Gli anni 70 che non finiscono mai. Riflessioni sulla cerimonia di saluto a Prospero Gallinari

L’eresia di Gallinari tra tabù e mediocrità

di Daniele Codeluppi
Laboratorio aq16 di Reggio emilia, 28 gennaio 2013

Fonte: http: www.globalproject.info

A dieci giorni dal funerale di Prospero Gallinari volevo prendere parola in merito allo sciame sismico di prese di posizioni, condanne e sciacallaggi elettorali. Avrei potuto prendere parola ed entrare nel polpettone del botta e risposta ma ho voluto rispettare il lutto e il dolore degli amici che piangevano la scomparsa di Prospero evitando di scendere al livello becero delle polemiche locali e nazionali di questi giorni. Meglio far passare la febbre e prendere parola oggi, preferisco così. Partiamo dal nodo che pare abbia interessato maggiormente, il rapporto di Aq16 con Gallinari. Prospero era un conoscente, lo si vedeva spesso passeggiare nelle sue ore di libertà, due battute in piazza Casotti e poco più, non eravamo amici intimi. Prospero a nostra memoria è passato al centro sociale un paio di volte, ad un dibattito sul movimento zapatista a fine anni novanta e sabato 12 gennaio di quest’anno, durante una cena sociale partecipata da un centinaio di persone, cena dove ho scattato la foto pubblicata su globalproject.info e dove lo si vede con una bottiglia di lambrusco in mano.
Lo dico per essere limpido e riportare tutto su un piano di realtà, dico però anche che un’amicizia più stretta o una frequentazione maggiore non mi avrebbe di certo imbarazzato. Nel comunicato di Aq16 di lunedì 14 si esprimeva cordoglio per la morte di una persona che piaccia o meno è stato un protagonista della storia d’Italia e che ha mostrato durante tutto il suo trascorso politico coerenza e fermezza, qualità che nella classe politica italiana non se ne vede da un bel pezzo. Forse è per questo che una mitragliata in testa, 3 ergastoli, un cuore a pezzi ed infine la morte non sono bastati a Prospero per essere considerato un essere umano degno di un commiato da parte di coloro che in vita gli hanno voluto bene.

Gallinari l’eretico
Prospero era un eretico, e per gli eretici la santa inquisizione non si accontenta delle fiamme purificatrici. Le fiamme sono per le carni, per lo spirito serve l’atto di abiura. Prospero non ha mai abiurato, domando: è questo il vero problema che fa imbestialire? Averlo piegato nel fisico ma non nello spirito? Prospero si diceva serbasse chissà quali segreti scottanti; secondo voi chi ha segreti davvero scottanti passa gli ultimi anni della sua vita in un quartiere popolare costretto  ai lavori forzati? Non scherziamo, in Italia chi ha segreti scomodi viene fatto fuori o coperto di ricchezze.
Il giornalismo si sa è costretto a fare sintesi, in questi giorni però si è fatto un gran brutto giornalismo ed una brutta politica, il tutto ridotto alla conta dei morti delle Brigate rosse, chi ha chiesto perdono e chi no, chi aveva titoli per parlare di quelle storie e chi no e la pietosa condanna dell’aver tramutato il funerale in un evento politico. Penso che quando muore un personaggio molto famoso sia inevitabile che il piano privato passi in secondo piano, tanto più quando chi muore è un personaggio molto discusso della storia. Tutto il resto rimane ascrivibile al normale commiato ad un uomo comunista: l’internazionale, il ricordo dei suoi ex compagni di organizzazione e i pugni chiusi sono cose normali in un contesto così. Oggi suona retrò ragionandolo nel senso comune, ma poi neanche tanto se pensiamo che il presidente della repubblica Napolitano in gioventù l’internazionale lo ha cantato ed il pugno chiuso lo fanno anche i fans dei Modena City Ramblers.

Giudizio politico?
Visto che ci sono entro anche nel merito del presunto giudizio politico che qualcuno o qualcosa doveva esprimere su Gallinari, come se il soggetto già non fosse stato giudicato colpevole dai tribunali italiani, dalla società e dalla storia scritta da chi lo ha sconfitto. Pare, leggendo dichiarazioni uscite in questi giorni, che Aq16, in veste di rappresentante dei movimenti di contestazione odierni, con il comunicato dichiarava la raccolta dell’eredità politica del brigatismo rosso, domanda: ma qualcuno tra i politici, amministratori e giornalisti che hanno chiosato in questi giorni ha letto il comunicato targato Aq16 di lunedì 14?
A giudicare dalle mirabolanti esternazioni pare di no. A leggerlo si fa ancora in tempo. Comunque tornando sul giudizio politico, penso che è monco se lo si dà a determinate azioni estrapolandole dal contesto perchè questo meccanismo è la base di tutti i revisionismi storici. Come chiedere se tagliare la testa a Maria Antonietta fu un atto giusto o meno, senza comprendere il momento storico in cui si dette quella determinata azione. Nella decade dei 60 e 70 intere macroregioni mondiali si stavano liberando dal giogo del colonialismo e delle dittature con la lotta armata, basti pensare all’Africa, al Vietnam, a Cuba. Pochi furono i paesi dove la transizione fu ottenuta con mezzi pacifici come in Portogallo ed in India. Dappertutto fiorivano guerriglie e intere generazioni di giovani imbracciavano il fucile.
Fu in questo contesto globale che anche in Italia nacque l’opzione armata. Il giudizio a posteriori semplicemente lo da l’esito della storia: Ernesto Che Guevara che vinse (uccidendo i suoi nemici) rimase uno dei simboli della lotta contro l’ingiustizia nel mondo per svariate generazioni future tanto da divenire un icona pop, Gallinari e soci che persero (uccidendo i loro nemici) rimangono per la storia ed il giudizio popolare dei pericolosi terroristi.
Gallinari ha quindi sbagliato dal punto di vista rivoluzionario perché non è riuscito nel compito e per lo Stato borghese uscito vincitore ha sbagliato perché ha commesso dei crimini nel tentativo di rovesciarlo. Chi perde paga, Prospero ha riconosciuto la sconfitta ed è stato condannato, lo repubblica italiana invece per le stragi di Stato no. Chi è davvero uscito vincitore dagli anni ’70? Risposta scontata.

Centri sociali e brigate rosse? Ma dove!
Faccio un po’ di chiarezza nel marasma ignorante di storia che gli esponenti di spicco della politica e cultura reggiana hanno creato, i centri sociali di oggi non nascono dalle Brigate rosse, è un’altra storia, non è la nostra storia, se proprio vogliamo sintetizzare e trovare padrini politici nel nostro album di famiglia i centri sociali provengono dai movimenti autonomi del ’77, che a Reggio non erano presenti. La lotta armata italiana invece nasce da un contesto sociale ed operaio scaturito negli anni ’60 con le tensioni dopo le rivolte di piazza Statuto a Torino, l’immigrazione meridionale nelle fabbriche del nord, la vita durissima dell’operaio massa nelle catene di montaggio. Questo contesto, unito con l’esplosione culturale del ’68, crea nel binomio operai/studenti un mix esplosivo che in Italia e nel mondo occidentale industrializzato cambia i costumi e i desideri di milioni di persone… questo desiderio aveva un nome “Rivoluzione”.
Dopo il ‘68 viene l’autunno caldo alla Fiat, il PCI incapace di leggere la portata storica di questo movimento, la reazione bombarola fascista, la strategia della tensione e la scelta di molti rivoluzionari, tra cui Prospero, di praticare la lotta armata per instaurare in Italia un regime socialista di stampo marxista… come si era fatto a Cuba, poi in Nicaragua e come lo si stava provando a fare un po’ dappertutto, consapevoli che la strada riformista in stile cileno era stata violentemente arrestata. Erano anni in cui nel mondo la strada per il cambiamento sociale passava anche per la canna di un fucile, soffermarci solo sul fatto che i brigatisti hanno ucciso tante persone non serve a capire la storia, ci si ferma sull’espressione di un fenomeno senza capirlo. Tutto il resto è storia: l’escalation omicida, i processi, gli ergastoli, la marcia dei quarantamila, una generazione di comunisti rivoluzionari sconfitti, l’inquisizione per tutto il movimento dell’opposizione sociale, l’inizio della contrazione del contropotere sindacale, il contesto mondiale in piena guerra fredda. Come è storia degli anni ’70 anche il salario medio degli operai che in dieci anni si raddoppia, lo statuto dei lavoratori, le lotte e le conquiste femministe e il diritto all’aborto, l’istruzione gratuita di massa, il welfare, la produzione culturale italiana nel suo maggior apice.
Non è facile parlare degli anni ’70 perché sono molte storie, un periodo densissimo e ricchissimo. Ridurlo alla misera definizione di “anni di piombo” è stupido e fa il gioco di chi della storia d’Italia e dei movimenti preferisce che non si sappia niente, producendo di fatto una generazione di italiani senza futuro e senza memoria storica, con la convinzione che in Italia in un periodo storico indefinito c’erano dei “terroristi” venuti da chissà quale incubo che uccidevano a caso delle brave persone. Anche perché se proprio vogliamo parlare seriamente di morti ammazzati, vale la pena ricordare che la storia italiana gronda sangue, un mare in cui le Br sono solo un puntino. Pochi esempi a memoria: il Risorgimento, l’uccisone dei soldati dell’esercito borbonico, la fame nelle campagne del regno, i 600.000 mila della grande guerra morti per dare un significato alla parola patria e nazione, il fascismo, le colonie, la campagna di Russia, la Resistenza, Portella delle Ginestre, i morti di Reggio Emilia, i morti sul lavoro, le donne morte perché abortivano clandestinamente, i morti di Eternit e di inquinamento ambientale… potremmo saltare anche oltre gli anni ’70: la morte della cultura popolare grazie alla tv commerciale privata, le droghe pesanti utilizzate per sedare gli animi ribelli dei quartieri popolari, le stragi mafiose, gli intrecci stato/mafia, tangentopoli, l’epoca del Berlusca, la donna oggetto, la corruzione, la dismissione dei servizi pubblici, la speculazione edilizia… a chi dovremmo imputare questo disastro, a Napolitano, ma siamo seri! La responsabilità della storia di un paese la fanno milioni di persone.
Raccontare degli anni ’70 non spetterebbe ai “centri sociali” nati a cavallo tra anni Ottanta e Novanta come risposta giovanile di rifiuto dell’eroina, del ghetto, dell’individualismo imperante, delle tv private e del berlusconismo rampante.Parlare di quegli anni tocca a chi quegli anni li ha vissuti da militante. Noi abbiamo certamente opinioni su quel periodo, abbiamo letto e ci siamo documentati da soli, perché se aspettavamo l’insegnamento dei politici di sinistra reggiani ci accontentavamo della storiella… “al massimo quattro teste calde che giocavano alla rivoluzione e poi si sono inguaiati”. Abbiamo opinioni certo, ma non esprimiamo giudizi, non tocca a noi dare giudizi, né su Prospero Gallinari, né su quegli anni. Noi i giudizi secchi li serbiamo per quello che riguarda la nostra vita e la nostra esperienza: sulle botte che ci ha riservato lo Stato italiano a Genova nel 2001, sulla politica italiana ed europea che ci condanna alla precarietà ed a un futuro senza welfare, alla rapina di Stato che tramite equitalia ci toglie la dignità, ad un ordinamento giuridico classista molto preciso nel condannare le nostre pratiche di occupazione e di espressione politica e invece totalmente assente per regolare speculazione finanziaria e sfruttamento lavorativo. Queste sono le cose oggetto del nostro giudizio e che esprimiamo politicamente attraverso l’autorganizzazione e l’autogestione di un centro sociale.
Tornando a quegli anni, Prospero Gallinari lo hanno frequentato in tanti prima che facesse le scelte che sappiamo, “l’appartamento” era frequentatissimo di giovani della sinistra reggiana di quei tempi, in molti poi hanno fatto carriera, chi nel PCI, chi nel sindacato. Nel vuoto di contenuti di questi giorni apprezziamo la presa di parola all’indomani della morte di Prospero di persone che in quegli anni c’erano ed erano schierati chi dall’altra parte nella DC e chi nell’appartamento.
Perché questa città non fa i conti con il suo passato? Perché appena si esce dalle righe gli amministratori ricorrono alla retorica del clima anni ’70, ricorrendo a stratagemmi dialettici ignobili del tipo “anche le BR cominciarono così”?
Non si può accollare la responsabilità storica di un dato periodo a chi è nato 30 anni dopo, perché 30 anni dopo ci sono altre cose, altre storie, altri uomini e altre donne.
La nomenklatura della politica di questa città ha bisogno di fare un po’ di analisi, consigliamo un buon professionista: si chiama coraggio, verità e trasparenza.

