Processo alle torture, il “professor De Tormentis” chiamato a testimoniare. Il prossimo 18 giugno la decisione della magistratura

La richiesta di revisione della condanna per calunnia pronunciata contro Enrico Triaca dopo la denuncia delle torture subite nel 1978 è giunta ad un punto di svolta. Il prossimo martedì 18 giugno si terrà una prima udienza davanti alla corte d’appello di Perugia chiamata a pronunciarsi sulla legittimità delle nuove prove presentate. Se la corte dovesse accogliere l’istanza della difesa di Triaca si riaprirà il dibattimento. Forse vedremo per la prima volta il volto di Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, sapremo allora se l’ex funzionario dell’Ucigos avrà il coraggio di reggere lo sguardo dell’uomo che torturò con l’acqua e sale nel 1978.
Sarà chiamato a testimoniare anche Salvatore Genova, collega e compartecipe di Ciocia le cui rivelazioni hanno squarciato il muro di omertà durato decenni, insieme ad altri testi che hanno raccolto in questi anni rivelazioni e ammissioni

Libri – Dagli anni 70 a Bolzaneto, la continuità trentennale d’apparati, metodi e in certi casi anche di uomini nel ricorso alla tortura

th_1dd1d6fe940b0becc9a0299f6069644e_tortura_cop-1«Ciò che qualifica la tortura – scrive Patrizio Gonnella in, La tortura in Italia. Parole, luoghi e pratiche della violenza pubblica, DeriveApprodi – non è la crudeltà oggettiva del torturatore, ma lo scopo della violenza». Una violenza che può avere due obiettivi: uno giudiziario ed uno politico-simbolico. Nel primo caso si tratta di estorcere informazioni da utilizzare per lo sviluppo successivo delle indagini o da impiegare in sede processuale come dichiarazioni accusatorie; nel secondo il fine è quello di esaltare il potere punitivo dello Stato. I due scopi spesso si sovrappongono: la tortura giudiziaria contiene sempre quella punitiva, mentre la tortura punitiva non sempre contiene la ricerca d’informazioni.
Le torture praticate contro i militanti rivoluzionari accusati di appartenere a gruppi armati tra la fine degli anni 70 e i primi anni 80 erano un classico modello di tortura investigativa. Operate dalle forze di polizia, contenevano entrambi gli obiettivi: estorcere informazioni e disintegrare l’identità politico-personale del militante. La deprivazione sensoriale assoluta, introdotta negli anni 90 attraverso l’isolamento detentivo previsto con il regime carcerario del 41 bis, è invece la forma più avanzata di tortura giudiziaria. Congeniata per sostituire la tortura investigativa, ha rappresentato una ulteriore tappa del processo di maturazione dell’emergenza italiana che ha visto la progressiva giudiziarizzazione delle forme di stato di eccezione, non più controllate dall’esecutivo ma dalla magistratura.
I pestaggi che avvengono nelle carceri o nelle camere di sicurezza delle forze di polizia appartengono invece al genere della tortura punitiva, ispirata dal sopravanzare di visioni etico-morali dello Stato: correggere comportamenti ritenuti fuori norma riaffermando la gerarchia del comando. Così è avvenuto nel carcere di Asti tra il 2004 e il 2005, dove una sentenza della magistratura ha registrato le violenze imposte ai detenuti per ribadire e legittimare i rapporti di potere all’interno dell’istituto di pena.
Una situazione analoga si è verificata nella tragica vicenda che ha portato alla morte di Stefano Cucchi, anche se in questo caso sussistono fondati sospetti che la violenza punitiva ricevuta nelle camere di sicurezza del tribunale, gestite dalla polizia penitenziaria, sia stata preceduta da violenze subite nella fase investigativa prima dell’ingresso in carcere.
In linea generale le violenze poliziesche hanno un carattere «informe», non a caso Walter Benjamin ne coglieva l’aspetto «spettrale, inafferrabile e diffuso in ogni dove nella vita degli Stati civilizzati», al punto da costituire una delle tipicità proprie dell’antropologia statuale. Queste violenze variano d’intensità, d’episodicità ed estensione con il mutare dei rapporti sociali e il modificarsi della costituzione materiale di un Paese. Ci sono poi momenti storici in cui questa violenza si condensa, assumendo una forma sistematica che si avvale dell’azione d’apparati specializzati. Quella che è una caratteristica permanente degli Stati dittatoriali denota anche il funzionamento delle cosiddette democrazie quando entrano in situazioni d’eccezione. Nell’Italia repubblicana è avvenuto almeno due volte: nel 1982, quando il governo presieduto dal repubblicano Spadolini diede il via libera all’impiego della tortura per contrastare l’azione delle formazioni della sinistra armata e nel 2001, durante le giornate del G8 genovese.
Se nel primo caso si è fatto ampio ricorso alla tortura investigativa e ad un inasprimento del regime carcerario speciale, già in corso da tempo, con una estensione dell’articolo 90 e la sperimentazione di quel che sarà poi il regime del 41 bis, con i pestaggi dei manifestanti, il massacro all’interno della scuola Diaz e le sevizie praticate nella caserma di Bolzaneto durante il G8 genovese si è dato vita ad una gigantesca operazione di tortura punitiva e intimidatoria nei confronti di una intera generazione.
In entrambe le circostanze vi è stato un input centrale dell’esecutivo, la presenza di una decisione politica, la creazione di un apparato preposto alle torture e l’individuazione di luoghi appositi, di fatto extra jure, oltre all’atteggiamento connivente delle procure. Se nel 1982 – fatta eccezione per un solo caso – queste insabbiarono tutte le denunce, nel 2001 hanno facilitato la riuscita del dispositivo Bolzaneto, come dimostra il provvedimento fotocopia predisposto prima dei fermi in vista delle retate di massa. Adottato per ciascuna delle persone arrestate, prevedeva in palese contrasto con la legge il divieto di incontrare gli avvocati. Un modo per garantire l’impenetrabilità dei luoghi dove avvenivano le sevizie che restarono così protetti da occhi e orecchie indiscrete per diversi giorni.
Nonostante tanta familiarità con la storia del nostro Paese, la tortura non è un reato previsto dal codice penale e ciò in aperta violazione degli impegni internazionali assunti dall’Italia, l’ultimo nel 1984. Se la giuridicità ha un senso, il suo divieto andrebbe integrato nella costituzione al pari del rifiuto della pena di morte. La sua condanna, infatti, attiene alla sfera delle norme fondatrici, alla concezione dei rapporti sociali, ai limiti da imporre alla sfera statale. Non è una semplice questione di legalità, la cui asticella può essere innalzata o abbassata a seconda delle circostanze storiche.
In ogni caso introdurre questo capo d’imputazione ha senso solo se prefigurato come “reato proprio”. «La tortura – spiega Eligio Resta – è crimine di Stato, perpetrato odiosamente da funzionari pubblici: vive all’ombra dello Stato», come ha sancito la Convenzione Onu del 1984. Nella scorsa legislatura, invece, il Parlamento italiano aveva elaborato una bozza che qualificava la tortura come reato semplice, un espediente che lungi dal limitare l’uso abusivo della forza statale ne potenziava ulteriormente l’arsenale repressivo alimentando il senso d’impunità profondo dei suoi funzionari.
Ancora nel marzo del 2012, l’allora sottosegretario agli Interni, prefetto Carlo De Stefano, rispondendo ad una interpellanza parlamentare della deputata radicale Rita Bernardini era riuscito ad affermare che almeno fino al 1984 in alcuni trattati internazionali sottoscritti anche dall’Italia erano presenti «limitazioni» di «non di poco conto, (morale e in caso di ordine pubblico e di tutela del benessere generale di una società democratica)», al divieto di fare ricorso all’uso della tortura. Un modo per mettere le mani avanti e richiamare una inesistente protezione giuridica alle torture praticate in Italia fino a quel momento.
D’altronde fu lo stesso Presidente della Repubblica Sandro Pertini che nel 1982, per rimarcare la distanza che avrebbe separato l’Italia dalla feroce repressione che i generali golpisti stavano praticando in Argentina, affermò: «In Italia abbiamo sconfitto il terrorismo nelle aule di giustizia e non negli stadi». Di lui, ebbe a dire una volta lo storico dirigente della sinistra socialista Riccardo Lombardi, «ha un coraggio da leone e un cervello da gallina».
In Italia le torture c’erano, anche se in quei primi mesi del 1982 non vennero inferte negli spogliatoi degli stadi ma in un villino, un residence tra Cisano e Bardolino, vicino al lago di Garda, di proprietà del parente di un poliziotto (lo ha rivelato al quotidiano L’Arena l’ex ispettore capo della Digos di Verona, Giordano Fainelli e lo ha confermato anche Salvatore Genova, allora commissario Digos). Si torturava anche all’ultimo piano della questura di Verona, requisita dalla struttura speciale coordinata da Umberto Improta, diretta dall’allora capo dell’Ucigos Gaspare De Francisci su mandato del capo della Polizia Giovanni Coronas che rispondeva al ministro dell’Interno Virginio Rognoni.
Sulle gesta realizzate da questo apparato parallelo sono emersi negli ultimi tempi fatti nuovi, circostanze, testimonianze, ammissioni. Il prossimo 18 giugno la corte d’appello di Perugia si riunirà per decidere se riaprire uno dei pochi processi in cui l’imputato denunciò di avere subito torture. Il seviziatore di Enrico Triaca, conosciuto con lo pseudonimo di professor De Tormentis, ha ammesso in un libro di avergli praticato il waterboarding nel maggio del 1978, in quello che fu un assaggio di quanto avvenne quattro anni dopo. Il suo nome è Nicola Ciocia, oggi ex questore in pensione, ieri funzionario dell’Ucigos. Cosa farà la magistratura?
Vorrà ribadire ancora una volta che l’Italia ha sconfitto il terrorismo nelle aule di giustizia e non negli stadi?

