La proposta indecente: verità sulle torture solo se gli irriducibili vengono in commissione Moro

La morte dell’ex ministro dell’Interno Virginio Rognoni che nel 1982 diede il via libera all’uso della tortura contro le persone arrestate per fatti di lotta armata, decisione deliberata dopo una riunione del Comitato interministeriale per l’informazione e la sicurezza dell’8 gennaio 1982, rimette al centro dell’attenzione un episodio accaduto durante i lavori della Commissione Moro 2. Un baratto fu proposto da alcuni esponenti di rilievo della Commisssione parlamentare d’inchiesta che stava nuovamente indagando sul sequestro e l’uccisione dello statista democristiano: l’organo parlamentare d’inchiesta si sarebbe occupato per la prima volta delle torture inferte a Enrico Triaca, il tipografo delle Brigate rosse romane arrestato il 17 maggio 1978, e della struttura del ministero dell’Interno guidata da Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, che praticò in maniera sistematica il waterboarding e altre violenza durante gli interrogatori contro gli inquisiti per lotta armata arrestati nel corso del 1982. In cambio si chiedeva agli ex brigatisti «irriducibili» (non dissociati e non collaboranti) che in passato avevano rifiutato ogni contatto con le commisssioni parlamentari d’inchiesta di mutare atteggiamento accetando le convocazioni. La proposta appariva tanto più ipocrita perché formulata proprio da quei settori politici che con più forza denunciavano l’esistenza di un patto di omertà stipulato in passato tra brigatisti e settori dello Stato, accordo che avrebbe «tombato la verità sul sequestro Moro».
La vicenda è stata raccontata nei dettagli nel volume La polizia della storia, la fabbrica delle fake news nell’affaire Moro. pp. 209-219.