La cerimonia di saluto
Il discorso: “A Prospero Gallinari. Fine di una storia la storia continua

Tutti a Coviolo per salutare Prospero Gallinari la cerimonia si terrà domani 19 gennaio alle-14-30
Ciao Prospero
In diretta da Coviolo immagini e parole della cerimonia di saluto a Prospero Gallinari/1
In diretta da Coviolo in migliaia per salutare Prospero Gallinari/2
La diretta twitter dai funerali
Ciao Prospero
Gli assenti
Scalzone: Gallinari come Prospero di Shakespeare, “la vita è fatta della stessa sostanza dei sogni”
Fine di UNA storia, LA storia continua
Mai alcuna confessione di innocenza, Prospero

Testimonianze
“Volevo dirgli grazie per avermi fatto capire la storia di quegli anni”. Una testimonianza sui funerali di Prospero Gallinari
Perché sono andato ai funerali di Prospero Gallianari by Stecca
In memoria di Prospero Gallinari di Oreste Scalzone
Al funerale di Gallinari la generazione più felice e più cara
Su Prospero Gallinari
Da contromaelstrom.com – Ciao Prospero, amico e fratello
Gallinari e il funerale che andava fatto anche per gli altri
Un contadino comunista nelle lotte di classe degli anni 70

Riflessioni
Laboratorio Aq16, Gli anni 70 che non finiscono mai. Riflessioni sulla cerimonia di saluto a Prospero Gallinari

La storia
Quadruppani – Mort d’un combattant
Bianconi – I parenti delle vittime convocati via posta per perdonare Gallinari
Prospero Gallinari chiede la liberazione condizionale e lo Stato si nasconde dietro le parti civili
“Eravamo le Brigate rosse”, l’ultima intervista di Prospero Gallinari
Prospero Gallinari quando la brigata ospedalieri lo accudì al san Giovanni
Gli avvoltoi s’avventano sulla memoria di Prospero Gallinari
Gallinari è morto in esecuzione pena dopo 33 anni non aveva ancora ottenuto la libertà condizionale
Prospero Gallinari un uomo del 900
Chi era Prospero Gallinari?
Gallinari e Caselli, il confronto tra cattivi maestri e bravi bidelli
Gallinari, Gotor e le lettere di Moro
Caselli Prospero Gallinari e i cattivi maestri
In risposta a Caselli su Gallinari

«Volevo dirgli grazie per avermi fatto capire la storia di quegli anni». Una testimonianza sui funerali di Prospero Gallinari

I media hanno trattato i funerali di Prospero Gallinari come un “evento” dalla portata politica allarmante. Il significato attribuito alla inevitabile carica simbolica rivestita dalla cerimonia (semplice, spontanea, senza alcuna logistica) ha in buona parte trasceso ciò che ha rappresentato per la comunità dei suoi amici e parenti, dei suoi compagni di lotta politica, di chi aveva per lui, e per la storia che incarnava, sentimenti di stima, rispetto e affetto.
L’emozione, il cordoglio e l’orgoglio del percorso politico svolto sono stati letti e presentati come una minaccia potenziale.
Una reazione, anzi una iper-reazione, molto selettiva e strabica (una eguale reattività è mancata in occasione dei funerali di Pino Rauti, avvenuti in una orgia nostalgica di saluti romani con presenze istituzionali fino agli scranni più alti. Analoga indignazione è mancata per il memoriale, innaugurato ad Affile, del generale Rodolfo Graziani, il macellaio della guerre coloniali in Cirenaica, in Etiopia ed in Eritrea) rivelatrice: per un verso, della fragilità strutturale dell’establishement di questa seconda Repubblica, barricato all’interno di una citadella delle istituzioni che assomiglia sempre alla fortezza del deserto dei Tartari; per l’altro, di quella sorta di cronico deficit di legittimità autopercepito che sucita complessi d’inferiorità istituzionale, e dunque l’eterno bisogno di smarcarsi dalle proprie origini, da parte del ceto politico e più in generale della cultura provenienti dalla sinistra.
Questo blog continuerà a pubblicare, e segnalare, testimonianze e interventi utili alla comprensione di quanto è accaduto


Fonte: Baruda.net

di Davide Steccanella
25 gennaio 2013»

imagesAnche se ovviamente non gliene frega giustamente niente a nessuno, vorrei dare un ulteriore “spaccato” di quel funerale, dicendo perchè sabato ho deciso di andare a Coviolo.
Da tempo avrei voluto incontrare Prospero Gallinari ma per mia colpa e pigrizia (avrei potuto chiedere aiuto al mio collega Burani, persona straordinaria che ho conosciuto nel corso di un processo che facemmo insieme anni fa) o anche “sbattermi” in qualche modo, ma non l’ho fatto, peccato.
E perchè avrei voluto incontare Gallinari, uno si chiede?
Per ringraziarlo perchè gli dovevo qualcosa, e un qualcosa secondo me di importantissimo, gli dovevo l’avermi fatto capire LUI quello che era successo nel mio paese quando ero troppo giovane per comprenderne appieno la portata storica e soprattutto sociale, e che per decenni mi era stato raccontato ed insegnato solo da chi aveva vinto e nel modo in cui voleva chi aveva vinto.
E come avvenne ciò ? Me lo ricordo benissimo perchè non risale a molto tempo fa, stavo girovagando su youtube in cerca di materiale sul caso Moro per un mio personale approfondmento quando mi imbattei sulla sua lunga intervista del video del 2006 “una storia del 900″, ho cliccato, manco lo avrei riconosciuto visto che le solite foto d’epoca ce lo mostravano tutto diverso, e quel suo modo di raccontare e di raccontarsi mi ha colpito e molto positivamente, me lo immaginavo tutto diverso da quello che avevo letto (ovviamente scritto da quei vincitori), e così iniziai ad ascoltare il suo racconto, lungo, più di 1 ora, ma interrotto, una sorta di monologo, era il racconto della sua storia e di quella storia. Era la prima volta che qualcuno me la raccontava così, sembrerà strano ma è proprio così, fino a pochissimi anni fa ero uno dei tanti “indottrinati” dalla storia dei vincitori. Poi ovviamente dopo quella intervista ho letto tutto quello che ha scritto LUI e cercato di recuperare anche le sue altre inteviste, l’ultima delle quali (straordinaria) nel recente documentario francese. Gallinari mi ha fatto capire chi era LUi attraverso la spiegazione paziente, sofferta, precisa, meditata, genuina, vera, dolorosa ed esaltante etc. di quella sua storia e di quella nostra storia che mi era stata sempre taciuta e negata.
Siccome mi pareva di avere capito, ma magari sbagliavo, che lui ci tenesse molto a che venisse saputa e capita anche da chi allora non c’era (non credo si rivolgesse ai suoi compagni che qualla storia con lui l’avevano vissuta…) avrei voluto dirglielo e ringraziarlo e ho pensato di farlo andando a Coviolo in mezzo alla sua gente e nella sua terra, un pò per dirgli “c’è chi ha capito la tua storia ascoltando le tue parole e leggendo i tuoi libri”. Per questo sono andato ai SUOI funerali, non sarei andato al funerale di un altro che non conoscevo, sono andato al SUO.  E’ vero che sapevo che avrei incontrato alcuni amici ai quali sono molto legato, ma quel giorno mi sentivo lì proprio e solo per Prospero Gallinari, un uomo che non avevo mai incontrato.

La cerimonia di saluto
Tutti a Coviolo per salutare Prospero Gallinari la cerimonia si terrà domani 19 gennaio alle-14-30
Ciao Prospero
In diretta da Coviolo immagini e parole della cerimonia di saluto a Prospero Gallinari/1
In diretta da Coviolo in migliaia per salutare Prospero Gallinari/2
La diretta twitter dai funerali
Ciao Prospero
Gli assenti
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Testimonianze
“Volevo dirgli grazie per avermi fatto capire la storia di quegli anni”. Una testimonianza sui funerali di Prospero Gallinari
Perché sono andato ai funerali di Prospero Gallianari by Stecca
In memoria di Prospero Gallinari di Oreste Scalzone
Al funerale di Gallinari la generazione più felice e più cara
Su Prospero Gallinari
Da contromaelstrom.com – Ciao Prospero, amico e fratello
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La storia
Quadruppani – Mort d’un combattant
Bianconi – I parenti delle vittime convocati via posta per perdonare Gallinari
Prospero Gallinari chiede la liberazione condizionale e lo Stato si nasconde dietro le parti civili
“Eravamo le Brigate rosse”, l’ultima intervista di Prospero Gallinari
Prospero Gallinari quando la brigata ospedalieri lo accudì al san Giovanni
Gli avvoltoi s’avventano sulla memoria di Prospero Gallinari
Gallinari è morto in esecuzione pena dopo 33 anni non aveva ancora ottenuto la libertà condizionale
Prospero Gallinari un uomo del 900
Chi era Prospero Gallinari?
Gallinari e Caselli, il confronto tra cattivi maestri e bravi bidelli
Gallinari, Gotor e le lettere di Moro
Caselli Prospero Gallinari e i cattivi maestri
In risposta a Caselli su Gallinari

Al funerale di Gallinari la generazione «più felice e più cara»

Un grazie doppio a Mario Gamba per questo racconto della cerimonia di saluto a Prospero Gallinari tenutasi ieri a Coviolo, presso Reggio Emilia e per aver replicato a chi in questi giorni ha calunniato la storia politica di Prospero con etichette che non gli sono mai appartenute. Senza dubbio l’articolo più bello uscito sui giornali di oggi che, al di là dei resoconti e dei commenti nella gran parte dei casi (come era prevedibile) apertamente ostili, in altri più misurati e in alcuni persino rispettosi, hanno dovuto prendere atto che una delle memorie negate di questo Paese sopravvive eccome. Secoli di carcere, dietrologie calunniose e anatemi non sono riusciti a cancellarla

 

