Quando il privilegio indossa la toga: la casta dei giudici in rivolta

L’Associazione nazionale magistrati in agitazione: «non toccate i nostri stipendi», ma tra i togati emergono dissensi: «scorretto verso chi guadagna poco»

Paolo Persichetti
Liberazione 5 giugno 2010

Crea sconcerto l’intenzione di scioperare annunciata dall’associazione nazionale magistrati (la data verrà decisa oggi durante la riunione dell’esecutivo), non già contro l’insieme dei tagli draconiani messi in campo dal ministro Tremonti, che ha chiamato soprattutto le fasce più deboli del Paese a pagare il prezzo della speculazione finanziaria, ma contro la sola riduzione degli stipendi ai giudici. Per Angelino Alfano si tratta di «uno sciopero politico». Il governo, ha affermato il Guardasigilli, «chiede ai magistrati un sacrificio così come lo chiede alle altre componenti del Paese, però mi batterò e mi impegnerò a fianco dei giovani magistrati perchè su questo aspetto si chiede un costo individuale troppo alto». Luca Palamara, attuale reggente dell’Anm, replica insoddisfatto che i magistrati «non vogliono essere considerati un costo per lo Stato». Posizione che ha trovato immediato sostegno nei versanti della politica che da decenni si mostrano i più proni di fronte a qualunque desiderata della magistratura. Il Pd, per voce del suo responsabile Giustizia, Orlando, si è subito schierato con le toghe. Di Pietro ha parlato di «vendetta del governo». Lisciando il pelo dei suoi ex colleghi, il leader dell’Idv spera di riuscire a cavarsi fuori dalle ultime inchieste che lo vedono coinvolto nella vicenda degli appartamenti messi a disposizione dalla “Cricca”  Anemone-Balducci. Tuttavia la posizione dell’Anm non ha creato l’unanimità all’interno della categoria. In una intervista, la pm Maria Cordova, si è detta contraria, «lo sciopero – ha spiegato al Corriere della sera – non è corretto nei confronti di chi guadagna una miseria. Ci sono cittadini colpiti che percepiscono stipendi molto più bassi dei nostri. C’è chi vive con 600-700 euro, chi ha perso il lavoro. Di fronte a un operaio mi sento di dire: “questo sciopero non lo farò”». Una secca risposta gli è venuta dal procuratore capo di Torino, Giancarlo Caselli: «Mi riconosco completamente nelle posizioni espresse dai rappresentanti dell’Anm». Atteggiamento senza dubbio coerente, fu lui infatti a condurre una spietata caccia contro gli operai, accusati di simpatie brigatiste, che lavoravano in Fiat. Questa chiusura ultracorporativa delle toghe appare alquanto indecente. I magistrati vivono un’agiata condizione di casta, rappresentano una categoria privilegiata e super remunerata da cui è molto difficile essere licenziati. Esaminati da una commissione disciplinare costituita da colleghi, nella stragrande maggioranza dei casi le sanzioni finiscono con un trasferimento in altra sede. Quando va male in un’amputazione dello stipendio. I vantaggi sono enormi: oltre 50 giorni di ferie l’anno, cioè più di 10 settimane. Per non contare congedi, festività soppresse, malattia, sabbatici, permessi per convegni, formazione e studi. Una vera pacchia. Come cantava De André, «dopo aver vegliato al lume del rancore per preparare gli esami da procuratore, una volta imboccata la strada che dalle panche d’una cattedrale porta alla sacrestia quindi alla cattedra d’un tribunale, giudice finalmente, arbitro in terra del bene e del male», un semplice uditore giudiziario intasca 1700 euro, che sei mesi dopo con le indennità oltrepassano i 2100 euro. Siamo ancora alle briciole: un magistrato di tribunale con 5 anni di anzianità arriva a 8600 euro lordi mensili, in corte d’appello il malloppo sale a 11350 lordi, in corte di Cassazione arriva a 15760, sempre lordi. Ma il super bottino viene intascato dai procuratori generali, 26820 euro lordi al mese, e dal primo presidente di corte di Cassazione con 29570 euro lordi, ogni 30 giorni. Attenti al goriiilla!!!!

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«È intoccabile più del Papa»

Il musicista, «comunista» napoletano, accusa lo scrittore di non accettare il contraddittorio e di essere manovrato

Antonio Fiore
Corriere del Mezzogiorno 3 giugno 2010

NAPOLI — Roberto Saviano bugiardo e imbroglione, costruttore del proprio mito, showman interessato più al diritto d’autore che al dovere della verità: se il libro di Dal Lago era una critica all’«eroe di carta», Cronache di Napoli di Daniele Sepe è un attacco senza precedenti all’autore di Gomorra.

Sepe, ma perché ce l’ha tanto con Saviano?

«Non c’è nessuna polemica verso di lui».

Alla faccia: nel suo testo gliene dice di tutti i colori.
«Contesto innanzitutto il fatto che Saviano sia un esperto di mafia».

Nega che a partire dal libro di Saviano sia cambiata nell’opinione pubblica non solo nazionale la percezione del fenomeno camorra?
«Ricordo una bellissima copertina di Der Spiegel negli anni Settanta, quella con la pistola sul piatto di spaghetti. Sin da allora la mafia faceva notizia».

Già, ma quella fu una trovata giornalistica, di costume.
«E anche Gomorra è un libro di costume. Con dentro tante imprecisioni e inesattezze che nessuno si è però preso la briga di verificare».

La storia del container pieno di cinesi morti, va bene. Però Saviano le risponderebbe che…
«Risponderebbe che il suo è un romanzo. D’accordo, anche Sciascia scriveva (straordinari) romanzi sulla mafia. Ma non mi risulta che fosse considerato un esperto di mafia».