Per saperne di più
Le torture della Repubblica

Se questo è un uomo. Ora provate a dire che il 41 bis non è tortura

Il filmato qui sotto mostra Bernardo Provenzano ripreso dalle telecamere di sorveglianza della sala colloqui 41 bis del carcere di Parma durante l’unica ora mensile di colloquio ammessa con i propri familiari. Le immagini venute in possesso della trasmissione televisiva Servizio Pubblico risalgono al 15 dicembre 2012.
Provenzano è stato arrestato nell’aprile del 2006. Sei anni di 41 bis lo hanno ridotto in questo stato. L’uomo ormai ottantenne appare poco presente a se stesso, incapace di intendere. I suoi movimenti sono rallentati, il suo stato è poco vigile, non riesce ad impugnare correttamente la cornetta del citofono che permette di parlare con i familiari al di là del vetro. Per ogni gesto deve essere sollecitato più volte dal figlio. Ricurvo su se stesso porta un vistoso berretto di lana sul capo perché – dice – «fa freddo». Il figlio si accorge della presenza di un cerotto e gli chiede prima cosa sia successo e poi di togliersi il copricapo. Sulla testa appare il segno evidente di una ferita. Alla richiesta di cosa sia accaduto, Provenzano, articolando le parole con molta difficoltà, risponde di aver preso «Lignate, sì. Dietro i reni». Il figlio gli chiede se sia caduto, Provenzano risponde di sì in modo confuso. Due giorni dopo queste immagini, forse a seguito di una caduta, l’anziano detenuto è rimasto colpito da un’emorragia celebrale. Ricoverato d’urgenza è stato operato. Da allora sembra che abbia molte difficoltà a parlare e sia quasi incapace di intendere e di volere, tanto che per questo è stato escluso da un processo.

Di fronte a queste immagini c’è forse qualcuno che può ancora negare come il 41 bis sia una particolare forma di tortura esercitata attraverso lo strumento della deprivazione sensoriale assoluta?
Attualmente 673 persone (rilevamento del 2011) subiscono questo trattamento di restrizione assoluta, ulteriormente aggravata per quelli tra di loro che si trovano nelle “aree riservate” (circa una ventina).

Nelle scorse settimane il legale della famiglia Provenzano, l’avvocato Rosalba Di Gregorio, ha chiesto la revoca del 41 bis per il suo assitito e la sospensione dell’esecuzione della pena per motivi di salute, ma l’istanza è stata respinta. Dopo l’apparizione di un articolo su Repubblica del 21 maggio, nel quale si faceva riferimento alle presunte percosse subite da Provenzano, il ministro della Giustizia ha chiesto al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria di svolgere delle verifiche.

Attorno alle condizioni di salute di Provenzano si è accesa una singolare polemica che, omettendo completamente ogni interrogativo sul senso di un tale regime carcerario praticato su un uomo ridotto ormai ai minimi termini, solleva al contrario il sospetto che dietro le innumerevoli cadute registrate in cella nel corso dell’ultimo anno, in particolare l’ultima che l’ha ridotto in coma, vi sia dell’altro.
Che cosa? L’eventuale tentativo – si lascia intendere – di esercitare pressioni fisiche per impedire ad un Porvenzano ormai allo stremo di collaborare con la giustizia. E’ la tesi in particolare dell’eurodeputata Sonia Alfano, appartenente all’ormai dissolta Italia dei Valori, che nel corso dell’ultimo anno ha realizzato diverse visite al prigioniero. Secondo la parlamentare il peggioramento delle condizioni di salute di Provenzano potrebbe essere collegato al fatto che l’ex boss aveva mostrato interesse per un’eventuale collaborazione con la giustizia che gli avrebbe permesso di ottenere un regime carcerario più morbido del 41bis. Secondo Alfano, Provenzano sarebbe stato “neutralizzato”, ovvero sarebbe stato picchiato fino a rendere impossibile una sua collaborazione. In ragione di ciò, si sostiene in un comunicato diffuso da Servizio Pubblico: «la procura di Palermo ha aperto un’indagine per fare luce sui tanti misteri che ancora una volta avvolgono il super boss dei corleonesi».

Sul corpo di Provenzano si sta giocando uno scontro senza mezzi termini tra chi mostra di utilizzare il 41 bis come una sorta di anticipazione della morte del detenuto, seppellito nei cimiteri per vivi che sono questi particolari reparti carcerari, affinché l’ex capo mafioso porti nella tomba tutti i suoi segreti, e chi utilizza questo regime detentivo come mezzo per estorcere dichiarazioni da utilizzare contro i propri avversari politici. Una bella contesa insomma che mostra come giustizia e legalità non siano altro che arene della contesa politica.

Il 41 bis
imagesQuesto regime detentivo prevede la sospensione di tutte le regole ordinarie previste nell’ordinamento penitenziario. Può essere applicato anche a chi è in attesa di giudizio.
I detenuti in 41 bis possono fare una sola ora di colloquio al mese con parenti strettissimi attraverso un vetro divisorio e con i citofoni. Non potendo cumulare le ore come nelle carceri normali, molti di loro senza mezzi economici finiscono col fare pochissime ore di colloquio nell’arco dell’anno. La telefonata di 10 minuti ai familiari (alternativa al colloquio) è registrata e il familiare deve recarsi, per poterla ricevere, nel carcere più vicino al luogo di residenza. Le ore d’aria sono solo due mentre la socialità è limitata ad un massimo di tre persone individuate dalla Direzione dell’istituto senza possibilità di alcuno scambio tra detenuti (cibo, vestiti, libri…). La corrispondenza è limitata alle persone con cui si fanno i colloqui e sottoposta a censura. Non si possono tenere più di tre libri in cella. Recentemente il ministro della Giustizia Severino con una circolare ha disposto che il numero di tre libri dovesse ritenersi complessivo. In esso andavano inclusi anche quelli lasciati in magazzino, vietando al contempo la possibilità di ricevere giornali, riviste e libri dai familiari e per posta e autorizzandone unicamente l’acquisto tramite la ditta che gestisce il sopravitto e che offre una scelta ridottissima (settimana enigmistica, sorrisi e canzoni ecc. Niente riviste culturali, politiche, di letteratura, scientifiche o specialistiche).
Nelle sezioni con regime 41 bis opera un corpo speciale di polizia penitenziaria – il Gom (Gruppo operativo mobile) – che può stabilire norme particolari per questo tipo di sezioni. Alla sospensione dei diritti voluta dal Ministero si possono perciò aggiungere divieti particolari e specifici come la possibilità di avere con sé solo un numero limitatissimo di indumenti, calzini, fogli di carta, biro, ecc.

