Provvedimento disciplinare contro De Angelis: Trenitalia risponde a Liberazione

Liberazione 19 ottobre 2010

Da: Ufficio Stampa Ferrovie dello Stato <ufficio.stampa@ferroviedellostato.it>
Data:
16 ottobre 2010 18:08:43 GMT+02:00
A:
lettere@liberazione.it

Oggetto: Replica FS – Lettera
In relazione all’articolo apparso oggi sulla vicenda del macchinista De Angelis vogliate cortesemente pubblicare la seguente nostra precisazione

I dieci giorni di sospensione al macchinista De Angelis non hanno niente a che vedere con la legittima solidarietà da lui espressa ai metalmeccanici della Fiat di Melfi. Contrariamente a quanto sostiene De Angelis non vi è neppure alcuna analogia tra la sua vicenda (relativa al suo primo licenziamento) e quella degli operai campani. Non è vero cioè che anche lui avesse avuto una sentenza di reintegra nel posto di lavoro e non è vero che la società lo tenesse fuori corrispondendogli la retribuzione. Non essendovi il presupposto di una sentenza a lui favorevole, non avrebbe avuto alcun senso neppure una proposta di tale genere. Fuori è rimasto, e senza stipendio, fino al momento in cui è stata concordata la conciliazione. La realtà è che nel suo caso ogni provvedimento è stato assunto sulla base delle norme disciplinari previste dal contratto di lavoro e in relazione ad evidenti violazioni dello stesso. Il recente provvedimento di sospensione è stato comminato perché in questa occasione e in una precedente, egli ha rilasciato dichiarazioni non veritiere e lesive nei confronti dell’azienda.
Che poi sia stato costretto a rettificarle pubblicamente, come nel caso di quelle rilasciate ad un quotidiano toscano sulla pericolosità delle porte dei treni, non fa altro che confermarne la non veridicità e la gravità. Oltretutto, su tale specifica questione, anche la sua rettifica, inviata al giornale soltanto dopo il ricevimento della contestazione disciplinare, contiene dati ancora non veritieri e assolutamente discordanti da quelli reali.

Federico Fabretti – Direttore Centrale Relazioni con i Media – FS

L’articolo apparso sabato scorso su Liberazione forniva un ampio resoconto, con larghe citazioni, degli argomenti riportati da Trenitalia nella contestazione disciplinare inviata a Dante De Angelis. Per questo motivo potrebbero apparire del tutto superflue le precisazioni inviate dal direttore centrale relazioni media-Fs, senonché il testo del dottor Federico Fabbretti molto capziosamente tende ad attribuire a De Angelis cose che non dice. Per esempio che vi sia stata una sentenza di reintegra. Trenitalia non può fingere di ignorare le “deduzioni” del lavoratore presentate in risposta alle contestazioni. Vi si può leggere: «nelle more del ricorso legale e in presenza di una vertenza sindacale aperta dai sindacati nazionali, codesta ditta ha avanzato per ben due volte proposte conciliative comprendenti entrambe l’estromissione dal posto di lavoro come macchinista e (delegato alla sicurezza)». E’ vero o non è vero che una prima volta fu offerto a De Angelis un trattamento economico sostitutivo del salario comportante l’implicita rinuncia ad agire in giudizio? E’ vero o non è vero che successivamente in sede di conciliazione obbligatoria l’azienda propose una ricollocazione lavorativa con «assunzione ex novo presso altra società controllata dal gruppo Fs»? Sono questi i punti sui quali Trenitalia potrebbe fornire utili chiarimenti. Per quanto riguarda le «dichiarazioni non veritiere e lesive dell’azienda», Trenitalia è in grado di smentire le cifre delle vittime e degli infortuni indicati da De Angelis? Quanto al fatto che i dati siano stati riportati in mesi e non in anni, De Angelis ha spiegato che ciò non è dipeso dalla sua volontà ma è stata la conseguenza di un refuso giornalistico, sanato appena avutane conoscenza con una «rettifica apparsa con particolare evidenza». Se Trenitalia è in grado di provare il contrario fornisca le prove. Senza le quali viene da pensare che dietro lo zelo disciplinare nei confronti di De Angelis via sia soltanto un particolare accanimento persecutorio.

Paolo Persichetti

Trenitalia risponde ancora una volta a Liberazione
29 Ottobre 2010

Lo scorso martedì 19 ottobre nella sua risposta alla nostra replica ad un articolo su De Angelis, Paolo Persichetti ha ritenuto insufficienti le nostre argomentazioni e ci ha posto alcune domande. Rispondiamo volentieri. Alla domanda se «è vero o non è vero che una prima volta fu offerto a De Angelis un trattamento economico sostitutivo del salario comportante l’implicita rinuncia ad agire in giudizio», rispondiamo che non è assolutamente vero. Anzi, dagli atti in possesso di questa Società, si evince in modo netto che la stessa manifestò al De Angelis la volontà di effettuare una verifica volta a riavviare una collaborazione, ricercando nel frattempo una soluzione relativa al trattamento economico. La Società, quindi, non solo non pretese alcuna rinuncia all’azione giudiziale, ma piuttosto offrì la propria disponibilità ad una soluzione. Chiede ancora Persichetti: «è vero o non è vero che successivamente in sede di conciliazione obbligatoria l’azienda propose una ricollocazione lavorativa con assunzione ex novo presso altra società controllata dal Gruppo Fs?». E’ assolutamente vero. Nell’ambito delle trattative tra le parti, al De Angelis fu anche proposta la riassunzione presso una delle Società del Gruppo Fs che a differenza di un’assunzione ex novo, prevedeva il mantenimento dello stesso livello retributivo e dell’anzianità di servizio maturati al momento del licenziamento. Trenitalia può smentire anche i dati sui decessi per guasti delle porte forniti da De Angelis, sia nella prima dichiarazione, sia nella successiva rettifica (inviata al quotidiano dopo tre mesi e solo dopo aver ricevuto contestazione formale). I decessi attribuibili a guasti alle porte negli ultimi 6 anni sono stati 6 e non 21, come invece dichiarato.
Federico Fabretti direttore centrale relazioni con i media – Fs

