Il complottismo, malattia perenne del discorso pubblico sul caso Moro

Si sa, l’utilizzo pubblico della storia è spesso cosa ben diversa dalla storia come disciplina scientifica. Ciò perché da sempre la politica (soprattutto quella al potere) tende a volersene appropriare, distorcendo, occultando, inventando eventi, situazioni, contesti, per fini di preservazione dello status quo. Il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, presidente della Democrazia cristiana, nella primavera del 1978 è forse l’evento del secondo dopoguerra italiano a essere oggetto di una continua campagna basata su ricostruzioni senza alcuna aderenza documentaria e su interpretazioni fantasiose e mistificatorie. La scorsa estate gruppo di storici e storiche, ricercatori e ricercatrici, studiosi e studiose della storia politica italiana del tempo recente hanno redatto un appello teso non solo a demistificare l’alone di complottismo che avvolge il discorso pubblico sul caso Moro, ma anche a ripristinare il dibattito e il confronto sul piano della rigorosità metodologica. Sul tema abbiamo deciso di intervistare uno degli estensori della lettera aperta, lo scrittore e giornalista Paolo Persichetti

Machina-Deriveapprodi.com, 25 novembre 2020
Intervista di Alberto Pantaloni a Paolo Persichetti

1. Com’è possibile che a distanza di oltre quarant’anni dai fatti di via Fani e via Caetani, in un contesto politico enormemente mutato, ci sia ancora chi è ossessionato dai complotti e dalle dietrologie?
Il passato, quando è ritenuto scomodo, subisce in genere un processo di rimozione: viene dimenticato, seppellito per poi riemergere qui e là se ne è rimasta traccia. Nel caso della lotta armata degli anni ’70 è avvenuto un processo radicalmente diverso: quella vicenda è stata sottoposta a una ipermemorizzazione fabbricata dai poteri pubblici. Sappiamo che la memoria è un impasto di ricordo e oblio che nel caso delle memorie private risponde a dei processi di selezione psichica legati alla singola storia del soggetto. Nella memoria pubblica, invece, i processi di selezione sono politici.

2. Spiegaci in che modo ha preso forma questo uso pubblico del passato.
Tra i momenti decisivi ci sono certamente i ripetuti interventi del presidente della repubblica Giorgio Napolitano, per altro uno dei protagonisti della linea della fermezza che volò negli Usa proprio nelle settimane del sequestro Moro. In più occasioni tra il 2007 e il 2008, fino all’editto pronunciato dal Quirinale il 9 maggio di quell’anno, decretò il divieto di parola pubblica degli ex appartenenti delle formazioni armate degli anni ’70, i quali – sosteneva – «non avrebbero dovuto avvalersi per cercare tribune da cui esibirsi, dare le loro versioni dei fatti, tentare ancora subdole giustificazioni». Al tempo stesso l’istituzione nel 2007 di una giornata nazionale della memoria delle vittime del terrorismo che si tenne la prima volta il 9 maggio dell’anno successivo, data significativa che relegava lo stragismo con le sue complicità statali negli sgabuzzini della memoria ponendo al centro dei rituali commemorativi il sequestro Moro, mischiando e confondendo l’iperviolenza statuale e atlantica delle stragi con le insorgenze armate provenienti da gruppi sociali oppressi. Un altro aspetto importante è stata l’attribuzione di un ruolo di amministrazione della memoria pubblica all’associazionismo che si era visto riconosciuto lo status di vittima legittima. Da qui l’elaborazione di discorsi fondati sulla stigmatizzazione etica, l’anatema morale a scapito di un approccio fondato sull’impiego delle discipline dell’analisi sociale, politica ed economica. La conseguenza è stata l’oblio dei fatti e delle condizioni sociali che determinarono quegli eventi, per altro figli di un modello di società e di produzione nel frattempo superati e dimenticati. Questa memoria svuotata dalle sue matrici causali ha assunto le sembianze di un spettro che si proietta ancora oggi, oltre il millennio, un po’ come lo spettro marxiano, rinviandoci sbiadite immagini in bianco e nero di una violenza politica irragionevole e manipolata che cancella i colori della storia. L’eredità, il condensato di questa chimica della memoria statuale sono stati il complottismo (la dietrologia) e il vittimismo.

3. Alla fine di agosto una serie di esponenti (sessanta) del mondo della ricerca storica e dell’inchiesta politica hanno firmato un documento di denuncia del crescente peso che la visione complottistica sul rapimento e l’uccisione del Presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro da parte delle Brigate rosse ha nel discorso pubblico, dalle dichiarazioni della politica agli editoriali degli organi d’informazione. Lo storico Marco Clementi, fra i firmatari, ha affermato che questa presa di posizione costringe tutti «a misurarsi con il principio di realtà». È il vecchio problema della contraddizione fra verità storica e uso pubblico (cioè politico) della storia. Un problema che non riguarda solo gli anni Settanta della nostra storia (si pensi alle polemiche sulla Resistenza o sulle Foibe nel nostro Paese, o a quelle sulla Guerra Civile americana negli Usa). Come mai siete usciti con questo documento ad agosto scorso? L’offensiva complottista è cosa che va avanti da diversi decenni…
L’innesco è stato l’ennesimo fake che accostava le vicende legate alla strage di Bologna dell’agosto 1980, che stando alle sentenze della magistratura hanno una matrice di destra, in ogni caso opposta per movente, obiettivi e pratiche operative al fare dei gruppi della sinistra rivoluzionaria armata e delle Brigate rosse, geneticamente antistragiste. Ma aldilà della ragione specifica, credo che sia stato un segnale importante di cambiamento, la prova di una maturazione del mondo della ricerca, di una nuova consapevolezza e anche della presenza di un maggiore coraggio degli studiosi dovuto forse all’arrivo di nuove generazioni non più embedded, slegate cioè da vincoli e condizionamenti che potevano esercitare fino a ieri le vecchie baronie legate culturalmente al catechismo dell’emergenza e della fermezza tramandato dalla Prima Repubblica. C’è un clima nuovo a cui ha certamente contribuito la maggiore socializzazione delle fonti di provenienza statale. Recenti aggiornamenti normativi hanno reso più democratico l’accesso agli archivi. Oggi è possibile consultare quei documenti che un tempo erano appannaggio solo della magistratura, delle commissioni parlamentari e dei loro consulenti. Una circostanza che in passato ha favorito una certa opacità e anche la manipolazione delle fonti stesse. È accaduto che carte scomode venissero ignorate o citate solo in parte. Quel tempo è finito! C’è una nuova generazione di studiosi che non è più disposta ad accettare narrazioni che ignorano i canoni storiografici: la confusione di tempi e luoghi, l’uso dei de relato spesso attribuiti a defunti, le correlazioni arbitrarie, le affermazioni ipotetiche, i sillogismi e le false equazioni, le suggestioni e molto altro ancora condito con un approccio paranoico che rifugge ogni confutazione. Per decenni l’accesso riservato alle carte è stato un formidabile strumento per mistificare la storia, costruire un discorso funzionale ai poteri, per tracciare una narrazione ostile alla storia dal basso, con l’obiettivo di negare la capacità dei soggetti di muoversi e pensare in piena autonomia secondo interessi legati alla propria condizione sociale, politica, culturale. Così si è finiti in una sorta di nuovo negazionismo storiografico.

4. Diversi studi sui documenti delle Commissioni Moro avevano già evidenziato in passato la natura assolutamente endogena del fenomeno brigatista e dell’operazione Moro, penso ai volumi di Clementi e Satta, che sono stati i pionieri del ristabilimento della verità storica… Insomma la situazione era già chiara decenni fa…
Senza dubbio «La pazzia di Aldo Moro» di Marco Clementi e «L’odissea nel caso Moro» di Vladimiro Satta, apparsi rispettivamente nel 2001 e nel 2003, hanno segnato una svolta metodologica decisiva. Finalmente due studiosi, per altro di matrice culturale diversa, riportavano sui dei corretti binari storiografici l’analisi del sequestro Moro. Quanto a dire che quei due lavori furono sufficienti per rendere la situazione chiara, ce ne corre. I loro studi hanno senza dubbio aperto una nuova strada, seguita poi da altre pubblicazioni e altri autori cresciuti negli ultimi anni ma in misura sempre inferiore rispetto alla mole della pubblicistica complottista, al peso delle narrazioni dietrologiche diffuse sulla stampa, nel cinema e nei grandi format televisivi. Non c’è competizione: l’industria editoriale è orientata sul tema del cold case,anche perché paga in termini di mercato. Cerca testi sensazionalistici spacciati per inchieste che promettono scoop, garantiscono rivelazioni, spacciano soluzioni agli eterni misteri che per definizione restano insolubili, inarrivabili altrimenti il gioco finisce e il circo chiude. I grandi format televisivi, se osserviamo quel che è accaduto in occasione del quarantennale del sequestro Moro, hanno riprodotto questo schema. La lettera firmata dai sessanta storici e ricercatori è stata un sasso lanciato in questo stagno putrido, un acquitrino insalubre dove hanno trovato la loro ragion d’essere una pletora di cialtroni, un circo Barnum di pagliacci e mitomani dietro cui si celano figure senza scrupoli.

