Pino Narducci – Rapimento Moro, le sentenze giudiziarie al vaglio della storia (parte prima)

A mezzo secolo di distanza dalle istruttorie e i maxi processi condotti contro i militanti della lotta armata è ormai maturo il tempo si sottoporre le sentenze di giustizia al vaglio critico della storia. Il tempo trascorso, l’importante mole documentaria, le ulteriori testimonianze orali e gli studi storici più seri, ci consentono di potere valutare se «la verità giudiziaria resista, e in quale misura, alla straordinaria forza della verità storica». Su Questione giustizia di questo mese di giugno, rivista di Magistratura democratica curata da Nello Rossi, è apparso un importante studio in due puntate di Pino Narducci, presidente della sezione riesame del Tribunale di Perugia, che già in passato si è cimentato su vicende giudiziarie che hanno riguardato i movimenti sovversivi degli anni Settanta.
Il lavoro di Narducci smonta uno dei luoghi comuni più diffusi, agitato polemicamente dagli esponenti della dietrologia contri chi cerca di fare lavoro storico: ovvero che questi ultimi si trincererebbero dietro le sentenze perché «i processi hanno detto tutto quello che c’era da dire». Basti pensare alle divergenze tra le prime ricostruzioni processuali sulla dinamica dell’azione di via Fani e i successivi lavori storici che hanno precisato nel dettaglio la preparazione logistica, il numero dei singoli partecipanti, la dinamica dell’azione, Il percorso di di fuga.
Tre anni fa, nel volume La polizia della storia pp. 260-263, (https://insorgenze.net/2022/03/15/sequestro-moro-dopo-44-anni-continua-ancora-la-caccia-ai-fantasmi/), avevo analizzato le cinque istruttorie e i quattro processi che hanno contraddistinto l’attività della magistratura nella vicenda del sequestro Moro. In quello studio indicavo in ventisette il numero delle persone condannate per il sequestro, l’uccisione della scorta e l’omicidio finale del presidente del consiglio nazionale della Dc, fatti avvenuti tra la mattina del 16 marzo 1978 e l’alba del 9 maggio successivo. Una ventottesima persona era stata assolta perché all’epoca dei processi non erano emersi elementi di prova nei suoi confronti. In realtà, solo 16 di queste risultavano con certezza direttamente coinvolte nella vicenda, le altre undici non avevano partecipato né sapevano del sequestro.
Il lavoro di scavo e analisi realizzato da Pino Narducci ci dice che le persone sanzionate furono in realtà trentuno. Ventisette condannate sia per fatti di via Fani (uccisione della scorta, tentato omicidio di Alessandro Marini e sequestro di Aldo Moro) che per l’omicidio in via Montalcini, gli altri quattro riconosciuti responsabili solo per due dei quattro delitti principali. Se all’elenco dei condannati – scrive ancora Narducci – si aggiungono gli imputati prosciolti in istruttoria o assolti nei processi, «scopriamo che la magistratura ha complessivamente inquisito oltre 50 persone, forse anche più. Una cifra decisamente spropositata». 
Questo ci dice che l’attività inquisitoria della magistratura e delle forze di polizia fu imponente, seppur inizialmente imprecisa, anche se la martellante propaganda complottista sulla permanenza di «misteri», «zone oscure», «verità negate», «patti di omertà», ha offuscato negli anni successivi questo dato significativo. Non ci fu affatto una inazione o distrazione, tantomeno episodi di clemenza pattuita sulla base di una rinuncia a verità scomode o indicibili. Gli unici sconti di pena concessi furono il risultato della legislazione premiale che venne introdotta e applicata a quegli imputati che collaborarono nei processi o si dissociarono con dichiarazioni di abiura che prendevano le distanze dalla loro militanza passata.
Il lavoro di Narducci dopo aver scandagliato per intero le sentenze di ogni grado dei cinque processi, coglie le numerose incongruenze presenti. I reati principali contestati nei giudizi riguardavano l’assalto in via Fani con l’omicidio plurimo degli agenti della scorta di Moro e i vari reati corollario, il sequestro vero e proprio dello statista democristiano e infine la sua uccisione. Per altro Narducci contesta il ricorso all’aggravante della premeditazione della uccisione dell’esponente Dc, che si dimostra storicamente infondata o comunque valida solo a partire da una determinata data: il 15 aprile con il comunicato numero 6 che annunciava la fine del processo del popolo e la sentenza di condanna? Comunicato smentito in realtà dalla ricerca continua di una interlocuzione politica e scambio di prigionieri (le lettere di Moro inviate dopo quella data e la telefonata di Moretti del 30 aprile), o ancora la riunione dell’esecutivo di colonna dell’8 maggio in via Chiabrera, che di fatto sancisce la decisone reale della uccisone di Moro, predisponendone la logistica.
Chi era direttamente coinvolto nella gestione quotidiana del sequestro non per forza era in via Fani, nonostante ciò nelle prime sentenze di condanna emesse negli anni 80, questa differenza non viene fatta. Si applicano «singolari principi del concorso di persone nel reato, i giudici ritennero che l’adesione al programma politico-militare della “campagna di primavera” fosse elemento sufficiente per condannare i due brigatisti per tutti i reati contestati ai veri protagonisti della operazione di via Fani […] In altri termini, sembra che il ragionamento dei giudici sia stato quello secondo cui la militanza nelle BR, cioè la condotta di partecipazione alla banda armata prevista dal Codice penale, permetteva di addebitare al brigatista qualsiasi delitto commesso da altri membri della organizzazione, anche quelli che ignorava sarebbero avvenuti e rispetto ai quali, in ogni caso, non aveva fornito alcun aiuto o supporto». 
Cosa che non avverrà nei processi compiuti nella seconda parte degli anni 90 quando le sentenze torneranno ad applicare i canoni della responsabilità personale distanziandosi da quella «responsabilità di posizione» condivisi nel decennio precedente, tanto che il reato di concorso e l’appartenenza alla banda armata verranno puniti con criteri meno estensivi e maggiormente conformi al dettato costituzionale. Diversi tra quei 27 condannati nei primi processi, Moro uno-bis e Moro ter, non avrebbero subito la stessa condanna o sarebbero stati prosciolti se giudicati nel decennio successivo.
Nel suo studio Narducci sottolinea la sconcertante condanna di 25 imputati ritenuti colpevoli del tentato omicidio dell’ingegner Alessandro Marini. Il testimone di via Fani che dichiarò di essere stato raggiunto da colpi di arma da fuoco sparati da due motociclisti a bordo di una Honda. Spari che avrebbero distrutto il parabrezza del suo motorino. Marini ha cambiato versione per 12 volte nel corso delle inchieste e dei processi. Studi storici hanno recentemente accertato che ha sempre dichiarato il falso. In un verbale del 1994 – ritrovato negli archivi – ammetteva che il parabrezza si era rotto a causa di una caduta del motorino nei giorni precedenti il 16 marzo. La polizia scientifica ha recentemente confermato che non sono mai stati esplosi colpi verso Marini.
Queste nuove acquisizioni storiche non hanno tuttavia spinto la giustizia ad avviare le procedure per una correzione della sentenza. Al contrario in Procura pendono nuovi filoni d’indagine (su alcuni di questi vi sarebbe la richiesta di archiviazione), ereditati dalle attività della Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Fioroni, per identificare altre persone che avrebbero preso parte al sequestro: i due fantomatici motociclisti, un ipotetico passeggero seduto accanto a Moretti nella Fiat 128 giardinetta che bloccò il convoglio di Moro all’incrocio con via Stresa (uno dei primi grossolani errori commessi dalla prima sentenza del Moro uno-bis, eventuali prestanome affittuari di garage o appartamenti situati nella zona dove vennero abbandonate le tre macchine utilizzate dai brigatisti in via Fani. Si cercano ancora 4, forse 5, colpevoli cui attribuire altri ergastoli. Non contenta di aver inquisito 50 persone, condannato 11 persone totalmente estranee al sequestro e altre coinvolte solo in parte, la giustizia prosegue la sua caccia ai fantasmi di un passato che non passa.

Schizzo di Mario Moretti

di Pino Narducci
presidente della sezione riesame del Tribunale di Perugia
Pubblicato su Questionegiustizia.it, 25 giugno 2025 col titolo «Il caso Moro. Per un’analisi delle sentenze (parte prima)»

Le indagini che si avviarono nel marzo ‘78, secondo un giudizio storico ormai consolidato, si svolsero all’insegna della più assoluta impreparazione. Nella capitale, forze di polizia e magistratura non possedevano alcuna conoscenza della struttura brigatista, del suo gruppo dirigente e del suo insediamento nel territorio urbano. Pur avendo tra le proprie mani le registrazioni di diverse telefonate fatte dai brigatisti durante il sequestro (tutti hanno in mente quella fatta da Mario Moretti, il 30 aprile, alla famiglia del prigioniero e quella del 9 maggio con la quale il dottor Nicolai, cioè Valerio Morucci, comunicava al prof. Franco Tritto che il cadavere di Moro si trovava in via Caetani), per lunghissimo tempo gli inquirenti non riuscirono a stabilire a quale volto appartenessero quelle voci ed attribuirono quelle telefonate, di volta in volta, a persone che, in realtà, non c’entravano nulla con il sequestro Moro [1]

Non avendo alcuna idea sulla composizione del nucleo che aveva agito in via Fani, gli investigatori romani controllarono la possibile presenza a Roma, sia il 16 marzo che il 9 maggio, di decine di aderenti o simpatizzanti di formazioni della sinistra extraparlamentare di varie città italiane («sospettabili di vicinanza alle BR»), accertamento che, ovviamente, non poteva produrre alcun risultato. 

Quanto al luogo di prigionia di Moro, solo nel 1985 gli inquirenti stabilirono, in maniera definitiva, che il presidente della Democrazia cristiana era sempre stato, per l’intera durata del rapimento, in un appartamento situato al primo piano di un edificio che si trovava in via Montalcini 8 [2].

Patrizio Peci aveva iniziato a collaborare nell’aprile ’80 e, nel gennaio ’81, il giudice istruttore romano Ernesto Cudillo fece un primo bilancio delle indagini. Dispose il rinvio a giudizio di molte persone ritenute responsabili della vicenda Moro, ma dovette anche emettere una sentenza con la quale riconoscere che diverse altre – colpite da mandati di cattura che contestavano il reato di partecipazione alla banda armata Brigate Rosse e quello di partecipazione ai fatti del 16 marzo e 9 maggio ’78 – erano estranee a quei fatti. Cudillo prosciolse dalle accuse principali Corrado Alunni, Maria Fiore Pizzi Ardizzone, Enrico Bianco, Giovanni Lugnini, lo stesso Patrizio Peci, Franco Pinna, Oriana Marchionni, Susanna Ronconi, Giustino De Vuono e Antonio Negri [3]

Peci, tuttavia, non aveva partecipato alla azione di via Fani e, nel ’78, non era ancora diventato responsabile della colonna torinese. Le sue informazioni sulla operazione Moro erano scarne ed imprecise, per lo più frutto di alcune notizie fornite da Raffaele Fiore. Negli anni successivi si aggiunsero altre testimonianze, ben più importanti, provenienti da brigatisti appartenenti alla colonna romana, perché solo i romani potevano raccontare quello che era realmente accaduto. Le informazioni di Antonio Savasta ed Emilia Libéra, ma, soprattutto, quelle di Valerio Morucci e Adriana Faranda (ciascuno sempre tenacemente geloso della definizione, dai confini in verità assai labili, che riservava per sé: Morucci e Faranda imputati dissociati, Savasta e Libéra collaboratori di giustizia) saranno i pilastri su cui i giudici scriveranno le sentenze emesse dalla Corte di Assise di Roma, negli anni ’80 e 90, al termine di ben cinque processi: Moro uno/bis, Moro ter, Moro quater, Moro quinquies e cd. processo Metropoli. 

Se la ossessiva tentazione di rincorrere zone d’ombra per svelare i presunti misteri del caso Moro rischia di trasformare in farsa una delle maggiori tragedie della nostra storia, come sostiene lo storico Marco Clementi [4], appare allora molto più utile fermarsi a valutare i documenti di quei processi per comprendere se, ormai giunti a quasi 50 anni dal 16 marzo ‘78, la verità giudiziaria resista, ed in quale misura, alla straordinaria forza della verità storica. 

Dunque, valutare i fatti descritti nei provvedimenti giudiziari non per scovare vuoti narrativi da riempire con ipotesi alternative – come suggeriscono quelli che sostengono che ogni avvenimento di quella primavera è frutto di cospirazioni ordite da forze inafferrabili – ma per trovare soluzioni ad alcune domande in ordine alle quali le sentenze non sempre hanno fornito risposte convincenti.  

Quanti furono i brigatisti coinvolti, complessivamente, nella “operazione Fritz” [5]? Quanti sono stati individuati e processati? Manca ancora qualcuno all’appello? O, forse, il numero degli inquisiti e dei condannati, al contrario, è più che esaustivo ed anzi si rivela eccessivo rispetto alle reali forze messe in campo dalle Brigate Rosse nella primavera ‘78? 

Anzitutto, se aggiungiamo all’elenco dei condannati quello degli imputati prosciolti in istruttoria o assolti nei processi, scopriamo che la magistratura ha complessivamente inquisito oltre 50 persone, forse anche più. Una cifra decisamente spropositata. 

Le sentenze dedicate al caso Moro, accanto ad ampi ed innegabili punti fermi di verità, non sempre ci offrono una immagine nitida delle responsabilità personali benché, alla fine, il processo penale, anche quando si occupa di attività delittuose commesse da organizzazioni, abbia il compito di accertare e sanzionare le condotte degli individui. 

Così, leggendo, in particolare, i provvedimenti giudiziari dei processi Moro uno/bis e Moro ter, per alcuni imputati scorgiamo distintamente luci ed ombre mentre per altri l’immagine è così sfocata da rendere indistinguibili i contorni della responsabilità.      

I fatti storici, cioè gli accadimenti che nei processi diventarono i reati principali contestati a tutti gli imputati (fa eccezione, per un solo aspetto, il processo Moro quinquies), furono sempre quattro: il plurimo, premeditato omicidio degli uomini della scorta (il maresciallo Oreste Leonardi, l’appuntato Domenico Ricci e i poliziotti Francesco Zizzi, Giulio Rivera e Raffaele Iozzino); il sequestro a scopo di estorsione del presidente della Democrazia Cristiana, dal giorno del rapimento al 9 maggio; il tentato omicidio di Alessandro Marini, un cittadino romano che si trovava casualmente all’angolo tra via Stresa e Via Fani la mattina del 16 marzo e contro il quale venne esplosa una raffica di mitra; l’uccisione premeditata di Aldo Moro avvenuta il 9 maggio nella base di via Montalcini 8 [6]

Se è ampiamente provato, sul piano storico e nei processi, che il piano (annientamento della scorta e rapimento in via Fani) venne messo a punto nel corso di circa due mesi e che i delitti del 16 marzo sono chiaramente premeditati, non è invece scontato definire il perimetro all’interno del quale collocare l’omicidio del 9 maggio, un confine temporale necessario per individuare le responsabilità per un delitto certamente premeditato che, però, non prese avvio il giorno del sequestro. 

Sappiamo che le Brigate Rosse non intendevano, sin dall’inizio, sopprimere la vita del presidente democristiano. 

«Non c’era nulla di programmato rispetto alla sorte di Moro, quindi neanche il tempo della sua detenzione. Si prevedeva che, avendo aperto una complessa campagna politico-militare di cui Moro era il perno politico, i tempi sarebbero stati necessariamente lunghi. C’era anche un altro tipo di operazione a pari livello nel mondo economico…a Milano era già pronto il sequestro di Leopoldo Pirelli», ha raccontato Lauro Azzolini, componente del comitato esecutivo delle BR nel ‘77’/’78 [7]

Infatti, l’azione di via Fani fu costruita per rapire e processare il presidente della Democrazia Cristiana e la possibilità di liberazione del sequestrato, tra marzo ed aprile, fu sempre una opzione concreta e possibile, almeno sino ad un certo momento, opzione chiaramente ricercata ed auspicata dalle BR. Se il prigioniero fosse stato rilasciato a fine aprile in cambio della liberazione anche di una sola persona della lista che conteneva 13 nomi di detenuti o, quantomeno, del riconoscimento politico da parte della Democrazia Cristiana che, in Italia, esistevano prigionieri politici, le BR avrebbero ottenuto un innegabile successo. 

Questa fu la soluzione ricercata insistentemente, soprattutto per iniziativa di Mario Moretti, sino ai primi giorni di maggio, ma senza alcun esito. 

D’altronde, i brigatisti presenti in via Montalcini hanno sempre ricordato che il prigioniero ebbe rapporti con due sole persone (Moretti e Gallinari), che avevano sempre il volto coperto, e che Aldo Moro non si rese mai conto che, nell’appartamento, vivevano Anna Laura Braghetti e Germano Maccari. Queste scrupolose precauzioni furono adottate, appunto, per evitare che il sequestrato, tornato in libertà, potesse fornire informazioni sulla prigione del popolo. 

Sempre Lauro Azzolini ha sostenuto che le BR avevano deciso che, anche se la prigione di via Montalcini fosse stata accerchiata dalle forze di polizia, il prigioniero non doveva essere ucciso ed i brigatisti avrebbero dovuto avviare una trattativa: ottenere garanzie per la propria incolumità in cambio della salvezza del presidente della DC. 

