Ustica trent’anni dopo l’anniversario delle verità contrapposte

Cosa è veramente accaduto quel 27 giugno 1980?

Paolo Persichetti
27 giugno 2010

A trent’anni dalla strage di Ustica è ancora guerra feroce. Lo «scenario bellico», che secondo una delle ricostruzioni – che attualmente appaiono più plausibili – avrebbe portato un missile lanciato da un aereo militare occidentale a colpire la sera del 27 giugno 1980, il Dc9 dell’Itavia deflagrato in volo (si parla anche di un razzo ad implosione) e poi inabissatosi tra le isole di Ponza e Ustica con 81 persone a bordo, si è tramutato in una pluridecennale guerra di depistaggi, ipotesi e ricostruzioni contrapposte che pezzi d’apparato, gruppi di potere, gangli delle istituzioni hanno cominciato a scagliarsi l’uno contro l’altro già dalle prime ore che hanno seguito la tragedia.
In questa babele di verità e ragion di Stato contrapposte, il presidente della Repubblica è intervenuto con un messaggio indirizzato alla presidente dell’Associazione parenti vittime della strage di Ustica, senatrice Daria Bonfietti, ricordando come «i processi sin qui celebrati non hanno consentito di fare luce sulla dinamica del drammatico evento e di individuarne i responsabili», auspicando per questo «il contributo di tutte le istituzioni a un ulteriore sforzo per pervenire a una ricostruzione esauriente e veritiera di quanto accaduto, che rimuova le ambiguità e dipani le ombre e i dubbi accumulati in questi anni». Chi ha voluto leggere nelle prudenti parole di Napolitano una replica alle dichiarazioni del sottosegretario alla presidenza del consiglio Giovanardi, che ha provato a rilanciare, a nome del governo, la tesi dell’esplosione interna e dunque della bomba a bordo, è rimasto deluso. In effetti Napolitano non cita solo la mancata individuazione dei responsabili, ma anche la mancata chiarezza sulle dinamiche, nonostante sul piano processuale sia stata accertata l’infondatezza dell’esplosione a bordo e quella del cedimento strutturale, madre di tutti i depistaggi.
Per questo ragione Giovanardi ha dichiarato di «condividere» l’appello del Quirinale, aggiungendo che «fra le opacità non possono essere annoverati i comportamenti degli uomini dell’Aeronautica militare italiana». Priorità dell’attuale governo, infatti, è difendere il comportamento omertoso della lobby militare, il cinismo in stellette della ragion di Stato che ha portato i vertici militari a distruggere prove, far sparire i registri delle presenze nelle postazioni di controllo e i tracciati radar, tappare la bocca ai sottoposti che quella notte hanno visto cosa è accaduto in pieno Mediterraneo. Anche Giuliana De Faveri Tron, che perse la madre nella tragedia di Ustica, e che non fa parte dell’Associazione dei parenti presieduta da Daria Bonfietti, ha voluto ringraziare «il capo dello Stato per l’affettuoso messaggio» ma soprattutto il senatore Carlo Giovanardi, «per l’impegno profuso dal Governo nella ricerca di una verità troppe volte sacrificata a pregiudizi di parte». Ormai anche i familiari delle vittime sono lottizzati. Ci sono i governativi e gli antigovernativi. Il vittimismo divenuto uno dei repertori legittimi della politica non ha più un solo colore e si declina in forme partigiane opposte. Con la sua formula salomonica Napolitano ha evitato di prendere partito nella disputa delle “verità contrapposte”, ripiegando sulla retorica dei misteri.
Ma se la via che può portare alla verità va ormai cercata, come sembrano suggerire le parole del Presidente della repubblica, in quella sfera riservata dello Stato che Alessandro Pizzorno ha chiamato “nucleo cesareo della politica”, Napolitano dovrebbe usare ben altri toni e trarre ben altre conseguenze. Rosario Priore, giudice istruttore che ha condotto l’inchiesta, sostiene che dietro la «verità indicibile» sulla strage di Ustica vi sarebbe la politica estera mediterranea condotta dall’Italia in autonomia rispetto alle direttive Nato. Il nostro sostegno a Gheddafi, la guerra segreta con Francia e Inghilterra per l’influenza nel Nord Africa, l’intervento dei nostri piloti nei bombardamenti in Ciad, la rappresaglia francese contro i mig libici (autorizzati segretamente dall’Italia a sorvolare alcuni corridoi Nato non sorvegliati) che dovevano scortare Gheddafi. Rappresaglia che avrebbe involontariamente provocato la tragedia. Priore estende il suo paradigma interpretativo ben oltre la vicenda di Ustica per retrocederlo all’intera storia degli anni 70. Vicissitudini che troverebbero una spiegazione all’interno dei conflitti geopolitici: non quelli della guerra fredda ma tra rive opposte del Mediterraneo, rispolverando quelli che erano stati gli assi tradizionali del conflitto interimperialistico europeo del primo Novecento. Tuttavia più che un nuovo canone storiografico quello proposto sembra un’ennesima declinazione del paradigma dietrologico. La complessità evocata si perde in mille rivoli inconcludenti e contraddittori fino a diventare dissolvenza. Priore non fornisce alcuna prova decisiva, nessun fatto nuovo, ma chiede in qualche modo di affidarsi al principio autoritativo ricavato della sua esperienza. Di piste internazionali sulla strage di Ustica ne esistono diverse e sul piano logico tutte egualmente plausibili: da quella francese, indicata da Priore come la più certa, a quella statunitense. Ne esiste addirittura una israeliana (l’aviazione di Telaviv avrebbe voluto colpire un velivolo francese che portava uranio arricchito in Iraq).
Tuttavia il motivo per cui oggi alcuni settori dello Stato, di cui il giudice Priore si fa portavoce, privilegino apertamente la pista francese non è dettato dall’emergere di circostanze nuove. Si tratta piuttosto di una vecchia ossessione portata avanti fin dalle inchieste sulla lotta armata. Secondo l’ex giudice istruttore del pool antiterrorismo della Capitale le insorgenze armate apparse nell’Italia degli anni 70 avrebbero trovato complicità culturale e aperto sostegno materiale nelle autorità parigine. Quella somma di fattori che presero forma nel dopoguerra, congelando per lungo tempo il sistema politico italiano fino a renderlo privo d’alternanza per 49 anni, una fissità di sistema che secondo la sociologia più avvertita non poteva che facilitare l’apparizione di spinte rivoluzionarie in presenza di una potente tradizione sovversiva e di condizioni sociali ed economiche particolari, contesto riassunto nella formula dell’«anomalia italiana», si capovolge nel suo contrario: l’«eccezione francese». In Intrigo internazionale, Chiarelettere 2010, la Francia viene dipinta come un «santuario del terrorismo», una centrale che avrebbe sistematicamente promosso la destabilizzazione della democrazia italiana. L’obiettivo preso di mira è la cosiddetta «dottrina Mitterrand»: Ancora prima della caduta del muro di Berlino, Parigi sarebbe stata un vero incrocio d’intrighi internazionali, sostituendosi a Washington e Mosca nel ruolo di piattaforma destabilizzante dell’Italia. Un asse socialdemocratico, guidato da Mitterrand, avrebbe tentato di giocare il ruolo della “terza forza” tra le due maggiori potenze, destabilizzando volutamente la penisola italiana grazie alla protezione offerta ai militanti della lotta armata.
Deciso a seguire le tracce de l’abbé Augustin Barruel, il giudice Priore trasforma il vecchio istituto di lingue Hyperion in una nuova loggia degli Illuminati di Baviera. «Con ogni probabilità – aveva affermato in precedente pubblicazione nella quale anticipava le tesi esposte in Intrigo internazionale * – il cervello parigino è esistito. In accordo con le istituzioni di questo paese, come fu provato dalle inchieste romane, esercitava una funzione d’assistenza e di controllo, quando non agiva come una guida, nel mondo eteroclita della sovversione politica. E’ a Parigi che hanno luogo questi grandi incontri di forze venute dai quattro angoli del pianeta[…] Quella che potrebbe apparire una semplice riunione tra amici, si rivela, in realtà, una macchina efficace diretta da istanze istituzionali, e serve a distribuire armi, individuare luoghi dove nascondersi e prepararsi, suddividere le risorse finanziarie[…] si tratta del luogo in cui si decidono il livello dell’attacco, il grado delle tensioni e, conseguentemente, quello della destabilizzazione, cioè quello dell’indebolimento di paesi o intere zone, in diversi continenti[…] Si può pensare molto seriamente – numerosi indizi conducono in tal senso – che un terzo giocatore sia intervenuto: un asse europeo guidato dalla Francia, ancora presente nello scacchiere mondiale. Questo asse si presentava come una terza forza, accanto all’ideologia capitalista dell’Ovest e all’ideologia comunista dell’Est. Un asse a forte dominante socialista, al quale avrebbero sicuramente cooperato i paesi scandinavi, con la Svezia di Olof Palme in testa, la Germania e l’Austria guidate da socialdemocratici, oltre ad Israele, governata dalla sinistra. Senza dimenticare i grandi paesi non-allineati, a cominciare dalla Iugoslavia, che fin dagli anni 40, ha condotto una propria strategia indipendente nello scenario europeo e svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo di conflitti all’interno di diverse regioni italiane».
Quando la storia si trasforma in noir, il racconto può avvalersi di facili licenze narrative e trascurare persino il rigore cronologico degli eventi, fino a dimenticare che negli anni 70 la Francia era sotto la presidenza di Giscard D’Estaing e Palme arriva al governo nel 1982. Lo scenario proposto dall’ex giudice istruttore è privo di pudore e richiama il vecchio mito fascista del complotto pluto-giudaico-massonico, con l’aggiunta questa volta di una componente socialista giustificata dalla presenza della Iugoslavia. Un agglomerato assai fantasioso che mette insieme Paesi con politiche estere, attività d’influenza e d’intelligence in netto contrasto strategico, in fortissima competizione e aperto conflitto tra loro.