Mario Gamba
il manifesto
20 gennaio 2013

funerali_gallinari_fotogramma_8_jpgHanno detto di lui che era un rivoluzionario d’altri tempi. Per via della continuità con la tradizione comunista insurrezionalista, coltivata a Reggio Emilia, la sua città (però lui abitava nel contado). Hanno detto che era stalinista e che non avrebbe esitato a far fuori un sovversivo tipo ’77, presumibilmente «creativo» e fricchettone oppure sostenitore dell’operaio sociale e del non-lavoro, se gliel’avessero chiesto. Sicuri? Qualcuno davvero gli ha fatto domande su questi argomenti, prima, durante e dopo la sua avventura con le Br? Soprattutto durante. Perché è innegabile la sua crescita politica all’ombra delle grandi narrazioni resistenziali e comuniste, ma è anche innegabile il suo ingresso nella lotta rivoluzionaria armata nel crogiuolo delle nuove lotte e delle nuove culture sessantottesche e oltre.
Prospero Gallinari deve aver contattato tanti generi di persone dopo il ’68. E quel che è certo è che senza la grande ondata di quegli anni, senza le sfaccettature, con tante impronte libertarie ben visibili, di quegli anni, non gli sarebbe venuto in mente di colpire, armi in pugno, il «cuore dello stato». Adesso è qui, in una bara avvolta in un drappo rosso con falce e martello. Tra qualche giorno sarà in un’urna di ceneri che non saranno disperse al vento come quelle del padre dell’operaio edile di Riff Raff di Ken Loach, ma tumulate nella tomba di famiglia. Nel cimitero di Coviolo, frazione di Reggio, il rito dell’ultimo saluto è sì, forse, di quelli d’altri tempi. Come quando si accompagnavano i morti di Reggio Emilia nel 1960, quelli che Fausto Amodei chiamava a «uscire dalla fossa», e i morti giovani, di anni dopo, gli anni dell’Orda d’oro, come l’hanno intitolata Nanni Balestrini e Primo Moroni, studenti del Ms come Roberto Franceschi, anarchici come Franco Serantini. Saluto a pugno chiuso. Ebbene sì. Si può persino essere imbarazzati, si può pensare che va evitata ogni retorica. Ma volevate non esserci a questo funerale di un combattente per la rivoluzione? Volevate risparmiare quelle lacrime che inevitabilmente a un certo punto vi scendono lungo le gote? Succede, per esempio, quando uno dei suoi compagni legge un ricordo collettivo: «… ti rasserenava al termine di ogni discussione… la sensazione di aver ricevuto qualcosa e la convinzione che il Gallo avesse preso qualcosa…». È un convegno brigatista questa cerimonia così fervida e così laica? Ce ne sono tanti dei compagni d’arme (e stavolta non è un modo di dire) di Gallinari, anche quelli che si trovarono in dissenso con lui. Curcio, Balzerani, Senzani, Fiore, Seghetti. Storie e destini diversi dai suoi, qualcuno più tormentato rispetto a lui che, semplicemente, nel 1988 aveva firmato un documento in cui si riconosceva finita e sconfitta la lotta armata. E dopo aveva vissuto sereno, per quel che può esserlo un uomo mitragliato alla testa e scampato a vari infarti. Ma c’è tanta gente qui al cimitero di Coviolo. Almeno un migliaio di persone. Non tutti ex brigatisti. Ci sono vecchi e giovani, amici del posto, ragazzi dei centri sociali, militanti della sinistra senza paraocchi venuti da vicino e da lontano. Solo un piccolo striscione rosso: «La rivoluzione è un fiore che non muore». Clima teso, tremendo, come in Germania in autunno, ultimo episodio di quel film a dieci firme, Fassbinder, SchlSchlöndorff, Kluge, Reitz tra gli altri, i funerali di Andreas Baader, Gudrun Ensslin e Jan Raspe, i tre «suicidi» di Stammeim? Ma no. Gli agenti della Digos si tengono a distanza, gironzolano, occhieggiano. Gli amici e i compagni di Prospero si raccolgono tranquilli e commossi a commemorarlo. Ognuno a modo suo, chi in forma epigrammatica chi con piccoli comizi. Tonino Paroli: «Non chiamateci terroristi, non lo siamo mai stati». Oreste Scalzone: «Prospero sentiva l’appartenenza ma non come un Rodomonte». Sante Notarnicola: «Vorrei ricordare la generazione degli anni ’50 e ’60, la più pura, la più infelice, la più cara». Facce segnate dal tempo e da delusioni cocenti? Se si vuole, sì. Ma dove non si trovano in giro per le città? Per un amore perduto, per un flirt finito male. E la rivoluzione è un amore grande, un flirt potentissimo. Sempre a cercare, noi, che finisca meglio.

La cerimonia di saluto
Tutti a Coviolo per salutare Prospero Gallinari la cerimonia si terrà domani 19 gennaio alle-14-30
Ciao Prospero
In diretta da Coviolo immagini e parole della cerimonia di saluto a Prospero Gallinari/1
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Ciao Prospero
Gli assenti
Scalzone: Gallinari come Prospero di Shakespeare, “la vita è fatta della stessa sostanza dei sogni”
Fine di UNA storia, LA storia continua
Mai alcuna confessione di innocenza, Prospero

Testimonianze
In memoria di Prospero Gallinari di Oreste Scalzone
Al funerale di Gallinari la generazione più felice e più cara
Su Prospero Gallinari
Gallinari e il funerale che andava fatto anche per gli altri

La storia
Bianconi – I parenti delle vittime convocati via posta per perdonare Gallinari
Prospero Gallinari chiede la liberazione condizionale e lo Stato si nasconde dietro le parti civili
“Eravamo le Brigate rosse”, l’ultima intervista di Prospero Gallinari
Prospero Gallinari quando la brigata ospedalieri lo accudì al san Giovanni
Gli avvoltoi s’avventano sulla memoria di Prospero Gallinari
Gallinari è morto in esecuzione pena dopo 33 anni non aveva ancora ottenuto la libertà condizionale
Prospero Gallinari un uomo del 900
Chi era Prospero Gallinari?
Gallinari e Caselli, il confronto tra cattivi maestri e bravi bidelli
Gallinari, Gotor e le lettere di Moro
Caselli Prospero Gallinari e i cattivi maestri
In risposta a Caselli su Gallinari

“In memoria di Prospero Gallinari”, di Oreste Scalzone

Vorremmo essere qui contadini della terra dove giaci,
e che concimi anzitempo,
companero de l’alma, compagno

(Miguel Hernandez)

E così, il “contadino nella metropoli”, se n’è andato anche lui.
Sempre, di  “un uomo che muore”, si potrebbe venire a dire tutto un
concatenamento,
 una matassa anche aggrovigliata di cose, più o meno
‘rapsodicamente’ e senza l’assurda pretesa di poter racchiudere
chicchessìa in un giudizio, una biografia, un ritratto.
 Qui, tanti
approcci possibili : “Prospero come Prospero”, la persona;
 Prospero
nei contesti, sincronicamente e diacronicamente; Prospero e 
le
mutazioni d’epoca, di “spirito del tempo”, Zeit Geist; Prospero 
nella
lunga onda lunga, onda alta della sovversione, nei movimenti che 
nelle
cronologie possiamo periodizzare come seguìti al Sessantotto, 
e
chiamare “Sessantotto lungo”, lungo un anno, un lustro, e poi due, e
più; 
Prospero uno di noi in senso largo quanto si può, dando per
buone in generale le auto-certificazioni; Prospero e i più
strettamente “suoi”; Prospero e
nojaltri in senso stretto; e in
tanti potremmo scrivere di “Prospero e io”.
Si potrebbe per esempio
cominciare da un Brecht in cui aveva trovato 
qualcuno che gli dava
voce: tra l’Elogio dell’agitatore nella 
cassa di zinco e l’Ode del
lavoro clandestino –
«Bello è / levare la
voce nella lotta di
classe»…
Si potrebbe cominciare dal riaffiorare di ricordi, remoti, recenti…
Ma la rapsodìa
 diverrebbe troppo lunga.
La vita che tira per la giacca, strattona, la vita ‘che tossisce
tutta la notte e non vuol lasciarti dormire’, le voci che
sopravvengono incessanti spintonandosi accavallandosi, fatti e cose,
sussurri e grida, chiamate, perentorie domande, interrogazioni,
replicate da echi, mutazioni mutanti e mutagene, variazioni su tema,
che insorgono come voci-di-dentro : così il <tempo di nostra vita (…)
–  e qui per evitare equivoci, malintesi e illazioni  di dualismi e
differimenti impliciti, introdurrei d’arbitrio una virgola – (…),
mortale>, così, anche così si autodivora, tempus fugit, si restringe,
fugge, sfugge, si consuma – il tempo, manca.
Nel dispotismo, insomma, crudele della misura del tempo, crono-metrìa,
<invenzione degli uomini incapaci d’amare>, non c’è spazio più di
tanto per piangere su noi stessi, che ad ogni addìo ci sentiamo un po’
più soli, e dobbiamo apprendere a elaborare il lutto della nostra
mortalità di esseri di <razza umana>, specie di esseri parlanti, la
cui singolarità – che è innanzitutto il “sapersi” e il “sapersi
sapere”, a cominciare dall’inferenza della mortalità e dell’alterità,
sé/altro: conoscenza/dannazione, ché conoscere implica separazione,
distinzione, divisione, strappamento –, la cui peculiarità  è il
guardarsi vivere sapendosi morir[n]e, strappati alla pienezza di un
presente attanagliato dai tempi che lo riducono a una linea sottile
inconsistente, come a zero.
Corrono così giorni prima che chi vi scrive, sempre più
intempestivamente anche qui, riesca a “metter nero su bianco” almeno
un po’ di quanto aveva cominciato a ‘traghettare’ dalla girandola di
emozioni e riflessioni, al foglio scritto: per tentare di mettere in
comune, per quanto è possibile, la tristezza, il sentirsi ancora un
po’ più soli per la disparizione dalla scena – dal ‘Gran Teatro del
Mondo’, e dalle proprie psico-cartografie più o meno immaginarie di
territori esistenziali, di tutto un arcipelago, <gruppo di isole unite
da ciò che le separa> – di un amico.
E cominciare il lavorìo, il travaglio, travail,
dell’elaborazione del lutto per quest’altro,
ultimo addìo, per la morte – che per noi è la perdita, per lui  la
“fine-del-mondo” – di un compagno, amico, che evoca il pane spezzato
e condiviso, ‘il pane e anche le rose’; la lotta, le spine e le
ferite, il <mi rivolto, dunque siamo>, la ‘vita materiale’  e il
‘sogno di una cosa’ – espressione che non è di Pasolini, è di Marx…
(strana sempre, sorprendente la <chimica mentale>, le reazioni
concatenate, associazioni, sinergismi… mi affiora alle labbra,
finalmente, uno e poi un altro brandello dell’Urlo di Ginsberg
<…sono con te a Rockland, dove venticinquemila compagni matti
cantano tutti insieme le ultime strofe dell’Internazionale. Sono con te a Rockland…>,
e il verso di Miguel Hernandez <alle anime alate delle rose […] ti chiamo,
ché dobbiamo parlare di molte cose, companero de l’alma, companero>).

{A questo punto, per intanto, trascrivo qui di seguito delle prime
riflessioni, che avevamo messo in circolo ‘a caldo’, poche ore dopo la
notizia della morte di Prospero.
   Il tempo manca, ora – ma proseguiremo nei prossimi giorni il
‘filo-del-discorso’ }

Innanzitutto, di Prospero Gallinari, un paio di cose.
Primo, quando nello <spazio pubblico> si discuteva della
sospensione per gravissimi motivi di salute della pena che stava
scontando, ciò che faceva ostacolo, come un macigno, all’applicazione
di questa misura di scarcerazione che la stessa legge prevedeva per
qualsivoglia persona detenuta fosse in  condizioni fisiche gravi ed a
rischio, era una considerazione extra-giudiziaria, d’ordine
ideologico-politico, di natura <sostanzialista>, a carattere
“tipologico”, ad personam: la – diciamo pure –  convinzione, asserita
come certezza, dai Palazzi alle strade, da “scrittori e popolo”,
che Prospero fosse stato attore diretto, anche materiale,
dell’esecuzione dell’onorevole Aldo Moro.
[ In generale, sempre, questa tracimazione dal piano della <verità
giudiziaria> –  che nello stesso Diritto penale una volta mondanizzato
e non più sorretto dalla presa in conto di un’ipotesi-Dio, non può
che essere un <come se>, una congettura, più o meno decentemente
fondata, ma mai, “pe’ la contraddition che nol consente”, certezza
assoluta, talchè una sentenza è pur sempre un <dispositivo di
produzione di effetti di verità> – , questo spostamento ed irruzione
su quello detto nel léssico giuridico <verità storica>, è arbitraria, abusiva.
La più plebiscitaria, unanime <vox populi> non può mai, in
punto logico, aveva la valenza che in altri codici e paradigmi è
attribuita alla <vox Dei>, una volta che questa sia stata dichiarata
caduca, o comunque per convenzione tenuta fuori del campo normativo.
Nel campo penale più che in ogn’altro, la più convincente delle
deduzioni, la più forte delle verosimiglianze, non può essere asserita
come Verità assoluta, come la <Verità>: questo vorrebbe dire
istituire, appunto, un <Ministero della Verità>…
Questa pretesa di veridizione assoluta, “obietiva”,
rende perciostesso falsità ogni illazione, nel momento stesso
in cui la spaccia per certezza avventurandosi sul terreno di ciò che,
in buona filosofia, è inattingibile, salvo ad una eventuale onniscienza –  nello stretto
senso teologico – che “non è di questo mondo”.]

