo mia madre sempre lì, come una montagna, è entrata in tante carceri, ha accettato umilianti perquisizioni, silenziosa e dura non si è mai piegata, è venuta a cercarmi lontano, ha imparato le regole della riservatezza, come potrei farne a meno?
Quando mi giro mi accorgo che sono passati 25 anni e non è ancora finita. Superata di un bel pezzo metà della pena è arrivata la semilibertà… una compagna più giovane che sopporta tutto questo, anche il mio disincanto, il bel bambino che sa già dove dormo ma fa finta di credere che il papà esce ogni sera per prendere i cornetti (tra un po’ mi dirà «a papà, mica ci vuole una notte intera per comprarli!»), un altr@ pers@ e scolpit@ sulla carne e per sempre nel cuore.

Oreste Scalzone, «La catastrofe dell’ideologia lavorista»

Una riflessione di Oreste Scalzone sul feticcio del lavoro che non sfrutta soltanto ma uccide, a partire dalle vicende Dell’Ilva di Taranto, della Fiat di Pomigliano e dell’Alcoa di Portovesme. «L’ideologia lavorista è una catastrofe che blocca la pensabilità di un possibile diverso

di Oreste Scalzone 19 ottobre 2012

Domani, Cgil e Fiom sfileranno a Roma, con una “grande manifestazione” da piazza San Giovanni a cui – scrive il manifesto – parteciperanno «ben 15 pullman di lavoratori che da Taranto partiranno alla volta della capitale, raggiungendo i colleghi metalmeccanici delle grandi aziende in crisi come l’Alcoa di Portovesme, Fiat, Finmeccanica, sino alla Vinyls di Porto Marghera».
Lo slogan-cappello generale è sintomaticamente orrido, raccapricciante: «Il lavoro prima di tutto !»  fa pensare ai più svariati lavorismi: da quello utilitarista-liberale dei classici dell’Economia politica (il capitalismo è la società “fondata sul lavoro”…), alle variazioni su tema fasciste, naziste, collaborazioniste (dal “Palazzo della Civiltà del Lavoro”, all’infinitamente sinistro infame “Arbeit macht frei”, “il lavoro rende liberi” inscritto sul frontone dell’entrata ad Auschwitz-Birkenau; al “Patrie Famille Travail”, “Patria Famiglia Lavoro”, divisa dello «Stato francese» della collaborazione pétainista); alle versioni social-democratiche, sindacalistiche, staliniste e più ingenerale dei regimi di «socialismo reale», contraffazione del comunismo «spettro aggirantesi per l’Europa», tra il ’48 e la primavera ’71 della Comune di Parigi, contraffazione statalista, tecno-economicista, fabbrichista, vera e propria controrivoluzione in abiti rivoluzionari di conio lassalliano-kautskiano…
Il feticcio del lavoro come blocco della pensabilità del possibile, anchilosi intellettuale che non riesce a pensare oltre la ‘naturalizzazione’ e ‘teizzazione’ delle forme storiche, tecno-economico-societali-politiche, della “Modernità”, viene riproposto nel modo più subalterno, con una sorta di “cupidigia di servilismo”, spasmodico desiderio mimetico.
A Taranto, questa posizione è smascherata e nuda. Girano filmati con sindacalisti Fim e Uilm che tessono in modo nauseabondo, senza neanche l’astuzia di un bemolle ipocrita, le laudi del padrone; che raccontano che l’Ilva era inquinante, ma poi…la proprietà ha fatto tanto, investito tanto…., ora è diverso, rimarrà pure qualche problema, ma sono dettagli, bazzecole, pinzillacchere…
Questi “lavoratori” che finiscono per essere (come sempre i gialli, i crumiri) degli squallidi burattini del padrone – e tanto peggio se essendosi convinti di quello che van dicendo…, rischiano di portare gli altri (e di andar loro) allo sfacelo peggiore : perdenti, obiettivamente “collaborazionisti”, e ben partiti per fare da parafulmine, schermo e ‘testa di turco’, oggetto di odio e disprezzo, maledetti da tutti…
All’ILVA, non c’è spazio per sfumature, non c’è scampo: o si impugna l’asta di una bandiera che nell’immediato coagula e sprigiona forza sulla parola d’ordine, «Chiusi gli altoforni, in libertà dal lavoro a salario pieno a tempo indeterminato!», o si destina, ci si lascia destinare, ci si fa destinare, con connivenza attiva “servo/padronale”, ad un destino che permetterà di dire di quanti avranno seguito questa deriva, l’oltretutto ridicolo, ineffettuale e velleitario, illusionistico e miserabile assieme, “pragmatismo” del’ “il lavoro prima di tutto”, quello che recita la penultima frase del Processo di Kafka: «E pensò, che soltanto la vergogna gli sarebbe sopravvissuta».
In altri termini e altri codici, “perder l’anima, per niente”, per un pugno di mosche, e neanche. Parafrasando la celebre frase di uno statista, dunque in quanto tale, Nemico, ai politicanti britannici, si potrebbe dire, «Potevate scegliere fra la capitolazione e la lotta, fra la servitù e l’indipendenza. Avete scelto la capitolazione e la dipendenza, e avrete anche la sconfitta».
Non abbiamo paura di doverci scontrare fra proletari, e con altri proletari: a Taranto è oggi chiarissimo, non c’è chi non possa vederlo, che la coppia lavorismo-statalismo, l’identificarsi come forza-lavoro, “capitale variabile” (con tutte le ideologie di sostituzione, di diversione, che ne derivano), costituisce la forma specifica, autodistruttiva, di una “controinsurrezione preventiva” nel seno stesso delle moltitudini sfruttate, oggetto di sopraffazione, di tentativo incessante di vampirizzarne la potenza, e lasciare il frutto spremuto, schiacciarlo fino all’annichilazione.