Saviano, però, ha portato alla luce gli intrighi di un clan pericolosissimo eppure mediaticamente sottovalutato come quello dei casalesi. Almeno questo, glielo possiamo riconoscere?
«Perché, oltre a quello dei conosciutissimi boss ha fatto mai qualche nome? Se lui sa che i casalesi fanno affari con i grandi della politica e della finanza, perché non ci dice chi sono? Oppure i casalesi il business li fanno con i cinesi morti? Dice di sapere tutto dello scandalo-rifiuti in Campania. Ma quali aziende ha denunciato? Nessuna. Per attaccare un politico – vedi il caso Cosentino – aspetta che i giudici tirino fuori le carte. Saviano è solo una bella cortina fumogena. Se devo informarmi su che cosa è la camorra, scelgo sempre il buon vecchio Napoli fine Novecento. Politici, camorristi, imprenditori di Francesco Barbagallo».


Da un uomo di sinistra, anzi di sinistra radicale, non si sente politicamente scorretto?
«Da comunista dico: quando da decenni la politica è fatta da governi presieduti dagli editori di Saviano, e quando i provvedimenti finanziari si accaniscono sulla povera gente, sicuramente chi ci guadagna è la camorra. La povera gente qualcosa deve pur mangiare, e la legalità è una cosa bellissima, ma non si mangia. Il problema criminale, in Campania e in tutto il Sud, va analizzato tendendo conto che qui sono 20 anni che le aziende chiudono per favorirne altre al Nord, e che la malavita attecchisce per mancanza di alternative, non perché qui vivono scimmie malvage dedite al cannibalismo».

Intanto Saviano, per aver lanciato la sua sfida ai clan, è costretto a vivere sotto scorta. Ma lei ha da ridire anche su questo.
«A me risulta che, a suo tempo, il capo della Mobile dette parere negativo alla concessione della scorta. E per avere espresso questo punto di vista è stato rimbrottato addirittura dal capo della Polizia. Ma allora io mi chiedo: in Italia non c’è solo Padre Pio tra gli intoccabili? Possibile che si possa criticare il Papa, e Saviano no? Che persino Berlusconi accetti il contraddittorio, e Saviano no? Perché non posso dirgli guaglio’, stai dicenno ’na strunzata?».

Forse perché incrinerebbe un fronte di solidarietà verso una persona minacciata di morte?
«Ma chi minaccia Saviano, e perché? Da cittadino italiano avrei il diritto di saperlo: quali sono ’ste minacce? Le telefonate anonime? Non che la cosa mi scandalizzi: in Italia ci sono tante scorte inutili, una in più, una in meno…».

Ma lo sa che cose simili le ha dette Emilio Fede, uno con il quale non credo che lei sia in sintonia?
«Fede è sotto scorta da 15 anni, però continuiamo a criticarlo. E invece Saviano no, è incriticabile?».

Lei comunque non si fa pregare: nel finale della canzone definisce Berlusconi il capo burattinaio che paga l’affitto a Saviano.
«Non sono il capo dei servizi segreti e non ho prove da portare, anche se prendo atto che Saviano è sempre molto deferente verso il suo editore. Del caso Saviano io faccio un’analisi politica: ciò che sta accadendo intorno a questo autore è funzionale a una destra populista, in cui il fenomeno della camorra è ridotto alla cattiveria innata di ceti popolari dediti al malaffare e al loro desiderio di fare soldi il più in fretta possibile. Secondo questa analisi il problema si risolve con più 41 bis, con più esercito, più polizia come vuole Maroni, non a caso amatissimo da Saviano».

E ora come si aspetta che valuteranno a sinistra questa sua presa di posizione?
«Ormai il savianismo è una religione. Credo che come minimo mi scorticheranno vivo».

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I Cinesi a Gomorra

Citazioni da Gomorra di Roberto Saviano



Pagina 11

Uscivano dal container uomini e donne. Anche qualche ragazzo. Morti. Congelati, tutti raccolti, l’uno sull’altro. In fila, stipati come aringhe in scatola. Erano iu cinesi che non muoiono mai. Gli eterni che si passano i documenti l’uno con l’altro. […] Avevano tutti messo da parte i soldi per farsi seppellire nella loro città in Cina. Si facevano trattenere una percentuale dal salario, in cambio avevano garantito un viaggio di ritorno. Uno spazio in un container e un buco in qualche pezzo di terra cinese.

Pagina 50
La voce di Xian non si interrompeva mai. La sua lingua veniva sparata fuori dai denti come una mitraglietta. Parlava senza neanche prenmdere respiro dalla narici, come in un’apnea di parole. E poi le flatulenze dei suoi qguardaspalle che saturavano la casa di un odore dolciastro avevano appestato anche la mia stanza. Non era solo la puzza a disgustare ma anche le immagini che quella puzza ti sprigionava in mente. Involtini primavera in putrefazione nei loro stomaci e riso alla cantonese macerato nei suoi succhi gastrici. Gli altri inqulini erano abituati. Chiusa la porta non esisteva che il loro sonno.

 

“Gomorra – scrive Alessandro Dal Lago in Eroi di carta. Il caso Gomorra e altre epopee – ci trasmette un disgusto in virtù del quale una certa umanità è vista alla stregua di materia fecale. Non le merci globalizzate, ovvero la merda cinese, sono al centro del primo capitolo, ma i cinesi di merda”.