La decisione di uccidere il prigioniero venne, quindi, adottata dal comitato esecutivo delle BR nel periodo successivo alla diffusione del comunicato n. 7 del 20 aprile («il rilascio del prigioniero Moro può essere preso in considerazione solo in relazione alla liberazione di prigionieri comunisti») e del comunicato n. 8 del 25 aprile con il quale si chiedeva la liberazione di 13 detenuti esattamente individuati, richiesta che non ottenne aperture nel mondo politico ed istituzionale e che indusse poi la organizzazione – soprattutto non avendo colto alcun segnale di possibile dialogo dopo la telefonata di Mario Moretti del 30 aprile – ad annunciare, nel comunicato n. 9 del 6 maggio, che le BR si apprestavano ad eseguire la sentenza cui il presidente della DC era stato condannato. Il periodo in cui matura la decisione di uccidere Aldo Moro è dunque, all’incirca, quello che va dagli ultimi giorni di aprile al 9 maggio. Nelle pagine che seguono è possibile comprendere perché questa precisazione, opportuna dal punto di vista storico, è utile anche sul piano giuridico.

Le sentenze dei giudici romani, tutte definitive da moltissimi anni, hanno stabilito che 31 persone sono responsabili per i reati della vicenda Moro. Ma se 27 imputati sono stati condannati sia per fatti di via Fani (uccisione della scorta, tentato omicidio di Alessandro Marini e sequestro di Aldo Moro) che per l’omicidio in via Montalcini, quattro brigatisti sono stati riconosciuti responsabili solo per due dei quattro delitti principali.

In realtà, a contar bene, i condannati dovrebbero essere 32, ma si è determinata una situazione singolare perché la brigatista Rita Algranati, militante irregolare della colonna romana e componente del nucleo che portò a termine l’azione in via Fani, è stata assolta in via definitiva perché, quando venne processata, non era ancora emersa la sua presenza la mattina del 16 marzo né il ruolo che aveva svolto nella preparazione del sequestro.

Per valutare le sentenze non possiamo non partire dalla storia, quella che avviene ben prima che comincino i processi. Dobbiamo tornare al 1977.   

Hanno già studiato alcuni sui movimenti un anno prima, in una sorta di pre-inchiesta, ma, solo alla fine della estate ’77, le Brigate Rosse, scartate definitivamente le iniziali opzioni Giulio Andreotti e Amintore Fanfani, decidono di avviare la complessa operazione che, alcuni mesi dopo, conduce al sequestro di Aldo Moro. Mario Moretti, il membro più autorevole del Comitato esecutivo (formato anche da Rocco Micaletto, Franco Bonisoli e Lauro Azzolini), negli ultimi giorni di settembre/primi giorni di ottobre, incontra la Direzione della colonna romana (composta da Bruno Seghetti, Barbara Balzerani, Prospero Gallinari, Valerio Morucci e Adriana Faranda) in un villino a Velletri, da poco adibito a base del gruppo dirigente brigatista della capitale. Moretti comunica che l’attacco alla Democrazia cristiana avverrà al più alto livello politico possibile, mediante il sequestro del suo Presidente, ed affida alla dirigenza della colonna la elaborazione del piano: osservare i movimenti di Moro e della scorta, scegliere il luogo in cui sequestrarlo e studiare con scrupolo anche il non meno importante percorso al termine del quale il rapito dovrà arrivare nella prigione del popolo. L’unico compito che non viene affidato alla colonna romana è quello della individuazione della abitazione in cui il rapito sarà tenuto prigioniero, aspetto di cui si occuperà personalmente Mario Moretti. 

Le Brigate Rosse romane hanno assunto una completa fisionomia solo nel corso del ‘77, grazie all’iniziale dinamismo di Moretti e dei milanesi Bonisoli e Carla Brioschi, tutti giunti nella capitale, tra fine del ’75 e gli inizi del ’76, per creare una struttura della organizzazione nella città al di fuori della quale è impensabile portare l’attacco al cuore dello stato, cioè, nella visione delle BR, al partito-regime che con lo stato si identifica, la Democrazia Cristiana. Il reclutamento a Roma è stato notevole e nelle BR sono entrati molti giovani con esperienze di lavoro illegale e di azioni armate maturate in altre formazioni della multiforme galassia della sinistra estrema. 

L’obiettivo della azione che prende forma a Velletri è un esponente politico e, quindi, secondo le regole della organizzazione, lo studio del piano richiede il coinvolgimento dei brigatisti che integrano il settore romano della lotta alla controrivoluzione: con Gallinari e Faranda ne fanno parte anche i militanti irregolari Rita Algranati, Alvaro Lojacono, Alessio Casimirri e Raimondo Etro. 

Le BR devono reperire una abitazione sicura che sarà destinata a luogo di prigionia di Moro. Serve, quindi, un prestanome che non attiri sospetti e che non sia conosciuto dalle forze di polizia. Bruno Seghetti presenta a Moretti la sua compagna, Anna Laura Braghetti, che accetta la proposta del dirigente BR di acquistare un appartamento che – questo solo comunica Moretti alla Braghetti – sarà utilizzato per una importante azione delle BR. La donna deve trovarlo nella zona dei Colli Portuensi e, quindi, nel giugno ’77, acquista un appartamento situato al primo piano di un condominio di via Montalcini 8 per una somma di 45 milioni di lire in contanti, denaro proveniente dal sequestro Costa. L’edificio si trova in un quartiere di media borghesia e, ad agosto ’77, Braghetti inizia ad abitare l’appartamento ed a socializzare con gli altri condomini. Quello che presenta come marito, l’ingegnere Luigi Altobelli, è in realtà Germano Maccari, anche lui da poco reclutato nella colonna romana. Braghetti e Maccari non devono svolgere nessun compito particolare, se non quello di abitare la casa ove Moro sarà tenuto prigioniero. Se non è conosciuta dalle forze di polizia, nemmeno i brigatisti romani (con la eccezione di alcuni militanti dell’area Centocelle-Torre Spaccata) conoscono Anna Laura Braghetti e, certamente, non sanno che lei è la proprietaria dell’appartamento che sarà la prigione di Moro.

Pur consapevole che Braghetti è la prestanome scelta dalla organizzazione, anche Bruno Seghetti ignora dove si trovi la abitazione acquistata dalla sua compagna.   

Nella preparazione della “operazione Fritz” le Brigate Rosse mettono in pratica un doppio livello di compartimentazione. Anzitutto, nessun brigatista diverso da quelli che pianificano ed attueranno il piano militare deve sapere cosa avverrà il 16 marzo. Il secondo livello prevede che l’abitazione che diventerà prigione del popolo sia sconosciuta anche ai brigatisti che sequestreranno Moro, fatta eccezione per Moretti e Gallinari. 

Le BR hanno anche un piano di riserva pronto a scattare in caso di emergenza. Se, il giorno scelto per la operazione, le cose si metteranno male (ad esempio, con la uccisione o il ferimento di Moretti e Gallinari), Seghetti cercherà la Braghetti presso il luogo di lavoro della donna ed Aldo Moro, provvisoriamente collocato nella base di via Chiabrera 74, sarà poi subito trasportato a via Montalcini [8].      

Mentre la Braghetti cerca la casa ai Colli Portuensi, si dipanano altre due vicende che con la storia del sequestro, in realtà, non c’entrano nulla, ma che si intrecceranno a questa, a partire da maggio, nel corso delle indagini e del processo. 

Enrico Triaca, divenuto militante irregolare brigatista nel ’76, fitta un locale su indicazione di Mario Moretti e, nel marzo ’77, apre una tipografia in via Pio Foà 31 che servirà per la stampa del materiale della organizzazione [9]. In questo compito lo aiuta Antonio Marini, altro militante irregolare. 

La compagna di Marini, Gabriella Mariani, nel luglio ’77, sempre per incarico di Moretti, acquista, con i soldi del sequestro Costa, una abitazione in via Palombini 19 nella quale vive insieme al compagno. L’appartamento costituisce la base di quello che le BR immaginano possa diventare, nel tempo, un robusto settore della stampa e propaganda.           

I componenti della direzione di colonna studiano i movimenti di Moro e verificano che, spesso, la mattina, si ferma nella chiesa di Santa Chiara in piazza dei Giochi Delfici [10]. In quel momento, le BR ritengono ancora di poter realizzare il sequestro senza uccidere gli uomini della scorta, ma la scelta del rapimento all’interno della chiesa non solo comporta il rischio altissimo del conflitto a fuoco, ma anche quello del coinvolgimento di estranei perché nelle vicinanze esiste una scuola elementare. Circa due mesi prima del 16 marzo, Bruno Seghetti incarica Antonio Savasta, componente della brigata Università, di osservare i movimenti di Moro quando si reca nella facoltà di Scienze Politiche nella quale insegna «Istituzioni di diritto e procedura penale». Tuttavia, la facoltà non è un luogo adatto per una azione armata. Savasta comunica la sua valutazione negativa a Seghetti che, però, decide di compiere personalmente una ulteriore perlustrazione. Poi si arrende alla evidenza. Savasta ha ragione. 

Dopo ulteriori ricognizioni (le svolgono sul campo i dirigenti della colonna), si decide che il rapimento avverrà nella zona di Roma nord, lungo il percorso che Aldo Moro compie abitualmente partendo dalla sua abitazione di via Forte Trionfale. All’angolo tra via Fani e via Stresa, un’auto guidata da Moretti bloccherà la marcia dei due veicoli sui quali viaggiano Moro e gli uomini della scorta. Dopo aver ucciso i poliziotti e i carabinieri, il Presidente della DC sarà condotto a via Montalcini. 

Anche il piano di fuga viene meticolosamente studiato dalla colonna romana, in particolare da Morucci e Seghetti. I brigatisti devono sequestrare un Moro incolume e condurlo sino alla prigione del popolo per processarlo. Un percorso di circa 12 km., dalla Balduina a Roma sud-ovest. E’, quindi, necessario pianificare un tragitto che garantisca le migliori probabilità di successo. Per realizzare l’obiettivo, i brigatisti devono mimetizzarsi durante la fuga, evitando le arterie principali e scegliendo strade secondarie, anche private, per non incrociare auto delle forze di polizia che accorreranno in massa nella zona del sequestro. Inoltre, la mimetizzazione attuata attraverso il cambio dei veicoli, collocati in precedenza lungo il percorso di fuga, serve ad evitare che possibili testimoni possano segnalare il tragitto alle forze di polizia e condurle alla zona ove si trova la prigione del popolo. 

A febbraio, quando la Direzione strategica si riunisce nel villino di Velletri, il piano è stato definito ed è già stato deciso che l’azione avverrà a via Fani. Infatti, i membri della dirigenza nazionale, come ricorda Adriana Faranda che a quella riunione partecipa, discutono, in termini politici, della campagna di primavera ed approvano la risoluzione che sarà poi divulgata nel corso del sequestro. Ma, in quell’incontro, non si discute di ciò che avverrà solo un mese dopo [11].

Alla vigilia della operazione, le brigate della colonna romana (Torre Spaccata, Centocelle, Università, Servizi e Primavalle) ricevono l’indicazione di rubare alcuni modelli di macchine e furgoni. Saranno i mezzi da utilizzare nella azione di via Fani e lungo il percorso della fuga. Alla fine, la maggior parte dei veicoli viene rubata da Seghetti e da altri brigatisti in un megaparcheggio situato sul lungotevere, dietro il mausoleo di Augusto.

L’operazione politico-militare più importante nella storia delle Brigate Rosse sarà portata a termine da Mario Moretti e dai componenti della colonna romana ai quali si affiancheranno Raffaele Fiore, responsabile della colonna torinese, e il milanese Franco Bonisoli, membro del comitato esecutivo. A poche ore dalla operazione che sta per iniziare, il piano che conduce al sequestro di Aldo Moro è conosciuto solo dai componenti del comitato esecutivo e della direzione della colonna romana, dai tre militanti irregolari romani che si troveranno in via Fani, da Raffaele Fiore, dalla coppia Braghetti-Maccari che attende l’arrivo del prigioniero a via Montalcini e, probabilmente, da Raimondo Etro, che sosterrà, molti anni dopo, di aver saputo della operazione da Alessio Casimirri, il 14 marzo. 

In tutto, quindici/sedici persone. Nessun altro brigatista, membro delle strutture nazionali della organizzazione o componente delle brigate romane, conosce in anticipo quello che sta per accadere. 

La mattina del 16 marzo ’78, l’azione militare a via Fani viene portata a termine da 10 persone che svolgono compiti diversi: Rita Algranati, Mario Moretti, Bruno Seghetti, Prospero Gallinari, Raffaele Fiore, Franco Bonisoli, Barbara Balzerani, Valerio Morucci, Alessio Casimirri ed Alvaro Lojacono. Uccisi gli uomini della scorta e caricato Moro sulla 132 guidata da Seghetti, il convoglio brigatista attraversa la città. Nel parcheggio sotterraneo della Standa in via Isacco Newton, la cassa in cui è nascosto il prigioniero viene presa in consegna da Moretti e Maccari che conducono, infine, il rapito nella abitazione ai Colli Portuensi, ove resterà sino alla mattina del 9 maggio. Solo Moretti, Maccari, Braghetti e Gallinari conoscono la prigione del popolo. 

Durante i giorni del sequestro, il compito di recapitare i comunicati e le lettere di Moro è affidato esclusivamente alla coppia Morucci-Faranda, che vive nella base di via Chiabrera 74 (i brigatisti romani che la conoscono la chiamano “l’ufficio”), e a Bruno Seghetti. 

Ricevono i documenti dalle mani di Mario Moretti che ha il compito di interrogare il sequestrato e di tenere i rapporti con gli altri membri del comitato esecutivo che incontra, in una prima fase, a Firenze e, poi, in un secondo momento, in una base a Rapallo. Morucci e Seghetti sono i brigatisti che, usando cabine pubbliche, telefonano alle redazioni dei giornali, alle radio libere e alle agenzie di stampa per far trovare i comunicati oppure comunicano con i familiari o con alcuni amici intimi del prigioniero. 

Il 1° marzo ’78, Bruno Seghetti ruba un’auto Renault 4 amaranto nella zona di Piazza Cavour. In quel momento, il veicolo è solo uno dei molti mezzi nella disponibilità della colonna romana, tanto da essere utilizzato, il 19 aprile, per compiere un attentato alla caserma Talamo che ospita l’VIII Battaglione Carabinieri in via Ponte Salaria e che, qualche volta, viene utilizzata come base di lavoro dal generale Carlo Alberto dalla Chiesa quando si trova nella capitale.

Il 3 aprile ’78, una gigantesca “retata” rischia di cambiare il corso del sequestro. La Questura di Roma stila un lunghissimo elenco di perquisizioni da compiere nelle abitazioni di ex militanti di Potere operaio e di persone che gravitano nell’area della Autonomia. Alcuni nomi risultano da un vecchio controllo, che risale al ’75, di giovani presenti ad una riunione che si era svolta a via dei Volsci. I carabinieri della Compagnia San Pietro suonano al campanello della abitazione dei genitori di Alessio Casimirri a via Germanico 42 ed il padre, Luciano, li conduce nell’appartamento di via del Cenacolo 56 dove il figlio vive con Rita Algranati. La perquisizione non ha un esito positivo, ma l’organizzazione, per sicurezza, “congela” i due membri del fronte di lotta alla controrivoluzione. Nella stessa giornata, i poliziotti si presentano nella abitazione ove è residente Bruno Seghetti, nel quartiere Centocelle. Seghetti, militante regolare legale, vive, però, da un’altra parte, in un minuscolo appartamento della organizzazione situato a Borgo Pio, lo stesso dal quale, la mattina del 16 marzo, lui e Raffaele Fiore sono usciti per recarsi a via Fani. Se la polizia deciderà di continuare ad indagare sul suo conto, esiste il pericolo che gli inquirenti estendano le investigazioni alla compagna di Seghetti, Anna Laura Braghetti, ed arrivino a via Montalcini. Per questa ragione, il brigatista compie una mossa inaspettata e si presenta spontaneamente negli uffici della polizia poiché lui non ha nulla da nascondere e vuole sapere perché lo stanno cercando. La visita produce gli effetti sperati ed i poliziotti, a partire da quel momento, si disinteressano di Seghetti. Tuttavia, il brigatista è costretto a smantellare ed abbandonare la base di Borgo Vittorio 5 [12]

Il 18 aprile, nello stesso giorno nel quale viene diffuso il falso comunicato sul corpo di Moro che si trova nel lago della Duchessa, viene scoperta la base di via Gradoli 96, abitata da Barbara Balzerani e, solo saltuariamente durante il sequestro, da Mario Moretti. La individuazione della base (contrariamente a quanto sostenuto da alcuni, l’appartamento non è mai stato «la centrale operativa del sequestro Moro»), tuttavia, non può imprimere una svolta alle indagini finalizzate a trovare la prigione del popolo.

Circa dieci giorni prima dell’epilogo della vicenda, Seghetti affida la Renault 4 ad Antonio Savasta che ha il compito di “gestirla”. Poi Seghetti chiede di avere indietro l’auto nel cui bagagliaio, la mattina del 9 maggio, all’interno del box di via Montalcini, Moro viene ucciso da Mario Moretti, che ha al suo fianco Germano Maccari. Moretti e Maccari partono dai Colli Portuensi e, a piazza Monte Savello, vengono agganciati da Seghetti e Morucci insieme ai quali si recano in via Caetani ove l’auto, con dentro il corpo di Moro, viene abbandonata. Valerio Morucci telefona a Franco Tritto, assistente del presidente DC nella facoltà universitaria, per comunicargli il posto esatto ove ritrovare il corpo del presidente della DC. 

