«Il problema è nella Cgil, non nella Fiom»

Intervista a Giorgio Cremaschi, neo presidente del comitato centrale della Fiom

Paolo Persichetti
Liberazione 21 luglio 2010


Ci sarà una poltrona vuota nella nuova Segreteria nazionale della Fiom eletta ieri dal Comitato centrale del sindacato metalmeccanico. Fausto Durante, esponente della minoranza che fa capo alla mozione del segretario confederale Guglielmo Epifani, ha scelto di non occupare il posto che gli era stato riservato. I componenti sono scesi così da cinque a quattro. La scelta di non sostituirlo va interpretata come un segnale di apertura da parte della maggioranza guidata dal nuovo segretario Maurizio Landini. Abbiamo chiesto a Giorgio Cremaschi, appena eletto presidente del Comitato centrale, come interpreta questa situazione.

Cremaschi, siamo di fronte ad un colpo di coda della vicenda congressuale, alla reazione a distanza per una sconfitta ancora non ben digerita? Oppure c’è dell’altro?
Ci troviamo di fronte all’accelerazione di una discussione politica tra la maggioranza della Fiom e la Cgil. La scelta di Durante, come lui stesso ha detto, non nasce da motivi di dissenso interni alla Fiom. Per intenderci: non ha contestato la linea tenuta su Pomigliano e ha votato lui stesso per la manifestazione nazionale che abbiamo lanciato per il 13 ottobre a Roma e nella quale contiamo di portare tutta la rabbia del lavoro. Tutte decisioni prese all’unanimità. Ha criticato invece la scelta del segretario Landini di aderire all’area programmatica che all’interno della Cgil si trova in posizione di minoranza. Decisione che, a suo avviso, rappresenterebbe l’adesione ad una “opposizione d’intento”. Un atteggiamento che renderebbe impossibile la sua permanenza in segreteria. E’ evidente che dietro questa decisione vi è una tendenza negativa, un piano inclinato verso la riduzione degli spazi di democrazia la cui responsabilità ricade integralmente sulla segreteria della Cgil.

Cosa vuoi dire che dietro questa decisione c’è lo zampino di Epifani?
Io rispetto la scelta di Durante. Penso soltanto che stia portando avanti una battaglia politica. Il problema è Epifani che mostra di non voler discutere con la Fiom. E’ venuto solo al congresso, poi ogni tanto si lamenta sui giornali di non essere invitato. C’è un chiarissimo logoramento dello quadro democratico nella Cgil. Epifani son si sa mai cosa pensi: se è d’accordo oppure no. Quando interviene sulle vicende Fiat parla come se fosse il ministro del Lavoro di un governo che non c’è. Capisco che con Sacconi lo spazio perché possa esserci un ministro del Lavoro molto migliore esiste e probabilmente Epifani sarebbe un ottimo ministro. Solo che ora sta facendo un altro mestiere. Un mestiere che non riesce più a fare.

Scusami se insisto ma questa domanda te la devo fare comunque: corre voce che questa decisione sia stata ispirata dallo stesso Epifani, che l’altro ieri dopo aver presieduto una riunione con esponenti Fiom aderenti alla mozione uno avrebbe chiesto a tutti di uscire dagli organismi dirigenti.
Con tutta la mozione uno non credo. In ogni caso non penso che esistano persone teleguidate. D’altronde Durante stesso non ha fatto mistero di aver incontrato Epifani. Il punto è che non siamo più nella Cgil di una volta. Oggi la Cgil viene governata a maggioranza e questa maggioranza si considera l’intero sindacato. Tanto che per la prima volta nella sua storia il congresso ha cambiato lo statuto senza coinvolgere la minoranza. Un vero atto di ottusità antidemocratica. L’errore di Durante è quello di accettare questo modello, l’idea che la maggioranza debba governare da sola. Ormai ci sono difficoltà ad accettare la discussione, a presentare le mozioni. Purtroppo anche la Cgil non è immune dalla tendenza autoritaria che investe l’Italia.

La scelta di uscire dagli organismi dirigenti proprio nel momento in cui la Fiom è sotto attacco diretto della Fiat, che dopo Pomigliano è tornata a licenziare dando il là anche alle altre aziende, non è forse un modo per la sciare la Fiom sola, sperando di isolarla e indebolirla?
Abbiamo già fatto a meno della Cgil. La Fiom ha retto da sola a Pomigliano. La Cgil Campania aveva dato indicazione di votare a favore dell’accordo. Non penso che questa situazione aumenti i rischi più di quanto già non ve ne siano. La Fiom in questa fase assume un ruolo anche superiore alla sua funzione, non certo perché vuole occupare tutti gli spazi ma perché la Cgil li lascia vuoti.

Francia, riesplode la banlieue. Guerriglia urbana a Grenoble

La morte di un giovane dopo un inseguimento con la polizia scatena la rivolta

Paolo Persichetti
Liberazione 18 luglio 2010


Quest’anno non verranno comunicate cifre sul numero delle vetture bruciate nella notte tra il 13 e il 14 luglio». Brice Hortefeux, il muscolare ministro dell’Interno francese, aveva dato mercoledì scorso precise consegne alle prefetture affinché non diffondessero più il numero delle macchine bruciate in ogni dipartimento il giorno della festa nazionale. «Occorre mettere fine – aveva spiegato il titolare dell’ordine pubblico – alla malsana tradizione che consiste nel valorizzare ogni anno e sempre nello stesso momento degli atti criminali». Secondo i servizi di polizia – ma anche ad avviso degli studiosi delle banlieues – il 14 luglio e il 31 gennaio sono date utilizzate dai giovani delle periferie per «farsi vedere» e dare vita ad una competizione con le altre banlieues della Francia intera. D’ora in poi – aggiungeva la nota del ministero – verrà diffuso solo un bilancio annuale delle vetture bruciate. Nel 2009 i veicoli incendiati erano stati circa 500. Quest’anno invece, secondo le parole del ministro, tutto si sarebbe svolto «senza incidenti maggiori da segnalare», fatta eccezione per le «392 persone fermate e la 306 deferite per direttissima davanti alla giustizia». Molte di più delle 190 dello scorso anno, il che mostra come il silenzio non sia servito un granché. Come accade da un quindicennio a questa parte l’anniversario della presa della Bastiglia è stato illuminato da una notte di fuochi. Tuttavia la cappa del silenzio è saltata quando nella notte tra giovedì e venerdì nel popolare quartiere di La Villeneuve, a Grenoble, si è scatenata una vera e propria guerriglia urbana. «Sembrava Beirut. Lo giuro, sembrava Beirut», ha raccontato un abitante testimone degli scontri tra giovani e forze di polizia in assetto antisommossa. Macchine del commissariato correvano all’impazzata a sirene spiegate mentre sulle torri degli Hlm, le case popolari, il cielo era squarciato dal faro di un elicottero che riprendeva con una telecamera infrarossi gli assembramenti di giovani a torso nudo e magliette sul capo per non farsi riconoscere. All’origine degli scontri la rabbia per la morte di un giovane del quartiere, Karim Boudouda, 27 anni, con alle spalle diverse rapine, ucciso la sera precedente alla fine di un inseguimento con le forze di polizia che l’avevano intercettato all’uscita di un Casinò appena svaligiato. Gli abitanti del quartiere hanno reagito in massa alla morte del ragazzo dopo lo scontro a fuoco con gli inseguitori. Molti hanno denunciato indignati le modalità dell’episodio. «L’hanno lasciato crepare sull’asfalto. I soccorsi non l’hanno rianimato», gridava uno di loro. La sommossa sarebbe scoppiata dopo la preghiera recitata da un imam in ricordo del defunto in un parco del quartiere davanti ad una cinquantina di giovani. Armati di mazze di baseball e barre di ferro i presenti hanno cominciato a distruggere tutto ciò che incontravano al loro passaggio: pensiline, tram, vetrine. Tra le 50 e le 60 automobili, molte delle quali si trovavano in una concessionaria, sarebbero state bruciate, insieme a due negozi, mentre la polizia soffocava il quartiere di gas lacrimogeni e sparava pallottole di gomma. Secondo fonti del commissariato verso le 2 e 30 della notte dalle fila dei rivoltosi un uomo avrebbe esploso diversi colpi di pistola. Per almeno quattro volte la polizia ha dichiarato di avere «risposto al fuoco con pallottole vere». Due giovani, uno di 17 l’altro di 18 anni, sono stati fermati. Come accade nei campi di battaglia la calma è tornata alle prime luci dell’alba. Scortato dai corpi speciali della polizia Hortefeux ha visitato sabato mattina i luoghi della rivolta. «E’ impressionante», si è limitato a dire, poi è corso via. La notte torna presto in certi posti.

