Dalla dottrina Mitterrand alla perfida Albione, le mirabili acrobazie complottiste di Fasanella

di Paolo Persichetti

E’ uscita nelle librerie una nuova edizione di Che cosa sono le Br, Rcs, la lunga intervista che ventidue anni fa Giovanni Fasanella realizzò con Alberto Franceschini. Il volume viene riproposto al pubblico senza alcun aggiornamento critico del testo redatto nel 2004 e ormai ampiamente datato, nel quale l’ex brigatista dava ampio sfoggio della sua presa di distanze dal passato esercitandosi nel rito dell’autocritica (e della calunnia) degli altri.
La narrazione che allora propose Franceschini – scomparso nell’aprile del 2025 – è stata nel frattempo smentita da nuove testimonianze e acquisizioni storiografiche: dai dubbi espressi sulla morte di Feltrinelli e il ruolo di «Gunter», la cui identità, a differenza di Franceschini, era nota a diversi esponenti di Potere operaio, tra cui Oreste Scalzone che decenni dopo, a Parigi, lo mise in contatto con Carlo Feltrinelli quando questi stava lavorando al libro sul padre, Senior service; alla storia dei timer, secondo Franceschini «manipolati», recentemente smentita da Vittorio Battistoni, l’ingegnere meccanico dei Gap che fornì l’esplosivo all’editore oltre ad avergli dato indicazioni sulla costruzione del timer sul quale Feltrinelli, per la sua ossessione di «voler fare tutto da solo», commise degli errori che gli costarono la morte (Cf. Gappisti, di Davide Serafino, Deriveapprodi 2004), e altro ancora di cui scriveremo meglio più avanti.

Per ovviare a questo inconveniente e rendere appetibile la nuova edizione, l’autore ha aggiunto una prefazione che ripercorre con toni alquanto vittimistici la sua storia di giornalista, iniziata nel 1975 come cronista giudiziario all’interno della redazione torinese dell’Unità. Argomento che lo condusse a occuparsi delle indagini e dei processi che colpirono l’opposizione operaia armata che in quegli anni non faceva dormire i dirigenti della federazione torinese del Pci. Partito che condusse, insieme alla procura della repubblica sabauda, in una confusione di ruoli, funzioni e persino luoghi (basti pensare alle già narrate riunioni che il pm Caselli teneva nella federazione locale di quel partito o al ruolo politico svolto da Violante), una guerra senza frontiere ai gruppi della sinistra armata. L’Unità, organo ufficiale del Pci, divenne una delle tante trincee da dove quotidianamente veniva condotta questa battaglia. Più tardi, trasferitosi nella redazione romana, Fasanella passò alla cronaca politica fino al 1987, quando approdò alla redazione di Panorama dove resto comodamente anche dopo l’arrivo di Berlusconi. Un racconto autobiografico che solleva qualche dubbio sulla conferma del vecchio titolo per la nuova edizione: perché alla fine al lettore più che offrire l’ingiallita storia delle Br «secondo il verbo franceschiniano», si propone il poco avvincente percorso lavorativo di Fasanella.

Contrordine: non fu colpa di Mitterrand ma della regina Elisabetta
L’unico aspetto degno di segnalazione di questa nuova edizione è rappresentato dalla nuova postfazione, realizzata insieme a Mario José Cereghino, che con Fasanella ha già condiviso altri volumi. Postfazione che sostituisce quella firmata nel 2004 dal magistrato Rosario Priore. Una differenza non da poco perché Priore, in linea con le affermazioni dello stesso Franceschini, riteneva la Francia il «santuario del terrorismo», il luogo dove la lotta armata sarebbe stata ispirata, diretta e sostenuta. Secondo Priore, «il cervello parigino è esistito, agendo in perfetta intesa con le autorità di quel paese», la «centrale», situata Oltralpe, avrebbe sistematicamente promosso la destabilizzazione della democrazia italiana. Parigi – affermava sempre il magistrato – sarebbe stata al centro di intrighi internazionali, sostituendosi a Washington e Mosca nel ruolo di piattaforma destabilizzante dell’Italia. Priore (magistrato di simpatie conservatrici) metteva all’indice l’asse socialdemocratico guidato da Mitterrand che avrebbe tentato di giocare la terza forza tra le due maggiori potenze, destabilizzando volutamente la penisola italiana grazie alla protezione offerta ai militanti della lotta armata. Una tesi che avvalendosi di facili licenze narrative, trascurava il rigore cronologico degli eventi fino a dimenticare che negli anni Settanta la Francia era sotto la presidenza del centrista Giscard D’Estaing. Pur di delegittimare la cosiddetta dottrina Mitterrand, per Priore come per l’intera magistratura italiana, non si buttava nulla: ogni argomento era sempre buono.