Non pensiamo sia risposta adeguata quella di una parzialissima, pallida presa d’atto della catastrofe dell’arroccamento lavorista e della velleitaria illusione di difendere status quo ante, o ritornarvi, in termini di formulazione di “pani di riorganizzazione della società”, in bilico fra mera dimostrazione alla lavagna, tacciabile al contempo di velleità di riforma della regolazione sociale, o di utopistica “pasticceria del futuro” – insomma, sempre attaccabile come “troppo o…, troppo e  troppo poco”, anzi, proprio un’autocontraddizione al ribasso.  Come “pieno impiego” o “Stato sociale”, o “il lavoro non si tocca”, la formula «Diritto al reddito» ci sembra far torto alla sostanza.
Il cinismo della misantropa Fornero (come spesso la sfrontatezza di certi “poterosi”) diceva il vero: non esiste, men che mai nella Costituzione, un «Diritto al lavoro», così come appare difficile pensare ad una modificazione della «costituzione materiale», e di seguito «formale», che inscriva come «diritto esigibile» il posto di lavoro, o il reddito universale incondizionato, d’esistenza. Nell’aria di guerra sociale dall’alto che, come osserva Foucault, spira dietro le concettualizzazioni vuotamente giornalistiche sulla crisi, non è per vie “cittadinistiche” o “demo-parlamentari” che il servilismo “lavorista”  può essere morbo debellato, e per lo più in fretta, prima che il cavallo stramazzi e, stramazzato proprio, diventi carcassa e carogna.
Nojaltri (che non ci rassegnamo a dire che l’unica cosa che resta è un camusiano “mi rivolto, dunque sono !”, che comunque – nelle più diverse motivazioni, filiazioni, forme – è estremo ridotto che chiama rispetto), vorremmo provare a pensare e ripensare e tentar di praticare, con altri, una “filosofia pratica” che non rinunci, a dispetto di tutto, ad aver l’occhio al ‘comune’.
Momenti, percorsi, insorgenze, forme, confluenze, coalescenze, ‘aggrumazioni’, di forme di vita, di pratiche, di relazioni, di lotte, di ribellioni e rivolte, persistenti, che zampillano e vengono e rivengono…, producendosi in situazione, in modo variato, con singolarità che costituiscono contrappunto ed hanno un ‘fondo’ comune, ci sembrano la strada di una scommessa da tentare.
Se – per stare all’esempio – è una rete operaia che introduce, entrando a gamba tesa e disvelando un’evidenza occultata, ponendo in un tessuto vivo la rivendicazione elementare di “messa in libertà da lavoro a salario pieno a tempo indeterminato”, questa ‘cosa’ non è “corporativa”, non è forma di legittimismo identitario che pretende riesumare una “centralità oggettiva e soggettiva” in sé, di per sé, che abbia valenza universale.
Se, con una sorta di emulazione, di dinamica che fa leva su un precedente, un ventaglio, un caleidoscopio di lotte si sprigiona da altri strati e ‘territori esistenziali’ (uomini, donne, giovani e meno e ancor meno, precari, disoccupati, inoccupati, cassintegrati, “call-centeristi”, cassiere, “cognitari” o supersfruttati a chiamata, “fannulloni dai mille mestieri”, strati di “classes dangereuses”, & ancor’oltre, “soggettività rivoltose qualunque”…), sarà così, tra secessioni e sollevazioni, sabotaggi e sforzo di strappare e acquisire mezzi materiali di vita immediata, e anche da possibile “infrastruttura” di pratiche d’alterità…, ecco : pur senza sicumère, oltre lo stesso disincanto, i dubbi che assalgono, ma anche il sentirsi – per parafrasare Semper eadem di Samuel Beckett – «sgomenti, atterriti di amare, e non questa cosa ; di essere appassionati da ‘altro’, portati, e non da questa ‘cosa’ “, forse si può riprovare e riprovare ancora…..».

Link
Fiat di Pomigliano e Ilva di Taranto, da qui può ripartire il ribellismo operaio
Ilva è veleno! Via dalle officine a salario pieno!
Pomigliano, presidio permanente dei cassintegrati in tenda davanti ai cancelli Fiat con il megafono di Oreste Scalzone e il sax di Daniele Sepe
Ilva, a Taranto finisce la classe operaia del sud
Cronache operaie

«Vi diciamo noi chi era Mauro Di Vittorio», le parole dei compagni e degli amici su Lotta continua dell’agosto 1980

Seconda parte/continua


Dopo l’inchiesta apparsa sul manifesto del 18 ottobre (leggi l’articolo) che scagiona Mauro Di Vittorio, morto il 2 agosto 1980, insieme ad altre 84 persone, per l’esplosione di una bomba piazzata nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna, dall’accusa lanciata 32 anni dopo i fatti dal parlamentare postfascista Enzo Raisi, di essere stato uno degli artefici di quella orrenda strage; dopo la pubblicazione del suo diario di viaggio (leggi qui), ritrovato in una borsa tra le macerie della stazione insieme alla sua carta d’identità che la violenza dell’esplosione aveva separato dal corpo; pubblichiamo la testimonianza di Luciano Disanto, amico e compagno di liceo del fratello minore Marcello che frequentava la casa di via Anassimandro a Torpignattara.