Nelle sue “deduzioni” Dante De Angelis spiega di aver ricevuto, in cambio «della estromissione dal posto di lavoro come macchinista, la proposta di un trattamento economico sostitutivo del salario, comportante l’implicita rinuncia ad agire in giudizio». Soluzione che avrebbe inevitabilmente compromesso l’esito finale della vertenza, cioè il reintegro in azienda. Il dottor Fabretti pur ricorrendo al manzoniano linguaggio dell’Azzeccagarbugli non smentisce questa circostanza. Conferma invece la seconda offerta di un lavoro ma fuori da Trenitalia. Il che non smentisce la disponibilità a stipendiarlo, ma per un impiego non meglio determinato, purché lontano dai compagni di lavoro. Per quanto riguarda la controversia sul numero dei decessi causati da guasti alle porte, abbiamo pubblicato un dettagliato articolo domenica 24 ottobre che smentisce le cifre fornite da Trenitalia: le quali sono inferiori persino a quelle riportate dall’agenzia nazionale per la sicurezza ferroviaria.
Paolo Persichetti

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Dante De Angelis, punito dall’azienda perché spiega che Trenitalia si comporta come la Fiat con i tre operai di Melfi

Sospeso dal lavoro per dieci giorni, senza stipendio. Di nuovo a rischio di licenziamento. Mauro Moretti, Ad di Trenitalia (ex responsabile Cgil delle Ferrovie) insegue Marchionne sulla strada della repressione dei delegati sindacali e dei lavoratori che lottano sul posto di lavoro

Paolo Persichetti
Liberazione 16 ottobre 2010


Dieci giorni di sospensione. E’ questa la nuova sanzione disciplinare inflitta da Trenitalia spa a Dante De Angelis, macchinista delegato alla sicurezza sui treni, già licenziato due volte per le sue denunce e per due volte reintegrato «grazie alla mobilitazione». La prima volta venne allontanato dalle Fs con la polizia ferroviaria, un atto che fu definito da più parti “fascismo aziendale”, per aver segnalato problemi sui treni Eurostar. Quella comminata ieri è la misura punitiva più grave prima del licenziamento. La colpa: aver accostato l’atteggiamento delle Ferrovie dello Stato a quello tenuto dalla Fiat dopo il mancato reintegro sul posto di lavoro dei tre operai di Melfi licenziati dall’azienda torinese, nonostante la sentenza del giudice. A De Angelis Trenitalia contesta un articolo apparso il 24 agosto scorso su un portale d’informazione on-line, UnoNotizie.it, intitolato “Fiat. Marchionne, lavoro, salario, dignità”, nel quale oltre ad esprimere solidarietà agli operai di Melfi afferma che «anche le FS, in occasione del mio primo licenziamento hanno tentato di tenermi fuori dall’azienda garantendomi lo stipendio; una scorciatoia antidemocratica e antisindacale molto insidiosa ma che con i compagni di lavoro abbiamo respinto con forza perché finalizzata a separare fisicamente i lavoratori tra loro e dalla realtà lavorativa e a neutralizzare la loro attività».
Secondo Trenitalia tale affermazione sarebbe «del tutto fuorviante», in quanto De Angelis non è stato destinatario di alcun provvedimento giudiziale di reintegra ma ha ripreso il lavoro «a seguito di conciliazione giudiziale» mentre la società non gli avrebbe «mai offerto alcun tipo di remunerazione» per mantenerlo “fuori dall’azienda”. Tali dichiarazioni – prosegue sempre la contestazione disciplinare inviata il 15 settembre scorso ma pervenuta solo il 4 ottobre – avendo fatto ricorso ad «espressioni non improntate ai canoni di lealtà e chiarezza propri di qualsiasi dichiarazione pubblica» avrebbe determinato una falsificazione della realtà, provocando «una grave lesione dell’immagine della società». Dopo l’articolo incriminato Trenitalia afferma di aver condotto ulteriori «accertamenti interni» scovando una intervista apparsa il 5 luglio sul Tirreno, nella quale De Angelis denunciava il degrado della sicurezza sui treni dopo la privatizzazione dell’azienda e il ricorso sistematico al sistema dei subappalti, citando in proprosito il numero di decessi per incidenti provocati dalle porte killer (21) e gli infortuni sul lavoro (23) riportati da passeggeri e lavoratori. Dati ritenuti dall’azienda «assolutamente infondati» con l’aggravante di essere riportati «con toni allarmistici ed inappropriati».
Nella sua replica De Angelis a buon gioco nel ricordare all’azienda alcune circostanze «pacifiche e notorie», come il fatto che la società abbia avanzato «per ben due volte proposte conciliative comprendenti entrambe l’estromissione dal posto di lavoro come macchinista e (delegato alla sicurezza)». Una prima volta offrendo un trattamento economico sostitutivo del salario comportante l’implicita  rinuncia ad agire in giudizio. Atteggiamento che mostra come «Trenitalia, non diversamente dalla Fiat, fin dal principio si dimostrò ben disposta a pagare, anche in assenza di una prestazione lavorativa perché io restassi fuori dall’azienda». Così accadde anche successivamente – precisa nelle sue “Deduzioni” – quando l’azienda propose una ricollocazione lavorativa con «assunzione ex novo presso altra società controllata dal gruppo Fs». Da questi fatti, ribadisce De Angelis, «appare ancora una volta, oggettiva e innegabile l’analogia storico-politico-sindacale con i fatti di Melfi». Per quanto riguarda l’intervista al Tirreno un evidente refuso giornalistico, estraneo alla volontà e all’operato dell’intervistato, ha fatto sì che le cifre citate venissero riportate in mesi anziché in anni. Errore prontamente corretto con richiesta di rettifica appena avutane conoscenza.
I lavoratori delle ferrovie denunciano un clima generale di repressione che si è abbattuto negli ultimi tempi anche su altri dipendenti e delegati, definiscono l’episodio un vero e proprio «atto intimidatorio», un tentativo di «ostacolare non soltanto l’attività sindacale, di soffocare il libero pensiero e la libertà di espressione ma anche la solidarietà tra i lavoratori».