Il ruolo del contesto internazionale è stato da sempre uno dei cavalli di battaglia su cui Fasanella ha fondato le sue congetture sulla storia del sequestro Moro e non solo, si veda il volume scritto stavolta con un suo collega di Panorama, arruolato per la bisogna, Corrado Incerti, sul presunto tentativo di uccisione di Berlinguer in Bulgaria, Berlinguer deve morire. Il piano dei servizi segreti dell’Est per uccidere il leader del Partito comunista. Siamo davanti ad uno dei tanti filoni prolifici della dietrologia sul sequestro Moro, rilanciato recentemente anche da Guido Salvini nella prefazione al libro di Stefano Romei, Storia segreta del caso Moro. Dall’operazione Fritz all’enigma Pacepa, in cui l’ex magistrato abbandona la pista delle ‘ndrine calabresi per allargare l’orizzonte del complotto sulla scena internazionale e le dinamiche geopolitiche dell’epoca.

Nella nuova postfazione Fasanella ribalta completamente la vecchia tesi di Priore spostando dalla Senna oltre Manica la regia occulta del sequestro. In un documento «oscurato», dunque non intelleggibile, trovato da Cereghino, saggista ed esperto di archivi anglosassoni – così recitano le cronache – si accennerebbe al «sostegno a una diversa azione sovversiva», dopo che la Nato avrebbe bocciato la proposta britannica di un colpo di Stato (che gli americani non avrebbero condiviso) per stoppare, in pieno 1976, il progetto di compromesso storico annunciato da Berlinguer, ma che in quel momento si sostanziava in una astensione parlamentare di Pci, Psi, Psdi, Pli, che consentiva alla Dc di governare con un monocolore guidato da Andreotti.
Non più Parigi ma la «perfida Albione», come spregiativamente Mussolini definiva l’Inghilterra, sarebbe stata all’origine – secondo il duo Fasanella-Cereghino – del sequestro Moro e del suo esito finale.

Attaccare Mario Moretti
Franceschini è stato nelle Br solo quattro anni per poi vivere dal carcere il resto della storia dell’organizzazione che aveva contribuito a fondare e da dove condusse una sorda battaglia contro il vertice esterno, fino a provocare le fatali scissioni del 1980 che condussero alla crisi irreversibile del gruppo e guidare la stagione allucinata delle esecuzioni sommarie per poi dissociarsi. Per questa ragione il suo racconto è inevitabilmente fondato su de relato, impressioni e supposizioni personali, idiosincrasie e antipatie croniche, valutazioni ex post condizionate dalla sua successiva scelta dissociativa che lo mise all’angolo, distaccato dal resto del gruppo e dai suoi passaggi finali. Un isolamento da lui mal sopportato, soprattutto quando Renato Curcio, il suo ex compagno di tante battaglie carcerarie, insieme a Moretti e altri brigatisti incarcerati, aprì nel 1987 la battaglia per una soluzione politica, da Franceschini – non a caso – fortemente osteggiata. Fu in quel momento che nella linea di mira di Franceschini entrò Mario Moretti attraverso una strategia diffamatoria condotta in collaborazione con Sergio Flamigni e ripresa da Fasanella. Il primo obiettivo dell’intervista del 2004 era infatti contuinuare a screditarne l’immagine, presentandolo come un “infiltrato”, una figura ambigua, estranea al gruppo fondatore, che avrebbe giocato sporco stravolgendo natura, storia e significato delle Brigate rosse, nonostante Moretti, unico tra gli esponenti del cosidetto “necleo storico” continui ancora ed essere in esecuzione pena, ormai da 45 anni.