Le due lettere pubblicate su Lotta continua giovedi 21 e domenica 24 agosto 1980, che potete leggere qui sotto, e la testimonianza di Di Santo ci aiutano a tratteggiare alcuni aspetti fondamentali della personalità di Mauro Di Vittorio che dimostrano la sua incompatibilità con i sospetti avanzati dall’ex carabiniere missino, oggi deputato finiano, Enzo Raisi

di Paolo Persichetti

La testimonianza di Luciano Di Santo
Per Mauro Di Vittorio «la ricchezza stava nelle relazioni umane, nella scoperta degli altri. Era fatto così», racconta Luciano Di Santo, amico fraterno di Marcello, il fratello più piccolo di Mauro. E per descrivere meglio il personaggio racconta un episodio: «eravamo andati tutti e tre, io, Marcello e Mauro, al mio  paesino d’origine, Sante Marie, in provincia di L’Aquila, non lontano da Tagliacozzo. Ad un certo punto ci siamo persi Mauro, l’abbiamo cercato per ore. Niente, era scomparso, non si trovava finché l’abbiamo scovato con dei vecchieti del posto. Si era seduto al loro tavolo e discuteva con loro da ore davanti ad un bicchiere di vino, sorridente. Si era dimenticato di noi, del tempo».
«Per noi – continua ancora Luciano – era come un tutore, guardavamo affascinati quel suo modo di rivolgersi al mondo. Aveva lasciato la scuola, deciso di vivere viaggiando. Stava a Londra. Noi più giovani eravamo agguerriti, c’era il 77 in corso e lui raffreddava i nostri bollenti spiriti spiegandoci che le rivoluzioni non si facevano così, non con la violenza. Lui era convinto che i processi di mutamento dovessero passare per i cambiamenti personali, attraverso le relazioni. Se posso usare un’immagine presa dal cinema, dico che era una specie di Forrest Gump, uno spirito libero in cerca delle radici umane, semplici e genuine di ogni essere umano, una voce fuori dal coro».

Le lettere dei compagni e degli amici di Mauro Di Vittorio apparse su Lotta continua del 21 e del 24 agost0 1980

La doppia pagina uscita su Lotta continua giovedì 21 agosto 1980 con il diario di viaggio di Mauro Di Vittorio e una lettera di compagni del suo quartiere, Torpignattara

Qui sotto il testo di un’altra lettera, apparsa sempre su Lotta continua la domenica successiva, 24 agosto, nella pagina della corrispondenza

Lotta continua del 24 agosto 1980, pagina delle lettere (ocr)


Su Mauro Di Vittorio

L’ultimo depistaggio, la vera storia di Mauro Di Vittorio. Crolla il castello di menzogne messo in piedi da Enzo Raisi
Strage di Bologna, il diario di viaggio di Mauro Di Vittorio
Stazione di Bologna 2 agosto 1980, una strage di depistaggi
Strage di Bologna, la storia di Mauro Di Vittorio che Enzo Raisi e Giusva Fioravanti vorrebbero trasformare in carnefice
Strage di Bologna, in arrivo un nuovo depistaggio. Enzo Rais, Fli, tira in ballo una delle vittime nel disperato tentativo di puntellare la sgangherata pista palestinese
Daniele Pifano sbugiarda il deputato Fli Enzo Raisi: Mauro Di Vittorio non ha mai fatto parte del Collettivo del Policlinico o dei Comitati autonomi operai di via dei Volsci

Strage di Bologna: la vera storia di Mauro Di Vittorio. Crolla il castello di menzogne messo in piedi da Enzo Raisi e Valerio Fioravanti

L’inchiesta/prima parte – L’ultimo depistaggio sulla bomba esplosa alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980 tira in ballo una delle vittime dell’eccidio: Mauro Di Vittorio, ventiquattrenne romano originario del popolare quartiere di Torpignattara. Pur di renderlo funzionale al teorema della pista palestinese i suoi accusatori non hanno esitato a riscrivere cinicamente il suo passato. Il grossolano tentativo di modificare quanto era già emerso 32 anni fa, nei giorni immediatamente successivi all’esplosione, fallisce clamorosamente di fronte alle testimonianze dei familiari di Di Vittorio e alla mole di materiali documentali esistenti

Paolo Persichetti
il manifesto 18 ottobre 2012

Mauro Di Vittorio, Lotta continua 21 agosto 1980

«Prendo un passaggio da un ragazzo tedesco che come salgo mi offre di accendere una pipetta di fumo mi tranquillizza un po’, ma alla seconda pipa nella quale c’erano minimo due grammi di nero mi sconvolgo in modo veramente pauroso. Con la terza la tensione è salita di molto e mi sento male, molto male. Ho un trip violentissimo e delle visioni allucinanti, e per fortuna sono molto stanco per cui mi metto a dormire. Quando il tipo mi sveglia sto meglio e ho fatto molta strada. La sera dopo un passaggio di un belga molto simpatico arrivo a Liegi. Sono contento perché la strada da fare è poca, per cui penso di arrivare il giorno dopo». (Leggi il testo integrale).