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Prospero Gallinari chiede la liberazione condizionale e lo Stato si nasconde dietro le parti civili

Singolare interpretazione dell’articolo 176 del codice penale. La liberazione condizionale viene ormai interpretata dai tribunali di sorveglianza alla stregua di una domanda di grazia. Misura di clemenza vincolata al parere della parti civili e non già ultimo stadio del percorso trattamentale

Tiziano Soresini
Gazzetta di Reggio, 15 ottobre 2010

Prospero Gallinari, l’ex brigatista carceriere di Aldo Moro, ha chiesto la liberazione condizionale. Ha sulle spalle diversi ergastoli, ma ha già scontato i 26 anni di reclusione necessari per l’istanza. La legge richiede il «sicuro ravvedimento», ma il Tribunale di sorveglianza di Bologna avrebbe chiesto ai familiari delle vittime delle Br se sono disposti a perdonare. Partiamo dalla clausola di legge…

«Il mio ravvedimento? Sono 22 anni – spiega con calma Gallinari – che la storia delle Br è chiusa, cioè quando in otto brigatisti firmammo il documento in cui si sottolineava che la lotta armata contro lo Stato era finita. Le cose fatte per esprimere un processo rivoluzionario si erano concluse. Mi sono assunto la totale responsabilità di quegli eventi e all’interno di questa assunzione di responsabilità è iniziato il mio nuovo cammino».

Di cos’è composto il suo percorso rieducativo?
«Vivo con la mia compagna, ho una famiglia, lavoro da 13 anni in una tipografia in cui ho tanti amici e sono rispettato da tutti, mi sono reinserito socialmente».

Ma lei la scriverebbe una lettera ai familiari delle sue vittime chiedendo loro perdono?
«Sono sincero, la riterrei un’offesa per i familiari stessi andare a porre questo problema umano. La sofferenza dei familiari non nasce con la mia dissociazione, ma quando le cose sono avvenute. Una lettera di quel tipo la riterrei una grande ipocrisia. Che cosa dovrei scrivere? Che soffro per quelle cose? E’ un problema intimo. Sul piano etico il nodo lo sciolsi nel momento in cui decisi di lottare anche con le armi per la rivoluzione. Se fai queste scelte, la politica sta al centro di tutto. L’aspetto politico e quello umano vanno separati».

Ma altri suoi ex compagni di lotta armata hanno compiuto questo passo…
«E’ vero, hanno fatto questa mossa per uscire da determinate situazioni processuali, ma non è il mio modo di muovermi. Lo riterrei offensivo verso le famiglie, una cosa falsa, una recita». Si è mai trovato a tu per tu con chi ha tanto sofferto per la scia di sangue lasciata dalle Br? «Solo una volta, alla presentazione del mio primo libro. Contestò il mio ruolo, una discussione in chiave politica, dai toni normali».

La figlia di Rossa e la moglie di D’Antona hanno detto chiaramente che i magistrati devono assumersi le proprie responsabilità, perché non è compito dei familiari delle vittime decidere sulla liberazione dei brigatisti…
«Sono al corrente, ho apprezzato quelle parole». Perché si è deciso a chiedere la liberazione condizionale? «E’ un mio diritto. Così potrei muovermi con più libertà e non solo nelle tre ore pomeridiane previste dall’attuale detenzione domiciliare. Sarebbe importante per i miei problemi di salute (conseguenza di crisi cardiache, ndr) potermi allontanare da Reggio e svernare per un periodo in un luogo più adatto».

S’aspettava tanto clamore, le polemiche che tornano a fioccare sugli ex brigatisti?
«Sapevo che la notizia della mia richiesta di liberazione condizionale sarebbe prima o poi uscita. Ammetto lo stress che sto patendo per le polemiche innescatesi».

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Tranquilli Vincenzo Guagliardo dopo 33 anni resta in carcere
Ancora ergastolo per Vincenzo Guagliardo
Sabina rossa e gli ex-terroristi: siano liberi senza il sì di noi vittime (Corriere della sera)
Sabina Rossa, “Cari brigatisti confrontiamoci alla pari”
Sabina Rossa,“Scarcerate l’uomo che ha sparato a mio padre”
La battaglia di Sabina Rossa per l’uomo che sparò al padre

I parenti delle vittime convocati via posta per perdonare Gallinari

I magistrati devono decidere la libertà condizionale dell’ ex brigatista
I parenti delle vittime convocati via posta per perdonare Gallinari
Sabina Rossa: metodo sbagliato La figlia del sindacalista ucciso: «Insopportabile e ingiusto chiedere il nostro consenso»

