«Vicenda Giovannone Olp», l’analisi cronologica del carteggio. Fine del teorema e di strumentalizzazioni durate anni – Terza puntata/fine

Termina con questo intervento l’analisi dei trentadue documenti del carteggio Sismi-Olp-Fplp nei quali si affronta la vicenda dei lanciamissili sequestrati a Ortona nel novembre del 1979 e desecretati nei mesi scorsi. Potete trovare qui e qui le due puntate precedenti.

di Paolo Morando e Paolo Persichetti

Il convegno del 1° agosto 2020 alla Camera dei deputati, tra i partecipanti i parlamentari di centrodestra Mollicone, Frassinetti, Gasparri, Giovanardi, l’ex deputato Raisi (collegato dalla Spagna), la tesoriera di Nessuno Tocchi Caino Zamparutti e l’avvocato Cutonilli

Il carteggio «Giovannone Olp», come recita il titolo della copertina che lo raccoglie, è costituito da tredici cablogrammi, dodici dei quali provenienti dal capocentro Sismi di Beirut (fino al novembre 1981 si trattava del colonnello Stefano Giovannone, poi sostituito) ed uno inviato in direzione inversa dal centro Sismi di Roma al capocentro di Beirut. Inoltre, diciassette appunti, una minuta e una lettera. In linea generale gli appunti sono sintesi dei cablogrammi pervenuti in precedenza, otto di questi hanno finalità interna: sono diretti al direttore del Servizio, a superiori gerarchici o altre Divisioni del Servizio stesso. Significativi sono i tre appunti redatti per il nuovo direttore del Sismi, generale Ninetto Lugaresi, nel gennaio e febbraio 1982, nei quali si porta a conoscenza del nuovo direttore, riassumendola, la vicenda di Ortona, la spinosa trattativa che ne era seguita, la soluzione individuata e gli ultimi aspetti del contenzioso ancora aperti (risarcimento dei due lanciamissili sequestrati). I restanti nove appunti sono redatti per essere inviati al capo del governo, ai vari ministri interessati (Difesa, Giustizia, Esteri), talvolta al sottosegretario alla presidenza del consiglio che aveva delega sui Servizi e, circostanza importante, al Cesis, l’organo di coordinamento dei Servizi che a sua volta diramava gli stessi appunti al Servizio interno, il Sisde, ai vertici della polizia, all’Ucigos e agli altri organi di polizia interessati, come i carabinieri che avevano anche un loro canale attraverso il ministero della Difesa. Come vedremo meglio più avanti, conoscere i percorsi del flusso informativo consente di interpretare correttamente anche l’origine di informazioni riprese in documenti prodotti dagli organi di polizia dello Stato.
Stando alle testimonianze riportate da diversi membri della commissione Moro 2, che nel 2016 ebbero la possibilità di visionare il carteggio completo prodotto dal capocentro di Beirut, sottoposto all’epoca al livello più elevato di segretezza, l’intero fondo sarebbe costituito da circa 250 documenti che prenderebbero avvio dai primi anni ’70. I 32 documenti del carteggio, che coprono poco meno di un triennio, dal 15 novembre 1979 al 19 agosto 1982, appartengono ad un fascicolo «acquisito in copia dalla procura della repubblica di Roma – (strage di Ustica)». In sostanza, i 32 documenti sono stati così estrapolati per essere inviati alla magistratura romana.

Il nostro metodo di analisi
L’esame del carteggio consente di individuare cinque cicli nei quali si concentra il flusso di informazioni provenienti dal capocentro di Beirut, la produzione di appunti e un testo finale di valenza strategica. Questi cicli sono interpolati da latenze, periodi di silenzio che non lasciano traccia nel fascicolo di produzione documentale. Le latenze oscillano da un minimo di silenzio di poco meno di tre mesi ad un massimo di sette. La latenza più lunga è quella che va dal 14 ottobre 1980 al 22 maggio 1981, la più breve è quella dell’estate ’80, che va dal 2 luglio al 26 settembre successivo. Per comprendere la logica che stava dietro l’alternarsi dei flussi informativi e dei periodi di silenzio, è sufficiente sovrapporre la sequenza cronologica della documentazione presente nel fascicolo con quella della vicenda processuale sui lanciamissili di Ortona. Le due sequenze combaciano, vi è connessione intrinseca tra i due momenti e dunque un senso logico.

Primo flusso informativo
Il primo ciclo informativo che va dal 15 novembre al 17 dicembre 1979, costituito da sette cablogrammi e un appunto, riguarda quella che abbiamo definito “l’inchiesta”. In questa fase, come abbiamo già spiegato nelle precedenti puntate, il compito di Giovannone era quello di comprendere la dinamica dei fatti e capire se i lanciamissili entravano o uscivano dal territorio nazionale. In sostanza, se vi era stata violazione degli impegni presi nel 1973. Non ritorniamo su questo aspetto già abbondantemente affrontato. Accertato che i lanciamissili transitavano per raggiungere le coste libanesi, non vi era stata violazione della neutralità pattuita del territorio italiano bensì una interpretazione estensiva dell’accordo. Sul punto dei transiti, questione evocata nei documenti dell’82, si aprirà una trattativa specifica con l’intenzione da parte del Sismi di mettervi fine. Questo primo ciclo informativo termina il giorno dell’apertura del processo per direttissima a Chieti.

Secondo flusso informativo
Dopo un periodo di silenzio di 4 mesi si avvia il secondo flusso informativo con otto documenti che hanno inizio il 24 aprile 1980 e si chiude il 2 luglio successivo. È il momento della prima crisi, con un crescendo che arriva al cablo del 24 giugno e all’exit strategy del 2 luglio. È significativo che in questa fase si ha un solo cablogramma, quello del 24 giugno, il resto della documentazione è costituito da appunti e una minuta di trasmissione, in cui si informano governo, ministeri competenti, Cesis e ovviamente le gerarchie del Sismi stesso. È una fase molto complessa e confusa di fibrillazione dei rapporti tra le parti, di accavallarsi di notizie, dove il Fplp oscilla nelle sue rivendicazioni che vengono via via corrette dal collegio di difesa degli imputati. Slittano gli ultimatum, mentre fatti di cronaca italiani (le dichiarazioni del pentito delle Br Patrizio Peci) interferiscono sulla vicenda avvelenando il clima. Emerge alla fine l’opportunità di rinviare il processo d’appello. La presenza di numerosi appunti mostra che vi è una fase di intensa elaborazione da parte del Sismi e di attivazione del governo per trovare una soluzione. Sappiamo dalle precedenti puntate che il processo inizialmente previsto a settembre era stato improvvisamente anticipato a luglio, circostanza che acutizza in giugno la crisi, risolta con un intenso attivismo di Giovannone stesso che, su mandato del direttore del Sismi, interviene preso il capo di gabinetto del ministero della giustizia affinché la corte d’appello di L’Aquila rinvii il processo. Le pressioni giungono a buon fine la mattina del 2 luglio, quando giunge notizia del rinvio, come riporta l’appunto del giorno stesso dove si riferiscono in dettaglio tutte queste attività.

Terzo flusso informativo
Dopo un periodo di silenzio di poco meno di tre mesi, ovvero l’intero periodo feriale estivo, inizia una fase interlocutoria testimoniata da due documenti, una lettera al Cesis di settembre e un cablo di ottobre nei quali si riferiscono la ripresa dei contatti con il Fplp, la richiesta da parte di questi della nuova data del processo e la formulazione di precise rivendicazioni (riduzione delle condanne, scarcerazione per Saleh). Nel frattempo era intervenuto il secondo rinvio processuale. Siamo in una fase in cui la strategia per trovare una soluzione è consolidata e condivisa dalle parti. Si tratta di arrivare alla scadenza dei termini di custodia cautelare per il palestinese Saleh. Le difese dei tre autonomi infatti fanno continua richiesta di rinvio, a cui la difesa del palestinese però non si associa. Questo farà sì che per la legge il prolungamento dei termini di custodia cautelare non scatterà nei suoi confronti.

Quarto flusso informativo
Segue così il periodo di latenza più lungo, sette mesi, giustificato dal fatto che bisognava attendere solo la scadenza dei termini di custodia di Saleh per presentare la domanda di scarcerazione. Dieci documenti vengono prodotti in questa fase, dal 22 maggio al 14 luglio 1981. Si alternano cablo e appunti diretti a governo, ministri competenti e Cesis. L’11 maggio 1981 l’avvocato Zappacosta deposita la richiesta. Il 22 maggio giunge il primo cablo di Giovannone che riporta le pressanti pressioni del Fplp affinché la richiesta venga accolta. Il 25 maggio il procuratore generale si oppone e due giorni dopo i giudici di L’Aquila respingono la richiesta con una interpretazione giuridica che estende il prolungamento dei termini della custodia cautelare anche a Saleh, nonostante questi non avesse mai richiesto i rinvii delle udienze. L’Fplp non la prende bene, si apre cosi la seconda crisi testimoniata nei cablo e appunti del 4, 15 e 16 giugno 1981 nei quali si segnala la forte irritazione di parte palestinese e un passaggio decisivo nel quale si afferma di «non doversi fare più affidamento alla sospensione delle attività terroristiche in Italia o contro interessi italiani», che evidentemente era stata mantenuta fino a quel momento, altrimenti non vi sarebbe stata necessità di promuovere una minaccia simile. Passaggio che chiarisce l’estraneità del Fplp nella strage del 2 agosto 1980. Nel frattempo in giugno era intervenuto l’ennesimo rinvio del processo d’appello e la crisi trova soluzione come abbiamo visto nelle puntate precedenti. La difesa presenta ricorso in cassazione, il governo interviene ancora una volta con un’azione di moral suasion, il 23 giugno il centro Sismi di Roma fornisce assicurazioni al capocentro di Beirut che la vicenda verrà risolta favorevolmente in tempi brevi e chiede assicurazioni sulla rinuncia alla minacce, che arriva il 13 luglio con ultimatum rinviato a metà settembre. L’8 agosto la sezione feriale della cassazione accoglie il ricorso della difesa con rinvio alla corte d’appello che il 14 agosto scarcera Saleh.

Quinto flusso informativo
Dopo un silenzio di cinque mesi assistiamo all’ultimo flusso informativo che prende avvio in coincidenza con l’apertura del processo di appello nel gennaio 1982, che si conclude con una riduzione delle condanne come aveva richiesto l’Fplp. Si tratta di tre appunti, il primo del 13 gennaio 1982 è un riepilogo dai fatti inviato al nuovo capo del Sismi. I successivi del 19 gennaio e del 28 febbraio affrontano la ripresa dei contatti con i vertici dell’Olp e del Fplp, la discussione porta su temi generali e nello specifico sull’ultimo aspetto rimasto in sospeso, ovvero la richiesta di risarcimento dei lanciamissili. Dagli appunti si ricavano due informazioni importanti: in passato il sottosegretario alla presidenza del consiglio Mazzola aveva dato indicazioni affinché il Sismi prevedesse al risarcimento con i propri fondi. Successivamente il capo del Sismi Santovito aveva proposto una soluzione umanitaria al contenzioso, proponendo 4 ambulanze. La questione veniva risolta grazie all’arresto di un altro membro del Fplp catturato in gennaio a Fiumicino mentre transitava con degli inneschi elettrici. La scarcerazione e l’espulsione del militante viene offerta in cambio della cessazione dei transiti e l’annullamento del risarcimento sui missili.

Trentaduesimo documento
Dopo un silenzio di sei mesi troviamo nel carteggio l’ultimo documento, si tratta di un appunto a firma del nuovo capo del Sismi, Lugaresi. Il testo ha una valenza strategica decisiva. Il nuovo capo del Sismi propone al Cesis di creare un tavolo di coordinamento permanente per i rapporti con l’Olp. Il documento interviene nel pieno dell’offensiva israeliana nel Libano, l’occupazione di Beirut, la cacciata dell’Olp da quella città, le stragi nei campi di Sabra e Chatila. Nel testo si fanno delle affermazioni significative sulla storia del cosiddetto Lodo Moro, ovvero che questo non prevedeva nella sua forma originale i transiti di armi sul territorio italiano ma solo la «neutralizzazione» del territorio e degli interessi italiani all’estero. Si tratta della prima traccia documentale che dettaglia uno dei requisiti specifici del patto informale stabilito nel 1973.

Indiscrezioni parziali e deformate
Nell’estate del 2019, nei giorni della ricorrenza della strage, era partito il tam tam mediatico del centrodestra sulle presunte conferme delle responsabilità palestinesi contenute nelle carte di Giovannone. Avvenne quando qualcuno si accorse che un paio delle informative di Giovannone, quelle del 24 aprile e del 12 maggio 1980, erano già state svelate. Il ricercatore Giacomo Pacini, consultando i faldoni digitalizzati delle inchieste sulla strage di Piazza della Loggia a Brescia, si era infatti imbattuto già anni prima in quei due documenti, finiti lì chissà perché, dunque di fatto consultabili e divulgabili. E li aveva citati in un proprio saggio, Il lodo Moro. L’Italia e la politica mediterranea. Appunti per una storia, confluito nel libro Aldo Moro e l’intelligence, pubblicato nel 2018 da Rubettino. Il volume conteneva gli atti dell’omonimo convegno svoltosi ancora un anno prima, all’Università della Calabria, a cui aveva partecipato anche Pacini (sebbene a distanza), che già in quell’occasione ne aveva parlato brevemente. La notizia del saggio di Pacini con i due cablo di Giovannone fu battuta dall’AdnKronos, che parlò anche di una conferenza stampa tenuta l’1 agosto alla Camera, alla quale avevano partecipato i parlamentari di centrodestra Mollicone, Frassinetti, Gasparri, Giovanardi, l’ex deputato Raisi (collegato dalla Spagna), la tesoriera di Nessuno Tocchi Caino (dove lavorano Mambro e Fioravanti) Zamparutti e l’avvocato Valerio Cutonilli. Era stato quest’ultimo a parlare di Pacini e del suo lavoro, mentre Giovanardi aveva distribuito alla stampa i propri appunti su quelle carte che aveva avuto modo di vedere nell’ambito della commissione Moro 2 della precedente legislatura: una scaletta di date e contenuti dei cablogrammi di Giovannone che, parole di Giovanardi, facevano «rizzare i capelli». Era stata data anche lettura di dichiarazioni di Gero Grassi, del Pd, per il quale quelle carte davano «una lettura della strage di Bologna completamente diversa da quella processuale». Mentre Gasparri, che ne auspicava una desecretazione da parte dell’allora presidente del Consiglio Conte, si spinse a ipotizzare un atto di «disobbedienza» per sconfiggere «l’omertà» che circondava quei documenti. C’era anche Adolfo Urso, allora presidente del Copasir, che aveva ricordato a Giovanardi che non avrebbe potuto né prendere appunti né rivelare nulla di quei documenti. Un rimbrotto però espresso nel più gioviale dei modi.

I documenti trapelati già smentivano la pista palestinese
Da quel momento in poi, i cablogrammi di Giovannone da Beirut sono stati costantemente indicati come il “Sacro Graal” che conteneva la verità sulla strage di Bologna. E la loro mancata desecretazione da parte del governo la dimostrazione di una verità che non andava svelata. Nell’ambito del processo Cavallini, conclusosi a inizio 2020, la difesa dell’ex Nar chiese formalmente di poterli consultare, ma senza risultato. Si trattava comunque di un segreto di Pulcinella, visto che gli appunti di Giovanardi finirono addirittura in un libro, a cura del condirettore del Resto del Carlino Beppe Boni, che dava conto nel dettaglio dei vari cablogrammi. Ma pure lì il resoconto si arrestava al giugno del 1980: circostanza curiosa, visto che i commissari avevano invece potuto consultarli tutti, anche oltre quella data. Se ne ricavò quindi l’impressione che da quel momento in poi vi fosse un totale vuoto informativo, che giustifica dunque i peggiori sospetti. Eppure, già nel luglio 2020 era stato pubblicato (sostanzialmente inosservato) l’appunto del Sismi datato 4 giugno, che al solito riepilogava precedenti informative di Giovannone: un documento di rilievo, visto che undici giorni dopo venne inviato dal Sismi al Presidente del Consiglio, ai ministri dell’Interno e della Giustizia, al Cesis. La pubblicazione avvenne su Reggio Report, testata online. Si trattava di un ampio servizio riepilogativo intitolato “Diario della strage di Bologna dai documenti del Sismi”, a cura di Gian Paolo Pelizzaro e Gabriele Paradisi, da sempre assertori della pista palestinese, fin dalla sua prima elaborazione nel 2006 nell’ambito dei lavori della Commissione Mitrokhin (dunque una decina di anni prima della questione Giovannone), in un documento elaborato dal magistrato palermitano Lorenzo Matassa e dallo stesso Pelizzaro, in veste di consulenti. Pista palestinese, va detto, che la Procura di Bologna a luglio 2014 chiese di archiviare, richiesta che a febbraio 2015 il gip accolse. Quell’appunto del giugno 1981 passò inosservato (nel senso che nessuno lo agitò come prova di chissà che) proprio perché il capocentro del Sismi attestava che, a quella data, non si doveva fare «più affidamento sulla sospensione delle operazioni terroristiche in Italia e contro interessi e cittadini italiani, decisa dal Fplp nel 1973». Sospensione che dunque continuava a reggere, nonostante il tira e molla sulla questione Ortona legato al rinvio della scarcerazione di Saleh. E quella sospensione dimostrava che le minacce annunciate non si erano mai concretizzate. Mentre dalla strage di Bologna era ormai passato quasi un anno. Una prova dunque contro la tesi di un legame tra la vicenda dei missili e la strage alla stazione.