Il 17 maggio ‘78, la Polizia scopre la tipografia di via Pio Foà. Dopo essere stato torturato, Enrico Triaca conduce i poliziotti alla base di via Palombini in cui vengono arrestati Antonio Marini e Gabriella Mariani [13]

Anche Teodoro Spadaccini, membro della brigata Università, viene catturato. 

Anna Laura Braghetti, che diventa militante regolare e passa alla clandestinità nell’estate/autunno del 1978, viene arrestata il 27 maggio 1980, ma trascorre ancora molto tempo prima che si scopra il ruolo ricoperto dalla donna nel sequestro. Ancor più tempo occorre per scoprire chi si nasconda dietro il nome Luigi Altobelli. Negli anni ’90, la identificazione di Germano Maccari e la sua confessione chiudono la lunga fase della indagine sui responsabili della vicenda Moro [14].

Quando inizia il processo di primo grado nel 1982, molti responsabili dei fatti di via Fani (Moretti, Seghetti, Gallinari, Fiore, Bonisoli, Azzolini, Micaletto) sono già stati arrestati. Solo alcuni, come Barbara Balzerani, sono in fuga. Su altri (Algranati, Casimirri, Lojacono, Maccari, Etro) non esiste ancora alcun sospetto.

Anche gli accusatori si trovano in carcere.

Morucci e Faranda, dopo aver abbandonato le BR ed aver portato via armi e denaro della organizzazione, sono stati arrestati a Roma il 29 maggio ’79.

Savasta e Libéra, divenuti militanti della nuova formazione Brigate Rosse-Partito Comunista Combattente, vengono catturati a Padova, il 28 gennaio ’82, mentre, nella città veneta, è in corso il sequestro del generale statunitense James Lee Dozier. Torturati, con altri brigatisti, nelle stanze del reparto celere di Padova, decidono subito di collaborare [15]

Il patrimonio di conoscenze dei giudici del processo Moro uno/bis di primo grado, fondato essenzialmente sulle informazioni fornite da Peci, Savasta e Libéra, è ancora incompleto ed approssimativo e la sentenza ritiene che siano stati provati alcuni fatti, narrati dai collaboratori, che saranno, in seguito, seccamente smentiti da altre risultanze processuali ben più solide.

Ad esempio, illustrando la posizione di Lauro Azzolini, i magistrati scrivono che «Patrizio Peci e Antonio Savasta hanno inchiodato in maniera definitiva il prevenuto alle sue responsabilità sostenendo che costui…fu tra i componenti del commando che il 16 marzo 1978 portò a termine l’eccidio degli agenti di scorta ed il sequestro del parlamentare secondo un piano prefissato». Il processo di appello smentirà questa ricostruzione ed Azzolini, che non si trovava a via Fani, sarà condannato per la vicenda Moro solo in quanto membro del comitato esecutivo. 

Un’altra informazione completamente errata riguarda Faranda che «prese parte di persona alla tragica azione, seguendo i suoi complici sulla Fiat 128 con targa diplomatica che provocò il tamponamento con le vetture dell’On Aldo Moro e con l’Alfetta della Polizia» e Morucci che «secondo i pentiti, scese con Prospero Gallinari dalla Fiat 128 con targa diplomatica, si avvicinò all’autovettura del parlamentare e aprì il fuoco su Ricci Domenico e Oreste Leonardi». 

Saranno proprio i due protagonisti del racconto a chiarire che sulla Fiat 128 che si arrestò all’incrocio tra via Fani e via Stresa c’era solo Mario Moretti e che il brigatista non sparò durante l’azione; che Morucci, vestito da pilota Alitalia, non era sull’auto con Moretti, ma – con Gallinari, Bonisoli e Fiore – si trovava davanti al bar Olivetti e, soprattutto, che Adriana Faranda, la mattina del 16 marzo, si trovava nella base di via Chiabrera 74, in attesa della fine della operazione e del ritorno di Valerio Morucci.

Anche il professore Enrico Fenzi, dissociatosi dalle attività della colonna genovese, contribuì a creare un meccanismo di alterazione dei fatti storici perché, così testualmente si legge nella sentenza di primo grado, «ha attribuito al Nicolotti un ruolo ben più consistente, affermando senza mezzi termini, sulla base delle sue dirette cognizioni, che costui, unitamente a Riccardo Dura, fu inserito nel commando che il 16 marzo 1978 si parò in armi dinanzi alle autovetture su cui viaggiavano il presidente della Democrazia cristiana e gli uomini della scorta». In realtà, le “dirette cognizioni” di Fenzi non erano fondate sulla conoscenza degli avvenimenti perché, come riconoscerà lui stesso, si limitava a formulare delle ipotesi. Infatti, nessun militante della colonna genovese prese parte alla “operazione Fritz” ed i giudici del processo d’appello, dopo aver ascoltato il più credibile racconto di Morucci e Faranda, presero le distanze dai colleghi del primo grado condannando Nicolotti, ma non perché fosse presente a via Fani [16].

La sentenza di appello corresse, dunque, diverse informazioni errate, ma confermò le condanne inflitte in primo grado. Al termine dei tre gradi di giudizio, nel 1985, i brigatisti condannati in via definitiva furono 23: Mario Moretti, Prospero Gallinari, Lauro Azzolini, Franco Bonisoli, Rocco Micaletto, Raffaele Fiore, Luca Nicolotti, Cristoforo Piancone, Anna Laura Braghetti, Bruno Seghetti, Barbara Balzerani, Adriana Faranda, Valerio Morucci, Gabriella Mariani, Antonio Marini, Teodoro Spadaccini, Enrico Triaca, Francesco Piccioni, Antonio Savasta, Giulio Cacciotti, Emilia Libéra, Caterina Piunti e Massimo Cianfanelli. 

I giudici ritennero che i delitti di via Fani e via Montalcini fossero addebitabili non solo ai componenti del Comitato Esecutivo e della direzione della colonna romana, ma anche ai membri dei fronti nazionali della organizzazione, in particolare il fronte della lotta alla controrivoluzione, nonché ai militanti della colonna romana che avevano svolto funzioni di organizzazione importanti per la vita e il funzionamento della colonna oppure erano stati impegnati nella attività di propaganda durante il sequestro. 

(continua)

Nella foto lo schizzo della azione di via Fani disegnato da Mario Moretti e consegnato dallo storico Marco Clementi alla Commissione parlamentare di inchiesta sul caso Moro nella audizione del 17 giugno 2015  

Note

[1] Prima che saltasse fuori che la voce era di Mario Moretti, la magistratura ritenne che l’autore della telefonata del 30 aprile ’78 alla famiglia Moro fosse il professor Toni Negri. Addirittura, per quella del 9 maggio ’78 al professor Franco Tritto, fatta da Valerio Morucci, la responsabilità ricadde sul giornalista veneto Giuseppe Nicotri, arrestato nell’ambito della cd. indagine 7 aprile e poi scarcerato dalla magistratura romana il 7 luglio ’79 e scagionato dalle accuse.   

[2] Quando il ruolo di Anna Laura Braghetti nella vicenda Moro era stato già quasi ampiamente disvelato, il 17 giugno 1985, i giudici istruttori romani Rosario Priore e Ferdinando Imposimato, con la presenza degli ex brigatisti Valerio Morucci e Adriana Faranda, ispezionarono l’appartamento. Morucci fece notare che, sul pavimento in parquet, esisteva una lunga striscia di colore più scuro rispetto a quello del legno residuo. Morucci non era mai stato prima in questa abitazione, ma riteneva che potesse trattarsi del luogo in cui era stato custodito Moro perché in quella stanza poteva essere stata ricavata una prigione larga m. 1,15 circa e lunga m. 4 circa, senza finestre. Inoltre, sosteneva Morucci, la costruzione di questa prigione non avrebbe comportato la eliminazione di un vano, cosa che invece sarebbe accaduta nella stanza attigua.

[3] v. Sentenza-Ordinanza del giudice istruttore Ernesto Cudillo del 15 gennaio 1981.     

[4] v. l’articolo a firma Marco Clementi Il rapimento di Aldo Moro è l’ossessione degli storici da bar sul quotidiano domani del 15 marzo 2024.

[5] Il nome scelto dai brigatisti per definire l’operazione di via Fani, “operazione Fritz”, è frutto della storpiatura della parola “frezza” che stava ad indicare il ciuffo di capelli bianchi presente sulla testa di Aldo Moro

[6] Quando avvennero i fatti di via Fani, il 16 marzo 1978, il codice penale contemplava una sola norma applicabile alla vicenda concreta, cioè al rapimento di Aldo Moro: il delitto di sequestro di persona a scopo di estorsione previsto dall’art. 630 c.p., come modificato dalla legge 14 ottobre 1974 n. 497. La norma puniva il responsabile del reato con una pena massima di 25 anni di reclusione e, soprattutto, non prevedeva l’ipotesi che, durante il sequestro, avvenisse la morte del rapito, fatto questo che continuava ad essere punito dalla norma del codice penale sull’omicidio volontario (art. 575 c.p.). Pochi giorni i fatti di via Fani, il 21 marzo 1978, venne emanato il decreto-legge n. 59 (poi convertito, con modificazioni, nella L. 18 maggio 1978 n. 191) che modificava l’art. 630 Codice penale prevedendo, anzitutto, un aumento della pena sino a 30 anni di reclusione, e, soprattutto, l’ipotesi che, dal sequestro, derivasse la morte del rapito, quale conseguenza non voluta (anni 30 di reclusione) o voluta dal colpevole (ergastolo). Inoltre, con lo stesso decreto-legge, si introduceva nell’ordinamento il delitto di sequestro di persona a scopo di terrorismo o di eversione (art. 289 bis Codice penale) punito con le stesse pene previste per il delitto di sequestro di persona a scopo di estorsione. 

[7] Interrogatorio sostenuto da Lauro Azzolini, il 14 aprile 1987, innanzi alla Corte di Assise di Roma, Pres. Santiapichi, nel corso del cd. processo Metropoli.

[8] L’appartamento di via Chiabrera venne preso in fitto, nel settembre ’76, da Valerio Morucci che usava una falsa identità. Abitato in vari periodi, anche nel marzo ’78, da Morucci e Faranda, venne utilizzato come sede della direzione della colonna romana che, durante i giorni del sequestro Moro, vi svolse alcune riunioni. Nell’appartamento vennero ciclostilati tutti i comunicati diffusi durante il sequestro. La base di via Chiabrera venne abbandonata dopo la conclusione del sequestro Moro.    

[9] La prima tipografia delle BR a Roma era stata avviata da Stefano Ceriani Sebregondi e da Enrico Triaca, nel maggio ’76, in via Renato Fucini n. 2-4, all’interno di un locale preso in fitto da Sebregondi. In seguito, le BR decisero di trasferire la tipografia in un luogo, cioè via Pio Foà, più vicino alla base di via Palombini. Alcuni macchinari che esistevano in via Fucini (un bromografo e una stampatrice A.B. Dik) vennero rinvenuti e sequestrati nella tipografia gestita da Triaca e Marini.  

[10] Era stato Franco Bonisoli, nel ’76, quando abitava nella base di via Gradoli 96 (l’appartamento era stato preso in fitto, nel dicembre ’75, da Mario Moretti che usava il falso nome Mario Borghi), ad accorgersi, mentre rientrava a casa, che una scorta era posizionata davanti la chiesa. Si era avvicinato ed aveva visto che si trattava della scorta di Moro. 

[11] Secondo Bonisoli, che fornisce una ricostruzione dei fatti analoga a quelle della Faranda e di Azzolini, «Nella Direzione strategica del febbraio 1978 non si discusse dell’obiettivo della azione che era in corso, non venne fatto il nome di Moro. Si parlò dell’attacco che doveva avere al suo centro al Democrazia cristiana». La risoluzione della Direzione strategica del febbraio 78 venne diffusa durante il sequestro Moro insieme al comunicato n. 4 del 4 aprile ’78.

[12] La monocamera di Borgo Vittorio 5 era stata presa in fitto da Bruno Seghetti nel settembre ’77.

[13] Sulla vicenda giudiziaria di Enrico Triaca e sul processo di revisione della sentenza di condanna per il reato di calunnia v. dell’autore l’articolo I tormenti e la calunnia”, pubblicato in http://www.questionegiustizia.it il 12 luglio 2023.

[14] Nella sterminata “letteratura” sul caso Moro, si distinguono, sia per l’esplicito rigetto delle suggestioni dietrologiche che per il rigore metodologico nella indagine storica, alcune opere: Marco Clementi, Storia delle Brigate Rosse, Edizioni Odradek, 2007; Marco Clementi, Paolo Persichetti, Elisa Santalena, Brigate Rosse. Dalle fabbriche alla campagna di primavera, Vol. I, DeriveApprodi, 2017; Marco Clementi, La pazzia di Aldo Moro, Rizzoli 2006; Vladimiro Satta, Il caso Moro e i suoi falsi misteri, Rubettino, 20026; V. Satta, Odissea nel caso Moro, Edup, 2003; Nicola Lofoco, Il caso Moro. Misteri e segreti svelati, Gelsorosso, 2015; Nicola Lofoco, Le alterazioni del caso Moro, Les Flaneur Edizioni, 2017; Gianremo Armeni, Questi fantasmi. Il primo mistero del caso Moro, Tra le righe libri, 2015.

[15] Sulle indagini avviate dopo il sequestro Dozier e sull’uso diffuso della tortura nei confronti dei sospettati e degli arrestati nel periodo 1982/1983, v. dell’autore gli articoli Dovevamo arrestarci l’un con l’altro. Il sequestro Dozier ed altre storie, pubblicato su http://www.questionegiustizia.it, 29 gennaio 2024, e I cani d’Albania, pubblicato su http://www.questionegiustizia.it, 23 luglio 2024. 

[16] Enrico Fenzi, nel febbraio ‘85, scrisse una lettera ai giudici del processo d’appello Moro uno/bis. Il professore genovese precisava, quanto a Micaletto, Nicolotti e Dura da lui accusati nel processo di primo grado, che questa indicazione non aveva «alcun valore oggettivo» in quanto lui non sapeva «nulla sul numero dei brigatisti presenti sulla scena della azione» e che, alla domanda che gli aveva rivolto il Presidente Santiapichi, lui aveva risposto che «tra coloro che avevo conosciuto a Genova, avrebbero potuto esserci, per quanto sapevo del loro ruolo e della loro determinazione ad operare, appunto Micaletto, Nicolotti e Dura». In sintesi, Fenzi non sapeva nulla della operazione Moro ed aveva solo ipotizzato la presenza di brigatisti genovesi a via Fani.

Processo Spiotta, Maraschi al pm «Lei pensa ai carbonari, alle sette segrete, alla massoneria. All’epoca c’era un movimento di massa con migliaia di persone»

Dopo quarantanove anni il settantatreenne Massimo Maraschi ha fatto ingresso per la prima volta nel tribunale di Alessandria, un palazzo inaugurato nel 1936, esempio di architettura razionalista del ventennio, oggi mura scrostate, pareti ammuffite, scritte ingiallite, immagine perfetta di una giustizia fatiscente. In questo edificio il 10 gennaio 1976 fu pronunciata dalla corte d’assise la sua prima condanna per concorso nel sequestro del magnate dello spumante Vallarino Gancia e l’omicidio dell’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso, avvenuto il giorno successivo al suo arresto quando era già rinchiuso nel carcere della stessa città.

Diritto di non rispondere alle domande
Davanti al presidente, Paolo Bargero, Maraschi si è avvalso della prerogativa di non rispondere che il codice riconosce ai testimoni assistiti su fatti per i quali abbiano già subito condanna. In realtà l’udienza si era aperta con una eccezione sollevata dalla parte civile che chiedeva alla corte di non riconoscergli questo diritto in virtù di alcune sentenze di cassazione. Gli argomenti presentati dagli avvocati Brigida e Salvini non sono stati accolti dalla corte che ha ribadito il diritto del teste di non rispondere su episodi che lo hanno già visto processato, e condannato con pena espiata, e nei confronti dei quali non ha mai ammesso responsabilità. Diritto che cessava davanti a domande che avrebbero affrontato altri argomenti non direttamente legati al processo.
Chiarito ciò con disappunto delle parti civili che avevano richiamato il dovere morale e civile del teste di dire la verità, si è innescata la puntuale replica dell’avvocato Romeo, difensore di Mario Moretti, il quale ha ricordato che in Italia ci siamo liberati dallo Stato etico e la morale dovrebbe restare all’esterno del processo penale. Sottolineando come fosse sconveniente evocare doveri del genere verso un ex condannato senza averlo fatto in precedenza nei confronti dei tanti non ricordo e versioni contrastanti degli ex carabinieri del nucleo speciale Dalla Chiesa, ascoltati nell’udienza del 20 maggio.