Giovanni Bianconi
Corriere della sera 14 ottobre 2010

ROMA – La convocazione è stata recapitata agli interessati a mezzo posta, come fosse l’ invito a ritirare una multa o qualche altro atto giudiziario. Ma non c’ erano infrazioni da contestare, né i destinatari avevano cause pendenti. Solo il destino di aver avuto un parente ammazzato, trent’ anni fa o giù di lì. E adesso lo Stato bussa a casa loro per chiedere se hanno intenzione di perdonare uno degli assassini del proprio congiunto. Come fosse una banale adempienza burocratica, mogli, figli e figlie di vittime delle Brigate rosse vengono chiamati in comissariato per rispondere a un quesito talmente intimo e complesso da suonare stonato. Tanto più se a porlo è un imbarazzato ispettore di polizia, su ordine di un magistrato. Il quale a sua volta dovrà decidere – anche in base alle risposte, evidentemente – se liberare o meno l’ assassino. È successo nei giorni scorsi, in diverse città d’ Italia visto che le Br uccidevano un po’ ovunque. Il motivo è la richiesta di liberazione condizionale da parte di un ex dirigente di quella banda armata, Prospero Gallinari, uno dei carcerieri di Aldo Moro. Arrestato nel 1979, è stato condannato a diversi ergastoli, da alcuni anni è in detenzione domiciliare nella sua casa di Reggio Emilia, poiché il suo stato di salute è incompatibile con il carcere. Ha il permesso di andare a lavorare per qualche ora al giorno. Ora ha maturato i termini per chiedere la liberazione condizionale, prevista anche per i condannati a vita dopo 26 anni di reclusione. Gallinari ne ha scontati più di trenta e ha presentato al tribunale di sorveglianza di Bologna la domanda di tornare libero, come hanno già chiesto e ottenuto molti suoi compagni d’ armi degli anni Settanta. Prima di decidere il magistrato ha voluto interpellare i familiari delle vittime, per sapere se vogliono perdonare l’ ex terrorista. Si tratta di decine di persone, giacché il carceriere di Moro è stato condannato non solo per gli omicidi materialmente commessi, ma anche per tutti quelli firmati dalle Br mentre lui faceva parte del comitato esecutivo o di altri organismi decisionali del gruppo, fra il 1977 e il 1979. A Genova, ad esempio, l’ hanno giudicato colpevole delle uccisioni e dei ferimenti avvenuti in quel periodo. Compresa la morte dell’ operaio e sindacalista comunista Guido Rossa, assassinato il 24 gennaio 1979 dopo aver denunciato un impiegato dell’ Italsider sospettato di aver diffuso volantini brigatisti. Per questo alla vedova ultraottantenne di Rossa, la signora Maria Silvia, è arrivata la convocazione in questura, per essere ascoltata in qualità di «parte lesa». Al suo posto è andata sua figlia Sabina, da due legislature parlamentare del Partito democratico. E ha riempito il «verbale di sommarie informazioni in relazione alla circostanza se intenda concedere il perdono a Gallinari Prospero». Un atto di poche righe, nel quale Sabina Rossa ha dettato: «Non intendo fornire dichiarazioni in merito, in quanto la richiesta in oggetto non è riferibile ad un preciso articolo del codice di procedura penale. Inoltre contesto nel metodo e nel merito la richiesta contenuta negli atti». È un modo per respingere una procedura che al tribunale di Bologna definiscono «prassi» pur in assenza di specifici appigli nel codice. Dove, all’ articolo 176, è prescritto solo che «il condannato abbia tenuto un comportamento tale da far ritenere sicuro il suo ravvedimento». A parte il coinvolgimento dei parenti delle vittime in una decisione che spetta al giudice, caricando su di loro l’ onere di determinare il destino di chi trent’ anni prima ha sparato a un familiare o ha contribuito a deciderne la morte, resta da capire che cosa farà il magistrato delle risposte. Sceglierà a seconda della prevalenza dei «sì» o dei più probabili «no»? «Il perdono della persona offesa non è richiesto dalla legge – dice Sabina Rossa -. Credo che i magistrati debbano assumersi le loro responsabilità fino in fondo, senza tenere conto di elementi non previsti dal codice, come l’ eventuale sfavorevole impressione dei loro provvedimenti sull’ opinione pubblica. Trovo insopportabile e profondamente ingiusto essere convocati a mezzo di avviso postale per essere sottoposti, senza alcuna informazione, a una generica e distratta domanda se si intenda perdonare questo o quel condannato». La figlia dell’ operaio assassinato dalle Br difende la liberazione condizionale per gli ergastolani, perché «ha reso meno crudele l’ esecuzione di una pena perpetua, e soprattutto non in contrasto con il principio rieducativo contenuto nella Costituzione», ma considera una distorsione ancorarla al giudizio dei parenti delle vittime. Due anni fa ha presentato un disegno di legge per vincolarla non più al difficilmente valutabile «ravvedimento» (per questo ci si rivolge ai familiari delle persone colpite, o si richiede ai condannati di stabilire un contatto con loro, anche solo epistolare) bensì a «un comportamento tale da far ritenere concluso positivamente il percorso rieducativo di cui all’ articolo 27 comma della Costituzione».

«Non c’è verità storica», il Centro Peppino Impastato diffida l’ultimo libro di Roberto Saviano

La funzione intellettuale assunta da Roberto Saviano appartiene alla particolare categoria degli imprenditori morali, al prototipo dei creatori di norme, come codificato dal sociologo Howard S. Becker che in proposito scrive: «Opera con un’etica assoluta: ciò che vede è veramente e totalmente malvagio senza nessuna riserva e qualsiasi mezzo per eliminarlo è giustificato. Il crociato è fervente e virtuoso, e spesso si considera più giusto e virtuoso degli altri». Dietro l’autore Saviano c’è un dispositivo che l’utilizza come un marchio di garanzia che con le sue parole, i suoi libri, le sue prese di posizione, la sua semplice presenza, legittimate dalla postura cristica e l’interpretazione vittimistica del proprio ruolo, garantisce sulla verità morale, sempre più distante da quella storica. Questa macchina da guerra mediatica è messa a totale disposizione degli imprenditori delle emergenze, dei guerrieri delle battaglie giudiziarie contro il crimine. Il risultato è una trasfigurazione della lotta contro le organizzazioni criminali che rende mistica la legalità, edifica una forma di Stato etico che fa della soluzione giudiziario-militare predicata una medicina peggiore del male e azzera la pluridecennale lotta alle mafie organizzata dal basso, animata dalle lotte contadine, assolutamente autonoma e indipendente.

La vicenda di Peppino Impastato, militante di Democrazia proletaria, è paradigmatica in proposito. Assassinato nel maggio 1978 dai sicari di Tano Badalamenti, boss ferocemente anticomunista saldamente legato al potere democristiano, la sua morte è il teatro di una messa in scena che simula il fallito attentato di un aspirante “sovversivo comunista”. Il corpo imbottito di tritolo venne lasciato sui binari della ferrovia. La sinistra ufficiale, Pci in testa, schierata con la linea della fermezza antiterrorismo si disinteressò totalmente della vicenda. L’aspirazione a farsi Stato li portava a diffidare di qualunque posizione dissidente, voce critica e indipendente. Carabinieri e magistratura, allineati agli imput che provenivano dal potere politico centrale, per anni tennero un atteggiamento connivente che accreditava la falsa pista inventata dalla mafia. Potere politico, potere giudiziario, apparati dello Stato e sistema mafioso si tenevano assieme grazie ad un delicato gioco di equilibri fondato sullo scambio reciproco. Fuori restavano, dopo il processo d’integrazione consociativa del Pci nello Stato, solo piccole minoranze sociali. La memoria di questa realtà storica è oggi indicibile per gli imprenditori morali come Saviano poiché trasmette una concezione dell’antimafia opposta all’attuale, portatrice di un messaggio di autonomia e indipendenza di pensiero, una idea di lotta contro qualunque prepotenza e ipotesi di sfruttamento dell’imprenditoria mafiosa o meno, una idea di libertà piena delle persone che non ritiene una grande soluzione emancipatrice la sostituzione del potere mafioso con una ragnatela di norme sempre più asfissianti e liberticide da parte dello Stato