Come si è visto poi, con una successiva e ultima approssimazione alla
verità fattuale che è stata omologata dalla stessa parola finale sul
piano della ricostruzione e decretazione giudiziaria della “verità” in punto di fatto,
nel caso specifico l’illazione aveva un contenuto falso.
Ebbene, nell’altalena di un’ipoteca radicale sul suo destino –
questione “di vita o di morte” in senso stretto e immediato, a dire di
tutte le perizie mediche –, Prospero Gallinari non si lasciò mai
estorcere alcuna confessione d’innocenza. Senza alcuna iattanza,
vociferazione altisonante, enfasi grandiloquente sui bordi delle
economie narcisistiche del “Guerriero” e del “Martire”, dell’eroismo
stile <capace di morire di mille ferite pur di disarcionare
l’Imperatore>, del sacrificio, e poi  dell’auto-identificazione come
vittima.  Semplicemente, un po’ come il<Bartheleby di Melville,
Prospero taceva o rispondeva di non aver nulla da dire,
<I’ld prefer not to>. Esprimeva un rifiuto di entrare nella dialettica
dell’Innocenza e della Colpa. E anche dopo, non ritenne, pur incalzato da
domande che trasudavano innanzitutto stupore come di fronte a un
qualcosa d’impensato e impensabile, non aggiunse una mezza parola che
potesse anche semplicemente validare l’ipotesi affermatasi e non fatta
oggetto di confutazione alcuna.
La cosa parla da sé, non richiede commenti.

Secondo. Prospero che, secondo testimonianze molteplici, convergenti
e al di fuori della minima ombra di sospetto di logica utilitaristica,
perché fuori di ogni possibile “mercato penale”, mercato “delle
Giustizie e delle Grazie”, delle punizioni e delle indulgenze, aveva
pianto, non solo salutando un’ultima volta Aldo Moro, su questa morte.
Viene in mente la tragedia, etica, logica, del rompicapo, del vero e
proprio <dilemma morale>, della <Canzone di Piero> di De André. In
quel caso, dentro il carattere cogente come forza di gravità di un’inimicizia
in quel caso prescritta, comandata e subita, ma comunque
materialmente vigente, stato-di-fatto, il soldato Piero esita e non
spara per primo. Non già per distrazione, per grandezza o grandezzata
d’animo, o altre Elette virtù (in paradigmi diversi da quello
dell’egocentrismo parossistico del patriottismo, dei patriottismi
“eguali e contrari” il cui manifestarsi perfettamente all’unisomo non
può che, perciostesso, divenire massacro): semplicemente, per un
personalissimo egoismo, che gli renderebbe insopportabile <vedere gli
occhi di un uomo che muore>, sopportare lo sguardo di uno che muore per tua mano – è tutto.

Ora, la Storia – soprattutto quella per narrazioni di Grandi eventi,
è piena di chi per “interesse privato” e propensione istintuale,
radicata nella disperata lotta per la sopravvivenza, nella dedizione
alla predazione, alla sopraffazione, all’uso strumentale, al comando,
al possesso, fino all’annichilazione d’altrui.
Chiunque abbia praticato la decisione, l’impresa, il governo, il
comando, ha preso su di sé la responsabilità terribile di causare,
direttamente o indirettamente, la morte d’altrui.
Condottieri, profeti, fondatori di città e d’imperi, sovrani… Nelle
forme moderne in cui tutto questo appare più “automatico”, invisibile,
“oggettivo”, “tecnico”, necessitante, “naturale”.
<Non si governa senza crimine>, come nota Machiavelli nel Principe. […].
Che <un morto sia tragedia e crimine, un milione di morti,
statistica>, è frase terribile, può essere stolta se scagliata come
ritorsione animata da manicheismo,
auto-negazionismo e surrettizia “universalizzazione come Bene”
della propria partigianità, ma è pur sempre attualmente incontrovertibile.

Certo, questo vale anche per chi è ricorso alla violenza per moventi
opposti, d’insorgenza contro tutto questo; ma, dal nostro
irriducibile punto di vita all’opposto di quello istituito e imposto
come ‘corrente’, con una natura radicalmente diversa  (sia pure con
tutti i benefici secondari, d’ordine narcisistica, che può motivare questa condotta del ribelle).
Certo, non si sono mai viste rivoluzioni (e non solo quelle segnate
da una fondamentale omologia e mimetiche, marcate dalla contraddizione
in termini di una rivoluzione statale, ciò che ad avviso di chi scrive
condanna senza appello ad una eterogenesi dei fini e in una
trasformazione nel proprio più atroce contrario […]; ma in generale
anche insurrezioni, guerriglie di resistenza) al netto del sangue.

Ciò detto, una distinzione di tipo etico si può fare, tra chi è
dotato di riflessività, consapevole delle sue responsabilità, e non
pretende – a mezzo della falsificazione delle propagande – di operare
una trasmutazione alchemica che faccia diventare ciò che
intrinsecamente è “male”, intrinsecamente “Bene”, “buono”
(addirittura pretendendo di convincerne chi lo subisce) – e chi no.
Tra chi si trincera, si nasconde dietro l’invisibilizzazione per
astrattizzazione “statistica” – tanto maggiore quanto più alto è il
numero degli schiacciati e sterminati, più indiretta, invisibilizzata,
la responsabilità, occultata da un concatenamento ferreo ma non
immediatamente evidente di cause ed effetti, di decisioni e conseguenze –,
e chi non sfugge il senso tragico della propria responsabilità. Tra chi “manda”, e chi “va”.

Nell’emergere sempre più incontestabile di una corsa delle logiche
istituite ad un crescente assurdo, con tutti i corrispondenti scenari,
la ‘cifra’ etica di un Prospero Gallinari rende tanti irriducibili
Soloni d’ogni taglia e bordo, dei sinistri e grotteschi nanerottoli.
Per intanto una frase:
<Sarà difficile ridurre all’obbedienza chi
non ama comandare>…  […]

il 19 gennaio 2013, prima di partire per Reggio Emilia

Oreste Scalzone, & qualche complice

Tutti a Coviolo per salutare Prospero Gallinari. La cerimonia si terrà domani 19 gennaio alle 14.30

  Si terrà di domani, sabato 19 gennaio, alle 14.30 presso il cimitero di Coviolo in via dei Fratelli Rosselli 5 la cerimonia in saluto di Prospero Gallinari

Coviolo si trova a 4 km da Reggio Emilia. Si può raggiungere prendendo il bus 4 dalla stazione di Reggio Emilia.
Orari di collegamento (una ventina di minuti il tragitto)
13.11  /  13.59   /   14.05   /   14.12

Gallinari-Prospero-3-zoom

Link
Chi era Prospero Gallinari
Prospero Gallinari, un uomo del 900
Gallinari è morto in esecuzione pena. Dopo 33 anni non aveva ancora ottenuto la libertà condizionale
Prospero Gallinari quando la brigata ospedalieri lo accudì al san Giovanni
“Eravamo le Brigate rosse”, l’ultima intervista di Prospero Gallinari
A Prospero Gallinari volato via troppo presto
Ciao Prospero
Prospero Gallinari chiede la liberazione condizionale e lo Stato si nasconde dietro le parti civili

Per saperne qualcosa di più
La biblioteca del brigatista
Il nemico inconfessabile
La biblioteca del brigatista
Mario Moretti, Brigate rosse une histoire italienne
La révolution et l’Etat
La vera storia del processo di Torino al “nucleo-storico” delle Brigate rosse: il Pci intervenne sui giurati popolari
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
Doppio Stato e dietrologia nella narrazione storiografica della sinistra italiana
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella

Gli avvoltoi s’avventano sulla memoria di Prospero Gallinari

Il giorno dopo la sua morte, i media si sono esercitati nel loro macabro rituale. Abbiamo intervistato Francesco Piccioni, che con Prospero ha condiviso buona parte della vita militante


Da www.contropiano.org

15 gennaio 2013

Prospero non c’è più. Ti aspettavi questa reazione dei media?
Tutto sommato sì, anche se c’è sempre una qualcosa di più, di infame, che riesce a sorprendere.

A cosa ti riferisci?
Tutti i giornali e tutti i tg – sia di destra che di centrosinistra – hanno dato sostanzialmente lo stesso servizio, centrato su una frase semplice e ripetuta ossessivamente: “se n’è andato con i suoi segreti”. Nessuno ha provato a chiedersi come mai un uomo con la sua storia, della sua età e con tre infarti sul cuore, se ne stesse andando come tutte le mattine a lavorare, per uno stipendiuccio da precario o quasi, uscendo da una casa popolare. Chi detiene segreti importanti o muore presto o viene ricoperto d’oro, non fa una vita così, no? Ma l’informazione, in Italia, è diventata un semplice copia-e-incolla della “verità” delle agenzie stampa…

È il frutto della “dietrologia”…
Sì, ma con una differenza importante rispetto a 20 o 40 anni fa. Allora la dietrologia era sostanzialmente “di sinistra”. Nel senso che i dietrologi militanti (Flamigni, i fratelli Cipriani, ecc) venivano dal Pci e lavoravano per i suoi giornali. Era una dietrologia orientata dalla teoria di comodo del “doppio stato” (uno fedele alle istituzioni, uno agli ordini di “forze oscure”), ma che era nata dentro uno scontro politico e ideologico a far data dal ’68: chi era “veramente” comunista? Il Pci che guardava al compromesso con le altre “grandi famiglie” della politica italiana (Dc e Psi), oppure i soggetti che guardavano alla Rivoluzione come un obiettivo possibile? Persino “il manifesto”, a quei tempi, venne accusato di esser “pagato dalla reazione”. La dietrologia di oggi è invece un discorso vago, che parla di “misteri” senza nemmeno più nominare gli episodi che in una mente malata o in malafede potrebbero sembrare tali.

Un cambiamento, certo; ma cosa significa?
È come se si fosse raggiunto un certo accordo, per cui è conveniente lasciare la storia di questo paese avvolta nella nebbia anche quando la nebbia non c’è. Del resto, ad un certo punto, per iniziativa di Fragalà e qualcun altro era nata persino una dietrologia di destra, che puntava ovviamente e cercare nella lotta armata le “responsabilità” segrete del Kgb, così come fino a quel punto quella “di sinistra” le aveva cercate nella Cia o nei “servizi deviati”. Ora hanno fatto pace e quindi la versione ufficiale diventa: ci sono dei misteri, non si può risolverli, ma va bene così. Ma è un accordo politico che guarda soprattutto al futuro, più che al passato.