Gli imputati rinchiusi in regime di 41 bis sono esclusi dai processi. Non vengono più condotti nelle apposite gabbie predisposte nelle aule bunker dei tribunali ma portati in stanze, ricavate all’interno delle carceri, collegate in videoconferenza con i tribunali dove sono presenti soltanto giudici e avvocati. Viene così azzerato il diritto alla difesa.

Le aree riservate
Nelle carceri di Parma, Ascoli Piceno, Terni, Tolmezzo, Novara, Viterbo, L’Aquila e Spoleto, sono state allestite delle aree riservate, un 41 bis ancora più ristrettivo.

Attualmente tre prigionieri politici sono sottoposti a questo regime detentivo:
Nadia Desdemona Lioce (a L’Aquila)
Marco Mezzasalma (a Parma)
Roberto Morandi (a Terni)

Domani a Parma si terra una corteo nazionale contro il carcere e il 41 bis

25mag13carcereSul resoconto del corteo di Parma potete leggere qui

Approfondimenti
Cronache carcerarie

41 bis
Dopo la legge Gozzini tocca al 41 bis, giro di vite sui detenuti

Carcere, gli spettri del 41 bis

 

Non può esserci abolizione dell’ergastolo senza una dissoluzione delle filosofie premiali della pena

L’ergastolo è una pena multipla: 41 bis, ostatività e isolamento diurno sono le sanzioni aggiuntive che corredano il fine pena mai. Se ne può venir fuori solo attraverso la collaborazione e l’abiura

di Ugo Giannangeli (avvocato)
Liberazione 28 novembre 2008

336-280Nel 1944 la pena di morte è stata sostituita dall’ergastolo, ma la sostituzione non ha fatto venire meno quell’idea di definitività che la pena di morte porta ontologicamente con sé.
La pena di morte elimina fisicamente il “reo”; l’ergastolo lo elimina socialmente (donde la definizione di “morte civile” benché di civile l’ergastolo nulla abbia). In un certo sentire comune diffuso nella componente “forcaiola” (altro termine in uso evocativo di morte) della società ma esteso a molti magistrati chiamati ad occuparsi a vario titolo degli ergastolani, permane un senso di fastidio rispetto alla sopravvivenza di questi rei che, scampati alla “forca”, residuano come zavorra sociale.
Il fatto che gli sia consentito di vivere, anche se inteso solo come sopravvivere, dovrebbe, secondo costoro, comportare un eterno debito di gratitudine verso la società a carico dei “graziati”. Quando è stato fatto notare che l’art. 27 della Costituzione afferma che la pena tende alla rieducazione del condannato e che, quindi, una pena infinita non aveva senso ed era in contrasto con il dettato costituzionale, rappresentando un esplicito fallimento e una vanificazione della dichiarata finalità rieducativa, è stato ribattuto che l’ergastolo, perpetuo sulla carta, tale non è nella realtà perché anche l’ergastolano può beneficiare della liberazione condizionale e quindi può vedere estinta la pena dopo un periodo di libertà vigilata (il tutto dopo il periodo non trascurabile di 26 anni di galera).
Al danno della pena perpetua si è così aggiunta la beffa: l’ergastolo è legittimo costituzionalmente perché esiste ed è applicabile l’istituto della liberazione condizionale; se poi la liberazione condizionale, di fatto, non viene applicata, questo non incide sulla costituzionalità (astratta) della pena perpetua.
Perché la liberazione condizionale non viene applicata se non in rarissimi casi (i rarissimi casi servono sempre per salvare le apparenze ed evitare che la beffa diventi irridente)?
A monte vi è innanzitutto l’atteggiamento psicologico di cui si è detto, riassumibile rozzamente nell’indicibile “è già tanto se ti lasciamo ancora in vita”. Questo atteggiamento, talora, emerge in modo esplicito in alcuni provvedimenti, ispirati da mero sadismo.
Recentemente un Procuratore Generale di Cagliari, dovendo semplicemente aggiornare il fine pena di una ergastolana a seguito della concessione di 45 giorni di liberazione anticipata (sconto di pena per ogni semestre di “buona condotta”), così si è espresso:

“ORDINE DI SCARCERAZIONE […]
si comunica che la data di fine pena, già fissata al MAI è anticipata al MAI, data in cui dovrà essere scarcerata se non detenuta per altra causa”.

