Scambi e favori, il sottomercato della dietrologia nel caso Moro

C’erano una volta un onorevole, una giornalista ed un pentito… anzi no, c’era prima una commissione d’inchiesta parlamentare, non era le prima ma una riedizione, che indagava sul sequestro e l’uccisione del presidente della Dc Aldo Moro… vabbé leggetevi questa storia


L’onorevole
Da una parte c’è l’onorevole, uno che rivendica solide radici democristiane: suo padre Giuseppe era stato assessore comunale a Terlizzi, mentre lo zio, Giuseppe Colasanto, fu sindaco di Andria, assessore regionale ai trasporti e presidente della regione Puglia. Già vicepresidente del gruppo parlamentare del Pd, dopo aver abbandonato Renzi è entrato a far parte della Direzione in quota Emiliano. Pur di mantenere in vita la commissione Moro è stato tra i deputati piddini, insieme al presidente della commissione Moro Giuseppe Fioroni, che hanno votato l’emendamento che ha affossato la nuova legge elettorale. Pizzicati dal cartellone che per un disguido ha reso palese il voto segreto. Si dichiara ancora oggi un moroteo, verso la figura del leader democristiano professa una vera e propria venerazione, anche se in Commissione è stato maltrattato da Nicola Rana, che di Aldo Moro fu segretario particolare. In Puglia è un ras nella sua provincia d’origine, Barletta, Andria, Trani, ma vanta molti amici anche a Bari. Oltre ad un pedigree da tipico notabile meridionale, il nostro parlamentare vanta altre qualità: come recita la sua bio in Wikipedia, ha raggiunto traguardi importanti nel tennis da tavolo, campione provinciale di singolo e doppio nel 1973, da allenatore ha portato la squadra giovanile di ping-pong alle finali nazionali di Cecina. Anche per lui c’è stato un momento di frenesia giovanile, nel febbraio 1978 ha fondato con degli amici radio Terlizzi Stereo. Possessore di una tessera da giornalista è autore di un libro il cui titolo, Il ministro e la terrorista, se messo in relazione con la sua ossessione per il sequestro Moro, divenuto una delle ragioni della sua impresa politica, lascia emergere la singolare traccia di un inconscio irrisolto.

La giornalista
Dall’altra troviamo la giornalista, molto vicina all’onorevole. Un passato negli ambienti del partito del primo secondino d’Italia, quell’Oliviero Diliberto che ripristinò i Gom durante la sua permanenza dietro la scrivania di Togliatti al ministero della Giustizia, poi avvicinatasi al mondo del professionisti dell’antimafia, oggi al libro paga del Pd alla Camera,  scrive di trame, complotti, anelli, trattative e patti segreti (Complici. Caso Moro. Il patto segreto tra DC e Br) che racconta nei suoi libri di genere scandalistico.

Il pentito
In mezzo c’è il pentito. Ex militante delle Br divenuto collaboratore di giustizia nonché dell’ex senatore Sergio Flamigni che non perde occasione di raschiare i fondi di barile ogni volta che se ne presenta l’occasione (anche Flamigni è autore di un volume dal titolo Patto di omertà, sui presunti silenzi e menzogne che le Br avrebbero concordato con lo Stato nella vicenda Moro).

La storia
La storia è semplice, persino banale: il pentito si rivolge all’onorevole per il tramite della giornalista, che definisce «sua dipendente», per chiedere un favore: risolvere una situazione assai brutta in cui è venuto a trovarsi un suo conoscente in quel di Puglia. Conoscente che già in precedenza si era rivolto all’onorevole, senza esito. Alla fine l’onorevole interviene positivamente e il pentito ringrazia, mettendosi a disposizione.