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In mano ai petrolieri l’Abruzzo si ribella

In pericolo il lago di Bomba. Accanto alla più grande diga in terra battuta d’Europa, in una zona a forte rischio idrogeologico e sismico, la Forest oil progetta la costruzione di pozzi d’estrazione di gas metano e di una raffineria. A rischio la salute degli abitanti del posto, effetti devastanti per l’ambiente, l’agricoltura e il turismo

Paolo Persichetti
Liberazione 28 maggio 2010

Foto Valentina Perniciaro

Norther petroleum, Petroceltic, Puma petroleum, Medoil & gas, Forest oil. Non siamo oltre Oceano come i nomi di queste grandi corporation degli idrocarburi potrebbero far credere. Ci troviamo nel verde dell’Abruzzo, ai piedi della Majella, tra parchi nazionali, aree protette, siti d’interesse naturalistico e comunitario, boschi e vigneti di pregiato Montepulciano, ulivi secolari, greggi di pecore e aziende che fabbricano pasta, formaggi, prosciutti, fino al mare dove sorge la costa dei Trabocchi amata da D’Annunzio. Un’oasi di verde e natura sottratta ancora alla grande speculazione turistica ma non a quella del petrolio. A causa anche dell’acquiescenza delle diverse maggioranze passate in regione negli ultimi anni, quasi la metà del territorio abruzzese è finito nelle mani delle grandi multinazionali degli idrocarburi. Senza saperlo il 90% della popolazione vive all’interno di un distretto petrolifero. 221 sono i comuni fino ad ora coinvolti, concentrati nella provincia di Chieti (77%), Pescara (71%) e Teramo (67,5%), secondo quanto riporta una relazione diffusa dal  Wwf e da Legambiente. Alla fine del 2007 erano stati perforati 722 pozzi: 383 per produzioni a terra e 87 attivi in mare, ai quali tra breve se ne aggiungeranno altri 15. Più del Pecorino questa terra evoca ormai la Groviera. Una gigantesca piattaforma petrolifera della compagnia inglese Medoil è prevista a soli 4 km dalla costa teatina, tra San Vito e Ortona (nel Nord Europa il limite è di 50 km e negli Usa di 160 km, con i risultati comunque disastrosi che abbiamo visto recentemente nel golfo del Messico). Ad Ortona per costruire il “Centro oli”, che non è un mega frantoio di olio extra vergine d’oliva ma un polo petrolchimico che raffina e stocca petrolio di bassa qualità da cui si ricaverà solo olio combustibile e non benzine, sono state tagliate le viti del Montepulciamo doc. Tutto questo avverrà in cambio di niente. Le corporation non portano lavoro, hanno i loro tecnici super specializzati che vengono da fuori mentre gli impianti sono automatizzati. Le royalties previste sono ridicole, appena il 10% su terra e solo il 4% in mare, mentre all’estero arrivano fino al 90%. La Libia prende l’85%, il Kazakistan il 90%, la Russia l’80%. Per dire no a questo scempio del territorio che porta solo devastazione ambientale e rischi per la salute, i cittadini abruzzesi, che hanno già raccolto 30 mila firme, si sono dati appuntamento domenica 30 maggio a Lanciano per tenere una manifestazione sotto l’egida del comitato “No petrolio”.
Il governo in questa partita sta giocando sporco. Silvio Berlusconi è venuto meno ai suoi impegni pubblici presi a Chieti e Pescara durante l’ultima campagna elettorale, quando aveva dichiarato che in Abruzzo non ci sarebbero state estrazioni di petrolio. Ma una volta incassati i voti il suo esecutivo ha impugnato di fronte alla Corte costituzionale la legge regionale 32/2009 varata dal suo stesso candidato, Chiodi. La legge tutela il territorio e la costa da perforazioni ed estrazioni selvagge d’idrocarburi liquidi. Una normativa virtuosa che però contiene una falla gigantesca. Permette, infatti, l’estrazione d’idrocarburi gassosi. Un difetto che se non verrà corretto al più presto consentirà il pompaggio di gas metano sotto il lago artificiale di Bomba e la costruzione a ridosso della diga in terra più grande d’Europa di una raffineria con una ciminiera alta più di 40 metri. Estrarre e raffinare gas altamente infiammabile a ridosso di una diga che trattiene 60 milioni di metri cubi d’acqua, in un’area ritenuta ad alto rischio idrogeologico e sismico con smottamenti e frane continue, per giunta  in un paesino di nome Bomba, lascerebbe spazio a timori in chiunque. Non alla Forest Cmi spa, filiale italiana della Forest oil con sede a Denver nel Colorado, titolare della concessione ottenuta nel segreto più assoluto nel 2004. Diverso l’avviso dell’Agip, concessionaria dei terreni, che già negli anni 60 abbandonò ogni progetto dopo la tragedia del Vajont, quando un blocco di montagna franò nel bacino idroelettrico provocando un’onda anomala che oltrepassò la diga e travolse a valle il paese di Longarone. Duemila morti in un mare di fango e detriti, molti mai ritrovati. Nel 1992 la decisione di chiudere finalmente i pozzi per la presenza di un dissesto geologico in progressivo peggioramento. La spalla destra della diga – riferiva il rapporto – poggia su una «frana di notevoli proporzioni» oltre alla presenza di «non trascurabili rischi di carattere sociale e ambientale», per concludere: «Sembra che ancora oggi non esistano le condizioni generali per la messa in coltivazione del giacimento Bomba e che necessita invece l’acquisizione di nuovi dati e/o il verificarsi di mutamenti delle condizioni, quale per esempio la decisione dell’Acea di svuotare il lago». Poiché il metano si trova in prevalenza sotto l’invaso artificiale, l’estrazione provocherebbe quella che i geologi chiamano “subsidenza”, ovvero un abbassamento del terreno con rischio di frane e danni sulla diga. A Ravenna l’estrazione di metano ha prodotto un abbassamento del terreno di 3 metri. Le nuove condizioni richieste dall’Agip non sono mai intervenute ma alla Forest non interessa. La multinazionale statunitense trova comunque conveniente trivellare e raffinare, nonostante l’esiguità del giacimento (appena una settimana del fabbisogno nazionale), perché il costo commerciale del gas in Italia è più elevato degli Usa e permette facilmente di ammortizzare le spese. Inoltre la legislazione italiana, carente in materia di sicurezza, pone vincoli di tutela ambientali e della salute umana molto più bassi di quella statunitense. Morale, la Forest viene ad arricchirsi in Italia avvelenando i cittadini abruzzesi perché non può farlo negli Usa.
I cittadini di Bomba, mille abitanti a 400 metri di altitudine, hanno saputo del progetto soltanto nel 2009, quando la Forest ha pensato bene d’informare la popolazione che un’enorme raffineria doveva nascere appena fuori il paese (apertura prevista degli impianti nel 2012). Forse era il caso, visto che il paese perderà il suo bel panorama sul lago, dove nel 2008 si sono tenuti i giochi del Mediterraneo di canottaggio ed a settembre sono previsti i campionati italiani. Terminato il turismo. Non ci sarà più nemmeno l’aria buona perché – come spiega la professoressa Maria Rita D’Orsogna nei suoi documentati lavori di controinchiesta (http://www.dorsogna.blogspot.com/) – l’idrogeno solforato, residuo rilasciato nell’aria dalla raffinazione indispensabile per ripulire il gas, è una sostanza letale per l’ambiente, estremamente infiammabile, esplosiva, tossica e dallo sgradevole odore di uova marce. L’organizzazione mondiale della sanità raccomanda di non superare 0,005 parti per milione (ppm), mentre in Italia il limite massimo previsto dalla legge per questa sostanza è pari a 30 ppm: ben 600 volte di più. Si vedranno lingue di fuoco e le orecchie saranno allietate dall’assordante rumore di fondo generato dagli impianti di estrazione e raffinazione. Finiti gli ulivi e le vigne, azzerata l’economia eno-gastronomica della zona. Niente più voli d’aquile a sorvolare la valle. La Forest ha pensato di risarcire la comunità promettendo qualche euro in meno sulla bolletta e compensi ridicoli per il comune, intorno alle 100 mila euro l’anno. Appena 42 mila per gli altri comuni interessati, ma i sindaci di Pennadomo, Roccascalegna, Torricella Peligna, Archi, Colledimezzo, Atessa e Villa santa Maria hanno subito detto no al progetto. L’8 maggio anche la giunta comunale di Bomba, dopo le iniziali titubanze, si è detta contraria. I cittadini di Bomba si sono mobilitati dando vita ad un comitato, “Gestione partecipata del territorio” (www.gestionepartecipataterritorio.it). Il loro primo obiettivo è stato quello di informare e sensibilizzare la popolazione dell’intera zona, completamente all’oscuro dei fatti e delle loro conseguenze. Poi hanno deciso di espletare tutti i ricorsi legali possibili prima di prendere altre iniziative. Una petizione contro il progetto ha già raccolto in poco tempo oltre 2 mila firme. Domenica saranno anche loro in piazza.