«Estrapolare solo quello che fa comodo», crolla la lettura selettiva dei documenti portata avanti dalla destra
Da quell’estate del 2019, numerosi tra studiosi e politici hanno continuato a chiedere la desecretazione dei cablo di Giovannone, fino ad oggi. Senza accorgersi che nel frattempo quelle carte sono diventate di libera consultazione. E nessuno di loro ha preso sul serio Paolo Bolognesi, il presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage di Bologna, che già lo scorso 22 luglio fu il primo a parlarne: «Doveva esserci la verità completa sulla cosiddetta pista palestinese, ma non c’è niente». Non lo presero sul serio Raisi e l’avvocato Alessandro Pellegrini, legale di Gilberto Cavallini (ex Nar condannato nel 2020 in primo grado all’ergastolo per la strage): il primo in particolare sostenne che Bolognesi «mente sapendo di mentire» e che «i documenti veri, quelli che hanno visto Gero Grassi del Pd e Carlo Giovanardi, riguardano il carteggio del colonnello Giovannone che l’ex premier Conte volle “risecretare”, con Pellegrini a chiosare affermando che nel carteggio “segretissimo” «ci sono gli allarmi che Giovannone faceva rimbalzare a Roma su voci acclarate di imminenti attività terroristiche per questioni legale al Lodo Moro». «Atti del 1980, dai missili Strela alla strage alla stazione», incalzava Raisi, secondo il quale le carte a cui faceva riferimento Bolognesi riguardavano Ustica e non Bologna. Una sicurezza, la sua, come si vede del tutto infondata. Perché oggi all’Archivio Centrale dello Stato sono consultabili proprio i cablo “dai missili Strela alla strage” (citando Raisi, benché di Bologna mai vi si parli), con in più lo svolgersi della seconda parte della trattativa dopo il rinvio del processo d’appello concordato tra Italia e palestinesi. Oggi più commissari della “Moro 2” spiegano di aver visionato tutti i 250 documenti relativi alla vicenda Giovannone-Olp. E che i 32 versati all’Archivio centrale dello Stato ne costituiscono il fulcro. Sono anche più del previsto, visto che nella relazione del Comitato consultivo citata nella seconda puntata si parla di «documenti relativi al carteggio tra l’Ambasciata italiana a Beirut ed il nostro governo dal 7 novembre del 1979, data del sequestro dei missili ad Ortona ad un gruppo di autonomi e Palestinesi provenienti da Bologna, sino al mattino del 27 giugno 1980, giorno dell’esplosione del DC9 Itavia nel cielo di Ustica». Mentre quelli desecretati da Draghi arrivano all’agosto 1982. Nel frattempo ha battuto un colpo anche Giovanardi. Lo ha fatto lo scorso ottobre, scrivendo a “Il Dubbio”: “liberato” dalla desecretazione, poteva finalmente riportare quanto aveva annotato nel 2016, «per comprendere l’importanza di questi documenti». Ma ancora una volta si è fermato al cablo del 27 giugno 1980.
Quando le carte di Giovannone, ormai quasi quattro anni fa, diventarono ingrediente prelibato della polemica sulla strage di Bologna, disse la sua anche Giorgia Meloni, allora presidente solo di Fratelli d’Italia. E sostenne che «la rivelazione dei documenti del Sismi di Beirut relativi all’estate del 1980 confermano la necessità e l’urgenza della desecretazione dei documenti relativi alla strage di Bologna e al “Lodo Moro”». Lo scorso 2 agosto, ancora a capo solo del suo partito, affermò invece che «gli 85 morti e gli oltre 200 feriti meritano giustizia, per questo continueremo a chiederla insieme alla verità». Neppure lei s’era accorta che Draghi aveva già decretato il dossier. Ora si sa che nulla contiene in relazione alla strage di Bologna. Non resta che aspettare il prossimo 2 agosto.

Smentite alla cieca che non smentiscono
Quest’ultima parte della puntata (una sorta di “addendum”) è un doveroso compendio delle prese di posizione da parte di chi da anni si occupa della vicenda, registrate su alcuni social. Sono soprattutto relative all’articolo pubblicato sabato 11 marzo dal Domani, sintesi dell’intera inchiesta sviluppata su questo blog. Non sono state molte, ma sono comunque a senso unico: il che è ovvio, provenendo tutte dall’eterogeneo fronte che chiedeva la desecretazione dei documenti sostenendo che in quelle carte stava la verità sulla strage di Bologna. Il giornalista Andrea Colombo, il primo a intervenire sul proprio profilo, ha avanzato in particolare dubbi sulla credibilità di Giovannone: circostanza – lo capite – oltremodo singolare, visto che per anni sulle sue carte (senza conoscerle) si è fatto totale affidamento. La ricercatrice Giordana Terracina, che ha visionato i documenti all’Archivio Centrale dello Stato, ha invece lamentato la mancata citazione integrale del titolo riportato sul frontespizio del fascicolo, senza nulla dire però del suo contenuto analizzato nella nostra inchiesta.
Per l’avvocato Valerio Cutonilli, invece, l’appunto del 2 luglio 1980, non avrebbe affatto chiuso la crisi con l’Fplp poiché in un documento dell’11 luglio successivo, appena nove giorni dopo il rinvio del processo d’appello, il capo della polizia, prefetto Coronas, «prospettava esplicitamente, per iscritto, il pericolo di un’azione di rappresaglia dell’Fplp, dovuta all’esito sgradito del processo». La lettera di Coronas era diretta al questore di Bari che aveva competenza sul carcere speciale di Trani dove si trovava rinchiuso Saleh. Si trattava di una informativa che sottolineava il rischio di un possibile tentativo di far evadere il palestinese dal carcere. Abbiamo già spiegato in precedenza che le informazioni di Coronas risalgono agli appunti del Sismi inviati al Cesis nei mesi precedenti, superate dalla soluzione del 2 luglio di cui non era a conoscenza, proprio poiché gestita riservatamente dal Sismi (era in ballo un segreto di Stato, ovvero il lodo Moro). Analogo discorso vale per la nota informativa di pari tenore inviata lo stesso giorno dal direttore dell’Ucigos, Gaspare De Francisci.
Infine Vladimiro Satta, documentarista del Senato, ha lamentato il fatto che il direttore del Sismi Giuseppe Santovito, ascoltato il primo luglio 1980 dalla Commissione Moro 1, avesse riferito della irritazione del Fplp senza altro aggiungere sulle attività riservate del suo Servizio per appianare la crisi. E non lo avesse fatto nemmeno nelle risposte ai quesiti aggiuntivi inviati alla stesa commissione il 7 ottobre successivo dove si era soffermato sui «collegamenti operativi tra le varie organizzazioni terroristiche» e «sul commercio di armi e sul mercato clandestino». Santovito, secondo Satta, «avrebbe ben potuto e anzi dovuto informare i parlamentari che i problemi con lo Fplp da lui evocati il 1° luglio e riguardanti i suddetti due temi erano stati ormai risolti, se la tesi di Morando e Persichetti fosse corrispondente al vero». Il silenzio di Santovito, dunque, dimostrerebbe la fallacia della nostra analisi. Sembra che Satta ignori cosa sia un servizio segreto e come funzioni. Intanto era il 1° luglio e la crisi si era risolta solo il giorno successivo, eppoi Santovito avrebbe potuto spifferare ad una commissione parlamentare una delicatissima attività di intercessione che aveva come presupposto per il suo successo proprio la riservatezza, afferente la sfera della ragion di Stato? L’obiezione è a dir poco puerile.
La seconda notazione di Satta è particolarmente curiosa. Ricorda infatti che l’archiviazione da parte della magistratura di Bologna dell’inchiesta sulla cosiddetta pista palestinese fu motivata in maniera «problematica» e «criticabile», cioè sostenendo l’inesistenza del lodo Moro invece dell’argomentazione legata alla vicenda processuale di Ortona. «Strano, non vi sembra?», conclude. Come a dire: se non se ne sono accorti quei magistrati… Ma si tratta degli stessi magistrati le cui conclusioni sono da anni contestate dallo stesso Satta, per il quale avrebbero invece ragione giornalisti e ricercatori che da anni citano carte a loro ignote. Quelli che le hanno finalmente lette, invece, a Satta non vanno bene.
3 / fine

Nelle informative di Giovannone la soluzione negoziata sulla crisi dei lanciamissili e il funzionamento del lodo Moro / seconda puntata

Riepilogo – Nella prima puntata (la trovate qui) spiegavamo che la crisi dei lanciamissili appartenenti al Fplp, sequestrati ad Ortona nella notte tra il 7 e l’8 novembre 1979, si era risolta il 2 luglio 1980, un mese esatto prima della strage di Bologna, con il rinvio al settembre successivo del processo, come mostra una nota di quel giorno con l’appunto manoscritto a matita del Direttore del Servizio. In questa seconda puntata dettaglieremo meglio l’exit strategy della vicenda, ovvero la strategia giudiziaria concordata mediante il rinvio continuo del processo d’appello fino alla scadenza dei termini di custodia cautelare e alla conseguente scarcerazione del palestinese, membro del Fplp, Abu Anzeh Saleh.
Si è replicato da parte dei fautori della pista palestinese che l’assenza di informative dal 3 luglio 1980 al 25 settembre successivo costituirebbe un vuoto sospetto, un silenzio inquietante a fronte della strage avvenuta il 2 agosto.
Questo silenzio sarebbe illogico, sostengono sempre i sostenitori della responsabilità del Fplp nella strage alla stazione del 2 agosto 1980, perché le minacce, in realtà, non erano cessate e il semplice rinvio del processo non aveva soddisfatto le rivendicazioni palestinesi. Si tratterebbe dunque di una omissione documentale che celerebbe verità indicibili, non ostensibili.
Questa tesi poggia su due argomenti: il primo è dovuto ad una lettura strabica del documento del 2 luglio 1980 che si sofferma unicamente sul primo paragrafo dove si riassumono le precedenti informative del mese di maggio e giugno, provenienti dal capocentro a Beirut Giovannone, e nelle quali si riportavano le minacce provenienti dal Fplp nel caso non fosse stata spostata la data del processo di appello.

Minacce – sta sempre scritto in quel paragrafo – non all’ordine del giorno poiché condizionate alla effettiva anticipazione del processo e al suo esito negativo per gli imputati (mancata riduzione delle condanne e scarcerazione per Saleh).
Minacce di fatto evaporate con il rinvio del processo a cui erano condizionate.
Negli altri due paragrafi, che rappresentano il cuore di questo documento – come leggerete più avanti – si raccontano le iniziative realizzate per risolvere la crisi. Con l’appunto a matita finale che ne verga la conclusione: «processo rinviato».
E infatti nel carteggio i palestinesi si rifanno vivi solo a settembre, proprio per sapere la nuova data dell’appello.
Il secondo argomento poggia su altro documento dell’11 luglio 1980, nove giorni dopo il rinvio della causa, nel quale il capo della polizia, prefetto Coronas, «prospettava esplicitamente, per iscritto, il pericolo di un’azione di rappresaglia dell’Fplp, dovuta all’esito sgradito del processo».
Processo? Di quale processo parlava Coronas? Quello per direttissima davanti al Tribunale di Chieti del gennaio precedente o del processo d’appello, mai iniziato e appena rinviato? Nelle informative di Giovannone pervenute fino a luglio 80 non c’è materia di contenzioso sul processo di primo grado avvenuto con rito direttissimo, le rivendicazioni portano tutte sulla concessione della liberazione provvisoria a Saleh, il rinvio del processo di appello (su suggerimento del collegio di difesa che, di fatto, ha in mano la regia processuale e detta la linea sul punto al Fplp) perché il clima in cui si sarebbe dovuto svolgere non era ideale e sulla riduzione delle condanne in appello. Ma c’è ancora qualcosa: dove traeva origine la nota diramata da Coronas? La polizia aveva fonti dirette a Beirut? Chi era la «fonte qualificata» a cui fa riferimento il capo della Polizia?
E’ ovvio che sia Giovannone e che quanto Coronas scrive poggi sulle note del Sismi inviate al Cesis (l’organo di cordinamento dei Servizi) e da questi pervenute al Sisde e al ministero dell’Interno che poi le ha diramate ai vertici della pubblica sicurezza. L’allarme di Coronas fa dunque riferimento alle informative del maggio-giugno precedente, superate dalla soluzione del 2 luglio.

E’ proprio vero che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi.

di Paolo Morando e Paolo Persichetti


Dopo la sentenza di Chieti si apre una fase di forte fibrillazione nei rapporti tra il Fplp e le autorità italiane di cui troviamo riscontro nei 7 documenti che vanno dal 24 aprile al 27 giugno 1980. Nell’appunto del 24 aprile, inviato al capo del governo Cossiga, al suo capo di Gabinetto, al ministro della Giustizia, al ministro degli Esteri e al Cesis, si legge che era stato ripreso il contatto con l’elemento responsabile del Fplp «al fine di evitare che dopo il 15 aprile potessero essere poste in atto operazioni di carattere intimidatorio». Nel testo si fa riferimento a un precedente appunto del 16 aprile di cui però nel carteggio non c’è traccia. In ballo c’era la data del processo d’appello, prevista per settembre-ottobre ma che i palestinesi inizialmente avevano chiesto di anticipare a giugno-luglio, insieme all’assoluzione per insufficienza di prove di Abu Saleh, la riduzione a 4 anni per gli altri imputati e la concessione dell’affidamento in prova, all’epoca previsto negli ultimi due anni di pena. Sollecitavano inoltre la restituzione dei due lanciamissili o, in cambio, il risarcimento del loro valore (60 mila dollari) e l’archiviazione del procedimento per banda armata aperto dalla procura di Roma. Nel frattempo, però, un elemento nuovo era venuto a disturbare le aspettative del Fplp: le dichiarazioni del pentito Patrizio Peci (arrestato in febbraio) su un carico di armi giunto per mare e fornito alle Br dai palestinesi. Queste indiscrezioni avevano creato un clima sfavorevole che sconsigliava l’anticipazione del processo. A spingere in questa direzione era soprattutto il collegio di difesa. In questa fase Giovannone ottiene una proroga al 15 maggio delle minacce che potranno svilupparsi «sotto forma di operazioni a carattere intimidatorio o di “appoggio” alla organizzazione degli autonomi, nei cui confronti il “Fronte” si sente moralmente impegnato». Nessuna azione in ogni caso – prosegue la nota del 24 aprile – «verrà rivolta contro l’Ambasciata di Beyrut, il Capo missione, il personale e gli interessi italiani in Libano», se entro quella data non sarà fornita «tramite il Servizio, una chiara risposta positiva o negativa da parte delle Autorità italiane».

