Stupro della Caffarella e Quartaccio: l’accanimento giudiziario

Stupri, Racz: ecco i miei alibi ma il giudice conferma il carcere
Dopo l’esito negativo dei nuovi test, nomi e circostanze lo scaggionerebbero dalle violenze di Primavalle e della Caffarella

Anita Cenci
Liberazione 7 marzo 2009

Dopo che il Dna ha messo alla berlina le indagini della mobile romana sullo stupro della Caffarella, la magistratura continua ad accanirsi, in particolare contro uno dei due cittadini romeni accusati fino ad oggi senza prove.
Nonostante la donna di 41 anni stuprata la sera del 21 gennaio scorso in viale Andersen, nel quartiere del Quartaccio, periferia nord di Roma, non fosse più tanto sicura di aver riconosciuto in Karol Racs uno dei suoi aggressori, la Gip Silvia Castagnoli ha emesso nei suoi confronti una seconda ordinanza di custodia cautelare. Dopo un primo riconoscimento abbastanza indeciso, avvenuto in sede d’incidente probatorio, in cui la donna fortemente provata l’aveva indicato tra molte esitazioni, la vittima della violenza era tornata sulle sue affermazioni prima su un quotidiano e poi nel corso del programma Anno zero. «Era buio, avevano il cappuccio. Non sono più tanto sicura». Il ripensamento si è fatto strada, una volta divenuta di dominio pubblico la notizia che il test del Dna scagionava la responsabilità di Racs nello stupro della Caffarella. L’incidente probatorio si era invece svolto in gran segreto proprio nei giorni in cui maggiore era la pressione mediatica nei confronti del romeno, indicato assieme al suo connazionale Alexandru Loyos Isztoika come uno dei responsabili della brutale violenza sessuale. L’avvocato difensore ha precisato che la donna «non ha riconosciuto Racs, ma ha solo detto che assomiglia a uno dei suoi aggressori». Molti precedenti dimostrano che un’identificazione così fragile difficilmente può reggere in sede di confronto dibattimentale, anche perché l’immagine del romeno ha subito un inquinamento mediatico irreparabile dopo essere stata diffusa per giorni e giorni su tutti i media come l’icona del mostro. La decisione del Gip lascia ancora più sconcertati perché l’incerto riconoscimento, come è già accaduto per la vicenda della Caffarella, non ha trovato altre conferme. Il Dna recuperato dalle tracce biologiche dello stupro al Quartaccio non coincide con quello di Racs. Insomma nonostante le prove oggettive lo scagionino di nuovo, il romeno non solo resta incriminato ma non esce dal carcere. È questa la giustizia di chi vuole la certezza della pena al posto della certezza del colpevole. C’è qualcuno, in procura o in questura, che non vuole abbandonare la pista romena e riaprire le indagini a 360 gradi. Il pregiudizio raziale, la colpa d’autore, sembrano ispirare le indagini. Questo sospetto trova conferma anche dalla notizia che alcuni investigatori sono volati in Romania per verificare la coincidenza del cromosoma y, isolato in alcune tracce organiche repertate nello stupro della Caffarella, con quelle di un romeno rinchiuso nelle carceri del suo paese. Chi ha lasciato trapelare l’indiscrezione suggerisce che questa pista può condurre ad un suo familiare in libertà, di cui si dovrebbe verificare l’alibi. Ma per avere valore di prova, la sequenza del Dna deve essere completa, non parziale. Questa storia del cromosoma sembra l’ennesima bufola. Ed in questa inchiesta ce ne sono state davvero troppe, come quella sulla traccia genetica che avrebbe consentito l’identificazione razziale degli stupratori. Oppure si tratta di un diversivo per non perdere la faccia e diffondere una finta impressione di azione investigativa. In queste ore la questura ha anche avviato un’offensiva mediatica, facendo visionare ad alcuni giornali amici le immagini videoregistrate della confessione, poi ritrattata, di Isztoika. Un tentativo di restaurare la propria immagine per dimostrare la buona fede di fronte alla «forza emotivamente suggestiva» delle autoaccuse del “biondino”, tanto naturale e convincente sarebbe apparsa ai loro occhi la sua deposizione. Si tratta di un film di 45 minuti, a quanto pare molto diverso dal caso di Marta Russo, l’inchiesta in cui fece scalpore il video che mostrava le pressioni su una teste affinché confermasse le tesi dell’accusa. Chi ha visto le immagini afferma che Isztoika parla in modo disteso e fluido, senza apparenti timori. Addirittura entrerebbe nei dettagli dello scempio con distratta indifferenza. Ciò tuttavia non fuga i dubbi sull’autenticità delle dichiarazioni. Solo degli esperti dell’analisi comportamentale e del linguaggio potrebbero fornire un giudizio competente su quelle immagini. Restano irrisolte le domande su quanto è accaduto prima; e non appaiono ancora con nettezza prove che in quella deposizione vengano davvero fornite circostanze ancora ignote alle indagini. Il mistero permane. Piuttosto una domanda: ma perché l’immagine di Isztoika era nell’album di 12 foto che venne subito mostrato alla ragazza violentata? A che titolo era tra i primi sospettati?