È sublime, si rasenta la filosofia e la metafisica (l’eternità anticipata nell’eternità). O, meglio, si sfocia nel sadismo: non si nega il diritto alla scarcerazione (questo termine ricorre più volte); il problema è la data perché “MAI” non compare sul calendario.
Quasi che la carcerazione perpetua sia colpa di eventi naturali.
Lo strumento per realizzare lo scopo voluto (disapplicazione della liberazione condizionale) è fornito da una parola inserita nell’art. 176 c.p.: ravvedimento. È una condizione essenziale per il beneficio e deve essere sicuro.
Al giudice sembrerebbe richiesta una indagine introspettiva dell’animo del reo.
Di solito a questa indagine sono preposti i religiosi (e non è mancato qualche caso di testimonianze – allegate agli atti – di preti e suore sul profondo pentimento del reo, raccolto in confessionale o in colloqui privatissimi).
Il giudice dovrebbe valutare invece dati oggettivi: il comportamento nel corso della esecuzione della pena, l’ottenimento di benefici penitenziari (permessi, lavoro esterno, semilibertà), l’impegno sociale e lavorativo. Questi elementi di valutazione, però, sono stati ritenuti non bastanti. Poiché l’ergastolano è tale per avere commesso almeno un omicidio (così, almeno, è stato ritenuto in sentenza) l’attenzione è stata rivolta alle vittime e ai loro parenti.
La norma sulla liberazione condizionale contiene già un riferimento alle vittime, laddove impone il risarcimento del danno come ulteriore condizione. Poiché, però, non è esigibile il risarcimento da chi non è in condizioni di risarcire (traduci: è facile “farla franca” grazie alla propria indigenza, situazione frequente tra gli ergastolani), si è ritenuto opportuno confondere il risarcimento con il ravvedimento: due condizioni ben separate (anche nel dato testuale e nella struttura dell’art. 176) sono state fuse e confuse in modo del tutto arbitrario.
Rispetto ai detenuti politici (cioè i partecipi al fenomeno di lotta armata degli anni Settanta e Ottanta) il problema si complica ulteriormente perché costoro hanno avuto a disposizione una legislazione (c.d. “premiale”) che favoriva comportamenti di delazione e di dissociazione.
Oggi è ancora in carcere chi non ha ritenuto di percorrere quelle strade. L’ostilità verso la concessione del beneficio, allora, esplode virulenta: costoro sono “irriducibili” (termine incomprensibile, usato non solo dalla stampa ma anche in provvedimenti giudiziari, con o senza virgolette), cos’altro cercano? E si torna al “è già tanto se sono scampati alla forca”.
Qualche magistrato ritiene di chiudere così il discorso, con questa esclusiva motivazione, ignorando bellamente che la norma impone di valutare tutto il percorso detentivo dall’inizio della esecuzione della pena in poi.
Altri chiedono prove esteriori di ravvedimento che devono transitare attraverso un rapporto con i familiari delle vittime. La casistica è fantasiosa: emolumento mensile alle varie Associazioni di familiari di vittime di terrorismo; lettera o comunque contatto
personale con i familiari dell’ucciso; risarcimento del danno anche simbolico, ecc. ecc.
Quando è stato obiettato che appariva evidente l’ipocrisia e la strumentalità della condotta richiesta, intanto perché richiesta e poi perché finalizzata all’ottenimento del beneficio, è intervenuta una risposta agghiacciante e cinica: intanto si tenga questo comportamento, poi valuteremo.
In alcuni casi hanno dimostrato, a proprie spese, più sensibilità verso i familiari delle vittime i detenuti che non i magistrati, rifiutando i primi di porre in essere una condotta così platealmente strumentale.
Che dire ancora?
Che esiste l’ergastolo aggravato dall’isolamento diurno, così incidendo la pena non solo sulla quantità di carcere ma anche sulla sua qualità (chi ricorda, oggi, quel Pretore di Genova che negli anni Settanta dopo avere visitato il locale carcere, ha cambiato dra-
sticamente la propria giurisprudenza, infliggendo pene minori di molto?).
Che l’isolamento diurno è spesso stato applicato vent’anni dopo la sentenza che aveva comminato la pena, con buona pace della funzione “rieducativa” del carcere.
Che esiste l’ergastolo aggravato dalle condizioni di segregazione previste dall’art. 41 bis che, col pretesto della sicurezza, mira al crollo psicologico della persona e alla sua collaborazione processuale (carcere come strumento di tortura).
Che, in questo contesto, la pena appare avere esclusivamente la funzione di pubblica vendetta, con buona pace delle scolastiche funzioni retributiva, preventiva ed emenda.
Ma, soprattutto, viene da chiedersi: che senso ha il gran ciarlare di partecipazione all’opera di rieducazione e di reinserimento sociale?
La stragrande maggioranza delle carceri o delle sezioni in cui si sconta l’ergastolo non prevede alcun tipo di attività rieducativa o risocializzante ma, soprattutto, quali sono i valori ispiratori della società in cui deve essere reinserito il reo?
Oggi dominano guerra, violenza, sopraffazione, corsa al riarmo, distruzione dell’ecosistema, corruzione, libero mercato inteso come concorrenza devastante, ambizione, potere, violazione impunita e continuata della legalità internazionale.
Questi sono i principî dominanti. La richiesta di comportamenti ipocriti e strumentali ai detenuti è, forse, allora, una verifica della loro
idoneità all’ingresso in questo tipo di società?
Chi non accetterà l’offerta sarà libero solo di scegliere dove morire: in carcere se di notte, sul lavoro se di giorno, altrove solo se avrà la fortuna di morire in uno dei 45 giorni annui di permesso.

L’ergastolo di Santo Stefano (Ventotene): segregazione e morte di Gaetano Bresci

PORTA UN FIORE per l’abolizione dell’ergastolo 

23 giugno 2012

Viaggio al cimitero degli ergastolani nell’isola di S. Stefano (Ventotene)

Le celle dell’ergastolo di Santo Stefano Foto di Valentina Perniciaro

Dopo il processo e la condanna all’ergastolo  per l’uccisione a colpi di pistola del re Umberto I, la sera del 30 luglio 1900 condanna, l’anarchico Gaetano Bresci giunge nel reclusorio di Santo Stefano il 23 gennaio del 1901. Qui lo attende una casacca con il numero 511, che d’ora in poi secondo il regolamento sarà il suo unico appellativo. Lo aspetta anche una cella particolare fatta costruire appositamente in previsione del suo arrivo, in un’ala completamente isolata del carcere. E’ una cella del tutto nuova, un po’ più confortevole di quella dove era stato recluso a Portolongone. L’ergastolano sarà sempre sorvegliato a vista dai carcerieri in due stanze poste ai lati della camera principale. Bresci si adatta, chiede di poter leggere e poiché la biblioteca del carcere dispone soltanto di tre libri: Le Vite dei Santi, la Bibbia e un dizionario di Francese, sceglie quest’ultimo. Cerca anche di fare ginnastica giocando a palla nella cella, nonostante i ferri, con una palla improvvisata ricavata con un tovagliolo arrotolato.
Bresci non mostra minimamente segni di sconforto, non ha atteggiamenti che lascino pensare alla possibilità di un suicidio. Il suo avvocato Francesco Saverio Merlino sta lavorando per apprestare una richiesta di revisione del processo, nel movimento anarchico c’è la speranza di riuscire ad organizzare una sua clamorosa evasione. Timore che esacerbava le paure del governo. Sul tavolo del governo giungevano quotidiane segnalazioni di possibili cospirazioni anarchiche. Il 18 maggio 1901 una lettera di Malatesta intercettata e sulla scrivania di Giolitti.
Nel pomeriggio del 22 maggio il corpo esamine di Gaetano Bresci penzola dall’unica sbarra ella finestra della cella. Strumento dell’impiccagione un asciugamano, il cui possesso però – si seppe dopo – era vietato.

Secondo la testimonianza riportata dal carceriere, Bresci fino alle 14,50 aveva studiato il dizionario di francese. A quell’ora il carceriere si allontana per tre soli minuti a causa di un bisogno corporale, e quando rientra scopre il cadavere.
A mettere in dubbio la dinamica dei fatti saranno i medici incaricati di eseguire l’autopsia, il giorno 26, i quali notano lo stato di un cadavere in avanzato stato di putrefazione assolutamente incompatibile con una morte avvenuta solo 48 ore prima.
Giuseppe Mariani, l’anarchico attentatore del cinema Diana a Milano nel 1921 nelle sue memorie, Nel mondo degli ergastoli, scrisse:

Fu detto che si è impiccato; ma come avesse potuto impiccarsi con le catene ai piedi e una sorveglianza continua, e senza far rumore (quando bastava un piccolo movimento perché le catene emettessero il loro suono caratteristico) è quello che nessuno di noi ha mai capito. Per legge le catene erano state abolite, ma a noi qui le lasciarono fino al 1907. Naturalmente condannati che si toglievano la vita ce n’erano anche allora, ma non s’impiccavano. Si strozzavano stringendosi il fazzoletto attorno al collo con tutta la forza fino a rimanere soffocati. Noi lo avremmo considerato un privilegio potersi impiccare come si può fare adesso. E in quanti ci saremmo impiccati!

Da segnalare, infine, la presenza nel reclusorio di Santo Stefano, almeno già dal 18 maggio, di un funzionario centrale inviato dal Ministero, tale Alessandro Doria, conosciuto per la sua esperienza nell’organizzare macchinazioni. Arrigo Petacco, nel suo libro L’anarchico venuto dall’america, ha scoperto la scomparsa della documentazione riguardante Gaetano Bresci sia negli archivi del penitenziario di Santo Stefano, che nell’Archivio Generale dello Stato, dove è conservata la pratica sul regicidio. Non v’è traccia nemmeno nelle carte segrete del fondo Giolitti, dove compare la cartellina vuota, intitolata Notificazioni del suicidio di Bresci compilata dal Doria. Un segreto di Stato conservato alla perfezione.

Testo estratto dal libro di Massimo Ortalli, Gaetano Bresci, tessitore anarchico e uccisore di re, Nova Delphi 2011, pp. 87-95

La segregazione

La punizione che aspetta il regicida è tale da sorpassare, per sofferenze, la pena capitale e Bresci avrà più di una volta da augurarsi di essere mandato all’altro mondo. Chi scrive può accertare che la vita trascorsa degli ergastolani è tale da far preferire mille volte la pena di morte.

La segregazione è pena accessoria ad è computata un sesto della pena. Il minimo della segregazione per chi è condannato all’ergastolo è cinque anni.