L’Europa in autostop
È il 30 luglio 1980, Mauro Di Vittorio sta attraversando l’Europa in autostop diretto a Londra, inconsapevole di avere pochi giorni di vita davanti a sé. Giunto a Dover gli inglesi lo rimandano indietro perché non ha con sé sufficienti garanzie di reddito. Costretto a rientrare in Italia, tre giorni più tardi salta in aria insieme ad altre 300 persone (85 morirono) nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna. Oltre venti chili di gelatinato e compound b, una micidiale miscela nascosta molto probabilmente in una valigia, mettono fine per sempre al suo ritorno.
Il racconto degli ultimi giorni di vita di Mauro è in un quaderno in cui sono annotate le tappe e gli incontri del viaggio, probabilmente scritto durante il rientro. Dopo 30 anni le pagine di questo diario sono diventate un affaire di Stato, un presunto mistero – secondo il parlamentare Enzo Raisi, già membro della commissione Mitrokhin – che sulla loro veridicità solleva dubbi insinuando che dietro vi sia una manipolazione per nascondere la responsabilità diretta, anche se involontaria, dello stesso Di Vittorio nella strage.

La fabbrica delle patacche ispirata dalla trama di un romanzo
Per il parlamentare di Fli, che sulla vicenda ha depositato un’interpellanza parlamentare urgente annunciando anche la prossima uscita di un libro, il giovane sarebbe stato un appartenente «all’area di Roma sud dell’Autonomia Operaia», incaricato di trasportare per conto di un gruppo palestinese, l’Fplp di George Habash in contatto con Carlos, la valigia poi esplosa per un incidente o forse addirittura per una trappola architettata all’insaputa del giovane. Episodio che, sempre secondo Raisi, andrebbe iscritto tra i retroscena del lodo Moro (l’accordo segreto tra Sismi e guerriglia palestinese per salvaguardare l’Italia da attentati in cambio del transito di armi), come un incidente di percorso o come una rappresaglia per la sua violazione l’anno precedente, quando davanti al porto di Ortona furono arrestati, perché trovati in possesso di un lanciamissili destinato alle forze palestinesi, tre esponenti dell’Autonomia romana e successivamente Abu Anzeh Saleh, responsabile dell’Fplp in Italia.
Raisi fonda i suoi sospetti sul fatto che nel fascicolo delle indagini, «non sembrerebbe risultare verbalizzato alcun rinvenimento di documento d’identità o agenda del Di Vittorio». Non è affatto vero ma al parlamentare non interessa al punto da sollevare ombre anche sulla scheda biografica presente nel sito web dell’Associazione familiari vittime del 2 agosto 1980, nella quale sono riportati alcuni brani virgolettati del diario.
A rafforzare i dubbi di Raisi ci sarebbero delle nuove testimonianze che riferiscono lo strano comportamento di una ragazza e di un uomo dalle sembianze mediorientali che avrebbero realizzato una ricognizione del cadavere di Di Vittorio all’obitorio di Bologna, fuggendo intimoriti prima che «il primario e il maresciallo presenti sul posto riuscissero a raggiungerli per identificarli».
Sarà soltanto una coincidenza ma il castello di sospetti avanzato da Raisi ricalca senza molta originalità la fantasiosa trama del romanzo Strage, di Loriano Machiavelli (circostanza segnalata dal sempre attento Ugo Maria Tassinari nel suo sito FascinAzione.info), uscito sotto pseudonimo e tra mille polemiche nel 1990 per Rizzoli e ripubblicato due anni fa da Einaudi, nel quale si narra la storia di una coppia di giovani che gravitano nell’area dell’Autonomia, si riforniscono di armi tra Parigi e la Cecoslovacchia fino a quando uno dei due salta in aria alla stazione di Bologna con una valigia di esplosivo attivata a sua insaputa da un sofisticato congegno trasportato da un’emissaria dei “poteri occulti”. Guarda caso anche qui la ragazza si reca all’obitorio con altri compagni.

Una forzatura di troppo
Il deputato post-missino, citando una testimonianza rilasciata 26 anni dopo i fatti dalla sorella maggiore di Di Vittorio, Anna, a Giovanni Fasanella e Antonella Grippo nel libro “I silenzi degli innocenti” (Bur, 2006), lascia intendere che la «strana telefonata» che informò i familiari del rinvenimento a Bologna della carta d’identità di Mauro, non proveniva dalla questura ma da probabili complici del giovane. Sempre Anna, alcuni anni fa concesse il perdono a Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, membri dei Nar condannati per la strage, con una lettera che facilitò l’accesso della Mambro alla liberazione condizionale. Lo scorso 2 agosto, come se nulla fosse, anche Fioravanti, ormai libero, ha ipotizzato in un articolo apparso sul Giornale un ruolo dell’«autonomo» Di Vittorio nella strage. Ma su questo argomento, Anna Di Vittorio e suo marito Gian Carlo Calidori, anche lui colpito negli affetti dalla strage, non hanno intenzione di scendere in polemica. Ritengono che ognuno debba rispondere alla propria coscienza: «Chi siamo noi due per giudicare gli altri?». In realtà, come ci ha spiegato Anna Di Vittorio, «non è mai esistita nessuna telefonata misteriosa». D’altronde quanto riportato nel libro non trova riscontro nelle dichiarazioni rilasciate dagli altri familiari il giorno del riconoscimento ufficiale della salma di Mauro. Luciana Sica di Paese sera, in una cronaca apparsa il 13 agosto 1980, racconta le ore passate nella casa di via Anassimandro, nel quartiere romano di Torpignattara. Descrive il clima attonito di una famiglia che per dieci lunghi giorni non ha voluto credere ai ripetuti segnali che annunciavano la tragica fine del loro congiunto, come la telefonata della questura felsinea del 3 agosto che – forse per un eccesso di cautela – riferiva soltanto del generico ritrovamento della sua carta d’identità in città. La cronista raccoglie le prime dichiarazioni del fratello più piccolo, Marcello, e quelle della zia che ancora non riescono a capacitarsi di quella rimozione. Riferisce dell’interessamento dei vicini che invece hanno sentito in televisione la descrizione dei corpi ancora non identificati ed hanno subito capito; finalmente Anna dopo una telefona all’obitorio decide di partire verso la capitale emiliana insieme a due amici. E’ lunedì 11 agosto, giunta all’istituto di medicina legale entra, sono le nove di sera e all’interno c’è poca luce, i suoi amici non resistono all’odore, tutt’intorno ci sono resti di cadaveri, Anna «vede il corpo del fratello, esce e dice di non averlo riconosciuto». Chiama Marcello a Roma per sapere se Mauro avesse dei pantaloni di velluto grigio. La risposta non offre scampo: «E’ lui».