Il contrasto sul rinvio del processo d’appello
In un nuovo appunto del 12 maggio, che riportava i risultati di un incontro del giorno precedente, il contenzioso assumeva aspetti paradossali: il “Fronte” decideva di rinunciare all’anticipazione del processo ma nonostante ciò confermava l’ultimatum, spostato di un giorno, il 16 maggio, dopo il quale se non avesse ricevuto risposta avrebbe ripreso «dopo sette anni la propria libertà d’azione nei confronti dell’Italia, dei suoi cittadini e dei suoi interessi con operazioni che potrebbero coinvolgere anche innocenti». In ogni caso nessuna operazione avrebbe avuto luogo prima della fine di maggio e l’interlocutore di Giovannone, il dott. Ahamed Ramadan, sarebbe venuto in Italia – a ultimatum scaduto – per incontrare «gli avvocati difensori, intesi a “depoliticizzare” l’impostazione della linea difensiva per quanto attiene gli asseriti impegni delle autorità italiane verso il Fplp». Nel frattempo il processo, ribaltando ogni pronostico, era stato fissato per luglio. In un cablo del 27 giugno, stracitato da Giovanardi, leggiamo la reazione del Fplp deciso a «riprendere totale libertà di azione» a seguito del mancato accoglimento della richiesta di spostamento della data del processo d’appello, «in conseguenza – scrive Giovannone – psicosi et reazioni negative determinatesi in Italia seguito rivelazioni Peci su asserite forniture armi da palestinesi at Bravo Charlie [le Br]».
Il capocentro del Sismi chiede di intervenire immediatamente sulla Corte d’appello per sollecitare l’accoglimento della richiesta di rinvio presentata dalla difesa. Giovannone afferma («mi attendo reazioni estremamente gravi in quanto Fplp ritiene essere stato ingannato») che la minaccia diverrebbe concreta solo «se processo dovesse aver luogo et concludersi in senso sfavorevole». E quest’ultimo è un passaggio decisivo, curiosamente mai sottolineato da Giovanardi.

Exit strategy, rinviare le udienze fino alla scadenza della custodia cautelare
L’appunto del Sismi datato 2 luglio 1980, lo si è detto nella prima puntata, è quello che attesta la soluzione della crisi aperta dall’arresto a Ortona, nella notte tra il 7 e l’8 novembre 1979, di tre autonomi del collettivo del Policlinico di Roma (Daniele Pifano, Giorgio Baumgartner e Luciano Nieri) che trasportavano due lanciamissili Sa-7 privi di armamento, e la successiva cattura del palestinese Abu Anzeh Saleh, militante del Fplp, per conto del quale stavano effettuando il trasporto. Si tratta di un appunto attribuibile al generale Armando Sportelli, nome in codice “Sirio”, cioè colui il quale riceveva a Roma le informative del colonnello Stefano Giovannone da Beirut. L’appunto, «per il signor direttore del Servizio» (cioè il generale Giuseppe Santovito), dopo un breve sunto delle minacce già riferite nel precedente appunto del 12 maggio e nel cablogramma del 27 giugno, trascrive i diversi interventi compiuti da Giovannone, a nome dello stesso Santovito, sul capo di Gabinetto del ministro della Giustizia, il 15 maggio, il 30 giugno e alle 18.00 del 1 luglio con promessa di risposta alle 18 del giorno successivo. Ma evidentemente qualcuno nel frattempo si era mosso per scongiurare le minacce di ritorsioni e attentati per mano palestinese. Scritto a matita, sull’appunto si legge infatti: «Visto dal DS [Direttore del Servizio] il mattino del 2 luglio 1980. Processo rinviato». In effetti, proprio quella mattina, il processo era stato rinviato al novembre successivo: esattamente come chiedevano i palestinesi. Il caso dunque era stato risolto. Tanto che solo diverse settimane dopo, come attesta una lettera di Santovito al Cesis (il Comitato esecutivo per i servizi di informazione e sicurezza), datata 25 settembre 1980, il Fplp chiede semplicemente di conoscere «entro il 3 ottobre 80: – la data del processo di appello per i missili SA-7; – il quadro aggiornato della situazione degli imputati in relazione al prevedibile atteggiamento dell’accusa e della Corte giudicante». Appello che, lo si è detto, venne poi ulteriormente rinviato, prima a giugno 1981 e poi a gennaio 1982, per fare in modo che Saleh potesse essere scarcerato.
La soluzione della crisi con il Fplp fu insomma il frutto di una sofisticata strategia procedurale: le continue richieste di rinvio avanzate dalla difesa e sostenute dall’azione di moral suasion del governo (attivato dal Sismi) sui vertici della magistratura avevano consentito l’allungamento dei termini di custodia preventiva dei tre autonomi, ma non del palestinese Saleh, il cui avvocato non aveva mai presentato alcuna richiesta in merito. Una mossa quasi preveggente, che fa supporre che la difesa del palestinese fosse a conoscenza delle trattative in corso.

Il rimborso dei lanciamissili e il problema dei transiti di armi
La vicenda comunque non era ancora del tutto conclusa. In un cablo del 22 maggio 1981, Giovannone riferisce la richiesta pressante del Fplp di concedere la scarcerazione a Saleh in tempi brevi, «per ragioni prestigio confronti “base”», per tale motivo il capocentro chiedeva di rientrare a Roma. Il 29 maggio la Corte d’appello di L’Aquila respingeva la richiesta di scarcerazione, poiché riteneva che il prolungamento dei termini di custodia cautelare, dovuto ai continui rinvii, fosse valido non solo per i tre romani ma anche per il palestinese. Un preoccupato appunto del 4 giugno 1981 esprimeva timori per la reazione negativa da parte palestinese, tale da non doversi «fare più affidamento sulla sospensione delle operazioni terroristiche in Italia e contro interessi e cittadini italiani» mantenuta fino a quel momento,

segnalando che da una fonte estranea al Fplp era giunta notizia di due possibili operazioni contro obiettivi italiani: il dirottamento di un aereo della compagnia nazionale oppure l’occupazione di una ambasciata in Centro o Sud America. Si esprimeva anche il timore che la notizia fosse, in realtà, un depistaggio finalizzato a coprire gli obiettivi reali. Un cablo del 15 giugno rafforzava la notizia di operazioni pianificate in un periodo successivo al processo che doveva aprirsi in quei giorni. Ancora una volta il Fplp giocava la carta delle minacce, ma appena due giorni dopo cambiava nuovamente tono alla notizia del nuovo rinvio del processo, come riferisce l’appunto del 18 giugno 1981 dove si riportavano i risultati di un incontro avvenuto la sera del 17.
Il 23 giugno un cablo proveniente da Roma annuncia l’impegno delle autorità di governo a liberare Saleh entro 2-3 mesi, in attesa di ricevere un «segno sdrammatizzante, cioè che dirigenza Fplp si esprima per sospensione qualsiasi operazione in attesa soluzione indicata», scrive “Sirio” (cioè Sportelli). Il segnale sdrammatizzante arriva il 13 luglio 1981 per bocca di Abu Maher, che sostituisce George Habbash in visita in Rdt, che «habet assicurato ieri 12 sospensione qualsiasi iniziativa sino massimo metà settembre». A chiudere la vicenda ci penserà la cassazione l’11 agosto 1981, accogliendo il ricorso dell’avvocato di Saleh, scarcerato il 14 agosto. Il processo d’appello si aprirà solo il 13 gennaio 1982 a L’Aquila e si concluderà con una riduzione delle condanne a 5 anni per tutti gli imputati, una pena molto vicina alle richieste del Fplp. Come si legge in un appunto riepilogativo per il direttore del Sismi datato proprio 13 gennaio 1982, il giorno prima dell’apertura del processo d’appello alcuni esponenti dell’Fplp avevano presentato all’ambasciata italiana a Beirut una lettera e chiesto il rimborso dei due lanciamissili sequestrati. Nello stesso appunto si ricordava che nel maggio 1980 il sottosegretario Mazzola aveva invitato il Servizio a provvedere «per proprio conto all’eventuale indennizzo per i sistemi d’arma».
La questione venne affrontata in una serie di incontri tenuti a Beirut tra il 16 e il 18 febbraio del 1982, questa volta non da Giovannone che alla fine del 1981 aveva lasciato Beirut, e riassunti nell’appunto del 19 febbraio successivo. L’esponente dell’Olp Abu Hol sollecitava l’indagine sulla uccisione a Roma di Abu Sharar, responsabile informazione dell’Olp dilaniato da una esplosione l’8 ottobre 1981 nella sua stanza dell’Hotel Flora in via Veneto. Omicidio che i palestinesi attribuivano ai Servizi israeliani e considervano una violazione degli accordi del 1973 che – a quanto sembra – coinvolgevano anche gli israeliani, come si legge in un rapporto dell’ambasciatore Volpe inviato a Washington il 17 giugno del 1973: «la politica antiterroristica italiana è diretta innazitutto a prevenire attentati in Italia». Essa si basa «sul coordinamento con gli altri Paesi europei, intese informali con i fedayn e gli israeliani, la disponibilità a pagare riscatti quando siano in gioco vite umane, dando la precedenza alla sicurezza nazionale».
Abu Hol chiedeva anche di ritornare sulla ingiustificata espulsione da Perugia di sei studenti universitari palestinesi e sull’arresto il 5 gennaio precedente a Fiumicino di un membro del Fplp, Joussef Narsy el Tamimy, trovato in possesso di 14 detonatori elettrici diretti nei territori occupati. Smentiva decisamente le affermazioni di alcuni pentiti sull’addestramento di brigatisti nei campi palestinesi in Libano. Nel corso della conversazione emergeva che, per risolvere il contenzioso sul rimborso dei lanciamissili, l’anno precedente il generale Santovito, nel frattempo dimissionato per la vicenda P2, aveva «prospettato la possibilità di inviare quattro ambulanze, sotto forma di aiuto umanitario», infine l’interlocutore poneva in risalto che «dopo gli accordi di circa otto anni fa, non è stato più effettuato alcun attentato contro chicchessia in Italia». La questione Tamimy e il rimborso dei missili divenivano così una tema da mettere sul tavolo negoziale per azzerare ogni contenzioso e normalizzare il rapporto con le varie organizzazione palestinesi, tanto più che nel frattempo l’Fplp era rientrato nel comitato esecutivo dell’Olp.
L’emissario del Sismi coglie l’occasione per risolvere la questione nel successivo incontro con Bassan Abu Sharif. In un commento a matita del dirigente del Servizio che recepiva l’appunto, si annota: «L’intervento per il caso Tamimy potrebbe risolvere molti nodi. Propongo un cauto ma efficace intervento informale, inteso a sensibilizzare l’Autorità competente». In una successiva nota del 28 febbraio 1982, inviata al Cesis dal nuovo capo del Sismi, Ninetto Lugaresi, si chiedeva un intervento autorevole in favore di Tamimy affinché venisse scarcerato ed espulso.

La vicenda si chiude, «l’ultimo attentato risale al 17 dicembre 1973»
Il trentaduesimo documento che chiude il carteggio Giovannone-Olp riguarda un appunto del Sismi di notevole importanza, del 19 agosto 1982, inviato al Cesis e nel quale si proponeva la definizione di un «organo pilota in ambito nazionale nei rapporti con l’Olp». Israele aveva occupato il Libano del Sud spingendosi fino a Beirut per accerchiare lo stato maggiore dell’Olp ed eliminare le milizie armate presenti nei campi palestinesi. Nel frattempo – si affermava nella nota – in Italia una serie di misure amministrative intraprese dalle autorità, come la mancata protezione di sedi Olp dalle minacce del gruppo di Abu Nidal, l’eco attribuito a fake news sulla cattura da parte israeliana di brigatisti nel Sud del Libano, smentite dalle stesse autorità di Israele, la mancata riammissione degli studenti palestinesi espulsi, il visto non concesso a dirigenti dell’Olp, apparivano in netto contrasto con «la linea di tendenza strategica espressa dalle autorità di governo (riconoscimento dei diritti dei palestinesi)». Nell’appunto si riteneva che questa situazione potesse creare «disturbo per il dialogo Olp-Sismi, che da circa un decennio produce effetti apprezzati e vantaggiosi», tenuto conto del fatto che «l’Olp si era attenuta all’impegno di “neutralizzare” l’Italia nei suoi interessi sul territorio nazionale e all’estero». L’ultimo attentato – prosegue la nota – «risale al 17 dicembre 1973 (strage di Fiumicino). Dopo quella è stato condotto un altro atto violento ad opera di palestinesi (occupazione dell’Ambasciata siriana a Roma nel 1976), ma si è trattato del gruppo di Abu Nidal, dissidente, condannato a morte da Fatah nel 1974 e asservito al regime iracheno, prima, siriano, dopo».
Il testo ricorda che «l’impegno assunto circa la neutralizzazione non prevedeva il “transito”, ma negli ultimi mesi erano in atto contatti intesi ad escludere l’Italia anche come area di transito», infine si ricorda come l’Olp «non ha consentito reazioni come accaduto altrove» all’uccisione a Roma da parte di probabili sicari israeliani (il Sismi sospettava in realtà Abu Nidal) di Majed Abu Sharar (ottobre 1981) e nel giugno 1982 di Kamal Hussein (studente di medicina militante dei Gruppi universitari palestinesi) e Nazih Matar (vice responsabile dell’ufficio Olp).

«Mancano delle carte», la linea del Piave della destra
Dunque, dopo la strage di Fiumicino i palestinesi avevano rispettato l’accordo. Il che, oggi, ha già fatto sostenere a qualcuno che quel passaggio del documento del 19 agosto 1982 altro non sarebbe che una excusatio non petita. Mentre l’assenza, nelle carte di Giovannone ora desecretate, di documenti nel periodo tra il 2 luglio 1980 (quando la crisi di Ortona si era risolta) e il 25 settembre dello stesso anno, indicherebbe la sparizione di altri cablo che, invece, dimostrerebbero il legame con la strage del 2 agosto alla stazione di Bologna. Quasi una estrema linea del Piave, dopo che per anni è stato sostenuto che in quelle carte stava una verità indicibile sulla strage, mentre ora si sa che non era così. Perché è vero che il totale delle carte di Giovannone comprende 250 documenti, ma lo è altrettanto che i 32 ora versati all’Archivio centrale dello Stato – come sanno bene quei componenti della Commissione Moro 2 che visionarono l’intero carteggio – ne costituiscono il fulcro. E sono stati versati, recita la relazione datata 12 ottobre 2022 del “Comitato consultivo sulle attività di versamento all’Archivio centrale dello Stato” istituito presso la presidenza del Consiglio, proprio per rispondere «all’esigenza di escludere ricostruzioni fuorvianti del tragico evento, spesso oggetto di strumentalizzazione». Il riferimento del Comitato è a Ustica, visto che i documenti sono già stati visionati dalla Procura di Roma che indaga sulla strage del DC9 Itavia. Ma sono parole che, lette quelle carte, valgono ancor più per Bologna.

2/continua

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Strage di Bologna, ecco i cablo di Giovannone che smentiscono la pista palestinese / prima puntata

Secondo la “narrazione” diffusa dalla destra in questi anni, nelle informative del capocentro Sismi a Beirut, Stefano Giovannone, sarebbero presenti le prove del legame tra la strage di Bologna e l’attività dei palestinesi svolta in Italia sotto l’egida del “lodo Moro”. Verità alternativa a quella sancita fino ad oggi in sede giudiziaria con la condanna dei neofascisti dei Nar. Desecretati lo scorso giugno, questi documenti dimostrano invece l’esatto contrario. La crisi dei lanciamissili palestinesi sequestrati a Ortona, ritenuta dalla destra il vero movente della strage, era stata risolta già il 2 luglio 1980, accogliendo le richieste del Fplp. Quelle carte dimostrano anche il funzionamento concreto dell’accordo del 1973, conosciuto come “lodo Moro”, che non prevedeva il transito di armi e tantomeno l’immunità, ma solo la «neutralizzazione» del territorio (qui la seconda puntata).

di Paolo Morando e Paolo Persichetti

Il 2 luglio del 1980 le richieste del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina erano state accolte. E dunque le minacce, ventilate nei mesi precedenti, di ritorsioni e attentati contro obiettivi italiani non avevano più ragion d’essere. Lo raccontano i cablogrammi dell’allora capocentro del Sismi a Beirut, Stefano Giovannone, documenti da anni al centro di una dura polemica mossa da chi ne chiedeva la desecretazione, sostenendo che lì ci fossero le prove inconfutabili di un legame tra la strage di Bologna e la vicenda di Ortona, di cui si dirà: in sostanza, comunque, che quelle comunicazioni di Giovannone indicassero una responsabilità palestinese nella bomba del 2 agosto alla stazione. E dunque una versione alternativa alle sentenze di condanna passate in giudicato dei tre neofascisti dei Nar, Mambro, Fioravanti e Ciavardini. Invece non è così. Quelle carte, ora liberamente consultabili all’Archivio centrale dello Stato, non avvalorano affatto un collegamento del genere, come da anni si sente invece ripetere dai tanti fautori (politici, storici, giornalisti, ricercatori) della cosiddetta “pista palestinese”. E anzi, se lette in parallelo con i passaggi giudiziari relativi al “caso Ortona”, dimostrano che la trattativa sottotraccia tra l’Italia e i palestinesi si era conclusa con successo già un mese prima della strage di Bologna.