«Movimento di massa non carbonari e sette segrete»
Terminata la discussione un distratto pubblico ministero ha subito chiesto al teste come era finito alla Spiotta, suscitando sorrisi, ilarità e imbarazzo in aula. Il pm Gatti si è subito scusato con il presidente lamentando quanto fosse difficile porre le domande giuste facendo lo slalom tra tanti paletti. «Ce lo impone col codice», ha ribadito il presidente. Ha preso il via così una udienza per certi aspetti surreale, con momenti comici e un po’ grotteschi, come quando – sempre il pm – ha citato il presunto nome di battaglia di una persona conosciuta da Maraschi che si sarebbe fatta chiamare «Cecco». «Ma veramente quello era il suo soprannome da quando era ragazzo, non era un nome politico – ha replicato sferzante Maraschi. Si chiamava Francesco, andavamo a scuola insieme». Capita un po’ in ritardo l’antifona, il pm ha cambiato registro chiedendo se si fosse mai recato a Milano per incontrare persone. «All’epoca c’erano collettivi dappertutto, in mezza Lombardia e mezzo Piemonte», ha ricordato Maraschi. A quel punto Gatti ha cominciando a chiedere se avesse mai conosciuto gli imputati. Maraschi ha risposto di aver conosciuto Azzolini solo in carcere, molti anni dopo la vicenda della Spiotta, «ad Opera nel 1990. Eravamo in cella insieme. Parlavamo di storia: lui era molto appassionato». Stessa cosa per Buonavita e Curcio: quest’ultimo «conosciuto nel 1980 nello speciale di Palmi». «E Moretti?» – ha provato a incalzarlo il pm, «Solo un paio di volte a Milano» ha precisato Maraschi. Convinto di averlo preso in castagna, il pubblico ministero ha domandato di cosa avessero parlato, come si erano incontrati, se c’erano altre persone. «Molta gente è convinta – ha spiegato Maraschi – che i brigatisti fossero dei fissati, delle strane persone. Uno si poteva incontrare perché era semplicemente amico o per scambiarsi delle idee, ma non di organizzazione». «E allora di cosa avete parlato, ce lo dica!», ha subito chiesto Gatti suscitando la reazione interdetta di Maraschi: «Ma scusi è…. Mi rifiuto di rispondere». «Sì, ma rimanga qua con noi» – ha soggiunto il presidente con il consueto tatto che lo contraddistingue nel condurre le udienze, «se quello che vi siete detti riguarda altro e non eventuali reati commessi, lo può anche dire». Maraschi a quel punto ha dato il meglio di sé: «Nelle due occasioni in cui ho incontrato Moretti abbiamo parlato di altro, sicuramente di altro, e incredibilmente non di Brigate rosse». Un siparietto che ha ravvivato i toni sommessi e grigi dell’aula. Per nulla scoraggiato il pm ci ha provato ancora chiedendo come aveva fatto ad incontrarlo. E Maraschi con paziente pedagogia, «guardi che all’epoca il mondo era un po’ diverso, gli incontri fra la gente avvenivano in un’altra maniera. Lei pensa ai carbonari, alle sette segrete, alla massoneria. All’epoca c’era un movimento di massa con migliaia di persone, faceva impressione, che pensavano e facevano più o meno le stesse cose, e tutti incontravano tutti di continuo anche soltanto perché erano amici. L’appuntamento in quel periodo lì avveniva nelle condizioni della società. Ci si appuntava perché c’erano migliaia di persone che facevano più o meno la stessa cosa e pensavano le stesse cose. Ci si trovava». E qui il pm Gatti non ha resistito e come monsieur de Lapalisse gli ha chiesto: «Lei faceva le stesse cose di Moretti, dunque?». «Bè, sono stato condannato per appartenenza alle Brigate rosse» – ha risposto uno sconfortato Maraschi.

«Non si cava un ragno dal buco»
A questo punto qualcuno dai banchi della parte civile si è lasciato scappare una battuta che metteva in luce tutta la frustrazione accumulata nella mattinata: «da questo qui non si cava un ragno dal buco». Il momento clou è però arrivato quando ha preso la parola l’avvocato Brigida che, dopo aver chiesto quale era la prassi che portava al riconoscimento della dissociazione dalla lotta armata, ottenuta da Maraschi nel 1989, si è sentito dire che la legge imponeva in cambio degli sconti di pena di riconoscere obbligatoriamente la propria colpa oltre a ripudiare la lotta armata e non riprendere forme di lotta violenta contro lo Stato. «Ecco!», ha esclamato battendo le mani col sorriso sul volto, «ha ammesso le sue responsabilità, chiedo alla corte la rivalutazione della sua posizione. Ora è obbligato a rispondere».
Il presidente ha subito sospeso l’esame e con una fulminea camera di consiglio ha ribadito che nulla era cambiato poiché si trattava di ammissioni extragiudiziali. La prova della colpa si ricava nel processo non con dichiarazioni di natura politica estorte dai dispositivi legislativi speciali premiali.

Pugni e schiaffi durante l’interrogatorio

Prima dell’udienza, fuori dall’aula di corte d’assise Maraschi ha scambiato con noi alcune parole e a una precisa domanda sulle condizioni in cui si era svolto il suo interrogatorio nella tenenza di Canelli dopo l’arresto del 4 giugno 1975, questione affrontata nelle udienze precedenti, dove lo stesso figlio di D’Alfonso aveva riportato voci sulle urla che arrivavano dalla caserma, ha spiegato che non erano le sue ma provenivano dai carabinieri che sostavano nei corridoi. Ci ha detto di aver ricevuto «solo un pugno e qualche schiaffo» ma che «le pressioni psicologiche sono state fortissime, più tardi sono stato interrogato da un carabiniere che aveva fatto l’indagine su Lodi. Poi mi hanno mollato e al mattino successivo, era molto presto, mi hanno portato in carcere».
Quanto sta avvedendo nelle prime udienze che si sono tenute davanti la corte d’assise di Alessandria è la dimostrazione che l’ipoteca penale esercitata ancora dopo cinquant’anni è il vero ostacolo alla ricostruzione storica.

Processo Spiotta, in aula l’indagine contro gli avvocati difensori. La sconcertante deriva inquisitoria della procura torinese

Per fare luce sulla sparatoria che il 5 giugno 1975 vide la morte in circostanze sospette della brigatista Margherita Cagol, e il ferimento mortale dell’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso il giorno successivo al sequestro, da parte della Brigate rosse, dell’imprenditore dello spumante Vallarino Gancia, procura di Torino e procura nazionale antiterrorismo hanno autorizzato a cinquant’anni di distanza il monitoraggio e l’intercettazione di dialoghi che riferivano il contenuto di conversazioni avute da un indagato con due avvocati.

Indagine contro i difensori
I due legali, Davide Steccanella e Vainer Burani, hanno assunto le difese nel processo che si è poi aperto nel febbraio scorso davanti la corte d’assise di Alessandria, rispettivamente di Lauro Azzolini e Renato Curcio. I due legali hanno tutelato nel corso delle indagini anche altri ex Br considerati dalla procura «persone informate dei fatti», chiamati a testimoniare nella qualità di ex imputati di procedimenti connessi: una posizione che prevede tutele particolari da parte del codice di procedura, come l’assistenza di un legale e la possibilità di avvalersi della facoltà di non rispondere. Nonostante i Ros di Torino fossero perfettamente consapevoli della funzione svolta dai due legali, non hanno esitato a pedinare, osservare e intercettare, la loro attività difensiva violando i principi di tutela della difesa previsti dalla costituzione e dallo stesso codice. Non è la prima volta che accade e non è nemmeno la prima straordinaria singolarità di questa sconcertante inchiesta, dove codice di procedura e diritti costituzionali delle persone sottoposte a indagine sono stati abusati ripetutamente.

Monitorata l’attività dell’avvocato Burani
Secondo quanto riferito dagli inquirenti nelle informative inviate alla procura, l’interesse mostrato dalla persona attenzionata sulle nuove indagini condotte dalla procura sabauda sarebbe stato indizio di colpevolezza. Rivolgersi a un avvocato, per giunta vecchio amico e residente nella propria città di origine, Reggio Emilia, come è accaduto a Lauro Azzolini quando il 6 febbraio 2023 si è recato presso lo studio di Vainer Burani, «che, si ricorda, non era il suo difensore», sottolinea l’estensore dell’informativa, sarebbe stato un fatto illecito, come se un imputato non avesse il diritto di ascoltare altri avvocati.
Nell’informativa che porta la data del 28 febbraio successivo, i carabinieri censurano l’incontro ritenendolo una prova della volontà di inquinare le prove, una dimostrazione anticipata di colpevolezza. Il tutto secondo una vecchia logica inquisitoriale per cui nel corso di una indagine la pubblica accusa e le forze di polizia delegate alle indagini hanno la massima agibilità di manovra, possono qualunque cosa (persino indagare una persona già prosciolta in passato), mentre la persona attenzionata o indagata, non può nulla. Se si muove per attingere informazioni e capire cosa stiano facendo gli inquirenti, non solo dimostra anticipatamente la propria colpa ma si macchia del reato di inquinamento delle prove. E se questo accade tra ex appartenenti a un gruppo politico: sentirsi al telefono come è accaduto ad alcuni di loro (legati da affinità amicali o perché detenuti nel medesimo carcere in passato), oppure incontrarsi occasionalmente nel corso di una presentazione di un libro, dimostrerebbe la persistenza del vecchio legame associativo. «Oggi sono un’associazione di pensionati con le stesse idee», ha dichiarato l’ex magistrato Guido Salvini, divenuto nel frattempo legale delle parti civili nel processo.
Nell’ottobre del 2022 era uscita una intervista all’ex colonnello Luciano Seno, uno dei responsabili del nucleo speciale dei Carabinieri diretto dal generale Dalla Chiesa, che era intervenuto nella indagini. Seno che era stato appena ascoltato dai pm aveva rivelato che le nuove indagini indirizzavano la loro attenzione nei confronti di Lauro Azzolini. Due libri e diversi articoli di stampa avevano riacceso l’attenzione sulla vicenda. La procura aveva iniziato a convocare alcuni ex appartenenti alle Br della prima ora che avevano cominciato a chiedersi cosa stesse accadendo, il perché della nuova inchiesta per un fatto prescritto (il rapimento) e una sparatoria rispetto alla quale i carabinieri e le autorità avevano sempre mostrato nei decenni precedenti disinteresse, voglia di non approfondire circostanze che potevano riaprire l’attenzione sulla morte mai chiarita di Mara Cagol.

Intercettato il contenuto della conversazione con l’avvocato Steccanella
Dopo il monitoraggio dell’avvocato Burani, il 25 maggio del 2023 i carabinieri del Ros prendono di mira anche l’avvocato Steccanella, solo perché un amico della coppia Azzolini-Sivieri (difesi da Steccanella), intercettato nel corso di una precedente conversazione, era stato convocato in procura. Il teste, la cui unica colpa era quella di essere divenuto amico in anni recenti della moglie di Azzolini, era stato chiamato per riferire su una conversazione avuta conquest’ultimo, ritenuta rilevante sul piano probatorio. Preso dal panico il testimone, totalmente ignaro di vicende giudiziarie, chiese alla sua amica Biancamelia Sivieri, anch’essa ex appartenente alle Br milanesi, di parlare con l’avvocato Steccanella per essere rassicurato. L’incontro veniva monitorato dai Ros che successivamente intercettavano la conversazione intercorsa tra Azzolini e Sivieri sul contenuto dell’incontro ricavandone l’abusivo sospetto di subornazione del teste da parte dell’avvocato. Una velenosa insinuazione introdotta nelle carte dell’indagine che si è risolta solo nell’udienza del 20 maggio scorso, quando davanti alla pretesa della pubblica accusa di sentire in aula il carabiniere autore dell’informativa, difronte alla rimostranze molto forti dell’avvocato Steccanella che aveva rimesso il suo incarico nelle mani della corte chiedendo di sapere se il processo contro il suo difeso Lauro Azzolini si stava trasformando nel processo contro il suo difensore, la corte ha rinunciato all’esame del carabiniere riconoscendo la piena correttezza dell’operato del legale. Una situazione analoga si ripresenterà nella prossima udienza del 17 giugno dove è prevista la deposizione del carabiniere che ha condotto il monitoraggio dell’incontro tra Azzolini e l’avvocato Vainer Burani.

La minaccia contro Maraschi
Non avendo grandi argomenti per puntellare il proprio teorema accusatorio, in particolare contro Curcio e Moretti, l’accusa getta fango sulle difese e come se non bastasse è venuta dai legali della parte civile, Brigida e Salvini, la richiesta di vietare a Massimo Maraschi che sarà in aula martedì 17, condannato all’epoca per il rapimento Gancia e la sparatoria nonostante fosse nelle mani dei carabinieri già da 24 ore, di mantenere la posizione tenuta nel corso del suo processo, obbligandolo a trasformarsi in un collaboratore di giustizia.

Processo Spiotta, versioni contrastanti dei carabinieri sulla morte di Mara Cagol

Carabinieri in difficoltà di fronte alla versione ufficiale sulla morte della Cagol, tanti non ricordo, dinieghi e versioni contrastanti. Le difese ribaltano il processo per i fatti della Spiotta

La quarta udienza del nuovo processo davanti la corte d’assise di Alessandria per la sparatoria nella quale morì il 5 giugno del 1975 Margherita Cagol, fondatrice delle Brigate rosse, e rimase mortalmente ferito l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso, ha messo in luce profonde contraddizioni e smentite reciproche tra i carabinieri coinvolti.
Quattro ex membri del nucleo speciale anti-Br, istituito dal generale Dalla Chiesa nel maggio del 1974, e due carabinieri in congedo delle sezioni territoriali di Canelli e Acqui Terme hanno deposto dando vita a un intreccio di versioni contrastanti, dinieghi imbarazzanti e giravolte. Si è assistito a un vero e proprio “carabinieri contro carabinieri”, senza distinzioni di grado, anzianità o competenze.

Il servizio del Tgr Rainews Piemonte https://www.rainews.it/tgr/piemonte/video/2025/05/le-drammatiche-testimonianze-di-chi-cera-sfilano-in-aula–135b6a06-3f9f-439a-a1a2-f66cc3e36b8.html

Le critiche del generale Sechi
L’allora braccio destro del generale Dalla Chiesa ha apertamente criticato l’operato della tenenza di Acqui Terme. Le sue censure si sono concentrate in particolare sull’operato del tenente Rocca, il quale, secondo la versione consolidatasi nelle carte giudiziarie, dopo aver racimolato tre uomini si sarebbe lanciato in una azzardata perlustrazione tra ruderi e cascine della zona. Sortita che culminò sul cortile della cascina Spiotta, quando la pattuglia insospettita dalla presenza di due auto e da rumori provenienti all’interno bussò alla porta, innescando (ancora oggi le versioni su su chi abbia esploso i primi colpi sono contrastanti) il sanguinoso conflitto a fuoco.
Sechi ha spiegato che il nucleo speciale avrebbe agito in tutt’altro modo: accerchiando la zona, controllandola a distanza con uomini camuffati e apparecchi fotografici per identificare gli occupanti, seguirli e catturarli quando sarebbero usciti singolarmente. Solo in seguito, e con tutte le precauzioni del caso, si sarebbe proceduto a un’eventuale irruzione: precauzioni che sarebbero mancate nella “sconsiderata sortita” di Rocca. Il generale Sechi ha negato di aver avuto informazioni, il giorno prima della sparatoria, riguardo a irregolarità nei documenti d’identità usati per l’acquisto della cascina Spiotta. Ha anche negato che qualcuno dei suoi uomini si fosse recato a Canelli, luogo del rapimento di Vallarino Gancia da parte delle Br. Incalzato dalle difese e messo di fronte all’ispezione giudiziale del 20 giugno (con la sua firma in calce insieme a quella del pm titolare dell’indagine) in cui fu trovato un bossolo dell’arma dei carabinieri accanto al corpo della Cagol, documento richiamato dal legale di Curcio, l’avvocato Vainer Burani, Sechi ha detto di non ricordare l’episodio e di non sapere il motivo di quelle ricerche a distanza di 15 giorni: «dovete chiederlo al pm, non a me» – ha replicato con fare indispettito.

Non ricordo, dinieghi imbarazzanti e versioni contrapposte
Un atteggiamento increscioso quella tenuto dal generale in congedo che tra non ricordo e dinieghi aggressivi ha opposto una difesa a riccio. A supportare questa posizione è intervenuta la deposizione del colonnello Seno, suo collega nel nucleo speciale. Sebbene abbia ammesso (smentendo quanto aveva appena detto Sechi) di essersi portato nella caserma di Canelli nel tardo pomeriggio del 4 giugno, dopo l’arresto di Massimo Maraschi sospettato di essere coinvolto nel rapimento, ha ostinatamente sconfessato le affermazioni del suo sottoposto dell’epoca, il vicebrigadiere Bosso. Quest’ultimo, invece, ha ricostruito in modo dettagliato la sequenza logica dei loro movimenti sul posto: l’arrivo nella caserma di Canelli per interrogare Maraschi già all’attenzione del nucleo speciale, il sopraggiungere della notizia che nella zona di Acqui Terme era stato rinvenuto il furgone abbandonato dai rapitori di Gancia nel primo tratto di fuga, lo spostamento nella caserma di Acqui dove apprese di una indagine catastale di circa 15 giorni prima che aveva rilevato la natura fittizia dei documenti d’identità usati per l’acquisto della Spiotta. Si trattava di una tecnica d’indagine adottata dagli uomini di Dalla Chiesa per smantellare la logistica brigatista.