Il mistero inesistente del diario
A chiarire invece il mistero del diario ci pensa Lotta continua che il 21 agosto 1980 ne pubblica il testo integrale insieme a una lettera firmata «I compagni di Mauro». Nel resoconto del viaggio Di Vittorio racconta di essere partito da Roma in automobile insieme a un amico di nome Peppe, probabilmente il 28 luglio. Due giorni dopo alla frontiera di Friburgo i doganieri tedeschi trattengono la macchina di Peppe perché due anni prima era stato trovato senza biglietto sulla metropolitana di Monaco e non ha ancora pagato la multa. Mauro gli lascia tutti i suoi soldi e prosegue solo, in autostop, con la speranza di arrivare rapidamente a Londra, nello squat di Brixton dove viveva, per trovare altro denaro da inviare a Peppe. I numerosi dettagli riportati offrono facili possibilità di riscontro sulla veridicità intrinseca del racconto e se ancora non bastasse c’è l’importo del biglietto del treno non pagato da Mauro durante il viaggio di ritorno che arrivò alla famiglia, quasi come una beffa, dopo la morte. Ancora più interessante è la lettera dei suoi compagni, dalla quale si capisce che Mauro non era un militante e non era mai stato vicino all’Autonomia. Gli autori del testo sono ex di Lotta continua del circolo di Torpignattara, ancora aperto nel 1980 – come accadde anche per altre sedi del gruppo – punto di riferimento per una parte di quella fragorosa comunità politico-esistenziale che non si era rassegnata allo scioglimento dell’organizzazione quattro anni prima. Mauro, che dopo la morte prematura del padre aveva lasciato la scuola per aiutare la famiglia, era molto conosciuto, amato e stimato. I suoi compagni lo descrivono come «Una persona, un compagno inestimabile che sapeva dare tutto a tutti. Capace di dare se stesso in qualsiasi momento. La persona che tutti avrebbero voluto vicino per qualsiasi cosa: per un viaggio, per parlare di se stessi, della vita, delle contraddizioni e dei problemi che ci si presentano quotidianamente».

Un indiano metropolitano a Londra
La domenica successiva, sempre su Lotta Continua, appare un’altra lettera che è quasi una seduta pubblica d’autocoscienza. In polemica con i toni ritenuti troppo politici della prima, i suoi autori che si firmano «Alcuni amici di Mauro» sostengono che «per Mauro la parola compagno era diventata vuota e priva di senso come lo è diventata per noi, perché questa maturazione l’avevamo vissuta insieme e insieme avevamo smesso di illuderci e insieme avevamo visto crollare miti, ideologie e propositi rivoluzionari. Quindi, oggi, il minimo che possiamo fare è rispettare il suo modo di vedere, le sue disillusioni. Evitare quindi cose che suonano speculative, evitare analisi che lui non avrebbe fatto, evitare termini in cui non si riconosceva più, evitare inni alla rivolta di cui tutti conosciamo la falsità e la vuotezza».
C’è l’intera parabola di quel che accadde in un pezzo del movimento del 77 in queste frasi che annunciano l’epoca del grande riflusso, dove le grandi narrazioni cedono spazio a traiettorie più intimistiche e personali, in ogni caso situate a una distanza siderale dall’immagine del giovane dalla doppia vita con la valigia piena di esplosivo suggerita da Enzo Raisi. Mauro Di Vittorio con i suoi lunghi capelli neri che sembrano anticipare la moda dei dread, la barba folta e l’aspetto freak, era un’altra persona. Chi lo descrive oggi come l’autore della strage di Bologna lo ha ucciso una seconda volta.
«Quest’accusa – replica Gian Carlo Calidori – ci sta facendo vivere un’esperienza sgradevole, ma nonostante ciò continuiamo a confidare, come sempre, nelle Istituzioni della Repubblica Italiana».
E Anna aggiunge: «Nell’agosto del 1980 sono andata a Bologna. Ho visto il cadavere di mio fratello Mauro: era intatto; non carbonizzato; con una sola ferita, mortale, nel costato. Poi, ho incontrato la Polizia Ferroviaria che, molto umanamente, mi ha consegnato gli effetti personali di mio fratello, tra cui il diario di Mauro».