Il sequestro di Ortona
La vicenda è caratterizzata da una marea di elementi, cronaca che ormai si è fatta storia visti gli oltre quarant’anni trascorsi: qui si farà parlare il più possibile le carte. Ma occorre dire subito del “caso Ortona”, da cui tutto trae origine. Si tratta del sequestro di due lanciamissili Sa-7 Strela privi di armamento e dell’arresto, avvenuto appunto a Ortona in Abruzzo nella notte tra il 7 e l’8 novembre 1979, di tre autonomi del collettivo del Policlinico di Roma (Daniele Pifano, Giorgio Baumgartner e Luciano Nieri) che trasportavano la cassa che li conteneva. Traditi da un controllo casuale, e inconsapevoli del contenuto che vi era celato, erano stati chiamati in aiuto con una telefonata in extremis nella serata del 7 da Abu Anzeh Saleh, militante del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (d’ora in poi Fplp), pure lui arrestato poco dopo, mentre partecipavano ad una assemblea pubblica a Roma. La prima informativa inviata da “Maestro”, nome in codice di Giovannone, è del 15 novembre 1979, altri cinque seguiranno sempre nel corso di quel mese, più un appunto in cui il capocentro del Sismi riporta i risultati dell’inchiesta che sta conducendo per capire se quei sistemi d’arma stessero entrando nel territorio italiano o fossero invece in uscita. Saperlo era dirimente: sui giornali si parlava della preparazione di un possibile attentato a Cossiga, allora capo del governo. Eravamo alla fine del 1979, l’offensiva delle formazioni armate di sinistra aveva toccato uno dei suoi punti più alti, lo Stato aveva risposto con la retata del 7 aprile che aveva portato in carcere l’intero gruppo dirigente della galassia autonoma. Per l’antiterrorismo e la magistratura, l’arresto di tre autonomi in possesso di due lanciamissili era una prova del teorema. E la saldatura con la guerriglia palestinese una conferma di antichi sospetti. Giovannone doveva diradare in fretta questo polverone, capire se l’episodio rappresentava una violazione degli accordi del 1973 tra l’Italia e i palestinesi, chi ne sarebbe stato l’eventuale responsabile, tutelare la segretezza del cosiddetto “lodo Moro”, calmare le acque agitate in entrambe le rive del Mediterraneo. Per questo incalza i dirigenti dell’Olp e del Fplp. Si avvale di colloqui ufficiali e della rete di fonti fiduciarie che aveva tessuto all’interno e all’esterno delle varie organizzazioni palestinesi.

Le omissioni di Giovanardi e la narrazione strumentale della destra
Facciamo ora un salto al maggio del 2016, quando dopo una lunga trattativa il governo autorizzò alcuni membri della commissione parlamentare d’inchiesta Moro 2 a visionare sotto il controllo di funzionari dei Servizi e con l’accordo di mantenere il più stretto riserbo sul contenuto, una serie di documenti sui rapporti del Sismi con le organizzazioni politiche palestinesi in Libano. Si trattava di comunicazioni e appunti sottoposti al più elevato vincolo di segretezza, originati appunto dal capocentro Sismi a Beirut, colonnello Giovannone, che coprivano un arco temporale di circa tre anni, dal novembre 1979 all’agosto 1982. Il presidente della commissione Moro da poco istituita, Giuseppe Fioroni, dopo essere venuto a conoscenza di un cablo del 18 febbraio 1978, depositato dallo storico Marco Clementi durante la sua audizione del giugno 2015, nel quale il colonnello Giovannone riferiva informazioni confidenziali provenienti dal capo del Fplp, Georges Habbash, si era convinto di poter trovare nelle informative inviate dal capocentro Sismi a Beirut notizie utili sul sequestro del leader Dc e sui presunti rapporti tra palestinesi e brigatisti. Da qui la sua insistente richiesta di visionare il carteggio, che tuttavia deluse le aspettative della commissione: quei documenti confermavano solo l’esistenza del cosiddetto lodo Moro, ne mostravano il funzionamento e soprattutto l’efficacia. Nel 2018, in un saggio, il ricercatore Giacomo Pacini rese pubblici due documenti, finiti nei faldoni dell’inchiesta sulla strage di Brescia e custoditi dalla Casa della Memoria, che facevano parte del carteggio secretato di Giovannone. Si trattava delle note del 24 aprile e del 12 maggio 1980, nelle quali il Fplp minacciava la rottura degli accordi del 1973 e poneva un ultimatum alle autorità italiane. E nel frattempo, venendo meno all’impegno preso, il senatore del centrodestra Carlo Giovanardi (anch’egli tra i componenti della commissione che visionarono le informative), enucleando un paio di documenti dal resto della documentazione, sostenne che in quelle carte era scolpita la verità sulle stragi di Ustica e Bologna: in particolare un cablo del 27 giugno 1980, ripetutamente citato dal senatore, in cui si annunciava da parte del Fplp la ripresa dell’iniziativa contro obiettivi italiani. La diffusione parziale del carteggio Giovannone-organizzazioni palestinesi e le dichiarazioni distorsive di Giovanardi hanno favorito negli anni a seguire il sospetto, in parte dell’opinione pubblica, che quel carteggio contenesse rivelazioni scottanti sulle stragi del 1980.

La soluzione arriva il 2 luglio 1980
Nel giugno del 2022 il comitato consultivo che vigila sulle attività di desecretazione e versamento dei fondi archivistici della Direttive Prodi, Renzi e – ultima – Draghi dell’agosto 2021, ha deciso di togliere il segreto e versare presso l’Archivio centrale dello Stato il carteggio afferente le comunicazioni tra l’ambasciata italiana a Beirut e il governo. Abbiamo così potuto consultare anche noi i 32 documenti della «Vicenda Giovannone-Olp», come è riportato sulla copertina del fascicolo, senza tuttavia riscontrare alcun elemento che potesse ricondurre alle stragi di Ustica e Bologna. Quelle carte dimostrano invece che la crisi dei lanciamissili palestinesi sequestrati a Ortona nel 1979, indicata dalla destra come uno dei possibili moventi che avrebbero scatenato la rappresaglia palestinese provocando la strage di Bologna, fu negoziata con grande abilità dal colonnello Giovannone e risolta già il 2 luglio del 1980, un mese esatto prima della esplosione della bomba alla stazione centrale con il rinvio del processo, venendo incontro alle richieste palestinesi. Addirittura, il processo fu poi rinviato altre due volte (novembre 1980 e giugno 1981, per poi finalmente tenersi a gennaio 1982): questa fu infatti la strategia individuata dal governo, e concordata con i palestinesi, per consentire la scarcerazione nell’agosto del 1981 di Abu Anzeh Saleh, grazie al superamento dei limiti di custodia cautelare. Successivamente le condanne vennero ridotte per tutti gli imputati nel corso del processo d’appello: esattamente come richiesto dal Fplp. I palestinesi non hanno dunque mai avuto alcuna ragione per rompere gli accordi presi nel 1973. E in realtà il lodo Moro uscì rafforzato dalla crisi dei lanciamissili di Ortona, ed ebbe il suo ultimo atto – si legge nelle carte – solo nell’estate del 1982, nel pieno dell’occupazione israeliana del Libano, con la cacciata dell’Olp da Beirut e i massacri realizzati dalle milizie maronite protette dai carri armati israeliani nei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila.

Cosa prevedeva il Lodo? «Neutralità territoriale senza transito d’armi»
Un’altra acquisizione storica rilevante contenuta nel carteggio riguarda il transito delle armi. Questa clausola, la cui presenza nel lodo viene data per scontata da molti ricercatori ed esponenti politici, non era affatto presente nell’accordo iniziale. Nell’appunto numero 32 del 19 agosto 1982 si afferma infatti che «l’impegno assunto circa la neutralizzazione non prevedeva il “transito”, ma negli ultimi mesi erano in atto contatti intesi ad escludere l’Italia anche come area di transito». Il passaggio delle armi fu dunque una interpretazione estensiva del Fplp che – precisa in più circostanze il colonnello Giovannone – non ha mai riguardato l’Olp.
Qui l’estensore della nota glissa sul carico di armi che le Brigate rosse andarono a prendere sulla costa libanese con una barca a vela, il Papago, nell’estate del 1979, dopo un accordo politico pattuito a Parigi con una fazione di Fatah, cristiana e marxista, che faceva capo ad Abu Ayad, raccontato per la prima volta da Patrizio Peci nel marzo 1980 e di cui si ebbe conferma con il ritrovamento dei depositi nei primi mesi del 1982. Episodio unico che non ebbe seguito. L’altra vicenda, quella del carico di armi portato in Italia, sempre in barca a vela, da Maurizio Folini nell’estate del 1978, aveva natura diversa e fu oggetto di conversazione con Abu Sharif, riportato nell’appunto del 19 febbraio 1982. L’esponente del Fplp fece riferimento ad ambienti libanesi che trafficavano armi, senza particolari connotazioni politiche. In effetti, giunte in Italia, le armi furono distribuite dietro pagamento alle organizzazioni armate che le accettarono (Pl e Pac) con uno sdegnato rifiuto da parte delle Br. Il Fplp comunque, dopo la vicenda dei missili di Ortona e l’arresto a Fiumicino, nel gennaio del 1982, di un altro suo corriere che trasportava inneschi elettrici diretti verso i territori occupati, sembra rinunciare al passaggio di armi grazie ad una abile trattativa messa sul tavolo dal successore di Giovannone (che aveva lasciato il Libano nel novembre 1981) come contropartita alla liberazione del corriere palestinese.

L’inchiesta di Giovannone
Torniamo ora alla vicenda di Ortona. Nell’immediatezza (siamo a novembre del 1979), Arafat e gli altri dirigenti di Fatah si dicono costernati per l’accaduto e consapevoli delle possibili ricadute negative sui progressi politici che si stavano compiendo, «con scopo compromettere elementi moderati Olp et divergenze Fatah sabotando politica da essi perseguita soprattutto verso occidente» (cablo di Giovannone del 15 novembre 1979). Il riferimento è al riconoscimento dell’Olp come rappresentante unico del popolo palestinese e all’intenso lavorìo diplomatico che avrà uno sbocco il successivo 12-13 giugno 1980 con la dichiarazione di Venezia sul riconoscimento della autodeterminazione del popolo palestinese. Il capocentro Sismi riferisce che i dirigenti dell’Olp sospettano che vi siano interferenze libiche o irachene. Individua presto il responsabile della operazione in Taysir Qubaa, dirigente Fplp, zio di Saleh, responsabile per l’estero del Fplp, una figura a lui nota, «cui intervento presso organizzazioni terroristiche palestinesi che intendevano effettuare operazioni in Italia per liberare Fedayn detenuti, erisi rivelato determinante tra 1973 et 1975» (cablo 15 novembre 1979). Nella successiva comunicazione del 20 novembre, Giovannone si dice «convinto che operazione in oggetto dovesse svilupparsi in Israele et che presenza lanciamissili Ortona aveva carattere temporaneo et esclusivamente di transito». Permane tuttavia un tono per nulla accondiscendente e all’inizio non è affatto persuaso delle spiegazioni ricevute: «Ho sottolineato agli interlocutori che spiegazioni cui sopra non presentano sufficienti elementi credibilità et dovrebbero essere completate da elementi precisi circa provenienza iniziale, percorso seguito sino at consegna autonomi et contropartite loro date per collaborazione» (idem). Emerge anche il nome di un quinto uomo che avrebbe dovuto prendere in carica i lanciamissili, l’ufficiale di macchina del mercantile Sidon, membro del Fplp, Nabiln Nayel, catturato in Francia tempo dopo ma mai estradato. Le prime acquisizioni dell’inchiesta sono riassunte in un appunto del 23 novembre 1979 diretto al direttore del Servizio, generale Giuseppe Santovito. Qui Giovannone chiede di non divulgare la notizia ricevuta in via confidenziale sull’utilizzo finale dei lanciamissili nell’ambito di una rinnovata offensiva militare contro Israele, pena il rischio di essere condannato a morte dal Fplp. Successivamente interroga il comandante del mercantile Sidon che avrebbe dovuto prendere a bordo la cassa con i lanciamissili durante il suo scalo nel porto di Ortona.

Il processo di Chieti
Il 17 dicembre ha inizio il processo con rito direttissimo a Chieti. Le norme antiterrorismo introdotte con la legge Reale sono draconiane, non consentono di allungare i tempi dell’inchiesta giudiziaria permettendo così di trovare una soluzione politico-diplomatica alla vicenda. Il Fplp fa pervenire al presidente del tribunale di Chieti, dottor Pizzuti, una lettera nella quale dichiara di essere il proprietario dei due sistemi d’arma e che questi erano diretti fuori dall’Italia. Lo stesso giorno Giovannone ha «un difficile colloquio» con Taysir Qubaa, il quale chiede di «facilitare accoglimento probabile richiesta rinvio dibattito che dovrebbe iniziare Chieti oggi pomeriggio onde consentire che collegio difesa possa ricevere nuovi elementi per dimostrare inconsistenza accusa “importazione armi”». L’esponente palestinese, indicato nel cablo come persona «che svolge ruolo preminente ambito crisi Libia-Olp», chiede inoltre che i lanciamissili non vengano consegnati o fatti visionare da esperti israeliani o americani, minacciando una dura rappresaglia se non fosse rispettato l’impegno richiesto. Giovannone non sembra scomporsi e suggerisce una interpretazione psicologica del suo interlocutore: lo definisce infatti «esasperato da critiche et accuse rivoltegli da oppositori interni Fplp et da rappresentanti “Autonomi” che ritengo lo abbiano recentemente contattato sollecitandolo vivamente at urgenti passi idonei ridimensionare gravità imputazioni addebitate autonomi incriminati». Il 25 gennaio 1980 i cinque imputati vengono tutti condannati a 7 anni di reclusione per detenzione e trasporto di armi da guerra, l’imputazione di introduzione clandestina di armi cade per insufficienza di prove. Il pubblico ministero aveva invece chiesto una pena di 10 anni.

1/continua

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I documenti desecretati smentiscono la destra sulla strage di Bologna

Le informative del capocentro Sismi a Beirut e la fine della pista palestinese sulla strage di Bologna. Su Domani la sintesi della inchiesta in più puntate che potete trovare su questo blog (qui la prima), condotta da Paolo Morando e Paolo Persichetti sui 32 cablogrammi e appunti desecretati nei mesi scorsi. Le carte dimostrano che la trattativa sui lanciamissili sequestrati a Ortona era stata risolta già il 2 luglio 1980 (un mese prima della strage del 2 agosto), accogliendo le richieste del Fplp. Si sbriciola il movente alternativo alle sentenze giudiziarie che hanno condannato i neofascisti dei Nar, costruito dalla destra in questi ultimi anni sulla strage

di Paolo Morando e Paolo Persichetti, Domani 11 marzo 2023

Il 2 luglio del 1980 le richieste del Fronte popolare per la liberazione della Palestina erano state accolte. E le minacce, ventilate nei mesi precedenti, di attentati contro obiettivi italiani non avevano più ragion d’essere. Lo raccontano i cablogrammi dell’allora capocentro del Sismi a Beirut, Stefano Giovannone, documenti da anni al centro di una dura polemica mossa da chi ne chiedeva la desecretazione, sostenendo che lì ci fossero le prove di un legame tra la strage di Bologna e la vicenda di Ortona, di cui si dirà. E dunque una versione alternativa alle sentenze di condanna passate in giudicato dei tre neofascisti dei Nar, Mambro, Fioravanti e Ciavardini, da sempre contestate dalla destra.
Invece non è così. Quelle carte, ora liberamente consultabili all’Archivio Centrale dello Stato, non avvalorano affatto un movente del genere, come da anni si sente invece ripetere dai tanti fautori (politici, storici, giornalisti, ricercatori) della cosiddetta “pista palestinese”, archiviata già nel 2015 dai magistrati bolognesi. E anzi, se lette in parallelo con precisi passaggi giudiziari, dimostrano che la trattativa sottotraccia tra l’Italia e i palestinesi si era conclusa con successo già un mese prima della strage alla stazione. Sono carte che dunque non consentono tentativi politici di riscrittura della storia.