5. Esponenti di area Pci (penso a Sergio Flamigni e a Miguel Gotor) continuano imperterriti nella loro crociata sulla presunta «verità»: Flamigni è arrivato addirittura ad accusare Giuseppe Fioroni, Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul sequestro del Presidente Dc dal 2014 al 2017, di avere gestito i lavori della Commissione in modo «autocratico e disordinato» per nascondere la verità.
Anche la dietrologia non è più quella di una volta. I lavori dell’ultima commissione Moro presieduta dal democristiano Giuseppe Fioroni, oggetto ora di diverse querele rivolte contro uno dei suoi ex membri (l’ex commissario Gero Grassi), hanno scatenato la balcanizzazione della dietrologia, una sorta di tutti contro tutti. Rivalità, concorrenza nel mercato delle fake news, logica mercantile dello scoop, di chi la spara più grossa tanto poi nessuno verifica e nessuno risponde (ma anche qui le querele ci dicono che qualcosa sta cambiando e un principio di realtà e responsabilità sta per essere introdotto), fiorire di tesi complottiste che si annullano a vicenda divorandosi tra loro, hanno condotto al parossismo il discorso dietrologico. Una iperbole che lo mette al passo con gli altri cospirazionismi che traversano il pianeta in questo momento e mobilitano le interiora della destra più conservatrice e reazionaria. A Flamigni, che ha campato per decenni sul monopolio dell’accesso ai documenti e su risultanze peritali incerte, non va giù che questa commissione abbia disposto ingenuamente nuove perizie scientifiche su via Fani, via Gradoli e via Montalcini. Accertamenti che hanno definitivamente sepolto ogni possibilità di utilizzare imprecisioni, limiti ed errori che in passato consentivano di insinuare ricostruzioni complottiste. La commissione Fioroni, convinta che le acquisizioni storiografiche, le testimonianze dei protagonisti e le ricostruzioni cui erano giunte le cinque precedenti inchieste giudiziarie sulla vicenda Moro fossero inesatte, fuorvianti o patteggiate, con l’enfasi supponente di chi avrebbe finalmente disvelato la verità a tutti nascosta, ha disposto nuove perizie che si avvalevano delle moderne tecniche forensi inesistenti quando vennero condotte le prime indagini. Da un presupposto errato è scaturito così un risultato virtuoso che oggi è a disposizione di tutti i ricercatori ma che ha scandalizzato Fioroni e gli altri commissari (meno uno), i quali totalmente spiazzati hanno cercato in tutti i modi di ridimensionarle. In fondo la commissione ha lavorato tre anni per cercare di smontare quello che involontariamente le risultanze scientifiche andavano accertando. Uno spettacolo surreale che tuttavia non è riuscito a cancellare la conferma che in via Fani le cose sono andate come hanno sempre raccontato i brigatisti: nessun attacco è stato mosso da destra, non c’erano superkiller professionisti, agenti segreti, motociclette coinvolte nell’operazione, nessuno ha sparato contro il parabrezza del teste Marini. Abbiamo anche la certezza genetica che sfata la leggenda di Moro tenuto o passato in via Gradoli e sappiamo che l’esecuzione del presidente Dc all’interno del box di via Montalcini è compatibile con il luogo, le risultanze balistiche, l’analisi splatter (le gocce di sangue) e audiometrica degli spari. Insomma è calato il sipario sulla dietrologia in via Fani.

6. Miguel Gotor, lo storico delle eresie membro della commissione, ha parlato nel suo ultimo libro di «Verità “concordate” tra poteri dello Stato e i militanti armati». Polemica che forse verrà rinfocolata dopo la pubblicazione di stralci del carteggio fra l’ex Presidente della repubblica Cossiga e alcuni esponenti delle Brigate rosse…
ll «patto di omertà», come lo ha chiamato Flamigni, il «patto segreto» tra «complici» come hanno scritto altri competitor dell’arcigno custode della verità politica del Pci sul sequestro Moro è una costruzione finalizzata a esportare la parte di responsabilità politica che pesa sui partiti che sostennero la linea della fermezza. A quarant’anni di distanza invece di interrogare le ragioni che spinsero Dc e Pci a rifiutare la trattativa, sacrificando un uomo per non perdere lo Stato, come recitava il famoso editoriale di Scalfari apparso su «la Repubblica» del 21 ottobre 1978, si insinua l’esistenza di un accordo sotterraneo tra prigionieri delle Br e vertice democristiano suggellato dal cosiddetto memoriale Morucci-Faranda. Nulla ci dicono sulla dimensione psicologica e culturale che mosse i dirigenti dei due maggiori partiti, come riuscirono a dire che le lettere di Moro erano manipolate, circostanza smentita dall’ultimo lavoro scientifico curato da Michele Di Sivo. Resta ancora inspiegato il silenzio di Fanfani che venendo meno ad accordi presi non pronunciò il discorso di apertura promesso. Perché tacque? Fu bloccato? Questioni che si cerca di occultare inventando un patto attorno a un memoriale che raccoglie le deposizioni di Morucci e Faranda davanti alla magistratura e a cui i due dissociati, poi divenuti collaboratori, per ottenere l’accesso ai benefici penitenziari aggiunsero i nomi dei partecipanti all’azione di via Fani prima indicati solo con dei numeri. Un resoconto che nella parte politica valorizza la loro dissidenza contro la dirigenza brigatista. Non si capisce quale interesse avrebbero avuto gli esponenti delle Br a fare proprio un testo a loro ostile. Non solo, oggi sappiamo che del memoriale vennero messi al corrente Pecchioli e Cossiga che sulla questione si consultarono. Se anche il Pci era della partita, perché il patto occulto riguarderebbe solo la Dc? Inoltre i fautori di questa tesi non sono in grado di fornire informazioni essenziali sui tempi e i luoghi dell’accordo oltre che sull’oggetto dello scambio: Morucci e Faranda erano nel carcere per pentiti di Paliano mentre Moretti e compagni si trovavano sparpagliati nelle prigioni speciali. Inesistenti i rapporti tra loro, segnati da rotture traumatiche (Morucci e Faranda rubarono armi e soldi della colonna romana) e ostilità per la scelte dissociative e collaborative. Flamigni, consapevole di questo vulnus, si inventa che l’accordo si sarebbe materializzato nei giorni finali del sequestro, così la toppa è peggiore del buco. Il rifiuto della trattativa per liberare Moro si sarebbe materializzato nell’accordo per farlo sopprimere: come, dove, quando? E il vantaggio ricavato? I secoli di carcere ricevuti nelle sentenze? Un abisso logico senza risposta.

7. Richiami spesso la responsabilità del Pci nella costruzione delle tesi complottiste.
È senza dubbio la forza politica che grazie al suo importante bacino culturale ha più di ogni altra contribuito a costruire e consolidare questa narrazione. Il 1984 è stato un anno di svolta per il Pci. La prematura scomparsa di Enrico Berlinguer precipita il partito in uno stallo politico. In crisi di strategia dopo il naufragio del compromesso storico, il Pci imprime una svolta anche sulla vicenda Moro. Con una mozione presentata il 9 maggio 1984 alla Camera e al Senato prende le distanze dalla relazione di maggioranza che aveva appoggiato l’anno precedente in chiusura dei lavori della prima commissione d’inchiesta parlamentare sul rapimento Moro, e dal primo processo in corte d’assise che si era concluso nel 1983. La stampa del partito e i suoi intellettuali si mobilitano per produrre da quel momento una intensa letteratura che darà vita a categorie come quella di «doppio Stato», «Stato parallelo» anche sulla scia di un precedente lavoro sui «poteri invisibili» di Bobbio. Nasce la stagione del complottismo. Il nodo storico-politico che tormenta il Pci è dimostrare che la vita di Moro non venne sacrificata in nome della ragion di Stato, cioè di una linea di fermezza che avrebbe precluso ogni possibilità di trattativa con le Br. Il Pci tenta di tirarsi fuori dalla responsabilità di aver contribuito, sacrificando Moro, alla disfatta della propria strategia. Una consapevolezza che spinge i dirigenti di Botteghe oscure ad avviare la lunga stagione vittimista e recriminatoria della dietrologia: la neolingua del complotto. Un paradigma consolatorio che ha creato una vera malattia del pensiero.