La cerimonia che interruppe l’indagine
Bosso ha descritto con nitidezza la cartellina gialla dove erano riposti i fogli dell’indagine. Ha poi spiegato che, ricevuta l’informazione, con un carabiniere del posto (Lucio Prati) si recò subito a effettuare una perlustrazione a distanza della Spiotta, osservandola da un’altra cascina a circa 200 metri, per poi rientrare a Canelli in tarda serata, interrogare Maraschi “fino a estenuarlo” e tornare a Torino nella notte. Seno ha negato che tutto ciò sia avvenuto, sostenendo che Bosso si fosse confuso col giorno successivo. Tuttavia, di fronte alla contestazione dell’avvocato di Moretti, Francesco Romeo, riguardo l’inutilità di un sopralluogo la sera del 5 giugno, a sparatoria avvenuta e morti sul terreno, Seno è rimasto in silenzio.
A questo punto è emersa un ulteriore sconcertante circostanza: secondo Bosso, dal comando centrale di Torino sarebbe giunta l’indicazione di sospendere l’indagine e rientrare, perché il mattino successivo era prevista una cerimonia per la festa dell’Arma, durante la quale diversi membri del nucleo (che avevano partecipato all’arresto di Curcio e Franceschini l’8 settembre 1974) dovevano essere premiati. L’attività operativa sarebbe ripresa nel pomeriggio del 5. Questa circostanza, concordata tra il tenente Rocca e il colonnello Seno secondo Bosso, è stata negata da Seno.

Il confronto negato e i punti fermi emersi dall’udienza
I pubblici ministeri, che non hanno lesinato domande per appurare i fatti, hanno chiesto un confronto tra Seno e Bosso, ritenendo che uno dei due stesse mentendo o non ricordando correttamente. La corte, tuttavia, ha respinto la richiesta, ritenendola superflua. Una decisione che non aiuta la chiarezza ma sembra voler tutelare l’apparato.
La mattina successiva è avvenuto il fatto drammatico con l’improvvida decisione di Rocca che, all’insaputa del Nucleo, ha deciso di partire con una sua pattuglia alla volta della Spiotta per condurre un’ispezione culminata nello scontro a fuoco. I membri del nucleo speciale, secondo le testimonianze in aula di Bosso e Pedini Boni, altro ex carabiniere del nucleo speciale, sarebbero giunti sul posto solo nel primo pomeriggio, a disastro avvenuto.
Le testimonianze non hanno chiarito l’esistenza di una scala gerarchica tra nucleo speciale e sezioni territoriali in caso di indagini per terrorismo, lasciando irrisolto chi dovesse prendere in mano le operazioni e stabilire tempi e modi dell’inchiesta. Il capitano Aragno (caserma di Canelli) e il vicebrigadiere Villani (polizia giudiziaria della procura di Acqui) hanno risposto che le indagini erano state subito prese in carico dal nucleo speciale, alimentando un infinito “scaricabarile”.
Nonostante ciò, l’udienza ha fissato dei punti fermi importanti: si è compreso che il vero arcano della vicenda ruota attorno alle circostanze dell’uccisione di Margherita Cagol.
Le dichiarazioni del carabiniere Villani sulle perplessità del medico che condusse l’autopsia riguardo alla versione ufficiale della sua morte, i dubbi e le domande poste all’appuntato Barberis (che disse di averle sparato a distanza mentre evitava la Srcm lanciata da Azzolini) e l’incredulità degli altri colleghi rispetto a questo racconto, hanno ulteriormente incrinato la versione data per vera sulla sua morte.

Chi è dalla parte della verità?
I punti oscuri, le reticenze, i silenzi, le indagini carenti (i bossoli esplosi dai carabinieri scomparsi e le loro armi mai periziate), e il silenziamento della vicenda, inducono a pensare che l’atteggiamento tenuto dai diversi corpi dell’Arma sia stata la diretta conseguenza delle modalità con cui venne uccisa la Cagol. Con le sue dichiarazioni il brigatista Azzolini ha riempito uno dei tasselli mancanti di quella giornata, compiendo un passo chiarificatore verso la verità. A distanza di 50 anni i carabinieri sollevano ancora cortine fumogene, fuggendo le loro responsabilità. A cosa serve questo processo, a comminare i soliti ergastoli ai brigatisti, colpevoli a priori, o a cercare la verità fino in fondo sull’accaduto?

Prove fatte sparire per coprire la verità sulla morte di Cagol

Le anomalie delle indagini sulla sparatoria alla cascina Spiotta. Dalle carte del nuovo processo sui fatti di 50 anni fa nuove circostanze sconcertanti: la pistola dell’appuntato D’Alfonso ritrovata per caso, giorni dopo, nel baule di una delle auto dei carabinieri giunte sul posto. E poi i bossoli esplosi dai militari dell’Arma: tutti spariti, tranne i 5 attribuiti al carabiniere ucciso

Dalle carte del nuovo processo sulla sparatoria alla cascina Spiotta del 5 giugno 1975, che si è aperto davanti la corte d’assise di Alessandria, emergono sempre più circostanze sconcertanti. La volta scorsa abbiamo raccontato del bossolo calibro nove in dotazione all’arma dei carabinieri ritrovato quindici giorni dopo il conflitto a fuoco «nei pressi del luogo ove giaceva il cadavere» di Mara Cagol. Bossolo mai repertato, mai sottoposto a perizia e subito scomparso dall’indagine.

La pistola sottratta dalla luogo della sparatoria
Oggi ci occupiamo della Beretta 34 dell’appuntato Giovanni D’Alfonso, deceduto per le ferite riportate nello scontro fuoco avuto con Mara Cagol, dopo averla sorpresa alla spalle. L’arma non fu mai correttamente repertata, venne ritrovata casualmente alcuni giorni dopo la sparatoria nel baule di una delle vetture dei carabinieri giunte sul posto. Fu tolta dalle mani di D’Alfonso, quando era ancora a terra ferito, prima che arrivassero gli esperti della scientifica per i rilievi di rito. A riferirlo è il maresciallo Domenico Palumbo, ascoltato dai pubblici ministeri il 15 febbraio 2023: «lo dopo cinque o sei giorni, lavando la macchina di servizio, nel baule ho trovato la pistola di D’Alfonso (…) Prati mi spiegava che nella confusione aveva preso la pistola e l’aveva messa nel baule della macchina di servizio, dove l’ho trovata (…) Quando ho trovato la pistola di D’Alfonso sull’auto di servizio ho protestato vivacemente con Prati, quasi volevo picchiarlo, perché avrebbe dovuto lasciare la pistola dove l’avevano trovata, o almeno dirlo che era stata messa in macchina (…) Lui, che era giovane, si mise a piangere giustificandosi che era confuso ed aveva fatto un errore. lo ricordo di aver preso la pistola e di averla consegnata, credo, al Maresciallo Barreca, o forse al Capitano Sechi …». I carabinieri del Ros che hanno condotto la nuova indagine minimizzano l’episodio, cercando attenuanti per giustificare la condotta del brigadiere Prati, uno dei quattro carabinieri che erano presenti quando Bruno Pagliano, che abitava accanto alla Spiotta, vide Mara Cagol ancora viva ma agonizzante. Per il Ros il comportamento di Prati troverebbe giustificazione nel fatto che «le tecniche di repertamento che oggi sono alla base dell’addestramento di ogni Carabiniere negli anni ’70 erano molto meno conosciute ed applicate».

I bossoli scomparsi
Un tentativo maldestro di giustificazione perché all’anomalia della pistola di D’Alfonso, sottratta dalla scena della sparatoria, si aggiunge la scomparsa di tutti i bossoli esplosi dai carabinieri, salvo i cinque attribuiti a D’Alfonso. Sempre il maresciallo Palumbo fornisce ulteriori dettagli sulla dinamica dell’intervento dei carabinieri e spiega che tra il suo arrivo e la liberazione di Gancia all’interno della cascina erano trascorsi almeno venti minuti: «Sono arrivato sul posto della sparatoria pochi minuti dopo. C’era per terra la mano del tenente Rocca e una macchia di sangue dell’app. D’Alfonso che era stato portato via in ambulanza da poco.(…) C’erano due porte chiuse e ne abbiamo sfondato una perché pensavamo che all’interno vi fossero ancora delle persone. In quel momento eravamo in tre: io; il carabiniere Regina e il brig. Prati. (…) Devo dire che avevamo sentito qualcuno che invocava aiuto e diceva di essere Gancia, io ho seguito la direzione da cui provenivano le invocazioni d’aiuto, ho trovato una porticina che era chiusa dall’esterno, l’ho aperta ed è uscito il Dott. Gancia che mi ha abbracciato (…) Noi in un primo tempo non pensavamo che fosse Gancia, anche perché eravamo lì da circa venti minuti e questo non si era sentito».

Un vuoto di mezz’ora

Se Prati e Regina erano giunti a sparatoria appena terminata (i due raccontano di aver scorto Barberis all’inizio della boscaglia dove aveva rincorso Azzolini), e Palumbo poco dopo, quanto tempo era trascorso dalla fine del conflitto fuoco? Mezz’ora, poco più? Che cosa è accaduto in quel lasso di tempo? Quali sono stati i movimenti dei presenti? E’ in quel frangente che si situa l’uccisione della Cagol. Oltre a presidiare il suo corpo e portare soccorso ai feriti, cos’altro hanno fatto i carabinieri presenti? Le indagini svolte fino ad ora non hanno ricostruito questi momenti.
Barberis afferma di aver scaricato per intero il suo caricatore (almeno cinque dei suoi colpi sono finiti sulle macchine dei due brigatisti in fuga), tanto che dichiara di essersi spostato verso D’Alfonso per rifornirsi di proiettili. L’arma di D’Alfonso è ritrovata giorni dopo vuota ma a terra vengono recuperati cinque bossoli a lui attribuiti. Cattafi dice di aver esploso due colpi. Azzolini scrive nel memoriale di aver sentito esplodere, dopo circa cinque minuti dalla sua fuga, «uno forse due colpi secchi, poi due raffiche di mitra». Secondo il Ros «Gli spari erano ovviamente quelli dei carabinieri che, prima di fare irruzione nel cascinale, lanciavano lacrimogeni e sparavano raffiche di mitra e nulla avevano a che fare con l’esecuzione di Cagol Margherita». Secondo il maresciallo Palumbo però l’irruzione avviene molto dopo la fuga del secondo brigatista, venti minuti almeno. Al netto di queste contraddizioni, tutte da risolvere, resta che sono stati esplosi davanti e intorno alla cascina oltre venti colpi (14-16 solo dalle pistole dei carabinieri) e forse molti di più considerando il volume di fuoco delle raffiche di mitra. Non è credibile che siano stati repertati solo i cinque bossoli attribuiti a D’Alfonso. Una certa percentuale va sempre persa ma non coincide mai con la totalità dei colpi, per giunta in un’area ispezionabile.

Inchiesta silenziata per tutelare la versione ufficiale sulla morte della Cagol
Questo è un’altro dei quesiti fondamentali a cui il processo dovrà rispondere se vorrà essere credibile. Perché sono spariti i bossoli dei carabinieri (eccetto i cinque di D’Alfonso) e sono rimasti solo quelli dei brigatisti? Non certo per facilitare quel «patto di non belligeranza», come lo ha definito il figlio dell’appuntato deceduto, Bruno D’Alfonso, che oggi prenderà la parola al Quirinale nel corso della rituale giornata della memoria dedicata alle vittime del terrorismo e che quest’anno ha scatenato mugugni e polemiche, perché sono state messe in secondo piano le vittime della stragi fasciste e di Stato (forse l’errore è aver designato come data il 9 maggio anziché il 12 dicembre, ma sembra un po’ tardi per lamentarsene).
La tesi del «patto» va ormai di moda, Bruno D’Alfonso l’ha ripresa dalla vicenda Moro per dare una risposta al mancato esito delle indagini sulla sparatoria. Ma non regge: le Br hanno da subito denunciato le modalità di uccisione della loro militante. Fino alla sua morte non avevano ancora concepito azioni mortali. Un anno dopo, l’8 giugno 1976 (inizialmente l’azione doveva coincidere con l’anniversario della sua morte) colpirono il procuratore generale di Genova Francesco Coco, che aveva fatto saltare la scarcerazione dei prigionieri della XXII ottobre concessa in cambio della liberazione del giudice Sossi, catturato dalle Br il 18 aprile del 1975. Subirono anche molti arresti: quindici giorni dopo i fatti della Spiotta furono presi Casaletti e Zuffada nella base di Baranzate di Bollate, qualche mese dopo a Milano, il 16 gennaio 1976, in una retata vennero catturati Curcio (marito della Cagol), Mantovani e altri brigatisti. Nel marzo successivo alla stazione centrale di Milano fu preso e quasi ucciso con un colpo sotto l’ascella, Giorgio Semeria. Se si è fatto di tutto per ripulire la scena da prove compromettenti e smorzare le indagini sulla sparatoria, questo è avvenuto per tutelare la versione ufficiale sulla morte della Cagol e tenere lontani occhi indiscreti sulle circostanze poco chiare: il vero arcano del nuovo processo in corso.

La morte di Mara Cagol e il bossolo scomparso

Paolo Morando, ilT 30 aprile 2025

Al processo per i fatti della Cascina Spiotta, ieri alla terza udienza in Corte d’assise ad Alessandria, è stato il giorno dei primi testimoni. Era infatti in programma l’audizione di Bruno D’Alfonso, il figlio dell’appuntato dei carabinieri Giovanni rimasto ucciso nella sparatoria del 5 giugno 1975 contro le Brigate Rosse che, sulle colline di Acqui Terme, tenevano sequestrato l’imprenditore Vittorio Vallarino Gancia. Un conflitto a fuoco in cui cadde anche la trentina Margherita Cagol, nome di battaglia “Mara”, che era alla guida del nucleo brigatista. Ma è proprio la sua morte, di per sé non oggetto del processo, ad avere ieri tenuto banco. In aula e non solo.

Al processo per i fatti della Cascina Spiotta, ieri alla terza udienza in Corte d’assise ad Alessandria, è stato il giorno dei primi testimoni. Era infatti in programma l’audizione di Bruno D’Alfonso, il figlio dell’appuntato dei carabinieri Giovanni rimasto ucciso nella sparatoria del 5 giugno 1975 contro le Brigate Rosse che, sulle colline di Acqui Terme, tenevano sequestrato l’imprenditore Vittorio Vallarino Gancia. Un conflitto a fuoco in cui cadde anche la trentina Margherita Cagol, nome di battaglia “Mara”, che era alla guida del nucleo brigatista. Ma è proprio la sua morte, di per sé non oggetto del processo, ad avere ieri tenuto banco. In aula e non solo.
In apertura di dibattimento, sono stati infatti depositati agli atti del processo gli esami autoptici sul corpo della brigatista. Lo ha fatto Vaimer Burani, legale di Renato Curcio (che di Cagol era all’epoca il marito): esami che dimostrano come la donna sia stata uccisa daun colpo di pistola sparato da un’arma in dotazione ai carabinieri, una pistola Beretta calibro 9. E fin qui nulla di misterioso. Ma da quale carabiniere? E in quali circostanze precise? Il relativo bossolo venne anche repertato, lo dimostra un verbale che pure sta agli atti: curiosamente, però, era stato ritrovato solo diversi giorni dopo la sparatoria (il 20 giugno), alla presenza del procuratore della Repubblica Lino Datovo, che aveva disposto l’ulteriore ricerca. E stava proprio vicino a dove si trovava il corpo senza vita della donna: dunque, uno sparo esploso da vicino. Quel bossolo però mai venne consegnato ai periti. E da allora le sue tracce si sono perdute.
Quel misterioso bossolo promette insomma di scompaginare nuovamente il processo in corso ad Alessandria. Già la seconda udienza, un mese fa, aveva riservato infatti un inatteso colpo di scena, con l’ex brigatista Lauro Azzolini che, attraverso dichiarazioni spontanee, aveva ammesso di essere stato presente quel giorno con Cagol alla Spiotta. E quindi di essere lui quel misterioso “fuggitivo” che era riuscito a evitare l’arresto scappando nei boschi dopo la sparatoria. Affermazioni che hanno in gran parte svuotato di senso il dibattimento in Corte d’assise, che mirava appunto a identificarlo.
L’inchiesta della Procura di Torino, riaperta dopo un esposto proprio di Bruno D’Alfonso, aveva portato a numerosi elementi contro Azzolini, soprattutto provenienti da intercettazioni telefoniche (gran parte delle quali peraltro non ammesse dalla Corte). Alla sbarra, assieme a lui, con l’accusa di concorso morale nell’omicidio dell’appuntato, figurano però anche Mario Moretti e Renato Curcio, leader storici delle Br, per via del “ruolo apicale” ricoperto all’epoca nell’organizzazione: quel giorno alla Spiotta, è noto, non erano presenti. E proprio Curcio, nei mesi dell’inchiesta, aveva più volte rilanciato la questione della morte della moglie, anche depositando una memoria.
Si diceva però che quel misterioso bossolo ha tenuto banco non solo in aula. Ieri infatti “l’Unità”, con un ampio articolo a firma di Paolo Persichetti, ha ripercorso la vicenda, scrivendo tra l’altro così: «Alle 12,30 di quel 20 giugno le operazioni, ancora senza esito, vennero sospese per riprendere alle 17 con l’assistenza del capitano dei carabinieri Giampaolo Sechi, in forza al nucleo speciale di polizia giudiziaria sotto il comando del generale Dalla Chiesa e del carabiniere Renzo Colonna che disponeva di un apparecchio rivelatore di metalli. L’ispezione veniva nuovamente interrotta a causa di un violento temporale per riprendere verso le 19. È in quel momento che accanto al luogo dove era stato ritrovato il cadavere di Margherita Cagol viene rinvenuto il bossolo calibro 9 in dotazione ai carabinieri. Tuttavia a causa della fangosità del terreno e dello scarsorendimento dell’apparecchio rivelatore, “in siffatte condizioni”, le operazioni vengono sospese alle 19,30 e rinviate alle 16,00 del 23 giugno successivo. Il proiettile rinvenuto non arriverà mai sul tavolo del perito, da quel momento scompare dalle indagini. Perché?».
È una domanda che, nel corso dello svolgimento dell’inchiesta da parte della Procura, è stata costantemente elusa. Eppure è una domanda legittima. Quel bossolo, è l’ipotesi (profilata nella stessa autopsia), potrebbe essere quello del proiettile sparato a bruciapelo e da vicino contro Cagol che, già ferita e a mani alzate, si era arresa ai carabinieri. Lo scenario insomma di un’esecuzione a freddo, su cui da sempre si discute e ci si divide, ma che mai è stato approfondito per via giudiziaria. Non è detto che ora il nodo possa essere sciolto: benché siano state calendarizzate udienze fino al prossimo dicembre, il processo verte infatti su altro. Ma l’ombra sulla morte di Margherita Cagol è comunque il convitato di pietra in Corte d’assise ad Alessandria.
Tornando alla deposizione di D’Alfonso figlio, va detto che lui stesso ieri ha fatto riferimento ai molti misteri che avvolgono la vicenda. Ad esempio, ha parlato di una sorta di “consiglio” dato da Dalla Chiesa a Vittorio Vallarino Gancia: «Andò in carcere a Cuneo per cercare di riconoscere le voci dei brigatisti che lo avevano rapito e ne riconobbe una, ma il generale Dalla Chiesa gli disse di non dire nulla. Come se ci fosse stato un patto di non belligeranza tra lo Stato e il terrorismo».