Per saperne di più
“Vi diciamo noi chi era Mauro Di Vittorio”, le parole dei compagni e degli amici su Lotta continua dell’agosto 1980
Strage di Bologna, il diario di viaggio di Mauro Di Vittorio
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Strage di Bologna, il diario di viaggio di Mauro Di Vittorio

L’ultimo viaggio di Mauro Di Vittorio

da Lotta Continua, 21 agosto 1980

Parto con la sensazione di dover fare qualcosa di buono. Tante idee per la testa, chissà cosa combino. Dopo una grattachecca e una controllatina alla macchina comincia il viaggio. Peppe vuol fare la strada più lunga, cioè l’Aurelia, per vedere se ci sono due ragazze del Belgio in Toscana, ma dopo quattro ore di viaggio arriviamo e non le troviamo. Peccato.
Decidiamo di proseguire anche se è notte e arriviamo a Milano. Qui la macchina comincia a fare i capricci e cambiata la candela andiamo un po’ avanti un po’ più nervosi. Il giorno dopo, alla frontiera con la Svizzera ci tengono fermi due ore, ma il morale è  intatto. Ogni tanto ci fermiamo per far riposare la  macchina. Peppe comunque è un ottimo guidatore e sono abbastanza sicuro. Andando avanti cominciano le difficoltà serie con la macchina perché la strada è in salita e c’è molto traffico. Comunque la Svizzera è bella, specialmente al passo del San Gottardo dove ancora c’è la neve e ci fermiamo a bere.
Dopo la Svizzera italiana c’è la Svizzera tedesca e in mezzo a un traffico tremendo e molte parolacce la sera siamo alla frontiera.
Già stavo pensando di arrivare il giorno dopo a Londra e tutto contento facevo i miei progetti, quando è successo l’imprevisto. I doganieri tedeschi dopo averci perquisito la macchina e visto i documenti arrestano Peppe perché due anni prima a Monaco non aveva  pagato la metropolitana.
Peppe è molto abbattuto perché non gli spiegano che cosa gli faranno, allora decidiamo che io vado in autostop ed eventualmente gli mando dei soldi da Londra. La macchina la lasciamo alla frontiera e Peppe viene portato via. Rimango in attesa per tre ore aspettando invano il suo ritorno insieme a due ragazze tedesche che mi offrono della cioccolata dopo due giorni che non mangio altro.
La mattina parto e prendo subito un passaggio in una Mercedes che però mi lascia fuori dell’autostrada. Sono abbastanza giù, anche perché qui parlano solo tedesco e per capire è un vero problema. Comunque sono abbastanza fortunato e cammino abbastanza velocemente, poi prendo un passaggio da un ragazzo tedesco che come salgo mi offre di accendere una pipetta di fumo mi tranquillizza un po’, ma alla seconda pipa nella quale c’erano minimo due grammi di nero mi sconvolgo in modo veramente pauroso. Con la terza la tensione è salita di molto e mi sento male, molto male. Ho un trip violentissimo e delle visioni allucinanti, e per fortuna sono molto stanco per cui mi metto a dormire. Quando il tipo mi sveglia sto meglio e ho fatto molta strada.
La sera dopo un passaggio di un belga molto simpatico arrivo a Liegi. Sono contento perché la strada da fare è poca, per cui penso di arrivare il giorno dopo.
Questa mattina mi sono svegliato bene e dopo un caffé mi sono messo in marcia. Un passaggio dopo l’altro e sono arrivato a Ostenda. Mi permetto pure una colazione e all’una prendo il traghetto. Londra, eccomi. Faccio un giro sul traghetto e tre ore passano subito. Dover con le sue bianche scogliere mi sta di fronte.

Il racconto del viaggio di Mauro Di Vittorio apparso su Lotta continua el 21 agosto 1980. Il diario venne consegnato dalla polizia ferroviaria ad Anna Di Vittorio, sorella di Mauro, dopo il riconoscimento del corpo

Leggi (qui) l’inchiesta che smonta le accuse contro Mauro Di Vittorio lanciate dal parlamentare finiano Enzo Raisi

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Teorema 8 marzo, si apre il processo contro un gruppo di militanti che ha organizzato la lotta per la casa a Roma

Si apre oggi, martedi 16 ottobre, il processo contro cinque compagni e una compagna di Magliana in seguito all’occupazione dell’ex scuola 8 marzo. Ne danno notizia in un comunicato il C.S.O.A. MACCHIA ROSSA e il Coordinamento Cittadino di Lotta per la Casa.
«L’edificio – si spiega nel testo – occupato nel giugno del 2007 fu bersaglio di un attacco  repressivo senza precedenti nella storia della città. Carabinieri e politici del PDL, con l’appoggio dei quotidiani “Il Tempo” e “Il  Messaggero” e di un paio di magistrati compiacenti, riuscirono a colpire un’esperienza di lotta radicata nel quartiere di Magliana. Il risultato fu di sei persone arrestate con accuse infamanti e totalmente inventate.
L’impianto accusatorio era talmente inverosimile che all’udienza preliminare del giugno scorso tutte le accuse più gravi sono cadute: il GUP ha prosciolto i compagni e la compagna dalle accuse di associazione a delinquere, estorsione, possesso di armi da guerra, furto di rame. Nella quella sentenza viene riconosciuta la legittimità di darsi delle regole all’interno di un’occupazione abitativa come anche la legittimità del metodo assembleare. Restano in piedi accuse inventate di violenze private e lesioni, di furto di energia elettrica e di invasione di edificio pubblico. Restano i 17 giorni trascorsi in galera e i mesei ai domiciliari e sappiamo che per tutto questo nessuno ci chiederà scusa».
A questo puntono, conclude il comunicato, «Resta un’esperienza di lotta troncata e un’occupazione abitativa che i carabinieri e gli amici di Alemanno hanno volutamente ridotto ad un luogo di degrado costringendo compagni e compagne a starne lontani e permettendo la compravendita delle stanze, l’abusivismo edilizio ed un’infinità di episodi di sopraffazione e violenza. Continueremo a difenderci in questo processo insieme ai nostri avvocati e ai Movimenti di Lotta per il Diritto all’Abitare. Continueremo ad impegnarci per far crescere l’opposizione sociale alla città degli speculatori e a costruire l’autorganizzazione e l’alternativa allo stato di cose presenti».

