«Infondata la notizia di reato», dopo quattro anni il gip archivia l’inchiesta sul sequestro dell’archivio storico di Persichetti sul caso Moro

Il provvedimento è stato emesso lo scorso giugno 2025, ma se n’è avuta notizia solo recentemente

«Gli elementi acquisiti nelle indagini preliminari non sono in alcun modo idonei a fondare nei confronti della persona indagata una “ragionevole previsione di condanna”, e ciò per le ragioni analiticamente espresse dal pm nella sua richiesta di archiviazione (leggi qui) che evidenziano anzi positivamente l’infondatezza della notizia di reato, ragioni che questo Ufficio integralmente condivide».

Sono definitive le parole utilizzate lo scorso 19 giugno 2025 dal gip Valerio Savio per liquidare, seppur tardivamente, l’inchiesta che il 9 giugno 2021 portò al sequestro del mio archivio e dei miei strumenti di lavoro, nonché di foto, documentazione strettamente familiare, amministrativa e clinica della mia famiglia.

Dodici magistrati per una girandola d’imputazioni
Uno degli aspetti più significativi dell’inchiesta è stata la girandola di imputazioni che si sono rincorse e accavallate tra l’ufficio del pm Eugenio Albamonte, la procura generale nella persona dell’allora procuratore generale Michele Prestipino (dimessosi dalla magistratura dopo essere stato indagato dalla procura di Caltanissetta – non è uno scherzo – per rivelazione di segreto d’ufficio), che volle includere persino il reato di associazione sovversiva, il tribunale della libertà, il gip, la cassazione e di nuovo il pm. Ben dodici magistrati, tra giudici e pm, tutti impegnati nella caccia al reato introvabile, a una colpa che doveva esserci ma non veniva fuori, al sospetto eletto come prova, all’incriminazione del lavoro storico, del rapporto con le fonti documentali e orali. Una riedizione di quel diritto penale d’autore (o del nemico), dove ciò che è punibile non è più il reato ma il reo, per «quello che è» o «è stato», non per «quello che ha fatto», anche se in questo caso i due aspetti si sovrappongono inevitabilmente. Perché l’indagato, ovvero l’autore di queste articolo, dopo essere stato condannato molti decenni prima per fatti di lotta armata, è diventato un ricercatore che studia il decennio nel quale quel fenomeno politico si è manifestato: una sovrapposizione inammissibile per taluni, una chimica pericolosa per altri.

Gli ignavi
Il pavido mondo dell’accademia, timorosa di confondersi con la mia biografia, ritenuta indigesta, non ha riflettuto abbastanza sugli aspetti inquietanti che hanno segnato questa vicenda: la pretesa degli apparati di polizia, del ministero dell’Interno e della Direzione centrale della polizia di prevenzione di sindacare sulle modalità dell’inchiesta storiografica e sulla legittimità delle fonti interrogate dallo studioso. E ora, anche se la polizia ha fatto cilecca sulle sue pretese di controllo del lavoro storico, il precedente è sancito e incombe su tutti in un’epoca dove la libertà di ricerca e pensiero non ha più lidi sicuri.

Cosa era successo?
La perquisizione e il sequestro dell’archivio sembravano inizialmente legati al possesso di una copia della prima bozza di relazione, e all’invio di alcune sue pagine, che la seconda commissione parlamentare sul sequestro e l’uccisione del leader democristiano Aldo Moro aveva approvato nel dicembre 2015. Col passare dei mesi e dei ricorsi, si era capito, in realtà, che fulcro della indagine erano i miei scambi con un anziano rifugiato delle Brigate rosse e che, a sua volta, era in contatto con un altro rifugiato riparato in Nicaragua, coinvolti entrambi nel sequestro Moro: ormai cittadino svizzero l’uno e nicaraguense l’altro. Li avevo interpellati nel corso dei lavori preparatori di un libro sulla storia delle Br che sarebbe apparso nel 2017, Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera. Inizialmente, quando l’inchiesta era ancora contro ignoti, il primo reato ipotizzato fu la «violazione di segreto d’ufficio», la successiva perquisizione e il sequestro vennero giustificati ipotizzando il «favoreggiamento» e l’«associazione sovversiva». Ma poiché mancavano le «condotte di reato», anziché cassare il sequestro il tribunale di sorveglianza ebbe la bella idea si suggerire una nuova imputazione: la «rivelazione di notizie riservate stabilite dall’autorità». Successivamente il pubblico ministero rinunciava al reato di associazione sovversiva per confermare il favoreggiamento, anche se il gip osservava come nel fascicolo mancasse una chiara individuazione del reato, «una formulata incolpazione anche provvisoria».