Paolo Persichetti
Liberazione 14 ottobre 2010

Peppino Impastato davanti alla sede di Radio aut a Cinisi. Dalle frequenze dellemittentte attaccava quotidianamente “Tano Seduto”, il boss Tano Badalamenti

Dopo Gomorra anche l’ultimo libro di Roberto Saviano, La parola contro la camorra, sta suscitando polemiche. Questa volta è il Centro Peppino Impastato a sollevare il problema con una diffida inviata all’editore Einaudi. Umberto Santino, presidente del Centro e antico amico e compagno di lotte di Peppino Impastato, lamenta le gravi inesattezze storiche presenti alla pagine 6 e 7 del volume dove si ricostruisce con una incredibile dose di superficialità la vicenda della riapertura delle indagini sull’assassinio nel maggio 1978 del giovane militante di Democrazia proletaria su ordine del boss di Cinisi Tano Badalamenti. Nella ricostruzione proposta da Saviano il merito di aver lacerato il velo di silenzio sulla morte di Impastato, consentendo anche la riapertura dei processi, viene attribuito per intero al film I cento passi di Marco Tullio Giordana, presentato al festival di Venezia nel settembre 2000. I due decenni precedenti, il fondamentale lavoro di controinformazione, condotto all’inizio in piena solitudine, dal Centro Impastato e dai suoi familiari scompaiono nel buco nero della storia. L’omissione, segnalano i legali del Centro, è tanto più grave perché l’operazione editoriale mira ad una diffusione di massa del testo che così contribuirebbe a edificare una riscrittura del passato contraria alla verità storica. L’infaticabile lavoro di denuncia del Centro Impastato aveva portato la commissione antimafia ad occuparsi della vicenda già nel 1998 mentre le indagini e i processi hanno tutti avuto inizio prima del film, che semmai ha coronato questo risveglio d’attenzione sulla vicenda. Saviano non è nuovo ad operazioni del genere. Quando non abbevera i suoi testi alle fonti investigative da mostra di evidenti limiti informativi. In un’altra occasione aveva anche raccontato di una telefonata ricevuta dalla madre di Impastato, «che abbiamo verificato non essere mai avvenuta» ha spiega Umberto Santino. Quest’ultimo episodio ripropone nuovamente gli interrogativi sul ruolo di amministratore della memoria dell’antimafia che a Saviano è stato attribuito da potenti gruppi editoriali. L’inquietante livello di osmosi raggiunto con gli apparati inquirenti e d’investigazione, che l’hanno trasformato in una sorta di divulgatore ufficiale delle procure antimafia e di alcuni corpi di polizia, dovrebbe sollevare domande sulla sua funzione intellettuale e sulla sua reale capacità d’indipendenza critica. Saviano oramai è un brand, un marchio, una sorta di macchina mediatica in mano ad alcuni apparati. L’uomo Saviano sembra divenuto una marionetta, un replicante. Quest’ultima omissione non appare affatto innocente ma la diretta conseguenza di una diversa concezione dell’antimafia risolutamente opposta all’antimafia sociale di Peppino Impastato. La verità sul suo assassinio venne a lungo tenuta nascosta anche grazie al depistaggio di carabinieri e magistratura. Un passato che con tutta evidenza il dispositivo Saviano non può più raccontare.

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via Polvere da sparo

Diffida e atto di messa in mora. Rettifica libro “La parola contro la camorra” di Roberto Saviano, casa editrice Giulio Einaudi

Ecco il testo integrale della lettera di diffida mandata ad Einaudi dal presidente del Centro Giuseppe Impastato, Umberto Santino. Ad essere contestata è la ricostruzione “superficiale” della riapertura delle indagini sull’assassinio di Peppino Impastato nel libro La parola contro la camorra di Roberto Saviano, in cui viene disconosciuto il ruolo del centro e delle lotte fatte negli ultimi trent’anni

Palermo, lì 04.10.2010

Spett. le
Giulio Einaudi Editore S.p.A.
Sede legale
Via Umberto Biancamano n° 2
10100 Torino

Oggetto: Diffida e atto di messa in mora. Rettifica libro “La parola contro la camorra” di Roberto Saviano, casa editrice Giulio Einaudi

Ho ricevuto incarico dal dott. Umberto Santino, Presidente e legale rapp.te del Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato” di Palermo – che unitamente a me sottoscrive la presente – per rappresentarVi che il libro in oggetto contiene affermazioni contrarie alla verità storica che ledono l’identità e l’immagine del suddetto Centro di ricerca e di studi, oltre che dei familiari di Giuseppe Impastato (la madre Felicia Bartolotta deceduta nel dicembre 2004, il fratello Giovanni e la cognata Felicia Vitale), assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1978 dalla mafia con una carica di tritolo posta sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia nel territorio di Cinisi (PA) nel corso della campagna elettorale.
E, infatti, nel libro da Voi pubblicato La parola contro la camorra, l’autore Roberto Saviano, alle pagine 6-7 con riferimento all’assassinio di Impastato, ignorando del tutto il ruolo del Centro siciliano di documentazione “G. Impastato” nella ricostruzione della verità su tale delitto, le complesse e lunghe vicende che hanno condotto ai due processi di condanna dei mandanti dell’omicidio di Impastato, nonché il lavoro della Commissione parlamentare Antimafia, scrive: “Quando Impastato fu ucciso, l’opinione pubblica venne inconsapevolmente condizionata dalle dichiarazioni che provenivano da Cosa Nostra. Che si fosse suicidato in una sottospecie di attentato kamikaze per far saltare in aria un binario. Questa era la versione ufficiale, data anche dalle forze dell’ordine. Poi dopo più di vent’anni, nasce un film, I cento passi, che non solo recupera la memoria di Giuseppe Impastato – ormai conservata solo dai pochi amici, dal fratello e dalla mamma – ma addirittura la rende a tutti, come un dono. Un dono alla stato di diritto e alla giustizia. Questa memoria recuperata arriva a far riaprire un processo che si chiuderà con la condanna di Tano Badalamenti, all’epoca detenuto negli Stati Uniti. Un film riapre un processo. Un film dà dignità storica a un ragazzo che invece era stato rubricato come una specie di matto suicida, un terrorista”.