* Che cosa sono le Br, Franceschini-Fasanella, Rizzoli 2004

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Strage di Ustica, quando Giovannardi fu sputtanato da wikileaks

Pagliuzze, travi ed eroi

Risposta a Severino Cesari, direttore editoriale di Einaudi-Stile libero (cioè Mondadori, casa editrice di Roberto Saviano)

Alessandro Dal Lago
il manifesto 17 giugno 2010

Severino Cesari («Non prendiamocela con una fiaccola nel buio», il manifesto 11 giugno) entra nel merito del mio «pamphlet» sul fenomeno Gomorra-Saviano) e lo stronca in base ai miei errori fattuali. In sostanza, avrei riportato cose che Saviano, in Gomorra e altri testi, non dice. Da qui, evidentemente, l’infondatezza di quanto scrivo. Come è detto in una delle amabili e-mail non firmate che ho ricevuto (e che ovviamente conservo gelosamente), le mie sarebbero tutte «stupide fandonie», ecc..
Si rassicurino tutti i lettori indignati: non ho alcun problema a confessare i miei delitti cartacei. Eccone alcuni. Come Cesari mi rimprovera, è verissimo che, laddove Saviano scrive «stivaletti», io cito «stivali». Chiedo venia. Vuol dire che un giorno o l’altro, se Cesari vorrà, in un pubblico dibattito discuteremo sulla classe logica degli oggetti «calzature». Uno «stivaletto» appartiene alla classe «stivali», come io malignamente faccio intendere, o «scarpe sportive», come ritiene Cesari sulla scorta di Saviano? Il dibattito sarà senz’altro appassionante. Secondo Cesari, inoltre, ho citato affermazioni di Saviano, riportate da un giornalista, in occasione di una «manifestazione anticamorra», e avrei dovuto citare «una trasmissione televisiva». Mi dichiaro touché, dottor Cesari. Se mai il mio libretto avrà una riedizione, correggerò con «dichiarazioni anti-camorra durante una trasmissione televisiva». È soddisfatto? Lei dice anche che io attribuisco a Saviano la parola «olocausto», a proposito dei morti di camorra, mentre invece è nel titolo di un articolo a firma Dario Del Porto. Qui, temo, è lei a essere un po’ frettoloso. Infatti, io cito esattamente l’articolo in questione, con tanto di nome del giornalista (Eroi di carta, p. 25, nota 11).
Mi fermo qui, perché a me le contro-critiche di Cesari sembrano solo considerazioni notarili, allo scopo evidente di emarginare i miei argomenti, evidentemente imbarazzanti. «Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo? Come puoi dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio, e tu non vedi la trave che è nel tuo?». Così recita un noto passo del Vangelo, che mi sembra assai pertinente in queste discussioni, e non su stivali o stivaletti, note a pié di pagina, titoli fraintesi e qualsiasi altra «fandonia», ma sul senso di Gomorra e dei suoi effetti, sulla straordinaria figura pubblica del suo autore, su gran parte dei media che ne assumono la difesa preventiva e censoria contro chicchessia e, di conseguenza, sulla cultura politica e letteraria del nostro paese. Lei su tutto questo, caro Cesari, non ha detto proprio nulla. E voglio aggiungere, prima di passare a una cosa molto più seria, che io offro ai miei lettori citazioni assai estese degli scritti di Roberto Saviano e numerosi esempi del suo stile (che io ritengo mediocre, a torto o ragione, ma su cui lei glissa). Cito anche brani di interviste a Saviano, ma sì, che fino a prova (o smentita) contraria sono strumenti legittimi di lavoro per un critico. Almeno per uno, come me, che interpreta quello che legge, bene o male che sia, e lo cita, ciò che il Saviano «indagatore» del crimine organizzato non fa, almeno in Gomorra.
A proposito di pagliuzze, travi, «fandonie», interpretazioni, invenzioni e documentazioni, che mi dice della pagina iniziale di Gomorra, in cui si parla del famoso caso dei «cinesi che non muoiono mai»? Lei sa bene che l’incipit di un romanzo (o qualsiasi altra cosa sia Gomorra) è decisivo per creare la Stimmung, e cioè l’atmosfera emotiva, di un libro e quindi la sua verità presso i lettori. Ora, lei dovrebbe sapere che sia in un libro-inchiesta sui cinesi in Italia (da me citato, in Eroi di carta, p. 69, n.47), sia nel sito delle Associazioni dei cinesi in Italia (idem), la storia dei cinesi è stata giudicata semplicemente una leggenda metropolitana. E questo, per di più, in un paese in cui l’immagine degli stranieri non è esattamente rosea…
Io mi limito a ribadire: se Gomorra è un testo d’invenzione letteraria, lo giudicheremo – liberamente – in base al suo stile. Ma se è un testo che pretende di dire la «verità» fattuale o morale su Napoli, il crimine, la camorra ecc., la storia dei cinesi getta un’ombra lunga sulla sua «verità». E quindi mi aspetto, prima o poi, delle risposte, magari da lei, sulle domande tipiche del buon giornalismo d’inchiesta: «chi», «quando», «dove»? Ecco il problema dell’ambiguità della narrazione in Gomorra, se uno ha letto veramente quello che ho scritto.
Lei, dottor Cesari, è nel suo pieno diritto di ignorare gli argomenti sostanziali di Eroi di carta ed estrarre le pagliuzze dai miei occhi. Ma io sono nel mio, quando confermo che nel saggio si discute soprattutto del rapporto tra un testo e l’apparato retorico, editoriale e mediale che l’ha fatto proprio. Ma vi si discute anche della povertà di idee della sinistra italiana e, naturalmente, di letteratura. Per inciso, solo i moralisti da prima pagina (che esistono solo in Italia) possono aver frainteso il titolo del mio saggio per un insulto a Saviano, mentre è il rimando alla mia riflessione sul significato dell’eroismo in una cultura governata dai media (in cui rientrano, appunto, anche i bestseller «letterari»).
Questa polemica, così come si è sviluppata, è durata abbastanza. È partita dall’ingenua esecrazione di chi ha ordinato di non leggermi, con l’evidente effetto opposto. E anche la sua «lettura», dottor Cesari, non aggiunge molto: è la comprensibile (ma solo in Italia) stroncatura, da parte di un editore, di chi critica un proprio autore. Ma, al di là delle polemiche, il caso Gomorra-Saviano, in termini mediali, resta di grande interesse e invita a ulteriori ricerche e riflessioni. Perché non si tratta tanto di «una fiaccola nel buio», come è titolato il suo pezzo contro di me, quanto di un faro abbacinante che illumina non tanto la «realtà» della camorra, quanto il paese culturale e mediale in cui viviamo.