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Abruzzo, arrestato l’assessore alla sanità. Viene a galla il sistema Chiodi

Il futuro dei comunismi eretici

Intervista a Pier Paolo Poggio curatore di, L’età del comunismo sovietico: 1900-1945, primo dei cinque volumi dell’opera, L’Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico, edito dalla Jaca Book

Paolo Persichetti
Liberazione 16 maggio 2010

Sull’Unità del novembre 2003 Adriano Sofri definiva le correnti eretiche e libertarie del comunismo: «una utopica accezione destinata a non realizzarsi mai e a risorgere sempre, con la potenza di un sogno. Di questo comunismo si può parlare come già si fece dell’anarchismo, come di un’infanzia del movimento che mira a rendere il mondo più giusto». Affermazione che non si discosta da una consolidata vulgata storica, presente a destra come a sinistra, secondo cui l’unico comunismo possibile è stato quello sovietico. Una seria smentita a questa «riduzione del comunismo alla sola realizzazione “sovietica”» si può trovare da pochi giorni nelle librerie. Si tratta di, L’età del comunismo sovietico: 1900-1945, il primo dei cinque volumi di una poderosa opera, L’Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico, edito dalla Jaca Book, che si propone di restituire la ricchezza e la creatività del comunismo eretico novecentesco. Ne parliamo con Pier Paolo Poggio, direttore della fondazione Luigi Micheletti e curatore dell’ambizioso progetto che solo in questa prima uscita raccoglie ben 41 voci e 37 autori.

Narrazioni poliziesche della storia, come quelle contenute nel Libro nero del comunismo, hanno fatto dimenticare che il Novecento è stato anche il secolo del “comunisticidio”.
Il crollo del comunismo sovietico ha consentito di rappresentare i comunisti come colpevoli di ogni male, quindi come carnefici, e non certo come vittime, nel grande cimitero a cui è spesso ridotta la storia del Novecento. In realtà i comunisti, principalmente operai e contadini, sono stati oggetto di massacri sistematici, ad opera della Germania nazista piuttosto che nell’Indonesia di Suharto, e così un po’ in tutto il mondo. Resta il fatto che i comunisti, non necessariamente eretici, sono stati colpiti in primo luogo dai loro stessi governi e partiti.

Il periodo di massimo apogeo del comunismo del Novecento corrisponde anche con l’epoca del trionfo della società fordista. Coincidenza che ha portato alcuni a vedere nel comunismo una variante «collettivista del fordismo». La crisi di quest’ultimo, molto più che la caduta del muro di Berlino, avrebbe portato inevitabilmente al declino del comunismo. Regge una tesi del genere?
La grande fabbrica, cosiddetta fordista, ha sicuramente svolto un ruolo storico formidabile, con la conseguenza di scatenare ogni sorta d’investimento ideologico, sino a sconfinare nella teologia politica. Il comunismo come fenomeno storico e teorico ha però una diversa e più ampia estensione e profondità.

Le idee e le esperienze del comunismo più creativo ed eretico rappresentano ancora un punto di riferimento prezioso per il futuro?
A mio avviso possono essere un utile punto di riferimento a condizione che si capisca la profondità della rottura che si è determinata. E’ su questo versante che si rivelano imprescindibili.