La proposta indecente

ll 21 gennaio 2016 il deputato Fabio Lavagno depositò in Commissione una richiesta di audizione di undici testimoni sul tema delle torture. «Come anticipato in varie sedi – scriveva Lavagno – ritengo che il tema delle torture sia d’interesse per la Commissione». Nel testo si chiedeva la convocazione dell’ex tipografo Enrico Triaca, torturato il 17 maggio 1978 nell’ambito delle indagini sul sequestro Moro. Si indicava il nome di Nicola Ciocia, che in diverse circostanze ammise di essere stato il torturatore di Triaca: ex funzionario dell’Ucigos in pensione, conosciuto col soprannome di «De Tormentis», titolo di un trattato medievale che regolamentava l’uso delle torture per realizzare gli interrogatori.(1) Il nomignolo gli era stato attribuito da Umberto Improta, (anch’egli importante dirigente dell’Ucigos, protagonista delle inchieste contro i gruppi armati), per le indiscutibili competenze dimostrate da Ciocia in materia di interrogatori non ortodossi. Immortalato alle spalle di Cossiga, in via Caetani, davanti al cadavere di Moro rannicchiato nel portabagagli della Renault 4 color amaranto, Ciocia era un indubbio personaggio: di simpatie dichiaratamente fasciste, nel gennaio 2001 su un mensile massonico, «Il razionale», aveva esaltato le tesi del giurista del regime mussoliniano Giorgio Del Vecchio, elogiando lo Stato etico («il diritto è il concentrato storico della morale»), rivendicando per la polizia i «poteri di fermo, interrogatorio e autonomia investigativa». Nel 2004 aveva avuto rapporti con Fiamma tricolore di cui era stato commissario per la Federazione provinciale di Napoli e, dulcis in fundo, aveva partecipato come difensore di un funzionario di polizia, tra il 1986-87, ai processi contro la colonna napoletana delle Br-Partito guerriglia, che non molto tempo prima aveva lui stesso smantellato senza risparmio di metodi “speciali”. Una singolare commistione di ruoli tra funzione investigativa, emanazione del potere esecutivo, e funzioni di tutela all’interno di un iter che appartiene al sistema giudiziario, che solo in uno stato di eccezione, come quello italiano, si è arrivati a consentire. Su Ciocia raccolsi uno sconcertante aneddoto dalla voce di Massimo Bordin, compianto conduttore della rassegna stampa di Radio radicale e memoria storica dei maxi processi dell’emergenza antiterrorismo. Massimo mi spiegò che l’ex questore, divenuto avvocato, Nicola Ciocia aveva tenuto la difesa di un poliziotto, suo subordinato quando era ancora in servizio, nel processo sul rapimento Cirillo: «Come si può dimenticare quel personaggio!», esclamò quando gli chiesi di lui. Ciocia – mi raccontò Bordin – «aveva iniziato il controinterrogatorio di un imputato che lui stesso aveva interrogato durante le indagini. Con fare aggressivo lo incalzava dicendogli: – ma come, non ti ricordi quando con le lacrime agli occhi mi dicevi queste cose? E l’imputato: – Avvoca’ ma quelle non erano lacrime, erano i suoi sputi!». (2) In una intervista parlando delle torture inflitte ai brigatisti, Ciocia dichiarò: «la tortura – se così si può definire – è l’unico modo, soprattutto quando ricevi pressioni per risolvere il caso, costi quel che costi. Se ci sei dentro non ti puoi fermare, come un chirurgo che ha iniziato un’operazione devi andare fino in fondo. Quelli dell’Ave Maria esistevano, erano miei fedelissimi che sapevano usare tecniche “particolari” d’interrogatorio, a dir poco vitali in certi momenti». (3) Tra le richieste di convocazione c’erano anche tre giornalisti: Matteo Indice, Nicola Rao e Fulvio Bufi, che avevano svolto un importante lavoro d’inchiesta sulle torture; (4) altri due poliziotti, Carlo De Stefano e Michele Finocchi, che gestirono Triaca prima e dopo il waterboarding; (5) il magistrato Imposimato che ignorò le sue denunce. C’erano, inoltre, il nome dell’avvocato Romeo, che si era occupato di far riconoscere dalla Corte di appello di Perugia l’uso della «tecnica dell’annegamento simulato», impiegato contro Triaca durante l’interrogatorio realizzato nella notte del 17 maggio 1978; (6) infine Marco Pannella, che aveva denunciato, in Parlamento e fuori, la stagione delle torture e raccolto le ammissioni del Ministro dell’Interno dell’epoca, Virginio Rognoni: «Ricordo – aveva scritto Pannella – la mattina in cui, dinanzi al tabaccaio di noi deputati, a Montecitorio, incontrai il Ministro dell’Interno e “amico” Virginio Rognoni. Gli dissi che avevamo registrato la sera prima una tribuna autogestita, con Emma Bonino che aveva dietro di sé una gigantografia, che la sovrastava, con il membro torturato di Cesare Di Leonardo, un brigatista arrestato e torturato nelle ultime ore del rapimento del generale americano Dozier. Gli chiesi se fosse a conoscenza del fatto, e dei documenti che noi in tal modo rendevamo televisavamente “pubblici”. Virginio mi ascoltava rabbuiato e attento, e dopo un istante sbottò: “Questa è una guerra. E il primo dovere, per difendere la legge e lo Stato, è quello di coprire, di difendere i nostri uomini…”. La tribuna autogestita andò in onda. Nessuno, ripeto nessuno, sulla grande stampa, in Parlamento, nella magistratura, a sinistra e a destra, sembrò accorgersene». (7) Nicola Ciocia era sfuggito alle poche inchieste della magistratura che si erano occupate delle violenze contro i fermati e gli arrestati. Nelle maglie degli ingranaggi processuali finirono invece Salvatore Genova, un commissario della Digos genovese che aveva contribuito alle indagini e alcuni agenti dei Nocs che avevano direttamente partecipato alla liberazione del generale James Lee Dozier, il 28 gennaio 1982. Il generale americano vicecapo della Fatse, il Comando delle forze terrestri della Nato per il Sud Europa, era stato rapito dalla colonna veneta delle Brigate rosse il 17 dicembre 1981. L’inchiesta accertò le violenze commesse contro Cesare Di Lenardo, catturato insieme a Emanuela Frascella, Emilia Libèra, Giovanni Ciucci e Antonio Savasta, all’interno della base di via Pindemonte 2 a Padova, dove era tenuto prigioniero il generale statunitense. Di Lenardo, che ha raggiunto il suo quarantesimo anno di detenzione in una struttura di Massima sicurezza, fu portato all’esterno della caserma della celere di Padova, dove era trattenuto con gli altri quattro coimputati, e sottoposto a una finta fucilazione, a un tentativo di waterboarding che gli causò una rottura del timpano, a ripetute bruciature di sigaretta e posizionamento di elettrodi sul corpo e sui genitali in particolare. (8)
Salvatore Genova nel 2007 ruppe il si lenzio sulla vicenda e iniziò a raccontare quanto era accaduto durante le indagini che portarono alla liberazione di Dozier: rivelò nel corso del tempo l’esistenza di un apparato del Ministero dell’Interno dedito agli interrogatori non ortodossi, ricostruì alcuni episodi precedenti la liberazione del generale Usa. Le torture vennero impiegate a largo raggio durante i rastrellamenti negli ambienti dell’Autonomia veneta per raccogliere informazioni che portassero sulla pista giusta. In un villino, un residence tra Cisano e Bardolino, vicino al lago di Garda, di proprietà del parente di un poliziotto (lo ha rivelato al quotidiano «L’Arena» del 12 febbraio 2012 l’ex ispettore capo della Digos di Verona, Giordano Fainelli, circostanza confermata dallo stesso Genova) furono condotti e «trattati» Nazzareno Mantovani e successivamente Ruggero Volinia, che aveva svolto il ruolo di autista nel sequestro del generale Dozier. A condurrre l’interrogatorio a base di acqua e sale Nicola Ciocia e la sua fedelissima squadra della Mobile napoletana, detti nell’ambiente gli «acquaiuoli». Volinia, dopo il waterboarding condusse la polizia sotto la base-prigione di via Pindememonte dove era tenuto Dozier. Si torturava anche all’ultimo piano della questura di Verona, requisita dalla struttura speciale coordinata da Umberto Improta, diretta dall’allora capo dell’Ucigos Gaspare De Francisci, su mandato del capo della Polizia Giovanni Coronas che rispondeva al Ministro dell’Interno Virginio Rognoni. Qui – ha raccontato sempre Salvatore Genova – fu seviziata da Oscar Fiorolli la brigatista Elisabetta Arcangeli. Ultimamente, anche alcuni degli agenti dei Nocs, il reparto speciale delle Polizia di Stato che fece irruzione nell’appartamento dove era trattenuto Dozier, hanno abbandonato il riserbo e iniziato raccontare nuovi particolari sulle violenze praticate contro i brigatisti catturati. Si è venuto a sapere che le torture realizzate contro Ennio Di Rocco e Stefano Petrella, appartenenti al Partito guerriglia, arrestati in via della Vite nel centro di Roma, dove da alcuni giorni erano appostati per tentare di rapire Cesare Romiti, Amministratore delegato della Fiat, avvennero all’interno di una caserma di Monterotondo.La commissione avrebbe potuto offrire un importante servizio alla storia italiana se avesse squarciato la cortina di silenzio calata su questi aspetti della lotta contro le formazioni della sinistra armata. Una rimozione che ha visto la complicità estesa della magistratura, salvo rare eccezioni, la copertura del sistema politico e il bavaglio messo ai media che provarono a denunciare gli episodi venuti alla luce e che assomigliò pericolosamente, in alcuni momenti, a quanto succedeva nello stesso momento in Argentina.Si arrivò addirittura all’arresto di due giornalisti, PierVittorio Buffa e Luca Villoresi, che in due articoli apparsi su «l’Espresso» del 28 febbraio 1982 dal titolo evocativo, «Il rullo confessore», e su «Repubblica» del 18 marzo successivo, «Ma le torture ci sono state? Viaggio nelle segrete stanze. Quei giorni dell’operazione Dozier», avevano raccolto da fonti interne alla Polizia indisponibili ad accettare il ricorso alla tortura le informazioni per denunciare quanto stava accadendo.