Processo Spiotta, riappare il bossolo dei carabinieri che prova l’esecuzione di Mara Cagol

C’è un bossolo fantasma, trovato e poi inspiegabilmente scomparso, tra le carte del nuovo processo che si è aperto davanti la corte di assise di Alessandria per la sparatoria del 5 giugno 1975 alla cascina Spiotta, in località Arzello di Acqui Terme. Si tratta di «un bossolo calibro 9, fabbricazione 70, appartenente ad un proiettile in dotazione dei Carabinieri: Beretta cal. 9», che può riscrivere per intero le circostanze della uccisione di Margherita Cagol, una delle fondatrici delle Brigate rosse, avvenuta quella mattina sulla collinetta antistante la cascina.

La morte di Mara Cagol, olio su tela di Ruggero Lenci

L’improvvida sortita dei carabinieri della stazione di Aqui Terme
Nella tarda mattinata del 5 giugno un conflitto a fuoco oppose i due brigatisti che trattenevano Vallarino Gancia, sequestrato il giorno precedente dalla colonna torinese delle Brigate rosse, e una pattuglia dei carabinieri giunta sul posto per ispezionare il casolare. Una decisione incauta, dettata forse da spirito di concorrenza con i carabinieri del nucleo speciale che stavano indagando sul sequestro. Piero Bosso, appartenente al nucleo speciale e originario della zona ha riferito durante le nuove indagini, in una deposizione del 24 febbraio 2022, che a seguito di un controllo catastale erano emerse discordanze anagrafiche sulla nuova acquirente della cascina Spiotta, tale Marta Caruso, identità utilizzata da Margherita Cagol per l’acquisto del rustico. Da tempo i carabinieri di Dalla Chiesa conducevano indagini sui rogiti catastali più recenti perché avevano capito che i brigatisti acquistavano o affittavano immobili con documenti falsi. La cascina era dunque sotto osservazione da un paio di settimane, il sequestro di Vallarino Gancia e l’arresto di Massimo Maraschi, uno dei componenti del gruppo di rapitori che si dichiarò subito prigioniero politico, avevano convinto gli investigatori di Dalla Chiesa già dal pomeriggio del 4 giugno che bisognasse intervenire sulla cascina. La festa dell’arma del successivo 5 mattina ritardò l’intervento, a questo punto il tenente Umberto Rocca, della tenenza di Aqui Terme, volle anticipare tutti con una improvvida iniziativa che terminò in tragedia.

La nuova perlustrazione del 20 giugno
Il reperto è «rinvenuto nei pressi del luogo ove giaceva il cadavere della Cagol Margherita», così recita il verbale di ritrovamento stilato il 20 giugno 1975, ovvero 15 giorni la tragica sparatoria e la liberazione di Gancia. Colpiscono le due settimane di distanza che separano la nuova ispezione giudiziale dal momento della sparatoria e delle successive indagini e rilievi condotti davanti e dentro il casolare. Quindici giorni dopo il conflitto a fuoco e la liberazione dell’ostaggio si erano tenute delle importanti elezioni regionali. Il risultato fu un clamoroso smacco per la Dc mentre forte era stata l’avanzata del Pci che si distanziò di soli 500 mila voti dal partito di governo, conquistando ben sette regioni compreso il Piemonte. Forse fu la sorpresa politica per quanto avvenuto a rallentare le indagini, o forse altro, fatto sta che solo quel successivo 20 giugno il procuratore della repubblica Lino Datovo si recò nuovamente sul posto per procedere all’esame del terreno circostante la cascina alla ricerca di eventuali reperti non ritrovati in precedenza. La decisione fa comunque riflettere perché le autopsie dei corpi di Margherita Cagol e del carabiniere Giovanni D’Alfonso, erano avvenute il 6 e l’11 giugno precedente. Già il 12 giugno i reperti balistici rinvenuti, le armi sequestrate ai due brigatisti, alcuni bossoli, proiettili e frammenti di proiettile e delle bombe Srcm lanciate, erano stati inviati al perito designato dalla procura per gli esami e le comparazioni di rito. Forse erano sorti dei dubbi e quali?

I bossoli esplosi dall’appuntato D’Alfonso
Almeno due carabinieri avevano testimoniato di aver sparato, ma nessun bossolo esploso dalle loro pistole era stato repertato. Il maresciallo Rosario Cattafi ha raccontato di aver tirato almeno due colpi contro la finestra dove si era affacciata Cagol, immediatamente dopo il lancio della prima Srcm, una bomba a mano di origine italiana dalle caratteristiche poco letali (concepita soprattutto per disorientare il nemico, l’effetto è quello di un grosso petardo), in direzione del tenente Umberto Rocca da parte del giovane che si era sporto sull’uscio della cascina, ma nessun bossolo risulta rinvenuto nella zona antistante. Dopo aver sparato Cattafi corse in aiuto di Rocca col gomito tranciato dalla esplosione dell’ordigno per trascinarlo via.
L’appuntato Pietro Barberis, l’altro carabiniere rimasto di copertura sulla stradina di accesso alla cascina, affermò di aver scaricato l’intero caricatore contro la donna in due momenti diversi e successivamente contro l’uomo in fuga tra i cespugli del bosco sottostante, ma nessun bossolo è mai stato segnalato.
Del terzo carabiniere, l’appuntato D’Alfonso, si erano ritrovati accanto al luogo dove era rimasto gravemente ferito cinque bossoli esplosi da un’arma in dotazione ai carabinieri. Stranamente il procuratore non aveva chiesto di effettuare comparazioni con le pistole dei militi operanti, ma soltanto con le armi attribuite ai due brigatisti. Sarà la logica a ricondurre i cinque bossoli calibro nove corto (in dotazione ai carabinieri), insieme al fatto che dalla sua arma erano stati esplosi gran parte dei colpi, ad attribuirgli quei bossoli. Parlare di una indagine lacunosa è dire poco.

Il ritrovamento del bossolo che uccise Mara Cagol

Alle 12,30 di quel 20 giugno le operazioni, ancora senza esito, vennero sospese per riprendere alle 17 con l’assistenza del capitano dei carabinieri Giampaolo Sechi, in forza al nucleo speciale di polizia giudiziaria sotto il comando del generale Dalla Chiesa e del carabiniere Renzo Colonna che disponeva di un apparecchio rivelatore di metalli. L’ispezione veniva nuovamente interrotta a causa di un violento temporale per riprendere verso le 19. E’ in quel momento che accanto al luogo dove era stato ritrovato il cadavere di Margherita Cagol viene rinvenuto il bossolo calibro 9 in dotazione ai carabinieri. Tuttavia a causa della fangosità del terreno e dello scarso rendimento dell’apparecchio rivelatore, «in siffatte condizioni», le operazioni vengono sospese alle 19,30 e rinviate alle 16,00 del 23 giugno successivo. Il proiettile rinvenuto non arriverà mai sul tavolo del perito, da quel momento scompare dalle indagini. Perché?

Il tiro a segno contro Cagol e la sua esecuzione
Eppure la posizione del bossolo associato ai risultati della perizia autoptica sul corpo della Cagol ci rivelano le modalità della sua morte: uccisa da un colpo tirato a breve distanza quando aveva le braccia alzate in segno di resa. Una ricostruzione che coincide con il racconto fatto nel memoriale scritto tempo dopo da Lauro Azzolini che in aula ha confermato di aver visto per l’ultima volta «Mara» ancora viva, ferita a un braccio, seduta a terra con le mani levate in aria in segno di resa.
Quel bossolo scomparso e l’autopsia condotta dal professor La Cavera dicono chiaramente che Cagol subì un’esecuzione con un colpo singolo esploso a distanza molto ravvicinata sotto l’ascella sinistra con uscita su quella destra, «con andamento pressoché orizzontale lievemente dall’avanti all’indietro» e morte pressoché istantanea. Dinamica che smentisce la ricostruzione ufficiale fornita dall’appuntato Barberis che disse di aver ucciso la donna sparandole a distanza di almeno dieci-quindici metri, mentre si gettava in avanti per ripararsi dal terzo lancio di una Srcm da parte dell’altro brigatista che era accanto a Cagol. Il colpo mortale è tirato da sinistra mentre Barberis, che sostiene di essersi spostato verso la cascina per riarmare la sua pistola, a quel punto era posizionato sul lato destro della donna, più in alto. Il colpo mortale è tirato a distanza di qualche minuto dai precedenti: il primo esploso con tutta probabilità dall’appuntato D’Alfonso, il secondo dall’appuntato Barberis che centra due volte la 128 dove era salita Cagol: prima sul pneumatico e poi sullo sportello anteriore destro, all’altezza della maniglia. Il proiettile trapassa la carrozzeria e colpisce l’avambraccio destro della donna che urta il cambio ritrovato macchiato insieme al coprisedile da tracce di sangue. Cagol esce dalla macchina con le mani alzate, la sua arma, una Browing 7,65 verrà ritrovata accanto allo sportello completamente scarica.

Il duello con l’appuntato D’Alfonso
Cagol e D’Alfonso si affrontarono all’altezza del porticato situato sul lato destro dell’edificio dove erano diretti i brigatisti in fuga per raggiungere le macchine. L’appuntato che stava sbirciando nelle auto in sosta era rimasto leggermente ferito a una coscia da una piccola scheggia metallica proveniente dalla seconda Srcm tirata a casaccio da Azzolini. Prova a impedire la fuga dei due sorprendendo la donna alle spalle. Il suo colpo ferisce superficialmente Cagol sul dorso, senza penetrare «nella regione destra all’altezza della decima costola» (zona del rene). La donna voltandosi reagisce colpendolo una prima volta alla spalla destra. Il proiettile trapassante si fermerà nel cavo toracico. La perizia darà conferma che era stato esploso dalla Browing della Cagol. Un colpo che secondo il perito non impedisce a D’Alfonso di rispondere al fuoco. Lo scambio ravvicinato tra i due è drammatico e si conclude con un altro colpo che centra D’Alfonso alla testa, ferendolo gravemente. Morirà sei giorni dopo. La perizia stabilirà che «entrambi i colpi sonno stati esplosi da distanza ravvicinata: nell’ordine di pochi metri».

Chi ha ucciso Mara Cagol?
Un contadino del posto, Bruno Pagliano, che stava lavorando la terra in un terreno confinante dopo gli spari si avvicinò alla cascina. Riuscì a vedere il corpo agonizzante di Margherita Cagol prima di essere bruscamente allontanato da un carabiniere armato di mitra. Si trattava di uno dei membri della pattuglia chiamata in rinforzo da Barberis. La sua è una testimonianza importante poiché fotografa la situazione negli ultimi momenti di vita della Cagol. Sul posto c’erano cinque carabinieri della stazione di Aqui Terme: Cattafi e Barberis, D’Alfonso ferito a terra mentre Rocca era stato portato in ospedale, e i sopraggiunti Lucio Prati e Stefano Regina. Oggi nessuno di loro è più in vita. Fantasmi come il proiettile scomparso.

Via Fani, «Azzolini parlava di Morucci non di Moroni», è secca la smentita dell’altro ex Br intercettato dalla procura di Torino

Antonio Savino è un ex operaio Fiat e vecchio compagno di militanza di Lauro Azzolini all’interno della colonna Walter Alasia delle Brigate rosse, arrestato anch’egli nella operazione del 1 ottobre 1978 che decapitò la colonna milanese. Quarantacinque anni dopo, la mattina del 17 marzo 2023, era presente in casa di Azzolini quando questi veniva sottoposto a intercettazione da parte della procura di Torino, nell’ambito della nuova inchiesta sulla sparatoria alla cascina Spiotta del 5 giugno 1975 e che ha portato all’apertura di un nuovo processo davanti la corte d’assise di Alessandria. Savino smentisce categoricamente che nel corso della conversazione captata Azzolini si sia mai riferito a persona diversa da Valerio Morucci.

L’intercettazione del 17 marzo 2023
Una informativa del Ros di Torino del 21 marzo 2023 riporta stralci delle conversazioni tra i due, intercettate tramite captatore inoculato nel telefonino di Azzolini. L’attività investigativa e l’intercettazione ambientale realizzata quella mattina è stata dichiarata illegittima dalla corte d’assise nell’ultima udienza dell’11 marzo scorso. I giudici hanno riconosciuto che tutte le sue conversazioni captate dal 14 febbraio al 15 maggio 2023 erano illegali perché avvenute quando ancora il gip non si era pronunciato sulla riapertura delle nuove indagini. Un riconoscimento limitato e tardivo dell’abuso, ma pur sempre significativo poiché ha aperto scorci inquietanti sulle forzature realizzate nel corso dell’indagine. L’intercettazione aveva attirato l’attenzione dei carabinieri perché nel corso del dialogo con Savino, Azzolini lasciava intendere di aver preso parte allo scontro a fuoco del 5 giugno 1975. Ma la ragione per cui l’informativa è stata ripresa su alcuni giornali è un’altra: secondo i carabinieri Azzolini rivelava la presenza in via Fani di un nome nuovo mai implicato nelle indagini sul sequestro Moro.

La crisi di coscienza di Bonisoli
Come scrivono gli stessi estensori dell’informativa, l’audio è pessimo. Le voci sono disturbate dal volume della televisione e spesso giungono deformate oltre al fatto che in alcuni momenti Azzolini sussurra le sue frasi e il suo racconto è infarcito di anacoluti. I due stanno rievocando alcuni episodi della loro passata militanza nella lotta armata. In particolare Azzolini evoca alcune rapine di autofinanziamento condotte dalle Brigate rosse dopo i fatti della Spiotta, in una delle quali ci fu un ferito tra i brigatisti e un’altra dove venne catturata Paola Besuschio, a causa di una incertezza commessa – si racconta sempre nell’audio – da «Franco». Franco sarebbe Franco Bonisoli di cui Azzolini sta accennando le ragioni del tormento interiore che hanno poi suscitato una sua successiva «crisi» di coscienza. Bonisoli si sarebbe recato a casa di Azzolini per confidarsi, siamo al minuto 1,33 dell’audio. Stiamo parlando – come si evince dalla logica del temporale del racconto – di un periodo successivo all’arresto di Besuschio, avvenuto ad Altopascio, una località della Toscana, il 30 settembre 1975, e dell’azione di via Fani, a cui lo stesso Bonisoli aveva partecipato. A tormentare Bonisoli è la morte dell’agente di polizia Raffaele Iozzino, con cui aveva avuto uno scambio a fuoco. Iozzino è l’unico poliziotto della scorta di Moro che è riuscito a rispondere al tiro dei brigatisti prima di essere ucciso.

Morucci, Gallinari e Fiore in via Fani
L’inciso pronunciato immediatamente dopo la frase; «poi dopo viene a casa… eh!», ovvero: «Matteo era così», riferito a Morucci, più volte citato nell’audio, che aveva come nome di battaglia «Matteo», è un’anticipazione di quel che Azzolini dirà poco dopo sul ruolo centrale avuto da Valerio Morucci nell’azione di via Fani. Linguisticamente parlando si tratta di una catafora. Al minuto 1,44 riporta invece le parole di Bonisoli: «dice “ma dopo mi ha tirato ho fatto cosi …(inc.)… quello che la stava scappando ho preso ma quando…”». Frase che fotografa un momento cruciale di quel che avvenne in via Fani: la reazione di Iozzino che esplose dei colpi in direzione di Bonisoli e la replica di quest’ultimo. Circostanza che per altro si dimostra una ulteriore smentita intrinseca delle teorie dietrologiche sul tiratore da destra. Il passaggio che ci interessa avviene al minuto 1,47, quando Azzolini sta ancora parlando del comportamento di Morucci. Il sonoro restituisce un nome, «è stato Moroni… a dire a …(inc.)…», nome che appare per la prima e unica volta in tutta l’intercettazione. La logica del discorso appena avviato e quanto verrà detto poco più avanti fanno intuire che la persona indicata per errore col nome di Moroni era, in realtà, Morucci. Intuibile è il riferimento alla sua testimonianza: «Va bene i compagni…… Gallo… e Fiore a un certo punto si inceppano… si inceppano… non c’avevano le pistole …(parole inc.) le pistole Dio can. Morucci cazzo… che era uno che sapeva usarlo… quando ha visto i compagni a terra ha cominciato a spazzolare anche dalle altre parti». «Gallo» era Prospero Gallinari, «Fiore», Raffaelle Fiore, membro della colonna torinese sceso per sostenere, insieme a Franco Bonisoli, i componenti romani della brigata della «Contro» che organizzarono il sequestro e presero parte all’assalto di via Fani. Azzolini, non c’era quel 16 marzo 1978, questo spiega alcune inesattezze presenti nel suo racconto: tutti i membri del commando avevano la loro pistola personale, sia Gallinari che Bonisoli la utilizzarono come hanno provato le stesse perizie balistiche.