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Ma dove vuole portarci Saviano?
Buttafuoco, “Saviano agita valori e codici di destra, non regaliamo alla sinistra”
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Pantera, il movimento che cercò uno spazio tra cesura e cerniera con gli anni ’70

“C’era un’onda chiamata Pantera” di Carmelo Albanese, edizioni manifestolibri, descrive la trasformazione antropologica di quella stagione

Paolo Persichetti
Liberazione 13 giugno 2010

Pantera, dicasi «Movimento politico informale ascrivibile all’area antagonista di sinistra che a cavallo del 1990 animò proteste in ambito universitario in numerose città italiane. Mutuò il nome dall’omonimo felino che venne visto vagare imprendibile nelle campagne romane durante la primavera del 1990. La localizzazione principale delle attività fu a Roma dove, oltre alle manifestazioni, affissioni di manifesti, assemblee e occupazioni di locali e mense, verificatesi anche in numerose altre città italiane, si ebbero scontri tra studenti e polizia. Le proteste si appuntarono soprattutto sugli effetti dell’autonomia statutaria degli Atenei, prevista da una legge del 1989 e criticata come foriera di “privatizzazione” del sapere, sull’inadeguatezza delle strutture, sull’aumento delle tasse universitarie e su questioni tradizionalmente importanti nella vita degli studenti. Forti furono anche le connotazioni antimilitariste e di politica generale. Il movimento a Bologna ebbe vasto seguito e coinvolse anche gli studenti Medi. In questo capoluogo 26 persone furono indagate per danneggiamenti a proprietà dell’Università».
Questa definizione è contenuta in una nota, n° 3424/03-21, redatta nel febbraio 2004 dalla Digos di Bologna nel corso di un’indagine diretta dal sostituto procuratore Paolo Giovagnoli. Cosa c’entra la Pantera con un’inchiesta condotta a 14 anni di distanza? Assolutamente nulla. Ma forse, proprio per questo, c’entra molto se è vero che una delle domande più ricorrenti nei dibattiti che stanno accompagnando il suo ventennale pone il problema di “cosa è rimasto”?
Un grande rimosso, rispondono più o meno tutti al di là delle appartenenze, se ancora esistono, e delle differenze. Un rimosso, questo è il punto, che rischia di essere riempito solo dall’interesse retrospettivo delle Forze di polizia per le genealogie dei movimenti e le biografie di chi vi partecipò. Interesse malsano che contribuisce unicamente a quella riscrittura poliziesca della storia, oggi tanto in voga. Ma da dove nasce questo rimosso? Davide Vender, un passato nel “Rosa Luxemburg”, laboratorio politico interno all’università la Sapienza che precedette e accompagnò l’esperienza della Pantera nel momento in cui si realizava il passaggio da ciò che restava dell’Autonomia romana, erede degli anni 70, alla nascita della prima area Antagonista, esprime in proposito un giudizio lapidario. «Non è vero – dice – che il movimento della Pantera è stato rimosso. Molto più semplicemente non viene ricordato come gli altri movimenti che lo hanno preceduto perché non è riuscito a modificare di una virgola i rapporti di forza rispetto alla riforma Ruberti che apriva la strada alla privatizzazione della ricerca». Per «Davidino», che oggi gestisce a Roma la libreria Odradek dopo aver sbattuto la porta di Rifondazione ben prima dell’ultima scissione (era diventato il responsabile per l’organizzazione della federazione romana), «il movimento della Pantera ha prodotto dal punto di vista della forza lavoro due soggetti: uno dei peggiori ceti politici che la sinistra, cosiddetta radicale, abbia mai avuto e molti personaggi oggi in vista nella sfera della comunicazione che in quel movimento giocarono un ruolo da protagonisti». Una critica che assomiglia molto al rimprovero rivolto al ’68. «Ma l’onda lunga del 68-69 – replica ancora Davide – ha prodotto molte conquiste incidendo sui rapporti materiali del Paese: statuto lavoratori, divorzio, aborto…. La Pantera cosa ha fatto, se non addestrare un nuovo ceto politico?».
Che la Pantera sia stata l’inevitabile culla di un nuovo personale politico della sinistra lo sostiene, sia pur con accenti diversi, anche Ermanno Taviani, oggi docente di storia presso l’università di Catania ma all’epoca militante dell’ala movimentista della Fgci che molto s’investì in quella esperienza. «Tanti ci criticavano da sinistra accusandoci di essere teleguitati dal Pci e per questo di voler frenare il movimento. Non solo non era vero ma il bello è che molti di quelli che ci accusavano di essere istituzionali e riformisti sono poi finiti per diventare assessori o deputati». A differenza di Vender, Taviani legge in modo positivo questo processo d’«integrazione istituzionale» della sinistra radicale. Fenomeno che per lui rappresenta anche un motivo di rivalsa verso quei dirigenti del Pci, come Folena (anche lui finito più tardi tra i banchi parlamentari di Rifondazione), che più di una volta intimarono agli esponenti della Fgci di sciogliere l’occupazione e «rompere» con gli autonomi come se il contesto fosse ancora quello della cacciata di Lama nel 1977. Pagine di storia ancora aperte continuavano a chiedere il conto alle generazioni successive. L’atteggiamento di ostilità del Pci fu eloquente, infastidito come sempre da ogni protagonismo sociale che esprimeva la propria autonomia. Favorevoli in gran parte alla riforma Ruberti, i docenti del Pci – racconta ancora Taviani – si tennero tutti in disparte. Dopo un’iniziale quanto strumentale simpatia verso le prime occupazioni delle facoltà, che oggettivamente mettevano in difficoltà la maggioranza di governo del “CAF”, Craxi-Andreotti-Forlani, Botteghe oscure cambiò presto comportamento. Ma di nemici ce ne furono anche altri. Illuminante un retroscena rivelato sempre da Taviani, «ai margini di un’assemblea a Lettere si avvicinò un personaggio che si rivelò essere un probabile emissario del ministero degli Interni. “Noi abbiamo in comune gli stessi nemici”, mi disse, “dobbiamo collaborare. Aiutateci ad isolarli”. Il nostro rifiuto fu netto».
Il peso del passato, l’ipoteca repressiva che la macchina dell’emergenza antiterrorismo con le sue culture di sostegno riversava su ogni nuova forma d’azione collettiva, pesò non poco sulle spalle di quei giovani. La Pantera fu messa a dura prova da apparati di polizia e mezzi d’informazione (Repubblica in testa) che, ossessionati dal fantasma degli anni 70, volevano “uccidere il pulcino nell’uovo”. Quel movimento tentò di conquistare un proprio spazio tra novità e continuità, momento di cesura e al tempo stesso cerniera con gli anni 70. Diede il via ad una stagione di nuovi movimenti approdati alla fine del decennio nell’altermondialismo, al tempo stesso fu l’ultimo movimento sociale della sinistra non inquinato dal giustizialismo. Non mancò d’interrogarsi sul passato più recente convinto che «la memoria non è una colpa», come recitava un documento della facoltà di scienze politiche occupata (Il Circo e la Pantera, Loredana Colace e Susanna Ripamonti, Led 1990, pagina 38). Eppure la Pantera non fu solo politica assoluta. Come ogni ciclo d’azione collettiva sperimentò nuove culture ed espressioni artistiche, lo racconta molto bene il libro di Carmelo Albanese, C’era un’onda chiamata Pantera, con allegato Dvd, edizioni manifestolibri. Albanese sostiene l’importanza antropologica prima ancora che politica dei movimenti, emerge così una descrizione corale, anche se circoscritta all’esperienza romana e nonostante tutto priva ancora di molte voci (femminili, ma non solo) che rende tuttavia la ricchezza di quei giorni. Si fusero insieme anime diverse, moderate e radicali, giovani alla loro prima esperienza e militanti esperti, culture della strada, hip hop, rappers, breakers e writers, Onda rossa posse, 00199, musicisti russi e francesi, tra cui un giovanissimo MC Solar. Non è vero che il movimento fu violento. Solo alcune aggressioni poliziesche macchiarono tre mesi di mobilitazione che al suo apice raggiunse le 150 facoltà occupate in tutta Italia. Migliaia di concerti, performances, manifestazioni teatrali, cortei circensi e assemblee segnarono il risveglio di una nuova generazione dopo il torpore legalitario degli anni 80. Fu una palestra per chi cercava di uscire dal decennio dell’ideologia della fine delle ideologie, anche se le identità restavano fragili e facili a smarrirsi, colmate spesso da un’ossessione procedurale e un sorprendente approccio burocratico che generò una superfetazione di “commissioni”, con le quali gli occupanti pensavano di difendere la propria autonomia. Una formula trinitaria risolveva la babele dei “chi siamo”: «democratici, non violenti e antifascisti». Nonostante la difesa dell’università pubblica e di massa contro l’ingresso dei capitali privati e la forte critica della società commerciale modellata dalle tv berlusconiane, ci vorrà Seattle, nel 1999, per dirsi pienamente antiliberisti e forse un po’ anticapitalisti. Venti anni dopo si può dire che l’intuito più importante fu l’incontro con i migranti che cominciavano a popolare le città, avviato a Roma con i volantinaggi nel piazzale antistante la stazione Termini e la scoperta di uomini con valigie piene di storie che parlavano più lingue di un qualsiasi studente, continuata con gli inviti serali alle iniziative nelle facoltà occupate, le feste e le cene di solidarietà, e approdata nella lotta della Pantanella, un ex-pastificio non lontano dall’università divenuto il riparo di migliaia di migranti e luogo simbolo della lotta per i loro diritti. Nel libro di Albanese brillano i ricordi delicati di chi se n’è andato prima del tempo: i sorrisi di Paoletta, la Cheecky P. degli 00199, gli occhi di Silvia Bernardini, struggente bellezza dai capelli rossi, la passione di Antonio Russo, ucciso in Cecenia. Manca il nome di Bianca, tanto piccola quanto onnipresente.