L’archiviazione

Nel suo provvedimento il dottor Savio liquida uno alla volta i vari capi di imputazione partoriti durante l’indagine:

– la ricettazione (648 cp), ritenuta «non ipotizzabile, in ogni caso», anche perché non era stata accolta dalla stessa accusa, «non per nulla non ipotizzato e neanche iscritto ex art. 335 cpp dal pm»;

– il favoreggiamento personale (378 cp), giudicato «non perseguibile sia in dipendenza dell’inconsistenza dell’offensività della condotta di rivelazione di segreto ufficio (caduta su atti poi pubblicati, e dopo pochi giorni dal fatto) sia per la natura delle informazioni acquisite da Casimirri Alessio e Loiacono Alvaro con i documenti loro trasmessi dall’indagato, dati che – al di là della loro successiva pubblica diffusione – non erano e non sono idonei a consentire ulteriori incriminazioni o anche solo ulteriori investigazioni in ordine al ruolo da loro avuto nel sequestro di Aldo Moro, vicenda per la quale sono stati già giudicati; Reato comunque estinto poiché le condotte risalgono al dicembre 2015»;

– la rivelazione e utilizzazione di segreto d’ufficio (326 cp) – poiché «non si è potuto ricostruire se la violazione del segreto d’ufficio sia avvenuta per condotte dolose o colpose, ed in quale esatto contesto; Reato comunque estinto poiché le condotte risalgono al dicembre 2015».
Imputazione – va sottolineato – che semmai era ascrivibile alla persona che in totale trasparenza, senza alcun dolo ma con obiettivi legati all’ufficio che svolgeva, aveva consegnato a me, e ad altri ricercatori e studiosi, copie della bozza di relazione annuale poche ore prima della sua approvazione finale, con l’unico – per altro legittimo obiettivo – di elaborare degli emendamenti al testo.

Le indagini sul Moro sexies all’origine dell’inchiesta
Esaminando il fascicolo finalmente depositato integralmente, oggi scopriamo che tutto ha avuto inizio nel marzo 2020, quando la polizia di prevenzione stilava un primo rapporto sulla base di comunicazioni pervenute dalla Fbi relative all’intercettazione di alcune e-mail di Alessio Casimirri, ex brigatista condannato per il sequestro Moro, rifugiato e naturalizzato da decenni in Nicaragua.
Questo episodio avveniva mentre la procura di Roma, ordinaria e generale, da diverso tempo stavano nuovamente indagando sul sequestro Moro. Su input della commissione Moro 2 avevano riaperto alcuni filoni d’inchiesta su aspetti del sequestro, seguiti ad accertamenti svolti nell’ambito dei lavori della commissione parlamentare, che per semplicità sono stati riassunti sotto la definizione di Moro sexies. Alle prime tre inchieste già avviate in quel momento (2016-17-18): presunti rapporti con la ‘ndrangheta, indagati senza esito da quasi un decennio dalla procura generale e ancora in corso; indagini sulle tracce biologiche ritrovate su alcuni mezzi utilizzati in via Fani, sulla Renault 4 e in via Gradoli e su un falso cartellino fotosegnaletico attribuito a Alessio Casimirri (queste ultime condotte dal pm Albamonte e formalmente archiviate dal gip), e di cui parleremo meglio in un prossimo articolo, si sono aggiunte altre due inchieste aperte nel 2020, sempre da Albamonte, e poi sdoppiate successivamente.

La nuova inchiesta del marzo 2020
«Dal complesso della già menzionata documentazione, acquisita mediante rogatoria internazionale a cura della procura generale di Roma e riversata in atti, emergevano – scriveva il pm Albamonte nella sua richiesta di archiviazione del settembre 2024 – numerosi scambi di messaggi tra il Casimirri e Alvaro Loiacono Baragiola. Anche questi ex Br e latitante in Svizzera».
In alcune mail che i due si scambiavano appariva in carbon copy anche un mio account. Come sopra accennato, nel marzo e nel giugno 2020 pervenivano una serie di rapporti di polizia sulla base di informazioni inviate dal magistrato di collegamento presso l’ambasciata degli Stati uniti a Roma, Josh Cavinato, che aveva raccolto «delle registrazioni per le autorità italiane relative ad un account e-mail riconducibile ad Alessio Casimirri».