Link
Sarko-choc, “Via la cittadinanza ai francesi di origine straniera autori di reati”
Francia, crociata del governo contro Gitani e Sinti

Magistrati coinvolti nella lobby, il Csm trasferisce Alfonso Marra

Lobbismo con la toga, un altro pezzo di oligarchia italiana

16 luglio 2010

E’ bufera sulle toghe finite nell’inchiesta condotta dalla procura romana contro la presunta “loggia segreta” animata da Flavio Carboni, Pasquale Lombardi, Arcangelo Martino. Secondo le accuse, il trio in combutta con alcuni esponenti del gotha berlusconiano come il coordinatore del Pdl Denis Verdini, il senatore Marcello Dell’Utri e il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo, avrebbe agito per «condizionare il funzionamento di organi costituzionali e di apparati della pubblica amministrazione dello Stato e degli enti locali». La prima commissione del Csm ha deciso ieri di avviare la procedura di trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale nei confronti del presidente della Corte d’Appello di Milano, Alfonso Marra, che secondo quanto emerso dalle intercettazioni sarebbe stato in stretto contatto con Lombardi.
Per sostenere la sua candidatura presso il tribunale di Milano, dove Marra è arrivato a febbraio, il gruppo di Carboni aveva contattato mezzo Csm fino al presidente Nicola Mancino (amico di vecchia data di Lombardi per la comune militanza nella Dc) che aveva votato in suo favore. Un duello molto duro l’aveva opposto a Renato Rordof, consigliere di corte di Cassazione e quotato giurista economico, battuto alla fine per soli due voti. Oggetto dello scontro la partita sul governo di un tribunale snodo centrale delle inchieste su Berlusconi. Molti consiglieri denunciarono allora «interferenze esterne sul voto», comprovate oggi dall’intensa pressione lobbistica documentata dalle intercettazioni. Un vero mercato, un intreccio di scambi e favori. Il presidente della Corte di Cassazione, Vincenzo Carbone, per garantire il proprio sostegno a Marra chiese in cambio la proroga dell’età pensionabile da 75 a 77 anni. Progetto che prese la forma di un emendamento firmato dal sottosegretario Caliendo, poi ritirato. Anche Marra appena nominato venne chiamato dai suoi amici per far recedere i magistrati che avevano annullato per delle irregolarità la lista Formigoni. A dire il vero senza grandi risultati. La nomina di Marra e gli appalti per l’Eolico in Sardegna appaiono i soli successi riscontrati dall’associazione lobbistica finita sotto indagine. Le altre operazioni sono tutte terminate in un nulla di fatto: dal tentativo di condizionare l’esito del ricorso in cassazione sulla richiesta d’arresto del sottosegretario Cosentino, alla diffamazione del candidato alla presidenza della regione Campania Caldoro, all’intervento sui membri della Consulta per far approvare il lodo Alfano, alle pressioni su Marra e poi sul ministero della Giustizia perché attivasse un’ispezione contro i magistrati che avevano annullato la lista Formigoni. Al punto che uno dei membri del gruppo di pressione rivolgendosi a Lombardi si lascia andare ad uno sconsolato: «Noi non contiamo un cazzo».
Anche la Cassazione, per voce del Procuratore generale Vitaliano Esposito, ha reso noto di avere avviato lo scorso 12 luglio un’indagine disciplinare nei confronti dei magistrati coinvolti nell’inchiesta. Oltre a Marra, infatti, sono stati chiamati in causa anche l’avvocato generale della Cassazione, Antonio Martone, aspirante procuratore generale e da qualche mese capo di una “Commissione per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle amministrazioni pubbliche” istituita dal ministro Brunetta (come dire: la persona giusta al posto giusto), e il capo degli ispettori del ministero della Giustizia, Arcibaldo Miller. Secondo l’inchiesta Martone avrebbe partecipato alla cena del 23 settembre 2009 nella casa romana di Denis Verdini, di fronte all’Ara Coeli. Nel corso di quella serata si sarebbe discusso di come avvicinare i giudici della Consulta che di lì a poco dovevano decidere sul lodo Alfano. Già presidente dell’Anm e poi dell’Autorità garante sul diritto di sciopero, Martone, 69 anni, è stato il più scaltro di tutti e ha subito presentato domanda per la pensione. Mica scemo. In questo modo può uscire di scena senza macchie sulla carriera e soprattutto senza sanzioni su uno stipendio che supera i quindicimila euro lordi al mese, dunque con le tasche piene di soldi grazie ad una pensione d’oro. E se no che comitato d’affari sarebbe?