Il condannato all’ergastolo con dieci anni di segregazione, prima di entrare nella cella viene rinchiuso in una segreta a mezza luce, larga appena un metro e lunga due. A pochi centimetri da terra vi è una tavola leggermente inclinata larga circa 50 centimetri che serve da giaciglio. Per la nutrizione riceve solo pane e acqua. La porta della segreta durante questo periodo di rigore è sempre tenuta chiusa. Gli ergastolani più temuti sono quelli di Santo Stefano, di Nisida, di Civitavecchia e di Portolongone.

Quando l’ergastolano ha compiuto la pena segreta, se ha tenuto buona condotta passa alla cella ove dovrà espieare gli anni di segregazione. In generale le celle sono poco illuminate, prendono luce da un corridoio. Sono poco più di due metri quadrati. Il giaciglio è il solito tavolo, e il cibo, pane e acqua.

I segregati non possono leggere, né fumare, né scrivere, né lavorare. E’ l’ozio, il più assoluto condito di un assoluto silenzio. E’ raro che il condannato alla pena massima dellìergastolo con dieci anni di segregazione, compia questi dieci anni. O impazzisce o muore, e se si ribella l’attende la camicia di forza, i ferri ed il letto di forza.

Il ministro dell’Interno può con speciali disposizioni inasprire le pene speciali di rigore. Infatti quando Passannante venne condannato a morte e che per somma clemenza del nostro buon Re Umberto, che noi tutti piangiamo, gli venne commutata la pena di morte nella galera a vita, il Ministero ordinò una speciale segregazione scontata nella torre del bagno di Portoferraio, e propriamente nel carcere oscuro che è a due metri sotto il livello del mare.

Passannante vi entrò nel 1881 e me uscì nel 1889 quando per consiglio dei medici venne ricoverato nel manicomio criminale di Montelupo, ove si trova tuttora, affetto da spinite e da pazzia.

Estratto da Massimo Ortalli, Gaetano Bresci, tessitore anarchico e uccisore di re, Nova Delphi 2011, pp.85-86

Ps: Una traccia della pena accessoria della segregazione la ritroviamo ancora oggi negli artt.72 e 184 c.p. che prevedono l’isolamento diurno del condannato all’ergastolo quale sanzione accessoria e aggravante della pena dell’ergastolo. Il regime di segregazione trova un suo corrispettivo nel regime detentivo previsto all’art. 41 bis op (carcere duro).

PORTA UN FIORE per l’abolizione dell’ergastolo 

23 giugno 2012

Viaggio al cimitero degli ergastolani nell’isola di S. Stefano (Ventotene)

Il cimitero degli ergastolani di S. Stefano, attiguo al vecchio carcere (1795- 1965), costituisce un luogo simbolico da vedere e far vedere  perché racconta in modo emblematico, con le sue 47 tombe senza nome, non solo la spietatezza dell’esclusione degli ergastolani dal consorzio umano anche post-mortem, ma soprattutto ciò che oggi è l’ergastolo. In particolare la tortura dell’ergastolo senza speranza, quello cosiddetto ostativo, in base al quale due terzi delle persone attualmente condannate alla pena eterna, sono sostanzialmente escluse da quei benefici che permetterebbero la concessione, almeno teorica, dell’uscita dal carcere dopo 26 anni di pena scontata. Per questi reclusi l’ergastolo costituisce un  “fine pena mai” effettivo, che prevede oltre alla morte sociale e civile, la loro effettiva morte in carcere.

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Liberiamoci dal carcere, ancora sul viaggio a santo Stefano
Cimitero di santo Stefano, anche gli ergastolani ora hanno un nome
Resoconto del viaggio al cimitero degli ergastolani
Ergastolo di santo Stefano, un fiore ai 47 corpi senza nome

Fine pena mai, l’ergastolo al quotidiano
Sprigionare la società
Desincarcerer la société
Pianosa, l’isola carcere dei pestaggi: luogo di sadismo contro i detenuti
Aguzzini: Lumia, “Riaprire super carcere di Pianosa e applicare severamente il 41 bis”
Basta ergastolo: parte lo sciopero della fame
Boia che non mollano: Cina e Stati uniti in testa alle classiche della pena di morte
Perpetuité

Cronache carcerarie

Cronache carcerarie

California Prisons

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Mammagialla uccide ancora: a Fallico è “scoppiato” il cuore

Violenze nel carcere minorile di Lecce dietro la morte di Carlo Saturno
Nuovo censimento del Dap sulle carceri: meno misure alternative e più affollamento
Franz Kafka e i professionisti della correzione
E’ morta Franca Salerno storica militante dei Nap
Un libro sulla storia dei Nap
Una vecchia intervista a Franca Salerno
Sono nata in un carcere speciale agli inizi degli anni 80, adesso voglio capire
L’evasione di Franca Salerno e Maria Pia Vianale
Un saluto a Franca Salerno
Sulmona: aveva terminato la pena, si impicca nella casa lavoro
Ergastolano denunciato dal garante dei detenuti della regione Lazio per aver criticato il suo operato
False minacce al garante dei detenuti del Lazio
Carceri-giustizia-processi-condanne: il-paese inventato nel salotto di Bruno Vespa e quello reale descritto nel VII rapporto sulle carceri di Antigone
Ferragosto in carcere: è tempo di fatti
Mario Staderini, segretario dei radicali italiani: “Le carceri sono la prova che viviamo in uno stato d’illegalità”
Roma, niente garante per i detenuti
Lazio, sul Garante dei detenuti un inciucio all’ultima curva
Manicomi criminali e carceri, sovraffollamento e violenze
Mentre in carcere si muore il parlamento tergiversa
Detenzione domiciliare, tutto il potere ai giudici
Carceri, la truffa dei domiciliari: usciranno in pochi
Cucchi, il pestaggio provocò conseguenze mortali
Antigone: “Piano carceri, unica novita i poteri speciali a Ionta”
Già più di mille i ricorsi dei detenuti a Strasburgo contro il sovraffollamento
Dietro al piano carceri i signori del calcestruzzo
L’abolizionismo penale è possibile ora e qui
Stato d’eccezione carcerario, strada aperta alla speculazione
Punizioni e premi, la funzione ambigua della rieducazione
Quelle zone d’eccezione dove la vita perde valore
Teramo: sospeso il comandante delle guardie
Nasce l’osservatorio sulle morti e le violenze nei Cie, nelle questure, le stazioni dei carabinieri e i reparti per i trattamenti sanitari obbligatori
Aldo Bianzino: no all’archiviazione dell’inchiesta sulla sua morte
Morte violenta di Stefano Cucchi due nuovi testimoni accusano i carabinieri
Chi ha ucciso Aldo Bianzino?
Caso Cucchi, avanza l’offensiva di chi vuole allontanare la verità
Cucchi, anche la polizia penitenziaria si autoassolve