Non ci saremmo occupati di questa vicenda se non fosse che l’onorevole e la giornalista sono strenui sostenitori della tesi del patto del silenzio, ovvero di uno scambio che sarebbe intercorso tra le Brigate rosse e lo Stato (o non meglio specificati settori di questo) per dare vita ad una verità di comodo sul sequestro e l’uccisione del presidente del consiglio nazionale della Dc, Aldo Moro, in cambio di non meglio specificati vantaggi (la mistificatoria teoria non è mai stata in grado di identificare il supposto momento della trattativa, il contenuto e tantomeno l’esito, per altro smentito dalle evidenze fattuali, processuali e penitenziarie: ergastoli a go go, anche per semplice responsabilità morale, carcere speciale e articolo 90, una sorta di 41 bis di massa per intenderci).

Ora è davvero singolare che lo scambio tanto deprecato si palesi sotto i nostri occhi in ben altra forma e sostanza: quella di un membro della commissione d’inchiesta sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro che viene meno alla neutralità che lo dovrebbe distinguere per il ruolo istituzionale che riveste rispetto ad un testimone, audito dalla commissione, intrecciando una relazione fatta di scambi e favori per il mezzo di una giornalista, anch’essa entrata in relazione con il teste a suo tempo intervistato per dare manforte alla tesi dietrologiche, che porta il testimone-collaboratore di giustizia a dichiararsi in debito e mettersi a disposizione dell’onorevole.

A voler proprio misurare le parole, questo traffico tra commissari cospirazionisti e testimoni della commissione, giornalisti che pendono per scrivere i loro pezzi complottisti e le loro agenzie dietrologiche dalle confidenze di alcuni suoi membri, non dovrebbe sollevare qualche seria domanda sulla natura della commissione stessa, il suo funzionamento e i suoi obiettivi?

Di seguito potete leggere gli stralci dello scambio apparso sul sito dell’onorevole Gero Grassi: http://www.gerograssi.it/cms2/index.php?option=com_content&task=view&id=17488&Itemid=158

 

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Crescono le voci di dissenso sull’attività della commissione Moro, ormai sommersa da un mare di chiacchiere e bufale

BurattiniNon è abitudine di questo blog pubblicare articoli del Fatto quotidiano, megafono del partito delle manette, organo delle procure più emergenzialiste animate dalla teoria dell’azione penale come strumento di lotta politica, esperienza editoriale tra le più nefaste degli ultimi anni per essere riuscita a rendere pensiero comune l’idea che la “questione sociale” sia un corollario di quella penale, al punto da capovolgere ciò che un tempo era l’esercizio stimolante e lungimirante della critica in risentimento fino a blindarne gli orizzonti un tempo proiettati alla ricerca di ipotesi di cambiamento e capovolgimento dell’ordine costituito ed oggi relegate all’interno del filo spinato della legalità. Una legalità, per giunta, piegata alla strumentalità di quella che alcuni studiosi hanno chiamato “guerra civile legale”, ovvero un terreno di scontro politico dove gli attori principali sono le procure e gli apparati che si muovono a colpi di inchieste, intercettazioni, avvisi di garanzia per liquidare o ridimensionare l’avversario di turno.

Se lo facciamo è perché l’articolo che vi proponiamo è il segnale di una insofferenza  diffusa, che oggi lambisce persino uno dei quotidiani che raccoglie sistematicamente le più sgangherate vulgate dietrologiche, verso l’attività della terza commissione d’inchiesta sul rapimento e l’uccisione del presidente della Dc Aldo Moro, avvenuta 38 anni fa (pensate un po’!), e più in generale verso le ricostruzioni complotiste che si rincorrono, senza nemmeno porsi il problema della coerenza interna e delle reciproca contraddittorietà, sulla vicenda. Ciò non significa che il quotidiano diretto da Marco Travaglio abbia cambiato linea. Il pezzo di Pino Di Nicola è uscito su un blog dell’edizione online, quindi non inficia la linea del cartaceo ma rappresenta comunque un indizio sui dubbi, e una certa stanchezza, verso il disco rigato della narrazione complottista sempre pronta a strombazzare scoperte sconvolgenti che sistematicamente finiscono in un nulla pieno di niente.