Rispetto ad alcuni nodi cruciali che investono il dibattito politico contemporaneo (crisi della democrazia, critica dell’industrialismo, questione ambientale, beni comuni, post-fordismo, capitalismo finanziario), quali idee utili emergono?
Il lavoro prende in considerazione non solo le eresie del campo comunista ma anche pensatori non allineati rispetto ai sistemi politici dominanti nel secolo scorso. Gli apporti più consistenti concernono la prospettiva di una democrazia post-statale, ad un tempo universale e dal basso. E’ lo stesso terreno su cui s’incardinano le questioni, inestricabilmente interconnesse, dell’industrialismo, della crisi ecologica e dei beni comuni. Le tesi dell’eternità e naturalità del capitalismo, contro cui ha lottato il pensiero critico novecentesco, si dimostrano inconsistenti e pericolose, esse costituiscono il principale ostacolo ad una ripresa della progettualità politica e dell’azione sociale.

Come siete pervenuti a circoscrivere i confini teorici per dare una definizione appagante del comunismo critico ed eretico?
Sul piano strettamente storico la presenza di una o più centrali detentrici dell’ortodossia rende agevole l’individuazione di critici, dissidenti ed eretici. Non mi riferisco solo al partito comunista russo o cinese, ma anche al Pci. In una prospettiva più ampia la “definizione” non è il presupposto del lavoro ma il possibile risultato del suo svolgimento.

Durante questo svolgimento non avete corso il rischio di confinarvi nell’eurocentrismo?
L’eurocentrismo per un verso è inevitabile: il comunismo novecentesco nasce e fallisce in Europa, a meno che non si consideri la Russia un continente extraeuropeo, asiatico. D’altro canto il progetto complessivo prevede che due volumi, il 3° e il 4°, siano dedicati alle Americhe, all’Asia e all’Africa.

Perché avete privilegiato la scelta degli autori a scapito del racconto dei movimenti collettivi? A quando una nuova “Nuit des prolétairesper ridare voce al mondo dei lavoratori manuali delle città e delle campagne che hanno incarnato forme di democrazia autonoma, diretta e consiliare?
I movimenti collettivi non sono stati del tutto trascurati ma innegabilmente abbiamo puntato sui singoli personaggi e autori. Le cause di tale scelta sono state molteplici, sia pratiche che teoriche. La più immediata dipende dal fatto che gli storici che si occupano di movimenti sociali e politici collettivi, specie nel nostro paese, si sono dimostrati poco interessati e disponibili. Un’altra motivazione discende dall’esplicito obiettivo di esaltare la ricchezza, originalità, profondità degli apporti critici e teorici riconducibili al movimento comunista in senso lato, rovesciando la rappresentazione di comodo, moneta corrente a livello informativo.

Non è forse un limite aver ristretto il campo della vostra ricerca soltanto alla critica della politica, ai contributi politico-filosofici, trascurando altri aspetti del pensiero critico nel campo delle scienze sociali, di quelle esatte, della psicanalisi come dell’arte e della letteratura?
Questa osservazione è particolarmente fondata, anche se qualche presenza significativa, non strettamente riconducibile al pensiero politico-filosofico, nel volume appena uscito è rintracciabile: da Bertolt Brecht a Wilhelm Reich. Comunque il problema esiste e ne stiamo discutendo all’interno del gruppo di lavoro, molto stimolante, che cerco di coordinare.

Il primo volume si ferma al 1945, un periodo che vede classificazioni e definizioni abbastanza consolidate tra gli studiosi. Come si giustifica la scelta di autori che difficilmente possono rientrare nella categoria degli eretici e che spesso hanno avuto un ruolo centrale nella rappresentazione ufficiale dei comunismi istituzionali, delle comunistocrazie?
Premesso che non ci interessa e non abbiamo la pretesa di stabilire un canone o di fornire patenti di autenticità, ci mancherebbe altro… aggiungo che abbiamo inserito autori come Lukacs perché fondamentali rispetto all’analisi critica del capitalismo, e d’altro canto antistalinisti come Koestler, approdati su posizioni di destra, perché imprescindibili per l’analisi del comunismo di tipo “sovietico”.

Cosa dobbiamo aspettarci nel prossimo volume?
Il 2° volume darà più spazio alle correnti di pensiero e ai movimenti politici, attribuendo un ruolo cruciale al 68, in controtendenza con le letture che attualmente vanno per la maggiore.

Tra ciò che resta dei partiti e dei movimenti comunisti, sopravvissuti o sorti dopo l’89, serpeggia una strana sindrome che ha preso il nome di ostalgia (nostalgia dell’Est). Fenomeno che alimenta una neo-ortodossia giunta a punte estreme come la rivalutazione di Stalin, del suo supposto «realismo» contro i presunti utopismi di Marx. Il fenomeno è singolare anche perché spesso riguarda generazioni che prima dell’89 militavano in formazioni critiche del comunismo ufficiale o addirittura che non hanno conosciuto quel periodo. Come spieghi questa voglia di passato così poco curiosa?
L’intero progetto, ma già il 1° volume è abbastanza esplicito, si colloca in aperta polemica contro questa spinta regressiva, omologa a quanto sta avvenendo in altre aree politiche. In termini generali ciò è espressione dell’incapacità di affrontare e guardare in faccia il presente nel suo farsi storico.Cosa comprensibile ma che non può essere incoraggiata. Lo stesso può dirsi per la specifica vicenda del comunismo “sovietico”, che reputo centrale per tutto il Novecento, e che va indagato già a partire dal paradosso beffardo del nome con cui è stato designato, rispetto alla effettiva fenomenologia del potere bolscevico. Ogni sforzo viene fatto per non guardare in faccia la realtà, perpetuando inganni o illusioni. La conoscenza dei comunisti critici e eretici è un tassello indispensabile per uscire da una tale paralisi.