8. Non ti sembra che in questa epoca di teoria debole c’è spesso confusione tra esercizio della critica e letture complottiste della realtà.
L’idea che la realtà sia qualcosa su cui si deve gettare luce perché dominata dall’ombra e dall’invisibile, è divenuto il nuovo modo di giustificare una sorta di contronarrazione che si pretende autonoma, libera e indipendente dai «poteri».È sconcertante questa idea di un passato fatto di misteri e segreti anziché di processi, rotture, trasformazioni: uno schema cognitivo che riporta all’epoca dell’inquisizione, ai paradigmi interpretativi che i frati domenicani impiegavano individuando il disegno del maligno nei fenomeni incompresi o inaspettati che la società presentava. L’idea che il mondo sia più comprensibile se visto dal buco della serratura di un ufficio dei servizi segreti piuttosto che dai tumulti che attraversano le strade, i luoghi di lavoro, lì dove scorre la vita e si tessono e scontrano le relazioni sociali, economiche e politiche, è il segno tragico di una malattia della conoscenza. Una sorta di incapacità ontologica che impedisce di accettare non solo la possibilità ma la pensabilità stessa che dei gruppi sociali, siano essi grandi o piccoli, possano aver concepito e tentato di mettere in pratica una via rivoluzionaria. La dietrologia, il cospirazionismo hanno come essenza filosofica il negazionismo della capacità del soggetto di agire, pensare in piena autonomia. Il complottismo è un nuovo instrumentum regni che favorisce una visione delle cose perfettamente congeniale alla perpetuazione degli assetti di potere del capitalismo attuale. Attraverso la dietrologia si vuole veicolare l’idea che dietro ogni ribellione non c’è l’agire sociale e politico di gruppi umani ma solo un inganno, una forma di captazione, uno stratagemma del potere.

* Su questi argomenti si vedano le pubblicazioni di DeriveApprodi:
Sergio Bianchi e Raffaella Perna (a cura di), Le polaroid di Moro, 2012
Andrea Casazza, Gli imprendibili. Storia della colonna simbolo delle Brigate rosse, 2013
Marco Clementi, Paolo Persichetti, Elisa Santalena, Brigate rosse. Dalle fabbriche alla «campagna di primavera», 2017
Barbara Balzerani, Perché io perché non tu, 2009
Barbara Balzerani, Compagna luna, 2013
Salvatore Ricciardi, Maelstrom, 2011

 

 

 

Ennesima querela contro Gero Grassi per le sue falsità sul sequestro Moro

Per l’ex parlamentare Gero Grassi il sequestro Moro sta diventando una vera iattura. L’ex membro della seconda commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, che ha chiuso i battenti nella passata legislatura, è incappato in una nuova querela (vedi qui la prima). A denunciarlo stavolta è stata la giornalista Birgit Kraatz, corrispondente in Italia per oltre trent’anni delle più importanti testate giornalistiche tedesche. Nella denuncia per «diffamazione aggravata a mezzo stampa e internet» e per altri reati che la procura potrebbe ulteriormente individuare, la giornalista contesta a Gero Grassi di aver sostenuto in più occasioni la sua appartenenza al «gruppo eversivo tedesco denominato 2 giugno, noto specialmente in Germania per avere compiuto negli anni 70 atti di terrorismo», insinuando che nel 1978, quando la giornalista abitava a Roma, in Via Massimi 91, avrebbe fiancheggiato «l’attività delle Brigate Rosse durante la prigionia dell’onorevole Aldo Moro». Tale affermazione, precisa ulteriormente la giornalista nella sua denuncia, viene poi ribadita da Grassi con ampio risalto in alcune pagine del volume (pp. 143 e 159) «Aldo Moro la verità negata, terza edizione, edito nel 2019 col patrocinio della Regione Puglia e dell’Anci, da Pegaus Edizioni (scaricabile gratuitamente anche dal suo sito: http://www.gerograssi.it), nelle quali si riferisce la vicinanza della Kraatz «ai terroristi tedeschi», la sua appartenenza al gruppo 2 giugno e si afferma che dalle finestre della sua casa «Franco Piperno avrebbe da lì osservato i movimenti di Moro e della sua scorta». Come se non bastasse, più avanti – scrive sempre la giornalista – «sono stata descritta come membro della Raf (organizzazione terroristica analoga alle Brigate rosse) avente ruolo di probabile appoggio logistico nelle vicende relative al tragico sequestro» (p.159 e 160).
Un racconto grossolanamente falso e inverosimile, protesta la Kraatz che nella querela riassume la sua esperienza lavorativa e di vita in Italia ricordando di essere arrivata nel 1968 come corrispondente del settimanale Die Weltwoche; di aver successivamente lavorato per la Zdf (il secondo canale della televisione tedesca) e poi, nel 1976, di essere divenuta capo della redazione romana di Stern e dal 1980 fino al 1990 di aver assunto la stessa posizione per Der Spiegel. In seguito, racconta ancora la donna, «ho collaborato come corrispondente diplomatico per Rai 3 in occasione del processo politico di riunificazione tedesca, effettuando varie interviste e reportage». Iscritta alla Spd dal 1974 – come si può facilmente leggere nella bio presente su Wikipedia – la Kraatz ha di fatto ha curato i rapporti della socialdemocrazia tedesca con la sinistra italiana, in modo particolare col Pci, intervistando nel 1976 lo stesso segretario nazionale Enrico Berlinguer (è citata persino nella biografia scritta da Chiara Valentini). Ha pubblicato per Editori riuniti un libro intervista col premier e capo della socialdemocrazia tedesca fautore della Ostpolitik, Willy Brandt, Non siamo nati eroi. Nel corso della sua carriera ha intervistato anche Helmut Schmidt, Theo Waigel, Oskar Lafontaine. Per la sua attività lavorativa gli sono stati riconosciuti alcuni premi giornalistici, come il Premiolino nel 1974 e il Città di Roma. Insomma una professionista affermata e molto conosciuta nei circoli della stampa e del mondo politico romano, compagna di Lucio Magri da cui ha avuto una figlia nel 1974. Nella denuncia, Birgit Kraatz precisa anche di «aver sempre abitato da sola in via dei Massimi 91, con la figlia Jessica, all’epoca di 4 anni, e la governante che accudiva la bambina quando era fuori per lavoro», sottolinea inoltre che all’epoca del sequestro Moro «non aveva alcun rapporto sentimentale con il prof. Franco Piperno che aveva conosciuto anni prima durante una intervista». Circostanza che aveva già riferito ai consulenti della commissione presieduta da Giuseppe Fioroni, il magistrato Guido Salvini e il tenente colonnello dei carabinieri Massimo Giraudo, che l’avevano ascoltata in una caserma dei carabinieri il 20 febbraio 2017. Dichiarazioni riprese a pagina 261 del testo della terza relazione della Commissione: «La stessa Kraatz ha ricordato la sua relazione con il Piperno, ma ha escluso che si trattenesse nel condominio».

L’impossibile difesa di Gero Grassi
In una intervista a Radio radicale del 22 ottobre scorso (ascolta qui), Gero Grassi ha tentato una disperata difesa sostenendo di essersi soltanto limitato a riportare quanto sostenuto nella terza relazione della commissione, approvata dalla camera il 13 dicembre 2017 (in commissione era passata col voto contrario di Fabio Lavagno
ascolta qui la sua intervista) e dunque di non avere colpa se quanto vi era sostenuto, sulla scorta del lavoro prodotto dai suoi consulenti, non risponde al vero. Un tentativo di trincerarsi dietro l’immunità che protegge i lavori della commissione parlamentare. In realtà, le contestazioni mosse all’ex parlamentare dalla signora Kraatz fanno riferimento ad affermazioni e testi successivi alla decadenza del mandato parlamentare, ma soprattutto reiterate quando ormai era nota e comprovata la loro infondatezza. Già il 26 aprile 2018, sul quotidiano il Dubbio era apparsa una intervista a Franco Piperno nella quale erano presenti numerose informazioni che smentivano le affermazioni della Commissione. Il 4 ottobre successivo, in una dichiarazione fatta al Senato durante la presentazione del suo libro sui lavori della commissione da lui presieduta Giuseppe Fioroni spiegava dopo le insistenze di alcuni giornalisti che ad agosto 2018 era pervenuta una nuova informativa che smentiva il coinvolgimento della Kraatz nell’organizzazione 2 giugno. L’Ansa del giorno successivo riprendeva le sue parole: «Sull’adesione di Birgit Kraatz all’organizzazione estremista tedesca del ‘2 Giugno’, “ci sono degli atti che lo dicono e che noi abbiamo ereditato, ma c’è anche un documento di due mesi fa che dice che lei non c’entra niente“». In difficoltà per la micidiale bufala scolpita ad memoriam nella relazione della commissione, Fioroni balbettava che «il riferimento alla giornalista era per il rapporto avuto con Piperno (“assolutamente legittimo”, secondo Fioroni) e in primis per l’eventuale presenza di Piperno nel palazzo romano. “A noi interessa solo per le relazioni sentimentali che aveva – ha concluso l’ex deputato – abbiamo inserito lei nel testo solamente per dimostrare che c’era Piperno che frequentava quella casa. Poi se era dell’organizzazione del 2 giugno o altro, a me non serviva a niente”»1. Nonostante questa importante rettificata che avrebbe dovuto metterlo sull’avviso, indurlo a maggiore prudenza svolgendo le necessarie verifiche, Gero Grassi dava alle stampe a dicembre e diffondeva spavaldamente su internet la terza edizione del suo libro su Moro, nel quale tirava nuove bordate contro la Kraatz ribadendo la sua promiscuità con la formazione della sinistra armata tedesca e la sua complicità logistica col sequestro di Aldo Moro. In una successiva intervista all’Agi del 5 marzo 2020,chiamava ancora una volta in causa la donna evocando lo stabile del Vaticano in via dei Massimi 91 «frequentato da Piperno, Faranda e da una terrorista della Raf». Ma non è finita qui!