Parigi «santuario della lotta armata»
L’intervista uscì un anno dopo gli arresti che avevano messo fine al piccolo gruppo che 12 anni dopo la chiusura della lotta armata aveva rivendicato gli attentati mortali contro Massimo D’Antona (1999) e Marco Biagi (2001), entrambi giuslavoristi e consulenti di governo che avevano lavorato ai progetti di precarizzazione del mercato del lavoro. Circostanza che forniva il secondo obiettivo del libro: sostenere che la lotta armata fosse figlia di trame e potenze estere, giochi internazionali condotti da Paesi che avrebbero avuto un interesse specifico a destabilizzare la società italiana, i suoi equilibri politici, il suo «sviluppo democratico». Al centro di questa accusa era in quel momento la Francia, che con la sua “doctrine Mitterrand” aveva tollerato la presenza sul suo territorio di centinaia di fuoriusciti italiani condannati e ricercati per l’insorgenza degli anni 70 e 80. Questa politica d’accoglienza – spiegava Franceschini – avrebbe avuto un retropensiero: fare della Francia un «santuario della lotta armata». Disegno nato a metà degli anni 70 con l’ospitalità fornita agli ex del “Superclan”, poi allargata agli altri esuli della lotta armata. Simioni e gli altri del suo gruppo sarebbero stati: «il cervello parigino», fino ai nuovi attentati del 1999 e del 2001.

La procura bolognese
Le indagini e i processi hanno poi drasticamente smentito questa lettura fraudolenta: il piccolo gruppo di militanti che rivendicarono quelle azioni provenivano in parte dalla periferia romana, il resto dalla Toscana. Eppure all’inizio la procura bolognese sposò interamente la tesi del «santuario parigino». Le indagini furono indirizzate in Francia (precedute da diverse note depistatorie del Sisde che accusavano proprio il gruppo di Scalzone come cervello dei nuovi attentati, citate da Roberto Colozza in, L’affaire 7 aprile, Einaudi 2023), con indagini, rogatorie e la consegna straordinaria alle autorità italiane dell’autore di questo testo che lavorava in una università parigina, scriveva libri e collaborava alla luce del sole con quotidiani francesi. Militante del cosiddetto «partito dell’amnistia», molto vicino a Oreste Scalzone ma soprattutto che nulla c’entrava con la sigla Br-pcc, dissotterrata per rivendicare gli attentati. Ma le sigle, le singole storie e appartenenze organizzative, interessavano poco il pm e il nucleo investigativo, «gruppo Biagi» diretto da Vittorio Rizzi, che seguiva le indagini. Paolo Giovagnoli, che conduceva l’inchiesta, mirava solo agli esuli, i condannati per lotta armata riparati a Parigi che ai suoi occhi erano colpevoli di tutti i mali, perfetti capri espiatori delle sconfitte della sinistra, accusati di aver tramato con la potenza francese per destabilizzare la democrazia italiana impedendo l’ascesa al governo del Pci.