Link
La nuova razza padrona

La nuova razza padrona

Comitati d’affari, oligarchie e combriccole che governano l’Italia


Paolo Persichetti
Liberazione 13 luglio 2010

Una feroce lotta intestina si sta giocando all’interno del sistema di potere berlusconiano. E’ quanto emerge dagli sviluppi dell’ultima inchiesta giudiziaria condotta dalla procura della repubblica di Roma. Per tentare di capire come nasce e quali attori si muovono dietro questa guerra senza quartiere, occorre partire dall’indagine sugli appalti pilotati per l’energia eolica in Sardegna. Seguendo questo filone d’inchiesta nel quale sono indagati l’imprenditore-faccendiere Flavio Carboni, insieme al governatore della Sardegna Ugo Cappellacci (figlio del commercialista di Berlusconi) e al coordinatore e parlamentare Pdl Denis Verdini, la procura ha ritenuto che vi fossero tutti gli elementi per configurare una ulteriore ipotesi di reato: l’associazione per delinquere e la violazione della cosiddetta “legge Anselmi” sulle associazioni segrete, nota come legge contro la P2. Ad alimentare questa lettura delle indagini è senza dubbio la presenza di Carboni, vecchia conoscenza delle cronache giudiziarie recentemente assolto anche in appello dall’accusa di aver avuto un ruolo nella uccisione, nel 1982, sotto il ponte dei Frati Neri a Londra, del banchiere Roberto Calvi, coinvolto in almeno una ventina di altre inchieste e condannato in via definitiva per la bancarotta del Banco Ambrosiano.
La nuova inchiesta si occupa dell’attività lobbistica che, secondo i magistrati, il «gruppo di potere occulto» avrebbe organizzato in maniera sistematica per ottenere interventi e decisioni in campo politico, giudiziario e amministrativo a favore di alcuni personaggi «protetti», in primis Berlusconi ma anche altre figure targate Pdl. Della combriccola che alcuni giornali, un po’ frettolosamente, hanno subito ribattezzato «loggia P3», facevano parte, oltre a Carboni (finito in carcere) e Verdini (indagato), anche Pasquale Lombardi, notabile campano, ex esponente della Dc locale, in passato sindaco di un paese della provincia di Avellino, uomo d’influenza, giudice tributario promotore di un’associazione culturale, il «Centro studi giuridici per l’integrazione europea Diritti e Libertà» che organizza convegni nel mondo della magistratura, Arcangelo Martino, imprenditore, ex assessore socialista del comune di Napoli coinvolto e alla fine prosciolto nelle inchieste su Tangentopoli, entrambi finiti in manette, e il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri insieme al sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino, tutti e due iscritti – notizia dell’ultim’ora – nel registro degli indagati. Architrave dell’inchiesta sarebbero le intercettazioni telefoniche, circa duemila pagine contenute in una informativa del comando provinciale dei carabinieri di Roma. Tra gli episodi contestati il tentativo di avvicinare i pm fiorentini che indagano sull’eolico in sardegna, e quello di accelerare il processo in Cassazione del sottosegretario Cosentino, sul quale pesa una richiesta d’arresto per concorso esterno in associazione camorristica. Pressione fallita perché la Suprema corte ha comunque confermato l’arresto, negato successivamente dalla Camera dei deputati. Quindi altre interferenze e il tentativo, anche questo non andato in porto, di attivare un’ispezione ministeriale contro i giudici milanesi che esclusero in un primo momento la lista di Roberto Formigoni dalle elezioni regionali in Lombardia. Manovra che secondo i pm avrebbe coinvolto lo stesso governatore che in una telefonata intercettata sollecita l’intervento di Lombardi che l’indomani piomba a Milano per incontrare il presidente della corte d’Appello Alfonso Marra, appena nominato grazie anche alla rete di pressioni messa in piedi dal comitato d’affari, perché «chiamasse a ’sti tre quattro scemi e non dessero fastidio». Ci sono poi le ritorsioni contro il candidato del Pdl alla regione Campania, Stefano Caldoro, che aveva rubato il posto a Cosentino, contro il quale viene montato un falso dossier con l’accusa di «frequentare trans». Ma l’episodio politicamente più rilevante riguarda il tentativo di condizionare la decisione della Consulta sul lodo Alfano. Intervento concertato, secondo l’accusa, in diverse riunioni tenute nella lussuosa dimora romana del coordinatore del Pdl Verdini. Incontri ripetuti, forse 6, ai quali avrebbero partecipato, oltre a Carboni, Lombardi e Martino, anche Marcello Dell’Utri, il sottosegretario alla giustizia (e magistrato) Giacomo Caliendo, il consigliere di Cassazione Antonio Martone, dimessosi dall’incarico appena la vicenda è diventata pubblica, e Arcibaldo Miller, capo dell’ufficio ispezione del ministero Giustizia. Anche qui, però, le pressioni architettate sono finite in un insuccesso. Come comitato d’affari e centro d’influenza la combriccola era senza dubbio efficace ma come «loggia segreta» la piccola banda sembra aver collezionato soltanto una lunga catena di fallimenti quanto mai goffi. Quanto fino ad ora emerso rende abbastanza inappropriato il paragone con la loggia P2: L’evocazione di un nuovo centro di potere occulto appare addirittura fuorviante rispetto alle caratteristiche oligarchiche assunte ormai dal funzionamento del sistema politico nel suo insieme. La trasformazione dei partiti in macchine elettorali e appendici aziendali, l’impronta presidenzialista imposta al sistema politico-istituzionale, il populismo dilagante, hanno ridotto le masse popolari a semplici spettatori che esprimono gradimenti nei sondaggi. I leader agiscono per mezzo di fondazioni, poteri forti e gruppi d’interesse si organizzano attraverso pratiche lobbistiche. E le inchieste giudiziarie ancora una volta sono parte di uno scontro tra gruppi di potere. Rincorrere le narrazioni dietrologiche aiuta solo a cementificare ulteriormente questo sistema.

Link
Magistrati coinvolti nella lobby: il Csm trasferisce Alfonso Marra

In fuga Samuele Landi, l’ex cda di Agile-Eutelia

Latitante d’oro a Dubai con i Tfr dei lavoratori

11 luglio 2010

Faccia da Landi

Se l’è squagliata Samuele Landi. Le prime notizie d’agenzia lo davano nel gruppo degli otto arrestati di venerdì mattina per bancarotta fraudolenta nell’inchiesta sul gruppo societario Agile-Eutelia, attivo nel settore delle telecomunicazioni. Landi, in realtà, aveva preso da tempo le sue precauzioni e non si è fatto trovare a casa. Pare che abbia cercato ospitalità a Dubai dove, grazie alle ingenti somme trasferite all’estero, sottratte con giri di false fatture, frodi e la spoliazione di società acquisite, conta di potersi finanziare una lussuosa latitanza.
In carcere è finito invece suo fratello, Isacco. Emblema di quel capitalismo predatorio che troverebbe la sua messa in forma giuridica nella modifica dell’articolo 41 della costituzione auspicata da Silvio Berlusconi (dove la libertà d’impresa diverrebbe impunità d’impresa), Landi e la sua banda acquistavano società in difficoltà economica, incassavano le commesse milionarie senza pagare dipendenti, contributi previdenziali, tasse, imposte e Iva. Seguendo una consolidata tecnica di rottamazione finanziaria, il gruppo avviava trattative finalizzate all’acquisto di altri gruppi societari in crisi nei settori delle telecomunicazioni, dell’information technology, della logistica e dell’immobiliare. L’azione successiva, come accaduto nel caso della cessione della società Agile srl da parte della quotata Eutelia a Omega, era incassare le commesse e portare al fallimento le società. Le principali vittime erano i dipendenti e le casse pubbliche.
Dagli accertamenti è emerso che gli otto indagati (con ruoli diversi) avrebbero fatto volatilizzare circa undici milioni di euro dalla Agile srl, sottraendo anche i crediti della stessa società (cinque milioni e mezzo). Nell’ordinanza il gip Tamburelli evidenzia la «spregiudicatezza e l’arroganza nell’agire a fini di arricchimento personale» del gruppo. Un esempio su tutti è la telefonata del 16 aprile 2010 tra i fratelli Liori. Antonangelo riferisce a Sebastiano di un incontro con i sindacati ai quali avrebbe detto che se anche la società Agile avesse fallito: «io continuo ad avere la mia macchina, il mio autista, il mio elicottero, la mia villa». Emblema di quella cultura imprenditoriale dominate che fa proprio il motto del marchese del Grillo: «Io so’ io e voi non siete un cazzo».