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I comunisti critici oscurati dal Pci
Muro di Berlino, i guardiani delle macerie
Un futuro anticapitalista è fuori dalla storia del Pci
Il secolo che viene

I comunisti critici oscurati dal Pci

Scheda – L’età del comunismo sovietico: 1900-1945, vol. 1° di L’Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico, a cura di Pier Paolo Poggio, Jaca Book aprile 2010

«Veniamo da lontano», diceva un famoso slogan del Pci negli anni 70. L’iconografia ufficiale costruita nel dopo guerra si esauriva lungo un asse lineare e senza scossoni gridato nei cortei: “Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer”. Del povero Natta, tornato «a fare il francescano», nemmeno il ricordo. Su Occhetto, che sciolse il partito, è caduto l’anatema.
Il Pci ha sempre oscurato una parte della sua storia. Rientrato in Italia, Angelo Tasca, estromesso dal partito nel 1929, che insieme a Gramsci, Togliatti e Terracini aveva fondato l’Ordine nuovo, provò a contestare questa «storiografia aulica». Numerosi gli eretici espulsi, a cominciare dal primo segretario, quell’Amedeo Bordiga che osò apostrofare Stalin in persona. Oltre a Bordiga e Tasca, in L’età del comunismo sovietico: 1900-1945, primo dei cinque volumi dell’opera, L’Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico, edito dalla Jaca Book, si raccontano le vicende dei comunisti Ante Ciliga e Bruno Rizzi, del socialista Andrea Caffi e dell’anarchico Camillo Berneri.

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Il secolo che viene



La ragnatela di Anemone e la lista che fa paura

L’inchiesta resta a Perugia. Il restroscena sul ritrovamento della lista dei “clienti” della cricca

Paolo Persichetti
Liberazione 15 maggio 2010

Mentre piovono un po’ da tutte le parti le smentite da parte di chi ha visto il proprio nome comparire nella “lista Anemone”, il promemoria ritrovato nel computer del costruttore figura centrale della “cricca” che lucrava grazie all’assegnazione di appalti concessi in deroga, vengono alla luce le circostanze che hanno portato al suo ritrovamento.
Era il 14 ottobre del 2008, e la lista di nomi più bollente d’Italia venne rinvenuta quasi per caso nel corso di un controllo fiscale di routine condotto dal commando provinciale della Guardia di finanza di Roma. In proposito esiste anche una intercettazione della segretaria, Anna, che allarmata telefonava al suo «capo» avvertendolo di quanto era successo: «Sembrerebbe, da quello che sono riuscita a vedere perché mi sono messa lì vicino con una scusa, che stampavano gli elenchi di personale vecchio, lavori, ‘ste cose qua». Sulla diffusione della lista 18 mesi dopo il suo rinvenimento, lista che sembra fosse sconosciuta alla procura di Perugia ed a quella di Roma, che ha diffuso ieri per nome del suo procuratore capo una nota nella quale afferma di non averne mai ricevuto copia (un modo per dire, «non siamo stati noi a renderla pubblica»), esistono anche dei retroscena.
Quello proposto da Franco Bechis su Libero evoca un scontro interno alla Guardia di finanza. Un regolamento di conti tra il generale Emilio Spaziante e Andrea De Gennaro, fratello dell’ex capo della polizia Gianni, rimosso poco tempo fa dalla direzione del comando provinciale della Capitale. Tra Spaziante, vicino all’ex capo del Sismi Pollari e al comandante generale Roberto Speciale (quello della guerra con Visco e delle spigole comprate con l’aereo), e Giovanni De Gennaro, capo dei Servizi interni, suo acerrimo rivale e fratello di Andrea, non sarebbe mai corso buon sangue. Da qui la vendetta contro il fratello finanziere che avrebbe innescato la reazione a catena che avrebbe portato alla diffusione della lista sugli organi di stampa.
Per nuocere a chi? Non si capisce bene. Il danno è bipartizan: nella lista ci sono decine di indirizzi pubblici e privati di ufficiali della Finanza, e sono indicati i lavori realizzati nelle caserme del corpo, al tempo stesso compaiono i nomi di Gianni De Gennaro, Antonio Manganelli e Nicola Cavaliere, come i lavori svolti per la polizia e il ministero dell’Interno. Retroscena a parte, un problema serio per la Guardia di finanza è rappresentato dalla posizione dell’ufficiale Francesco Pittorru, attualmente in forza nei Servizi, che sembra sia stato incastrato dallo stesso Anemone. I legali dell’imprenditore hanno smentito, tuttavia lo 007 pare che si sia trovato in difficoltà nel dimostrare l’origine degli assegni ricevuti dall’architetto Zampolini, al quale Anemone aveva delegato le operazioni di compravendita degli appartamenti da regalare a politici e funzionari sospettati di esser coinvolti nel sistema d’assegnazione fraudolenta degli appalti speciali. Sulle spalle di Pittorru gravano sospetti sull’origine dei due appartamenti ricevuti al centro di Roma e su tre ristrutturazioni realizzate da ditte di Anemone. Quello che viene fuori dalle inchieste in corso, sia a Perugia che a Firenze, è la ragnatela delle relazioni intessute dall’imprenditore e dal suo ispiratore, il potente gran comis dei lavori pubblici Balducci. Nel 2003, a soli 32 anni, grazie a Balducci, Anemone è proiettato nel giro delle commesse speciali. Ottiene fino al 2008 412 lavori. Grazie al Nos, il nulla osta sicurezza, ottiene tutti i pass necessari per lavorare nei ministeri sensibili: Interni, Difesa, Servizi, Presidenza del consiglio. Sotto la gestione Lunardi e Scajola, via il supertecnico Incalza, ottiene appalti come la costruzione del carcere di Sassari e i ripetuti interventi nel minorile di Casal del Marmo. Non lo ferma più nessuno. Con Bertolaso alla Protezione civile fa il botto. Ai tempi di Tangentopoli era stato coniato il termine di «corruzione ambiente». Da allora, nonostante il ciclone di Mani pulite e il presenzialismo giudiziario abbiamo mutato radicalmente il volto della politica, nulla è cambiato. Da sistemica la corruzione è divenuta molecolare. Giustizialismo e populismo hanno giovato solo a se stessi. C’è un’ambigua simbiosi che sorregge corruzione e retorica dell’anticorruzione. Intanto la sinistra ne muore. Sarebbe tempo di aprire una profonda riflessione.