In che senso?
C’è un bisogno disperato di dire che nulla è possibile al di fuori del campo politico disegnato dagli attuali rapporti di forza, che è inutile opporsi, organizzarsi, lottare, progettare futuro. La figura di Prospero rompe decisamente questo schema paralizzante: un contadino comunista che insieme a operai e studenti arriva a “colpire il cuore dello stato”, catturando il principale protagonista del potere dell’epoca. Al di là delle forme storiche, è la prova empirica che l’organizzazione degli sfruttati può raggiungere risultati impensabili. Una constatazione del genere, già da sola, rappresenta una minaccia per la continuità del potere. Specie in tempi di crisi. Quindi bisogna, come direbbe Monti, “silenziarla”. E nulla più della nebbia dei “misteri” può tornare utile allo scopo. Il “mistero” serve a ricacciare tutti nella frustrazione, ognuno racchiuso nella propria individuale impotenza.

Per quale ragione?
Perché un “mistero” è il rovesciamento dell’onere della prova! Non serve più che l’accusatore debba esibire le prove della sua accusa, è sufficiente mettere l’accusato nella posizione di chi deve “soddisfare” le attese dell’accusatore. E naturalmente starà sempre all’accusatore di decidere se “credere” oppure no. Basta guardare l’Unità di oggi, che ripubblica una pseudo-intervista (in realtà una chiacchierata informale con un gruppo di brigatisti prigionieri) fatta a Prospero da Veltroni nel ’93. Con “Uòlter” impegnatissimo a ripetere che “non basta” mai esibire le proprie verità, neppure condite da prove; che insomma bisognerebbe ammettere di “esser stati manovrati”.

Tu hai scritto spesso che la “dietrologia” è anche una questione di interessi economici…
Beh, basti pensare che c’è stata una commissione di inchiesta parlamentare aperta continuativamente per 18 anni. I “consulenti” – come i fratelli Cipriani ed altri – hanno avuto compensi favolosi per tutto il periodo. Figuriamoci se qualcuno di loro poteva accettare di arrivare all’accertamento della verità, di mettere un punto finale… Solo l’archivista della Comissione, Vladimiro Satta, l’unico che sie era letto il milione e mezzo di pagine degli atti, alla fine ci ha scritto un libro definitivo (“Odissea nel caso Moro”) distruggendo tutti i cosiddetti “misteri” uno per uno. A momenti lo accusano di essere un brigatista! Finché c’è mistero, c’è un prodotto da vendere, libri da fare, film da girare, psudo-inchieste giornalistiche che ti riportano sempre al punto di partenza, così magari tra due anni se ne fa un’altra uguale… Su questa strada sonostate costruite fortune politiche, giornalistiche, editoriali, con tanto di poltrone parlamentari e contratti d’oro. Un’industria che poi ha chiuso bottega per manifesta insussistenza dell’oggetto, ma che ha distribuito a lungo dei bei dividendi.

C’è un dato di fatto che può smontare tutta la dietrologia?
Premetto che in queste cose, stabilito un punto, si può sempre ricominciare da capo a inventarne altre. Però, se uno conosce la letteratura dietrologica, tutto si riduce a un solo punto e una sola persona: “Mario Moretti non ce la conta giusta”. Basta guardare alla situazione di fatto. Dei brigatisti storici e di tutti gli uomini e donne di via Fani, soltanto uno è ancora in carcere, e da 32 anni: Mario Moretti. Un osservatore neutro ne trarrebbe una sola conclusione: Mario ha sempre detto la verità e sta pagando di persona per essere stato a capo dell’organizzazione che ha “messo paura” al potere in Italia. Del resto, al governo di questo paese ci sono stati piduisti ed ex comunisti, democristiani “tecnici” e ora persino il capo europeo della Trilateral. E Mario è sempre rimasto dentro, da semilibero, con una lavoro che rende poco e che si deve continuamente inventare. Vale quel che ho detto prima per Prospero: che detiene segreti “decisivi” o muore presto e viene coperto d’oro. Altrimenti, è uno che ha sempre raccontato la verità. Che poi questa sia sgradita, è cosa che pone domande sugli accusatori, non sull’accusato.

Torniamo a Prospero, per concludere. Di tutti i ricordi pubblicati oggi, ce n’è qualcuno un po’ meno falso della media?
Diciamo che soltanto uno è completamente onesto e veritiero, quello di Giovanni Russo Spena, sul manifesto di oggi. Per il resto, è la sagra del fasullo, con abissi di ignominia toccati ad esempio da Ferdinando Imposimato. E con l’eccezione illuminante di Severino Santiapichi, il presidente della Corte d’Assise che ci condannò in 32 all’ergastolo, all’inizio dell’83. Il quale rinonosce la serietà e la correttezza dell’atteggiamento nostro e di Prospero. Sembra insomma che soltanto tra nemici veri, che si sono combattuti sul serio, come fu anche con Francesco Cossiga, si possa stabilire quel riconoscimento della verità che è la base su cui si può istituire un qualsiasi confronto. Coi leccaculi che vivono dietro una scrivania, invece, non è proprio possibile. E’ come parlare di montagna con chi l’ha vista in fotografia…

Qual’è stata la sua importanza, nella vostra storia?
È stato il militante che dava l’esempio, senza alcuna preoccupazione individualistica. Un esempio per come – da contadino orgoglioso delle proprie origini – ha “studiato di notte”, rubando ore al riposo dopo il lavoro, per migliorare la propria conoscenza. Per come ha interpretato la dimensione del “collettivo”, del fare insieme, dell’assumere ruoli di direzione soltanto perché “qualcuno deve pur farlo”, mantenendo sempre quel distacco autocritico che consiste nel non darsi individualmente troppa importanza. È qualcosa che oggi appare difficile persino da raccontare, figuriamoci a spiegarlo. Ma chiunque abbia “militato” davvero in un’organizzazione rivoluzionaria, dove si rischia la vita e non c’è una poltrona (e uno stipendio) da conquistare, sa che la posizione di vertice è un ruolo funzionale; che il “dirigere” è un’attività complessa che viene fuori come risultante dall’insieme dei militanti. Anche nelle ultime interviste appare evidente questo lato della sua cultura umana e politica. E’ il suo contributo alla politica comunista anche dopo la sua morte, che sapeva poter arrivare in qualsiasi momento.

Link
Gallinari e Caselli, il confronto tra cattivi maestri e bravi bidelli

Chi era Prospero Gallinari
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Doppio Stato e dietrologia nella narrazione storiografica della sinistra italiana
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella

Enrico Triaca denunciò le torture subite ma venne condannato per calunnia. In un libro il torturatore (Nicola Ciocia, alias De Tormentis) rivela, «era tutto vero». Parte la richiesta di revisione

Ora nessuno potrà più girare la testa dall’altra parte. E’ stata depositata la richiesta di revisione contro la condanna per calunnia ricevuta da Enrico Triaca dopo la denuncia delle torture subite. Non poteva essere altrimenti dopo le rivelazioni fatte dal suo stesso torturatore, l’allora funzionario Ucigos Nicola Ciocia (soprannominato professor De Tormentis per la sua abilità con la tortura dell’acqua e sale), nel libro di Nicola Rao,  Colpo al cuore: dai pentiti ai “metodi speciali”, come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata, Sperling&Kupfer 2011.
Da sottolineare come questa richiesta di revisione sia un atto mirato ad innescare un meccanismo che porti a fare degli ulteriori passi verso l’accertamento della verità sui fatti; non chiede condanne (i reati sono prescritti), al contrario esige che venga tolta l’unica condanna erogata (e scontata) in modo scandaloso contro Enrico Triaca


[…]

Nella hall di un albergo di Napoli un sabato pomeriggio, il 12 febbraio 2011. Accompagnato dalla sua signora, che ha preferito rimanere in disparte, il «professor de tormentis» (che, dopo essere stato nominato questore, abbandonò la polizia e oggi fa l’avvocato) ha deciso di affrontare la situazione, accettando di rispondere (anche se alla sua maniera) alle mie domande.

Prima di cominciare, gli ho chiesto se avesse nulla in contrario a che il colloquio fosse registrato, e lui ha acconsentito.

Il personaggio ha una sua dignità e un suo mondo. Nel suo esordio c’è tutto: «Io sono stato un combattente, perché quella contro le Brigate Rosse era una guerra. Una vera e propria guerra». E in guerra ogni mezzo è lecito per concluderla e vincerla.

Entro subito nel merito: «Quando è stato deciso di procedere al trattamento? Quando le è stata delegata la gestione di questa pratica? Quando ha cominciato a mettere su la sua squadra? Perché solo dopo il rapimento di un generale americano e non prima?»

Ecco la sua risposta: «Lo avevamo fatto anche prima… con Triaca [esponente delle Br arrestato subito dopo il delitto Moro, N.d.A.]. Comunque il trattamento è anche una cosa molto razionale. Non solo fisica. Nel senso che, se viene davanti a te una persona arrestata che tu, per l’esperienza che hai, ritieni uno che offende la tua intelligenza, perché nega l’evidenza e magari dice evidenti cazzate, non ha senso dirgli: ‘Scusi, è stato lei a commettere quel delitto?’ Così non si ottiene niente. Allora gli chiedi: ‘Ma perché vuoi offendere la mia intelligenza? Non si offende l’intelligenza di un rappresentante dello Stato’. E allora il… ehm… come dire… il contrasto, ecco, sì, il contrasto fra noi e loro entra nella fase… importante».

Nicola Ciocia è l’uomo di spalle, basso dinstatura e con la chiera

«De Tormentis» era l’eteronimo sotto il quale si nascondeva l’identità di Nicola Ciocia, il funzionario Ucigos (oggi denominata Polizia di prevenzione) a capo della speciale squadra addetta alle sevizie, in particolare alla tecnica del waterboarding, utilizzate per estorcere informazioni durante gli interrogatori contro i militanti, o supposti tali, arrestati con l’accusa di appartenere alle Brigate rosse.
In una intervista rilasciata al secolo XIX il 24 giugno 2007, sotto anonimato, “De Tormentis” raccontava di aver prestato servizio in polizia per quasi tre decenni, dove era entrato alla fine degli anni Cinquanta uscendone con il grado di questore per poi esercitare la professione di avvocato (un vero insulto alla categoria) presso il foro di Napoli.
Sempre “De Tormentis” aggiungeva di aver lavorato in Sicilia, partecipando alle inchieste che portarono alla cattura di Luciano Liggio e Totò Riina (il primo arresto di quest’ultimo, nel 1963, prima della lunghissima latitanza), poi a Napoli, sia alla squadra mobile sia all’ispettorato antiterrorismo creato da Emilio Santillo per approdare dopo lo scioglimento dei nuclei antitetrrosismo di Santillo all’Ucigos (Ufficio centrale per le investigazioni generali e le operazioni speciali), dove ha coordinato i blitz più «riservati».
Nella stessa intervista riferiva di essere raffigurato in una delle foto simbolo scattate in via Caetani, tra gli investigatori vicini alla “Renault 4″ dove si trovava il corpo senza vita di Moro

Per approfondire
Triaca: “De Tormentis mi ha torturato così
Triaca: dopo la tortura l’inferno del carcere/ seconda parte
Che delusione professore! Una lettera di Enrico Triaca a Nicola Ciocia-professor De Tormentis
“De Tormentis” è venuto il momento di farsi avanti

Estate romana: Scalzone «Veltroni manipola la memoria di Renato Nicolini e lo arruola nel partito dell’emergenza antiterrorista»

La figura di Renato Nicolini, l’inventore dell’Estate romana recentemente scomparso, l’Effimero, le periferie della capitale negli anni 70. Parla Oreste Scalzone ed è subito tabula rasa del cretinismo veltroniano