Vertenza Agile-Eutelia, arrestati gli amministratori c0n l’accusa di bancarotta fraudolenta

10 luglio 2010

Otto ordinanze di custodia cautelare eseguite all’alba di ieri dalla Guardia di finanza hanno portato in carcere l’intero gotha del gruppo Agile-Omega-Eutelia. Insieme agli arresti sono state realizzate anche 22 perquisizioni, tutte nell’ambito di un’inchiesta condotta dalla procura della repubblica di Roma sulla situazione d’insolvenza che ha travolto il gruppo Agile-Eutelia. La misura cautelare riguarda anche Samuele Landi, presidente del Cda di Agile e amministratore di Eutelia, che nel novembre scorso a capo di una squadra di finti poliziotti arrivati in furgone da Arezzo aveva tentato di sgomberare la sede romana del gruppo, occupata dai lavoratori mobilitati in difesa dei 1200 posti di lavoro e dei computer, server e reti dell’azienda messi a rischio dalla brutale politica di dismissione portata avanti dalla società. Subito smascherato dai lavoratori Landi venne poi salvato dai poliziotti veri. Le immagini dell’episodio, e gli atteggiamenti squadristici del “capitano”, così si faceva chiamare, vennero riprese da una troupe di “Crash”, programma di Rai Educational.
Sono finiti in carcere anche Isacco Landi, fratello di Samuele, Pio Piccini, presidente e amministratore delegato di Omega nonché amministratore unico di Agile, Leonardo Pizzichi, presidente del Cda di Eutelia, passato per il Monti dei Paschi, e poi Marcello Massa, Marco Fenu, Salvatore Riccardo Cammalleri e Antonangelo Liori, tutti dirigenti e amministratori a vario titolo di Agile e Omega. Sul complesso sistema di frode messo in piedi per spoliare alcune società, costellato da una ragnatela di altre società fantasma situate all’estero (alcune di diritto inglese, altre in Romania) e una rete di false fatturazioni che consentivano di riempire i conti svizzeri della famiglia Landi, è in corso un processo ad Arezzo (dove su iniziativa della Fiom si sono costituiti parte civile 800 lavoratori, nonché diversi piccoli azionisti), e sono in piedi inchieste anche a Napoli e Milano, dove si indaga sulla società Libeccio, capogruppo di Omega.
Appropriazione indebita, falso in bilancio, bancarotta fraudolenta sono i capi di accusa contestati. Secondo la Guardia di finanza gli indagati avrebbero «acquistato numerose società per porre in essere una colossale operazione dolosa volta tra l’altro a cagionare il fallimento della società Agile al fine di spoliarla dei suoi asset e di sottrarre la garanzia ai creditori più importanti, i circa 2000 dipendenti. In tale ambito gli indagati hanno provveduto alla distrazione di complessivi 11.179.989 euro dalla Agile S.r.l. ed alla sottrazione di crediti della stessa società, ceduti senza corrispettivo a garanzia di obbligazioni assunte da altri soggetti, per un valore pari a 5.529.543 euro. In pratica gli stessi concorrevano a cagionare il dissesto della Agile S.r.l. con una pluralità di azioni dolose finalizzate alla spoliazione della citata società».
Come spiega Gloria Salvatori, dipendente di Agile-Eutelia, «l’obiettivo era quello di ripulire Eutelia dei debiti, facendoli gravare su Agile, creare una bad company su cui riversare i costi del personale Eutelia, spezzettare l’azienda per rimanere solo con la rete in fibra ottica in modo da renderla appetibile sul mercato facendo ricadere sulla collettività i costi del mancato pagamento del Tfr e la cassa integrazione».

Link
Eutelia-Agile, una talpa del Viminale informava la banda d’imprenditori guidata da Samuele Landi

Some content on this page was disabled on 30 September 2019 as a result of a DMCA takedown notice from Samuele Landi. You can learn more about the DMCA here:

https://wordpress.com/support/copyright-and-the-dmca/

Brescia, le gant cache-misère

Politiques ségrégationnistes en Italie du Nord

par Lynda Dematteo

En Italie du Nord, les transports publics focalisent les tensions, car ce sont des lieux de promiscuité sociale. Lors de mes nombreux séjours en Lombardie, il m’est arrivé d’être prise à partie par des voyageurs impatientés par l’incivilité des étrangers. Les Italiens qui en ont les moyens ont depuis longtemps cessé de fréquenter les transports collectifs, leur préférant de loin la voiture ou le scooter. La détérioration matérielle des wagons, des rames et des bus n’y est pas non plus étrangère. Ils sont parfois tellement sales qu’on se demande où s’asseoir et d’appuyer la tête sur les reposoir prévu à cet effet. Le réseau des transports publics de Lombardie, l’une des régions les plus riche d’Europe de l’Ouest, s’apparente ainsi aux moyens de transport des pays pauvres. Le gant prophylactique cache en réalité la misère des transports publics italiens. Attendre un bus, monter dans un tram, prendre un train de banlieue ne font plus partie des habitudes de nombreux Lombards. Cela serait déchoir socialement. En effet, leurs usagers sont, pour l’essentiel, les plus fragiles socialement: les retraités, les jeunes travailleurs étrangers et les étudiants dont les parents n’ont pas les moyens de leur offrir une vespa. De ce point de vue, la capitale de la mode va plutôt à l’encontre de la tendance, car cette réalité n’est pas sans poser des problèmes d’ordre environnemental: l’Italie du Nord est aujourd’hui l’espace qui concentre le plus grand nombre d’automobiles au monde (en moyenne trois moyens de locomotion par foyers). La voiture est un bien de consommation surinvesti socialement, un véritable status symbol comme les Italiens le disent eux-mêmes, et ils n’hésitent pas à s’endetter pour acheter des Suv et des berlines station wagon dont la consommation d’hydrocarbure est très élevée. Lorsque l’on jouit chaque jour de l’extension et la capillarité du réseau parisien, il est difficile d’imaginer la réalité du réseau de la capitale économique italienne. Le réseau du métro est insuffisant (trois lignes), même s’il est en partie compensé par l’ancien réseau des tramways. Les vieux trams, très étroits, avec leurs bancs lustrés par l’usage et le temps, sont un symbole identitaire fort pour les milanais. Ce réseau est perçu comme un héritage austro-hongrois dans la mesure où ce moyen de transport collectif s’est surtout développé et perpétué dans les villes d’Europe centrale. Les trains de banlieue ne sont pas suffisamment nombreux et leurs horaires sont souvent aléatoires. Les travailleurs qui chaque jour passent plusieurs heures dans les transports sont perpétuellement au bord de la crise de nerfs et ne cessent d’alerter, en vain, les représentants des collectivités territoriales. La cohérence du réseau des transports publics à l’échelle de la Région ne semble pas faire l’objet d’études. On préfère élargir les autoroutes qui enserrent Milan. Malgré cela, les engorgements sont constants. En cas, d’intempéries, les cadres préfèrent réserver des chambres dans les hôtels qui bordent les artères ; ils savent que ce soir, le mauvais temps les empêchera de regagner leurs foyers dans les provinces environnantes. Demain, ils repartiront directement au bureau. Les plus malins, se sont déjà équipés de lit de camp et dormiront sur place. Les élus de la Ligue du Nord exploite la grogne sans vraiment chercher de solutions. Récemment, le député Matteo Salvini de la Ligue du Nord a proposé à l’Atm de réserver des places aux milanais sur les transports publics du réseau urbain. Selon lui, «qui prend le bus, le métro ou le tram, préfèrerait souvent se trouver ailleurs compte tenu de la mauvaise éducation, de l’arrogance et de la violence à laquelle il doit faire face tous les jours à cause surtout des étrangers et des clandestins». Il propose même de réserver des rames pour les femmes italiennes et étrangères qui ont renoncé à prendre les transports en commun à cause des attouchements qu’elles y subiraient (7mai 2009, Sky tv 24). Les mesures ségrégationnistes avancées par cet élu de la Ligue du Nord évoquent un racisme que l’on pensait pourtant définitivement révolus depuis l’abolition de l’apartheid en Afrique du Sud. Le corps humain est un symbole de la société comme nous l’enseigne l’anthropologue britannique Mary Douglas dans son ouvrage classique De la souillure, “la saleté est attribuée aux étrangers qui s’attaquent aux points faibles de la structure” (p.131)