Il baratto della verità
Inizialmente la richiesta delle audizioni sulla tortura non sortì reazioni, poi trapelò una singolare offerta di scambio: la Commissione avrebbe convocato Triaca e Ciocia se i brigatisti «irriducibili» avessero accettato di venire a testimoniare. La responsabilità di avviare finalmente il riconoscimento della stagione delle torture ricadeva dunque sulle loro spalle, non sul mandato istituzionale che la Commissione d’indagine parlamentare si era dato. L’offerta che arrivò, a me e a Marco Clementi perché ce ne facessimo carico e la comunicassimo agli ex brigatisti, con cui eravamo in contatto nel periodo di preparazione del volume sulla storia delle Brigate rosse, era ovviamente irricevibile. Né io, né Clementi, riferimmo la proposta. Approfondire la vicenda delle torture, convocare Triaca e Ciocia, interrogarli e ricostruire quel periodo, fare luce sugli organigrammi, risalire la scala delle responsabilità, oltretutto ormai penalmente prescritte, per sapere da dove venne l’ordine di impiegare anche mezzi illeciti di interrogatorio, perché fu presa quella scelta, il ruolo e le connivenze col mondo politico e la magistratura, il peso avuto dagli Stati Uniti, spettava alla Commissione. Prevalse invece la cultura del sotterfugio, l’anima torbida di un potere che si percepisce al disopra del bene e del male. Nel gennaio 2020 Nicola Ciocia è deceduto portando con se i segreti di quella stagione: «Non sono segreti che riguardano la mia persona – aveva spiegato a Nicola Rao nel 2011 – sono segreti che riguardano qualcosa di ben più grande e di molto più importante: sono segreti che riguardano lo Stato […] Quelli dell’Ave Maria esistevano, erano miei fedelissimi che sapevano usare tecniche “particolari” d’interrogatorio, a dir poco vitali in certi momenti […] non sono cose mie, ma sono cose che riguardano lo Stato, non posso dire nulla di più di quello che ho detto. Me le porterò nella tomba».