Ricostruzioni fuorvianti
Tutto trae origine dal sequestro di due lanciamissili Sa-7 Strela privi di armamento e dall’arresto, appunto a Ortona in Abruzzo nella notte tra il 7 e l’8 novembre 1979, di tre autonomi del collettivo del Policlinico di Roma (Daniele Pifano, Giorgio Baumgartner e Luciano Nieri) che li trasportavano: li tradì un controllo casuale dei carabinieri. Inconsapevoli del contenuto della cassa, erano stati chiamati in aiuto in extremis da Abu Anzeh Saleh, militante del Fplp, pure lui arrestato poco dopo. La vicenda è al centro delle informative di quel periodo di Giovannone, carte visionate (con obbligo di riservatezza) da alcuni membri della Commissione parlamentare d’inchiesta Moro 2 già dal 2016. Venendo meno all’impegno, il senatore del centrodestra Carlo Giovanardi, sostiene da anni che in quelle carte è scolpita la verità sulle stragi di Ustica e Bologna: in particolare un cablo del 27 giugno 1980, in cui si annunciava da parte del Fplp la ripresa dell’iniziativa contro obiettivi italiani.
Nel giugno scorso il Comitato consultivo (istituito presso la Presidenza del Consiglio) che vigila sulle attività di desecretazione e versamento dei fondi archivistici delle Direttive Prodi, Renzi e – ultima – Draghi dell’agosto 2021, ha deciso di togliere il segreto e versare all’Archivio Centrale dello Stato il carteggio, peraltro già visionato dai magistrati romani impegnati sulla vicenda di Ustica. E come recita la relazione del Comitato, datata 12 ottobre 2022, è stato fatto proprio per rispondere «all’esigenza di escludere ricostruzioni fuorvianti del tragico evento, spesso oggetto di strumentalizzazione».

Richieste accolte
Il fascicolo, di 32 documenti, riporta in copertina il titolo “Vicenda Giovannone-Olp”. E non contiene alcun elemento che possa ricondurre alle stragi di Ustica e Bologna. Quei documenti dimostrano invece che la crisi dei lanciamissili palestinesi fu negoziata con grande abilità dal colonnello Giovannone e risolta già un mese prima dell’attentato alla stazione, con il rinvio del processo d’appello, venendo incontro alle richieste palestinesi.
Il processo fu addirittura rinviato altre due volte (novembre 1980 e giugno 1981, per poi finalmente tenersi a gennaio 1982): questa fu infatti la strategia individuata dal governo, e concordata con i palestinesi, per consentire la scarcerazione nell’agosto del 1981 di Saleh, grazie al superamento dei limiti di custodia cautelare.
Successivamente le condanne vennero ridotte per tutti e quattro gli imputati nel corso del processo d’appello: esattamente come richiesto dal Fplp. I palestinesi non hanno dunque mai avuto alcuna ragione per rompere gli accordi presi nel 1973, cioè il cosiddetto “Lodo Moro”.

Caso risolto
Le informative di Giovannone da Beirut vanno di pari passo con l’andamento processuale della vicenda di Ortona. Ed è una lettura inequivocabile. Lo spazio non consente qui di dettagliare il contenuto dei 32 documenti: i lettori potranno trovarlo da oggi sul blog Insorgenze.net (prima puntata), in un’inchiesta in più puntate.
L’appunto del Sismi datato 2 luglio 1980, lo si è detto, è quello che sancisce la soluzione della crisi. È attribuibile al generale Armando Sportelli, nome in codice “Sirio”, che riceveva le informative da Beirut. L’appunto, «per il signor direttore del Servizio» (il generale Giuseppe Santovito), riferisce i diversi interventi compiuti da Giovannone, a nome dello stesso Santovito, sul capo di gabinetto del ministro della Giustizia, il 15 maggio, il 30 giugno e l’1 luglio.
E qualcuno nel frattempo si mosse. Scritto a matita, sul documento si legge infatti: «Visto dal DS [Direttore del Servizio] il mattino del 2 luglio 1980. Processo rinviato». Era avvenuto proprio quella mattina, fu spostato a novembre: come chiedevano i palestinesi. Il caso era quindi stato risolto.

La verità che manca
La soluzione della crisi con l’Fplp fu insomma il frutto di una sofisticata strategia procedurale: le continue richieste di rinvio avanzate dalla difesa, sostenute dall’azione di moral suasion del governo (attivato dal Sismi) sulla magistratura, avevano consentito l’allungamento dei termini di custodia preventiva dei tre autonomi, ma non di Saleh, il cui avvocato non aveva mai presentato alcuna richiesta in merito.
Una mossa che fa supporre che la difesa del palestinese fosse a conoscenza delle trattative. Nell’ultimo documento del carteggio, il trentaduesimo del 19 agosto 1982 inviato al Cesis, il Sismi attesta che l’ultimo attentato palestinese «risale al 17 dicembre 1973» (cioè la strage di Fiumicino) e che i transiti di armi non erano previsti nell’accordo originario, che riguardava solo la “neutralizzazione” del territorio italiano.
In questi giorni, peraltro, qualcuno ha già sostenuto che quel passaggio del documento altro non sarebbe che una excusatio non petita. Mentre l’assenza, nelle carte di Giovannone ora desecretate, di documenti del periodo tra il 2 luglio 1980 (quando la crisi di Ortona si era risolta) e il 25 settembre dello stesso anno, indicherebbe la sparizione di altri cablo.
Quasi una estrema linea del Piave, dopo che per anni è stato sostenuto che in quelle informative stava una verità indicibile sulla strage, mentre ora si sa che non è così. Perché è vero che il totale delle carte di Giovannone comprende 250 documenti, ma lo è altrettanto che i 32 ora versati all’Archivio Centrale dello Stato – come sanno bene proprio quei parlamentari che visionarono l’intero carteggio – ne costituiscono il fulcro.

Nessun legame
La citazione delle informative di Giovannone, in questi anni, si è sempre arrestata sulla soglia del 27 giugno 1980: circostanza curiosa, visto che i commissari della “Moro 2” avevano invece potuto consultarli tutti, anche quelli successivi. Ma evidentemente non conveniva citarli.
Tanto che nessuno rilanciò un altro appunto del Sismi del 15 giugno 1981, diffuso nel luglio 2020 su una testata online: citando Giovannone, si attestava infatti che, a quella data, non si doveva fare «più affidamento sulla sospensione delle operazioni terroristiche in Italia e contro interessi e cittadini italiani, decisa dal Fplp nel 1973».
Sospensione che quindi continuava a reggere, nonostante il tira e molla sulla questione Ortona (si era all’ennesimo rinvio del processo d’appello), dimostrando che le minacce non si erano concretizzate. Mentre dalla strage di Bologna era passato quasi un anno. Una prova dunque contro la tesi di un legame tra la vicenda dei missili e la bomba alla stazione.

Tesi smentite
Lo scorso 22 luglio, a dare notizia della desecretazione, era stato Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage di Bologna: «Doveva esserci la verità completa sulla cosiddetta pista palestinese, ma non c’è niente», disse. Non lo prese sul serio Enzo Raisi, ex deputato di Alleanza nazionale, bolognese: «Mente sapendo di mentire», replicò, sostenendo che «i documenti veri», quelli letti dai membri della “Moro 2”, erano «atti del 1980, dai missili Strela alla strage alla stazione».
E sono appunto quelli ora consultabili, che arrivano addirittura fino all’agosto 1982. Quando le carte di Giovannone, ormai quasi quattro anni fa, finirono al centro della polemica sulla strage di Bologna, disse la sua anche Giorgia Meloni. E sostenne che «la rivelazione dei documenti del Sismi di Beirut relativi all’estate del 1980 conferma la necessità e l’urgenza della desecretazione dei documenti relativi alla strage di Bologna e al “Lodo Moro”. Lo scorso 2 agosto, ancora a capo solo di un partito, affermò invece che «gli 85 morti e gli oltre 200 feriti meritano giustizia, per questo continueremo a chiederla insieme alla verità». Neppure lei s’era accorta che Draghi aveva già desecretato il dossier. Chissà che cosa dirà il prossimo 2 agosto.

La risposta di Renato Curcio ai pm che lo hanno indagato per i fatti della Spiotta

Memorie di un indagato

Avendo ricevuto comunicazione di essere “indagato” in relazione ad un procedimento che riguarda i fatti avvenuti alla Cascina Spiotta di Arzello il 5 giugno del 1975 credo sia utile esporre con chiarezza la mia reale implicazione al riguardo, come peraltro ho già fatto anche nel 1993 nell’intervista concessa a Mario Scialoja e pubblicata nel libro “A viso aperto”.

Al tempo dei fatti in questione ero da pochi mesi evaso dal carcere di Casale Monferrato in seguito ad una azione condotta da un gruppo armato inter- colonne delle Brigate Rosse. Azione per la quale sono già stato condannato e che dunque non penso possa riguardare quest’indagine. Ritengo tuttavia utile ricordarla poiché avvenne il 18 febbraio del 1975, vale a dire 48 anni or sono, ma da essa presero avvio le vicende inerenti all’indagine che è meglio chiarire.

Va da sé che per il clamore non indifferente che quell’azione fece il mio viso comparve più e più volte su giornali e televisioni e questo, sia per le BR che per me, costituiva un problema. C’era per un verso la preoccupazione che qualcuno notasse e segnalasse la mia presenza e, per un altro, la necessità di salvaguardare chi mi era vicino e le strutture dell’organizzazione. In entrambi i casi era quindi opportuno che me ne stessi tranquillo per un po’ e fuori da quei rischi. Valutazione che fu chiara anche a me e che dunque condivisi. Per oltre un mese rimasi riparato in un piccolo appartamento della Liguria in attesa che sbollissero le acque, come ho raccontato nel libro citato.

All’inizio di aprile si pose però il problema di una ripresa della mia militanza attiva e di una sistemazione più stabile. E questo non poteva avvenire in Piemonte, a Torino, dove a partire dal luglio del 1972 avevo contribuito a costruire la Colonna e dove, inoltre, il giorno 8 settembre del 1974 nel pinerolese ero stato arrestato. Con Margherita valutammo così che fosse più sensato un mio spostamento a Milano benché questo comportasse un qualche allontanamento tra noi. Ritenni comunque di non dover entrare neanche nei ranghi della Colonna milanese per non mettere a repentaglio la sua sicurezza preferendo invece dedicarmi a una nuova tessitura di rapporti in ambienti sociali diversi rispetto a quelli che avevo conosciuto e assiduamente frequentato tra il 1969 e il 1972.

Tra aprile e maggio operai dunque in relativa autonomia a Milano totalmente assorto da questo nuovo compito che peraltro mi portò a frequentare e conoscere un’area nuova dell’effervescenza sociale, quella da cui emerse

Valter Alasia, mio primo collaboratore in questa impresa. Di fatto, in quel breve periodo, non fui in organico né nella Colonna Torinese, né nella originaria Colonna Milanese. Tuttavia, se per un verso questo mi proteggeva dai rischi connessi alle dinamiche interne di quelle due colonne – dalle quali il pur breve periodo del carcere mi aveva completamente disconnesso – per un altro, decretava anche inevitabilmente un sostanziale isolamento rispetto alle loro pratiche ovviamente molto compartimentate. In quel periodo non partecipai dunque ad alcuna loro campagna operativa ma venni invitato ad un solo incontro di discussione tra Margherita per la Colonna di Torino, e Mario Moretti, per quella di Milano, che si era reso opportuno poiché nell’organizzazione stava circolando tra i militanti l’idea di aggiungere agli espropri di banche anche eventuali sequestri di banchieri o comunque di persone facoltose. In quell’incontro, in piena ortodossia brigatista, non si discussero azioni specifiche da compiere – anche se, genericamente, se ne ventilarono alcune – ma si concluse che sarebbero state le singole le Colonne a valutare in proprio i pro e i contro, e a decidere in piena autonomia cosa sarebbe stato meglio fare per ciascuna di esse.

Dico “in piena autonomia” perché nelle Brigate Rosse non ci sono mai stati “esponenti apicali” al di sopra delle Colonne e men che meno “capi colonna” che impartissero ordini a militanti subalterni ed esecutori. Il principio dell’unità della dimensione politica con quella militare – “Chi propone fa!” – ampiamente esposto nei documenti dell’epoca, nelle pratiche e nelle testimonianze postume, venne fin dal primo giorno affermato e rispettato da tutti. Così come quello della partecipazione in prima persona alle azioni che venivano proposte ed accolte.

Per quanto attiene la decisione della Colonna torinese di mettere in opera il sequestro di Vallarino Gancia non conosco alcun particolare specifico poiché, come ho detto, non essendo interno alla Colonna torinese venni tenuto accuratamente all’oscuro della discussione che portò alla sua progettazione operativa, alla sua messa in opera e delle modalità in cui avrebbe dovuto svolgersi. A ridosso del 4 giugno 1975 tuttavia incontrai, come periodicamente accadeva, Margherita. In quell’occasione fu lei a dirmi che i nostri già radi incontri diretti sarebbero stati temporaneamente sospesi per qualche tempo poiché la Colonna torinese sarebbe stata impegnata in una azione a cui lei stessa avrebbe preso parte. In quell’occasione mi indicò anche un altro compagno che avrebbe provveduto a mantenere in sua vece i contatti periodici di sicurezza. E fu proprio quel compagno che il 5 giugno mi fissò un appuntamento urgente a Milano durante il quale mi chiese se avessi sentito i notiziari della radio. Risposi di no e chiesi la ragione per cui avrei dovuto farlo. Fu così che venni a conoscenza di quanto era successo alla cascina Spiotta. Di tutto ciò comunque ho dato un’ampia e pubblica testimonianza nel 1993, vale dire trent’anni fa – ripeto: trent’anni fa! – nel libro all’inizio citato e ampiamente circolato in Italia e all’estero.

Comunque, in uno degli appuntamenti settimanali di sicurezza che seguirono mi venne riferito che il compagno fuggito dalla cascina Spiotta dopo il conflitto a fuoco desiderava incontrarmi per raccontarmi in prima persona quanto era accaduto. In un primo tempo, non conoscendolo preferii non incontrarlo. In un secondo tempo, tuttavia, dopo aver letto la sua relazione ampiamente circolata nelle varie Colonne, decisi – nonostante il rischio – di farlo per conoscere meglio alcuni dettagli relativi agli ultimi confusi minuti della vita di Margherita. Questo incontro si svolse in una località turistica verso la fine di giugno. Non avevo mai visto prima la persona che si presentò e mai più la rividi in seguito. Era un uomo assai afflitto per il “guaio” che era successo e oltremodo turbato per gli errori compiuti e per le morti che ne erano derivate. Lo ascoltai in silenzio. Anche di quell’incontro comunque ho fatto un cenno trent’anni fa nel libro “A viso aperto”.

Di un’unica cosa però in quel libro non ho detto tutto quello che credo resti da dire ancora: il modo in cui è morta Margherita. Dalla relazione scritta dal compagno che era con lei alla cascina, ampiamente circolata nelle Brigate Rosse, rinvenuta in qualche perquisizione e infine anche pubblicata, si può dedurre infatti che sia stata uccisa “dopo il conflitto”; anche se, ovviamente, quella relazione non costituisce una prova. Oggi però con l’autopsia in mano possiamo avere la certezza che il colpo mortale fu un classico “sotto- ascellare”, da sinistra a destra, che le ha perforato orizzontalmente i due polmoni; colpo mortale e inferto con competenza professionale. Su di ciò non possono esserci più dubbi, come sul fatto che Margherita in quel momento fosse disarmata e le sue mani fossero alzate. Restano allora senza risposta due domande: chi realmente ha premuto il grilletto? Era necessario? Non ho voluto fino ad oggi sollevare queste tristissime domande né l’avrei fatto se questa strana comunicazione che mi è stata notificata il 14 febbraio del 2023 in cui leggo di “essere indagato” non me le avesse strappate dal cuore riportandole in qualche modo allo scoperto.