Ma, da un semplice esame cronologico dei seguenti fatti emerge:

A) il film “I cento passi” è stato presentato al Festival di Venezia il 31 agosto 2000 ed è uscito nelle sale solo nei mesi successivi;

B) Già nel 1998 la Commissione Parlamentare Antimafia ha costituito un Comitato sul “Caso Impastato” e ha redatto una relazione che è stata approvata nel dicembre del 2000;

C) le indagini (e non già il processo) sono state riaperte molto prima del film: il primo processo, quello con rito abbreviato contro Vito Palazzolo, è cominciato nel marzo del 1999 e si è concluso nel marzo del 2001 con la condanna a trent’anni di reclusione; l’altro, quello contro Gaetano Badalamenti, in videoconferenza si è aperto nel gennaio del 2000 e si è concluso nell’aprile del 2002 con la condanna all’ergastolo.

È, quindi, di tutta evidenza ed emerge dalla constatazione cronologica dei suddetti avvenimenti che la ricostruzione dei fatti operata dal Saviano è, quantomeno, grossolana e superficiale e disconosce ingiustamente l’attività e il ruolo culturale svolto dal Centro siciliano di documentazione “G. Impastato” che, all’indomani del delitto, ha supportato i familiari e i compagni della vittima e, con insistente impegno, ha contribuito alla riapertura delle indagini e alla ricostruzione storica del delitto e della sua matrice.
A riprova di ciò si dà una breve ricostruzione delle attività del Centro. Subito dopo il delitto, l’11 maggio 1978, il Centro con altri ha presentato un esposto alla Procura sostenendo che Impastato era stato ucciso dalla mafia e la mattina dello stesso giorno il dott. Umberto Santino, fondatore del Centro, ha organizzato un’assemblea presso la Facoltà di Architettura dell’Università di Palermo e nel pomeriggio a Cinisi ha tenuto il comizio di chiusura della campagna elettorale, che doveva tenere Impastato, indicando il capomafia Gaetano Badalamenti come mandante dell’assassinio.

Nel luglio del 1978 il Centro, attraverso il Comitato di controinformazione “Peppino Impastato”, costituitosi presso il Centro, ha pubblicato il bollettino 10 anni di lotta contro la mafia, ricostruendo l’attività culturale e politica di Impastato e ha sostenuto i familiari costituitisi parte civile nel novembre dello stesso anno. Il 6 novembre il sostituto procuratore Domenico Signorino trasmette gli atti all’Ufficio Istruzione per aprire un procedimento per omicidio premeditato ad opera di ignoti.

Nel gennaio del 1979 il Centro ha sollecitato il partito Democrazia proletaria a costituirsi parte civile e successivamente ha presentato, assieme ai redattori di Radio Aut, la radio fondata da Impastato, un promemoria sull’andamento delle indagini, ribadendo la matrice mafiosa del delitto, e un esposto, in seguito al quale il consigliere istruttore Rocco Chinnici ha chiesto il sequestro delle pratiche del Comune di cui Impastato si era occupato. Nel maggio dello stesso anno, nel primo anniversario dell’assassinio di Impastato, ha organizzato a Cinisi una manifestazione nazionale contro la mafia, la prima della storia d’Italia.

Negli anni successivi il Centro ha organizzato, assieme ai familiari e alcuni compagni di militanza, le iniziative per ricordare Impastato e in seguito all’ordinanza-sentenza del maggio 1984, predisposta dal consigliere Chinnici, assassinato il 29 luglio 1983, e completata dal suo successore Antonino Caponnetto, in cui si affermava la matrice mafiosa del delitto attribuendolo a ignoti, ha pubblicato il dossier Notissimi Ignoti e il libro La mafia in casa mia, con la storia di vita della madre di Impastato, che ha fatto riaprire ancora una volta le indagini. In seguito all’archiviazione disposta dal sostituto procuratore De Francisci (febbraio 1992) il Centro ha ribadito la responsabilità di Badalamenti e nel 1994 ha chiesto che venisse ascoltato il collaboratore di giustizia Salvatore Palazzolo, della famiglia mafiosa di Badalamenti.

La richiesta del Centro è stata accolta e nel febbraio del 1996 le indagini si sono riaperte. Si arriva così alla richiesta di rinvio a giudizio di Badalamenti e del suo vice Vito Palazzolo e ai processi con le condanne di entrambi come mandanti dell’omicidio.

Le affermazioni del Saviano, proprio perché contenute in un libro a larga diffusione, sono mortificanti e offensive per chi, come il predetto Centro siciliano di documentazione – totalmente autofinanziato e quindi senza mezzi pubblici né mediatici – ha dedicato tutta la vita alla lotta alla mafia e alla ricerca della verità sul delitto Impastato.
Quelle contenute nel libro in contestazione sono una falsa rappresentazione dei fatti che per onore della verità sono andati molto diversamente da quanto sostenuto dal Saviano.

Ed infatti:

1) Ignora la storia il Saviano quando dice: “… Poi dopo più di vent’anni, nasce un film, I cento passi… Dimentica l’autore (consapevolmente?) più di vent’anni di lavoro del dott. Umberto Santino e del Centro di ricerca da lui diretto: le lotte, le manifestazioni all’indomani dell’assassinio nonché quelle annuali (ma non solo) organizzate per gli anniversari dell’assassinio dal Centro Impastato e dai familiari, i lavori di ricostruzione del delitto e le pubblicazioni del Centro Impastato; senza considerare che l’autore ha ignorato il lavoro della Commissione Parlamentare Antimafia (stimolato peraltro dal predetto Centro di ricerca), il lavoro dei magistrati e degli avvocati dei familiari. Nessun film ha “riaperto” il processo. Senza il lavoro continuo e costante del Centro di ricerca diretto dal dott. Umberto Santino, con il prezioso e instancabile contributo quotidiano della dott.ssa Anna Puglisi, e dei familiari di Giuseppe Impastato, le indagini non si sarebbero riaperte.