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I seminari sugli anni 70 della Pantera, “La memoria non è una colpa”

«Scarcerate Papini. Accuse senza argomenti»

Conferenza stampa presso il tribunale di Roma. Un appello chiede la liberazione di Masimo Papini. Il prossimo 21 giugno il tribunale della libertà dovrà riesaminare il precedente rifiuto censurato dalla Cassazione

Paolo Persichetti
Liberazione
15 giugno 2010

Massimo Papini non è più solo. A sostenerlo in questi lunghi mesi d’isolamento carcerario non ci sono più soltanto i suoi avvocati e i suoi amici che hanno dato vita ad un combattivo comitato di difesa. Negli ultimi tempi il muro di silenzio che circondava il suo caso giudiziario si è rotto. Una petizione è stata firmata da esponenti del cinema e dello spettacolo, mondo nel quale Papini lavorava. Ieri hanno preso la parola durante una conferenza stampa tenutasi presso il tribunale di Roma la scenografa Paola Comencini, la deputata radicale Rita Bernardini e Gianluca Peciola, consigliere provinciale di SeL. Dopo una visita nel carcere Rebibbia, da parte della battagliera parlamentare radicale che senza tregua conduce nelle prigioni «visite di sindacato ispettivo» – come precisa con puntiglio – Radio radicale ha cominciato a trasmettere le udienze del processo, iniziato lo scorso 22 febbraio, nel quale Papini è accusato di partecipazione a banda armata per aver conservato negli anni un rapporto di amicizia con Diana Blefari Melazzi. La militante delle cosiddette «nuove Br» suicidatasi nel carcere femminile di Rebibbia il 31 ottobre, esattamente un mese dopo l’arresto dello stesso Papini, suo ex compagno, che aveva tentato di scagionare fino all’ultimo. L’attenzione comincia finalmente a focalizzarsi su una vicenda giudiziaria considerata, a torto, “minore”, come se il suo tragico intrecciarsi con la morte di una detenuta in condizioni psicologiche devastate dal 41 bis, messa per questo sotto pressione con l’arresto dell’unico punto di riferimento esistenziale che le era rimasto, non fosse una vicenda su cui vigilare con attenzione. Se la morte della Blefari ha fatto parlare di «uso della malattia come strumento d’indagine», finalizzato a costruire con tutti i mezzi una «collaborazione», quella contro Papini appare una vera e propria persecuzione. Indagato e arrestato all’inizio per fare pressione sulla donna, continua a essere mantenuto in carcere e sovraccaricato di accuse, senza lo straccio di un riscontro, per coprire a posteriori una condotta investigativa che viola le stesse regole in nome del quale pretende di agire.
Nel corso della conferenza stampa, Paola Comencini ha raccontato la sua amicizia lunga 12 anni, spiegando come Papini fosse stimato nel mondo del cinema per il suo lavoro nei set dei più grandi registi italiani. «Un’attività – ha sottolineato – che assorbiva talmente la sua esistenza e lo teneva così lontano da Roma da rendere inverosimili le accuse». Ha rivelato anche come al ritorno dai colloqui con la Blefari fosse molto provato. La donna, afflitta da rovinose crisi d’identità e disturbi percettivi fino ad arrivare ad allucinazioni visive, si fidava solo di Papini e aveva risposto in lui ogni speranza. «Massimo paga l’aver risposto a quel grido d’aiuto». E che il rapporto con Diana Blefari Melazzi fosse alla luce del sole l’ha precisato anche l’attuale fidanzata di Papini, Grazia, che ha sopraffatto la timidezza per spiegare con gli occhi lucidi come Massimo «fin dal primo giorno mi disse che aveva questa amica. Io stessa ho preparato da mangiare per lei e le ho mandato dei vestiti». Rita Bernardini ha denunciato le condizioni di detenzione proibitive in cui versa il detenuto, isolato 24 ore su 24, costretto a pochissima aria in un cubicolo di cemento, senza nemmeno la possibilità d’avere libri a sufficienza per trascorrere utilmente il tempo.
Mentre il processo si trascina senza che l’accusa sia mai riuscita a fornire uno straccio di prova della colpevolezza di Papini, un fatto nuovo potrebbe aprirgli presto le porte della prigione. Il prossimo 21 giugno il Tribunale della libertà dovrà riesaminare nuovamente il precedente rifiuto di scarcerarlo, pronunciato in ottobre ma cassato il 4 marzo dalla Cassazione. Una censura netta quella pronunciata dalla suprema corte che rimprovera il collegio del riesame di non aver spiegato perché Papini sarebbe colpevole. «Siamo di fronte ad un caso giudiziario paradigmatico», spiega l’avvocato Romeo. «A causa del nuovo pacchetto sicurezza del luglio 2009 – aggiunge il legale – Papini si è visto sottrarre importanti tutele processuali. Si è passati direttamente in corte d’assise senza il vaglio dell’udienza preliminare. Fase che non potrà mai più essere recuperata. E’ stato chiesto il giudizio immediato con il fascicolo dell’accusa incompleto. Le carte mancanti sono giunte soltanto a processo avanzato». Papini doveva essere processato a prescindere.

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Io figlio di Br, pago per mio padre e per un libro
Banda armata la Cassazione scarcera Manolo Morlacchi e Costantino Virgilio
Anni Settanta
Amnistia e solidarietà sotto processo Massimo Papini in aula lunedi 22 febbraio 2010
Un altro Morlacchi dietro le sbarre

Ignorata la disponibilita offerta da un gruppo di detenute che si offrì di assistere la Blefari. I magistrati puntavano al pentimento
Induzione al pentimento
Suicidio Blefari Melazzi: l’uso della malattia come strumento di indagine

Allarme terrorismo: quel vizio del “Giornale” d’imbastire false notizie
Nta, la sigla vuota utilizzata per lanciare intimidatori allarmi terrorismo
Roberto Maroni: Nat, analogie con vecchie Br
Improbabili militanti

I seminari sugli anni 70 della Pantera: “La memoria non è una colpa”

Estratti da Il circo e la Pantera. I mass-media sulle orme del Movimento degli studenti, Loredana Colace, Susanna Ripamonti, edizioni led 1990


Il contesto

Durante la conferenza stampa del 30 gennaio, indetta dagli studenti nei locali occupati dell’università “La Sapienza” di Roma, per rispondere alle dichiarazioni del ministro Gava, viene distribuito ai giornali un programma delle attività della facoltà occupata di Scienze politiche. Tra gli appuntamenti previsti c’è il primo di una serie di seminari-dibattito su “Vecchi e nuovi movimenti”. Il tema di questo primo incontro, slittato dal 2 al 6 febbraio, è anticipato da un comunicato degli studenti inviato alle redazioni:

«Il ciclo di incontri nasce dall’esigenza di creare un momento di riflessione per favorire una discussione plurale e multiforme sulle nuove possibilità di identità a sinistra, che non nasca come rimozione acritica e passiva della nostra storia, ma come momento di superamento positivo e ragionato. Nessuna evocazione di memoria meramente reducista né apologetica, bensì ritrovare con la storia un rapporto e una relazione che non sia di pura testimonianza».

Nel calendario allegato si forniscono informazioni sull’intero ciclo di seminari, previsti in forma itinerante tra le diverse facoltà occupate. Il primo appuntamento è dedicato al biennio ’68-69, relatori: Rina Gagliardi, giornalista del manifesto, Raul Mordenti ricercatore della “Sapienza”, Edoardo Di Giovanni della Commissione giustizia del Pci.

L’avvenimento
Tra gli studenti che affollano l’aula più grande della facolta di Scienze politiche, seguono il primo dibattito dibattito anche diversi giornalisti, tra loro ci sono due redattori di Repubblica (Riccardo Luna e Luca Villoresi], uno dell’Unità, uno del manifesto e uno dell’Ansa); «il tono che lo caratterizza – racconta Loredana Colace nel suo volumetto – è per lo più didascalico, quasi accademico, a tratti addirittura un po’ noioso. Rina Gagliardi parla a lungo dei movimenti formatisi dal ’68 e della loro cultura politica, come anche Mordenti, che si sofferma in particolare sul movimento degli studenti e sulla mancanza di una sua storia. Di Giovanni, ultimo tra i relatori, racconta le vicende delle stragi, in particolare quella di piazza Fontana. Successivamente intervengono Enzo Modugno, un ex leader del ’68, che propone alcune ipotesi sul nuovo rapporto tra lavoro intelletttuale e sviluppo tecnologico e Paolo Virno, un collaboratore del manifesto, già di Potere operaio (coinvolto nell’inchiesta 7 aprile-Metropoli e assolto dopo 5 anni di detenzione preventiva), che analizza gli anni ’80 e il riflusso dei movimenti. Sembrerebbe quasi di assistere ad uno di quei seminari a cui ogni militante o simpatizzante della sinistra ha qualche volta partecipato, e che gli studenti seguono con qualche applauso più rituale che realmente partecipato.