Note
1 P. Persichetti, «Liberazione», 11 dicembre 2011, Nicola Ciocia, alias professor “De Tormentis”, è venuto il momento di farti avanti, in https://insorgenze.net/2011/12/10/de-tormentis-e-venuto-il-momento-di-farsi-avanti/.
2 P. Persichetti in, https://insorgenze.net/2019/04/18/massimo-bordin-e-quel-ricordo-di-un-torturatore/.
3 M. Indice, «Il Secolo XIX», Così ai tempi delle Br dirigevo i torturatori, 24 giugno 2007.
4 M. Indice, «Il Secolo XIX», interviste a Salvatore Genova, 17 giugno 2007; De Tormentis, 24 giugno 2007; Virginio Rognoni, 25 giugno 2007; N. Rao, Colpo al cuore, Sperling & Kupfer, Milano 2011; F. Bufi, Sono io l’uomo della squadra speciale anti Br, «il Corriere della Sera», 10 febbraio 2012. Tutte queste interviste e altro materiale sulla storia delle torture si possono trovare nella rubrica «Le torture della repubblica» in, https://insorgenze.net/la-polizia-della-storia/.
5 P. Persichetti, https://insorgenze.net/2012/03/29/le-bugie-del-governo-le-torture-possibili-del-sottosegretario-allinterno-prefetto-carlo-de-stefano/.
6 Corte di appello del Tribunale di Perugia, numero sentenza 1130/13. Reg. 70/2013 rev. del 15 ottobre 2013. Si può leggere in, https://insorgenze.net/2014/01/17/gli-anni-spezzati-dalla-tortura-per-la-seconda-volta-una-sentenza-della-magistratura-riconosce-luso-della-tortura-contro-gli-arrestati-per-fatti-di-lotta-armata/.
7 M. Turco, S. D’Elia, Prefazione di M. Pannella, Tortura democratica – Inchiesta sulla comunità del 41 bis reale, Marsilio 2002.
8 Per una esposizione completa delle torture contro Cesare Di Leonardo si rinvia a Le torture affiorate, Sensibili alle foglie pp. 275-308, (Prima edizione ottobre 1998, seconda edizione febbraio 2002), dove sono presenti alcuni atti istruttori del procedimento penale n. 1040/82A PM e 253/82A GI, tra questi la perizia e il supplemento di perizia medio legale, la requisitoria dl Pm Vittorio Borraccetti e la sentenza-ordinanza di rinvio a giudizio del Gi Mario Fabiani.

Il rapimento Moro e l’uso pubblico della storia

Una recensione a La polizia della storia di Anna Di Gianantonio apparsa su http://www.pulplibri.it – L’uso politico della memoria serve dunque a dimostrare che nessuna strategia, nessuna organizzazione, nessuna motivazione politica che nasce dal basso può esprimersi senza essere manipolata e resa inefficace dalla presenza dei poteri dello Stato. In questo modo gli anni Settanta sono diventati anni di piombo da cui siamo usciti grazie all’azione determinata della politica della fermezza e della difesa della legalità (Paolo Persichetti, La polizia della storia. La fabbrica delle fake news nell’affaire Moro, Derive Approdi, pp. 240)

Anna Di Gianantonio 15 luglio 2022
https://www.pulplibri.it/paolo-persichetti-la-dietrologia-sul-caso-moro-e-le-domande-a-cui-non-ce-risposta/

Il libro di Paolo Persichetti spiega il disagio di chi, appassionato alle vicende degli anni Sessanta e Settanta, legge i numerosi lavori usciti recentemente – grazie alla desecretazione delle carte decisa dal governo Renzi – sulla cosiddetta “strategia della tensione” e osserva che molte pubblicazioni, invece di chiarire, talvolta complicano il contesto. Per quanto riguarda le stragi di Ordine Nuovo si conoscono i nomi degli esecutori, ma su quelli dei mandanti vi sono molte e diverse ipotesi. Con il passare del tempo e con la produzione di inchieste televisive, film e nuove ricerche, il lettore ha la sensazione di trovarsi alle prese non tanto con pubblicazioni che, utilizzando fonti inedite, si avvicinano alla verità, ma utilizzando generi letterari simili alle spy-story o ai noir.

Per le Brigate Rosse il quadro è ancora più complesso: in un intreccio di fake news, luoghi comuni e veri e propri falsi storici. Il libro di Persichetti è un accurato e complesso smontaggio delle false notizie sul delitto Moro, che si basa sul suo lungo lavoro di ricerca e su quello di una nuova generazione di storici – tra cui Marco Clementi e Elena Santalena con cui ha scritto il primo volume sulla storia delle BR – che intende analizzare gli anni Settanta con gli strumenti della storia, senza sensazionalismi e false piste. Nel testo l’autore fa nomi e cognomi di famosi autori che sulla vicenda del sequestro e della morte di Moro hanno creato una vera e propria fortuna editoriale, alimentando false ipotesi e complottismi.

Di tutte le complesse questioni della vicenda Moro è impossibile fare una sintesi: è necessario leggere le carte e le prove che porta l’autore. Persichetti rovescia innanzitutto l’immagine di Moro traghettatore illuminato che voleva portare i comunisti al governo, illustrando i colloqui che lo statista ebbe con l’ambasciatore americano Richard Gardner. In quelle occasioni fu proprio Moro, spaventato dal consenso del PCI e convinto che le Brigate Rosse destabilizzassero il paese favorendo i comunisti, a chiedere  all’ambasciatore una maggiore attenzione e un attivismo statunitense in Italia. Per rassicurare il diplomatico, Moro garantì che nel nuovo governo Andreotti non ci sarebbe stato alcun ministro di sinistra, smentendo clamorosamente le assicurazioni che erano state fatte al PCI e che riguardavano la presenza di almeno tecnici di area nel nuovo esecutivo.