Le intercettazioni della Fbi

Una comunicazione proveniente da Michael Duclos, procuratore presso il Cyber team, Office of international affairs criminal division, del dipartimento di Giustizia degli Stati uniti, ci permette di comprendere meglio l’origine di queste attività di intercettazione preventiva: si afferma, infatti, che le registrazioni erano state svolte dalle forze di polizia statunitensi e poi fatte pervenire all’Italia. Per poter dare seguito all’attività di assistenza giudiziaria internazionale, Duclos chiedeva, inoltre, se «le autorità italiane avevano ancora necessità che il nostro ufficio ottenga registrazioni direttamente da Google?» e poi «quali fossero gli elementi di prova in possesso delle autorità italiane in grado di dimostrare che le comunicazioni e informazioni presenti negli account indicati fossero pertinenti con reati oggetto di indagine? Si prega di descrivere fatti e prove».

La risposta del procuratore generale
Dopo aver indicato i vecchi profili penali dei titolari degli account messi sotto sorveglianza, il procuratore generale Francesco Piantoni rispondeva – siamo sempre nel marzo del 2020, anche se l’assistenza giudiziaria internazionale è ancora attiva nel maggio del 2022 (nota della Dcpp, n.224/B1/Sez. 2/9699/2022) – che «le comunicazioni intercorse tra i due ex brigatisti latitanti (Casimirri e Loiacono) e tra questi e i due ex terroristi Persichetti e Piccioni (redattore del giornale online “Contropiano”, ndr) sono di rilevante interesse investigativo nell’ambito del presente procedimento, finalizzato all’individuazione di eventuali corresponsabili dell’eccidio di via Fani».
Ad avviso della procura, appariva sospetta la cronologia dei contatti, perché tre delle cinque comunicazioni tra Casimirri e Loiacono, intercettate nel 2018, erano avvenute a ridosso del quarantennale del rapimento Moro, che aveva avuto una importante risonanza mediatica. Non solo, i motivi di sospetto – proseguiva il magistrato – erano dovuti al fatto che nel 2018 si erano chiusi i «lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro», nonché «per l’attivo interesse che Persichetti Paolo e Piccioni Francesco dimostrato, in questi ultimi anni, con interventi pubblici e pubblicazioni che hanno accompagnato i lavori della Commissione parlamentare […] In più circostanze, infatti, sia Persichetti che Piccioni hanno preso posizione sostenendo sempre, anche a fronte delle nuove acquisizioni della Commissione, quanto affermato dai brigatisti rossi nel corso dei processi è delle audizioni in Commissione e dell’impegno profuso nel seguire i lavori della Commissione parlamentare e nell’intervenire pubblicamente per smentire la necessità di qualsiasi ulteriore approfondimento investigativo».

Lo stralcio dei fascicoli
Questo nuovo filone d’indagine aperto nel 2020 contro ignoti, si scindeva nel 2021 con la mia iscrizione nel registro degli indagati e l’avvio di una ulteriore inchiesta incentrata sul ruolo di Casimirri, volta ad approfondire vecchi aspetti, degli ever green del sequestro Moro: l’abbandono delle macchine del commando brigatista in via Licinio Calvo, l’ampia letteratura dietrologica su via dei Massimi e altri aspetti affrontati dalla Cm2. Indagine, anche questa, che ha condotto alla clamorosa smentita delle ipotesi investigative.

Le frustrazioni dell’antiterrorismo
Ci siano consentite, infine, alcune considerazioni sulle parole del procuratore generale Francesco Piantoni, condivise dal pubblico ministero Albamonte (oggi passato alla Dnaa): a suo avviso svolgere lavoro storico e giornalistico a distanza di quarant’anni dai fatti esaminati (nel frattempo siamo arrivati a 48), decostruire le fake news e le narrazioni complottiste sul rapimento Moro, per altro con riscontri storici di rilievo, mettere in discussione i limiti e le imprecisioni della verità giudiziaria e le narrazioni mainstream, sono un atteggiamento sospetto da indagare, perché – ritiene sempre il procuratore – volti a nascondere la verità, inquinare le prove, coprire dei complici. Tutte ragioni che ai suoi occhi giustificavano addirittura lo svolgimento di rogatorie internazionali con gli Stati uniti e l’intercettazione del traffico mail degli interessati, fino al sequestro di un archivio e degli strumenti di lavoro di un ricercatore e allo sconvolgimento della vita di una famiglia.
Nel fascicolo dell’inchiesta emergono continue ed evidenti dimostrazioni della spasmodica ricerca, all’interno della mole enorme di materiale digitale e carte sequestrate, di rivelazioni inedite su persone e circostanze. Emerge una costante frustrazione che segna tutta l’inchiesta e la fallimentare caccia ai fantasmi, dovuta ad un appiattimento sulle tesi della dietrologia, messa in piedi dal baraccone dell’antiterrorismo, sempre più bisognoso di spettri da creare per giustificare la propria esistenza.