Teorema 8 marzo, l’indagine laboratorio contro il movimento di lotta per la casa
Denigrazione e repressione: l’offensiva contro il movimento per la casa a Roma

Paolo Persichetti
Liberazione 10 dicembre 2009

Il metodo impiegato nell’inchiesta contro l’occupazione dell’ex scuola 8 marzo mostra il tratto tipico dei grandi teoremi accusatori. Operazione di sfondamento lanciata per verificare la tenuta dell’avversario, la sua capacità di reazione, in questo caso di una società civile tutta in abiti viola preoccupata solo di quel che accade nelle ville e nei palazzi di Berlusconi, ma indifferente nei confronti di chi una casa non ce l’ha e si organizza per trovarla, sottraendo immobili al degrado e alla speculazione edilizia. Dietro al tentativo di sgombero si nasconde, in realtà, la più classica delle montature poliziesche costruita attorno ad un velenoso teorema: fare del movimento di lotta per la casa un’impresa criminale. (Leggi il testo integrale dell’articolo)

Messaggio per Minchionne: Fiat di Pomigliano e Ilva di Taranto, da qui può ripartire il ribellismo operaio

Minchionne

Pomigliano d’Arco (Napoli), 8 Ottobre 2012. Foto Cesare Abbate

Adesso arriva la rottamazione operaia per tutti voi, cari Marchionne, Della Valle, Montezemolo, Renzi, Grillo, Di Pietro, ex figicciotti traghettati per mille sigle, democristiani annidati ovunque, postfacisti con la camicia nera, berlusconiani bolliti e leghisti arraffoni

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Oreste Scalzone contro la catastrofe dell’ideologia lavorista
Ilva è veleno! Via dalle officine a salario pieno!
Pomigliano, presidio permanente dei cassintegrati in tenda davanti ai cancelli Fiat con il megafono di Oreste Scalzone e il sax di Daniele Sepe
Ilva, a Taranto finisce la classe operaia del sud
Cronache operaie

Ilva è veleno. Via dalle officine a salario pieno !

Il lavoro è affar loro! E’ la vita che è nostra!


Ilva è veleno

Via dalle officine

A salario pieno !

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Pomigliano, presidio permanente dei cassintegrati in tenda davanti ai cancelli Fiat con il megafono di Oreste Scalzone e il sax di Daniele Sepe
Ilva, a Taranto finisce la classe operaia del sud

Cronache operaie

Pomigliano, presidio permanente dei cassintegrati. In tenda davanti ai cancelli Fiat con il megafono di Oreste Scalzone e il sax di Daniele Sepe

In gemellaggio con i lavoratori di Mirafiori i Cobas hanno iniziato la loro protesta fuori dal Gianbattista Vico. L’ex rsu: “Regna un clima di paura perché Marchionne ha dato lavoro a pochi e lascia a casa tanti altri”

http://www.ilmanifesto.it 8 ottobre 2012

Iniziativa congiunta con gli operai di Mirafiori, una tenda montata davanti all’ingresso 2, Oreste Scalzone, ex leader di Potere operaio e il sassofonista Daniele Sepe a unirsi alla protesta. E’ questa la giornata di protesta messa in piedi dai Cobas per “rilanciare la lotta per la drastica riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario per il diritto al reddito incondizionato e universale” e annunciare il presidio permanente davaniti lo stabilimento Gianbattista Vico di Pomigliano. Sono, infatti, strettissimi i tempi in attesa dei piani di Sergio Marchionne che dovrebbe rendere noto a fine ottobre il nuovo piano industriale accantonando il progetto della Fabbrica Italia e i timori delle tute blu sono forti. La metà dell’organico ancora non è stata richiamata alle linee di produzione. “Ancora una volta la Fiat – spiegano – usa la leva occupazionale per avere agevolazioni, incentivi pubblici, mentre gran parte della produzione e’ stata delocalizzata in altri Stati. Intanto nello stabilimento di Pomigliano continua la cassa integrazione che coinvolge circa duemila operai, e situazione simile si registra anche a Mirafiori. Adesso – concludono gli operai – bisogna dire basta a tutto questo, e cominciare a lottare per difendere il nostro lavoro”. Diversi cartelli e striscioni contro l’ad di Fiat, il governo Monti sono stati esposti davanti ai cancelli, tra questi due lenzuoli all’ingresso: Operai studenti disoccupati ricomponiamo la classe e Da Pomigliano a Mirafiori uniamo le lotte alla Fiat. ”Questa fabbrica deve diventare il trampolino per coordinare tutti gli operai Fiat in Italia – ha spiagato Vincenzo Caliendo dei Cobas – da tempo sosteniamo che Marchionne sta prendendo in giro tutti, ed ora, davanti alle insistenze del Governo, non ha potuto fare a meno che rivelare che il piano Fabbrica Italia è fondato sul nulla. Anche qui a Pomigliano ha assegnato un contentino, perché la Panda non serve a nulla, se non ad aver creato una guerra tra poveri, levando un modello ai colleghi operai della Polonia. Ma non ci sono altre prospettive”. L’ex rsu, infine, racconta che “A Mirafiori come a Pomigliano e negli altri stabilimenti Fiat in Italia, regna un clima di paura perché Marchionne ha dato lavoro a pochi e lascia a casa tanti altri, che temono di non poter più rientrare. E’ per questo che dobbiamo lottare tutti insieme, in modo da lavorare tutti”.