Renato Curcio 18/02/2023

Comunicato per la stampa

Visto che vengo tirato in ballo per i fatti del 5 giugno 1975 alla cascina Spiotta di Arzello con l’intenzione di attribuirmi una qualche responsabilità in essi, ho fatto presente ai magistrati che mi hanno interrogato, consegnando loro anche una memoria scritta, la mia totale estraneità sia alla decisione di effettuare il sequestro di Vallarino Gancia, sia a tutto ciò che lo ha riguardato.

Poiché sono comparse sulla stampa curiose ricostruzioni accusatorie faccio anche presente che, come ho detto ai magistrati, 47 anni dopo quei fatti non ho ancora saputo chi in quel giorno ha ucciso Margherita Cagol Curcio mentre era disarmata e con le braccia alzate come ha inoppugnabilmente dimostrato l’autopsia.

L’esperienza delle Brigate Rosse si è conclusa con una dichiarazione pubblica, anche mia, nel 1987 e poiché negli anni di quell’esperienza ho collezionato in silenzio un record di concorsi morali anomali scontati interamente come le altre pene inflitte faccio presente che mi difenderò da questa ulteriore e incomprensibile aggressione.

Renato Curcio 25 febbraio 2023

Chi ha ucciso Mara Cagol? Indagato nella nuova indagine sulla sparatoria alla cascina Spiotta di 48 anni fa, Curcio chiede verità sulla uccisione della moglie

«Prima uccidono la moglie poi vogliono indagarlo», si riassume in queste poche parole l’iscrizione nel registro degli indagati da parte della procura torinese di Renato Curcio, tra i fondatori della Brigate rosse: 82 anni, 25 passati in carcere di cui 12 nel circuito di massima sicurezza, per lunghi periodi in articolo 90, il regime antesignano dell’attuale 41 bis.
I magistrati torinesi hanno riaperto le indagini su una sparatoria avvenuta 48 anni fa davanti alla cascina Spiotta di Arzello, in provincia di Alessandria, dove la colonna torinese delle Brigate rosse aveva nascosto da appena 24 ore, dopo averlo rapito, l’industriale dello spumante Vallarino Gancia, scomparso lo scorso 14 novembre 2022.

La sparatoria
All’arrivo di una pattuglia dei carabinieri in perlustrazione nella zona si scatenò un conflitto a fuoco tra due brigatisti, un uomo e una donna, che custodivano l’ostaggio e i militi dell’arma. Nello scontro morì l’appuntato Giovanni D’Alfonso e rimase gravemente ferito il tenente Umberto Rocca e più leggermente il maresciallo Rosario Cattafi. La donna, Mara Cagol, ferita e seduta a terra ormai disarmata, venne uccisa in circostanze mai chiarite con un colpo sotto l’ascella. L’altro brigatista riuscì a fuggire in modo rocambolesco lanciandosi in un boschetto circostante e facendo perdere le proprie tracce. In una relazione, poi ritrovata all’interno della base di via Maderno a Milano, dove Curcio si nascondeva dopo l’evasione dal Carcere di Casale Monferrato, il brigatista fuggito e mai individuato raccontava la sua versione dei fatti spiegando di aver visto Mara Cagol ancora viva dopo essersi lanciato nel bosco. Nascosto nella boscaglia aveva scorto la donna seduta a terra con le mani alzate che si rivolgeva al quarto carabiniere, l’appuntato Pietro Barberis, rimasto di copertura in fondo al viottolo che portava alla cascina. Ecco il suo racconto:

«Urlai a M. Di svignare e corre verso il bosco. Mentre correvo zigzagando nel campo, sentii tre colpi attorno a me. Riuscii ad arrivare al bosco e con un tuffo mi buttai nella macchia piena di spini. Di sopra sentivo la M. che urlava imprecando contro i Cc. Presi l’altra Srcm dalla tasca e pensai di centrare il Cc. Mi affacciai dalla buca e vidi la M. seduta con le braccia alzate che imprecava contro il Cc. Nel vedere la M. Ancora seduta e la mia impossibilità di arrivare a tiro decisi di sganciarmi velocemente, pensando che i rinforzi sarebbero arrivati a minuti. Corsi giù per il pendio e quando stavo per arrivare dall’altra parte della collina, vicino ad un bosco sotto il castello (saranno passati cinque minuti dal momento della mia fuga), ho sentito uno, forse due colpi secchi, poi due raffiche di mitra. Per un attimo ho pensato che fosse stata la M. a sparare con il suo mitra, poi ebbi un brutto presentimento…».

Il confidente della Ferretto
In via Maderno i carabinieri erano arrivati grazie al ruolo di un confidente, un operaio interno all’Assemblea autonoma di Porto Marghera, un ex della Brigata Ferretto (antesignana della colonna veneta della Br) “gestito” dal Centro Sid di Padova tra il 1975 e il 1976. Il confidente fu all’origine di molti arresti: oltre a Nadia Mantovani e Renato Curcio, fece catturare lo stesso giorno Angelo Basone e Vincenzo Guagliardo. Le sue soffiate provocarono la caduta di diversi militanti Br di Porto Marghera; fu sempre lui a consegnare ai carabinieri Giorgio Semeria che dal Veneto rientrava a Milano. E probabilmente la necessità di coprire questa fonte molto importante per l’efficacia dimostrata giustificò il tentativo di omicidio di Semeria al momento della sua cattura sulla banchina della stazione centrale.

Quarantotto anni dopo
Le nuove indagini sono partite proprio dal testo del brigatista superstite, cercando di individuare impronte e tracce di dna presenti sui fogli dattiloscritti e sulla macchina da scrivere impiegata, ritrovata sempre nella base di via Maderno.
Sono stati ascoltati come testi informati dei fatti molti ex brigatisti della prima ora ma nessuno ha fornito elementi utili all’inchiesta: c’è chi si è avvalso della facoltà di non rispondere, chi ha richiamato la compartimentazione, chi era già in carcere o apparteneva ad altre colonne non coinvolte nel sequestro. In un primo momento anche Curcio è stato ascoltato come teste ma lo scorso 20 febbraio è stato convocato una seconda volta come indagato per il reato di concorso in omicidio, in ragione della sua «figura apicale» all’interno dell’organizzazione brigatista. Posizione che lo avrebbe reso responsabile delle direttive fornite ai militanti che hanno materialmente condotto il sequestro e gestito l’ostaggio, tra cui quella che prevedeva in caso di avvistamento del nemico di sganciarsi prima del suo arrivo e se colti di sorpresa «ingaggia[r]e un conflitto a fuoco per rompere l’accerchiamento». Passaggio ripreso da un numero del giornale Lotta armata per il comunismo del 1975, senza firma.

Premeditazione
Sulla base del principio giuridico del «dolo eventuale» e di una estensione iperbolica del concorso morale, i tre pubblici ministeri che conducono l’inchiesta hanno ritenuto Curcio responsabile dei fatti accaduti che egli in qualche modo avrebbe messo in conto, ivi compreso a questo punto non solo la morte dell’appuntato D’Alfonso e il ferimento degli altri carabinieri ma anche la morte della moglie. Circostanza che in passato aveva giustificato il mancato approfondimento della vicenda. Gli organi di polizia, infatti, avevano preferito glissare sull’identità mai accertata del brigatista fuggito per evitare di attirare l’attenzione sulla reale dinamica della morte della Cagol, episodio che all’epoca suscitava ancora dell’imbarazzo tra le fila dell’antiterrorismo.
Eravamo nel 1975, lontani da quel 1980 quando nella notte del 28 marzo i carabinieri non esitarono ad infliggere il colpo di grazia alla nuca ai quattro brigatisti presenti nella base di via Fracchia a Genova, dove avevano fatto irruzione sorprendendoli nel sonno. Tra di loro c’era anche la giovane proprietaria dell’appartamento, Anna Maria Ludman.

Una cattivo sempre utile per tutte le stagioni
La nuova indagine è scaturita da un esposto presentato da Bruno D’Alfonso, figlio dell’appuntato deceduto nello scontro a fuoco, anche lui carabiniere, dove si chiedeva di fare luce sulla identità del brigatista sfuggito alla cattura. L’esposto, realizzato dopo anni di ricerche personali sulla vicenda, ha ispirato la realizzazione di un volume, Brigate rosse – L’invisibile, scritto da Berardo Lupacchini e Simona Folegnani, edizioni Falsopiano. I due autori si dicono convinti di aver individuato con la loro ricerca l’identità dell’«invisibile» nella persona di Mario Moretti, azzardando sulla base di una ricostruzione alambiccata e l’uso del termine «presa» per indicare la cattura dell’industriale Gancia, utilizzato nel rapporto trovato nella base di via Maderno e «diciotto anni dopo nel libro firmato da Moretti», l’individuazione della prova che incastrerebbe quest’ultimo. Certi della solidità della loro prova i due autori ispirati dalle sirene franceschiniane si dilungano nel tratteggiare un presunto movente che avrebbe guidato il comportamento senza scrupoli del cattivissimo Moretti: ormai al riparo nella folta vegetazione un subitaneo pensiero, una preveggenza strategica, l’avrebbe indotto ad abbandonare Mara Cagol al suo destino per prendere così il suo posto alla guida dell’organizzazione. Una quadra della vicenda che ha entusiasmato il giudice Salvini nel corso din una presentazione del volume avvenuta su Fb.
I giudici torinesi non sembrano tuttavia aver apprezzato molto il suggerimento indirizzandosi verso altre strade.

La memoria difensiva
In una memoria molto dettagliata Curcio ha spiegato che in quel periodo, successivo all’evasione dal carcere di casale Monferrato, per ragioni di sicurezza non era più organico ad alcuna colonna e dunque all’oscuro delle singole operazioni che queste portavano avanti. Ha ricordato che nelle Brigate rosse non esistevano ruoli apicali e militanti subalterni. Ha chiesto poi che le nuove indagini facessero finalmente luce sulle circostanze della morte della moglie, Mara Cagol, facendo leva sul referto autoptico che riferiva del colpo mortale portato sotto l’ascella della donna.

Lo stratagemma per evitare la prescrizione
L’accusa così formulata a Curcio serve soprattutto a puntellare un fondamentale requisito giuridico necessario per scongiurare la prescrizione dei reati maturata da lungo tempo, e dunque l’improcedibilità: la premeditazione. L’invenzione della presenza di una direttiva generica tratta dalla citazione di un foglio d’area, la cui paternità viene attribuita a Curcio eletto “monarca assoluto” delle Brigate rosse in spregio alle conoscenze storiche sul funzionamento di quella organizzazione, serve a creare la presenza della premeditazione in una vicenda del tutto occasionale, dove è la stessa dinamica dei fatti e il racconto del superstite sfuggito a dimostrare che i brigatisti non si accorsero dell’arrivo della pattuglia e reagirono in modo del tutto impreparato e confusionario.

Ecco come Valerio Fioravanti e Francesca Mambro hanno giocato con la vita dei familiari di una delle vittime della strage di Bologna /Fine


Riassunto della puntata precedente (qui)
Condannati per la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, nonostante si siano sempre proclamati innocenti, Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, avviano uno scambio epistolare con Anna Di Vittorio e suo marito Giancarlo Calidori, familiari di Mauro Di Vittorio una delle 85 vittime della strage. Al rapporto epistolare fanno seguito anche degli incontri che alla fine sfociano nell’invio di una lettera di riconciliazione che nonostante la proclamazione di innocenza dei due induce Francesca Mambro ad allegarne copia alla propria richiesta di liberazione anticipata. Nell’ordinanza i giudici del tribunale di sorveglianza accolgono la domanda menzionando la presenza della lettera. Nel provvedimento ci sono altri due contatti avviati con familiari di vittime che concedono stavolta solo il perdono, ma riguardano altri reati. Per quanto attiene la strage di Bologna, l’imputazione senza dubbio più grave contestata alla coppia di ex Nar, la riconciliazione offerta da Anna di Vittorio è l’unica concessa. A distanza di quattro anni, quando già da alcuni mesi Il parlamentare ex missino di An-Fli Enzo Raisi aveva iniziato a calunniare pubblicamente Mauro Di Vittorio, fratello di Anna, accusandolo di essere con molta probabilità il corriere che trasportava l’ordigno poi esploso nella sala d’attesa di seconda classe, Fioravanti e successivamente Mambro per nulla turbati dal fatto che la memoria della persona che aveva giustificato l’atto di riconciliazione nei loro confronti, banalmente tradotto dai due in perdono, venisse messa in discussione e infangata in quel modo, si rivolgono a Giancarlo e Anna e invece di informarli e prendere le distanze da quella operazione, segnalano alla coppia di seguire attivamente, addirittura leggendo le bozze, la nuova pista. A partire da quel momento prende inizio un sadico gioco con la vita di Anna e Giancarlo destinatari di nuovi messaggi che ne destabilizzano l’esistenza.


Delle Chiaie, il primo a lanciare la pista Di Vittorio
Il primo in assoluto ad indicare la pista di Mauro Di Vittorio nella strage di Bologna fu il fascista Stefano Delle Chiaie, fondatore di Avanguardia nazionale, coinvolto in diverse inchieste sulle stragi e tentativi di golpe negli anni 70, riparato nella Spagna franchista e poi alla corte dei vari regimi dittatoriali sudamericani, Cile, Argentina e Bolivia, dove svolse un ruolo importante come consigliere nella «Operazione Condor», la repressione (torture, omicidi, rapimenti e sparizioni) dei militanti di sinistra.
In una intervista apparsa sul quotidiano boliviano El Meridiano del 17 luglio 1983, Delle Chiaie affermò che dopo l’esplosione della bomba nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione ferroviaria di Bologna «tra i cadaveri, furono rinvenuti i corpi di due estremisti di sinistra: uno spagnolo, con falsa identità, tale Martinez ed un italiano che, secondo sue precedenti affermazioni avrebbe dovuto trovarsi a Londra, mentre è stato identificato dalla famiglia. Questa pista non è mai stata presa in considerazione. Al contrario, tutti hanno continuato ad accusare il movimento nazionale rivoluzionario».
Ovviamente non rispondeva al vero che il turista spagnolo, poi identificato come Martinez, avesse una identità falsa. Sempre Delle Chiaie, e qui la data è dirimente, nella sua autobiografia, L’aquila e il condor, uscita nel maggio del 2012, nell’elencare alcune piste alternative sulla strage bolognese reiterava, a pagina 273, l’accusa nei confronti del, «militante italiano della sinistra, ritrovato tra le vittime: privo di documenti, alla famiglia aveva detto di essere a Londra».

Raisi copia Delle Chiaie, così nasce la pista dell’«Autonomo del collettivo del Policlinico»
Nelle stesse settimane, quando le bozze di Delle Chiaie circolavano, Raisi e il suo giro di consiglieri ne riprendono i suggerimenti depistanti e lancia l’8 aprile sul Resto del carlino la pista dell’autonomo romano. Ugo Maria Tassinari, uno dei migliori studiosi dell’estrema destra autore di un blog sulla Fascisteria, venne a saperlo grazie ad una imbeccata, per nulla innocente, di una sua fonte della destra romana, al centro di quanto si stava costruendo in quel momento. Pur omettendo il nome di Di Vittorio, la fonte aveva aggiunto un ulteriore dettaglio: quel giovane «autonomo», sarebbe stato un «romano», forse «appartenente al collettivo del Policlinico». Perché proprio quel collettivo?
Circa un anno prima della strage di Bologna, a Ortona, in Abruzzo, erano stati arrestati tre membri del collettivo del Policlinico che stavano trasportando due lancia missili Strela 2 senza armamento per conto dei guerriglieri palestinesi del Fplp, con loro infatti poco dopo venne arrestato anche uno dei membri residenti in Italia, per altro proprio a Bologna, di quel gruppo. I tre non lo sapevano, ma quel trasporto rientrava in un accordo più generale siglato anni prima dall’Italia per mettere in sicurezza il territorio nazionale da attentati causati dalle conseguenze del conflitto israelo-palestinese. L’accordo, che compendiava quello già esistente con lo Stato di Israele, prevedeva alcune contropartite come il passaggio di armi dirette altrove e membri delle organizzazioni palestinesi. La necessità di attribuire quella identità politica a Di Vittorio appariva dunque chiara, in questo modo si costruiva un nesso diretto con la vicenda di Ortona. Di Vittorio doveva essere l’anello mancante che andava a colmare il vulnus della pista palestinese: l’assenza diretta di palestinesi sulla scena della strage.