La verità non detta di Fioroni
Nella querela Birgit Kraatz elenca i ripetuti tentativi fatti per informare il presidente della commissione Fioroni dell’errore commesso e chiedere la dovuta rettifica. Intanto va ricordato che la signora Kraatz, del tutto ignara delle reali ragioni che avevano portato la commissione ad interessarsi della sua persona, si era dimostrata assolutamente collaborativa quando il 20 febbraio del 2017 era stata convocata per essere escussa dai alcuni suoi consulenti che nel porgli le domande restarono evasivi sul nodo essenziale che giustificava il loro interesse nei suoi confronti. Si limitarono a cercare conferma della sua residenza nel 1978 in un appartamento di via dei Massimi 91 e delle sue relazioni con Franco Piperno. Un modo assai strano di accertare la realtà dei fatti che impedì fin da subito alla Kraatz di fornire elementi obiettivi per smontare le grossolane fandonie raccolte sul suo conto. Ricordiamo che la commissione disponeva di poteri giudiziari ed i suoi consulenti erano nella stragrande maggioranza magistrati o ufficiali di polizia giudiziaria, un ruolo che li obbligava al dovere di agire secondo criteri di correttezza giuridica nella escussione dei testi.
Avuta notizia di quanto veniva affermato nei suoi confronti in alcune pagine della terza ed ultima relazione della commissione, il 22 febbraio 2018 Birgit Kraatz inviava una prima raccomandata al presidente Fioroni nella quale ricordava tra l’altro di aver frequentato per il suo lavoro uomini del mondo politico e della cultura, «come La Malfa, Berlinguer, Napolitano, Reichlin, Pertini, Amendola, Craxi, Cossiga, Galloni, Spadolini, Lama, Trentin, Agnelli, de Benedetti, Scalfaro, Scalfari, Fellini, Rosi, Moravia, Eco, a tal punto da essere ricevuta da costoro anche più di una volta per interviste esclusive. Alcune di queste personalità hanno anche frequentato la mia casa». Precisava inoltre che dalle finestre della sua abitazione «l’entrata del garage di via dei Massimi 91 non era né visibile né raggiungibile, come sarebbe stato facile verificare con un semplice sopralluogo».
La raccomandata non riceveva risposta anche perché nel frattempo la commissione aveva concluso i suoi lavori e le camere erano state sciolte in attesa di nuove elezioni politiche indette per il 4 marzo 2018. Il 22 febbraio si era tenuta l’ultima seduta della commissione che aveva deliberato criteri e modalità di pubblicazione degli atti e incaricato una struttura tecnica composta da alcuni ex consulenti di seguire questo lavoro. E’ più che probabile che la raccomandata della signora Kraatz sia giunta a questo ufficio e che l’ex presidente Fioroni ne abbia avuto cognizione. Anche se aveva terminato l’incarico non è pensabile che le relazioni con i suoi ex collaboratori si fossero interrotte, come dimostrano le stesse parole di Fioroni, riprese dall’Ansa del 5 ottobre, su un nuovo documento – giunto nel frattempo – che smentiva l’appartenenza della Kraatz alla “2 giugno”. Certo è che nel suo volume, Moro, il caso non è chiuso. La verità non detta, scritto con la giornalista Maria Antonietta Calabrò, dato alle stampe nell’aprile 2018 (edizioni Lindau), Fioroni mostrando grande scaltrezza evita improvvisamente di definire Birgit Kraatz una esponente del «movimento 2 giugno», parlando di una semplice «giornalista tedesca». Tuttavia l’ex presidente della Commissione Moro 2 – in piena coerenza col sottotitolo del suo volume – evitava di spiegare ai lettori il perché di quella repentina e significativa correzione rispetto a quanto era stato sostenuto nella pagine della relazione, nelle note dei consulenti e nelle numerose dichiarazioni pubbliche rese durante i lavori della commissione.
Il 18 ottobre 2018 gli avvocati di Birgit Kraatz inviavano una seconda raccomandata al presidente Fioroni contenente un documento della Bundeskriminalamt (Ufficio federale della polizia criminale). La più alta autorità pubblica tedesca in materia di polizia affermava che la signora Kraatz: «non ha mai avuto contati o altro legame col gruppo “2 Giugno” che vadano aldilà dell’attinenza del lavoro giornalistico allora svolto sull’argomento di sinistra in Germania e in Italia». I legali chiedevano anche di correggere i passi errati della relazione riferiti alla Kraatz e di far cancellare i medesimi passaggi dai motori di ricerca di Internet. Fioroni ancora una volta taceva: nessuna richiesta di scuse o gesto di cortesia perveniva alla signora Kraatz dall’ex presidente della Commissione Moro 2, nessuna dichiarazione pubblica che correggesse quel grossolano errore, nessun suggerimento a Gero Grassi affiché abbassasse i toni e correggesse le sue affermazioni. L’ex parlamentare Giuseppe Fioroni ha dimostrato fino all’ultimo di sentirsi sollevato da ogni responsabilità politica e morale nei confronti della signora Kraatz, anzi, ancora recentemente, lo scorso 16 ottobre presso la biblioteca e archivio storico del Senato in occasione della presentazione del libro di Gero Grassi oggetto della querela, invece di cogliere l’occasione per correggere l’errore sulla Kraatz ribadiva che in via dei Massimi 91 «c’era di tutto e di più… c’era qualche fiancheggiatrice della 2 giugno» (ascolta qui dopo il minuto 41.10)2.

La commissione Moro 2, ovvero l’officina delle fake news
Il motivo del coinvolgimento della Bundeskriminalamt nel clamoroso errore commesso dalla Commissione Moro 2 sulla giornalista Birgit Kraatz è dovuto al fatto che in una vecchia relazione del 31 luglio 2000, presentata da due parlamentari della destra postfascista, il senatore Alfredo Mantica e il deputato Enzo Fragalà, membri della commissione Stragi presieduta dal senatore Pellegrino, appariva in modo del tutto abusivo il nome di Birgit Kraatz. A seguito di una rogatoria diretta alle autorità tedesche, presentata dal giudice Francesco Amato sui nomi di alcuni esponenti vicini al movimento eversivo 2 giugno, la polizia tedesca inviava in risposta una relazione. Senza alcuna giustificazione comprensibile, l’Ucigos – l’Ufficio centrale della polizia politica destinatario della relazione – riportava il nome di Birgit Kraatz nella lettera che accompagnava il testo della Bundeskriminalamt. Nome che non era presente all’interno del documento della polizia tedesca e che mai più riapparirà. Nella successiva minuta della Digos di Roma, che riceve la documentazione dall’Ucigos e la rigira al magistrato, non vi è infatti più alcuna traccia della Kraatz. Nonostante questa evidente anomalia, i due parlamentari senza svolgere verifiche riportano il nome della donna nella loro relazione, indicandola come una esponente del gruppo “2 giugno”. Alcuni consulenti della commissione Fioroni che lavoravano da tempo sulla palazzina di via dei Massimi 91, ossessionati dall’idea che fosse un luogo chiave del sequestro Moro, scandagliano i materiali digitalizzati delle precedenti commissioni avvalendosi di parole chiave. Intercettano in questo modo il nome della Kraatz incrociandolo con quello delle persone che risiedevano all’epoca nella palazzina dello Ior. Nasce così il grossolano errore: nessuno legge attentamente le carte e si domanda perché il nome della Kraatz sia assente dalla relazione inviata della polizia tedesca ma compaia nella minuta che l’accompagna. Non si svolgono le necessarie verifiche, non si cercano risposte a questa incongruenza, non si fanno approfondimenti su altre fonti di informazione. In poche parole non si utilizza una corretta metodologia. Stupisce anche che autori di indagini giudiziarie che da decenni traversano gli anni 70 non abbiano avuto le capacità di arrivare a comprendere chi fosse veramente Birgit Kraatz, certamente non una personalità sconosciuta. Emerge un modo di lavorare superficiale, viziato dal pregiudizio, orientato unicamente a trovare conferma delle proprie convinzioni, evitando sistematicamente ogni indizio, segnale, o prova che sollevi dei problemi, inceppi o allontani dalla meta prefigurata o peggio smentisca i teoremi precostituiti. Insomma un metodo fallimentare, una gigantesca officina di fake news.