Processo Spiotta, in aula il capo dei Ros ammette, «sulla morte di Cagol non abbiamo indagato»

Corre veloce il processo di Alessandria per la sparatoria del 5 giugno 1975 davanti la cascina Spiotta, dove era stato nascosto l’imprenditore vinicolo Vallarino Gancia, rapito dalla colonna torinese della Brigate rosse per autofinanziare l’organizzazione e nella quale morirono la fondatrice della Brigate rosse Margherita Cagol e alcuni giorni dopo, a seguito delle ferite riportate, l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso.
Nell’ultima udienza di martedì 10 febbraio, con l’esame del colonnello Bogliacino, capo del Ros di Torino e responsabile dell’indagine che ha portato all’incriminazione di tre ex appartenenti alle Brigate rosse, Lauro Azzolini, Renato Curcio e Mario Moretti, è terminato l’esame dei testi indicati dalla pubblica accusa. I pm hanno rinunciato agli altri quattro testimoni (tutti carabinieri) indicati all’inizio. Anche le parti civili, diversamente da quanto annunciato in avvio di processo, dove avevano promesso un’agguerrita battaglia, hanno assunto lo stesso sbrigativo atteggiamento. Il prossimo dieci marzo verranno esaminati i testi proposti delle difese e i cui nomi si conosceranno nei prossimi giorni.

Il nodo dei consulenti storici
Nella stessa udienza la corte dovrà sciogliere il nodo rilevante dei consulenti. L’avvocato Francesco Romeo, difensore di Mario Moretti, ha chiesto la testimonianza dello storico Marco Clementi, autore di diversi volumi e studi sulla storia politica del brigatismo rosso, per approfondire un aspetto centrale lungamente esaminato nel processo, ovvero le modalità operative e la storia della struttura organizzativa delle Brigate rosse. Un anno fa, quando venne proposto il nome di Clementi ci fu una levata di scudi dei pubblici ministeri Gatti e Santoriello, nonché delle parti civili, che alla fine proposero come «controprova» l’ex pubblico ministero Armando Spataro (ne abbiamo scritto qui). Un richiesta sorprendente perché avanzata dall’avvocato Guido Salvini, ex giudice istruttore e poi gip, ex collega e acerrimo avversario di Spataro che in un recente libro, Tiro al piccione, una storia del Palazzo di Giustizia, definisce più volte suo «persecutore» (insieme a «Borrelli, D’Ambrosio, Casson e ultima arrivata Grazia Pradella, oltre ai consiglieri del CSM che aprirono la procedura di incompatibilità ambientale»). Il presidente Paolo Bargero, che sta conducendo in maniera impeccabile il processo, dovrà dirimere la questione insieme alla corte.
Si tratta di un tema per nulla secondario e che è ritornato anche nel corso del lungo esame del colonnello Bogliacino, che proprio in avvio di udienza ha sottolineato l’approccio multidisciplinare dell’indagine. I cinque decenni di distanza dai fatti hanno inevitabilmente richiesto – ha spiegato il dirigente del Ros del capoluogo sabaudo – un notevole lavoro archivistico, con raccolta dei fascicoli processuali nelle sedi giudiziarie, negli archivi interni dei Ros e nelle sedi archivistiche istituzionali, come gli archivi di Stato, che hanno impegnato l’intera metà, forse più, della inchiesta. Al punto che è stato necessario l’aiuto di elementi del Ros di Roma non per le tipiche attività di intercettazione e pedinamento, o per l’acquisizione di prove scientifiche, ma per il reperimento e l’elaborazione dell’enorme quantità di documentazione scritta.