Razzismo a Brescia, distribuiti guanti ai passeggeri che salgono sul bus dei migranti

L’iniziativa proposta da un’agenzia pubblicitaria e promossa dal Comune. «Utile contro i rischi di contagio»

Paolo Persichetti
Liberazione 6 luglio 2010

E’ un vero e proprio guanto di sfida quello che l’amministrazione comunale di Brescia ha deciso di lanciare sui mezzi pubblici cittadini. Un guanto – spiegano l’assessore ai Trasporti, Nicola Orto, e il presidente di Brescia trasporti, Andrea Gervasi – per proteggersi dal contatto diretto con i sostegni e i corrimano presenti negli autobus, sui quali salgono ogni giorno decine di migliaia di persone e tra queste, l’allusione è evidente, tanti stranieri e immigrati. 
La parola d’ordine è dunque protezione, timore, paura da qualsiasi contatto con estranei, con l’altro, con l’umanità in genere, soprattutto se dolente. Più che da un’assessorato alla Mobilità (termine che dovrebbe rimare con mescolanza, contaminazione), l’iniziativa sembra venire dall’assessorato alla Paranoia. Nessuna ragione d’igiene pubblica giustifica una simile iniziativa. Non vi sono epidemie o pandemie da contatto in giro, c’è invece un virus ideologico di stampo razzista che cerca le vie più perfide per insinuarsi, camuffandosi anche sotto le giustificazioni più grottesche. 
Se è pericoloso attaccarsi alle maniglie degli autobus, figuratevi quanto può esser contagioso manipolare il denaro che passa per mano (poche e sempre le stesse, a dire il vero). Se la logica è questa perché non premunirsi anche di fronte alla cartamoneta con un bel profilattico per dita da ritirare in banca? Pecunia non olet, il denaro non puzza e nemmeno contagia. Il contagio segue altre strade, è risaputo, sale sulla linea 3, l’autobus che dalla Badia taglia Brescia passando per quartieri ad alta densità popolare e arriva a Rezzato, comune dell’hinterland. Guarda caso uno dei mezzi pubblici più utilizzati dalla popolazione immigrata. Il rischio di contagio segue dunque le vie dell’odio sociale contro i più svantaggiati. Il progetto è ancora in fase sperimentale, per un mese accanto alla macchinetta obliteratrice ci sarà anche un contenitore metallico che dispensa gratuitamente i guanti. Se gli utenti mostreranno il loro gradimento verrà esteso sull’intera rete cittadina. Oltre ad offrire «maggiori opportunità in termini d’igiene», spiegano i promotori dell’iniziativa, l’uso del guanto rappresenta anche un innovativo mezzo di «comunicazione esterna dall’alto grado di scambio e condivisione di messaggi pubblicitari».
Indossato come un preservativo amanuense, il guanto verrebbe utilizzato anche per dialogare direttamente con i cittadini e veicolare pubblicità per le aziende interessate. Sulla sua superficie ogni giorno appariranno le notizie e gli annunci più svariati. 
L’obiettivo principale – scrivono gli ideatori del prodotto, denominato Ufo, ovvero alcuni docenti e studenti di Machina Lonati fashion, un istituto di design bresciano, insieme all’Accademia di Belle Arti di Santagiulia – «è quello di assicurare una diffusione omogenea e coerente dell’immagine aziendale, attraverso la divulgazione della propria attività, dei propri servizi, delle proprie policy, eventi culturali. Ciò al fine di rafforzare la credibilità dell’azienda stessa alla quale viene conferita maggiore trasparenza e visibilità». Su una cosa i designers hanno ragione, il guanto è «una nuova forma di comunicazione diretta al cittadino, in quanto da la possibilità di poterla portare appresso». Diffonde razzismo sublimale, banalizza i sentimenti più torvi dell’animo umano. Ma restino tranquille le anime belle, il profilattico palmare non inquina, «è ecologico, realizzato con materiale biodegradabile al 100% per il massimo rispetto dell’ambiente». 
Davvero interessante questa nuova concezione dell’ecologia che considera scorie della natura la parte di umanità costretta a migrare. C’è chi sostiene che negli anni 80 il design è servito a dare forma plastica al vuoto pneumatico di pensiero causato dalla dalla fine delle ideologie. A Brescia il design fa un passo avanti, non da più senso al vuoto dandogli forma, rende invece sinuose ruvide ideologie irte d’odio. Si fa cosmesi del disprezzo.

Link
Cronache migranti
Il nuovo lavoro schiavile
Dopo i fatti di Rosarno manifestazione di protesta al Cie di Crotone
I dannati della nostra terra
Italia-Libia, quando l’immigrazione è un affare di Stato
Camicie verdi di ieri, ronde di oggi
Le ronde non fanno primavera
Aggressioni xenofobe al Trullo
Razzismo a Tor Bellamonaca, agguato contro un migrante
Sans papiers impiegati per costruire Cpt
Le figure del paria indizio e sintomo delle promesse incompiute dall’universalità dei diritti
Elogio della miscredenza
La lunga notte di Parigi dove la Cgt da l’assalto ai migranti
Parigi, la Cgt sgombera la bourse du travail occupata dai migranti
Il prefetto di Venezia rimosso per non aver avvertito le ronde padane
Lega, “banda armata istituzionale” – I paradossi dell’inchiesta di Verona contro la Guardia nazionale padana
Ronde: piccole bande armate crescono

Racisme dans la ville de Brescia. Des gants pour les passagers qui utilsent le bus des immigrés