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Nella lista di Anemone l’intero establishment: lavori o favori?
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Nella lista di Anemone l’intero establishment, lavori o favori?

Tra i nomi anche Settembrino Nebbioso, capo di gabinetto del Guardasigilli Angelino Alfano

Paolo Persichetti
Liberazione 14 maggio 2010

La «cricca» comprava la complicità di politici, ministri e sottosegretari del governo, e di altri personaggi situati in posizioni d’influenza, offrendo interventi di ristrutturazione o addirittura regalando facoltose abitazioni, come si sospetta sia accaduto con l’appartamento, vista Colosseo, acquistato, «a sua insaputa», dall’ex ministro per lo sviluppo economico Claudio Scajola? Se questa è una nuova Tangentopoli, vuol dire che la politica si svende per un piatto di lenticchie. Almeno nella prima repubblica si finanziavano partiti e correnti. Dopo la lista delle consulenze d’oro ritrovata in casa di Mauro Della Giovampaola, il funzionario del ministero dell’Infrastrutture e coordinatore dell’Unità tecnica di missione della presidenza consiglio dei ministri,  nella quale comparivano figli di funzionari o magistrati che potevano agevolare l’attribuzione di appalti, ricompensati con incarichi a “tempo determinato”, ora è uscita fuori anche la lista dei lavori, circa 370 interventi, svolti dalle società di Anemone per esponenti del mondo della politica, di magistrati con incarichi di governo, di prelati della Curia vaticana, funzionari Rai e registi. Uno spaccato impressionante del sistema di relazioni costruito dalla «cricca». Ministeri, salotti, caserme. La lista, trovata nel 2009 dalla Guardia di finanza nel computer del costruttore, sembra che non fosse conosciuta della procura di Perugia che sta indagando sulla vicenda degli appalti straordinari per i grandi eventi. Per questo motivo i magistrati stanno valutando l’opportunità di avviare un’inchiesta. Le otto pagine che stanno facendo tremare l’establishment conterrebbe una quarantina di nomi per foglio, con indicato sulla sinistra il numero progressivo e l’anno dei lavori e sulla destra il nominativo o l’indirizzo. Ampi stralci della lista sono apparsi ieri su molti quotidiani e subito sono piovute smentite e precisazioni. In effetti il testo di per sé non prova nulla. Si tratta di un promemoria dei lavori condotti dalle ditte di proprietà di un imprenditore, certamente molto addentro alle relazioni con il mondo che conta. Saranno gli inquirenti a dover svolgere un paziente lavoro di verifica sulla regolarità degli interventi svolti. Compaiono i nomi di politici e sottosegretari, come Settembrino Nebbioso, attuale capo di gabinetto del ministro della Giustizia Angelino Alfano e a suo tempo anche dell’ex guardasigilli Roberto Castelli, che però ha subito smentito ogni coinvolgimento. Pm della procura romana, figurerebbe nella lista col diminutivo di «Rino Nebbioso». Forse si tratta di una disgraziata omonimia, certo è che nel vasto portafoglio clienti di Anemone cruciali sono gli appalti di edilizia carceraria per la costruzione del nuovo carcere di Sassari e del reparto 41 bis. Non è andata allo stesso modo per Ercole Incalza, il super funzionario del ministero delle Infrastrutture che dopo l’accusa di aver ricevuto mezzo milione di euro da uno dei membri della «cricca», l’architetto Angelo Zampolini già coinvolto nella storia degli assegni versati per l’acquisto dell’appartamento di Scajola, ha offerto le sue dimissioni. Ex amministratore dell’Alta velocità, Incalza è già finito 14 volte sotto inchiesta e pure in carcere quando lavorava con Lunardi, salvato alla fine da ripetute prescrizioni. Tra i nomi compare quello di Nicola Mancino, vicepresidente del Csm, citato per dei lavori avvenuti nella sua casa quando era ministro dell’Interno. Ci sono poi quelli dell’attuale capo della polizia Antonio Manganelli e del suo predecessore Gianni De Gennaro, oggi ai vertici dei Servizi. C’è Guido Bertolaso, nei confronti del quale sono indicati tre interventi e non uno solo, come da lui anticipato nei giorni scorsi. C’è il generale della Guardia di finanza, Francesco Pittorru, ci sono i coimputati di Anemone, Claudio Rinaldi e Mauro Della Giovanpaola. Compare l’alto funzionario Rai Giancarlo Leone, figlio dell’ex presidente della repubblica Giovanni Leone, e un paio di registi. Sembra infatti che Angelo Balducci, il potente dirigente dei lavori pubblici che calamitava gli appalti verso le ditte di Anemone, per favorire la carriera cinematografica del figlio elargisse favori a molti personaggi del cinema. La lista contiene anche riferimenti all’immensa mole di appalti ottenuti per palazzi istituzionali, ministeri, caserme, chiese e sedi politiche.

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Buttafuoco, “Saviano agita valori e codici di destra. Non regaliamolo alla sinistra”

Icona perfetta dell’immaginario superomista, Saviano agita valori e codici di destra. “E’ roba nostra, non regaliamolo alla sinistra, è un patriota, un cazzuto, uno che sa tenere una pistola in pugno, uno che sa sbrigarsela al modo dell’uomo vero”, spiega Pietrangelo Buttafuoco dopo che una lunga intervista apparsa su Panorama ha messo in luce risvolti ancora poco noti del nuovo portavoce dei professionisti dell’antimafia