La forzatura interpretativa
«Moroni» non corrisponde ad alcun nome presente nelle Brigate rosse. I carabinieri per risolvere l’enigma si sono abbandonati a una forzatura interpretativa decidendo di attribuirlo a Giorgio Moroni. Una scelta che ha una logica facilmente decifrabile e che nulla c’entra con via Fani. Con Giorgio Moroni i carabinieri di Dalla Chiesa, di cui i Ros sono l’attuale eredità info-investigativa, hanno avuto in passato un grosso contenzioso. Lo scrivono loro stessi in una nota a margine dell’informativa, dove spiegano che «Nel 1978, Moroni, allora militante di Autonomia Operaia, viene perquisito per il sequestro Moro e arrestato con l’accusa di partecipazione a banda armata poiché aveva in casa per la rivista che coordinava (“Nulla da perdere”) il comunicato di un gruppo armato che rivendicava un attentato dinamitardo alla Borsa valori […]». Assolto nel giugno del 1980, intraprende nel 1986 una controinchiesta che lo porta a rintracciare – prosegue la nota – la ragazza che aveva fatto i loro nomi e questa spiega di essere stata obbligata dai carabinieri ad accusarli. Moroni chiede «la revisione e la corte di appello di Genova la concede, il processo di revisione si svolge a Genova, tra il ’92 e il ’93. La revisione viene accolta e il 10 novembre 1994 Giorgio Moroni insieme agli altri viene risarcito per “errore giudiziario”».

Misnaming
L’errore commesso da Azzolini ha un nome preciso, gli studi di neuroscienze lo definiscono «misnaming». Ovvero confondere i nomi delle persone quando si parla. Si tratta di un fenomeno diffuso che non riguarda solo le persone anziane. Avviene soprattutto se c’è una similitudine fonetica o una medesima radice nelle parole, come «mor» nel caso di Morucci-Moroni. Le frasi troncate, a volte biascicate di Azzolini, necessitano di un particolare sforzo di comprensione logica e contestualizzazione storica che gli estensori dell’informativa hanno evitato. L’attore principale che agisce nel racconto è uno: Valerio Morucci. Giorgio Moroni, oltre a non essere mai stato un brigatista, è noto per aver sostenuto all’epoca tesi molto avverse alle Brigate rosse.

Le smentite
Abbiamo chiesto più volte ad Azzolini un chiarimento sulle sue parole. Allora, come oggi, preferisce non replicare pubblicamente e attenersi alla linea difensiva decisa dal suo avvocato, convinto che sia negativo commentare intercettazioni giudiziariamente illegali. Tuttavia se l’intercettazione non può essere utilizzata contro Azzolini nel processo, resta in piedi per i suoi interlocutori e le trascrizioni rimangono intatte nel fascicolo. Una finzione giuridica che non cambia la sostanza del problema e non impedisce di agire nella mente dei giudici. Situazione che vale ancor di più all’esterno dell’aula processuale: sui giornali e i social che l’hanno già ampiamente diffusa e commentata. E se una intercettazione oltre ad essere illegale possiede anche un contenuto infondato appare un crimine non confutarla. Forse è per questo che i gesti, la mimica e il tono della voce con cui Azzolini ci risponde, dicono lo stesso molte cose e si comprende chiaramente cosa pensi della strumentalizzazione che viene fatta delle sue parole. Ma se Azzolini è in qualche modo vincolato dalla sua posizione processuale, il suo interlocutore Antonio Savino smentisce categoricamente chi trova in quella intercettazione una rivelazione che non c’è. La conversazione su via Fani – spiega – è iniziata dopo aver commentato quanto era accaduto il giorno prima, quando: «un gruppo di giovani aveva organizzato eventi nelle campagne del Piemonte sul sequestro Moro, un centinaio di partecipanti che si erano divisi a metà tra guardie e ladri». Savino stigmatizza inoltre che «si voglia a tutti i costi tirare in ballo persone che (come hanno testimoniato anche i pentiti) nulla hanno a che fare con via Fani. Parlo di “Moroni” in guisa di “Morucci”. Purtroppo la scarsa professionalità, il protagonismo, rischiano di coinvolgere innocenti in procedimenti che come minimo risultano dispendiosi per il coinvolto ingiustamente».

Lo strascico giudiziario

La vicenda ha avuto anche un seguito giudiziario. Giorgio Moroni ha citato in giudizio l’autrice dell’articolo apparso sul Fatto quotidiano il 14 marzo del 2024, a giugno si aprirà il processo (qui gli sviluppi della vicenda). Chi si occupa di inchieste giudiziarie sa benissimo che le trascrizioni di intercettazioni vanno prese con molta cautela invece di limitarsi a ricalcare le veline ricevute da mano amica senza gli opportuni approfondimenti. Per altro se la stessa procura di Torino non ha inviato nulla a quella romana, qualche dubbio sulla fondatezza di quel nome deve esserci stato tra gli inquirenti. La presunta rivelazione è stata invece ripresa dall’avvocato Walter Biscotti che il 16 marzo scorso, in occasione del quarantasettesimo anniversario dal rapimento Moro, ha annunciato di voler chiedere alla procura di Roma di effettuare verifiche sul contenuto della intercettazione. L’avvocato Biscotti è stato estromesso dal nuovo processo di Alessandria perché l’associazione vittimaria da lui rappresentata non possedeva i titoli legali per potervi partecipare, poiché costituita solo dopo i fatti oggetto del giudizio. Messo fuori dalla porta principale sta cercando di rientrarvi cavalcando bufale mediatiche.

Processo Spiotta, la storia fa paura alla pubblica accusa e alle parti civili

Il colpo di scena provocato dalle dichiarazioni fatte da Lauro Azzolini lo scorso martedì 11 marzo nell’aula di corte d’assise di Alessandria, quel «C’ero io quel giorno di cinquant’anni fa alla Spiotta! […] io sono l’unico che ha visto quello che quel giorno è davvero successo», rappresenta un gesto di trasparenza che inevitabilmente capovolge il senso del processo. Liberatosi delle schermaglie procedurali, Azzolini si è riappropriato della verità. Spetta ora alla corte d’assise apprezzarla e soprattutto fare luce su tutti i momenti di quel tragico 5 giugno 1975 che si è chiuso con l’uccisione di Margherita Cagol e il ferimento di tre carabinieri, uno dei quali, l’appuntato Giovanni D’Alfonso, morirà nei giorni successivi.

Processo ribaltato
Il teorema accusatorio iniziale, messo in campo con dispendio enorme di energie e risorse pubbliche dalla procura, ha così iniziato a traballare. Anche la strategia delle parti civili adagiate comodamente sul presunto silenzio e sulla inazione degli imputati è stata scossa, suscitando iniziale sorpresa. La testimonianza di Azzolini, «l’ultima immagine che ho di Mara, che non dimenticherò mai, è di lei ancora viva che si era arresa con entrambe le braccia alzate, disarmata, e urlava di non sparare…», ha rimesso al centro del processo le circostanze mai chiarite della sua morte. Per uscire dal disorientamento c’è stato chi ha provato a sostenere che l’imputato, ormai alle strette, avesse parlato solo perché non aveva altra scelta: «accerchiato da prove inesorabili». In realtà le parti civili quando nel novembre del 2021 chiesero la riapertura delle indagini avevano ben altri obiettivi: nell’esposto depositato in procura indicavano in Mario Moretti il sospetto fuggitivo. Lo stesso figlio dell’appuntato Giovanni D’Alfonso scrisse una prefazione a un libro di due giornalisti, uscito appena due giorni dopo la presentazione del suo esposto, nel quale si sosteneva la responsabilità di Moretti nella sparatoria e lo si accusava di aver abbandonato Margherita Cagol al suo destino, con l’obiettivo di sostituirla al vertice delle Brigate rosse. «Piano diabolico» che i due giornalisti romanzarono ulteriormente in un secondo volume, dove il Centro Sid di Padova veniva indicato come il vero regista dell’intera operazione per il tramite di un confidente, arruolato all’interno della Assemblea autonoma di Porto Marghera e da qui confluito successivamente nella nascente colonna veneta delle Brigate rosse, che nulla c’entrava con la colonna torinese organizzatrice del sequestro. Confidente che ascolato dai pm torinesi ha sostenuto per ben due volte che il brigatista fuggito fosse Alberto Franceschini, già in carcere al momento dei fatti. Almeno pubblicamente, non risulta che le parti private abbiano mai preso le distanze da questa rappresentazione spionistica della vicenda. Al contrario un suo attuale rappresentante, l’ex magistrato Guido Salvini, nel corso di un dibattito sul web del 22 settembre 2022 ha ribadito il suo convincimento sulle responsabilità di Moretti, dipinto come figura «ambigua» e «oscura».

La storia non deve entrare in aula
Forse è anche per questo che nella parte finale dell’udienza, quando si è discusso sull’ammissibilità delle prove e dei testi, dalla pubblica accusa e dalle parti civili è venuta una levata di scudi contro la presenza nel processo dello storico e docente universitario Marco Clementi, chiamato a deporre, in qualità di consulente storico, dall’avvocato Francesco Romeo che difende Mario Moretti: sulle modalità operative e sulla struttura organizzativa delle Brigate rosse nel 1975 e successivamente. La discussione che ne è seguita ha avuto aspetti surreali, a cominciare dall’avvocato della parte civile Sergio Favretto che si è opposto, giudicando Clementi, già audito nel giugno 2016 dalla Commissione Moro, presieduta da Giuseppe Fioroni, seduta nella quale depositò importanti documenti: «inadeguato a fornire una consulenza all’interno di un processo penale». Sventolando un volume apparso nel 2017, il rappresentante della famiglia D’Alfonso ha accusato il professore di aver dedicato «appena mezza pagina alla Spiotta», senza citare nemmeno «Giovanni D’Alfonso che fu una vittima della Spiotta». L’avvocato Favretto avrebbe fatto migliore figura se avesse consultato con più modestia e maggiore accuratezza gli altri lavori pubblicati. Il suo collega, l’ex magistrato Guido Salvini, non potendo opporsi perché durante la sua passata attività di giudice istruttore e gip si è avvalso per decenni dell’ausilio di un consulente come Aldo Giannuli, esperto di Servizi segreti ma non di Brigate rosse, ha chiesto come «controprova» l’audizione dell’ex pm Armando Spataro. Richiesta singolare perché in primis la controprova sarebbe semmai quella presentata dalla difesa, la richiesta di Salvini è solo una prova ausiliare della pubblica accusa, poi perché un ex pm, che ha arrestato e fatto condannare tutti e tre gli imputati chiamati a giudizio, non sembra stare proprio nei panni della figura terza che fornisce consulenza alla corte. Deve essere davvero disperata la situazione tra i fautori della dietrologia, di cui l’ex giudice Salvini è uno dei più accesi sostenitori, se da quelle parti scarseggiano storici in grado di descrivere il funzionamento organizzativo delle Brigate rosse nel corso della loro storia. D’altronde se per decenni si è sostenuto che dietro le Br c’erano gli organigrammi di Langley, poi diventa difficile trovare esperti che sappiano dire qualcosa di diverso.

Un pm senza storia
Ma forse l’argomentazione più stupefacente è venuta dal pubblico ministero Emilio Gatti, il quale opponendosi fermamente all’audizione di Clementi, ha sostenuto di non amare il lavoro degli storici: «perché c’è sempre un qualcosa di soggettivo in questo rimettere insieme le fonti […] io – ha proseguito – non vi produco l’interpretazione, non è una prova l’interpretazione». Una rivendicazione sprezzante della superiorità dell’ontologia giudiziaria rispetto a quella storica che, senza scomodare Marc Bloch, il padre della storia moderna, inevitabilmente riporta alla mente il libro di Carlo Ginzburg sul giudice e lo storico, sui loro mestieri differenti nonostante entrambi cerchino di ricostruire dei fatti con strumentazioni spesso simili, anche se poi i primi si limitano a ricercare la responsabilità penale mentre i secondi, per loro fortuna, possono andare molto oltre, scavando e ricostruendo in ogni dove. Non sarà forse un caso se i migliori giudici sono quelli che sanno fare anche gli storici mentre i peggiori sono quelli che restano solo dei Torquemada.
Ora in un processo che si svolge cinquant’anni dopo i fatti e dove la pubblica accusa ha portato come fonti di prova sette libri e imputa a Curcio e Moretti quanto affermato nei loro libri-intervista, fondando l’accusa su una interpretazione discutibile delle loro parole, proprio perché non corredata dalla conoscenza storica sul funzionamento delle strutture organizzative delle Brigate rosse, questa ostilità verso il lavoro storico appare quantomeno sospetta. In questo caso, infatti, l’expertise storica aiuterebbe chi deve giudicare ad ancorare il processo alla realtà dei fatti. L’atteggiamento della pubblica accusa poco si concilia con l’affermazione di Luigi Ferrajoli, secondo cui «Il processo è per così dire il solo caso di “esperimento storiografico”». Sembra di rivedere l’ostinato atteggiamento del procuratore generale di Roma Antonio Marini quando rivendicava l’intangibilità del giudicato processuale davanti all’emergere di nuove conoscenze che la ricerca storica veniva producendo e che intaccavano le responsabilità penali sancite nelle sentenze del processo Moro. Venticinque imputati sono stati condannati per il tentato omicidio dell’ingegner Alessandro Marini, la mattina del 16 marzo in via Fani. Un fatto, oggi sappiamo, mai accaduto. Durante i lavori della seconda commissione Moro, lo stesso ingegner Marini ha ammesso che il parabrezza del suo motorino si era infranto nei giorni precedenti l’assalto brigatista, a causa di una caduta accidentale del mezzo dal cavalletto, e non in seguito a colpi di arma da fuoco esplosi contro di lui, circostanza per altro mai confermata dalle perizie balistiche. Sono trascorsi quasi dieci anni da quelle ammissioni, ancora di più dalla scoperta di un verbale del 1994, in cui lo stesso ingegnere rivelava per la prima volta come si era rotto il parabrezza, e del ritrovamento delle foto del motorino col parabrezza tenuto da nastro adesivo sul marciapiedi di via Fani, ma la «scienza giuridica» non è ancora corsa ai ripari per ristabilire la sua ontologica superiorità correggendo un clamoroso errore giudiziario.

Il consulente non verrà ascoltato
Alla fine la corte ha deciso di non dare la parola al professor Clementi. Se ne riparlerà più avanti, forse. Una decisione grave che ha privato la difesa dell’unico teste richiesto e che imbavaglia i suoi argomenti. Il messaggio è chiaro: questo processo deve tramandare la storia di un’organizzazione costruita in modo gerarchico, verticistico, piramidale, con a capo una cupola che dava ordini insindacabili al resto del gruppo. L’accusa ha bisogno di questa narrazione processuale perché si arrivi alle condanne. Si deve impedire che qualcuno venga a smentire tutto ciò, sollevi dubbi nei giudici ricordando che nelle Brigate rosse vigeva un principio d’autonomia delle decisioni, la circolazione orizzontale dei flussi informativi che determinavano le scelte politiche finali e che la decisione di ricorrere ai sequestri di autofinanziamento, ripresi dall’esperienza delle guerriglie sudamericane, fu collegiale, controversa e dibattuta e che le modalità operative furono demandate, come sempre, alla colonna che operava sul territorio. Tutta un’altra storia ma soprattutto una altro processo.