2) La stessa imprecisione terminologica usata nel testo rivela la leggerezza con cui vengono rappresentati i fatti in questione: i processi non si riaprono, semmai si riaprono le indagini! E nella fattispecie, grazie al lavoro del Centro siciliano di documentazione (dei familiari assistiti dagli avvocati e, ovviamente, del pubblico ministero), sono state riaperte (molto prima del film in questione!) le indagini (e non già un processo!) che hanno condotto a due processi (e non uno come invece sostenuto nel libro). Si ripete: il processo con rito abbreviato contro Vito Palazzolo è cominciato nel 1999 e si è concluso nel marzo 2001 con la condanna a trent’anni del Palazzolo; quello contro Gaetano Badalamenti si è aperto in videoconferenza a gennaio 2000 e si è concluso nell’aprile del 2002 con la condanna all’ergastolo dell’imputato. Il film, invece, è uscito nelle sale cinematografiche solo negli ultimi mesi del 2000!

3) L’autore ignora anche il lavoro svolto dalla Commissione parlamentare antimafia. Nell’ottobre 1998, infatti, su richiesta dei commissari di Rifondazione Comunista, la suindicata Commissione ha costituito un Comitato di lavoro sul “Caso Impastato” e, con la collaborazione del Centro siciliano di documentazione “G. Impastato”, dei familiari e dei compagni ha redatto, dopo due anni di intenso lavoro ed audizioni, una relazione che è stata approvata nel dicembre 2000. Relazione che il Centro siciliano di documentazione “G. Impastato” ha fatto pubblicare nel libro Peppino Impastato. Anatomia di un depistaggio (Editori Riuniti Roma 2001, 2006).

È di tutta evidenza che l’autore rappresenta in modo falso e con estrema superficialità i fatti, mitizzando il film.

4) “… Un film dà dignità storica a un ragazzo che invece era stato rubricato come una specie di matto suicida, un terrorista”: chi studia con serietà i fatti come sopra rappresentati, anche attraverso le pubblicazioni del Centro di documentazione e gli atti dei due processi ai mandanti, sa che la dignità di Giuseppe Impastato è stata salvaguardata proprio dal Centro di documentazione e dal Suo presidente, dott. Umberto Santino, che unitamente ai compagni e ai familiari, già all’indomani del delitto ha affermato ad alta voce e pubblicamente la matrice mafiosa del delitto voluto e organizzato dalla mafia di Cinisi a causa dell’attività politico-culturale svolta da Giuseppe Impastato in quel territorio.

È palese, a questo punto, la violazione del principio della verità storica che grava su chi fa o assume di fare informazione e pubblica notizie. Senza considerare che un testo come quello in questione è destinato a circolare in numerosissime copie e a divulgare una falsa rappresentazione dei fatti.
Non solo, ma il libro viola l’identità personale e l’immagine del Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato” quale soggetto che, sin dal 1977, è impegnato a lottare la mafia sul territorio e che ha avuto un ruolo essenziale nella ricostruzione dei fatti relativi all’omicidio dell’Impastato, tant’è che ne porta dal 1980 il nome!

Si invita e diffida, pertanto, l’editore a rettificare quanto contenuto nelle pagine 6 e 7 del libro in questione, a ritirare dal commercio l’edizione in corso di distribuzione e a rettificare le edizioni successive tenendo conto delle sopra riportate notizie.
In mancanza, sarò costretto ad agire in giudizio per la tutela delle ragioni tutte – anche risarcitorie – del mio cliente, con conseguente aggravio a Vostro carico anche per spese legali, interessi e risarcimento danni come per legge.

Distinti saluti

dott. Umberto Santino
(n.q. Presidente del Centro siciliano di documentazione “G. Impastato”)

(Avv. Pietro Spalla)
(Avv. Antonina Palazzotto)

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Marcegaglia, il dossier che non c’è. Ennesimo episodio della guerra civile borghese in corso

Il Giornale di Feltri si prende gioco di tutti e pubblica una rassegna stampa dei maggiori quotidiani italiani nella quale si raccontano malefatte e disavventure giudiziarie della holding di famiglia della presidente della Confindustria. Il dossier minacciato e poi cercato dalla procura di Napoli nella redazione del quotidiano della famiglia Berlusconi non esiste, ma i fatti sono noti.
La vicenda, come si apprende dal Corriere della sera di lunedì 11 ottobre, scaturisce da una inchiesta della procura partenopea sulle attività economiche con risvolti illeciti nel settore dello smaltimento dei rifiuti del gruppo Trevi che fa capo al vice presidente della Confindustria Cesare Trevisani. Inchiesta che aveva visto coinvolto anche il gruppo Marcegaglia.
Dall’attività d’intercettazione emerge un contrasto tra il vice direttore del Giornale e il segretario particolare della Marcegaglia (il cui telefono era sotto ascolto) a causa di alcune dichiarazioni critiche rese da quest’ultima sull’operato della maggioranza di Governo. Nicola Porro del Giornale evoca la pubblicazione di un dossier, parla di “segugi” che da Montecarlo (sede dell’inchiesta sull’affaire Fini-Tulliani) andranno ad indagare a Mantova, dove a sede l’impresa familiare della Marcegaglia per “fargli un c…. così”.

La presidente della Confindustria preoccupata che gli affari poco puliti di famiglia possano finire sulle prime pagine di tutti i giornali chiama Fedele Confalonieri per chiedergli di intercedere presso Feltri e farlo recedere dalle cattive intenzioni. Interrogata dalla procura, afferma di aver percepito una minaccia nelle intenzioni del Giornale. La procura apre un indagine nella quale configura il reato di violenza privata e poi cerca il dossier ma resta con un pugno di mosche in mano.
La vicenda fotografa una nuova puntata del feroce scontro di potere tra fazioni della borghesia. Come al solito Repubblica, Unità e Pd si affrettano a promuovere la Marcegaglia ultima eroina della democrazia, nonostante le evasioni fiscali patteggiate, gli appalti irregolari, le tangenti e i fondi neri, sol perché è entrata in rotta di collisione con Berlusconi.
Ma i fatti dicono un’altra cosa: Berlusconi ricatta i suoi avversari, i gruppi finanziari ed economici rivali e le loro emanazioni politiche, perché conosce le loro magagne e sa che non sono diversi da lui. Siamo di fronte ad una guerra tra simili