Note
1
Moro: Fioroni, Kraatz non fa parte organizzazione 2 giugno. Su cronista tedesca ex di Piperno. Risulta da atto recente
ROMA (ANSA) – ROMA, 5 OTT – Sull’adesione di Birgit Kraatz all’organizzazione estremista tedesca del ‘2 Giugno’, “ci sono degli atti che lo dicono e che noi abbiamo ereditato, ma c’è anche un documento di due mesi fa che dice che lei non c’entra niente”.
Così Giuseppe Fioroni precisa il riferimento alla giornalista tedesca che fu corrispondente in Italia dal 1968-98 per Spiegel, Stern e Zdf e citata nel libro che l’ex ministro ha scritto sul caso Moro (sulla base del lavoro svolto dalla commissione parlamentare d’inchiesta Moro2, presieduta da Fioroni). La donna ha escluso a più riprese la sua appartenenza al gruppo estremista, contestando quanto scritto, invece, nella relazione della Commissione, in cui viene citata come “già attiva nel movimento estremista 2 giugno e compagna di Franco Piperno”. Un passaggio che nel libro non c’è.
A pagina 123 Kraatz viene nominata perché, all’epoca del rapimento dello statista della Dc, abitava in un palazzo di proprietà dello Ior, in via Massimi a Roma, e lo stesso che ospitò poco dopo Prospero Gallinari, Br, che era nel gruppo che uccise la scorta di Moro. Inoltre, come si legge nel libro, la donna a quel tempo era “legata sentimentalmente a Franco Piperno, il leader di Autonomia operaia”, e “secondo la testimonianza di più condomini – continua il testo – Piperno frequentava l’abitazione della Kraatz che ha confermato alla commissione il suo rapporto d’amore con Piperno, ma ha escluso che si trattenesse nel condominio, anche se vi si recava qualche volta”.
Quindi, come ha chiarito Fioroni alla presentazione del libro ieri al Senato, il riferimento alla giornalista era per il rapporto avuto con Piperno (“assolutamente legittimo”, secondo Fioroni) e in primis per l’eventuale presenza di Piperno nel palazzo romano. “A noi interessa solo per le relazioni sentimentali che aveva – ha concluso l’ex deputato – abbiamo inserito lei nel testo solamente per dimostrare che c’era Piperno che frequentava quella casa. Poi se era dell’organizzazione del 2 giugno o altro, a me non serviva a niente”. (ANSA).
SUA/ S43 QBXL
2.
Venerdì 16 Ottobre 2020, ore 10,30, presentazione del volume di Gero Grassi “Aldo Moro, la verità negata”. Interventi di Gianni Marilotti, Gero Grassi, Giuseppe Fioroni, Luigi Zanda, Stefania Limiti. Coordina: Anthony Muroni. http://webtv.senato.it/webtv_evento?video_evento=120501

Note
1
Moro: Fioroni, Kraatz non fa parte organizzazione 2 giugno. Su cronista tedesca ex di Piperno. Risulta da atto recente
ROMA (ANSA) – ROMA, 5 OTT – Sull’adesione di Birgit Kraatz all’organizzazione estremista tedesca del ‘2 Giugno’, “ci sono degli atti che lo dicono e che noi abbiamo ereditato, ma c’è anche un documento di due mesi fa che dice che lei non c’entra niente”.
Così Giuseppe Fioroni precisa il riferimento alla giornalista tedesca che fu corrispondente in Italia dal 1968-98 per Spiegel, Stern e Zdf e citata nel libro che l’ex ministro ha scritto sul caso Moro (sulla base del lavoro svolto dalla commissione parlamentare d’inchiesta Moro2, presieduta da Fioroni). La donna ha escluso a più riprese la sua appartenenza al gruppo estremista, contestando quanto scritto, invece, nella relazione della Commissione, in cui viene citata come “già attiva nel movimento estremista 2 giugno e compagna di Franco Piperno”. Un passaggio che nel libro non c’è.
A pagina 123 Kraatz viene nominata perché, all’epoca del rapimento dello statista della Dc, abitava in un palazzo di proprietà dello Ior, in via Massimi a Roma, e lo stesso che ospitò poco dopo Prospero Gallinari, Br, che era nel gruppo che uccise la scorta di Moro. Inoltre, come si legge nel libro, la donna a quel tempo era “legata sentimentalmente a Franco Piperno, il leader di Autonomia operaia”, e “secondo la testimonianza di più condomini – continua il testo – Piperno frequentava l’abitazione della Kraatz che ha confermato alla commissione il suo rapporto d’amore con Piperno, ma ha escluso che si trattenesse nel condominio, anche se vi si recava qualche volta”.
Quindi, come ha chiarito Fioroni alla presentazione del libro ieri al Senato, il riferimento alla giornalista era per il rapporto avuto con Piperno (“assolutamente legittimo”, secondo Fioroni) e in primis per l’eventuale presenza di Piperno nel palazzo romano. “A noi interessa solo per le relazioni sentimentali che aveva – ha concluso l’ex deputato – abbiamo inserito lei nel testo solamente per dimostrare che c’era Piperno che frequentava quella casa. Poi se era dell’organizzazione del 2 giugno o altro, a me non serviva a niente”. (ANSA).
SUA/ S43 QBXL
2.
Venerdì 16 Ottobre 2020, ore 10,30, presentazione del volume di Gero Grassi “Aldo Moro, la verità negata”. Interventi di Gianni Marilotti, Gero Grassi, Giuseppe Fioroni, Luigi Zanda, Stefania Limiti. Coordina: Anthony Muroni. http://webtv.senato.it/webtv_evento?video_evento=120501

Altri articoli
La prima querela, https://insorgenze.net/2020/05/17/gero-grassi-querelato-per-le-fake-news-sul-sequestro-moro/


La lettera del giudice Guido Salvini a Insorgenze, «non credo al complotto nel rapimento Moro, ma non tutto è chiaro»

Video

Il dottor Guido Salvini, attualmente Gip presso il tribunale di Milano mi ha inviato questa lettera. Autore quando era giudice istruttore della nuova inchiesta sulla strage di Piazza Fontana (Milano 1969), che ha finalmente individuato gli autori dell’attentato, e un’altra indagine sulla strage di piazza della Loggia (Brescia 1974). Esperto di quel complesso mondo di relazioni e intrecci tra destra, ordinovista e avanguardista, e apparati dello Stato, ha condotto inchieste anche sul fronte opposto: l’omicidio del militante di estrema destra Sergio Ramelli, 1975, da parte del servizio d’ordine di Avanguardia operaia e sui fatti di via De Amicis a Milano nel 1977, che portarono all’uccisone dell’agente Antonio Custra.  Il dottor Salvini contesta il giudizio negativo da noi espresso nel corso di una intervista (leggi qui) sulla sua attività di consulente della seconda commissione Moro, presieduta da Giuseppe Fioroni. Pubblico il suo testo accompagnato da una mia replica ringraziando il giudice Salvini per l’attenzione mostrata

guido_salvini

Vi scrive Guido Salvini giudice del Tribunale di Milano. Ho letto la vostra intervista a Matteo Antonio Albanese autore del libro Tondini di ferro e bossoli di piombo. Ho trovato interessanti le riflessioni sui rapporti tormentati che vi furono tra il Pci e il mondo delle Brigate rosse ai suoi inizi e sull’intuizione da parte di queste ultime del fenomeno della globalizzazione. In una domanda posta dall’intervistatore mi sono però attribuite, anche in modo inutilmente sgarbato, opinioni sul sequestro Moro che non ho mai avuto e che non ho mai espresso e che al più possono essere proprie di qualche parlamentare componente della seconda Commissione Moro per la quale ho lavorato in completa autonomia come consulente. Infatti non ho mai pensato né scritto, come è facile verificare, che il sequestro Moro sia stato ispirato o diretto dalle stesse forze, i Servizi segreti, la C.I.A. la Nato o che altro che sono stati presenti nella strategia della tensione e nelle stragi degli anni ’60- ‘70 sulle quali ho condotto istruttorie. Né penso che ad esso abbiano partecipato la ‘ndrangheta o altre entità misteriose. Queste sono opinioni di altri che l’articolo non cita

Credo tuttavia che soprattutto negli ultimi giorni del sequestro vi siano state in entrambe le parti, lo Stato e le Brigate Rosse, incertezze e imbarazzi su come affrontare la possibile liberazione dell’ostaggio da un lato e come portare a termine l’operazione dall’altro e che questa situazione, in cui i due attori dovevano necessariamente compiere scelte di interesse e forse auspicate anche da realtà esterne al sequestro, abbia in entrambi provocato in alcuni passaggi un’amputazione della narrazione di quanto avvenuto. Mi riferisco, ad esempio, per quanto riguarda lo Stato, all’incertezza se fare di tutto perché Moro fosse recuperato vivo e alla contemporanea assillante ricerca dei memoriali dello statista giudicati pericolosi per gli equilibri dell’epoca. Per quanto concerne le Brigate Rosse mi riferisco alle non convincenti versioni in merito al luogo o ai luoghi ove l’ostaggio fu tenuto prigioniero e alle modalità con le quali, mentre erano ancora in corso contatti ed iniziative, ha trascorso le ultime ore e con le quali è stato ucciso. Su questi passaggi vi sono probabilmente ancora alcune verità e forse il ruolo di alcune persone da proteggere. Spero di essermi spiegato in queste poche righe e forse la lettura del libro potrà spingermi a tornare in modo più ampio sull’argomento sul mio sito guido.salvini.it

Vi ringrazio per l’attenzione.
cordialità
Guido Salvini

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Dott. Salvini,
Registro con favore il giudizio anticomplottista da lei espresso sul sequestro Moro, cito le sue parole: «il sequestro Moro non sia stato ispirato o diretto dalle stesse forze, i Servizi segreti, la C.I.A. la Nato o che altro che sono stati presenti nella strategia della tensione e nelle stragi degli anni ’60-‘70 sulle quali ho condotto istruttorie. Né penso che ad esso abbiano partecipato la ‘ndrangheta o altre entità misteriose».