Processo breve: amnistia per soli ricchi
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Erri De Luca risponde alle infami dichiarazioni di Carlo Giovanardi sulla morte di Stefano Cucchi
Caso Cucchi: Carlo Giovanardi, lo spacciatore di odio
Morte di Cucchi, c’e chi ha visto una parte del pestaggio nelle camere di sicurezza del tribunale
Pianosa, l’isola carcere dei pestaggi, luogo di sadismo contro i detenuti
Stefano Cucchi, le foto shock
Stefano Cucchi, le ultime foto da vivo mostrano i segni del pestaggio. Le immagini prese dalla matricola del carcere di Regina Coeli
La morte di Blefari Melazzi e le carceri italiane
Ignorata la disponibilita offerta da un gruppo di detenute che si offrì di assistere la Blefari. I magistrati puntavano al pentimento
Induzione al pentimento
Suicidio Blefari Melazzi, l’uso della malattia come strumento di indagine
Manconi: “sulla morte di Stefano Cucchi due zone d’ombra”
Stefano Cucchi, quella morte misteriosa di un detenuto in ospedale
Stefano Cucchi morto nel Padiglione penitenziario del Pertini, due vertebre rotte e il viso sfigurato
Violenza di Stato non suona nuova
Caso Stefano Cucchi: “Il potere sui corpi è qualcosa di osceno”
Suicidi in cella il governo maschera le cifre
Suicidi in carcere, detenuti orfani della politica. Recensione al libro di Ristretti orizzonti
I dati che smentiscono la campagna terroristica contro l’indulto
Indulto e crollo della recidiva, una lezione che non piace a Marco Travaglio
Rivolta a Rebibbia femminile – 1973
1973 – Sui tetti di Rebibbia in rivolta
Inferno carcere, un detenuto si suicida e un altro si cuce la bocca
Proteste nelle carceri: amnistia subito e abolizione delle leggi che fabbricano detenzione
Non si ferma la protesta nelle carceri italiane
Carceri è rivolta contro l’affollamento: “Amnistia”
Aumentano i detenuti mentre calano i delitti
Incarcerazioni facili un problema italiano
Carceri affollate, giudici californiani “svuotate le celle”
Carcere di santa Maria maggiore a Venezia dove si trova la cella “liscia” che ha ucciso  Mohammed
L’indulto da sicurezza, il carcere solo insicurezza
Carcere, il governo della sofferenza
Carcere, solo posti in piedi
Ho paura dunque esisto
Sistema carcere, troppi morti
Detenuto morto nel carcere di Mammagialla, è il sesto in un anno

Mammagialla morning
Come si vive e si muore nelle carceri italiane
Come topi in gabbia
Abruzzo la terra trema anche per i dimenticati in carcere
Lì dove il secolo è il minuto
Prigioni i nuovi piani di privatizzazione del sistema carcerario
Carceri private il modello a stelle e strisce privatizzazioni e sfruttamento
Aboliamo le prigioni
Il lavoro in carcere
Le misure alterantive al carcere sono un diritto del detenuto
Basta ergastolo: parte lo sciopero della fame
Manuel eliantonio morto nel carcere di Marassi
Carcere di Forli: muore in cella abbandonato nessuno lo ha soccorso
Ali juburi, morto di sciopero della fame
Dopo la legge Gozzini tocca al 41 bis, giro di vite sui detenuti
Carcere, arriva la legge che cancella la Gozzini
Fine pena mai, l’ergastolo al quotidiano
Sprigionare la società
Desincarcerer la société
Sulla mobilitazione attuale nelle carceri
Carcere, gli spettri del 41 bis

“Ferragosto in carcere”, è tempo di fatti. Cosa faranno le istituzioni dopo le 240 visite di parlamentari nei penitenziari?

Provate a immaginare una turca e un piccolo lavandino da condividere per due squadre di calcio, dove fare toilette, lavare le stoviglie, fare il bucato

Paolo Persichetti
Liberazione 17 agosto 2010


Il giorno di Ferragosto, mentre proseguiva l’iniziativa promossa dal Partito radicale che ha portato oltre 240 tra parlamentari (un numero mai visto prima d’ora), consiglieri regionali, operatori del settore, Garanti dei detenuti e magistrati, a visitare gli Istituti di pena, il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha dato i numeri. In una conferenza stampa tenutasi a Palermo, dopo una riunione del Comitato nazionale per la sicurezza, il Guardasigilli ha snocciolato le ultime cifre sulla situazione in cui versano le carceri. 68.121 è il numero record delle presenze raggiunte (e destinate a salire ancora) per una capacità di accoglienza che è solo di 44.576 posti (già gonfiata a dismisura). Di questi, solo 37.219 scontano una condanna definitiva, mentre 24.941 sono in custodia cautelare. Il ministro non lo ha detto, ma ben 14 mila sono i custoditi che non hanno subito ancora la benché minima condanna. 24.675 sono invece i detenuti di nazionalità straniera. Mentre in regime di 41 bis, il carcere duro, si trovano 681 persone, tra cui 3 donne. Alfano non ha mancato di evocare il fantomatico “Piano straordinario per le carceri” che – a suo dire – procederebbe bene. Al Dap sarebbero «pronti a partire con l’edificazione di nuovi padiglioni e di nuovi istituti di pena». Il ministro è uomo che ama ripetersi all’infinito.
Tra le cifre dimenticate c’è anche il numero dei suicidi: 40 quelli riusciti e 73 i tentati. Dalle testimonianze raccolte tra i visitatori fuoriesce una quadro generale uniforme e drammatico dovuto al sovraffollamento bestiale che aggrava ogni precedente carenza e situazione di crisi: dall’igiene, alla sanità, al vitto e sopravvitto, ai colloqui, alle ore d’aria, all’accesso alle misure alternative, al cosiddetto “trattamento” interno, cioè le ipotetiche offerte di studio, lavoro, corsi di formazione, attività di rieducazione e sportive. Non ce n’è più per nessuno in spazi che possono raggiungere le 8-10 persone per cella, addirittura più di 20 nei cameroni una volta destinati alle ore di socialità. Provate a immaginare una turca e un piccolo lavandino da condividere per due squadre di calcio, dove fare toilette, lavare le stoviglie, fare il bucato. Un piccolo televisore per tutti in luoghi dove si può sostare solo in branda. Non serve nemmeno vedere per capire il livello di degrado raggiunto.
L’enorme numero di parlamentari entrato in visita contrasta con il disinteresse mostrato fino ad oggi in Parlamento sulla questione carceraria. Il Senato non è riuscito a votare nemmeno l’inutile legge sulla detenzione domiciliare. Un provvedimento che secondo i calcoli degli uffici dovrebbe favorire l’uscita dalle celle di meno di 2 mila persone. Un goccia d’acqua. Una presa in giro di fronte all’emergenza. Circostanza che ha suscitato alcune critiche nei confronti delle visite di Ferragosto, definite una «passerella mediatica». L’accusa non era rivolta ai Radicali, che raccoglieranno comunque da queste ispezioni un dossier che fornirà materia per portare lo Stato italiano davanti alle giurisdizioni internazionali, ma contro quella che possiamo definire una certa “ipocrisia consociativa”. Il rischio esiste, inutile negarlo. Delle visite largamente preannunciate perdono quasi tutto il loro valore ispettivo poiché permettono di camuffare e arrangiare molte cose nei luoghi meno visibili del carcere. Anni fa, in vista di una cerimonia del presidente della Repubblica Napolitano a Rebibbia, la Direzione fece riverniciare in fretta e furia i corridoi e le sale che il capo dello Stato doveva attraversare. Ma una verifica arriverà presto. Il ministro della Difesa La Russa ha preannunciato per settembre un inasprimento delle norme sull’immigrazione. Sarà il primo banco di prova per capire se l’indignazionemostrata dai parlamentari sia durata il tempo di un’abbronzatura di Ferragosto.