La trappola schivata
Per nulla convinto della cosa Tassinari si era messo a cercare conferme tra i suoi contatti senza trovarne alcuna. E’ a quel punto che ricevetti la sua telefonata con l’articolo del Carlino e l’invito a fare a mia volta delle verifiche. Nacque così l’inchiesta che ha poi smontato quello che allora appariva l’ultimo dei depistaggi messo in piedi sulla strage di Bologna.
Il 18 aprile Raisi intervenne nuovamente, stavolta sul blog di Tassinari, per replicare a un articolo di Sandro Padula che riteneva infondata la pista sull’autonomo romano. Fu in questa circostanza che il parlamentare fece il nome di Mauro Di Vittorio. Non solo, per Raisi le affermazioni dell’ex Br Padula, già marito di Margot Crista Frolich, conosciuta in carcere attraverso uno scambio epistolare sotto l’occhiuto controllo della censura, vocabolari alla mano perché la donna non parlava italiano, anch’essa ennesima vittima dei fautori della pista palestinese, apparivano una sorta di «excusatio non petita», come scrisse lui stesso. Assistevamo al tipico paradosso del fazioso che fa del proprio pregiudizio una prova.

«Ha attaccato il parlamentare Raisi», la nota Digos su Padula
Lo scambio pubblico con Raisi ebbe una coda velenosa. Nel fascicolo del Tribunale di sorveglianza che doveva pronunciarsi sulla sua liberazione condizionale richiesta da Sandro Padula proprio in quei mesi e poi respinta, la Digos, con una nota del 6 luglio 2012, segnalava come argomento di rilevanza lo scambio avvenuto «sulla rete telematica, lo scorso 16 aprile» nel quale «il Padula, critica apertamente l’onorevole Enzo Raisi di Futuro e Libertà dopo che quest’ultimo, in una intervista apparsa l’8 aprile 2012 sul quotidiano il “Resto del Carlino”, aveva espresso numerose accuse alla Procura di Bologna».

Fioravanti rompe gli indugi e accusa apertamente Di Vittorio
Il 2 agosto 2012 Fioravanti abbandona le cautele impiegate nella mail del 24 giugno con Calidori, i «passaggi ambigui» si sono chiariti, i dubbi si sono tramutati in certezze. Su il Giornale rilancia la pista palestinese accusando Mauro Di Vittorio, dipinto ancora nei panni dell’autonomo romano, come uno dei possibili «giovani romani che il 2 agosto stessero aiutando i loro amici palestinesi a trasportare un carico di armi»:

«È ovvio che se si scopre che tra le vittime di Bologna c’era un giovane dell’Autonomia Operaia romana, le persone ragionevoli si ricordano che solo pochi mesi prima, a Ortona, tre capi dell’Autonomia Operaia romana erano stati arrestati mentre trasportavano un potente missile terra aria per conto di un certo Saleh, dirigente del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina che abitava a Bologna. Viene spontaneo, alle persone semplici, domandarsi se per caso, come era successo pochi mesi prima nelle Marche (rectius: in Abruzzo, ndA), anche il 2 agosto a Bologna dei giovani romani stessero aiutando i loro amici palestinesi a trasportare un carico di armi. Se poi ci aggiungiamo che dal carcere in Francia il capo dei terroristi filopalestinesi dell’epoca, Carlos lo Sciacallo, in diverse interviste ha ammesso che la sua “Organizzazione” quel giorno era presente alla stazione di Bologna…»

L’archivio di Lotta continua
Già alla fine aprile avevamo accertato che Mauro Di Vittorio era estraneo agli ambienti dell’ex collettivo di via dei Volsci e del collettivo del Policlinico. Avevo mostrato la sua immagine presa dai giornali dell’epoca a diversi esponenti che dirigevano quelle strutture nel 1980. Anche alcuni ex appartenenti al Cap, il collettivo autonomo del Pigneto, avevano riferito a Padula di non aver mai conosciuto Di Vittorio. Nel frattempo Raisi, intento a costruire una sorta di teoria del complotto sulla vicenda, spargeva altro fango sulla figura del giovane morto nella strage. A suo avviso la breve bio presente sotto la foto esposta nel sito dell’associazione dei familiari delle vittime sarebbe stato un falso, non contento contestava anche il ritrovamento della sua carta d’identità. Per il parlamentare di Fli era fondamentale che Di Vittorio fosse in incognito, diversamente sarebbe crollato il suo castello di fango. A puntellare la traballante impalcatura complottista era venuto in soccorso anche un altro dietrologo di razza, Giovanni Fasanella che nel libro Il silenzio degli innocenti aveva manipolato tempo prima alcune dichiarazioni di Anna e Giancarlo, raccontando di una telefonata misteriosa che avvertiva del ritrovamento del corpo di Mauro a Bologna.
Appurammo che la bio dell’associazione familiari proveniva da un paginone dedicato a tutte le vittime della esplosione pubblicato dal Resto del Carlino nei giorni successivi all’eccidio e che a sua volta era stato preso altrove. Consultando i vecchi numeri del quotidiano Lotta continua scoprii, alla riapertura degli archivi nel mese di settembre, che nella edizione del 21 agosto 1980 era presente una doppia pagina, corredata da foto, interamente dedicata alla storia di Mauro Di Vittorio, con la trascrizione integrale del suo diario di viaggio verso Dover ripresa dal quaderno che aveva con sè. Gli autori della pagina erano ex appartenenti al circolo Lc di Torpignattara ancora aperto nel 1980. Vi si raccontava che Mauro dopo la morte prematura del padre aveva lasciato la scuola per aiutare la famiglia e che era molto conosciuto, amato e stimato nel quartiere. In una edizione dei giorni successivi trovai una lettera polemica, di altri suoi compagni, che criticavano le modalità troppo militanti con cui il quotidiano l’aveva raccontato (leggi qui).

La ricognizione a Torpignattara
Nei giorni successivi insieme a Sandro Padula andammo in ricognizione nel quartiere, in via Anassimandro, dove all’epoca risiedeva la famiglia. Trovammo anche il locale dove un tempo c’era la vecchia sede di Lotta continua. Nei pressi c’erano le scalinate della chiesa dove Mauro si incontrava col giro di compagni e amici della piazza. Cercammo in tutti i modi di agganciare qualche familiare per avere altri riscontri, ma in quel momento non ci riuscimmo. Anche gli autori che avevano curato la pagina su Lotta continua non c’erano più, come a accadde a molti militanti di Lc di quegli anni che ebbero la sventura di incontrare l’eroina.

L’inchiesta che smonta il depistaggio
Avevo ormai materiale sufficiente per scrivere. Quando nell’ottobre 2012 sono andato a proporre al manifesto l’inchiesta (leggi qui), era capo servizio Marco Boccitto. Appena lesse il nome di Mauro mi disse che lo aveva conosciuto molto bene. Una coincidenza incredibile!
Era molto amico di Marcello, il fratello. Per loro due Mauro, di qualche anno più grande, appariva una specie di mito con i suoi racconti sull’underground musicale londinese, la vita negli squatt, la ganja, i viaggi, il mondo on the road e la sua idea che il conflitto politico degli anni 70 era uno schema da superare con il lavoro sulle relazioni interpersonali. Marco pubblicò la mia inchiesta qualche giorno dopo. Gli chiesi un ricordo di Di Vittorio che pubblicai su Insorgenze.net (leggi qui). Marco mi diede anche i numeri di Anna e Giancarlo che chiamai inviandogli la bozza dell’articolo. Siccome la pubblicazione tardava per ragioni di spazio ne approfittai per migliorare il pezzo. Nel frattempo Giancarlo mi aveva fornito ulteriori dettagli sul viaggio di Mauro verso Londra, dove non arrivò mai perché respinto alla frontiera di Dover e costretto a un rocambolesco ritorno senza biglietto sui treni (aveva finito i soldi), tanto che dopo la sua morte giunse a casa della madre una multa delle ferrovie. Mi parlò della tolfa, la tracolla di Mauro dove vennero ritrovati la carta d’identità intonsa, riconsegnata alla madre dalla Polfer, e il quaderno Pigna con la copertina nera dove si raccontava il viaggio. Mi disse del dissidio con Fasanella per il suo tentativo di manipolarli. Scrissi tutto.
A ruota, tra il 18 e il 30 ottobre 2012 uscirono su Insorgenze.it le altre 4 puntate. (Leggi 2, 3, 4, 5 e ancora qui) Il depistaggio era stato smascherato tanto che lo stesso giorno si aprirono le prime crepe tra gli «esperti» di Raisi, gli «storici dilettanti» come una volta li aveva definiti lo stesso Fioravanti. Giunsero le prima caute prese di distanza, l’ondivaga consapevolezza che forse qualcosa non tornava nella pista Di Vittorio. Alcuni di loro tentarono anche di mettere mano sul diario di Mauro chiedendone copia ai familiari… il tempo alla fine è stato gentiluomo consentendo loro di farsi dimenticare.

Fioravanti e Mambrio giocano a palla con la vita dei familiari di Di Vittorio
Chi non fu mai scalfito dal dubbio, nonostante la quantità ormai non più aggirabile di evidenze, furono loro: Enzo Raisi (che non ha corretto nemmeno la seconda edizione del suo libro, uscita nel febbraio 2013), Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, i moschettieri della calunnia, i perversi persecutori di Anna Di Vittorio e Giancarlo Calidori.
Il 24 novembre 2012, come nulla fosse, giunge una seconda mail a casa Di Vittorio. Stavolta è Francesca Mambro ad inviarla. Il messaggio conteneva un link che rinviava agli interventi tenuti nella serata di presentazione del volume di Raisi dover si accusava Di Vittorio:

Oggetto: «Tutti gli interventi di bomba non bomba della serata del 19 novembre alla sala Baraccano di Bologna».

Il testo è laconico:

«Allego link di Radio Radicale che ha registrato tutti gli interventi della serata del 19. u.s. con intervento del magistrato Priore. Un carissimo saluto! Francesca».

Qui c’è da sottolineare un fatto: Rosario Priore, il giudice istruttore ormai in pensione citato nel testo, si era reso disponibile con Mambro e FIoravanti per raccogliere elementi a discarico e fornire la propria consulenza per la preparazione di una richiesta di revisione della condanna.

Passano altri due mesi e giunge una terza mail. E’ il 18 gennaio del 2013, a scrivere è ancora Francesca Mambro. Stavolta si tratta della presentazione in video del libro di Raisi che accusa sempre Mauro Di Vittorio per la strage di Bologna. Il testo è da scolpire:

«In attesa che sia restituita verità e giustizia. Cari saluti Francesca».

Si noti come Valerio Fioravanti, che nella prima mail del 21 giugno 2012 auspicava addirittura un possibile incontro con Raisi, ormai non scrive più.

Si arriva così al 18 ottobre 2013, dieci mesi dopo. Si fa sentire nuovamente Francesca Mambro che posta una inchiesta giornalistica uscita su Il tempo. Sei articoli sul 2 agosto 1980.

«A futura memoria. Cari saluti», sigla Francesca.

Sciacalli e agnelli, le mail di Fioravanti-Mambro a Anna Di Vittorio e Giancarlo Calidori sulla strage di Bologna /1

E’ nell’aprile del 2012 che l’allora parlamentare ex Msi Enzo Raisi, poi An e Fli, accenna per la prima volta al «ragazzo di Autonomia operaia» morto nella strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Nella intervista rilasciata a Gilberto Dondi sul Resto di Carlino quel giovane non veniva descritto come una vittima della esplosione ma come un possibile complice del massacro. Raisi fondava la sua convinzione sulla base di alcune testimonianze provenienti dall’interno dell’istituto di medicina legale bolognese. Tre medici che prestavano servizio nell’obitorio della città gli avevano riferito che nei giorni successivi all’esplosione due giovani erano entrati nell’istituto per visionare i corpi delle vittime ma giunti davanti al volto del presunto autonomo erano fuggiti immediatamente. I tre medici non erano presenti ma seppero dell’episodio anni dopo da Piergiorgio Sabattani, il primario che raccontava di essere corso dietro i due fuggitivi rimasti ignoti: una ragazza e un giovane dalle sembianze mediorientali, assieme al brigadiere Giancarlo Ceccarelli, morti entrambi nel frattempo e dunque nella impossibilità di confermare. Eppure in un istituto di medicina legale non si entra per effettuare delle ricognizioni senza declinare le proprie generalità.

Voci d’obitorio
Con una formula retorica Raisi si interrogava sull’identità dei due fuggiaschi ma subito dopo lasciava intendere di aver già trovato una risposta quando aggiungeva: «perché il giovane di Autonomia aveva in tasca un biglietto della metropolitana di Parigi, città dove all’epoca viveva Carlos?». Sei giorni dopo fu ancora più preciso rivelando il nome di Mauro Di Vittorio che da quel momento divenne «l’autonomo romano», su cui sarebbe ricaduto il sospetto di essere l’autore della strage. Si capì molto presto che quella identità politica era posticcia e la storiella dell’obitorio completamente falsa. Quella scena era presente in un romanzo di Loriano Machiavelli, uscito nel 1990 con uno pseudonimo, frutto di un gioco di fantasia – chiarì successivamente l’autore. Il carabiniere Ceccarelli non aveva mai stilato una relazione sull’accaduto e il primario non aveva mai rivelato alle autorità che conducevano le indagini quella vicenda. Il racconto dei tre medici depositari del segreto confidato solo a Raisi e taciuto per decenni a magistratura e inquirenti era dunque un classico de relato di una persona defunta. Davanti alla Procura bolognese, che aprì una inchiesta sulla pista palestinese dopo le forti pressioni della destra, Antonio Jesurum, uno dei tre medici ascoltati dopo le rivelazioni di Raisi, aggiunse un dettaglio ulteriore sull’abbigliamento di uno dei fuggitivi per connotarne meglio la provenienza politica: avrebbe portato un Eskimo in pieno agosto. (Leggi qui)

Il Perdono
In quei giorni di aprile Anna Di Vittorio, sorella di Mauro, e Giancarlo, suo marito, erano del tutto ignari della sortita di Raisi, nessuno li aveva ancora informati. Ci penserà con un messaggio di posta elettronica, il 24 giugno successivo, la persona meno adatta: Valerio Fioravanti. Francesca Mambro, moglie di Fioravanti e coimputata nel processo per la strage, aveva ottenuto appena quattro anni prima, nel settembre del 2008, la liberazione condizionale. Nel provvedimento si faceva esplicito riferimento al perdono ricevuto da Anna Di Vittorio, unico dei familiari delle vittime della strage bolognese ad averlo concesso e ritenuto dal Tribunale di sorveglianza una delle prove del percorso di ravvedimento e riconciliazione compiuto dalla donna. Il gesto era arrivato dopo uno scambio epistolare e degli incontri con la coppia condannata per la strage. Nonostante avessero sempre protestato la loro innocenza sulla vicenda, la coppia fece uso del perdono: la Mambro allegò la lettera, dal peso simbolico notevole, nella richiesta della condizionale.