La mia valutazione negativa del suo lavoro di consulente nella commissione Moro 2 era tuttavia fondata sull’analisi delle sue attività: escussioni di testimoni, indagini perlustrative, proposte di piste da indagare che manifestavano un consolidato pregiudizio dietrologico. Mi riferisco all’endorsement del libro di un personaggio imbarazzante come Paolo Cucchiarelli (20 giugno 2016, n. prot. 2060 e 682/1), nel quale si individuavano almeno 4 spunti di indagine da seguire, tra cui le dichiarazioni di un pentito della ‘ndrangheta Fonti, anche lui replicante di fake news, come la presenza di Moro nell’angusto monolocale di via Gradoli in una fase del sequestro (circostanza smentita dalle evidenze genetiche delle analisi sulla tracce di Dna, condotta dalla stessa commissione), oppure su un presunto ruolo di Giustino De Vuono in via Fani e nella esecuzione del presidente del consiglio nazionale della Dc. O ancora l’articolo fiction dello scrittore Pietro De Donato apparso nel novembre 1978 su Penthause, rivista glamour notoriamente specializzata sul tema. E ancora la richiesta di sentire, protocollo 519/1, il collaboratore di giustizia, sempre della ‘ndrangheta, Stefano Carmine Serpa che nulla mai aveva detto sulle Brigate rosse e il rapimento Moro, ma in una deposizione del 2010 aveva riferito dei rapporti tra il generale dei Cc Delfino e Antonio Nirta, altro affiliato alle cosche ‘ndranghestite. L’ulteriore sostegno ai testi (28 dic 2018, prot. 2497 – e 844/1) di Mario Josè Cerenghino, autore di libri in coppia con Giovanni Fasanella, la cui ossessione complottista non ha bisogno di presentazioni, o ancora di Rocco Turi, autore di una storia segreta del Pci, dai partigiani al caso Moro, sostenitore di una tesi dietrologica diametralmente opposta alla precedente, che intravede nelle Repubblica popolare cecoslovacca una funzione promotrice dell’attività delle Brigate rosse, fino fantasticare l’addestramento in campi dell’Europa orientale dei militanti Br. Potrei continuare, ma non serve.

Nella seconda parte della lettera, contradicendo quanto affermato all’inizio, solleva nuovi dubbi sugli ultimi momenti del sequestro. Convengo con lei che da parte dello Stato, ed in modo particolare delle due maggiori forze politiche protagoniste della linea della fermezza, Democrazia cristiana e Partito comunista, vi siano ancora moltissime cose da scoprire sulla decisione ostinata e sui comportamenti messi in campo per evitare, fino a sabotare, qualsiasi iniziativa di mediazione e negoziato in favore della liberazione dell’ostaggio. Mi riferisco, per esempio, all’impegno preso e non mantenuto dal senatore Fanfani di intervenire il 7 maggio 1978, con un messaggio di apertura all’interno di una dichiarazione pubblica. 
Ritengo che da parte brigatista i dubbi da lei espressi non trovino fondamento. Cosa c’è di poco chiaro e non trasparente nella telefonata del 30 aprile realizzata da Mario Moretti alla famiglia Moro? Consapevole della necessità di uscire dal vicolo cieco in cui si era infilata la vicenda, il responsabile dell’esecutivo brigatista tentò una mediazione finale che ridimensionava le precedenti rivendicazioni, la liberazione di uno o più prigionieri politici, e chiedeva un semplice segnale di apertura, che nella trattativa che sarebbe seguita dopo la sospensione della sentenza poteva vertere nel miglioramento delle condizioni di vita nelle carceri. Perché questo aspetto continua ad essere evitato, sottovalutato e poco studiato, avvalorando contorte ipotesi di trattative parallele, somme di denaro o altro, rifiutate in principio dalle Br? Forse perché la responsabilità di chi si è sottratto a tutto ciò non è ancora politicamente sostenibile?
Ed ancora, sull’ipotesi dello spostamento dell’ostaggio, la invito a studiare tutti i sequestri, politici o a scopo di finanziamento, realizzati dalle Brigate rosse. Mi dica se c’è un solo caso dove l’ostaggio viene traslocato durante la prigionia? Approntare una base-prigione è cosa molto complessa e se non si comprende qual era il modo di approntare la logistica nelle Br si può cadere in facili giochi di fantasia.
Infine, tra i temi che la commissione ha rifiutato di affrontare c’è quello della tortura, verità indicibile di questo Paese. Un commissario aveva presentato un’articolata richiesta di approfondimento della vicenda di Enrico Triaca, il tipografo di via Pio Foà arrestato e torturato il 17 maggio 1978, una settimana dopo il ritrovamento del corpo di Moro, con una lista di testimoni da ascoltare, tra cui Nicola Ciocia, il funzionario dell’Ucigos soprannominato “dottor De Tormentis”, esperto in waterboarding. Sorprende che lei non se ne sia interessato sollecitando spunti d’inchiesta, audizioni o proponendo materiali e sentenze della magistratura presenti sulla questione? Dottor Salvini, ha perso davvero una grande occasione.
Cordialmente, Paolo Persichetti

La dizione di Gero, «Baider Manof»

Ascoltate cosa diventano Andreas Baader e Ulrike Meinhof, fondatori della Raf , nelle parole del pessimo orecchiante Gero Grassi, già membro della defunta commissione Moro 2, presieduta de Giuseppe Fioroni

 

Franco Piperno, «Il Pci impedì a Fanfani di salvare Moro. Gotor? Scrive balle»

L’intervista – «Io in via Gradoli? Una balla di Gotor». Piperno ritorna sulle ultime settimane del sequestro Moro, tra fine aprile e inizio maggio ’78, quando emerse un accenno di trattativa che poi non ebbe seguito. Liquida Miguel Gotor, che nelle ultime settimane lo ha accusato sul Fatto Quotidiano di essere la gola profonda che avrebbe portato alla scoperta della base brigatista di via Gradoli: «non a caso dagli scrittori di libri polizieschi ritenuto uno storico ma dagli storici considerato solo un romanziere». Infine ridicolizza le “clamorose scoperte”, annunciate nella ultima relazione intermedia prodotta dalla defunta Commissione Moro 2

Paolo Persichetti
Il Dubbio 26 aprile 2018

Il sequestro Moro poteva concludersi senza la morte dell’ostaggio? Franco Piperno ribadisce che era possibile. Tutto ruota attorno ai giorni concitati d’inizio maggio ‘78, dopo la telefonata di Moretti del 30 aprile alla famiglia dello statista democristiano e il comunicato Br nel quale figurava quel gerundio – «stiamo eseguendo la sentenza» – che di fatto rimandava l’esecuzione. L’iniziativa socialista aveva aperto un canale di comunicazione ed ai brigatisti era stato detto che il 7 maggio Fanfani avrebbe fatto un’importante dichiarazione di apertura. Perché tacque? Il suo silenzio fu la conseguenza di una interferenza del Pci, che forte dei suoi voti indispensabili per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica aveva validi argomenti per condizionare le decisioni del Presidente del Senato, uno dei pretendenti più quotati? Durante le trattative per la formazione del nuovo governo, Fanfani aveva cercato di scavalcare a sinistra Moro proponendo un governo d’emergenza con la partecipazione diretta dei comunisti. Ne scrive sui suoi Diari un infastidito Andreotti e lo testimonia l’ambasciatore Usa Gardner, allarmatissimo ma poi rassicurato dall’opzione ben più moderata di Moro che tenne fuori dal governo i tre ministri tecnici indicati dal Pci, rompendo gli accordi presi da Zaccagnini, pronto a dimettersi, e dallo stesso Andreotti. Piperno giocò un ruolo chiave attorno a quell’abbozzo di trattativa che però non riuscì  a conseguire il suo scopo. Una lacerazione della «linea della fermezza» che ancora oggi disturba la storiografia ispirata a quelle posizioni e che a distanza di quarant’anni non rinuncia a lanciare i propri strali dietrologici, calunniando i protagonisti di quella complicata vicenda.
Sul Fatto Quotidiano del 6 e del 20 aprile Miguel Gotor ha tirato in ballo nella intricata vicenda di via Gradoli la responsabilità di Franco Piperno, figura di spicco del ’68, tra i fondatori di Potere operaio, coinvolto nei processi 7 aprile e Metropoli. Secondo l’ex parlamentare, già membro della Commissione Moro, dietro la messa in scena della seduta spiritica che si tenne il 2 aprile 1978 a Zappolino, piccola frazione distante una trentina di chilometri da Bologna, nella casa di campagna del professor Clò, presenti Romano Prodi ed altri docenti universitari, che negli anni successivi saranno destinati ad incarichi di governo, ci sarebbe stata la “soffiata” di «un esponente di prestigio dell’area dell’eversione». Piperno avrebbe fornito il suggerimento al futuro ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta, secondo alcune voci mai confermate presente anch’egli alla seduta spiritica, approfittando del fatto che fosse fondatore e rettore  dell’Unical, l’università della Calabria,  dove Piperno stesso era docente di fisica.