La scelta di Moro di depennarli dagli incarichi fu contestata dallo stesso futuro presidente del consiglio Andreotti e dal segretario nazionale Zaccagnini che si dimise dalla carica. Il PCI, furioso per la decisione, votò la fiducia solo dopo la notizia del rapimento dello statista. Dunque Moro non fu affatto l’uomo del compromesso storico o delle larghe intese, come fu rappresentato post mortem, quando lo si descrisse come lungimirante antesignano di politiche inclusive mentre durante la prigionia venne considerato incapace di formulare pensieri autonomi.

Altro luogo comune diffuso ancor oggi è la “leggenda nera” su Mario Moretti, considerato una personalità ambigua e legata in qualche modo ai servizi. Moretti sta scontando il quarantaduesimo anno di esecuzione di pena e dunque difficilmente può essere considerato un uomo al servizio dello Stato. I sospetti su di lui vennero diffusi da Alberto Franceschini e Giorgio Semeria, smentiti da indagini interne che rivelarono l’inattendibilità delle accuse, ugualmente utilizzate da ricercatori come Sergio Flamigni che sulla figura di Moretti e sui suoi presunti legami con i poteri forti ha costruito la sua fortuna politica ed editoriale.

La dietrologia sul caso Moro si è esercitata sulla presenza in via Fani di altri soggetti, in particolare su due motociclisti in sella a una Honda, visti sulla scena del rapimento dal testimone Alessandro Marini. I motociclisti scatenarono mille ipotesi sulla loro presunta identità di uomini dei servizi, killer professionisti o agenti di servizi esteri, dando luogo a nuove pubblicazioni. Fu il lungo e minuzioso lavoro storico di Gianremo Armeni nel saggio Questi fantasmi. Il primo mistero del caso Moro che mise in luce in luce l’inattendibilità della testimonianza. In via Fani c’erano solamente le dieci persone indicate nei processi come responsabili del sequestro e dell’uccisione della scorta, tutte appartenenti alle Brigate Rosse.

Con una nutrita serie di documenti e di analisi Persichetti denuncia anche le incongruenze della seconda commissione Moro, istituita nel maggio del 2014 con la presidenza di Giuseppe Fioroni. Pur utilizzando tecniche di indagine nuove, come l’analisi del DNA e le ricostruzioni laser della scena del delitto, non si è giunti a nuove conclusioni.

Persichetti sostiene dunque che:

Cinque anni di processi, decine e decine di ergastoli erogati insieme a centinaia di anni di carcere, due commissioni parlamentari, le testimonianze dei protagonisti, alcuni importanti lavori storici, non hanno scalfito l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico che da oltre tre decenni alligna sul sequestro Moro e l’intera storia della lotta armata per il comunismo...

Qual’è il pregiudizio storiografico cui l’autore fa riferimento? Molto semplicemente l’idea che un gruppo armato abbia potuto, senza aiuti esterni, compiere un’azione di quel tipo mentre la lettura “politica” di quegli anni vuole dimostrare che dietro le lotte di massa degli anni Sessanta e Settanta c’erano strategie di potere orchestrate da forze occulte legate allo Stato, ai servizi segreti, a dinamiche internazionali.

L’uso politico della memoria serve dunque a dimostrare che nessuna strategia, nessuna organizzazione, nessuna motivazione politica che nasce dal basso può esprimersi senza essere manipolata e resa inefficace dalla presenza dei poteri dello Stato. In questo modo gli anni Settanta sono diventati anni di piombo da cui siamo usciti grazie all’azione determinata della politica della fermezza e della difesa della legalità.

Secondo Persichetti quali domande sarebbe lecito invece porsi sul caso Moro? Innanzitutto andrebbe fatta un riflessione sull’uso della tortura sui detenuti e sulle detenute delle BR ad opera del funzionario dell’UCIGOS Nicola Ciocia, chiamato professor De Tormentis, che applicò sui prigionieri, soprattutto sulle donne, azioni violente ed umilianti per costringerli a parlare, pur in presenza di una legislazione speciale che consentiva abbondanti sconti di pena a pentiti, collaboratori di giustizia, dissociati. Inoltre: perché la linea della fermezza fu mantenuta sino all’esito tragico della morte di Aldo Moro? Perché i due partiti di massa, DC e PCI, non intervennero per la sua salvezza, nonostante le BR si accontentassero di un riconoscimento della natura politica della loro azione? Perché Fanfani, che doveva pronunciare un discorso di minima apertura e riconoscimento, non parlò, tradendo l’impegno preso con il PSI che si adoperava per una trattativa?

Due ultime considerazioni. L’archivio di Paolo Persichetti, sequestrato l’8 giugno 2021 da agenti della Digos con accuse pretestuose deve essere  restituito al legittimo proprietario. Persichetti ha scontato la sua pena ed è l’unico a poter raccogliere testimonianze dei protagonisti di quegli anni avendo gli strumenti per ragionarci sopra. Non può esistere in Italia un organismo di “polizia di prevenzione” che intervenga sulla ricerca storica per orientarla in direzioni prestabilite. Scandaloso è il fatto che pochi intellettuali si siano mossi a difesa della libertà della ricerca storica, minacciata non solo per quanto riguarda gli anni Settanta. Si pensi alla criminalizzazione degli studiosi delle foibe, passibili del reato di negazionismo.