L’episodio
Quasi al termine, interviene tra gli altri Eugenio Ghignoni, ex brigatista, “irriducibile”, condannato all’ergastolo per concorso morale nell’omicidio del commissario Sebastiano Vinci, attualmente in libertà per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva [poi assolto nel processo d’appello. Assoluzione confermata dal verdetto finale della Cassazione]. Presente tra il pubblico insieme ad altri “ex detenuti politici”, Ghignoni interviene dopo che uno studente ha chiesto chiarimenti sui diversi metodi di lotta all’interno della nuova sinistra; parla per circa un quarto d’ora dopo aver ringraziato gli studenti per esser stato invitato a partecipare. Dichiara il proprio stato e cerca di dar conto della propria esperienza: nelle sue parole non ci sono né pentimento né apologia, c’è il rifiuto di considerare la propria vicenda frutto di “pazzia, squadrismo o dell’irruzione dell’irrazionalità nella storia”. La sua convinzione è quella, del resto più volte espressa da diversi protagonisti della lotta armata e del terrorismo e dai loro analisti, di aver “travalicato” da una pratica di violenza di massa largamente diffusa nella sinistra extraparlamentare e di essere approdati all’eversione. Per Ghignoni il problema che si pone è capire perché questo sia stato possibile, con una riflessione serena su quello che è successo. “Perciò – dice – se sapremo interrogare in questo modo la storia reale allora la memoria potrà non pesare come ricatto nei confronti dei movimenti e quella memoria servirà a dare un contributo all’arricchimento, alla comprensione di questo movimento”. Al termine applausi dei pochi rimasti, senza particolare calore come i precedenti, e una replica della Gagliardi contro la “lettura continuista” di Ghignoni.

L’informazione dei media
Repubblica
del 7 febbraio titola in prima, «Nell’università occupata l’ex-brigatista fa lezione sul ’68». In pagina interna, «L’ex Br al Movimento: Grazie a voi gli anni ’80 sono proprio finiti», in occhiello, «Roma, seminario di Ghignoni condannato nel Moro-ter». L’intero articolo è riservato con toni feroci  alle parole dell’ex detenuto politico.
L’Unità titola in ottava pagina, «I ragazzi del ’90 incontrano il ’68» e riporta solo un passo dell’intervento dell’ex brigatista, «Ripensati solo per essere cancellati, bollati dell’infamia di essere stati la culla del terrorismo e di esserlo inevitabilmente, i movimenti sono destinati al silenzio? Un rischio già corso e verificato».
il manifesto in cultura apre in questo modo, «Un seminario sulla storia dei movimenti nell’Università occupata di Roma. All’intervento di Ghignoni vengono riservate solo 4 righe».

Il giorno successivo sempre Repubblica su 5 colonne rincara la dose, «Torna l’ombra del terrorismo», per il Giornale, «C’era odore di sangue alla lezione di Ghignoni», «Scandalo per i Br in cattedra». Il Messaggero, «La lezione del Br all’università: allarme e sdegno. Su invito del movimento ha parlato a Roma di ’68 e di terrorismo», «Conferenza infame», altro titolo. Per il Corriere della sera, «E’ troppo, un ex terrorista oratore nell’ateneo occupato», «La Pantera nella trappola del terrorismo», «La notte della Repubblica», «Pantera si, Br no»….

La risposta degli occupanti
“La memoria non è una colpa”
In un lungo documento del 9 febbraio (La memoria non è una colpa), gli studenti di Scienze politiche cercano di mettere la parola fine alle polemiche, all’impostazione parziale e faziosa del dibattito. Ne riportiamo a conclusione alcuni brani:

E’ a partire da questo semplice assunto [il riferimento è al titolo] che abbiamo deciso di avviare un ciclo di seminari autogestiti sui “vecchi e nuovi movimenti” per indagare le relazioni, se mai esistono, tra la Pantera e gli eventi degli anni ’60-70 e ’80 […]. Tutto ha inizio […] dalle dichiarazioni di Gava […], non bastava la solita smentita alle accuse preordinate che ad ogni segno di conflitto e dissenso vengono lanciate con volgare aggressività. La nostra voleva essere una “sfida culturale” […] alta, un grosso segno di maturità da parte di un movimento giovane che da solo con i propri strumenti vuole conoscere la storia delle generazioni che lo hanno preceduto. Pensiamo che conoscere ed indagare non sia un reato […]. Volevamo conoscere il passato ascoltando la voce diretta dei protagonisti, attraverso una ricostruzione plurale […] visto che tra gli obiettivi della nostra lotta rivendichiamo una cultura critica […]. Si è per anni sospesa la storia, rimossa la memoria ed oggi viene criminalizzata la possibilità di dialogo […] bisogna riconoscere che il vero problema risiede nella compressione degli spazi di libertà e democrazia sostanziale.

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Pantera, il movimento che cercò uno spazio tra cesura e cerniera con gli anni 70

«La Pantera sono io»

Il racconto psicadelico e la testimonianza sopra le righe di un partecipante della Pantera

Quando trasformammo la Sapienza in un luna park

Marco “Duka” Anastasi
Liberazione 13 giugno 2010

A Roma il 27 dicembre, durante la notte, un ragazzo vede apparire inaspettatamente una pantera nera che si aggira lungo un marciapiede, il giovane fugge e darà l’allarme. Il giorno seguente inizia la caccia al felino che si protrarrà per tutto il mese di gennaio 1990 in tutta la metropoli. Per tutto il mese sarà un susseguirsi di avvistamenti, l’animale lasciava sul terreno le orme del suo passaggio ma era imprendibile, non fu mai catturato e scomparì nel nulla da dove era arrivato. Nel frattempo la pantera era diventata leggenda. 
Nel mese di gennaio, sempre a Roma, entra in occupazione la facoltà di lettere, gli studenti se ne impossessano. Se nell’occupazione del ’77 gli studenti flipparono con le fotocopiatrici, e da una di queste macchine rubate a lettere nacque, secondo la leggenda tramandataci da Stefano Tamburini, Ranxerox il coatto sintetico, nel movimento del ’90 gli studenti impazzirono per i fax e iniziarono a spedire messaggi che invitavano all’occupazione. Come un virus, in pochi giorni, la parola d’ordine “occupare” contagia le altre facoltà della Sapienza e gli altri atenei della nazione, il movimento studentesco aveva rotto gli argini degli anni ’80 come un fiume in piena. Gli studenti e i giovani, perché tanti occupanti non erano studenti, erano tornati di nuovo protagonisti delle proprie vite e il conflitto era di nuovo nell’agenda della politica. 
Mi ricordo che per noi, che venivamo dai centri sociali – ai tempi solo delle isole dove, come dei pirati, organizzavamo gli arrembaggi – l’occupazione delle facoltà era stata una manna dal cielo… Il giorno stesso dell’occupazione io e Luchino (Militant A) dell’Onda Rossa Posse c’eravamo guardati dicendoci «Finchè dura fa verdura…». All’inizio del movimento noi eravamo una sparuta minoranza, accusata di portare dentro l’occupazione la deriva luna park. Noi portammo in dono alle occupazioni i nostri linguaggi e contenuti: la socializzazione dei saperi, le reti informatiche e l’attitudine cyberpunk, l’autoproduzione e il do it yorself del punk, la cultura hip hop con il rap e i graffiti, la nostra capacità di organizzare concerti e feste. Gli studenti ci venivano sempre più dietro, attratti dal free festival permanente in cui si era trasformata l’occupazione della Sapienza, in poco tempo eravamo diventati maggioranza, avevamo trasformato la lotta contro il decreto ministeriale e le privatizzazioni in un vero movimento con tutti i suoi aspetti libidinali. Finalmente si usciva dal bad trip degli anni Ottanta, certamente un decennio oscuro, ma la resistenza, nata durante la decade dell’opportunismo e del disincanto, con i centri sociali, aveva prodotto tutto quello che ci siamo sciroppati dalla Pantera a Seattle.
 Anche il logo del movimento, preso dal gruppo rivoluzionario afroamericano Black Panther Party, fu un regalo involontario della cultura dei centri sociali e non un dono di uno studio grafico che faceva i manifesti per i giovani di Democrazia Proletaria come raccontavano i giornali. Io e Luchino eravamo andati il 12 dicembre 1989 a Milano per il corteo nazionale dei centri sociali, ci eravamo conservati una copia di un volantino firmato Cox18 che era stato distribuito durante il corteo dai compagni della storica occupazione di via Conchetta. Sul volantino c’era il testo tradotto del brano “Fight the Power” dei Public Enemy e come immagine la pantera nera del BPP. Pochi giorni dopo l’inizio dell’occupazione ci presentammo alla prima assemblea di ateneo, dopo averlo fotocopiato a scrocco a Scienze politiche, lo distribuimmo. Il foglio da noi volantinato, con sopra il simbolo delle Pantere Nere finì tra le mani di Mauro un demoproletario che lo rigirò allo studio grafico che lavorava per loro, e si limitò ad aggiungere solo lo slogan “La pantera siamo noi”. Avevamo sfondato senza nessuna strategia, nonostane non contavamo un cazzo, perché fino a quel momento, come ho scritto sopra, eravamo minoranza. Furono la magia del caos e la potenza del concatenamento che ci permisero di sfondare, per questo motivo non abbiamo rivendicato il copyright sul logo, la pantera da nostra era diventata di tutti, non più un simbolo conosciuto da pochi centro socialisti, in fissa con i movimenti afroamericani, ma un logo riproducibile condiviso da tutti. 
Una delle giornate memorabili del movimento, fu la manifestazione nazionale degli studenti medi, a cui avevano aderito tutte le facoltà occupate. Lo sfortunato protagonista della giornata, e per giunta per colpa mia, fu il Lupo. Mi era venuto in mente di fare un drago come quello dei capodanni cinesi, però con la testa della pantera, un lungo serpentone di stoffa nera a capo dello spezzone. Quando lo stavamo costruendo, il Lupo si era fatto sotto dicendomi che ero uno stronzo, perché tranne lui nessuno, visto che eravamo tutti rachitici, aveva il fisico per stare dentro il testone della pantera. Dalla convocazione alle otto del mattino davanti lettere, fino alle tredici a piazza del Popolo, il Lupo, dando prova di grande senso del dovere, era stato stoicamente, nonostante la strana calda giornata invernale, dentro il capoccione della pantera. 
Alla fine del corteo, rosso in faccia, il Lupo aveva urlato contro di me “Pezzo di merda”. Nel frattempo sul palco in piazza del Popolo c’era una cosa terrificante, un cantautore scrauso portato sul palco dai figicciotti, che faceva cover di Joan Baez, cantava come se gli stessero strizzando le palle. Centomila partecipanti alla manifestazione si stavano ammorbando. Il nostro spezzone aveva un camion scoperto con sopra l’Onda Rossa Posse e il mitico Lampadread ai controlli. A quei tempi, l’efficenza dei centri sociali lasciava a desiderare, l’impianto musicale si era fuso durante il corteo. Giunti a fatica sotto al palco, non potevamo reggere quella musica… Era troppo, se a quel punto non avessimo fatto gli autonomi, quelli rozzi in stile Volsci, saremmo capitolati davanti alla reazione della Vandea. Ancora una volta eravamo costretti ad assaltare un palco, anche se il microfono ci serviva per cantare e non per arringare le masse. Nell’attimo in cui Militant A e Castro X urlarono al microfono “Batti il tuo tempo!” l’intera piazza si alzò al grido “Per fottere il potere”.
Quel giorno l’egemonia politica passò attraverso il groove e la parola. Oggi della Pantera resta la sua portata storica, che significò la fine della cultura remissiva degli anni Ottanta e l’entrata in scena di un nuovo soggetto politico: i centri sociali.