Per saperne di più
Cronache carcerarie
Mario Staderini, segretario dei radicali italiani: “Le carceri sono la prova che viviamo in uno stato d’illegalità”

Pianosa, l’isola-carcere dei pestaggi, luogo di sadismo contro i detenuti

Prima di brigatisti e mafiosi, ospitò l’anarchico Passannante e il socialista Sandro Pertini. In settimana si decide se ridestinarla nuovamente a prigione

Paolo Persichetti
Liberazione 8 novembre 2009

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Anche se l’intenzione di riaprire il super carcere di Pianosa sembra per il momento rientrata, di fronte alla ferma opposizione della ministra dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, la proposta avanzata dal guardasigilli Angelino Alfano suona come un sinistro presagio. Il governo ha brutte intenzioni se è vero che con grande disinvoltura tenta di rimettere in funzione una delle più brutali carceri speciali che l’Italia abbia conosciuto. Roba da far impallidire persino Guantanamo e Abu Ghraib. Da circa un decennio, l’isola è diventata un parco ambientale di alto valore naturalistico. Nel 1997 è stato trasferito l’ultimo detenuto rinchiuso nel reparto 41 bis, e dall’anno successivo a presidiare la vecchia struttura sono rimasti solo una sparuta pattuglia di agenti di polizia penitenziaria e alcuni detenuti semiliberi, provenienti dalla vicina casa di reclusione di Porto Azzurro, sull’isola d’Elba, che si occupano dei terreni agricoli. Aperta nel 1858 dal Granducato di Toscana, fu solo nei primi anni del Regno unificato d’Italia che la colonia penale agricola della Pianosa assunse la struttura attuale. Nello stesso periodo vennero create delle succursali nelle isole limitrofe dell’arcipelago toscano, alla Gorgona e sull’isola di Montecristo. Quest’ultimo insediamento fu però abbandonato nel 1880. Negli anni successivi e fino al 1965, l’isola divenne un reclusorio per detenuti ammalati di tubercolosi. Ma la casa penale della Pianosa si è guadagnata anche la fama di carcere per detenuti politici. Nelle sue famigerate celle sono passati l’anarchico Giovanni Passannante, che nel 1878 tentò di accoltellare Umberto I, e durante il fascismo il socialista Sandro Pertini. Ma fu nel maggio 1977 che, insieme alla sezione “Fornelli” dell’Asinara, la diramazione “Agrippa” della Pianosa conquistò un posto centrale nel circuito delle carceri di “massima sicurezza”, ideato dal generale dei carabinieri Carlo Albero Dalla Chiesa. Nel giro di due giorni, grazie anche all’utilizzo di grandi elicotteri bimotori da trasporto truppe Chinook, i reparti dell’Arma trasferirono 600 prigionieri. Un decreto interministeriale, oltre ad attribuire poteri eccezionali a Dalla Chiesa, sospendeva le norme vigenti in materia di appalti e concessioni edilizie (qualcosa di simile è stato chiesto dall’attuale capo del Dap, Franco Ionta). Furono edificate sezioni di massima sicurezza, oltre alle già citate sezioni Fornelli e Agrippa, anche sull’isola di Favignana e nelle carceri di Cuneo, Fossombrone, Trani, Novara, Termini Imerese, Nuoro, Palmi, Messina. Un enorme giro di miliardi da cui scaturirono anni dopo inchieste giudiziarie sulle famose “carceri d’oro”. In un documento fatto pervenire all’esterno, i primi prigionieri politici rinchiusi a Pianosa descrivevano così il luogo: «si tratta di un’isola-carcere, nel senso che la totalità del suo territorio – circa 12 km quadrati – è adibito a istituto di pena. L’isola consta di 4 diramazioni indipendenti. 4 carceri nel carcere. La più grande di esse, chiamata “Agrippa”, dopo aver subito una completa ristrutturazione è divenuta un vero monumento al sadismo repressivo dello Stato borghese». Pianta a forma di quadrilatero, doppio muro di cinta sormontato da filo spinato e un numero sproporzionato di fari. All’interno, celle molto piccole con arredo cementato al pavimento e alle pareti, «mura dipinte con colori speciali che provocano menomazioni visive e disturbi psichici; aria ridotta a mezz’ora la mattina e mezz’ora il pomeriggio, in piccoli cortili. Non più di sei per volta». All’arrivo – scrivono sempre i detenuti – si viene «sottoposti a un brutale pestaggio, dimostrazione del potere assoluto della direzione carceraria». Testimonianze del genere si moltiplicarono negli anni successivi. Il 31 marzo 1981, all’interno della sezione Agrippa avvenne uno delle più brutali violenze della storia carceraria. In una dichiarazione resa pubblica dai familiari, tenuti lontani dall’isola per 15 giorni, si informava che 70 detenuti della sezione speciale erano stati rinchiusi in isolamento dopo essere stati denudati e bastonati e i loro effetti personali distrutti. Ancora nel 1992, quando sull’onda della nuova emergenza antimafia il braccio di massima sicurezza accolse detenuti accusati di appartenere alla criminalità organizzata, i racconti non si discostavano da quanto accaduto negli anni precedenti. «Un litro d’acqua da bere al giorno, 200 grammi di vitto con dentro cicche di sigarette e pezzettini di vetro. La domenica è il giorno più sicuro per consumare la cena, all’apparenza si presenta senza scorie, diversamente dal pranzo dove si trova sia nella pasta che nel secondo un po’ di tutto, tra sputi, cicche, carta, plastica, vetro, preservativi e spaghi» (cf. Il Carcere speciale, sensibili alle foglie 2006). Nel 1993 un rapporto di Amnesty International raccolse le testimonianze denunciando le brutalità subite dai reclusi della sezione Agrippa.

ricorrente

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La morte di Blefari Melazzi e le carceri italiane
Ignorata la disponibilita offerta da un gruppo di detenute che si offrì di assistere la Blefari. I magistrati puntavano al pentimento
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Suicidio Blefari Melazzi: l’uso della malattia come strumento di indagine

Aguzzini, Lumia: “Riaprire super carcere di Pianosa e applicare severamente il 41bis”

Aguzzini – Lumia (Pd) ad Alfano: “applicare severamente il 41bis”

Il Velino, 6 novembre 2009

“In questo momento, non credo, a mio avviso, sia sufficiente esprimere solidarietà tra noi, adesso come uomini delle istituzioni, Lei come ministro e io come membro dell’opposizione, abbiamo il compito di fare del 41 bis severamente applicato la migliore risposta alle minacce ricevute. Ritorno a riproporle l’apertura di Pianosa e l’Asinara e di riorganizzare al meglio, anche in altri istituti del centro-nord del Paese, il 41 bis in modo coerente con la necessità di impedire qualsiasi collegamento tra i boss e le loro organizzazioni mafiose”.
È quanto si legge nella lettera inviata ieri al ministro della Giustizia Alfano da Giuseppe Lumia, componente della commissione parlamentare antimafia. Secondo il senatore del Pd “i costi non sono elevati” e la riapertura delle due carceri “garantirebbe una migliore tutela ambientale delle isole, attraverso l’impiego dei detenuti in lavori di cura e manutenzione dell’ecosistema delle isole in questione”.
Per Lumia, inoltre, bisogna “evitare l’organizzazione dei reparti di 41 bis con il sistema delle celle a testa a fronte per impedire facili comunicazioni tra i detenuti stessi; tenere particolare attenzione ai colloqui con i familiari ed il cosiddetto momento della socializzazione, non trascurando neppure il momento delle cerimonie religiose. Va prestata massima attenzione alla corrispondenza che è un sistema efficace di comunicazione tra i boss e l’ambiente esterno e ai pacchi di indumenti e di alimenti ricevuti dai boss”.