Aggiungiamo solo una nota: non è affatto vero che «la verità è sempre più lontana», come conclude l’articolista. La verità, o per meglio dire, il dato storico, è sotto gli occhi di tutti, assodato da tempo. Semmai l’obiettivo della dietrologia è quello di costruire una cortina di ferro, di diffondere una spessa coltre, perché non venga visto. Un diversivo che distoglie lo sguardo. Il vero nodo che resta aperto, infatti, è cosa muove e perché perdura da tanti anni questa necessità di diffondere una versione dietrologica dei fatti, al punto da impedire anche il libero confronto storico, come il bavaglio messo recentemete ad un convegno di ricercatori e studiosi dimostra?

La nostra risposta, già più volte esposta in questo blog, la riproponiamo in una prossima puntata. Buona lettura!

Commissione Moro: tra chiacchiere e bufale la verità sempre più lontana

Primo Di Nicola
Il FattoQuotidiano.it – blog 6 maggio 2016

Forse è arrivato il momento che qualcuno richiami all’ordine gli indaffaratissimi membri della commissione di inchiesta sul caso Moro. Che li richiami al compito originario che è quello, ammesso che si possa ancora, di chiarire i punti oscuri intorno al rapimento e all’uccisione dell’ex leader della Democrazia cristiana e della sua scorta.
Sono mesi e mesi che i commissari audiscono, acquisiscono, esaminano e interrogano. Di tutto e di più. Troppo spesso annunciando novità clamorose. Attraverso le parole di testimoni o documenti più o meno “esplosivi”. Puntualmente ridimensionati e smentiti dai fatti.
Per dire: solo qualche mese fa avevano annunciato la presenza di capi della ‘ndrangheta calabrese sulla scena del sequestro a via Fani. Cosa di una certa importanza, chiaramente. Di cui ci si aspettava ampia documentazione attraverso prove certe e indiscutibili. Ma, una volta esaurito il giro delle facili interviste, paginate sui giornali e ospitate dei soliti commissari in trasmissioni tv, non se ne è saputo più niente, come nulla fosse accaduto.
E l’episodio non è isolato. Perchè quella di riscrivere la storia, e non solo del caso Moro, sembra una voglia matta dalla quale deputati e senatori della commissione parlamentare d’inchiesta presieduta dall’onorevole Giuseppe Fioroni non sembrano capaci di sottrarsi. Ieri è toccato alle “rivelazioni” sui rapporti privilegiati tra la nostra intelligence e il mondo arabo negli anni Settanta e Ottanta. Come fossero delle novità. Peccato che del cosiddetto Lodo Moro, cioè quel sistema di relazioni sul quale il nostro paese ha impiantato per decenni la sua politica estera nell’area mediterranea -tra l’altro sottraendo l’Italia alla catena di attentati e violenze legati alla questione palestinese- se ne sapesse eccome, visto che nei decenni passati i giornali ne hanno scritto in abbondanza.
Gli unici a non essersene accorti sembrano proprio i componenti della commissione Moro e il loro stuolo di informatissimi consulenti. Con una aggravante, questa volta. Quella di scaricare sulla sponda araba le responsabilità delle orribili stragi di Ustica e Bologna.
Per carità, ce ne fossero le prove, nulla da obiettare. Ci mancherebbe. Qui invece si fanno solo ipotesi spacciate poi per verità, tanto indiscusse da essere poi rilanciate dai giornali come grandi scoop.
Non si stesse speculando sul dolore altrui, verrebbe da sorridere e voltare pagina. Ma non si può. Allora vale la pena porre il problema di quello che questa commissione sta facendo (o non sta facendo). E lo facciamo rivolgendoci direttamente al presidente Fioroni. Certo, non è colpa sua se troppi dei suoi commissari spesso partono per la tangente. Ma siamo sicuri che così si stiano correttamente perseguendo gli obiettivi per i quali la commissione è stata istituita? O non si stanno piuttosto facendo troppe chiacchiere alimentando equivoci (più o meno storici) e bufale giornalistiche a danno della verità?