Infine un’osservazione. È doverosa la ricostruzione storica ma è necessaria anche una riflessione politica su quegli anni. Leggendo il volume, alcune figure di brigatisti come Franceschini emergono per la loro inadeguatezza politica e umana. A mio avviso il terreno autobiografico e psicologico non è un elemento secondario nel fare un bilancio di una fase storica. Inoltre vi sono stati degli errori: innanzitutto, come afferma l’autore, l’aver pensato che il rapimento avrebbe causato contraddizioni forti tra base e dirigenti del PCI riguardo al compromesso storico, contraddizioni che  vennero ridimensionate anche a causa del rapimento. L’uccisione di Guido Rossa nel 1979 non fece che rafforzare la condanna contro le azioni armate e prosciugare quella zona grigia che non si schierava con lo Stato. Sulla questione delle ragioni del consenso e sul tema della violenza sarebbe necessaria una discussione molto articolata.

Quando su richiesta del generale Dalla Chiesa il Pci infiltrò un proprio militante nelle Brigate rosse

Estratto dal libro La polizia della storia (pp. 173-176).
La vicenda venne raccontata per la prima volta nel giugno del 2017 dall’ex responsabile della sezione speciale antiterrorismo dei carabinieri di Roma, Domenico Di Petrillo, durante la sua audizione davanti alla seconda Commissione parlamentare che indagava sul sequestro Moro e poi riportata nel libro, scritto sempre dall’ex colonnello, Il lungo assedio al terrorismo nel diario operativo della Sezione speciale anticrimine Carabinieri di Roma, Melampo 2018. Fatto singolare la Commissione presieduta da Giuseppe Fioroni, impegnatissima nella ricerca di infiltrati, spie, agenti d’influenza dentro e attorno alle Brigate rosse durante il sequestro Moro, ignorò completamente le rivelazioni. Nessun approfondimento venne disposto: i suoi solerti consulenti, i magistrati Donadio e Salvini, l’ufficiale dei Cc Giraudo, impegnatissimi a sfornare piste, creare e inventare nessi con Servizi di mezzo mondo, mafie e ‘ndranghete varie, snobbarono l’informazione troppo imbarazzante. Eppure sarebbe stato utile accertare modalità, tempi e modi di questa interazione tra Antiterrorismo dei carabinieri e vertici del Partito comunista dell’epoca, conoscere come si svolse questa operazione di intelligence. Niente di tutto ciò. L’unica versione dei fatti ad oggi conosciuta è quella fornitaci dall’ex carabiniere che dice fino ad un certo punto, omette, confonde per tutelare la sua fonte. Fonte, nome in codice «Fontanone», che, a distanza di oltre quarant’anni, si guarda bene dal farsi avanti e raccontare al Paese quella esperienza di cui probabilmente deve provare vergogna se preferisce rimanere celato nelle pieghe del passato. Questa vicenda è raccontata anche nella docuserie che sta andando in onda su Sky in queste settimane Roma di piombo, diario di una lotta.
Nel volume la Polizia della storia potete trovare invece un capitolo interamente dedicato al lavoro di contrasto svolto dalle forze di polizia contro le Brigate rosse, dal titolo «L’uso di esche, infiltrati e rami verdi nell’azione di contrasto alle Brigate rosse» nel quale per la prima volta, documenti alla mano, si ricostruiscono i pochi casi in cui le forze di polizia riuscirono ad impiegare delatori e provocatori. Non emergono casi di infiltrazione di membri dei Servizi o delle Forze dell’ordine, frequente invece è l’uso di esche, in particolare dopo la discesa in campo diretta del Pci che fornì propri militanti, mentre il nome più noto è quello di Girotto. Risultano arruolati due delatori: uno storico proveniente dalla Brigata Ferretto in Veneto, che fu all’origine di numerosi arresti, il secondo di Curcio, della Mantovani, di Semeria; l’altro a Milano che provocò l’arresto di Fenzi e Moretti. Infine c’è la storia di «Fontanone» che permise di agganciare nei primi mesi del 1980, dopo due anni di indagini a vuoto, la colonna romana.