 

di Paolo Persichetti
Altri 24 agosto 2012

«Era uno spirito dubbioso e critico con un fondo di timidezza da cui provava a difendersi con una punta di dandismo. Di lui si potrebbe dire che era un poeta libertario e comunista». La figura di Renato Nicolini affiora tra fiotti di ricordi che mischiano vissuto pubblico e personale. Un fatto quasi inevitabile se a raccontare è Oreste Scalzone.
Era l’estate del 1979, da alcuni mesi l’ex esponente di Potere operaio era finito in carcere per la retata giudiziaria del 7 aprile. A fargli compagnia migliaia di altri prigionieri politici. Lucia Martini, sua moglie, conosceva bene Nicolini per aver frequentato la stessa facoltà di architettura a Valle Giulia, nei primi anni 60, ed aver dato vita insieme alla prima occupazione nell’Italia del dopoguerra. «Lucia – spiega Oreste – si ricorda ancora di una cosa che le era sembrata la più grande assemblea del mondo, durante l’Estate romana. Nicolini la chiamò sul palco di piazza di Siena e le fece leggere una lettera che le avevo mandato dal carcere».
Cosa? Ho capito bene? Mi chiedo fra me e me mentre Oreste continua a snocciolare un episodio dietro l’altro, raccontando aneddoti picareschi, surreali, sempre sintomatici, sulla falsa riga di chi ritiene che prendersi sul serio sia in fondo la cosa meno seria che si possa fare nella vita. «Aspetta, aspetta, Ore’, fermati un attimo», non solo glielo dico ma ci riesco pure.
Alla cerimonia ufficiale di commemorazione che si è tenuta alla Protomoteca del Campidoglio, Walter Veltroni, e il suo replicante Gianni Alemanno, hanno sostenuto cose che vanno in direzione esattamente opposta. Oreste però conferma tutto e rincara pure la dose: «Nel 1983 Nicolini venne a Parigi, dove ero rifugiato, per partecipare ad una iniziativa al Beaubourg. Ero andato a curiosare anch’io. Quel giorno c’era pure Rino Serri, che dopo Trivelli e prima di Occhetto era stato segretario della Fgci, quello della mia prima tessera. Renato terminato l’incontro ufficiale venne a casa nostra».

A casa di un latitante? Veltroni ci rimarrà male quando lo verrà a sapere. Alla commemorazione ha detto che l’Effimero «è stata una risposta straordinaria a chi, negli anni di piombo, voleva che vincesse la paura, che la gente restasse chiusa in casa».
La gente chiusa in casa negli anni ‘70? Ormai abbiamo una nomenclatura demenziale. La coppia Veltroni-Alemanno mi ricorda i fratelli de Rege, una coppia di comici famosi negli anni ’60 che ispirò Walter Chiari e Paolo Panelli.

Se non è vero quello che racconta Veltroni o capita di leggere su Repubblica, allora l’Effimero che cosa è stato?
Certo non un capitolo della lotta contro il terrorismo, come ora qualcuno va raccontando pretendendo di arruolare Nicolini nella truppa dell’emergenzialismo. Il termine fu coniato con un intento dispregiativo dai suoi nemici, a destra come a sinistra. La politica culturale di Nicolini fu una rottura che metteva al centro la parola, l’attimo, l’immagine, l’immanenza, perché materialista non è per forza il calcestruzzo e il resto è roba dello spirito. Forse tutto ciò è stato possibile perché il Pci era un partito che tracimava ormai da tempo, dalla morte di Togliatti che probabilmente quella politica non l’avrebbe mai permessa… Nicolini era sì capitato nel Pci, ma prima era stato dissidente, un po’ gauchiste. Perché in fondo il Pci era ciò che passava il convento e dopo per alcuni restava una sorta di fedeltà. Ma il partito non era più una specie di dio, come scrisse una volta Otto Rühle: “la rivoluzione non è affare di partito”.

La prima edizione dell’Estate romana è del 1977. Un anno cruciale. Nicolini con il suo assessorato alla cultura fece scelte molto diverse dalla politica condotta dal Pci a livello nazionale.
Quelli erano gli anni dei divieti di manifestare, dove ogni assembramento era percepito come un’adunata sediziosa e anche ai concerti interveniva la polizia. Che l’Estate romana sia finita, forse oltre gli intendimenti del suo stesso creatore, per andare in controtendenza rispetto al plumbeo dell’emergenza giudiziaria antiterrorista, sostenuta in prima fila proprio dal Pci, è un dato di fatto. Fu come una grande respirazione. La città riprese fiato. Non è vero che la popolazione romana fosse barricata in casa perché c’erano le Brigate rosse. Forse questo era vero per gli esponenti della nomenclatura politico-economica, gli uomini degli apparati o dei grandi media, non più di due-tremila persone. Ma gli altri, i giovani delle borgate, se non potevano andare in centro era perché non avevano una lira in tasca, perché le periferie erano ghetti, perché la città non era fatta per loro, non li gradiva, non prevedeva la loro presenza. C’era uno sfacelo sociale e quello era il piombo del cielo sulla loro vita, non le stupidaggini che racconta oggi Veltroni.

L’anno prima c’era stata la festa del proletariato giovanile al parco Lambro di Milano a cui parteciparono 150mila persone.
Invece di reprimerli Nicolini offrì una risposta a questa espressione di “nuovi bisogni”, come allora si chiamavano, rivendicati da larghi strati del movimento di quegli anni. Va incontro ad una dirompente domanda di convivialità, al desiderio di cultura proveniente dal basso. Pensate al festival dei poeti sulla sabbia di Ostia, davanti a migliaia di giovani col palco che crolla perché ognuno voleva salire a recitare i suoi versi. Capisco che Veltroni si è dovuto confrontare con le veline. In fondo ognuno è portato a misurarsi con l’epoca che si merita. Portando le periferie in centro Nicolini rompe anche il muro di classe che impediva l’accesso alla cultura di massa. L’evento non è più la prima della Scala ma cinquemila persone sedute davanti all’arco di Costantino a vedere la rassegna cinematografica di Massenzio.

Il processo contro Sud Ribelle: la filosofia di una inchiesta degna dell’inquisizione

E’ diventata definitiva l’assoluzione per i 13 militanti di Sud Ribelle accusati nel 2002 di associazione sovversiva e attentato agli organi costituzionali. Ieri sera la quinta sezione penale della corte di cassazione, accogliendo la richiesta del procuratore generale, ha respinto il ricorso della procura generale di Catanzaro contro la sentenza con cui la corte d’assise d’appello della città calabrese aveva confermato le assoluzioni dei 13 imputati nel luglio 2010, già pronunciate in primo grado dalla corte d’assise di Cosenza, nell’aprile 2008. 
L’indagine costruita dal Ros di Ganzer aveva fatto il giro delle procure d’Italia senza trovare credito fino a quando, nel novembre 2002, venne accolta dalla procura di Cosenza che spiccò gli ordini di perquisizione e arresto.
Grazie ad una testimonianza di Eva Catizzone (che cito qui sotto), all’epoca sindaco di Cosenza, ho scoperto solo oggi che tra gli oggetti sequestrati agli imputati c’erano alcuni miei libri. Non so che uso ne abbiano poi fatto i Ros e la procura nel corso dell’inchiesta. Posso immaginare: con la mia consegna straordinaria alle autorità italiane da parte della polizia francese, avvenuta nell’agosto precedente, ero stato trascinato nel cuore dell’inchiesta sulla morte di Marco Biagi, grazie ad una montatura orchestrata dal duo Vittorio Rizzi-Paolo Giovagnoli (il primo alla guida del gruppo di inquirenti che indagava sull’episodio; il secondo titolare dell’inchiesta nonostante l’intima amicizia e il lungo legame di famiglia con la vittima). Quei libri servivano a condire il contesto e suggerire immediate equazioni.
Ripropongo l’articolo che, ignaro di tanto interesse,
scrissi dalla cella d’isolamento del carcere di Marino del Tronto per Liberazione subito dopo gli arresti.  

La testimonianza di Eva Catizzone: «Mi svegliai, quella mattina, con la telefonata del Dottore (Francesco Francesco Febbraio) e col rumore degli elicotteri sulla testa della città. Ero Sindaco. Quando lessi l’ordinanza ne colsi subito il tentativo maldestro. Entrarono, di notte, gli uomini di Ganzer, col passamontagna nero calato sul volto, nelle case dei cosentini e delle cosentine. Sequestrarono i libri di Paolo Persichetti e i ragazzi furono portati a Trani, nel supercarcere. Poi venne quella straordinaria giornata di partecipazione, di libertà, di civiltà, vissuta insieme a Franco Piperno, Luca Casarini, Nichi Vendola e 100 mila altri. Era un sud diverso, libertario e ribelle, che resisteva all’omologazione del pensiero. Oggi viene resa giustizia. E’ finito un incubo, per molti personale (penso alle famiglie), per tanti collettivo. Mi resta ancora impresso nella memoria l’odore dei fiori lanciati, dall’alto dei balconi, al nostro passaggio».

Venerdì 15 novembre 2002, esattamente una settimana dopo il Forum sociale di Firenze e la manifestazione nazionale contro la guerra che vide scendere in strada quasi un milione di persone, venti militanti della rete Sud Ribelle vengono arrestati. Si trattava di una operazione preparata da tempo e mediaticamente congeniata, intervenuta alcune ore prima dell’incontro previsto davanti ai cancelli tra gli operai siciliani della Fiat di Termini Imerese, collocati dall’azienda in cassa integrazione. Il provvedimento di detenzione cautelare emesso dal Gip di Cosenza, ispirato da un famoso rapporto del Ros dei Carabinieri, precedentemente rifiutato dai magistrati di Genova e Napoli, affermava di perseguire atti di «sovversione contro l’ordinamento economico dello Stato». Le accuse specifiche richiamavano gli avvenimenti del marzo 2001, a Napoli, e del luglio 2001, a Genova.