In via Gradoli, situata nella zona Nord di Roma, il 18 aprile 1978 i Vigili del fuoco, chiamati per una perdita d’acqua, scoprirono una importante base delle Brigate rosse, affittata nel dicembre 1975 all’ingegner Borghi, alias Mario Moretti.

Nel “rapportino”, la scheda che riassume modalità, cause e soluzioni adottate dalla squadra dei Vigili del fuoco per portare a termine l’intervento, redatto al rientro in sede, il Caposquadra Giuseppe Leonardi scrive che alle 9.47 dall’interno 7: «Per mezzo di scala a ganci si provvedeva ad entrare nell’appartamento soprastante [int. 11] per constatare la causa di infiltrazione di acqua». Alla voce probabili cause, risponde: «Dimenticanza chiusura rubinetto della doccia del bagno» Nel relazione dattiloscritta specifica più dettagliatamente: «Il danno era semplicemente provocato dalla doccia, del tipo telefono, ri[ma…] aperta e rivolta contro il muro che faceva infiltrare l’acqua da dietro la vasca da bagno dietro il muro danneggiando i solai sottostanti. Si elimina[…] danno chiudendo il rubinetto erogatore» Più avanti il Caposquadra spiega che «posti in vista di un tavolo, vi erano volantini a firma delle “Brigate rosse» e  «volumi delle B.R» che attirarono la sua attenzione facendo scattare l’allarme.

La preziosa informazione sull’ubicazione della base brigatista – lascia intendere Gotor – sarebbe pervenuta all’ex esponente di Potop dalla proprietaria dell’appartamento di via Gradoli: i due si sarebbero conosciuti alla fine degli anni ‘60 per via della comune frequentazione del Cnen, il centro di ricerca nucleare di Frascati. Gotor, sostenitore della tesi che il danno d’acqua non fosse casuale, solleva ulteriori sospetti, ipotizzando che «un brigatista dissidente, un esponente dell’area dell’autonomia collaborativo con lo Stato o un agente dell’antiterrorismo» possa essere entrato nell’appartamento la mattina del 18 aprile, dopo l’uscita di Balzerani e Moretti che quella sera non sarebbe dovuto rientrare, con l’obiettivo di provare a recuperare gli scritti di Moro, sperando fossero nell’appartamento e poi provocare il danno d’acqua che fece cadere la base.
Tuttavia nel corso della fantomatica seduta spiritica emerse un’indicazione molto diversa dalla strada dove qualche settimana dopo venne rinvenuta la base brigatista. Nell’appunto manoscritto, subito girato al capo della polizia Parlato, redatto da Luigi Zanda, collaboratore del ministro dell’Interno Cossiga, che il 5 aprile ricevette la segnalazione da Umberto Cavina, addetto stampa di Benigno Zaccagnini, a suo volta informato il giorno precedente da Romano Prodi di passaggio a Roma, è annotato: «Caro dottore, ecco le indicazioni di cui s’è detto: Via Monreale 28, scala D, int. 1, piano terreno, Milano; lungo la statale 74, nel piccolo tratto in provincia di Viterbo, in località Gradoli, casa isolata con cantina».
Per giustificare questa incongruenza, Gotor inventa la categoria del “depistaggio a fini informativi”, attribuendo a Piperno una sofisticata strategia che mescolando vero e falso avrebbe mirato a «provocare il fallimento dell’azione Moro senza far arrestare Moretti, che era un avversario politico con una diversa prospettiva rivoluzionaria, non un nemico da tradire», per facilitare la riuscita della soluzione negoziata del sequestro nei giorni in cui il vertice socialista si era attivato in questa direzione.

Abbiamo chiesto a Franco Piperno come ci si sente ad essere raffigurato nei panni di una sorta di Cagliostro, burattinaio che tira le fila di un gioco spregiudicato.
Penso che sia la personalità irrisolta di Gotor ad assegnarmi un ruolo del genere;  non a caso dagli scrittori di libri polizieschi il Nostro viene ritenuto uno storico mentre secondo gli storici siamo in presenza di un romanziere. In ogni caso, ad essere sincero, non posso certo dire che sia il prof. Gotor ad avermi calunniato di più. Ben  prima  dei suoi articoli sul Fatto Quotidiano, sul finire degli anni ‘70, mi hanno fatto decisamente di peggio, sono stato accusato, dalla Procura di Padova e poi da quella di Roma, oltre che del delitto Moro, di ben 20 omicidi e 15 rapine; e, per non farmi mancare niente, ci si mise anche la giornalista americana Clara Sterling: in un suo libro sull’Italia di quegli anni scrisse che la Cia aveva accertato come io fossi un agente segreto comunista, educato alla guerriglia a Praga, frequentando i corsi tenuti nella capitale cecoslovacca direttamente dal Kgb.

Una spia dell’Est? Proprio tu che conoscevi i dirigenti del Kor, il Comitato di difesa degli operai polacchi?
Già, li incontrai tutti insieme nel dicembre del 1978: Jacek Kuron, Adam Michnik e gli altri. Non a caso ci fu poi chi per compensare provò a dire che lavoravo per la Cia perché ero riparato in Canada.

Ma non ti era stato rifiutato l’ingresso quando su invito del Mit di Cambridge ti eri recato negli Usa?
Fu quella la ragione per cui poi mi ritrovai nel Quebec, in Canada, tra i pellerossa.

Quindi smentisci di aver mai parlato con Andreatta?
Faccio molta fatica a prendere sul serio ricostruzioni del genere. Sono arrivato all’università di Cosenza solo all’inizio del 1975, In precedenza ero docente al Politecnico di Milano. All’epoca il rettore dell’Unical era Cesare Roda, Andreatta aveva l’asciato l’università calabrese l’anno precedente; e nel 1976 venne eletto per la prima volta in Parlamento. Non ho mai avuto occasione di conoscerlo. Mi par di capire che Gotor non si sia per nulla informato prima di scrivere.

E via Gradoli? Una vecchia nota di Ansoino Andreassi, funzionario dell’Ucigos, del 6 luglio 1979 riferiva, non sulla base di documenti amministrativi accertati ma di voci provenienti da fonti riservate, originate dal Sismi e dalla questura di Genova, che avresti conosciuto fin dal 1969, al Cnen della Casaccia, Luciana Bozzi, proprietaria dell’appartamento di via Gradoli. Per tenere in piedi le sue congetture, in barba all’Ucigos, Gotor sposta addirittura la Bozzi a Frascati mentre l’informativa della polizia la colloca alla Casaccia, oltretutto il contratto fu stipulato da Moretti col marito della Bozzi, anch’egli coproprietario.
Infatti, ho fatto la mia tesi e poi la specializzazione in fisica della fusione nucleare al Cnen di Frascati, non ho mai frequentato la  Casaccia e il nome di Luciana Bozzi non mi dice assolutamente nulla.

La seconda commissione Moro, presieduta da Giuseppe Fioroni, allude ad un tuo ruolo di supervisore del sequestro. Un suo consulente, il colonnello dei carabinieri Massimo Giraudo, afferma che la mattina del 16 marzo dalle finestre dell’abitazione della signora Birgit Kraatz, descritta come un’esponente del gruppo sovversivo tedesco «2 giugno», in via dei Massimi 91, avresti osservato i movimenti del commando brigatista verificando che tutto procedesse come previsto: il parcheggio delle vetture nel garage della palazzina dello Ior e il trasbordo di Moro nell’attico.  Siamo al delirio?
Anche oltre! Birgit Kraatz era una giornalista assolutamente ben introdotta nei circoli della stampa e del mondo politico romano. L’ho conosciuta nei primi anni ‘70 in occasione di una intervista sul movimento studentesco romano rilasciata per Der Spiegel, il giornale di cui in quegli anni era corrispondente. Niente più lontano dalla intelligenza e dalla sensibilità della signora Kraatz il ruolo di sorvegliante delle prestazioni dei brigatisti.