L’operazione Olocausto, il Pci infiltra un proprio militante
Dopo la morte di Guido Rossa il Pci decise di cambiare la propria strategia di contrasto alla lotta armata. Il sindacalista della Cgil era stato ucciso dalla colonna genovese delle Brigate rosse che gli contestava il lavoro informativo svolto all’interno dell’Italsider di Cornigliano per conto del Partito comunista italiano (1). I vertici del Pci non ritennero più sufficiente la semplice attività informativa e il controllo dei luoghi di lavoro più caldi, delle scuole e del territorio, condotta dal proprio apparato di sorveglianza: una struttura riservata coordinata a livello centrale dalla Sezione Affari dello Stato che si appoggiava sulle singole Federazioni. Attività che ormai, come era accaduto per Rossa, esponeva a rischi eccessivi i propri militanti. Una volta individuato Francesco Berardi, operaio dell’Italsider che distribuiva opuscoli e volantini delle Br all’interno della fabbrica, Rossa non esitò a denunciarlo ai carabinieri presso gli uffici della sorveglianza nonostante l’esitazione del Consiglio di fabbrica, dove alcuni non erano convinti di quel gesto e avrebbero voluto affrontare in modo diverso il problema. Nella cultura politica del mondo operaio era piuttosto innaturale un atto del genere, in «The Making of the English Working Class», Edward P. Thompson evoca il concetto di «opacità operaia» per descrivere la tendenza della comunità proletaria a opporre una coltre di riservatezza per tutelare quel che avveniva al proprio interno: forme di illegalità, sabotaggio ma anche divergenze che non venivano risolte chiedendo aiuto all’esterno (2). Rossa aveva infranto questo tradizionale scudo, ma lo aveva fatto seguendo alla lettera le indicazioni del suo partito. Un recente lavoro di Sergio Luzzato ci offre un suo ritratto che aiuta a comprendere meglio le ragioni di quel comportamento: un aspetto caratteriale intransigente, un passato giovanile votato all’alpinismo agonistico animato da ideali nicciani e superomisti. Rossa era stato paracadutista nella brigata Folgore e per una di quelle strane coincidenze della storia uno dei suoi addestratori era stato il “guastatore” Oreste Leonardi, il maresciallo divenuto fedele guardia del corpo di Aldo Moro, morto in via Fani. Anni dopo, la tragica morte del figlioletto muta profondamente il suo sguardo sulla vita, Rossa si avvicina all’impegno sociale, abbandona la precedente visione individualistica e competitiva del mondo anche se, probabilmente, non riuscì a liberarsi della vecchia traccia normativa (3).
La svolta arriva nel settembre 1979 – racconta Domenico Di Petrillo, per molti anni a capo della Sezione speciale anticrimine dei carabinieri di Roma – quando Ugo Pecchioli, il responsabile della sezione Affari dello Stato del Pci (una sorta di Ministero dell’Interno ombra del Partito comunista) comunica a Dalla Chiesa la disponibilità a infiltrare un militante del partito all’interno delle Brigate rosse con l’intento di destabilizzarle. L’unica condizione posta dai vertici di Botteghe Oscure – riferisce sempre Di Petrillo – «era che il militante da infiltrare fosse gestito da un ufficiale del Nord Italia per renderne il più possibile difficile l’individuazione». L’incarico venne affidato al Comandante della Sezione speciale anticrimine di Milano, Umberto Bonaventura, che incontrò per la prima volta la spia del Pci nei pressi della fontana del Gianicolo, circostanza che portò ad attribuirgli il nome in codice «Fontanone». In realtà, stando al racconto della vicenda – fatto sempre da Di Petrillo, prima nel corso della sua audizione del 19 giugno 2017 davanti alla Commissione Fioroni e successivamente in un volume pubblicato l’anno successivo che ripercorre l’attività della Sezione antiterrorismo di Roma, gli incontri con il candidato all’infiltrazione, «si concretizzano in una ricerca di come riuscire ad essere sicuri di approcciare le Brigate rosse. Facemmo vari tentativi che non andarono a buon fine, fino a che arrivammo ad individuare Piccioni, Ricciardi e da lì iniziò l’attività […] Però fu una ricerca, non fu una partenza con l’indicazione: “Andate lì”» (4). Di Petrillo fa capire che la spia non entrò mai nelle Br, ma si limitò a svolgere un lavoro di conoscenza e prossimità che consentì di individuare gli ambienti, i collettivi e i comitati politici romani che facevano da bacino di provenienza delle colonna romana: «Il nostro rapporto durò pochissimi mesi», scrive nel libro: «precisamente, sino a quando riuscimmo a individuare un’area dell’antagonismo romano, nella zona Sud della Capitale, caratterizzata dalla presenza di numerosi collettivi: le Br stavano cercando di indirizzare l’attività e di selezionare al loro interno militanti da arruolare nell’organizzazione» (5). Di Petrillo protegge ancora la fonte, è parco di informazioni e stende un po’ di cortina fumogena, ma è chiaro che l’infiltrazione nell’organico brigatista non ci fu, ma piuttosto un lavoro di perlustrazione ambientale, di individuazione dei riferimenti periferici dell’organizzazione, che conducessero a semplici «contatti» o «irregolari» da fotografare, agganciare e poi pedinare, cercando di ricostruire, appuntamento dopo appuntamento, la rete del gruppo. Di «Fontanone» si sa che era un insegnante, che riuscì a incontrare alcune persone ritenute vicine alle Brigate rosse, che questi incontri vennero fotografati e i volti dei suoi interlocutori immortalati fino a quando il pentito Patrizio Peci riconobbe l’immagine di uno di loro, fornendo l’input decisivo per indirizzare l’indagine verso la persona giusta: Francesco Piccioni, figura di peso della colonna romana, membro del fronte logistico nazionale che aveva partecipato nel dicembre 1979 alla riunione della Direzione strategica convocata in tutta fretta nella base genovese di via Fracchia. Dopo una intensa attività durata mesi Piccioni (Michele) fu catturato il 19 maggio 1980 nella base di via Silvani 7 a Roma, sede del «logistico» della colonna romana. Interessante è un ulteriore episodio: i carabinieri avevano in mano foto di diversi brigatisti immortalati durante queste attività di osservazione e pedinamento. Si trattava sicuramente di militanti che avevano una storia, erano conosciuti nei loro quartieri. «Mi rivolsi – ha spiegato Di Petrillo davanti alla Commissione Fioroni – «al Partito comunista, all’avvocato Tarsitano perché mi aiutasse a identificare queste persone. Ritagliai la foto di uno di questi che stava in via dei Fori Imperiali e dopo qualche giorno mi dette un appuntamento, andai alla Pigna [piazza Venezia, in prossimità dell’inizio di via delle Botteghe Oscure dove si trovava la sede nazionale del Pci] a incontrare Antonio Marini, un uomo del Pci, gli consegnai quel frammento di foto; dopo qualche giorno mi richiamò e mi diede il nome: Marcello Basili» (6). Si trattava di un militante vicino alla brigata di Torrespaccata che una volta arrestato iniziò a collaborare facendo catturare diversi suoi compagni.
Fu sistematica in quegli anni l’attività informativa del Pci a favore delle forze di polizia, «Dalla Chiesa – ha riferito il generale Bozzo – mi aveva incaricato di tenere i rapporti con il Pci. Dal Pci abbiamo avuto tutta la collaborazione possibile e immaginabile. Su questo non può esserci nemmeno un’ombra di dubbio. Io avevo rapporti con Lovrano Bisso, allora Segretario provinciale del Pci: ci aiutò in ogni modo» (7). Alcune testimonianze portano a ritenere che il flusso informativo avvenisse anche in direzione opposta, seppur in misura molto minore. Salvatore Ricciardi, dirigente della colonna romana scomparso il 9 aprile 2020, con una ricca storia politica nel movimento operaio romano, prima nel Psiup (1965), poi tra i fondatori del Cub ferrovieri di Roma, per poi aderire all Brigate rosse nel 1977, mi ha più volte raccontato che dall’interno del Pci romano, qualcuno che non gradiva affatto la scelta della «delazione politica di massa» condotta dai vertici del partito, fece pervenire copia dei nomi di attivisti ritenuti sospetti che erano stati passati alla Questura.