Indagini di polizia, ricerca storica o polizia della storia?
Caratteristiche tipiche di una indagine storica più che ti una inchiesta giudiziaria. Il colonnello ha ammesso che è stato condotto un enorme lavoro interpretativo della letteratura coeva prodotta dalle Brigate rosse. Chiara ammissione del fatto che ai carabinieri si è chiesto anche di fare gli storici. Questo intreccio sbilanciato tra ricerca storica, su una quantità importante di materiali documentali, ed elementi forensi tradizionali, più scarsi, come l’individuazione di tracce dattiloscopie, biologiche e grafologiche o lo studio della ex scena del crimine, molto meno l’analisi balistica perché i reperti sono stati distrutti nel frattempo, l’abnorme attività di intercettazione telefonica e ambientale in buona parte illegittima (come stabilito dalla stessa corte), hanno contraddistinto l’indagine e le udienze. 
Altri aspetti richiamati dal colonnello del Ros e dai pm, come le similitudini operative e logistiche col precedente sequestro Sossi, oppure la presunta natura verticistica della struttura organizzativa brigatista, dipinta come un monolite, un mitologico cubo d’acciaio, hanno mostrato i limiti di rappresentazioni prive di temporizzazione storica. Un processo inevitabilmente sbilenco perché la storia fa fatica a restare costretta all’interno di una trama processuale e perché il teorema accusatorio, con il quale si chiede la condanna di Curcio e Moretti, è fondato unicamente sull’interpretazione di documenti dell’organizzazione e su libri da loro scritti.

Non esisteva ancora un esecutivo

Più interessante è stata la fase del controesame: dopo aver per tutto il tempo indicato la presenza continuativa di un «esecutivo» e di una «direzione strategica» già nel 1974-75 (rappresentazione funzionale al teorema che designa Curcio e Moretti come i registi a distanza del sequestro e quindi anche della sparatoria, tutto ciò ai fini della dimostrazione del loro concorso morale), retrodatando fino alle origini aspetti organizzativi successivi, davanti alle contestazioni dell’avvocato Romeo, il colonnello ha dovuto convenire che nel giugno 75 non c’era un «esecutivo» ma un «nazionale». Quando gli è stato chiesto dove avesse ricavato la presenza in quella fase di un esecutivo, ha risposto: «dall’esame dei documenti prodotti e dai libri stessi dei Br». Dunque da valutazioni soggettive e interpretazioni personali. Quando gli è stato chiesto quale termine viene impiegato nei libri degli imputati, ha riconosciuto che utilizzano la parola «nazionale». Davanti alle contestazioni mosse dall’avvocato Steccanella ha ammesso anche la differenza tra sequestro Sossi e Gancia per poi rispondere a una precisa domanda dell’avvocato Romeo che, nonostante il ritrovamento del bossolo vicino il corpo di Mara Cagol (leggi qui), non è stato sviluppato alcun ulteriore approfondimento investigativo perché le circostanze della morte della Cagol non hanno interessato l’inchiesta.

Ma dovrebbero interessare il processo rimettendo al centro tutto quello che accadde sulla collina della Spiotta quel 5 giugno di cinquantuno anni fa.

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I fiori per Mara Cagol sotto sorveglianza e l’incontro mai avvenuto tra Curcio e Moretti, appunti sulle indagini paranoiche per i fatti della cascina Spiotta

Rose per Mara Cagol

Era il giugno del 2022, da almeno sei mesi la procura di Torino aveva riaperto le indagini per la sparatoria avvenuta 46 anni prima davanti la cascina Spiotta, in località Arzello, nel Monferrato. Nel conflitto a fuoco erano rimasti uccisi l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso e la fondatrice delle Brigate rosse, Mara Cagol. La colonna torinese aveva portato a termine il giorno precedente il primo sequestro per autofinanziamento della organizzazione. L’imprenditore vinicolo Vallarino Gancia era stato prelevato nei pressi della sua tenuta di Canelli e condotto all’interno della cascina.
Bruno D’Alfonso, ex carabiniere figlio dell’appuntato rimasto ucciso, aveva depositato nel novembre del 2021, sulla base di una ricostruzione complottista della vicenda, un esposto per la riapertura delle indagini. La procura torinese, competente territorialmente dopo la creazione dei distretti antimafia e antiterrorismo, aveva aperto un fascicolo contro ignoti anche se già dall’aprile successivo l’attività investigativa si era concentrata prevalentemente contro l’ex brigatista Lauro Azzolini. Nel frattempo i carabinieri avevano scoperto che questi era stato già indagato e prosciolto dal giudice istruttore di Alessandria 35 anni prima, nel 1987. Le ricerche della vecchia sentenza-ordinanza erano andate a vuoto perché le carte erano andate distrutte nell’alluvione del 1994, che aveva devastato gli archivi del tribunale. Come abbiamo già raccontato in passato (qui), la procura decise comunque di portare avanti l’indagine senza avvertire il gip del grave problema giuridico sopraggiunto nel frattempo (il vulnus verrà sanatosolo nel maggio del 2023), continuando ad indagare, pedinare e intercettare, nonostante la legge lo vietasse, una persona prosciolta.