L’autore di una storia rovesciata
Nell’intervista con Fasanella, Franceschini da vita ad una narrazione edulcorata del proprio percorso politico che lo colloca sempre nel ruolo di puro e ragionevole, il migliore o meglio «il Mega», come amava farsi chiamare con deferenza nei cortili delle carceri speciali, a fronte della inconsistenza o peggio della ambiguità altrui. Eppure buona parte del suo racconto non trova riscontri: il primo ad andarsene dal Collettivo politico metropolitano nell’estate 1970 fu Moretti, in netto dissenso con Simioni. Franceschini, che si distaccò da Simioni con Curcio e Cagol solo più tardi, ammette la circostanza ma inventa l’esistenza di un legame sotterraneo di Moretti col Superclan, forse per far dimenticare il rapporto molto stretto che lui stesso ebbe con Simioni e il fatto che visse nella sua “Comune” e fece parte, con Cagol, della sua struttura riservata: «le zie rosse».
Fu sempre Franceschini a gestire in prima persona il sequestro Sossi, che segnava il cambio di strategia dalle prime Br avviando «l’attacco al cuore dello Stato» e che vide Moretti e parte della colonna milanese preoccupati che il lavoro nelle fabbriche passasse in secondo piano. A questo punto il racconto di Franceschini diverge completamente dalla testimonianza di Alfredo Buonavita, secondo il quale Moretti in dissenso si dimise dalla struttura di coordinamento nazionale per poi essere richiamato d’urgenza da Cagol dopo la cattura a Pinerolo di Curcio e Franceschini, dell’8 settembre 1974, mentre Corrado Alunni e altri uscirono nei primi mesi del 1976, dopo un definitivo chiarimento con Curcio.
Franceschini, ammette le dimissioni di Moretti nella riunione di Parma del 7 settembre, due giorni prima della sua cattura a Pinerolo, ma lo accusa meschinamente di aver finto le dimissioni rimanendo al suo posto nella successiva riunione, già stabilita per il 22 settembre successivo.
Sempre Franceschini scese a Roma per compiere quel sequestro di un esponente Dc che poi, dopo il suo arresto, verrà portato a termine nel marzo 1978, suscitando le sue critiche ex-post. Alcuni collaboratori di giustizia racconteranno dei rimproveri da lui lanciati contro i compagni esterni perché la morte di Margherita Cagol tardava ad essere vendicata a distanza di un anno, nonostante l’esecuzione di Coco, che avvenne tre giorni dopo l’anniversario della uccisione della fondatrice delle Br, fosse stata decisa in precedenza da Franceschini stesso: «Quel bersaglio lo avevamo indicato noi dopo il sequestro Sossi. Avevamo promesso di “giustiziare Coco”».
Il racconto che fa della sparatoria alla Spiotta e infarcito di grossolani errori, smentite dallo stesso memoriale del brigatista fuggito: cita due auto dei carabinieri giunte sol posto, mentre era una sola; descrive Cagol ferita ad una gamba anziché al braccio destro; afferma che il Br che era con Cagol usò il mitra che invece era in spalla alla Cagol e venne ritrovato nella sua macchina con tutti i colpi nel caricatore; cita la presenza di uomini in borghese che in realtà sopraggiunsero solo dopo. Palesemente racconta cose orecchiate male su cui poi costruisce sopra, come suo solito, congetture.
Sulle circostanze dell’arresto suo e di Curcio a Pinerolo è stato ampiamente smentito dallo stesso Curcio e recentemente anche da Pierluigi Zuffada (leggi qui). Accusa Moretti dell’arresto di Semeria alla stazione centrale di Milano, quando oggi è noto che fu una spia del Sid, l’operaio di Porto Marghera Leonio Bozzato, a consegnarlo ai carabinieri dopo averlo accompagnato alla stazione di Venezia. Fu proprio per coprire questo infiltrato che i carabinieri tentarono di uccidere Semeria sulla pensilina della stazione di Milano. Episodio che spinse Franceschini a chiedere all’Esecutivo di verificare se Moretti fosse una spia. Un abbaglio disastroso.
Sempre Franceschini sostiene che gli arresti del 1975-76 azzerarono le Br delle origini, legate al gruppo reggiano dell’Appartamento (da intendersi come quelle pure e genuine), per essere sostituite da una «nuova generazione», ovviamente equivoca e opaca, perché a lui sconosciuta. Affermazione ancora una volta scorretta, perché le prime Brigate rosse non sono riducibili al solo gruppo reggiano ma avevano ampie radici nelle fabbriche e quartieri milanesi, nonché rapporti con Torino, e poi perché Moretti era nel Cpm e Gallinari apparteneva all’Appartamento mentre nel 1975 arrivarono altri due reggiani, Bonisoli e Azzolini.
Sollecitato da Fasanella, si azzarda sul tema dei rapporti internazionali, a lui sconosciuti perché successivi al 1978. Cita verbali rilasciati da alcuni pentiti (Galati e Savasta) per sostenere che Moretti li avrebbe intessuti attraverso membri dell’ex Superclan riparati a Parigi e compromessi con potenze straniere. Citando Savasta fa il nome di un certo «Louis», che secondo il pentito sarebbe stato Vanni Mulinaris dell’Hyperion. Affermazioni irrilevanti sul piano storico poiché non pervenute da una conoscenza diretta dei fatti ma da letture di atti giudiziari e articoli di giornali degli anni successivi e da conversazioni con lo stesso Fasanella.
Le indagini di polizia hanno poi accertato che dietro quel nome c’era Jean Louis Baudet, che sotto l’appellativo di «Paul» faceva da tramite per le Br con i referenti palestinesi. Un contatto con molta probabilità trovato da Antonio Bellavita, l’ex direttore di Controinformazione riparato a Parigi a metà degli anni 70, di cui Moretti si fidava ciecamente.