La filosofia di una inchiesta degna dell’inquisizione

Paolo Persichetti
Liberazione
, mercoledì 27 novembre 2002

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Le motivazioni impiegate dal Gip del tribunale di Cosenza nel concedere la liberazione di alcuni militanti No Global arrestati nei giorni scorsi confermano come l’inchiesta condotta da quella procura sia solo una torva avventura inquisitoria. I provvedimenti di rimessa in libertà si giustificherebbero – secondo il magistrato – «per il venir meno della pericolosità sociale desunta dalla sopravvenuto» – o almeno supposto tale – «ripudio della violenza pronunciato nel corso degli interrogatori». sud-ribelle1 Ora, ci sembra che se in questo episodio esiste una vera confessione spontanea e totale, essa viene da quanto scrive il magistrato. Parole che confermano come la detenzione cautelare venga usata come una forma di sanzione delle opinioni dell’indagato e l’abiura (do you remember dissociation?) il requisito essenziale per ottenere la libertà.
Di questa vicenda, come di altre, non interessano le eventuali risposte strappate a chi, sottoposto a pressione coercitiva, è stato messo in condizione d’inferiorità. Cos’altro è il carcere preventivo, appesantito dalla situazione d’isolamento giudiziario disposto in un istituto di massima sicurezza, se non un tentativo d’intimidazione psicologica, di minorizzazione dell’indagato?
Ci interessano invece le domande dell’inquisitore, di colui che si trova in posizione di vantaggio, privo di condizionamenti se non quelli della propria coscienza (se mai ne ha una), fresco e riposato, sostenuto dall’ausilio della forza coercitiva di cui dispone, dalle informazioni raccolte durante mesi di violazione della sfera privata del suo ostaggio, e di cui ha disposto il saccheggio della vita e dei beni, la perquisizione della casa, infrangendone l’intimità, invadendo e appropriandosi d’oggetti a lui cari, di strumenti di lavoro, dei segreti e dei ricordi, appunti e sogni, ed a cui vorrebbe – dopo tutto ciò – curare l’anima, rieducare la coscienza, misurare i valori etici, raddrizzare la morale, arrogarsi il diritto di giudicare il percorso personale svolto nel fetore di una putrida cella di sicurezza.
Non vorremmo esser tornati ai tempi delle edificanti parabole nelle quali l’inquisitore indulgeva nel ruolo di confessore, raccogliendo i peccati, assolvendo le anime e confiscando i corpi. La proliferazione dei reati associativi, ben sette quelli presenti nel nostro codice penale, la solida permanenza dei reati d’opinione, altrimenti detti «politici», reati di fine e di pericolo, facilita la concezione inquisitoria del ruolo della magistratura. Interpretazione che ha incentivato brillanti carriere politiche e istituzionali. Scompaiono in questo modo le domande sui fatti specifici e circostanziati, sui comportamenti concreti e si moltiplicano le richieste sulle proprie idee, opinioni, posture dell’anima e intenti del pensiero. S’intavolano processi alle intenzioni, vere, presunte, supposte, attribuite, persino inconsce.
Ma le motivazioni addotte dalla dottoressa Plastina nella sua ordinanza di rimessa in libertà sollevano numerose altre riflessioni sulla cultura politica e civile ormai imperante non solo nel nostro paese. Esse ci interpellano su quella sorta di richiamo all’ordine che viene rivolto non solo ai nuovi movimenti, ma alle possibilità che ciascuno di noi ha, in pubblico come in privato, di pensare, avere dubbi, esercitare critica senza costrizioni, intimidazioni, ipoteche e minacce.
Argomentando in questo modo le scarcerazioni, il magistrato di Cosenza ha dato prova di una notevole quanto abile dose di malizia. Affermando che l’adesione esplicita ai principi della nonviolenza priverebbe l’indagato di un qualsiasi profilo di pericolosità sociale, la dottoressa Plastina ha introdotto una micidiale quanto perfida equazione tra nonviolenza e legalità. toto-peppino-e-fiordalisi1Mettiamo ora da parte la domanda legittima che questa circostanza induce: ovvero se la funzione di magistrato attribuisca un magistero sulla verifica delle dottrine morali e filosofiche seguite dagli individui. A che titolo un operatore della giustizia, che si avvale quotidianamente di quella dose di forza coercitiva normata (diritto), ritenuta necessaria alla regolazione sociale, può sindacare moralmente sul grado di violenza altrui? Domandiamoci, invece, se è possibile, in punto di dottrina ed esperienza storica, accettare una simile confusione tra nonviolenza e legalità?
Per quanto ci risulta, Thoreau, Gandhi e Luther King, concepivano e praticavano la nonviolenza come disobbedienza alle regole, dunque alla legge, per lottare contro situazioni di ingiustizia. La dottoressa Plastina fa molto bene il suo lavoro riassumendo la nonviolenza all’interno del paradigma della legalità. Conduce in questo modo, all’insegna di quella che fu la magistratura combattente durante l’emergenza degli anni Settanta, una battaglia su due fronti: quello giudiziario e quello del senso, ovvero sulla visione legittima delle cose da imporre. Stupisce, invece, che i nonviolenti non abbiano avuto in proposito nulla da obiettare. Sorprende tanta timidezza e tanto silenzio. Dobbiamo pensare che dietro vi sia soltanto il segno di una superficiale distrazione oppure che il magistrato di Cosenza tutto sommato abbia ragione?

Link
Sud Ribelle, una lettera di Claudio Dionesalvi
Genova G8, violenze, torture e omertà: la cultura opaca dei corpi di polizia
Carlo Giuliani, quel passo in più mentre tutti gli altri andavano indietro
Aporie della nonviolenza-1/continua
Esilio e castigo, retroscena di una estradizione

La biblioteca del brigatista

Cosa leggeva un brigatista nel settembre 1978?

Nonostante la semplicità della domanda pochi se la sono posta. Eppure la risposta avrebbe aiutato a comprendere meglio la storia di una delle componenti politiche più importanti che hanno dato vita alla lotta armata in Italia tra gli anni 70 e 80. I materiali ci sono, una documentazione immensa, repertata nelle migliaia di procedimenti penali e verbali di sequestro realizzati nel corso di oltre 20 anni di inchieste, operazioni di polizia e processi. Basterebbe andarli a cercare, leggerli, studiarli. Quanti lo hanno fatto? Io ne conosco solo due che hanno lavorato in questo modo: Marco Clementi e Miguel Gotor. Agli antipodi, ma non importa.
Cosa si ricava dal ricorso al metodo storiografico? Si smontano molte leggende, fandonie, luoghi comuni, crolla l’intera impalcatura dietrologica. La presenza di un libro della Kollontaj ridimensiona persino la critica femminista che tacciava la lotta armata di “machismo” nonostante nei gruppi armati di sinistra la presenza femminile sia stata di gran lunga più alta di qualsiasi altra formazione politica, extraparlamentare o istituzionale. Nell’appartamento di via Montenevoso 8, a Milano, c’erano i libri (sarebbe stato interessante poterli riavere tra le mani per osservarne le sottolineature, i commenti a margine, ma molto probabilmente saranno finiti al macero o forse in qualche armadio dei reparti antiterrorismo, i cui membri saccheggiavano senza scrupoli le librerie dei militanti arrestati)
impiegati come fonti per la realizzazione dei comunicati scritti durante il sequestro (il ritratto biografico-politico di Aldo Moro ripreso da un volume di Aniello Coppola, pubblicato da Feltrinelli due anni prima del rapimento) ed altri utilizzati per redigere le domande al prigioniero. Spiccano due assenze: non c’era L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato di  Engels, il libro de chevet dell’ex maoista Marco Bellocchio infilato come i cavoli a merenda in una scena demenziale del suo film (quella del mantra) sul rapimento Moro, Buongiorno notte (2003); non c’erano neanche liriche innegianti al calibro ben oliato o le bottiglie di Veuve Clicquot che riempivano i frigoriferi della case dove si nascondeva Sergio Segio.
Ancora più interesante è la genealogia della cultura politica brigatista che si può ricavare da queste letture. Certo è solo un primo elemento che andrebbe sovrapposto ad un lavoro di analisti dei testi. E’ l’inizio di una possibile, anzi utile pista di ricerca. In ogni caso è evidente come l’album di famiglia stalino-togliattiano richiamato come immagine dalla Rossanda, a dire il vero per polemizzare con chi diceva che i brigatisti erano dei “fascisti travestiti di rosso”, “agenti provocatori sotto controllo della Cia”, non era esatto. Altri dati poco studiati, le rilevazioni sociologiche sulle biografie politiche, ci dicono che la provenienza degli imputati per appartenenza alle Br non è riconducibile all’image d’Épinal del gruppo di fuoriusciti dalla Fgci di Reggio Emilia o agli studenti un po’ cattolici dell’università di sociologia di Trento. Ci sono le fabbriche milanesi, torinesi e genovesi. La diaspora di Potere operaio e di altre formazioni che operavano nelle borgate romane. L’onda lunga del 77. Pezzi di Autonomia veneta, Porto Marghera. L’area napoletana. E poi ancora le periferie romane degli anni 80.
Basta avere voglia di fare ricerca vera, libera, fuori dai preconcetti delle baronie universitarie lottizzate, dagli anatemi di re Giorgio e da chi ha messo in piedi quella rete di controllo della memoria che è il portale promosso dall’archivio Flamigni con la bendizione del Quirinale.

Ma torniamo al questito iniziale: cosa leggevano i brigatisti?

Via Montenevoso, 8: il nascondiglio segreto dietro un pannello rimosso nell’ottobre 1990 da un muratore

E’ la domanda a cui risponde Miguel Gotor esaminando con gli occhi dello storico il materiale repertato dai nuclei speciali del generale Dalla Chiesa dopo l’irruzione nell’appartamento di via Montenevoso 8, a Milano, il 1° ottobre 1978. Quella di Montenevoso era una base importante, una sorta di archivio delle Brigate rosse, scelta per conservare e preparare l’opuscolo che avrebbe dovuto raccogliere i materiali dell’interrogatorio (il cosiddetto “memoriale”) del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro. Al suo interno vivevano due esponenti dell’esecutivo nazionale della Brigate rosse: Lauro Azzolini e Francesco Bonisoli, entrambi “clandestini”. Il primo, trentacinquenne ex operaio della Lombardini di Reggio Emilia; il secondo, ventitreenne ed anche lui di Reggio Emilia, aveva preso parte nel marzo precedente all’azione di via Mario Fani, dove venne prelevato Aldo Moro. Insieme a loro da pochi giorni era arrivata anche Nadia Mantovani, venticinquenne, originaria di Padova e studentessa in medicina, latitante da poche settimane dopo che si era sottratta al domicilio coatto (confino) a cui era stata assegnata dopo un primo arresto. L’appartamento era stato individuato in agosto e tenuto sotto stretta sorveglianza per alcune settimane, il tempo di agganciare gli altri contatti, scoprire altre basi e farvi irruzione.

Dalle sessanta fitte pagine del verbale di sequestro, redatto dai carabinieri dei reparti speciali che occuparono l’appartamento nei  5 giorni successivi, prima di essere sloggiati con modi alquanto bruschi da altro personale dell’Arma appartenente alla struttura territoriale di Milano che faceva capo alla caserma Pastrengo (1), si ricava un interessante profilo della bibliografia brigatista che Miguel Gotor (2) descrive in questo modo (cfr. Il memoriale della Repubblica, Einaudi 2011, pp. 51-54):

Il lungo elenco consente di scattare una radiografia della vita quotidiana dei militanti delle Brigate rosse e di catalogare oggetti «comuni a un’intera generazione di giovani: non marziani, come sono diventati lentamente nel ricordo obliquo e reticente dei loro compagni di strada, man mano che costoro si separavano da quell’esperienza umana e politica che li aveva lambiti come un’onda improvvisa, senza travolgerli. Più che dalle intenzioni, spesso salvati dal puro caso: un appuntamento mancato, un amore improvviso, un figlio inatteso, la cartolina del servizio militare».

Nella base i militi «trovano centinaia di dattiloscritti fitti di analisi economiche e numerose rassegne stampa, in particolare sulla realtà industriale lungo l’asse Milano-Torino, non solo auto, ma anche chimica e siderurgia. Diari mensili riguardano lo stabilimento della Lancia di Chiasso (maggio e giugno 1978), una Relazione Fiat Mirafiori carrozzeria e presse, uno scritto intitolato La Fiat degli Agnelli, un documento politico sull’Ansaldo, il cui stabilimento è adesso a Milano uno spazio espositivo per l’alta moda (3). E poi i libri: non molti, ma ben scelti. Una piccola biblioteca portatile di edizioni recenti. Un vero e proprio campionario dell’internazionalismo rivoluzionario operaio e studentesco, oggi sopravvissuto tra le bancarelle dei bibliofili o negli scomparti virtuali di eBay a testimonianza di un’antica vitalità ormai dispersa; ieri strumenti preziosi per capire un mondo in ebollizione tra rivolte anticapitaliste, resistenze a regimi dittatoriali neofascisti e processi di decolonizzazione in atto con le loro speranze di giustizia e di riscatto: un altro socialismo sembrava ancora possibile».