Mara e i fiori sospetti

Sospinti da questa escalation senza limiti, gli inquirenti arrivarono persino a mettere sotto controllo la cascina dove era avvenuta la sparatoria più di quattro decenni prima. Tre microcamere furono piazzate per sorvegliare chi accedeva sul posto. Nel corso dei sopralluoghi, svolti nei mesi precedenti, gli inquirenti avevano saputo dalla proprietaria che in passato, in prossimità della ricorrenza del conflitto a fuoco, avvenuto il 5 giugno del 1975, «una persona aveva deposto un mazzo di fiori in memoria di “Mara”, Cagol Margherita».
E’ in questo clima di sospetto parossistico e ossessione investigativa senza freni che la procura disponeva la video-sorveglianza del cancello e della stradina che porta alla cascina per identificare la, o le persone, che avrebbero potuto nuovamente deporre dei fiori in occasione dell’anniversario della uccisione di Mara Cagol. Il monitoraggio video veniva attivato dalle ore 20.00 del 4 giugno 2022, fino alle 11.20 del 6 giugno successivo, senza alcun esito. Il misterioso fioraio, più avveduto dei carabinieri, non sin era fatto vivo.
Qualche settimana dopo, il 27 giugno, gli inquirenti attivavano anche un dispositivo di geolocalizzazione all’interno della vettura di Renato Curcio, all’epoca marito di Mara Cagol e cofondatore delle Br, nonché di Mario Moretti e di altri ex brigatisti, formalmente ancora non indagati. L’escalation investigativa decollava con centinaia di ore di intercettazioni telefoniche e ambientali, nonché servizi di osservazione, controllo e pedinamento che la corte di assise di Alessandria ha poi parzialmente censurato, perché illegali

La rete fantasma dei pensionati
Nella prima informativa sull’indagine denominata «Erebo» (nella mitologia greca indica la dimora dei defunti,) consegnata nel febbraio 2023 alla procura di Torino, i Ros dei carabinieri espongono una delle tecniche investigative utilizzate per condurre l’inchiesta: «questo Reparto ha beneficiato degli effetti di alcune stimolazioni ai soggetti monitorati: le notizie stampa legate alla riapertura delle indagini (Ansa del 27 ottobre 2022 che innesca una serie di articoli sulla stampa e siti online), la proiezione dei docufilm “Esterno Notte” sul sequestro Moro e “Il nostro Generale” su Carlo Alberto Dalla Chiesa sui canali Rai, le prime convocazioni dei brigatisti per essere interrogati e la convocazione in contemporanea dei personaggi principali per le escussioni conclusive. Tali eventi hanno fatto sorgere negli ex appartenenti all’organizzazione terroristica la necessità di sentirsi, incontrarsi, confrontarsi e stabilire una linea comune».
Questa «attivazione», innescata dall’esterno, dei contati tra ex appartenenti alle Brigate rosse negli anni 70, ormai persone anziane, diversi dei quali deceduti nel corso dello stesso processo (Attilio Casaletti, Angela Vai, Pierluigi Zuffada, Raffaele Fiore, Alberto Franceschini), ha permesso – scrivono sempre i Ros – di «ricostruire la fitta rete di contatti, tra gli ex brigatisti interrogati nel corso dell’indagine, per condividere le informazioni, stabilire una linea comune», per poi concludere con un singolare gusto del paradosso: «si è ben compreso che, ancora oggi, gli ex brigatisti sono legati tra loro in una rete ramificata».
«Gruppi di affinità», sarebbe stato più corretto dire, piuttosto che «rete,» tra persone che vivendo in una stessa città, Milano nel caso specifico, hanno mantenuto rapporti o occasionali motivi di incontro durante presentazioni di libri e conferenze. Oppure sparuti contatti telefonici tra ex che hanno condiviso scelte processuali o medesimi spazi carcerari. L’indagine insiste a lungo per dimostrare come questa fantomatica «rete» si sia attivata per assumere informazioni e stabilire una linea di condotta comune davanti ai pm, come se una tale condotta fosse sospetta e illecita, un’anticipazione della colpa con ribaltamento dell’onere della prova e non già semplice volontà di comprendere cosa stia accadendo e semmai legittimo esercizio dell’attività difensiva.