«Bien utile contre les risques de contagion». Une initiative conçue par une agence publicitaire et promue par la Mairie

Paolo Persichetti
Liberazione
, 6 juillet 2010, Rome

C’est un véritable gant de défi que l’administration communale a lancé aux transports publics de la ville de Brescia. Un gant – expliquent Nicola Orto, le Conseiller communal chargé des transports, et Andrea Gervasi, le Président de Brescia Transport – pour se protéger du contact direct avec les barres d’appui et les manettes présentes dans les bus sur lesquels montent chaque jour des milliers de personnes parmi lesquelles, l’allusion est évidente, beaucoup d’étrangers et d’immigrés. Les mots d’ordre sont donc protection, crainte, peur du contact quel qu’il soit, avec les étrangers, les autres, avec l’humanité en tant que telle, surtout  souffrante. Plus que d’un Bureau de la Mobilité (intitulé qui devrait rimer avec mixité, contamination), l’initiative semble provenir du Bureau de la Paranoïa. Aucune raison d’hygiène publique ne saurait justifier une telle mesure. Il n’y a aucune épidémie ou pandémie de contact dans l’air, en revanche il y a un virus idéologique de type raciste qui cherche les voies les plus perfides pour s’insinuer en se camouflant au prix des justifications les plus grotesques. S’il est dangereux de s’accrocher aux barres des autobus, figurez-vous combien il peut être contagieux de manipuler l’argent qui passe de mains en mains (en vérité, en nombre limité et toujours les mêmes). Si la logique c’est celle-ci, pourquoi ne pas se prémunir aussi des billets de banques avec un beau dispositif prophylactique pour des doigts que l’on retirerait à la banque? Pecunia non olet, l’argent ne pue pas et il n’est pas non plus contagieux. La contagion suit d’autre voie, c’est bien connu, elle prend la ligne 3, c’est-à-dire l’autobus qui part de la Badia et traverse Brescia en passant par les quartiers à forte densité populaire pour arriver à Rezzato, une commune en périphérie. Comme par hasard, il s’agit de l’un des moyens de transport les plus utilisé par la population immigrée. Le risque de contagion suit donc les voies de la haine sociale à l’égard des plus désavantagés. Le projet est encore dans sa phase expérimentale: pendant un mois, à côté des machines à oblitérer, les usagers trouveront  un distributeur métallique qui dispensera gratuitement des gants; s’ils manifestent leur satisfaction, le dispositif sera étendu à tout le réseau urbain. Outre le fait d’offrir «de majeurs opportunités en terme de santé publique», expliquent les promoteurs de l’initiative, l’usage du gant représente également un nouveau «moyen de communication externe à haut degré d’échange et de partage de messages publicitaires». Porté comme un préservatif à mains, ce gant serait également utilisé pour dialoguer directement avec les citoyens et véhiculerait les annonces publicitaires des établissements intéressés. Sur cette surface apparaîtrait chaque jour des informations et des annonces variées. L’objectif principal – avancé par les concepteurs de ce produit baptisé Ovni, quelques enseignants et étudiants du Machina Lonati Fashion, un institut de design de Brescia lié aux Beaux Arts de Santagiulia – «serait de d’assurer une diffusion homogène et cohérente de l’image de l’entreprise à travers la publicisation de son activité, de ses services, de ses orientations et d’évènements culturels. Ceci afin de renforcer la crédibilité de l’entreprise elle-même, laquelle en retirera un surcroît de transparence et de visibilité». Sur un point, les designers ont raison, le gant est une «nouvelle forme de communication directe avec les citoyens, dans la mesure où il est possible de la porter directement sur soi». Il diffuse un racisme subliminal, banalise les sentiments les plus troubles de l’être humain. Mais que les belles âmes se rassurent, le préservatif à mains ne pollue pas, «il est écologique, réalisé dans un matériau 100 % biodégradable pour le plus grand respect de l’environnement ». Vraiment très intéressante cette nouvelle conception de l’écologie qui voit les personnes contraintes d’émigrer comme des scorie de la nature. Certains soutiennent que dans les années 1980 le design aura donné une forme plastique au vide pneumatique engendré par la mort des idéologies. À Brescia, le design fait un pas en avant, il ne donne plus sens au vide en lui donnant forme, au contraire, il diffuse de manière sinueuse des idéologies grossières chargées de haine. Il maquille le rejet.

Ustica trent’anni dopo l’anniversario delle verità contrapposte

Cosa è veramente accaduto quel 27 giugno 1980?