Abiezione parte prima
Nella mail del 24 giugno 2012 inviata a Giancarlo Calidori, dopo una serie di convenevoli in cui forniva informazioni sulle condizioni della propria famiglia partita in vacanza per festeggiare la fine dell’anno scolastico, Fioravanti arrivava al dunque:

«Io sono rimasto qui, al computer, e sto leggendo le bozze dell’ultimo libro di Andrea Colombo incentrato sul “Lodo Moro”, e dell’ultimo libro di Enzo Raisi, deputato bolognese prima del Msi, poi di An, poi del Pdl e infine di Fli, che racconta di come lui abbia vissuto “da destra” il processo per la strage, ma soprattutto racconta le molte cose scoperte se solo si va a guardare gli archivi con un po’ di attenzione… c’è qualche riga dedicata anche la fratello di Anna, ma poi mi ha detto Raisi che si sta consultando con alcuni esperti per capire meglio alcuni passaggi che gli sembrano ambigui.forse un giorno, se ne avrete voglia e tempo, potreste incontrarlo. è vero che abbiamo tutti a cuore la trasparenza e la verità, am proprio in nome della trasparenza meno cose confuse si mettono in circolazione, meglio è! Ce ne sono già abbastanza di cose confuse!!!Intanto, spero di avere da voi se non notizie eccezionali, almeno “tranquillizzanti”! Un forte abbraccio, Valerio»

Il testo dell’ex appartenente ai Nar era sibillino e reticente nonostante la trasparenza invocata nel messaggio: non diceva tutto quel che già era uscito, in particolare sui social dove si era battagliato aspramente sul nome di Di Vittorio. L’accenno agli «esperti» consultati da Raisi è da tenere a mente, perché vedremo apparire una serie di nomi appoggiare, alcuni almeno solo inizialmente, la pista Di Vittorio: un avvocato romano e un gruppo di «sherpa», come verranno etichettati da Ugo Maria Tassinari nel suo blog, che insieme ad Insorgenze.net ne seguiranno attentamente tutta la vicenda smontandola completamente. Ma soprattutto le poche righe su Mauro erano in realtà un intero capitolo, il 10 bis, dove si lanciavano accuse pesantissime: Eccone un piccolo estratto:

«Questo collettivo in cui militava il povero Di Vittorio, era collegato, operativamente parlando, al Collettivo di Via dei Volsci, lo stesso dei tre arrestati a Ortona con Abu Saleh mantre trasportavano i lanciarazzi dell’Fplp Un collettivo che, come ci dimostrano gli atti di sequestro della Digos di Roma, in occasione della loro sede, era una vera e propria “succursale” dell’Fplp. So già che qualcuno si attiverà subito per spiegare quante quali differenze ci fossero tra quelli del Pigneto, di Centocelle e di Via dei Volsci. Ma la strage di Bologna, a mio avviso non è una storia di quartiere. La chiave per capire è un’altra, chiama in causa le ragioni, tuttora da appurare, per cui Di Vittorio si trovò alla stazione di Bologna la mattina dell’esplosione; nessuno ha mai dato una spiegazione logica in questo senso, nessuno ha mai indagato» (Enzo Raisi, Bomba o non bomba, alla ricerca ossessiva della verità, Minerva edizioni, ottobre 2012, p. 186).

Quale meccanismo possa spingere la psiche umana ad un comportamento del genere è difficile da spiegare. Cercarne una ragione nella malvagità e nel sadismo che può celarsi nell’animo o all’interno di personalità turbate sembra rivelarci solo una parte di verità plausibile. Dietro quella mail e le successive (che vedremo nella prossima puntata) emerge qualcosa di più sofisticato e ancora più perverso legato alla vicenda del perdono ricevuto e utilizzato. Girava voce in quel periodo che il gesto di Anna e Giancarlo celasse in realtà un sentimento di colpa per una verità indicibile: la piena consapevolezza della responsabilità di Mauro Di Vittorio nella strage.
Con quella mail la coppia condannata per la strage alla stazione, mal suggerita forse da qualche azzeccagarbugli, pensava di innescare una ammissione della colpa di Mauro Di Vittorio, o almeno il riconoscimento di un qualche dubbio, nella famiglia sul suo ruolo avuto nella strage. Circostanza che avrebbe clamorosamente riaperto la vicenda fornendo quella prova regina a discolpa che avrebbe consentito l’apertura di una procedura di revisione della condanna. Una prova di cinismo abissale che metteva in mostra anche delle personalità totalmente anetiche. Disposte a tutto, soprattutto ad infierire sui più fragili.

Fine prima puntata/continua

E’ morto Giancarlo Calidori. Ha lottato fino all’ultimo contro gli sciacalli che hanno provato a infangare il cognato Mauro Di Vittorio, una delle vittime della strage di Bologna

Si è spento questa mattina Giancarlo Calidori, marito di Anna Di Vittorio, sorella di Mauro Di Vittorio una delle 85 vittime della strage di Bologna la cui storia lungamente raccontata su questo blog (leggi qui), potete trovare nel libro da poco uscito di Paolo Morando, La strage di Bologna, Bellini,i Nar, i mandanti e un perdono tradito, Feltrinelli. Quando nell’ottobre 2012 sono andato a proporre al manifesto l’inchiesta sull’ultimo depistaggio della strage che smontava la pista Di Vittorio (leggi qui), era capo servizio Marco Boccitto. Appena lesse il nome di Mauro mi disse che lo aveva conosciuto molto bene. Che incredibile coincidenza!
Era molto amico del fratello e per loro Mauro, di qualche anno più grande, appariva come una specie di mito con i suoi racconti sull’underground londinese, la vita negli squatt, la ganja, i viaggi, la vita on the road e la sua idea che il conflitto politico degli anni 70 era uno schema da superare con il lavoro sulle relazioni interpersonali. Marco pubblicò la mia inchiesta qualche giorno dopo (con un refuso sul mio nome, tanto per far capire quanto ci conoscessimo tutti) a cui seguì una errata corrige. Gli chiesi un ricordo di Di Vittorio che pubblicai sul blog (leggi qui) e poi il numero di Anna e Giancarlo che chiamai il giorno dopo inviandogli anche la bozza dell’articolo. Siccome la pubblicazione tardava per ragioni di spazio ne approfittai perché nel frattempo Giancarlo mi fornì ulteriori informazioni e precisazioni sul viaggio di Mauro verso Londra, dove non arrivò mai perché respinto alla frontiera di Dover e costretto ad un rocambolesco ritorno senza biglietto (aveva finito i soldi) sui treni, tanto che dopo la sua morte arrivò una multa delle ferrovie.
Iniziò così la nostra conoscenza trasformatasi nel tempo in amicizia. Dieci anni e poco più di infinite telefonate, lunghe chiacchierate e ogni tanto qualche incontro. Giancarlo faceva sofisticate letture filosofiche, era un vero bibliofilo, mi regalava decine di libri ed aveva delle battute folgoranti. Socialista di formazione era profondamente antifascista. Detestava la burocrazia togliattiana di quei personaggi che si erano impadroniti dell’associazione dei familiari della strage, trasformandosi in imprenditori di una memoria falsata e omissiva che girarono la testa altrove quando si scatenò la bufera contro Mauro Di Vittorio, lasciando Anna e Giancarlo soli a di difendere la memoria del loro familiare. Non voglio parlare qui della storia del perdono tradito e del loro progetto di riconciliazione fondato sull’esperienza Sud Africana, mai veramente compreso e strumentalizzato a Destra come a Sinistra. Se ne è già scritto molto e ci sarà modo di tornarci in altri momenti.
Sapere che Giancarlo non c’è, non sentire più dall’altra parte del telefono quella voce resa roca dalla sigarette mi fa sentire più solo. Le sue battute già mi mancano. Ho salutato Giancarlo due domeniche fa, insieme a Sandro Padula e Ugo Maria Tassinari. Siamo corsi da lui appena saputo dell’aggravamento del suo stato di salute. Con il suo libro che Giancarlo è riuscito ad avere tra le mani, Paolo Morando gli ha fatto il regalo più bello. Giancarlo Calidori non è morto solo di un male incurabile, come si dice perché si ha paura di pronunciare quella parola infame che si chiama “cancro”. Ad ucciderlo è stata anche la cattiveria e la malvagità di alcuni che sicuramente si riconosceranno leggendo queste parole. Un caro abbraccio ad Anna che lo ha assitito fino all’ultimo con amore.
Ciao Giancarlo!

La commissione d’inchiesta “privata” del giudice Salvini sul sequestro Moro

E’ stata diffusa ieri la relazione della commissione antimafia sul sequestro Moro. Consulente il giudice Guido Salvini. Un’orgia di dietrologia

E’ stata resa pubblica la relazione prodotta nella scorsa legislatura dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere, «sulla eventuale presenza di terze forze, riferibili ad organizzazioni criminali, nel compimento dell’eccidio di via Fani». A conclusione della legislatura la relazione non era ancora pronta, anche se alcune indiscrezioni erano filtrate verso giornalisti amici che ne avevano subito diffuso una velina il 6 maggio 2022 e le bozze preparatorie erano state sintetizzate nel settembre successivo (senza turbare minimamente la magistratura), sempre su The post internationale.

Una commissione omnibus
Presieduta dal 5stelle Nicola Morra, la commissione aveva suddiviso le sue attività d’inchiesta in 24 sezioni che si sono occupate degli argomenti più disparati, molti dei quali distanti anni luce dalle vicende mafiose o di criminalità organizzata: la morte del ciclista Marco Pantani, il massacro di due minori a Ponticelli nel 1983, l’omicidio di Simonetta Cesaroni in via Poma a Roma, i delitti del mostro di Firenze, la morte di Pasolini. Fatti di cronaca nera in parte rimasti irrisolti. Sulle attività mafiose invece si è lavorato sulla strage di via dei Georgofili, le infiltrazioni negli enti locali, massoneria, usura, strage di Alcamo marina, presenza e cultura mafiosa nelle università e nell’informazione. Infine, ciliegina sulla torta, non poteva mancare – come si è visto – via Fani e il rapimento Moro. Insomma una commissione omnibus, aperta a tutte le vicende giudiziarie e non, una sorta di supplemento politico dell’attività investigativa delle forze di polizia e della magistratura. Non solo, ma con ampio utilizzo discrezionale, quasi personale, dello strumento d’inchiesta, che sembra essere sfuggito al mandato e al controllo parlamentare.

Una indagine doppione
Nel caso della relazione sui fatti di via Fani appare evidente l’entrata a gamba tesa sulle inchieste in corso condotte della Procura della repubblica e dalla Procura generale di Roma che hanno ereditato dalla precedente Commissione Moro 2, presieduta da Giuseppe Fioroni, alcuni filoni d’indagine sulla vicenda Moro. Un doppione d’indagine che sembra quasi voler imporre la “giusta linea politica” all’inchiesta condotta dalla magistratura capitolina. Non solo, emergono ulteriori criticità sulla competenza territoriale: basti pensare al coinvolgimento come consulente del magistrato Guido Salvini, già collaboratore della precedente commissione Moro 2. Insoddisfatto del lavoro svolto nella precedente commissione – senza successo è bene sottolineare – Salvini si è ritrovato tra le mani una commissione tutta per sé, dando sfogo alla propria irrisolta libidine complottista che tormenta la sua esistenza. Questo magistrato, che svolge le proprie funzioni giudiziarie come Gip al settimo piano del tribunale di Milano, in questo modo è riuscito a dotarsi di una competenza sull’intero territorio nazionale per svolgere indagini, interrogatori e altro, senza possedere le dovute conoscenze e competenze sulla materia, e si vede dal risultato dei lavori. Un vero aggiramento politico delle norme e delle procedure giustificato da una sorta di stato d’eccezione complottista perseguito con fanatica voracità.

Il supermercato dei testimomi
A suscitare imbarazzo sono anche i metodi di indagine e le risorse impiegate: per esempio il tentativo di pilotare il ricordo di alcuni testimoni, trascelti perché ritenuti più comodi: tra questi Cristina Damiani che crede di vedere sei persone armate sulla scena, oltre all’agente Iozzino sceso dall’Alfetta di scorta, o ancora il ripescaggio dell’eterno ingegner Marini, uno che è riuscito a raccontare più bugie di Saviano, ricordatevi la storia del parabrezza del suo motorino. O ancora Luca Moschini che parla di una motocicletta vista prima dell’agguato cavalcata da uno dei quattro brigatisti in divisa da stewart dell’Alitalia, in contrasto con le dichiarazioni di tutti gli altri testimoni e con la moto descritta ad azione conclusa da altri due testi, Marini e Intrevado. Insomma la regola è quella del supermercato: mi scelgo i testi che meglio aggradano la mia teoria e ignoro quelli che la smentiscono e così diventa più facile far spuntare la presenza di un quinto sparatore in abiti civili, fuggito a piedi e in direzione opposta agli altri, nonostante sulla scena manchino i bossoli della sua arma, che poi sono l’unico dato obiettivo, e la sua fuga con un’arma lunga in mano (una canna di almeno 30 cm) non sia stata intercettata da nessun altro testimone che era sullo stesso lato del marciapiede nella parte alta di via Fani. E come si sarebbe allontanato dal luogo questo individuo, se non era salito in nessuna delle tre macchine del commando brigatista? Attendendo un mezzo pubblico ad una fermata dell’autobus di via Trionfale con un mitra in mano mentre vetture della polizia confluivano sul posto e l’intero quartiere si riversava in strada? Infine ci sono i soliti Pecorelli, De Vuono, Nirta, i calabresi, l’anello, persino lo stragista fascista Vinciguerra, uno dei cocchi adorati del giudice Salvini che non esita a metterlo dappertutto come il prezzemolo. Una specie di festival canoro di vecchie glorie del complottismo. Mentre chi c’era, i brigatisti, sono sempre dei bugiardi buoni a prendersi solo raffiche di ergastoli.

Il club dei dietrologi digitali
Ancora più problematico appare il ricorso ad alcune «consulenze esterne» del tutto prive di valenza scientifica: amichetti del quartierino complottista, dietrologi digitali, giornaliste da velina, amici della domenica che si dilettano del caso Moro come fosse un gioco di società. Insomma un circo Barnum, roba da avanspettacolo, un vero specchio del livello infimo della politica e delle istituzioni parlamentari attuali.

Se non sei complottista sei ancora un brigatista
Scorrendo le pagine della relazione ho scoperto persino di esser citato, il che devo dire mi suscita solo vergogna. A pagina 37 si richiama il mio ultimo libro, La polizia della storia, La fabbrica delle fake news nell’affaire Moro (Deriveaprodi 2021). Nel testo mi si attribuisce l’appartenenza alle Brigate rosse che rapirono Moro, di cui parlerei come un conoscitore interno, «facendo mostra di un’adesione ancora attuale al pensiero brigatista». Il 16 marzo 1978 non avevo ancora compiuto 16 anni, ero un ginnasiale e mi trovavo nel mio liceo “sgarrupato” di via Bonaventura Cerretti, quartiere Aurelio di Roma. Era un magazzino di un palazzo sotto il livello stradale, buio, alcune aule piene di scritte del ’77 e dei bagni da dove uscivano i topi. Non c’era altro. Mancavano laboratori, aula magna, palestra. Non era una scuola ma un cesso di periferia. L’avevamo occupato e facevamo autogestione. Eravamo a due passi da Valle Aurelia e il convoglio che portava Moro verso la prigione di via Montalcini al Portuense transitò a due passi da lì, in via Baldo degli Ubaldi. Per parlare della mia esperienza in una delle ultime branche che si separarono da quel che restava delle Brigate rosse, a loro volta figlie della scissione in tre tronconi dei primi anni 80, bisogna attendere ancora otto anni. Altri tempi, altre storie.

Il secondo furgone e le parole ignorate di Moretti
Gli estensori mi citano per la presenza il giorno del sequestro di un secondo furgone, un Fiat 238 di colore chiaro, tenuto di riserva e parcheggiato lungo la via di fuga nella zona di Valle Aurelia. Mezzo da impiegare per un eventuale secondo trasbordo dell’ostaggio ma poi inutilizzato e spostato da uno dei brigatisti che parteciparono all’azione di via Fani. Di questa circostanza parlammo già nel libro uscito nel 2017, Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera (Deriveapprodi). Ne La Polizia della storia ho solo aggiunto il nome di chi realizzò quello spostamento. Aggiungono gli autori della relazione che «la circostanza della suo mancato utilizzo proviene solo, e anche in forma impersonale, dal racconto dei brigatisti in contatto con Persichetti», ciò – proseguono ancora gli esponenti della commissione – «E’ esempio, come in altri casi, di una logica di verità a rate».
A questo punto sarebbe il caso di sottolineare che a rate c’è solo il cervello a fette dei dietrologi, perché del secondo mezzo aveva parlato Mario Moretti nel libro con Rossanda e Mosca nel lontano 1994, «Oltrepassiamo senza fermarci il luogo dove avevamo messo una macchina per un cambio di emergenza qualora non fosse riuscita la prima operazione di trasbordo: è pericolosissima l’eventualità che sia stato notato il furgone col quale ci avviciniamo alla base, perché una segnalazione anche a distanza di giorni consentirebbe di circoscrivere la zona in cui ci troviamo. Ma non è necessario cambiare macchina», (Mario Moretti, Brigate rosse, una storia italiana, Anabasi 1994, p. 131).
Punto.