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Cronache carcerarie

La morte di Blefari Melazzi e le carceri italiane

Elettra Deiana
Gli Altri, 6 novembre 2009

Era l’autunno del 2005. Avevano allestito per loro una sezione speciale femminile di massima sicurezza, come da articolo 41 bis, in un carcere, chiamato “Le Costarelle”, di Preturo, all’Aquila. Già affollato di 41 bis ma, fino allora, i casi erano tutti relativi a crimini mafiosi compiuti da mani maschili. Loro, le detenute, per le quali era stato riservato il trattamento di massimo isolamento e che in quell’autunno di quattro anni fa inaugurarono l’apposita sezione, erano Nadia Lioce, Laura Proietti e Diana Blefari. Neo brigatiste della nuova stagione degli assassini politici, gli anni allucinati dei delitti di Sergio D’Antona e Marco Biagi. Stavano ognuna in una cella per contro proprio e non comunicavano tra loro. Perché non ne avevano voglia – come era fin troppo chiaro e potei costatare personalmente durante la visita – oltre che per la situazione di estremo isolamento del 41 bis, che avrebbe mandato in tilt chiunque. Ero andata a visitare Diana Blefari, in modo particolare, per le notizie che mi erano arrivate sul suo stato di salute e per la novità della sezione femminile in quel carcere, che conoscevo bene per altre visite che vi avevo fatto. Ma lei, Blefari, non comunicava soprattutto perché, fin dall’inizio dell’arresto, era caduta in uno stato di profonda prostrazione e inerzia psicologica. Era arrivata al carcere di Pasturo già in condizioni pietose. Così la vidi. Se ne stava rannicchiata tutto il giorno nel letto, con la coperta fino agli occhi e senza nessun cenno di interesse per il mondo. Rifiutava il cibo, non parlava con nessuno, non voleva vedere neanche i familiari. Non rispose a nessuna delle mie sollecitazioni. Era piombata nel cono d’ombra di un distacco da se stessa che non l’ha mai abbandonata. Chiesi in un’interrogazione parlamentare, con Titti De Simone e Giovanni Russo Spena, che Blefari fosse trasferita in un carcere ordinario, senza regime di 41 bis. E rimasi in contatto col direttore del carcere, fino a quando la detenuta non venne trasferita a Sollicciano, struttura di detenzione dotata di un osservatorio psichiatrico. Poi ne persi le tracce. Angiolo Marroni, garante dei detenuti del Lazio, dopo il suicidio di Diana Blefari, avvenuto in questi giorni nel carcere di Rebibbia, ha parlato di “schizofrenia e inabilità psicologica”. Non dubito che Marroni abbia tutti gli elementi per valutare lo stato delle cose. Tutti se ne sarebbero potuti rendere conto. Molti, che in questi anni hanno seguito la vicenda, non si sono meravigliati dell’esito finale. C’è una lunghissima documentazione in proposito e il guardasigilli Angiolino Alfano dovrebbe essere cauto prima di esercitarsi in affermazioni sfrontate, come quelle che ha fatto circa la compatibilità della situazione carceraria con lo stato di salute di Blefari. Che doveva essere curata, messa nelle condizioni di accettare di vivere e invece è stata lasciata a se stessa. Forse Alfano non sa bene quello che dovrebbe sapere, come ministro della Giustizia. Lo Stato e le sue istituzioni, le sue strutture e il suoi apparati, per l’ennesima volta sono mancati all’obbligo di tutelare le vite che la giustizia consegna alla pena detentiva. In un Paese come il nostro, che ha in Costituzione l’articolo 27, parla di stato di diritto e però straparla di diritto alla vita. Per tutti fuorché per le vite incarnate di donne e uomini. Per questo la pena rischia di assomigliare sempre più, per i più deboli e gli emarginati e i disperati, a una soluzione estrema. Di questo Alfano dovrebbe riuscire a dire qualcosa. Non sono in discussione i titoli di reato per i quali Blefari è stata condannata. E’ in discussione la responsabilità dello Stato che deve rispondere se abbia fatto – e non ha fatto – tutto per tutelare la vita di una donna detenuta nelle sue strutture carcerarie. Soprattutto oggi, con tutti i suicidi che si verificano nei luoghi di detenzione e Teramo, con i suoi lugubri echi di violenze sotterranee. Ma ormai il degrado dell’intero sistema carcerario, sotto gli occhi di tutti, e rischia di creare crescente assuefazione e indifferenza.

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Ignorata la disponibilita offerta da un gruppo di detenute che si offrì di assistere la Blefari. I magistrati puntavano al pentimento
Induzione al pentimento
Suicidio Blefari Melazzi: l’uso della malattia come strumento di indagine



Ignorata la disponibilità offerta da un gruppo di detenute che si offrì di assistere la Blefari. I magistrati puntavano al pentimento

Inutile la disponibilità mostrata dalla “vecchie” brigatiste

Paolo Persichetti
Liberazione 5 novembre 2009

1758590-140x180In alcune redazioni non esitarono a definirla la «belva», e tutto a causa di una minuta sequestrata nella sua cella. Un abbozzo di lettera mai conclusa a un suo coimputato, soprattutto mai spedita. In realtà si trattava della messa per iscritto di un delirio scatenatosi in uno dei momenti più acuti della sua malattia psichiatrica. Era l’estate del 2005, e Diana Blefari Melazzi si trovava in regime di 41 bis aggravato, nella cosiddetta “area riservata” del carcere di Benevento. Nel pozzo più profondo che l’ingegneria sadica della punizione è riuscita a concepire. Ma la «belva» doveva essere lei. Faceva comodo quell’immagine bestiale da sovrapporre alla sparuta pattuglia di aspiranti nuovi brigatisti che, con i loro spari improvvisi, senza radici e senza futuro, avevano bruscamente risvegliato un paese distratto e annoiato. Alcune frasi di odio verso Marco Biagi, estrapolate dal testo, finirono in un rapporto della digos e poi sui giornali. Lo squilibrio mentale venne presentato come un proclama politico. La “pazzia” per la Blefari ha sempre funzionato come un elemento a carico, un’aggravante utile solo per condannarla all’ergastolo. Non è vero che poteva stare nel processo, come i giudici hanno sentenziato con ostinazione. “Doveva” stare nel processo, non aveva scampo. I suoi legali fecero ricorso contro il sequestro di quei fogli privati. Che rilevanza processuale poteva mai avere la parola di una persona ridotta in quello stato? Il tribunale del riesame di Bologna accolse il reclamo e ne dispose la cancellazione dal fascicolo processuale. Un riconoscimento che non ebbe seguito. Per anni la Blefari ha rifiutato le ore di socialità concesse. Non è mai uscita per l’ora d’aria, non ha mai acceso la luce della cella, è stata quasi sempre rintanata sotto le coperte e per lunghi periodi non ha effettuato i colloqui con i familiari e i suoi avvocati. Sospettava che il cibo dell’amministrazione fosse avvelenato e per lunghi periodi non mangiava. Aveva crisi d’identità e disturbi percettivi fino ad arrivare ad allucinazioni visive, particolarmente legate alla televisione nella quale vedeva dei “mostri”, motivo per cui aveva smesso di utilizzarla. Nel 41 bis di L’Aquila rifiutava di avere contatti con le sue coimputate, scambiandone una per Provenzano e l’altra per sua sorella. Rivedeva sua madre, morta suicida dopo una lunga depressione, sul muro di fronte alla sua cella. Nella sua ultima lettera annotava, «continuano le vibrazioni, le sensazioni negative, i sapori di merda in ogni cosa che mangio, le intrusioni nella mia testa sia quando sono sveglia che quando dormo». Ma per i periti nominati dai giudici il suo atteggiamento rientrava nella tipica condotta oppositiva di chi vive un rapporto di inimicizia politica verso le istituzioni. Singolare capovolgimento di fronte. Ogni volta che un detenuto politico è sottoposto a “osservazione scientifica della personalità”, per fruire dei cosiddetti benefici penitenziari deve lottare con chi pensa di poter leggere il suo vissuto politico  come una devianza che rinvia a disturbi della personalità. Quando questi ci sono realmente, vengono interpretati in modo politico. L’avvocato Caterina Calia ha ricordato la disponibilità venuta da molte detenute politiche storiche ad assistere la Blefari. Nelle carceri esiste la figura del “piantone”, ovvero di un detenuto che assume l’incarico di assistere un suo compagno impossibilitato a occuparsi di se stesso. La Blefari poteva essere aiutata, ma venne sempre tenuta isolata dalle altre politiche. C’era chi sperava di strumentalizzarne la sofferenza per farne una collaboratrice di giustizia. All’inizio dell’anno la Procura bolognese, approfittando dei segni di sofferenza mostrati, sentì la donna nel tentativo di sondare una sua eventuale disponibilità a collaborare con le forze dell’ordine e la magistratura. La Blefari è morta anche per “induzione al pentimento”.

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Suicidio Blefari Melazzi, l’uso della malattia come strumento di indagine
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La morte di Blefari Melazzi e le carceri italiane