In effetti aver tirato in ballo il nome della signora Kraatz appare l’ennesimo incredibile infortunio di questa commissione. Non solo è iscritta alla Spd dal ’74, e di fatto ha curato i rapporti della socialdemocrazia tedesca con la sinistra italiana, in modo particolare col Pci, intervistando nel 1976 lo stesso Berlinguer (è citata persino nella biografia scritta da Chiara Valentini), ma è stata corrispondente per più di trent’anni oltre che di Der Spiegel, dello Stern e ZDF, ha scritto un libro intervista con Willy Brandt, pubblicato da Editori riuniti.


C’è un episodio molto importante che smentisce alla radice quanto afferma Gotor: poche settimane dopo la morte di Moro hai incontrato Mario Moretti. Perché?
La richiesta era venuta dalle Br; l’incontro, come ho riferito alla Commissione presieduta dall’on. Pellegrino, si svolse in un appartamento del quartiere Prati.

In commissione Stragi ad una precisa domanda dicesti che ad aprire la porta era stato un maggiordomo. L’episodio suggestionò molto la fantasia dei commissari: il Presidente Pellegrino vi intravide la presenza di «inquietanti zone di contiguità» che negli anni successivi hanno alimentato la pubblicistica cospirazionista.
Il maggiordomo con i guanti era un modo metaforico per sottolineare la qualità alto-borghese dell’appartamento.

Insomma li hai presi in giro e loro ci hanno creduto. Cosa volevano sapere le Br?
Moretti ed i suoi avevano chiesto d’incontrarmi con urgenza per ricostruire l’insuccesso della trattativa ma anche per chiarire se ci fosse stata una nostra influenza esterna sui loro militanti provenienti da Potop. Volevano capire se la vicenda della trattativa fosse stata una nostra costruzione per orientare il sequestro. Nonostante queste premesse la discussione si concentrò subito sul silenzio di Fanfani. Volevano capire perché il presidente del Senato non parlò il 7 maggio smentendo l’impegno preso. Lì mi resi conto di quanto le Brigate rosse avessero preso sul serio quei segnali di apertura e capii che il sequestro avrebbe potuto avere un esito diverso se solo ci fosse stata quella dichiarazione annunciata.

Come sei finito in questa storia?
In realtà all’inizio furono Scialoia e Mieli a contattarmi per conto di Livio Zanetti, che conoscevo perché l’Espresso da lui diretto aveva seguito tutto il ‘68. Zanetti mi fece capire che c’era una forte insistenza dei socialisti per aprire una trattativa. Fu lui a mettermi in contatto con Signorile, vice segretario del Psi che si muoveva per conto di Craxi. Il segretario non voleva esporsi direttamente, lo incontrai personalmente solo alcune settimane dopo la morte di Moro. Inizialmente ero restio a farmi coinvolgere malgrado fossi assolutamente consapevole che l’eventuale uccisione di Moro avrebbe provocato  una repressione tragicamente liberticida per tutti i movimenti antagonisti di quegli anni. Per altro, il mio trasferimento in Calabria mi aveva allontanato dalla militanza politica; oltre ad insegnare, dirigevo un dipartimento universitario sicché mi restava poco o nessun tempo per l’attività politica extra-accademica. Poi, a metà aprile accadde qualcosa destinata a mutare non solo il mio umore ma la mia vita stessa: Fiora Pirri Ardizzone, allora mia moglie, venne arrestata ed accusata di aver partecipato al rapimento di Moro in via Fani ed all’uccisione degli uomini della scorta. Un testimone aveva scambiato il suo volto con quello di una donna del commando, quando in realtà quella mattina Fiora partecipava ad una assemblea universitaria a Cosenza. Di conseguenza riorganizzai da cima a fondo la mia agenda, rimandai l’impegno  di “visiting professor” assunto con il Mit di Boston e mi lasciai afferrare dal dramma che, per altro, l’intero nostro Paese stava vivendo. Cosi, una  settimana dopo quell’arresto, mi recai a Roma per incontrare Zanetti e poi Signorile. A maggio il direttore dell’Espresso mi chiese un articolo sulla trattativa che ebbe un destino singolare: apparso il giorno del ritrovamento del cadavere di Moro in via Caetani, dopo 5 ore fu ritirato dalle edicole e inviato al macero. Nel dicembre del 1978 ripresi e sviluppai quel testo che uscì su Pre-print col titolo «Dal terrorismo alla guerriglia».

Quello che riprendeva il verso di Yeats, «coniugare insieme la terribile bellezza del 12 marzo del ‘77 per le strade di Roma con la geometrica potenza dispiegata in via Fani»?
Sì, nel testo ragionavo cercando di spiegare perché era meglio liberare Moro. Al tempo stesso tentavo di aprire un discorso sulla lotta armata legandola al carattere insurrezionale della manifestazione del 12 marzo. Quel giorno ero di passaggio in città perché dovevo raggiungere la fiera di Lipsia, allora nella Ddr, dove avevo un appuntamento con degli armeni per acquistare un computer necessario al Dipartimento di Fisica che allora dirigevo. Per inciso la  “macchina socialistica” costava all’epoca un decimo della sua analoga “capitalistica”, ma occupava uno spazio venti volte maggiore – insomma fu un viaggio inutile, salvo il fatto che per caso mi offrì l’occasione, nel pomeriggio di quel fatale giorno di marzo, di partecipare ad un vero e proprio tentativo insurrezionale. Nel centro storico di Roma, tutti i negozi e perfino i bar erano chiusi: per le strade ed i vicoli si svolgevano durissimi scontri tra manifestanti e gendarmi, scontri nei quali gli abitanti, per esempio quelli di Campo de Fiori, fraternizzavamo attivamente con i dimostranti. Ricordo un fruttivendolo che aveva riaperto il suo negozio per dare rifugio ai feriti; così come un’armeria su Lungotevere presa d’assalto e saccheggiata dalla folla in tumulto. Prima di quel pomeriggio di marzo, nei miei non brevi anni di militanza, non avevo mai partecipato o anche solo assistito ad una esperienza di ribellione sociale, per dir così, allo stato nascente. Da qui l’immagine sulla «terribile bellezza» che riprendeva gli scontri della Pasqua irlandese del 1916.

Secondo te perché Fanfani non parlò?
Ritengo che ci fu un intervento molto forte del Pci, una pressione che fece venir meno l’impegno preso. Io penso che Fanfani avesse informato il Pci del suo intento. Non poteva fare diversamente anche per il ruolo istituzionale che rivestiva. Signorile non aveva parlato solo con Craxi ma anche con altri politici. Di sicuro ne era al corrente il Presidente della Repubblica Leone, il suo addetto militare, ovviamente i vertici socialisti e del partito democristiano. Lo sapevano in troppi perché la cosa non fosse circolata e pervenuta al Pci.

In effetti il 2 di maggio Berlinguer aveva visto Craxi e Balzamo. Durante l’incontro i socialisti spiegarono che un modo possibile per salvare la vita di Moro sarebbe stato, per esempio, la scarcerazione anche di un solo detenuto politico con problemi di salute ed in regime di carcerazione preventiva. Berlinguer era radicalmente contrario a qualsiasi concessione favorevole ai brigatisti; piuttosto si mostrava, come un commissario della polizia politica, interessato ad avere informazioni sui canali di cui si avvalevano i socialisti e che li rendevano sicuri di una possibile liberazione dell’ostaggio. In ogni caso, bisogna pur dire che il tentativo dei socialisti, nel quale fosti coinvolto e travolto, non riuscì e vinse il partito della «fermezza repubblicana», quello che aveva rimosso ogni autocritica e si mostrava disposto a sacrificare la vita di Moro.
In un primo momento Fanfani si era mostrato disponibile ad intervenire pubblicamente: Signorile lo aveva incontrato per la sua posizione critica rispetto alla linea della fermezza ed aveva ricevuto rassicurazioni. Alle Br giunse questa informazione: «Fanfani ha una disponibilità ad ascoltare le richieste delle Br purché queste non comportino inaccettabili violazioni  della legalità». Ad esempio: alleggerire le condizioni carcerarie, al limite della tortura, alle quali erano sottoposti migliaia di detenuti politici. La domenica invece parlò Bartolomei, credo ad Arezzo, dove pronunciò un bla bla incomprensibile e inaccettabile a livello di senso comune. Noi che eravamo della partita riuscimmo a percepire nelle sfumature di una frase un esile messaggio. Ma non era questo il segnale atteso. Per i brigatisti che si aspettavano una dichiarazione chiara e netta quel discorso suonò come un rifiuto.

Signorile ha raccontato che davanti a lui Fanfani aveva dato istruzioni telefoniche a Bartolomei su cosa dire mentre si era riservato di prendere la parola nella riunione di Direzione prevista il 9  maggio. Ma alla fine non disse nulla neanche in quella sede, basta leggere i suoi diari. La notizia del ritrovamento del corpo di Moro in via Caetani arrivò dopo il suo intervento.
Risulta anche a me. Credo che questo repentino cambio di atteggiamento riassuma il nodo politico della vicenda: Fanfani fece un passo indietro su pressione del Pci.

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