Paolo Persichetti
Liberazione 10 ottobre 2010


Una collezione di articoli abrasivi sulle disavventure giudiziarie che hanno investito l’attività economica della famiglia Marcegaglia, apparsi nei mesi scorsi sui più importanti quotidiani italiani, Corriere della sera, Repubblica, Stampa, Espresso, Unità e Fatto quotidiano. E’ questo il dossier  sulla presidente della Confindustria Emma Marcegaglia, annunciato da Vittorio Feltri nel corso della trasmissione, Le invasioni barbariche, tenuta da Irene Bignardi su La 7 e pubblicato ieri dal Giornale. Un vero colpo di genio, va riconosciuto. Feltri si è preso gioco di tutti, in primis dei pm della procura di Napoli che giovedì scorso hanno fatto perquisire la redazione del quotidiano della famiglia Berlusconi in cerca proprio del dossier la cui minaccia di pubblicazione era comparsa durante l’intercettazione di una telefonata intercorsa tra il vice direttore del Giornale, Nicola Porro, e il segretario particolare della presidente della Confindustria, Rinaldo Arpisella, sotto ascolto nell’ambito di una inchiesta su illeciti commessi dalle società della gruppo Marcegaglia. Il dossier non esiste dunque? O meglio “l’officina dei dossier”, come scrive Feltri, appartiene ad altri? La risposta alla prossima puntata.
E sì, perché il feroce scontro di potere senza esclusioni di colpi che oppone da tempo le diverse fazioni che si annidano tra i poteri forti è diventato un serial a puntate, di quelli interminabili, ricchi di colpi di scena, scritti da sceneggiatori di grande fattura. Lo spettacolo è assicurato. La storia italiana degli ultimi decenni è storia fondamentalmente borghese. Borghesi sono gli eroi civili commemorati nelle cerimonie pubbliche, borghesi sono le figure vincenti, i modelli trionfanti, i capitani d’impresa, i maghi del mercato. La società commerciale è divenuta la nuova fonte battesimale, l’unico riferimento culturale legittimo. Borghese è diventato anche il borgataro, come racconta Walter Siti, e un po’ borgatara è diventata certa borghesia dai gusti e modi villani. Il contagio non risparmia nessuno. Questa trama a ceto unico è traversata da un lacerante conflitto, una guerra civile, borghese appunto. Se il monopolio classista della scena non appare affatto in discussione, due gruppi si affrontano per conquistarne il controllo. Vincente da tempo è il blocco berlusconiano che ha tolto lo scettro alla decadente aristocrazia economico-finanziaria di stampo azionista uscita dal dopoguerra. Un populismo che miscela elementi elitari e plebiscitari, premoderni e ipermoderni, che ha riaffermato il ritorno alla leadership carismatica nella quale il potere patrimoniale ha sostituito la vecchia legittimità paternalista-patriarcale. Modello mai accettato dalle vecchie famiglie che dominavano il capitalismo italiano. Tollerato per ragioni di forza maggiore, ma sempre percepito come eversivo. Di volta in volta questi altri poteri sono scesi a patti, hanno tentato di condizionarne il percorso ma periodicamente è riemersa la voglia di buttarlo giù da cavallo. Il gioco di sponda con le procure non ha mai veramente funzionato perché Berlusconi si è difeso dai processi con un fantasioso arsenale di leggi, scudi e artifici non tanto ad personam quanto contra omnes. Per coprire i vantaggi propri inaspriva le norme contro il resto della popolazione, soprattutto più debole. L’offensiva giudiziaria si è rivelata poi il suo miglior strumento di consenso trasformando i magistrati nei suoi (involontari) grandi elettori. I ribaltoni vari, i governi tecnici, il ricorso ai grandi banchieri per guidare coalizioni alternative non lo hanno mai disarcionato una volta per tutte. E così la guerra reciproca prosegue senza risparmio di dossier sparati dai gruppi editoriali di punta delle opposte fazioni. La vicenda D’Addario, le fanciulle che animano i fine serata di palazzo Grazioli o le feste a villa Certosa, da una parte. Per tutta risposta la vicenda Boffo e la grande telenovela dei Tulliani sull’appartamento di Montecarlo, colpo basso contro Gianfranco Fini, dall’altra. Senza dimenticare il caso Unipol-Bnp, con le telefonate di Consorte a Fassino e D’Alema.
Insomma i dossier non li ha inventati Berlusconi, ma di certo i suoi li sanno usare benissimo.

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Campagna per la sicurezza sul lavoro del ministero diretto da Maurizio Sacconi: la colpa è di chi “non si vuole bene” (via Polvere da sparo)

Vincenzo Maggioni
10 ottobre 2010

I morti sul lavoro sarebbero vittima del mancato rispetto di sé, del volersi male al punto da metere a repentaglio la propria vita danneggiando inevitabilmente anche quella dell’imprenditore che offre lavoro per pura filantropia. E’ questo il succo della campagna contro le morti sul lavoro che ci suggerisce il ministero del lavoro e delle politiche sociali diretto da Maurizio Sacconi. La filosofia è molto chiara: le vittime di incidenti sui posti di lavoro se la sono cercata per imprudenza e per voglia di strafare, di lavorare e rischiare più di quanto il datore di lavoro pretenda. Il quale poverino non vede l’ora di rimandare i suoi dipendenti a casa e per carità non pretende straordinari, non vuole ritmi più intensi, certamente prende tutte le precauzioni del caso e segue alla lettera le norme sull’antinfortunistica, anzi sulla base dell’esperienza quotidiana introduce ancora maggiori precauzioni.
Le cose come sappiamo vanno così nei cantieri e nelle officine. Sono andate così alla ThyssenKrupp. Sono andate così alla Dsm, ex Pierrel, di Capua dove tre operai sono morti in una cisterna spinti a scendere d’urgenza in ore straordinarie per una miseria e morti perché per risparmiare l’azienda aveva impiegato durante le pulizie dei silos un gas nocivo al posto di quello inerte. Ma per Sacconi quei tre operai “non si volevano bene” e non volevano bene alle loro famiglie e nemmeno al loro padrone che ora è sotto inschiesta. Avrebbero potuto rifiutarsi, certo. Solo che un attimo dopo sarebbero stati licenziati, grazie alla flessibilità in uscita predicata dai controriformisti come il ministro Sacconi.

Che almeno questi signori di governo abbiano il coraggio e il buon gusto di essere coerenti una volta per tutte applicando anche a loro stessi questa filosofia del rischio quando certi incidenti arrivano a colpire le loro belle e remunerate carriere.
Se dovesse accadergli qualcosa ora sappiamo che se la sono cercata, perché non si volevano bene.

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