Il ricatto delle delocalizzazioni portato avanti dalle case automobilistiche europee: il caso Renault

In Francia il governo punta ad un maggiore controllo pubblico per condizionare le strategie industriali della case automobilistiche. Ma i sindacati restano cauti di fronte alle “gesticolazioni mediatiche” del presidente Sarkozy

Paolo Persichetti
Liberazione
13 giugno 2010

Per fare fronte alle pesanti ricadute industriali provocate della crisi finanziaria internazionale, il governo francese ha siglato lo scorso anno un «patto per l’automobile» con le case automobilistiche nazionali, Renault e Psa-Peugeot-Citroën. Per sostenere un settore ritenuto tuttora strategico, e che raccoglie ancora il 10% dell’occupazione dell’intero Paese, l’esecutivo ha concesso un cospicuo prestito di 6 miliardi di euro a tasso ridotto, ponendo come contropartita l’impegno a mantenere la produzione automobilistica sul territorio nazionale in modo da garantire gli attuali livelli di occupazione. Ma quando l’8 gennaio scorso un’indiscrezione, pubblicata dal quotidiano economico-finanziario la Tribune, riferiva la decisione della Renault di trasferire in Turchia l’intera produzione della nuova Clio, l’esecutivo ha reagito bruscamente. Analoga sorte era toccata tempo addietro alla Twingo, le cui linee di montaggio sono finite in Slovenia. All’epoca il governo era rimasto distratto. Secondo i piani del management Renault, la fabbricazione della Clio, che vede solo metà della produzione attuale uscire dalle linee dello stabilimento di Flins sur Seine, dovrebbe essere interamente realizzata negli impianti che sorgono a Busra. La delocalizzazione delle catene di montaggio dei modelli di piccola cilindrata nei paesi con manodopera a basso costo è una strategia comune delle case europee. A Flins dovrebbe concentrarsi invece la produzione dei nuovi modelli d’auto elettrica, in particolare la Zoe, la cui commercializzazione è prevista nel 2013. Una scommessa tecnologica che però, secondo i sindacati, non garantisce il mantenimento dei livelli di occupazione. Da qui le preoccupazioni del governo. Il ministro dell’Industria, Christian Estrosi, si è detto «scioccato» dalla notizia ed ha annunciato l’immediata convocazione del direttore generale del gruppo facendo trapelare l’intenzione del governo di accrescere la propria parte di capitale azionario e di rappresentanti all’interno della società automobilistica, privatizzata nel 1996. Titolare di un portafoglio azionario del 15%, lo Stato francese resta ancora il maggiore azionista della Renault. Confiscata dal governo nel 1945, a seguito dell’accusa di collaborazionismo industriale con l’occupante tedesco rivolta contro il proprietario, l’intera compagnia venne nazionalizzata. Arrestato nel 1944 Louis Renault non sopravvisse al carcere. Morì in prigione prima del processo. Dall’autopsia emersero i segni di una frattura al collo, circostanza che suggerì la possibilità di un omicidio. A differenza di quanto accadde in Italia con gli Agnelli, compromessi col fascismo e le sue tragiche imprese belliche, la borghesia gollista fu inesorabile con gli esponenti della propria classe che considerava traditori, anche perché il controllo di un’importante industria risultava politicamente strategico. Tuttavia dopo la privatizzazione l’influenza del potere politico si è limitata unicamente al condizionamento delle nomine dei vertici aziendali, che in Francia per via dell’Ena, la Scuola nazionale dell’amministrazione, vede ruotare all’interno di una piccola oligarchia tutti i maggiori incarichi pubblici e privati. Una «noblesse d’Etat», come la chiamava il sociologo Pierre Bourdieu. Forse, complice il fatto che l’attuale presidente della repubblica, Nicolas Sarkozy, non è un diplomato dell’Ena, i rapporti con il Pdg di Renault, Carlos Ghosn, non sono mai stati idilliaci. E così il governo è tornato a mettere bocca sulle politiche industriali, mentre Sarkozy ha convocato Ghosn all’Eliseo accogliendolo – pare – con una sfuriata. Tra le misure evocate per disincentivare la delocalizzazione si prevede un’ulteriore defiscalizzazione per le imprese. Comportamento piuttosto tardivo, hanno sottolineato diversi osservatori tra i quali non sono mancate critiche verso la politica di mera «gesticolazione» mediatica del governo. Non sfugge, infatti, che due amministratori di nomina statale siedono nel consiglio d’amministrazione della Renault. Persone normalmente al corrente di tutte le decisioni e gli orientamenti strategici discussi dal management. Insomma non serviva un’indiscrezione per venire a sapere del procetto di delocalizzazione, per questo c’è chi sospetta che si tratti del solito populismo di Sarkozy. I sindacati non hanno per nulla creduto alle rassicurazioni venute dopo l’incontro col presidente della Repubblica. C’è chi ricorda come finì l’intervento di Sarkozy contro i compensi stratosferici percepiti dai managers delle banche. Tutto si risolse in una semplice declamazione di buone intenzioni.