Sequestro Moro, il vicolo cieco del complottismo /prima parte

Dopo aver intervistato, lo scorso febbraio 2025, Dino Greco (leggi qui), in passato segretario generale della Camera del lavoro di Brescia e successivamente direttore del quotidiano Liberazione e ora membro della redazione della rivista «Su La Testa», autore del libro Il bivio, dal golpismo di Stato alle Brigate rosse, come il caso Moro ha cambiato la storia d’Italia, Bordeaux edizioni, Roma 2024, la rivista Utopia21 ha deciso di proseguire la sua disamina del «caso Moro» su un altro versante storiografico che mette radicalmente in discussione l’ipostazione complottista proposta da Greco. Gian Marco Martignoni ha sentito Paolo Persichetti, autore del volume La polizia della storia, la fabbrica delle fake news nell’affaire Moro, apparso per DeriveApprodi nel 2022 e precedentemente con Marco Clementi ed Elisa Santalena di, Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera, Deriveapprodi 2017. A causa della lunghezza del testo, pubblichiamo oggi solo la prima parte della intervista, il seguito nei prossimi giorni. Chi volesse già da ora leggerla integralmente può trovarla qui

Utopia21, marzo 2025
Intervista di Gian Marco Martignoni a Paolo Persichetti

Sul rapimento e poi l’uccisione di Aldo Moro esiste una letteratura assai ampia, anche recentemente sono usciti nuovi libri, si pensi a quelli di Stefania Limiti e Dino Greco. Il filone delle pubblicazioni sembra inesauribile.
Lo storico Francesco Maria Biscione, recentemente scomparso, ha curato una bibliografia sulla figura e la vicenda di Aldo Moro. Nell’ultima stesura del marzo 2023 aveva catalogato circa 1100 volumi, una cifra in difetto perché scorrendola mi sono accorto che mancava ancora qualcosa. Se poi a essi aggiungiamo le pellicole cinematografiche realizzate prima della morte dello statista democristiano, come Forza Italia di Roberto Faenza e Todo Modo di Elio Petri, entrambe cadute in disgrazia perché incompatibili con la narrazione costruita dopo il rapimento e la sua scomparsa, o le successive – con l’aggiunta delle serie televisive – come i film di Giuseppe Ferrara e Marco Bellocchio, per citarne solo alcuni, o ancora le rappresentazioni teatrali di Pesce, Timpano, Gifuni, senza soffermarsi sulla sterminata produzione giornalistica, oppure le canzoni autoriali che hanno fatto riferimento alla sua vicenda politica, da Rino Gaetano a Giorgio Gaber, quest’ultima subito censurata, ci rendiamo conto di quanto il rapimento Moro si sia costruito nel tempo come un «caso» a sé stante separato dalla vicenda storica della lotta armata e delle Brigate rosse. Un affaire che deve molto all’industria editoriale arrivata a farne un nuovo genere letterario di tipo spionistico con i suoi lettori appassionati e che produce fenomeni di costume tra i più diversi. Si va dai gruppi social dedicati che affrontano la vicenda come un gioco di società, ispezionando i luoghi e cercando le ex basi brigatiste per poi affannarsi in lambiccate ipotesi complottiste, fino a società di turismo che propongono a sprovveduti clienti tour-fiction con interpretazioni attoriali su luoghi che storicamente nulla c’entrano col sequestro. Qualcosa che ricorda lo sketch di Totò quando cercava di vendere a un ignaro turista la Fontana di Trevi. Il sequestro Moro è divenuto per certi versi un mercato per allocchi dove imperversano personaggi senza scrupoli, millantatori, mitomani e furbastri di ogni genere. Personaggi di una farsa surreale che hanno rimpiazzato i protagonisti tragici di quella storia.

Nel sottotitolo del tuo ultimo libro fai un esplicito riferimento all’affaire Moro.


Certo, la costruzione dell’«affaire», come lo definì Sciascia, è ormai un tema storico che vanta una lunga lista di specialisti e addetti. Un oggetto storiografico separato e rilevante soprattutto per la potenza distorsiva che contiene. Si tratta di un livello parallelo che poco c’entra con quanto è realmente accaduto. Se si omette l’insorgenza sociale degli anni 70, diventa difficile comprendere come sia stato possibile che la mattina del 16 marzo 1978 un gruppo di operai scesi dalle fabbriche del Nord si sia dato appuntamento in via Fani con dei giovani delle periferie romane per tentare di cambiare il corso della storia. La stratificazione delle narrazioni che si è succeduta nei quasi cinquant’anni che ci separano dal sequestro, l’attività delle commissioni parlamentari, soprattutto delle ultime due, la Stragi presieduta da Pellegrino e la Moro presieduta da Fioroni, hanno disseminato fake news opacizzando la comprensione dei fatti. Dal punto di vista delle pubblicazioni, i libri veramente incisivi arrivano a fatica a poche decine. Il filone predominante resta quello dietrologico-complottistico, tra cui si annoverano i due volumi che hai appena citato. Ruminamenti delle vecchie tesi complottiste, quel regno dei misteri che i gruppi parlamentari del Pci misero in forma nel lontano 1984, alla conclusione del primo processo Moro e della prima commissione d’inchiesta parlamentare, e che da allora si trascinano come un disco rigato, nonostante nel frattempo abbiano perso pezzi grazie alla desecretazione dei documenti e al difficile, ma ostinato, lavoro storiografico indipendente. Ignorare le smentite sopravvenute ripetendo goebbelsianamente le stesse menzogne è il segreto di questa tecnica di falsificazione del passato.

Perché nel 2022 hai dato alle stampe il libro «La Polizia della Storia. La fabbrica delle fake news nell’affaire Moro», che fin dal titolo si contraddistingue per essere decisamente controcorrente rispetto alla piega che il dibattito ha assunto ormai da molto tempo?
Perché nel giugno 2021 ho subìto una pesante incursione della polizia di prevenzione, su mandato della procura di Roma, che si è impossessata del mio archivio digitale, del mio materiale di ricerca storica raccolto in anni di lavoro negli archivi pubblici e nelle interviste ai testimoni. E’ stata la mia risposta a quell’attacco senza precedenti alla libertà di ricerca. Una inaccettabile rappresaglia contro la storiografia indipendente, estranea alle narrazioni di regime. Quando ho avuto in mano le prime carte dell’inchiesta e sono riuscito a decifrarne la logica ho deciso di raccontare tutto, di denunciare quanto accaduto, riprendendo anche il filo del lavoro di ricerca con gli ultimi aggiornamenti sulle nuove conoscenze intervenute sul sequestro Moro e fornendo un resoconto radicalmente critico dell’attività mistificatrice condotta dall’ultima commissione Moro, i cui lavori avevo seguito da vicino.

Prima di proseguire nell’intervista mi sembra opportuno chiederti a che punto è la tua vicenda processuale?
Dopo oltre tre anni di indagine la procura ha chiesto l’archiviazione del fascicolo perché non è riuscita ad individuare alcun reato e perché in ogni caso quelli ipotizzati, parliamo del 2015, erano ormai prescritti. In via teorica l’azione giudiziaria si attiva per individuare i responsabili di reati commessi, dopo una notizia criminis, ovvero quando un fatto-reato esiste, è accertato. A quel punto si va alla ricerca dei responsabili che lo avrebbero commesso. In questo caso c’è stata invece un’azione «preventiva», ci si è mossi per individuare reati non ancora accertati ma solo ipotizzati. Più che un’inchiesta si è trattato di un rastrellamento giudiziario: «vengo a casa tua, sequestro tutto, qualcosa di illecito sicuramente trovo perché tu con il lavoro storico che fai sei ai miei occhi un sospettato permanente». Il risultato è che non hanno trovato nulla che potessero usare penalmente! Hanno certamente aggiornato le loro informazioni, raccolto una quantità di notizie, appunti, arricchito un background di conoscenze. Che poi è il vero lavoro che sta dietro l’attività di qualunque polizia. Una specie di «vita degli altri». Significativo è il fatto che nei rapporti dell’inchiesta il lavoro di ricerca, l’attività storica da me realizzata veniva apparentata ad una sorta di nuova militanza, una specie di «banda armata storiografica…..».
La colpa che mi veniva imputata era quella di fare storia fuori dai canoni ritenuti legittimi. La domanda è: una società dove il ministero dell’Interno si erge ad arbitro del lavoro storico e pretende di decidere cosa si deve scrivere in un libro e chi ha il diritto di scriverlo, che società è? Da qui la polizia della storia.

A fronte di questa incredibile storia come hai fatto a comporre questo libro, stante che materialmente ti è stato impedito di proseguire «nei cantieri di ricerca aperti»?
Mi sono aiutato con il mio blog, Insorgenze.net, dove sono presenti oltre 1200 articoli frutto del mio lavoro di giornalista e di ricercatore. Un vero archivio che ho ripreso in mano aggiornando e incrementando gli interventi presenti anche grazie all’aiuto di amici e altri ricercatori che avevano copia di alcune parti della documentazione che mi era stata sottratta. Insomma ho chiesto aiuto e ho nuovamente recuperato quanto era possibile rintracciare dalle fonti aperte.

Quando analizzi l’arrivo delle Brigate rosse in via Fani il 16 marzo del 1978 ad un certo punto descrivi il posizionamento della 128 bianca, con due «irregolari» della Colonna romana a bordo. Quale era il confine tra militanti «regolari» e militanti «irregolari», e quando la clandestinità ha preso il sopravvento rispetto alle scelte organizzative delle Brigate rosse?
Contrariamente a quel che si crede, le Brigate rosse non nascono come una formazione clandestina. All’inizio operano con modalità semilegali: tutti i loro componenti vivono nelle loro case, hanno famiglia, figli, mogli o mariti, genitori. Vanno a lavorare regolarmente. Solo la loro azione politica di propaganda armata è «clandestina». Una clandestinità molto aleatoria che non garantisce a lungo la sicurezza del gruppo. Presto verranno individuati e pedinati e nel maggio del 1972 l’organizzazione, che all’epoca era prevalentemente incentrata su Milano, viene sgominata. Una retata fa cadere quasi tutte le basi e un bel pezzo della loro rete militante e di sostegno. I pochi scampati si ritrovano in un casolare del Lodigiano, gestito da Piero Bertolazzi, uno dei fondatori del gruppo, dove riflettendo sullo smacco subìto elaborano una innovativa teoria dell’organizzazione che prevedeva la «clandestinità strategica», così la chiamarono. Clandestini allo Stato e ai suoi apparati ma non alle masse, agli operai che erano il loro punto di riferimento, la loro base sociale, l’acqua dove nuotavano e da dove provenivano: le fabbriche. Ovviamente il nuovo modello organizzativo che prevedeva il passaggio alla vita clandestina dei quadri militanti presupponeva anche il rafforzamento della capacità logistiche: l’approvvigionamento di risorse economiche con le rapine di autofinanziamento, la creazione di una rete di basi sicure dove alloggiare i militanti clandestini e creare archivi, depositi e laboratori. La capacità di fornire loro copertura con la realizzazione di documenti contraffatti. Tutto in completa autonomia, senza ricorrere al mondo della malavita che era monitorato dalle forze di polizia e pieno di confidenti. Senza una forte logistica la lotta armata non sarebbe durata una settimana e la logistica è l’indicatore che da prova del radicamento sociale delle Brigate rosse. La logistica si avvale del grado di sviluppo delle forze produttive dell’epoca, del sapere operaio, delle sue elevate capacità tecnologiche e dell’esistenza di un radicato sostegno, appoggio, simpatia che si manifesta con modalità e intensità diverse. Quando si porrà il problema di produrre patenti di guida, per esempio, saranno degli operai delle aziende tessili del Biellese che forniranno la famosa tela rosa sulle quali erano stampate le patenti dell’epoca. Quindi vennero messe in piedi delle tipografie grazie alla presenza di militanti tipografi, così stamparono di tutto: riprodussero ogni tipo di timbro, carta di circolazione, bolli auto e contrassegni delle assicurazioni. Altri operai fornirono la plastica per fabbricare targhe, venne inventato un termoaspiratore che grazie ad un calco riproduceva le targhe. Tornitori e fabbri si occupavano di riparare armi e costruire silenziatori artigianali, altoparlanti…. Poi c’erano anche medici e infermieri degli ospedali che fornivano la necessaria assistenza. Dopo gli arresti del 1972 viene gradualmente elaborata una teoria dell’organizzazione assolutamente innovativa e senza precedenti rispetto alle altre esperienze guerrigliere passate e contemporanee. Un modello che si costruisce sperimentalmente sulla base dell’esperienza diretta e che troverà definitiva formalizzazione nel novembre 1975. Le forze «regolari» sono quadri dell’organizzazione che entrano in clandestinità, supportati dall’apparato logistico che ho descritto. Attenzione a non confondere i latitanti, ricercati dalle forze di polizia, con i regolari. Entrambi sono clandestini ma i primi per necessità, i secondi per scelta. In origine gran parte dei regolari non sono conosciuti dalle forze di polizia, quindi non sono latitanti. Lo diverranno col tempo, una volta identificati. Tra i latitanti vi possono essere anche degli «irregolari», ovvero militanti dell’organizzazione che conducevano vita legale, spesso nelle brigate territoriali o nei posti di lavoro. I due irregolari cui fai riferimento sono Alvaro Loiacono, che infatti indossa un «mephisto» con cui travisa il volto perché già fotosegnalato dalle forze di polizia, e Alessio Casimirri. Nella squadra che opera la mattina del 16 marzo c’è un regolare che all’epoca non era ancora completamente clandestino, Bruno Seghetti. Viveva in un monolocale dell’organizzazione situato in Borgo Vittorio. Per questa ragione dopo la retata di inizio aprile che le forze di polizia condurranno a Roma negli ambienti dell’autonomia, Seghetti che ufficialmente era domiciliato a casa dei genitori a Centocelle, dove la polizia andò a cercarlo, si presentò in commissariato per non destare sospetti. In questo modo dovendo dare spiegazioni sulla sua assenza bruciò la base di Borgo Vittorio che venne subito smantellata.

Nel tuo libro c’è un capitolo che riprende una intervista a Giuliano Ferrara, a quel tempo membro della segreteria torinese del Pci e responsabile delle fabbriche. Perché le parole di Ferrara sono così importanti?
Perché per la prima volta un importante dirigente del Pci racconta le tecniche che quel partito impiegò per contrastare le Brigate rosse, il loro «principale antagonista a sinistra», come disse Berlinguer in una intervista apparsa su Repubblica nell’aprile del 1978. Emerge così la catena di trasmissione che lega la procura sabauda e la federazione comunista torinese, con Caselli (il magistrato che ha arrestato più operai nella storia d’Italia), e con lo stesso Violante che nel 1978 era nell’ufficio legislativo del ministero della Giustizia per creare le basi della svolta emergenzialista con l’introduzione dei principi di trattamento differenziato: carceri e legislazione speciale. I due magistrati tenevano riunioni in federazione, concertando le strategie di contrasto alla lotta armata con i dirigenti del partito comunista locale mentre il partito, quando emersero difficoltà nella composizione della giuria popolare, filtrò diversi giurati. Una interferenza politica nel processo non certo in linea con i dettami costituzionali, l’autonomia della magistratura e il codice di procedura penale. Una testimonianza, quella di Ferrara, assolutamente rilevante sul piano storico che non trovò spazio nel giornale dove lavoravo all’epoca. L’allora direttore Dino Greco si rifiutò di pubblicarla perché «non in linea con la verità politica» che a suo avviso Liberazione, il quotidiano di Rifondazione comunista, doveva preservare. Una verità politica, ovvero una menzogna storica, costruita negando quanto era avvenuto nella realtà. La stessa «verità politica» che senza battere ciglio Greco ripropone nel libro che ha dedicato alla ricostruzione della storia della Brigate rosse e del sequestro Moro.

Cosa vuoi dire quando evidenzi che «attorno alle parole di Moro si è combattuta e tuttora si combatte una battaglia importante, una battaglia politica»?
Nel corso della prigionia Moro fu descritto dall’ampio schieramento politico e giornalistico che sosteneva la linea della fermezza (Dc, Pci, Repubblica di Scalfari) come una vittima della sindrome di Stoccolma, un politico privo di senso dello Stato, autore di lettere che non erano moralmente e materialmente ascrivibili alla sua persona. In un precedente volume ho pubblicato ampi stralci dei verbali delle riunioni della Direzione del Pci, nei quali oltre a denunciare l’uso di violenza psichica e preparati chimici per far collaborare l’ostaggio, si esprimevano giudizi pesantissimi nei confronti del prigioniero. Oggi sappiamo che si trattava di una versione di comodo, elaborata in quei giorni nelle stanze del Viminale grazie all’opera del professor Franco Ferracuti e del suo assistente Francesco Bruno, che suggerì di ritenere pubblicamente Moro un ostaggio sotto influenza dei suoi rapitori per delegittimare le proposte di trattativa e scambio di prigionieri elaborate in via Montalcini. Si trattò di una cinica operazione di disinformazione, un’azione di controguerriglia psicologica che governo, forze politiche e grande stampa accolsero e utilizzarono. Fu un assassinio anticipato, prim’ancora del suo corpo vennero fucilati dalle forze dell’emergenza la sua coscienza e il suo pensiero politico. Non a caso Moro, perfettamente consapevole della scelta fatta dal suo partito e dal Pci, scrisse: «il mio sangue ricadrà su di voi». Soltanto nel 2017, trentanove anni dopo la morte, il memoriale difensivo e le lettere scritte in via Montalcini sono state inserite nell’opera omnia edita dalla Presidenza della Repubblica, riconoscendone appieno, seppur con un grave ritardo, l’autenticità e l’importanza storica, politica ed etica. Ormai nessuno ha il più il coraggio di mettere in discussione l’integrità morotea di quegli scritti. Un recente lavoro di analisi filologica condotto da Michele Di Sivo ha definitivamente sepolto ogni disputa, relegando nella pattumiera della storia tutti quelli che hanno provato ad argomentare sulla inautenticità. Ma per le forze politiche, gli intellettuali e i giornali che sostennero l’inautenticità delle parole di Moro restava il problema di trovare una via di uscita per giustificare la scelta fatta e liberarsi della responsabilità di aver trovato politicamente più conveniente la sua morte. E’ nata così la dietrologia, l’affannosa ricerca di responsabili di sostituzione, di una narrazione che capovolgesse la condotta tenuta nei 55 giorni del sequestro attribuendo ad altri la mancata liberazione dell’ostaggio e l’esito nefasto del sequestro.

1/continua