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Quando il passato non è mai quello degli altri

Recensioni – alcuni mesi nella lotta armata e oggi ricercatore indipendente, ha appena pubblicato un nuovo libro sul caso Moro che entra a piedi uniti in un dibattito che negli ultimi tempi si è segnalato soprattutto per il riemergere di letture complottiste. A Paolo Persichetti il passato continua a chiedere il conto

Paolo Morando, Domani 24 maggio 2022

Oltre trent’anni fa, nel 1991, è stato condannato in via definitiva a 22 anni e mezzo di carcere per partecipazione a banda armata (le Brigate rosse – Unione dei comunisti combattenti) e concorso morale in omicidio (il generale dell’aeronautica Licio Giorgieri, ucciso in un agguato a Roma il 20 marzo 1987).
Nel frattempo, dopo che in primo grado era stato assolto, era riparato in Francia, come tanti altri ex militanti delle formazioni armate. E a Parigi si era ricostruito una vita come studioso, laureandosi e conseguendo un dottorato in Scienze politiche, fino a insegnare come docente a contratto all’università. A Paolo Persichetti il passato è tornato però a chiedere il conto la sera del 24 agosto 2002, quando la polizia francese lo ha fermato per poi consegnarlo a notte fonda ai colleghi italiani, in un rendez-vous degno dei migliori film di spionaggio: sotto il traforo del Monte Bianco.
Era stato arrestato una prima volta nel 1993, opponendosi però all’estradizione con successo, grazie a un pronunciamento dell’allora presidente francese François Mitterrand, che ha confermato la validità della propria “dottrina”. Persichetti ha terminato di pagare il conto alla giustizia italiana nel 2014, quando è stato scarcerato definitivamente. Ma già dal 2008 era in semilibertà e aveva iniziato a collaborare prima con Liberazione, l’allora quotidiano di Rifondazione comunista, poi con il Manifesto, Il Garantista, Il Rifomista e il Dubbio.

Il lavoro da storico
Si può dire che oggi Persichetti è uno storico di riconosciuto valore? Si dovrebbe poterlo fare, non fosse altro per la sua curatela di una importante Storia delle Brigate rosse in tre volumi (finora è apparso solo il primo). Si può dubitare della sua impostazione di studioso, per forza di cose caratterizzata dalla precedente militanza? Anche questo è possibile, ma senza dimenticare che la ricerca storiografica vive di contrapposizioni, di revisionismi e contro revisionismi (nel senso nobile del termine, sia chiaro), di confronto tra idee. Ma sempre sulla base di documenti. E Persichetti, da questo punto di vista, è un formidabile cane da tartufo: il suo lavoro di studioso lo dimostra.
Il suo ultimo libro “La polizia della storia. La fabbrica delle fake news nell’affaire Moro”, pubblicato in questi giorni da Derive Approdi entra tra l’altro a piedi uniti in un dibattito, quello su via Fani e i 55 giorni dello statista nella “prigione del popolo”, che negli ultimi tempi si è segnalato soprattutto per il riemergere di letture complottiste che da sempre covano sotto la cenere.
E d’altra parte la pubblicistica in materia è sterminata. Il libro di Persichetti è un ottimo strumento per orientarsi con un minimo di cognizione di causa in un quello che è diventato un autentico ginepraio, sulla base di una vulgata sfornita di prove che ormai sembra essersi fatta inespugnabile. Al punto che in una sentenza importante come quella che, tre anni fa, ha condannato all’ergastolo l’ex Nar Gilberto Cavallini per la strage di Bologna, si parla scorrettamente del covo di via Gradoli come della prigione di Aldo Moro. Un mero lapsus dell’estensore, certo, in una sentenza di oltre 2mila pagine altrimenti formidabile, ma è un lapsus che la dice lunga su quanto in questi anni è avvenuto e continua ad avvenire.