Pietrangelo Buttafuoco
Libero 12 maggio 2010

Quando la scorta armata diventa una stampella per le idee, il pensiero muore

Quello del regalare gli eroi agli altri è lo sport preferito della destra. Altrimenti non si capirebbe tutta questa fretta di buttare Roberto Saviano in quell’album lì, tra le figurine del pensiero dominante della sinistra, magari in compagnia di Daniele Luttazzi, cacca compresa. Passa sempre in automatico un’idea. E cioè che la lotta alla criminalità sia un tratto distintivo dell’essere di sinistra. Un riflesso condizionato sottaciuto e mai dichiarato convince tutti – quelli di destra, tra i primi – che, insomma, l’impegno contro la mafia sia una cosa da comunisti. Ancora peggio: una cosa da magistrati comunisti. Tutto questo nel frattempo che mai, mai una volta, qualcuno abbia detto che perfino i due più potenti tra gli eroi, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, non corrispondevano al clichè cui ci siamo abituati per quieta obbedienza al pensiero dominante. Si potrà o no dire una volta per tutte che Falcone, appunto Falcone, da vivo era un socialista quando socialista significava Claudio Martelli, Bettino Craxi, Hammamet compresa? Si potrà o no dire e spiegare bene che Borsellino, appunto Borsellino, da vivo era un missino e che lo slogan “meglio vivere un giorno da Borsellino che cento da Ciancimino” è mutuato da un motto stupendamente fascista? Falcone e Borsellino morti hanno dovuto subire l’aggiustamento delle loro biografie ed è quasi da querela – si rischia la querela, oggi – ricordare come al funerale di Beppe Alfano, giornalista, ammazzato dalla mafia, c’era solo la fiamma tricolore. Quello dell’andare a fare la guerra alla mafia era l’istinto primo di ogni militante della destra, Angelo Nicosia, un valoroso deputato – e Giampaolo Pansa se lo ricorderà – all’alba della nascente Repubblica si prese le prime coltellate quando cominciò a stanarli i mafiosi tra i rimasugli ereditati dall’amministrazione d’occupazione anglo-americana. Ancora ieri, con odio sbruffone, nella sua Castelvetrano, il Matteo Messina Denaro, che è ancora oggi latitante tra i latitanti, durante le campagne elettorali faceva sapere ai suoi: “Per i fascisti mai”. Brucia ancora il ricordo di Cesare Mori, il prefetto di ferro voluto da Benito Mussolini che fece fuoco e fiamme sulla viva carne della mafia, mas-sa-cran-do-la. Nel nome di Mori tanti scelsero magistratura, polizia, militanza politica, certo anche Saviano – nel nome di Mori – riconosce quella vena che a Destra faceva scegliere sempre e comunque lo Stato e non l’Anti-Stato, lo ha scritto tante volte ma, si sa, è più facile che un cammello passi dalla cruna di un ago che a destra qualcuno si fermi a leggere, siamo fatti così noi di destra, ci nutriamo solo di comizi scritti. E mai una volta che si scriva un comizio che corrisponda alla verità delle cose perché – chissà – passa sempre questa idea che andare contro la Mafia è un vantaggio dato ai comunisti.
E così, di seguito, per li rami: ognuno che faccia il proprio dovere diventa, in automatico, uno di sinistra. Così vale per chi paga le tasse, per chi denuncia il pizzo, per chi sceglie le guardie e dice basta ai ladri. La stupidità congenita della destra, specie se dotata di microfono e di taccuino, è svelata in questo tic: regalare la battaglia di civiltà alla sinistra. La condanna della destra è tutta descritta in una scena: prendere le corna da terra – quelle degli evasori fiscali, quelle dei magnaccia, quelle degli assassini e quelle degli indifferenti – e mettersele in testa. E tutto questo mentre questo governo, con Roberto Maroni al Viminale, con decisioni sottoscritte da Silvio Berlusconi in persona, sta facendo piazza pulita della criminalità. Tutto questo mentre il mondo intero, con Gomorra sotto il braccio, trova in Roberto Saviano un esempio d’italiano mai visto fino ad oggi. Un italiano che non è, per come lo accusano da destra, un comunista con la barba di tre giorni ma, sempre che il termine non ci esponga alla querela, un patriota. Lui lo ha già scritto, lo ha già detto e lo ha già raccontato molte volte. Non c’è un angolo della vita di questo giovane scrittore che non sia stato svelato, anche al netto delle invidie e degli insulti. Furbizia compresa.
E’ solo uno cazzuto, uno che sa tenere una pistola in pugno, uno che sa sbrigarsela al modo dell’uomo vero, uno che è agli antipodi del fighetta, uno che non c’entra niente con tutti quelli che lo venerano, neppure con RaiTre che gli offre la tribuna, ma ancora meno c’entra con tutti quelli che vogliono togliere a lui e al suo libro i riflettori. Non c’entra con tutte le contumelie che gli lanciano addosso i suoi detrattori. Non assomiglia alle accuse che gli rivolgono, in una sola parola: tutto è tranne che un comunista. Tutto eccetto che un conformista, tutto fuorché un venerando somaro del pensiero dominante, sempre che si abbia la pazienza di leggerselo il suo pensiero, anche perché si rischia di perdersi ciò che può apparire balsamo alle meningi: come quando denuncia gli anni del saccheggio del centro-sinistra.
Ha solo la barba di tre giorni e poi – è vero – s’è nutrito alla fonte della grande letteratura maledetta: da Ezra Pound a Louis Ferdinand Celine. Però va avanti, è generoso, cerca negli altri quello che lui stesso ha assaporato: la libertà di pensarla sempre fuori da ogni schema. Può non piacere ma è un eroe. Avrebbe perfino pietas di Sandokan, il suo nemico, così come ebbe una sovrana ironia al processo, guardando in faccia tutta la feccia. Basta vederlo nell’interezza della sua fisicità. Si muove come in scena, mette in scena la romantica sovrapposizione dell’arte su tutto. E’ solo uno che sfida anche la sua stessa storia pur di fare l’unica rivoluzione necessaria: liberare il Sud dalla Mafia perché la Mafia c’è. E non è di destra. A meno che non si voglia farsela regalare. Giusto per fare a cambio con gli eroi.

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