Di Pietro interrogato a Perugia, sospetti su due appartamenti

L’ex pm se la prende con gli organi d’informazione, «basta finanziamenti pubblici»

Paolo Persichetti
Liberazione 8 giugno 2010

Antonio Di Pietro sarà ascoltato oggi dai magistrati di Perugia che indagano sulla lista Anemone, il lungo elenco di appartamenti “regalati” e lavori di ristrutturazione realizzati, si sospetta, in cambio di favori e appoggi per l’aggiudicazione di appalti e opere pubbliche. Nel corso del suo ultimo interrogatorio l’architetto Angelo Zampolini, che agiva per conto dell’imprenditore Diego Anemone e del super dirigente dei lavori pubblici Angelo Balducci, le due figure centrali di quella che gli inquirenti descrivono come una ramificata rete affaristica sorretta da un sistema «gelatinoso» di relazioni corrotte, ha chiamato in causa anche il grande fustigatore di Tangentopoli. Non è la prima volta che Di Pietro viene a trovarsi nei panni di Danton piuttosto che in quelli di Robespierre.Una figura, quella del capo girondino, che calza molto meglio alla sua biografia politica, ma poiché in Italia ad attaccare Di Pietro è quasi unicamente la stampa berlusconiana, l’ex pm viene di preferenza iscritto tra gli epigoni del giacobinismo. Al centro di scottanti inchieste già prima che lasciasse la magistratura, il fondatore dell’Idv è sempre uscito penalmente indenne dalle indagini e dai processi. Il che non vuol dire che non sussistano nei suoi confronti ben più gravi responsabilità o ambiguità morali e politiche. La vecchia immagine illibata di cavaliere senza macchia e senza colpa è ormai logora da tempo. Troppe coincidenze, troppe amicizie impresentabili, come i primi imputati delle sue inchieste. Tutti suoi ex compagni di merende, dal suo ex avvocato Lucibello, al finanziere Pacini Battaglia, a Paolo Pillitteri, cognato di Craxi e sindaco di Milano, a Giancarlo Gorrini (quello della Mercedes ceduta per pochi spiccioli), senza dimenticare Eleuterio Rea (comandante dei vigili urbani milanesi), fino all’imprenditore Antonio D’Adamo. E poi, in tempi più recenti, la scelta d’imbarcare gente come Sergio De Gregorio e Nello Formisano. E ancora, i finanziamenti pubblici intascati dall’associazione di famiglia per l’acquisto di un discreto impero immobiliare, la frequentazione con il responsabile italiano della Kroll, l’agenzia di sicurezza di Wall Street. Preistoria per un Paese e soprattutto una sinistra depressa che, avvinta dalla propria sindrome autoconsolatoria, seleziona tutto ciò che potrebbe disturbare la sua ipocrita memoria. Stavolta però qualcosa sembra essere cambiata. Di Pietro ha stancato anche i suoi fans, nell’Idv cresce il malessere. Di fronte alla delusione di tanti suoi elettori e seguaci, e alle ambizioni di notabili di vecchia scuola democristiana e voltagabbana, alcuni provenienti dalle stesse file di Rifondazione e Sinistra e libertà, scappati come topi che lasciano precipitosamente il vascello che affonda per approdare su lidi più sicuri e soprattutto in grado di garantire posti da eletti, il leader indiscusso anche nell’ultimo recente congresso comincia a vacillare. Oggi davanti ai giudici dovrà dare delle spiegazioni, uscire dalle reticenze, dai silenzi e dai giochi di prestigio con i quali, per esempio, lo scorso 17 maggio davanti ai pm di Firenze che indagano su un altro filone dell’inchiesta sulle grandi opere, si autodefinì «teste d’accusa», persona che aveva spontaneamente scelto di mettere a disposizione degli ex colleghi la sua esperienza investigativa. Non era vero. I magistrati l’avevano convocato in qualità di “persona informata dei fatti”, una formula molto ambigua di cui gli inquirenti abusano troppo spesso. E’ nella stessa veste che oggi dovrà fornire chiarimenti sulle affermazioni di Zampolini. Secondo le dichiarazioni dell’architetto inquisito, Di Pietro avrebbe ricevuto da Angelo Balducci la disponibilità di due appartamenti situati nel centro di Roma e di proprietà dell’istituto religioso Propaganda fide. Uno, vicino piazza di Spagna, utilizzato dall’Idv, e l’altro vicino al Quirinale, inizialmente messo a disposizione di sua figlia ma poi finito alla tesoriera del movimento. In effetti risulta che l’appartamento in via della Vite venne affittato alla società editrice Mediterranea srl che in passato pubblicava anche la rivista del partito. Quanto all’appartamento di via dei Quattro venti, è tuttora in affitto alla tesoriera, e parlamentare dell’idv, Silvana Mura che ha però dichiarato di pagare un regolare affitto. Zampolini ha anche detto che quando Di Pietro divenne ministro dei Lavori pubblici, Balducci decise di abbandonare il ministero per sottrarsi alle incessanti pressioni dell’ex pm che voleva essere introdotto negli ambienti vaticani. Versione diametralmente opposta a quella raccontata da Di Pietro che si è sempre fatto vanto di aver cacciato i membri della “cricca”. Zampolini ha aggiunto dell’altro. La ferma opposizione del leader populista contro le grandi opere per i 150 anni dell’Unità d’Italia sarebbe improvvisamente venuta meno solo quando tra i progetti venne inserito l’Auditorium di Isernia. Appalto che in corso d’opera ha visto paurosamente lievitare i costi. Corruzione o clientelismo politico (il Molise è terra d’elezione di Di Pietro)? Quale che sia la verità, ce n’è abbastanza per riconoscere che il dipietrismo puzza da lontano e con lui i suoi fanatici incensatori, da Santoro a Travaglio. Indispettito da tanta informazione su queste vicende, (anche il Corriere della sera ha cominciato ad attaccarlo) Di Pietro se l’è presa con i finanziamenti pubblici all’informazione. Sembrava di sentire Berlusconi.

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Il diritto di criticare l’icona Saviano
La libertà negata di criticare Saviano
La ragnatela di Anemone e la lista che fa paura
Nella lista di Anemone l’intero establishment: lavori o favori?
Retroscena di una stagione: Di Pietro e il suo cenacolo
Quando il privilegio indossa la toga, la casta dei giudici in rivolta
Di Pietro: “Noi siamo la diarrea montante”
Congresso Idv: i populisti lanciano un’opa su ciò che resta della sinistra
La sinistra giudiziaria
Dipietrismo: malattia senile del comunismo?
Genesi del populismo penale e nuova ideologia vittimaria
Populismo penale, una declinazione del neoliberismo
Populismo penale

Saviano, l’idolo infranto

Daniele Sepe
il manifesto 6 Giugno 2010


Ma cosa è successo alla sinistra radicale in Italia? Sono io che ho perso la bussola o sono altri che si sono dimenticati per strada un poco di concetti che ci accompagnavano nell’analisi della società? Ad esempio la magistratura, le forze dell’ordine, l’apparato repressivo dello Stato sono oggi nostri alleati nella lotta contro il Capitale? Io ricordavo altre cose. Ma la legalità, le leggi cosa sono se non un sistema di regole che serve a proteggere il più forte dal più debole? Non sono promulgate dallo stesso Stato che l’istante dopo accusiamo di essere classista, liberticida, guerrafondaio e repressivo? No, sembra da quello che sto leggendo oggi che sono io che mi sbaglio. In realtà noi viviamo in una democrazia perfettamente compiuta nella quale chi è nato figlio di un muratore a Casal di Principe e il figlio di Briatore e Gregoraci hanno perfettamente le stesse prospettive: entrambi se capaci si potranno fare strada nel lungo cammino della vita. Noi viviamo in un sistema economico capitanato da gente di cui a volte conosciamo i volti e altre no, ma che si fonda sul consumo. Possedere è essere felici. E questo bisogno di consumare, soprattutto in un momento di crisi come questo, viene cullato, coccolato, alimentato da tutto quello che è la cultura dominante oggi, dai media in primo luogo. Non hai il Suv? Sei un reietto. Non vesti firmato? Non ti fidanzerai. Non sei stato in crociera quest’estate? Sei un fallito. Vendere e ancora vendere. Ma non è che tutti si possano permettere, in maniera «perfettamente legale» di vivere come Veronica Lario, idolo di sinitrorsi perché in conflitto divorzistico col padrone d’Italia per eccellenza, il Signore del Male. E allora c’è della gente selvaggia, una feccia canagliesca che pretende oggi, con una violenza che appartiene ad un’altra epoca, l’epica era del baronaggio e della imprenditoria pioniera e aggressiva degli esordi, non solo di limitarsi a taglieggiare il piccolo commerciante o imporre il prezzo del lavoro di un giorno ad un immigrato in un campo di pomodori, ma addirittura di sedere nei lindi consigli di amministrazione. Ma per noi comunisti una volta questi signori non erano criminali alla stessa maniera? Non sono per noi le due facce della stessa medaglia? Come diceva Brecht «è più grave l’effrazione di una banca o la fondazione di una banca?». Ecco, la nostra bussola culturale, politica, oggi è ancora Brecht o è diventata Roberto Saviano? Chaplin diceva che il crimine paga solo alla grande. Infatti. Io nelle parole e gli scritti di Saviano non ho mai trovato queste sottili distinzioni. Mentre si rivolge in maniera educata e deferente al nostro Presidente del Consiglio, suo editore, con una «preghiera», ai tempi della legge sul processo brave, tuona contro le belve assetate di sangue sedute dietro una sbarra al processo «Spartacus». Sarà, ma io trovo il capitalismo italiano e i boss camorristici tragicamente simili. E non per dire, ma un Marchionne che chiude Termini Imerese (quando Fiat ha ricevuto contributi statali e europei per decenni) buttando sulla strada migliaia di famiglie sta aiutando chi e cosa, se non chi poi può andare a proporre un lavoro certamente un po’ più pericoloso, ma infinitamente più redditizio di un salario da operaio, a un giovane siciliano? Fa bene alla coscienza pensare che leggere un romanzo sulla camorra o gridare ’siamo tutti Saviano’ può fare paura a gente sanguinaria in perfetta collusione con buona parte di quello Stato che dovrebbe combatterli, invece secondo il mio modesto parere se ne strabatte. Comanda il denaro. E un libro è un libro. Una canzone è una canzone. Un film è un film. Ma poi la ricetta a tutto questo proliferare di organizzazioni criminali quale sarebbe? Per noi «sinistri radicali» nel 2010 è diventata l’indagine di Polizia, il processo e il carcere? Ma perché, messo dentro a vita uno Schiavone e i suoi compagni, non ci sarà qualcun altro a prenderne il posto? Se le condizioni sociali e politiche non cambiano ce ne saranno altri cento. E’ ovvio che non può essere il bastone la nostra e la loro liberazione. E soprattutto sarei io e il mio pensiero la stampella della criminalità organizzata? Scusatemi, io auguro a Saviano di vivere centanni e godersi quello che si è guadagnato. Ma lasciatemi per centanni la possibilità a me e ad altri pochi «deficienti invidiosi» di ragionare da comunista e di poterlo scrivere. Nel caso contrario, visto che la gogna è gia partita, la solidarietà della sinistra radicale voglio sperare che arrivi a me. Se no vuol dire che ho buttato via una vita di lotta militante per niente.