Note

  1. Testimonianza di Loriano Bisso, segretario provinciale del Pci genovese, in Giovanni Fasanella e Sabina Rossa, Guido Rossa mio padre, Bur, pp. 158-159: «[…] Quell’esperienza – si rivelò utile anche di fronte alla minaccia brigatista. Fu un lavoro particolarmente difficile e pericoloso. Per diverse ragioni. Innanzitutto le Brigate rosse avevano una struttura fortemente centralizzata e compartimentata, con una base di sostegno non particolarmente ampia. Quindi non erano facilmente penetrabili. Inoltre, i loro gruppi di fuoco, che applicavano la tattica del “mordi e fuggi”, erano assai efficaci; mentre le forze dell’ordine, pur disponendo di personale di livello, per tutta una fase diedero l’impressione di brancolare nel buio. Tutto questo rendeva assai spregiudicata l’azione delle Br. Per la natura delle difficoltà, quindi decidemmo di concentrare l’attenzione piuttosto su ciò che stava dietro alla produzione del materiale di propaganda brigatista. Vale a dire: chi scriveva volantini e documenti, dove si stampavano, chi li trasportava, come entravano in fabbrica, chi li distribuiva. E poi, su un piano più strettamente politico, dovevamo capire quale grado di consenso quei documenti fossero in grado di suscitare fra i lavoratori. Posso dire questo, che il lavoro di Guido Rossa ci portò assai vicino all’individuazione di gran parte della catena di produzione della propaganda brigatista. Il contributo di tuo padre fu davvero eccellente. Mi aveva parlato di Berardi già alcuni mesi prima di quel 25 ottobre 1978. Lo aveva già individuato e lo teneva d’occhio».
  2. E.P. Thompson, Rivoluzione industriale e classe operaia in Inghilterra, il Saggiatore, Milano 1968.
  3. S. Luzzato, Giù in mezzo agli uomini. Vita e morte di Guido Rossa, Einaudi 2021.
  4. D. Di Petrillo, audizione davanti alla Commissione Moro 2, 19 giugno 2017.
  5. D. Di Petrillo, Il lungo assedio. La lotta al terrorismo nel diario operativo della sezione speciale anticrimine dei carabinieri di Roma, Melampo, Milano 2018, p. 115-116.
  6. D. Di Petrillo, CM2, 19 giugno 2017.
  7. G. Fasanella, S. Rossa, Guido Rossa mio padre, Bur, Milano p. 141.