Il passato che ritorna
Lo stile di Persichetti, autore di una memorabile inchiesta giornalistica sempre su Bologna (l’incredibile tentativo da destra di addossare la colpa dell’attentato a un giovane di sinistra vittima della bomba, Mauro Di Vittorio, tesi che l’ex brigatista ha contribuito a confutare), è spesso arrembante. E infatti qualche grana gliel’ha procurata. Ad esempio una querela da parte di Roberto Saviano, a cui però il giudice ha dato torto.
Ma il peggio doveva ancora venire. Ed è venuto dal passato, se così si può dire. Come il postino del celebre film, infatti, la giustizia per Persichetti ha suonato due volte: ormai un anno fa, la procura di Roma gli ha sequestrato l’intero archivio, il telefonino, il pc e ogni altro apparecchio elettronico (e pure il “cloud”), nell’ambito di un’inchiesta che lo vedrebbe come “favoreggiatore” di latitanti coinvolti nel sequestro Moro. Ma inizialmente lo si accusava anche di associazione sovversiva con finalità di terrorismo (e il capo di imputazione è stato modificato addirittura cinque volte). Appunto: il passato che non passa.
La vicenda è ampiamente ripercorsa nel suo libro appena uscito, che sfida il mainstream fin dalla prefazione, firmata dalla filosofa Donatella Di Cesare (incorreggibile Persichetti!). E il sequestro citato, guarda caso, ha a che fare con il sequestro Moro. O meglio: con l’ultima (e contestatissima) commissione parlamentare d’inchiesta, ai cui materiali riservati – così la procura – Persichetti avrebbe attinto. La partita giudiziaria è ancora in corso, con lo studioso che da tempo chiede senza successo di poter tornare in possesso di quel materiale: anche perché, al di là della contestazione delle accuse specifiche, la procura si è portata via anche l’intera documentazione sanitaria relativa a suo figlio disabile. E davvero non si capisce che cosa questo possa avere a che fare con un’inchiesta per terrorismo.

L’ultima beffa
Nei giorni scorsi c’è stata una novità, ed è significativo che sia arrivata proprio nei giorni in cui il nuovo lavoro di Persichetti è approdato in libreria: giustizia a orologeria, verrebbe a dire, ma una volta tanto a favore dell’accusato. Sul blog Insorgenze, animato dallo stesso Persichetti, si dava infatti conto (capirete presto il perché del tempo imperfetto) della relazione tecnica richiesta dal gip sul materiale sequestrato.
E si apprendeva che non c’era nulla di riservato, ovvero di materiale dolosamente trafugato e poi diffuso: l’elenco di pdf, immagini, video e quant’altro è certosino e tutto ciò che proveniva in origine dalla commissione Moro Persichetti se lo è procurato utilizzando fonti aperte, soprattutto il sito dell’ex membro della stessa commissione Gero Grassi, per giunta dopo la chiusura dei lavori dell’organismo. E visto che Persichetti sa come va svolto il lavoro di storico, ecco che la relazione glielo riconosceva, attestando come altra grande parte del materiale arrivi dal Fondo Moro depositato all’Archivio centrale dello stato nell’ambito della direttiva Prodi. Che Persichetti ha dunque diligentemente consultato. Visto però che non c’è due senza tre, ecco l’ultima beffa: cioè il gip che in sostanza decide di non dare seguito all’esito della perizia e, invece di disporre la restituzione almeno parziale del materiale sequestrato, rimanda l’intero fascicolo alla procura, azzerando di fatto mesi di battaglia giudiziaria mossa da Persichetti.
Il quale sabato scorso, via Facebook, ha risposto così: “A seguito degli ultimi sviluppi giudiziari legati al sequestro del mio archivio sono venuti meno anche i residuali spazi di agibilità che mi erano rimasti. Allo stato attuale non esiste più lo spazio minimo per svolgere anche il più ridotto lavoro di tipo storiografico e di ricerca. Non esistono più le condizioni obiettive e la serenità che un ricercatore deve sempre avere per condurre con serietà e misura il proprio lavoro. Pertanto sono sospese tutte le presentazioni del libro La polizia della storia che nonostante la situazione e con grande sforzo ero riuscito a portare a termine. Sono sospesi tutti i miei account social e non risulterà più accessibile al pubblico il blog insorgenze.net”.