La falsa notizia dell’incontro tra Curcio e Moretti
Oltre ad Azzolini e alla moglie Bianca Amelia Sivieri, tra i più gettonati nelle intercettazioni e servizi di ocp disposti dal’Arma, c’è Renato Curcio e il suo entourage familiare (nel fascicolo si trova addirittura una conversazione con moglie e figlia, priva di qualunque legame con l’inchiesta in corso, sulla guerra Russo-Ucraina da pochi giorni iniziata), a causa dei suoi frequenti viaggi di lavoro. Ad ottobre e novembre 2022 e poi nel successivo febbraio 2023, Curcio si reca a Milano dove presenta il suo libro sul Capitalismo cibernetico, e tiene dei cicli di conferenze. Ogni volta ad attenderlo al suo arrivo in stazione centrale, oltre ai carabinieri c’è sempre la stessa persona, Antonio C. che fa il tassista e lo ospita nella sua casa. Si tratta di un amico della Sivieri a cui si aggrega anche una terza persona, Mario D., amico di entrambi. Quest’ultimo aveva ospitato la moglie di Curcio, Marita Prette, nel novembre precedente. Ne scrivono i carabinieri a causa di una telefonata intercettata in cui «Prette dice a Curcio che da casa di Mario (ndr. Mario D.) si vede una giornata limpida».

Il gruppo viene identificato non solo attraverso le intercettazioni e gli ambientali nelle macchine, ma anche grazie ai servizi ocp dove, in occasione della presenza di Curcio il 29 ottobre 2022 presso la libreria Anarres, vengono fotografati.
Nell’informativa che relaziona le attività svolte, i carabinieri non riportano alcun incontro di Curcio con Moretti, che per altro è in regime di semilibertà a Brescia, da dove non può spostarsi senza autorizzazione.
Nonostante ciò Repubblica cronaca di Torino, lo scorso 27 febbraio ha diffuso la notizia di un presunto incontro segreto tra i due, «Il piano e un caffè segreto: così gli ex brigatisti si sono incontrati 50 anni dopo la Spiotta». La fake news nasce da un banale equivoco dovuto alla frettolosa lettura della trascrizione della intercettazione ambientale del 28 febbraio 2023, quando al rientro dalla conferenza tenuta la sera precedente a Milano, Curcio raccontava alla moglie, venuta a prenderlo alla stazione Termini di Roma, come era andato il soggiorno milanese. Nella conversazione captata, iniziata alle 12,34, Curcio riferisce il comportamento tenuto da Mario Moretti il 14 febbraio precedente davanti ai pm, riportatogli dalla Sivieri nell’incontro avuto il giorno prima nel bar Alemagna, di fronte al stazione centrale. Spiega che Sivieri (Bianca) è venuta con Antonio (il tassista), «così poi siamo andati a prendere Mario.. (Mario è Mario D. L’amico che aveva ospitato Prette ndr) e siamo stati fuori, in un bar». Prette chiede come Sivieri potesse essere venuta a conoscenza di quelle informazioni (prova che Moretti non era presente), Curcio risponde che probabilmente erano pervenute dall’avvocato Burani, legale anche della Sivieri. Dopo aver accennato più volte a Moretti, diciannove minuti più tardi, alle 12,53, Curcio inizia a parlare di un altro Mario, (si tratta di Mario D. che era presente all’incontro. Gli stessi carabinieri non accennano mai al fatto che possa trattarsi di Moretti), dicendo di averlo trovato molto bene e di avergli consegnato i libri. La confusione tra il nome di Mario Moretti, di cui si racconta per sentito dire, e la presenza dei Mario D. ha generato l’errore.
L’inchiesta con la sua mole di intercettazioni d’ogni tipo e d’interpretazioni creative non ha certo bisogno di ulteriori suggestioni fondate su false notizie.

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