Corrispondenza di Oreste Scalzone davanti ai cancelli della Fiat di Pomigliano

Uno spettro s’aggira per l’Italia. Ecco la scheda che il Sole 24 ore ha dedicato alla presenza di Oreste Scalzone davanti ai cancelli di Pomigliano

Da Arese a Pomigliano: il ritorno di Oreste Scalzone. L’ex leader di Autonomia operaia con gli operai Fiat

di Antonio Larizza
Sole 24 ore 8 ottobre 2012

Oreste Scalzone davanti ai cancelli della Fiat di Pomigliano – Ansa

I vecchi operai dell’Alfa Romeo se lo ricordano ancora, Oreste Scalzone, mentre negli anni ’70 si aggirava dalle parti di Arese su una vecchia Fiat 500, dormiva a casa dei compagni e tra un panino e una sigaretta spiegava alle tute blu che erano lì «non per fare automobili, ma per cambiare il mondo».

Il ritorno a Pomigliano 
Oggi, ad Arese l’Alfa Romeo di un tempo non c’è più. Ma lui, invecchiato e senza Fiat 500, è ancora lì, al fianco degli operai. Questa volta a Pomigliano. Nel giorno in cui Fiat finisce nel mirino per una presunta indagine della Consob sulla liquidità del gruppo torinese – e a Mirafiori e Pomigliano lavoratori organizzano presiti contro Monti e Marchionne – l’ex-leader di Autonomia operaia manifesta insieme alle tute blu che chiedono «la drastica riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario».

Chi è Oreste Scalzone 
Scalzone?
E’ stato fondatore ed esponente delle organizzazioni politiche extra-parlamentari Potere operaio e Autonomia operaia. Nel 1968, insieme a Franco Piperno, guida i movimenti studenteschi e partecipa agli scontro di Valle Giulia, che segneranno una svolta nella contestazione politica. In quell’anno rimane ferito gravemente alla spina dorsale, colpito da un banco lanciato dall’ultimo piano della facoltà di Giurisprudenza. 
Tra il ’68 e il ’69, l’uomo che oggi sfila insieme agli operai Fiat frequentava Parigi, stabilendo contatto con il movimento studentesco del maggio francese.

Da Potere Operaio ad Autonomia Operaia

Nel 1973, è lui stesso a riferirlo, contribuì a organizzare al fuga all’estero dei membri di Potere operaio condannati per omicidio preterintenzionale del Rogo di Primavalle. L’attentatò mando però in crisi i movimento, che venne sciolto. E Scalzone aderì ad Autonomia operaia.

L’ordine di arresto e la fuga a Parigi

Il 7 aprile del 1979 il magistrato padovano Pietro Calogero ordina l’arresto e la carcerazione preventiva dei vertici delle due organizzazioni, soprattutto docenti universitari e intellettuali, con l’accusa di partecipazione ad associazione sovversiva, banda armata e rapina. Il conseguente processo, che sarà ricordato come processo «Prima Linea – Cocori (Comitati Comunisti Rivoluzionari)», condanna Oreste Scalzone nel 1981 a 16 anni di reclusione. Nello stesso anno, approfittando della libertà provvisoria ottenuta grazie a problemi di salute, fugge in Corsica con l’aiuto dell’amico Gian Maria Volonté; dopo un passaggio a Copenaghen, raggiunge Parigi in settembre.

La dottrina Mitterrand
Parigi in quegli anni dà rifugio ai ricercati italiani applicando la visione del Presidente François Mitterrand, secondo cui è vietata l’estradizioni per atti di natura violenta, ma d’ispirazione politica (dottrina Mitterrand). Scalzone rimane a parigi fino al 2007, quando, in seguito alla prescrizione dei reati, torna in Itala senza dover scontare la pena.

Il ritorno in Italia dopo la prescrizione
Scalzone viene riaccolto in patria da intellettuale. Rilascia interviste sui media nazionali, e interviene durante programmi tv e manifestazioni sindacali e studentesche (celebre fu il suo intervento alla statale, nell’aula Magna, invitato dagli studenti del movimento dell’Onda). Da diversi anni è anche tornato a fare politica.

Di nuovo in lotta a Pomigliano
Quello di oggi non è una comparsa isolata. Scalzone da diversi mesi partecipa alla lotta degli operai di Pomigliano d’Arco, presidiando parecchi eventi organizzati. Ma, a differenza di quanto accadeva all’Alfa di Arese, oggi l’ex leader di Autonomia operaia non si è presentato al volante della sua vecchia Fiat.

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Cronache operaie