Il mobiletto di via Montenevoso 8, dietro il quale si celava il pannello-nascondiglio come venne fotografato dai carabinieri nei primi giorni dell’ottobre 1978

Tupamaros, Kollontaj, Pisacane, Weather Underground, Bettelheim , Brecht, Mao…
Lotta armata in Iran di Bizhan Jazani, teorico socialista iraniano morto nel 1975;  La resistenza eritrea di Piero Gamacchio e, dentro un baule, Prateria in fiamme, ossia il programma politico dei «Weather Underground» il movimento di ispirazione marxista statunitense; Tupamaros: libertà o morte di Oscar José Dueñas Ruiz e Mirna Rugnon de Dueñas; La rivoluzione in Italia di Carlo Pisacane, eroe risorgimentale che la riscoperta resistenziale di Giaime Pintor (4) aveva riportato alla considerazione dei movimenti rivoluzionari italiani in maniera ben più radicale di quanto la scolastica Spigolatrice di Sapri avrebbe mai lasciato supporre con la sua apparentemente innocua cantilena. E poi l’edizione einaudiana del Dialoghi di profughi di Bertolt Brecht a cura di Cesare Cases e il classico del femminismo Vassilissa: l’amore, la coppia, la politica. Storia di una donna dopo la rivoluzione dell’eroina sovietica Aleksandra Kollontaj. Non manca l’attenzione al tema delle partecipazioni statali e della riorganizzazione dell’impresa pubblica italiana (Lo Stato padrone, La borghesia di Stato), al mondo della nuova televisione (L’antenna dei padroni), alla realtà delle multinazionali quando il termine globalizzazione non era ancora entrato in voga (Multinazionali: tutto il loro potere in Europa, a cura di Stephen Hugh-Jones, e Multinazionali e comunicazioni di massa del sociologo francese Armand Mattelart). In camera, in un comodino di fianco al letto, «numerose riviste pornografiche», una Settimana enigmistica, la «Lotta di classe in Urss con annotazioni» del marxista critico Charles Bettelheim e le Opere scelte di Mao Tse-tung. Occhieggia persino «un libro dal titolo Carabinieri (di barzellette)», come registra con involontario senso dell’umorismo il verbalizzante, quello illustrato da Bertellier e pubblicato da Samonà e Savelli, forse come omaggio all’abusato slogan di quegli anni: «una risata vi seppellirà» (5).

Materiali e libri che servirono da fonti per redigere i comunicati e preparare le domande a Moro
Alla luce della lettura dei comunicati brigatisti divulgati nel corso dei cinquantacinque giorni non meraviglia la presenza della biografia di Aldo Moro scritta da Aniello Coppola (6), dal momento che il profilo dell’uomo politico contenuto nel secondo messaggio sembrò agli osservatori più attenti ripreso proprio da quel libro. E neppure stupisce, se si fa riferimento alle parti dell’interrogatorio in cui Moro fu costretto a rispondere sulle attività di antigueriglia della Nato in Italia e sulla cosiddetta strategia ella tensione, il rinvenimento di una relazione sulla «Rosa dei Venti», e di una copia del libro Il sangue dei leoni, edito nel 1969 da Feltrinelli (7). Il volume pubblicava nella prima parte un lungo discorso del leader congolese Édouard-Marcel Sumbu, ma dissimulava al suo interno il ben più intrigante «Manuale delle Special Forces», in cui erano riassunte le principali tecniche di antiguerriglia e di sabotaggio messe in pratica dai «Berretti verdi» statunitensi nei quadri bellici non convenzionali della guerra fredda. Desta interesse la copia di un discorso di Umberto Agnelli del 1976, poiché una delle domande a cui Moro dovette rispondere riguardò proprio i meccanismi che portarono alla sua elezione nelle file della Dc in quell’anno. Una serie di riscontri occasionali che confermano i rapporti organizzativi  intercorsi lungo la linea Roma-Milano, via Firenze, tra il nucleo operativo che gestì il sequestro e l’interrogatorio di Moro e il comitato esecutivo di cui facevano parte anche Azzolini e Bonisoli, ossia gli occupanti di via Montenevoso.

Genealogia politico-culturale della rivoluzione brigatista: non c’erano Togliatti e Zdanov, anzi non c’era nemmeno “l’album di famiglia”, di cui scrisse Rossanda, ma le correnti del neomarxismo degli anni 60 del Novecento
Si tratta di un pachetto di libri assai lontani dall’armamentario tipico del militante comunista iscritto al Pci, piuttosto sono letture tipiche della nuova sinistra extraparlamentare di quel decennio, con suggestioni anticapitalistiche, terzomondiste, trockjiste, maoiste, guevariste, genericamente rivoluzionarie e libertarie, di sicura ispirazione antistalinista. Ben lungi quindi dall’immagine dell’«album di famiglia» – il sapore staliniano e zadnoviano degli anni Cinquanta avvertito da Rossana Rossanda nel linguaggio del secondo comunicato delle Br dopo il rapimento di Moro (8) – un’immagine che tanto consenso trasversale e duraturo ebbe presso l’opinione pubblica italiana da cui fu utilizzata per accreditare la tesi di una filiazione diretta della Brigate rosse dal Pci. La formula ebbe un successo propagandistico duplice che meriterebbe di essere approfondito nel suo sviluppo e radicamento nel dibattito nazionale: alla destra del Pci, perché amplificava una generale ossessione anticomunista e permetteva di riattualizzare lo stereotipo della doppiezza togliattiana; alla sinistra di quel partito, in quanto consentiva di rimuovere, o almeno stemperare in una vaga aria di famiglia, il nodo centrale del rapporto di contiguità culturale e generazionale tra il variegato  mondo extraparlamentare, la lotta armata e la pratica della violenza politica nel suo complesso. Un nodo intricato e scivoloso, strettosi  sempre più nel corso degli anni anche grazie  a una serie di ambiguità, reticenze, omissioni e qualche indulgente connivenza. Zdanov e il Moloch sovietico degli anni Cinquanta, in realtà c’entravano assai poco  e rischiavano di trasformarsi in un comodo alibi catarchico per non guardare in faccia la realtà[…].
Anzi , quei libri sono lì a ricordare che quel manipolo di giovani brigatisti era a modo suo, con granitica intransigenza e allucinata coerenza, dentro la cultura, le letture, le pratiche politiche e valoriali del movimento, come se le due realtà fossero attraversate da uno stesso sistema di vasi comunicanti.

Quanto accadeva in Italia rifletteva un contesto sovversivo insurrezionale di dimensione europea. Non a caso, due fitte pagine del verbale raccolgono i documenti della tedesca «Rote Armee Fraktion», ad attestare la solidità dei rapporti con le Br (9): strutture del gruppo, atti relativi al processo di Stammheim, dichiarazioni dei detenuti dell’organizzazione del 1977 fra cui Andreas Baader, lettere dattiloscritte di Ulrike Meinhof e altri, una pubblicazione in lingua tedesca datata settembre-ottobre 1977, una cartella contenente documenti relativi alla storia della Raf (memoriali, verbali dibattimentali, strategie di guerriglia), due «cassette di cui una iniziata con una voce femminile che parla lingua tedesca» (10).

Note

1. La rivendicazione della competenza sull’inchiesta, che ebbe conseguenze disciplinari interne, fece emergere le forti tensioni e rivalità tra fazioni opposte che si confrontavano dentro l’Arma dei Carabinieri e nei Servizi. Il repentino avvicendamento tra gli uomini di Dalla Chiesa e quelli della Pastrengo fu una delle probabili cause – a meno che non si voglia ritenere valida la tesi avanzata (ma non suffragata ancora da elementi totalmente convergenti) da Miguel Gotor, della mancata scoperta del nascondiglio celato dietro un pannello di gesso, a sua volta coperto da un mobiletto posto sotto il davanzale di una finestra, nel quale dodici anni dopo un muratore napoletano scoprì, mentre stava realizzando dei lavori di ristrutturazione, le fotocopie del manoscritto di Aldo Moro insieme a copie fotostatiche di altre lettere,  soldi e delle armi avvolte in giornali del 1978. Materiale, la cui “scomparsa”, la mancata verbalizzazione nel carte del sequestro giudiziario, era stata ripetutamente denunciata in sede processuale e di fronte ai magistrati nel corso degli anni successivi dai brigatisti che occupavano l’appartamento, Franco Bonisoli e Lauro Azzolini.

2. Miguel Gotor in più occasioni ha dimostrato di avere uno sguardo per nulla compiacente nei confronti della storia delle Brigate rosse e più in generale della Lotta armata e delle formazioni rivoluzionarie degli anni 70, come dimostrano i diversi libri, saggi e articoli dedicati al sequestro Moro, in particolare alla produzione scritta del dirigente democristiano (lettere e memoriale).

3. Acss, Legione carabinieri di Milano, Processo verbale di perquisizione e sequestro di via Monte Nevoso di Milano, 1° ottobre 1978, ore 10, pp. 8, 15-17, 22, 31, 42, 45.

4. Carlo Pisacane, Saggio su la Rivoluzione, a cura di Giaime Pintor, Einaudi, Torino  1942.

5. Si tratta delle seguenti edizioni: Bizhan Jazani, Lotta armata in Iran, Calusca, Milano 1977; Piero Gamacchio, La resistenza eritrea, Lerici, Cosenza 1978; Prateria in fiamme: il programma politico dei Weather Underground, Collettivo editoriale libri rossi, Milano 1977; Oscar José Dueñas Ruiz e Mirna Rugnon de Dueñas, Tupamaros: libertà o morte, isapere edizioni, Milano-Roma 1974; Carlo Pisacana, La rivoluzione italiana, a cura di Aurelio Lepre, Editori Riuniti, Roma 1975; Bertolt Brecht, Dialoghi di profughi, prefazione di Cesare Cases, Einaudi, Torino 1977; Aleksandra Kollontaj, Vassilissa: l’amore, la coppia, la politica: storia di una donna dopo la rivoluzione, Savelli, Roma 1978; Pietro Guizzetti, Stato padrone. Le partecipazioni statali in Italia, Mondadori, Milano 1977; Antonio Mutti, La borghesia di Stato: struttura e funzioni dell’impresa pubblica in Italia, G. Mazzetta, Milano 1977; Francesco Siliato, L’antenna dei padroni: radiotelevisione e sistema di informazione, G. Mazzetta, Milano 1977; Stephen Hugh-Jones (a cura di), Multinazionali tutto il loro potere in Europa, Poligrafico G. Colombi, Milano 1977; Armand Mattelart, Multinazionali e comunicazioni di massa, prefazione di Ivano Cipriani, Editori riuniti, Roma 1977; Mao Tse-tung, Opere scelte, Casa editrice in Lingue Estere, Beijing 1969-75; Bertellier, Carabinieri: le più celebri barzellette sulla “Benemerita” per la prima volta raccolte e illustrate, introduzione di Sandro Medici, Savelli, Roma, Milano 1977.

6. Aniello Coppola, Moro, Feltrinelli, Milano 1976.

7. É-M. Sumbu, Il sangue dei leoni: appello politico a tutto il popolo congolese per una riscossa in massa contro la reazione Kinshasa. Discorso al Congresso culturale dell’Avana. Cultura e indipendenza nazionale. Manuale delle Special forces, Feltrinelli, Milano 1969.

8. Per l’espressione si veda Rossana Rossanda, Discorso sulla Dc, in il manifesto 28 marzo 1978, p. 1, e Id., L’album di famiglia, ivi, 2 aprile 1978, pp.1-2. Sul dibattito di quei giorni si rinvia a Gotor, Processo all’album di famiglia, pp. 53-58.

9. Sul processo, iniziato il 21 maggio 1975, cfr. Aust, Rote Armee Fraktion, pp. 283-370.

10. ACSS, Legione carabinieri di Milano, Processo verbale di perquisizione e sequestro di via mOntenevoso di Milano, 1° ottobre-5 ottobre 1978, ore 10, a firma Giovanni Scirocco e altri, ff. 7, 33-34. 39, 41, 49. 56, 58, 60 anche per le seguenti citazioni.

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Il caso Moro
Mario Moretti, Brigate rosse une histoire italienne
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