Paolo Persichetti
27 giugno 2010

A trent’anni dalla strage di Ustica è ancora guerra feroce. Lo «scenario bellico», che secondo una delle ricostruzioni – che attualmente appaiono più plausibili – avrebbe portato un missile lanciato da un aereo militare occidentale a colpire la sera del 27 giugno 1980, il Dc9 dell’Itavia deflagrato in volo (si parla anche di un razzo ad implosione) e poi inabissatosi tra le isole di Ponza e Ustica con 81 persone a bordo, si è tramutato in una pluridecennale guerra di depistaggi, ipotesi e ricostruzioni contrapposte che pezzi d’apparato, gruppi di potere, gangli delle istituzioni hanno cominciato a scagliarsi l’uno contro l’altro già dalle prime ore che hanno seguito la tragedia.
In questa babele di verità e ragion di Stato contrapposte, il presidente della Repubblica è intervenuto con un messaggio indirizzato alla presidente dell’Associazione parenti vittime della strage di Ustica, senatrice Daria Bonfietti, ricordando come «i processi sin qui celebrati non hanno consentito di fare luce sulla dinamica del drammatico evento e di individuarne i responsabili», auspicando per questo «il contributo di tutte le istituzioni a un ulteriore sforzo per pervenire a una ricostruzione esauriente e veritiera di quanto accaduto, che rimuova le ambiguità e dipani le ombre e i dubbi accumulati in questi anni». Chi ha voluto leggere nelle prudenti parole di Napolitano una replica alle dichiarazioni del sottosegretario alla presidenza del consiglio Giovanardi, che ha provato a rilanciare, a nome del governo, la tesi dell’esplosione interna e dunque della bomba a bordo, è rimasto deluso. In effetti Napolitano non cita solo la mancata individuazione dei responsabili, ma anche la mancata chiarezza sulle dinamiche, nonostante sul piano processuale sia stata accertata l’infondatezza dell’esplosione a bordo e quella del cedimento strutturale, madre di tutti i depistaggi.
Per questo ragione Giovanardi ha dichiarato di «condividere» l’appello del Quirinale, aggiungendo che «fra le opacità non possono essere annoverati i comportamenti degli uomini dell’Aeronautica militare italiana». Priorità dell’attuale governo, infatti, è difendere il comportamento omertoso della lobby militare, il cinismo in stellette della ragion di Stato che ha portato i vertici militari a distruggere prove, far sparire i registri delle presenze nelle postazioni di controllo e i tracciati radar, tappare la bocca ai sottoposti che quella notte hanno visto cosa è accaduto in pieno Mediterraneo. Anche Giuliana De Faveri Tron, che perse la madre nella tragedia di Ustica, e che non fa parte dell’Associazione dei parenti presieduta da Daria Bonfietti, ha voluto ringraziare «il capo dello Stato per l’affettuoso messaggio» ma soprattutto il senatore Carlo Giovanardi, «per l’impegno profuso dal Governo nella ricerca di una verità troppe volte sacrificata a pregiudizi di parte». Ormai anche i familiari delle vittime sono lottizzati. Ci sono i governativi e gli antigovernativi. Il vittimismo divenuto uno dei repertori legittimi della politica non ha più un solo colore e si declina in forme partigiane opposte. Con la sua formula salomonica Napolitano ha evitato di prendere partito nella disputa delle “verità contrapposte”, ripiegando sulla retorica dei misteri.
Ma se la via che può portare alla verità va ormai cercata, come sembrano suggerire le parole del Presidente della repubblica, in quella sfera riservata dello Stato che Alessandro Pizzorno ha chiamato “nucleo cesareo della politica”, Napolitano dovrebbe usare ben altri toni e trarre ben altre conseguenze. Rosario Priore, giudice istruttore che ha condotto l’inchiesta, sostiene che dietro la «verità indicibile» sulla strage di Ustica vi sarebbe la politica estera mediterranea condotta dall’Italia in autonomia rispetto alle direttive Nato. Il nostro sostegno a Gheddafi, la guerra segreta con Francia e Inghilterra per l’influenza nel Nord Africa, l’intervento dei nostri piloti nei bombardamenti in Ciad, la rappresaglia francese contro i mig libici (autorizzati segretamente dall’Italia a sorvolare alcuni corridoi Nato non sorvegliati) che dovevano scortare Gheddafi. Rappresaglia che avrebbe involontariamente provocato la tragedia. Priore estende il suo paradigma interpretativo ben oltre la vicenda di Ustica per retrocederlo all’intera storia degli anni 70. Vicissitudini che troverebbero una spiegazione all’interno dei conflitti geopolitici: non quelli della guerra fredda ma tra rive opposte del Mediterraneo, rispolverando quelli che erano stati gli assi tradizionali del conflitto interimperialistico europeo del primo Novecento. Tuttavia più che un nuovo canone storiografico quello proposto sembra un’ennesima declinazione del paradigma dietrologico. La complessità evocata si perde in mille rivoli inconcludenti e contraddittori fino a diventare dissolvenza. Priore non fornisce alcuna prova decisiva, nessun fatto nuovo, ma chiede in qualche modo di affidarsi al principio autoritativo ricavato della sua esperienza. Di piste internazionali sulla strage di Ustica ne esistono diverse e sul piano logico tutte egualmente plausibili: da quella francese, indicata da Priore come la più certa, a quella statunitense. Ne esiste addirittura una israeliana (l’aviazione di Telaviv avrebbe voluto colpire un velivolo francese che portava uranio arricchito in Iraq).
Tuttavia il motivo per cui oggi alcuni settori dello Stato, di cui il giudice Priore si fa portavoce, privilegino apertamente la pista francese non è dettato dall’emergere di circostanze nuove. Si tratta piuttosto di una vecchia ossessione portata avanti fin dalle inchieste sulla lotta armata. Secondo l’ex giudice istruttore del pool antiterrorismo della Capitale le insorgenze armate apparse nell’Italia degli anni 70 avrebbero trovato complicità culturale e aperto sostegno materiale nelle autorità parigine. Quella somma di fattori che presero forma nel dopoguerra, congelando per lungo tempo il sistema politico italiano fino a renderlo privo d’alternanza per 49 anni, una fissità di sistema che secondo la sociologia più avvertita non poteva che facilitare l’apparizione di spinte rivoluzionarie in presenza di una potente tradizione sovversiva e di condizioni sociali ed economiche particolari, contesto riassunto nella formula dell’«anomalia italiana», si capovolge nel suo contrario: l’«eccezione francese». In Intrigo internazionale, Chiarelettere 2010, la Francia viene dipinta come un «santuario del terrorismo», una centrale che avrebbe sistematicamente promosso la destabilizzazione della democrazia italiana. L’obiettivo preso di mira è la cosiddetta «dottrina Mitterrand»: Ancora prima della caduta del muro di Berlino, Parigi sarebbe stata un vero incrocio d’intrighi internazionali, sostituendosi a Washington e Mosca nel ruolo di piattaforma destabilizzante dell’Italia. Un asse socialdemocratico, guidato da Mitterrand, avrebbe tentato di giocare il ruolo della “terza forza” tra le due maggiori potenze, destabilizzando volutamente la penisola italiana grazie alla protezione offerta ai militanti della lotta armata.
Deciso a seguire le tracce de l’abbé Augustin Barruel, il giudice Priore trasforma il vecchio istituto di lingue Hyperion in una nuova loggia degli Illuminati di Baviera. «Con ogni probabilità – aveva affermato in precedente pubblicazione nella quale anticipava le tesi esposte in Intrigo internazionale * – il cervello parigino è esistito. In accordo con le istituzioni di questo paese, come fu provato dalle inchieste romane, esercitava una funzione d’assistenza e di controllo, quando non agiva come una guida, nel mondo eteroclita della sovversione politica. E’ a Parigi che hanno luogo questi grandi incontri di forze venute dai quattro angoli del pianeta[…] Quella che potrebbe apparire una semplice riunione tra amici, si rivela, in realtà, una macchina efficace diretta da istanze istituzionali, e serve a distribuire armi, individuare luoghi dove nascondersi e prepararsi, suddividere le risorse finanziarie[…] si tratta del luogo in cui si decidono il livello dell’attacco, il grado delle tensioni e, conseguentemente, quello della destabilizzazione, cioè quello dell’indebolimento di paesi o intere zone, in diversi continenti[…] Si può pensare molto seriamente – numerosi indizi conducono in tal senso – che un terzo giocatore sia intervenuto: un asse europeo guidato dalla Francia, ancora presente nello scacchiere mondiale. Questo asse si presentava come una terza forza, accanto all’ideologia capitalista dell’Ovest e all’ideologia comunista dell’Est. Un asse a forte dominante socialista, al quale avrebbero sicuramente cooperato i paesi scandinavi, con la Svezia di Olof Palme in testa, la Germania e l’Austria guidate da socialdemocratici, oltre ad Israele, governata dalla sinistra. Senza dimenticare i grandi paesi non-allineati, a cominciare dalla Iugoslavia, che fin dagli anni 40, ha condotto una propria strategia indipendente nello scenario europeo e svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo di conflitti all’interno di diverse regioni italiane».
Quando la storia si trasforma in noir, il racconto può avvalersi di facili licenze narrative e trascurare persino il rigore cronologico degli eventi, fino a dimenticare che negli anni 70 la Francia era sotto la presidenza di Giscard D’Estaing e Palme arriva al governo nel 1982. Lo scenario proposto dall’ex giudice istruttore è privo di pudore e richiama il vecchio mito fascista del complotto pluto-giudaico-massonico, con l’aggiunta questa volta di una componente socialista giustificata dalla presenza della Iugoslavia. Un agglomerato assai fantasioso che mette insieme Paesi con politiche estere, attività d’influenza e d’intelligence in netto contrasto strategico, in fortissima competizione e aperto conflitto tra loro.