Uno stratagemma del potere
Tornando al libro, non aspettatevi benzina sul fuoco delle complotterie. Al contrario. Sul caso Moro, ad esempio, Persichetti smonta una diceria di lunga data: la presenza di una moto Honda di grossa cilindrata in via Fani, da sempre smentita da tutti i brigatisti che presero parte al rapimento, presenza invece dimostrata – così si è sempre detto – dal fatto che dai due motociclisti in sella alla Honda partirono raffiche di spari contro il parabrezza di un motorino.
Ebbene, in un verbale del 1994 il possessore di quel motorino raccontò diversamente la dinamica della rottura del proprio parabrezza, che già era tenuto assieme con del nastro adesivo: avvenne per la caduta del mezzo dal cavalletto (che era parcheggiato all’incrocio tra via Fani e via Stresa: lo attesta una foto scovata in rete dallo stesso autore nel 2014) dopo l’agguato brigatista. “Questa foto – scrive Persichetti – metteva definitivamente a tacere la versione dei colpi sparati dalla Honda contro Marini e che avrebbero distrutto il parabrezza, facendo anche crollare la versione della moto con i brigatisti a bordo che avrebbe partecipato al rapimento e di cui il parabrezza infranto sarebbe stata la prova inconfutabile”.
La vis polemica è evidentemente connaturata a Persichetti, visto che si toglie anche lo sfizio di documentare diverse “violazioni” del segreto compiute proprio da componenti della Commissione Moro. Ma il cuore del suo lavoro sta tutto in queste parole: “L’idea che il mondo sia più comprensibile se visto dal buco della serratura di un ufficio dei servizi segreti piuttosto che dai tumulti che attraversano le strade e i luoghi di lavoro è il segno di una malattia della conoscenza. Attraverso la dietrologia si vuole veicolare l’idea che dietro ogni ribellione non c’è l’agire sociale e politico di gruppi umani ma solo un inganno, una forma di captazione, uno stratagemma del potere”.

Quella piccola evasione di parole, in ricordo di Sergio Manes

Leggo della morte di Sergio Manes (qui). A lui devo un libro, un libro scritto in carcere. A lui devo quella piccola evasione di parole raccolta in un volumetto di 238 pagine, Esilio e castigo. Restroscena di una estadizione. Sergio dirigeva una piccola casa editrice napoletana, La città del sole. Fu tra i pochi ad avere coraggio, darmi fiducia ed ascoltarmi in quel difficile 2005, insieme a Daniel Bensaïd che mobilitò l’editore francese Textuel. Altri pavidamente girarono le spalle. Dopo undici anni di esilio in Francia mi ritrovavo da tre anni nelle carceri italiane, “straniero in patria”, dopo una rendition avvenuta al coperto del tunnel del Monte Bianco. 
Ora che te ne sei andato, caro Sergio, ho il rammarico di non averti incontrato e abbracciato: il turbinio folle che è stata la vita sotto cronometro passata negli anni della semilibertà, venuta tre anni dopo quelle pagine, e poi quel che è succeso a Sirio mi hanno distolto. Mi angoscia questa mia mancanza, te ne chiedo scusa ora che è troppo tardi. Ciao Sergio!

Per saperne di più
Libri dal carcere e dall’esilio
Recensioni – l’ex brigatista tra esilio e castigo
Erri De Luca, “La fiamma fredda del rancore”
Vedi Paolo…
24 agosto 2002
Il Patto dei bravi
La polizia del pensiero
Francesco Cossiga, “Eravate dei nemici politici, non dei criminali”
Francesco Cossiga, “Vous étiez des ennemis politiques pas des criminels”
Un kidnapping sarkozien
Bologna, l’indagine occulta su Persichetti e il caso Biagi
Paolo Giovagnoli, quando il pm faceva le autoriduzioni
Paolo Giovagnoli, lo smemorato di Bologna
Negato il permesso all’ex Br Paolo Persichetti per il libro che ha scritto 24 agosto 2002