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Ma dove vuole portarci Saviano?
Buttafuoco, “Saviano agita valori e codici di destra, non regaliamo alla sinistra”
Attenti, Saviano è di destra. Criticarlo serve alla sinistra
Populismo penale
Il diritto di criticare l’icona Saviano
La libertà negata di criticare Saviano
Pagliuzze, travi ed eroi

Il diritto di criticare l’icona Saviano

Alessandro Dal Lago
il manifesto 3 giugno 2010


Non ho intenzione di difendermi dalle «critiche» per il mio libretto sul caso Gomorra-Saviano (anche perché si tratta, per lo più, non di critiche ma di esecrazioni e «vade retro»). Se si è interessati alla questione, mi si può leggere e giudicare di conseguenza. Intervengo invece sull’accusa di dissacrazione che alcuni (per esempio Violante e Flores d’Arcais) mi hanno gettato addosso, visibilmente senza aver letto il testo e, nel caso di Flores, incitando il pubblico a non leggerlo. Qui, come in altri casi (penso a Sofri) non c’è solo un appello alla censura preventiva (mi si critica non per quello che dico ma perché lo dico).
Appare anche un modo di pensare mitologico e autoritario, e quindi sostanzialmente papalino, il che fa specie in persone (parlo di Sofri e Flores) che passano per campioni della libertà di parola e del laicismo. È questa la cultura capace di opporsi a Berlusconi? Per Violante, il mio è un tipico caso di sinistra «iconoclasta». Ne deduco che per lui la sinistra deve adorare le icone. E non diversamente pensa Flores, quando invita a manifestare contro Berlusconi o a darsi al sesso o ad altre attività ricreative, piuttosto che leggermi quando critico Saviano. Insomma, guai a entrare nel merito di quello che Saviano scrive. E soprattutto, guai a interrogarci sul significato politico dell’identificazione di una parte consistente della sinistra nella sua figura e nella sua opera. È semplicemente quanto ho tentato di fare nel mio libro a tre livelli, narrativo, mediale e sociologico (tra parentesi, occuparmi di queste cose è esattamente il mio mestiere, diversamente da quanto Flores, che pure mi conosce da quasi trent’anni, fa credere ai lettori del Fatto quotidiano). Livello narrativo: ho analizzato la «verità» di Gomorra in base al testo e a nient’altro, ignorando qualsiasi pettegolezzo sulle sue fonti, ma portando alla luce il carattere tecnicamente auto-referenziale della narrazione («ci sono stato e ho visto, e quindi dico la verità»); livello mediale: ho discusso la costruzione, in buona parte dei media, dell’eroismo di Saviano, mostrando anche come lo scrittore, nei suoi interventi successivi a Gomorra, abbia in qualche modo fatto proprio il ruolo che gli veniva cucito addosso; livello sociologico (e se vogliamo, politico): che significa il processo di iconizzazione dello scrittore nella sfera pubblica del nostro paese? L’ultimo punto mi sembra decisivo e integra i primi due. La trasformazione di Saviano, a sinistra, in icona del bene contro il male (rappresentato dal crimine organizzato) sposta il conflitto politico in una dimensione morale e moralistica fondamentalmente diversiva e consolatoria. Una dimensione illusoria, in cui – ma questa è solo un’ipotesi – molti scaricano le frustrazioni di una sinistra che in buona parte non è più rappresentata, oppure è impotente di fronte al trionfo della destra. Il fatto interessante è che la categoria dell’eroismo è storicamente appannaggio della destra romantica (penso a Evola), e questo spiega la fortuna di Saviano tra i seguaci di Fini (si veda la fondazione Farefuturo e che cosa pensa di me). Di conseguenza, la classica accusa zdanoviana che mi rivolgono Sofri e Flores («a chi giova?») è risibile, un altro aspetto della loro reazione censoria.
Come si conviene a qualcuno che, volente o nolente, è stato trasformato in icona dell’eroismo, molto spesso le posizioni di Saviano su questioni di interesse pubblico sono unanimiste e apolitiche, e cioè buone per tutti (anche se nel libretto riconosco che talvolta prende posizione contro le derive più clamorose dell’attuale regime in materia di conflitto di interessi). Sostenere che la recente lotta degli studenti contro la distruzione della scuola e dell’università pubblica conta ben poco di fronte al crimine organizzato o ridurre la morte dei soldati in Afghanistan alla questione dei poveri ragazzi del sud che non hanno alternative, senza dire nulla del significato della guerra e dell’implicazione dell’Italia, è qualcosa che non si può passare sotto silenzio. Nessuno chiede a Saviano di occuparsi di questi problemi. Ma se ne scrive o ne parla, naturalmente è criticabile, come chiunque altro. Io trovo grottesco che qualcuno liquidi tutto questo, e cioè la critica di quello che Saviano dice, in termini di «invidia»: è come sostenere che se un critico cinematografico parla male di un film, è perché invidia il regista. Ma dietro tutte queste reazioni, volta per volta isteriche o moraliste, si profila un enorme problema politico: l’impotenza evidente di un’idea di alternativa basata quasi esclusivamente sull’opposizione all’anomalia Berlusconi, e non al blocco di interessi (e valori e simboli) che il cavaliere sintetizza. Di fatto, precari e pensionati, studenti e lavoratori, insegnanti e tutte le altre figure socialmente deboli (per non parlare di marginali, esclusi e stranieri) sono sostanzialmente soli sulla scena politica, in balia di questa destra. E, come le elezioni dimostrano, la mancanza di rappresentanza porta anche quote importanti di elettori di sinistra a votare per gli altri (un classico sintomo di un sistema sociale e politico in preda al populismo). La destra fa politica di classe, eccome, l’opposizione no. E questo è anche un effetto dello spostamento del conflitto in chiave simbolico-morale (e, sì, giustizialista), come dimostra l’ossessione unanime per la legalità. Ecco allora che il conflitto è evacuato, che tutto (dalla questione del lavoro all’ignobile condizione delle nostre carceri o al razzismo imperante) viene minimizzato o comunque messo in secondo piano. Ed è inevitabile se, in nome della legalità, ci mettiamo a priori dalla parte dell’ordine, politico o simbolico che sia.  Di questo, ovviamente, a Saviano non imputo una particolare responsabilità, anche se lo critico, in base ai suoi scritti, per aver contribuito ampiamente alla retorica dell’eroismo. Ma forse i suoi seguaci a priori e a prescindere, le vestali della pubblica indignazione che pontificano dalle tribune mediali, non sono proprio innocenti della spoliticizzazione di cui parlo sopra. E pensando proprio a loro, mi chiedo chi rispetti di più, in ultima analisi, lo scrittore perseguitato dalla camorra: chi lo prende sul serio, discutendolo anche polemicamente, o chi si genuflette davanti alla sua icona.

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