* Che cosa sono le Br, Franceschini-Fasanella, Rizzoli 2004

Link
Strage di Ustica, quando Giovannardi fu sputtanato da wikileaks

Pagliuzze, travi ed eroi

Risposta a Severino Cesari, direttore editoriale di Einaudi-Stile libero (cioè Mondadori, casa editrice di Roberto Saviano)

Alessandro Dal Lago
il manifesto 17 giugno 2010

Severino Cesari («Non prendiamocela con una fiaccola nel buio», il manifesto 11 giugno) entra nel merito del mio «pamphlet» sul fenomeno Gomorra-Saviano) e lo stronca in base ai miei errori fattuali. In sostanza, avrei riportato cose che Saviano, in Gomorra e altri testi, non dice. Da qui, evidentemente, l’infondatezza di quanto scrivo. Come è detto in una delle amabili e-mail non firmate che ho ricevuto (e che ovviamente conservo gelosamente), le mie sarebbero tutte «stupide fandonie», ecc..
Si rassicurino tutti i lettori indignati: non ho alcun problema a confessare i miei delitti cartacei. Eccone alcuni. Come Cesari mi rimprovera, è verissimo che, laddove Saviano scrive «stivaletti», io cito «stivali». Chiedo venia. Vuol dire che un giorno o l’altro, se Cesari vorrà, in un pubblico dibattito discuteremo sulla classe logica degli oggetti «calzature». Uno «stivaletto» appartiene alla classe «stivali», come io malignamente faccio intendere, o «scarpe sportive», come ritiene Cesari sulla scorta di Saviano? Il dibattito sarà senz’altro appassionante. Secondo Cesari, inoltre, ho citato affermazioni di Saviano, riportate da un giornalista, in occasione di una «manifestazione anticamorra», e avrei dovuto citare «una trasmissione televisiva». Mi dichiaro touché, dottor Cesari. Se mai il mio libretto avrà una riedizione, correggerò con «dichiarazioni anti-camorra durante una trasmissione televisiva». È soddisfatto? Lei dice anche che io attribuisco a Saviano la parola «olocausto», a proposito dei morti di camorra, mentre invece è nel titolo di un articolo a firma Dario Del Porto. Qui, temo, è lei a essere un po’ frettoloso. Infatti, io cito esattamente l’articolo in questione, con tanto di nome del giornalista (Eroi di carta, p. 25, nota 11).
Mi fermo qui, perché a me le contro-critiche di Cesari sembrano solo considerazioni notarili, allo scopo evidente di emarginare i miei argomenti, evidentemente imbarazzanti. «Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo? Come puoi dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio, e tu non vedi la trave che è nel tuo?». Così recita un noto passo del Vangelo, che mi sembra assai pertinente in queste discussioni, e non su stivali o stivaletti, note a pié di pagina, titoli fraintesi e qualsiasi altra «fandonia», ma sul senso di Gomorra e dei suoi effetti, sulla straordinaria figura pubblica del suo autore, su gran parte dei media che ne assumono la difesa preventiva e censoria contro chicchessia e, di conseguenza, sulla cultura politica e letteraria del nostro paese. Lei su tutto questo, caro Cesari, non ha detto proprio nulla. E voglio aggiungere, prima di passare a una cosa molto più seria, che io offro ai miei lettori citazioni assai estese degli scritti di Roberto Saviano e numerosi esempi del suo stile (che io ritengo mediocre, a torto o ragione, ma su cui lei glissa). Cito anche brani di interviste a Saviano, ma sì, che fino a prova (o smentita) contraria sono strumenti legittimi di lavoro per un critico. Almeno per uno, come me, che interpreta quello che legge, bene o male che sia, e lo cita, ciò che il Saviano «indagatore» del crimine organizzato non fa, almeno in Gomorra.
A proposito di pagliuzze, travi, «fandonie», interpretazioni, invenzioni e documentazioni, che mi dice della pagina iniziale di Gomorra, in cui si parla del famoso caso dei «cinesi che non muoiono mai»? Lei sa bene che l’incipit di un romanzo (o qualsiasi altra cosa sia Gomorra) è decisivo per creare la Stimmung, e cioè l’atmosfera emotiva, di un libro e quindi la sua verità presso i lettori. Ora, lei dovrebbe sapere che sia in un libro-inchiesta sui cinesi in Italia (da me citato, in Eroi di carta, p. 69, n.47), sia nel sito delle Associazioni dei cinesi in Italia (idem), la storia dei cinesi è stata giudicata semplicemente una leggenda metropolitana. E questo, per di più, in un paese in cui l’immagine degli stranieri non è esattamente rosea…
Io mi limito a ribadire: se Gomorra è un testo d’invenzione letteraria, lo giudicheremo – liberamente – in base al suo stile. Ma se è un testo che pretende di dire la «verità» fattuale o morale su Napoli, il crimine, la camorra ecc., la storia dei cinesi getta un’ombra lunga sulla sua «verità». E quindi mi aspetto, prima o poi, delle risposte, magari da lei, sulle domande tipiche del buon giornalismo d’inchiesta: «chi», «quando», «dove»? Ecco il problema dell’ambiguità della narrazione in Gomorra, se uno ha letto veramente quello che ho scritto.
Lei, dottor Cesari, è nel suo pieno diritto di ignorare gli argomenti sostanziali di Eroi di carta ed estrarre le pagliuzze dai miei occhi. Ma io sono nel mio, quando confermo che nel saggio si discute soprattutto del rapporto tra un testo e l’apparato retorico, editoriale e mediale che l’ha fatto proprio. Ma vi si discute anche della povertà di idee della sinistra italiana e, naturalmente, di letteratura. Per inciso, solo i moralisti da prima pagina (che esistono solo in Italia) possono aver frainteso il titolo del mio saggio per un insulto a Saviano, mentre è il rimando alla mia riflessione sul significato dell’eroismo in una cultura governata dai media (in cui rientrano, appunto, anche i bestseller «letterari»).
Questa polemica, così come si è sviluppata, è durata abbastanza. È partita dall’ingenua esecrazione di chi ha ordinato di non leggermi, con l’evidente effetto opposto. E anche la sua «lettura», dottor Cesari, non aggiunge molto: è la comprensibile (ma solo in Italia) stroncatura, da parte di un editore, di chi critica un proprio autore. Ma, al di là delle polemiche, il caso Gomorra-Saviano, in termini mediali, resta di grande interesse e invita a ulteriori ricerche e riflessioni. Perché non si tratta tanto di «una fiaccola nel buio», come è titolato il suo pezzo contro di me, quanto di un faro abbacinante che illumina non tanto la «realtà» della camorra, quanto il paese culturale e mediale in cui viviamo.

Link
Ma dove vuole portarci Saviano?
Buttafuoco, “Saviano agita valori e codici di destra, non regaliamo alla sinistra”
Populismo penale
Il diritto di criticare l’icona Saviano
La libertà negata di criticare Saviano
Saviano, l’idolo infranto
Attenti, Saviano è di destra. Criticarlo serve alla sinistra
Alla destra postfascista Saviano piace da morire