Napolitano: «Lo stupro è un’infamia, la nazionalità non conta»
Caffarella, ora cercano cinque pastori Rom

Anita Cenci
Liberazione
8 marzo 2009

In un discorso tenuto ieri al Quirinale, durante la celebrazione della Giornata internazionale della donna, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha affermato che la «vergogna e l’infamia delle violenze, gli stupri, le forme di molestia, vessazione e persecuzione nei confronti delle donne» sono «l’ombra più pesante di tutte» nel cammino che il genere femminile ha avviato verso la piena parità.
Napolitano ha precisato che «non fa differenza» la nazionalità delle vittime come degli aggressori. Parole che assumono un significato molto particolare all’indomani del clamoroso flop nelle indagini sugli stupri del 21 gennaio e del 14 febbraio, avvenuti al Quartaccio e nel parco della Caffarella, due località periferiche della capitale. La ferma condanna verso queste odiose violenze risuona nelle parole del presidente della Repubblica anche come un monito contro ogni possibile deriva razzista e xenofoba nella società come nelle istituzioni, soprattutto se dedite alla tutela dell’ordine pubblico. A tale proposito, Napolitano ha ricordato come il fascismo privò le donne «dei fondamentali ed elementari diritti e le costrinse, se ebree, con le infami leggi razziali» ad abbandonare le scuole pubbliche.
Le indagini sullo stupro della Caffarella non fanno discutere solo i Palazzi delle istituzioni, dove un’improvvisa conversione per le garanzie ha spinto diversi politici della destra a rettificare le entusiastiche dichiarazioni diffuse dopo la notizia della cattura dei due cittadini romeni accusati dello stupro: «Le indagini servono per trovare i colpevoli, non a tenere in carcere gli innocenti» (Alemanno), «la sola chiamata di correità non è sufficiente per fondare un’accusa» (La Russa), «se cambia il quadro investigativo, vanno scarcerati» (Mantovano).
La vicenda ha rischiato di diventare anche un caso diplomatico. Un quotidiano romeno, Evenimentul Zilei, ha dato voce ai malumori della polizia locale che non sembra aver gradito le ricostruzioni delle indagini fatte trapelare dagli ambienti della squadra mobile romana, in particolare dell’interrogatorio di Alexandru Isztoika. Dubbi erano emersi su cosa avessero detto al “biondino” gli uomini di Bucarest, durante le otto ore passate in questura. In un retroscena molto compiacente, apparso nei giorni scorsi su un quotidiano della Capitale, lo stesso capo della mobile, Vittorio Rizzi, aveva messo le mani avanti chiedendosi cosa fosse successo nell’unica ora in cui aveva lasciato la questura, dopo due giorni insonni. Una maniera poco elegante di scaricare eventuali responsabilità sui suoi uomini.
Per tutta risposta, due degli investigatori arrivati da Bucarest accusano i colleghi italiani di «aver avuto troppa fretta», di «trionfalismo ingiustificato» al momento degli arresti e rigettano il sospetto «di aver fatto pressioni fisiche o psicologiche su Alexandru Isztoika», per spingerlo a confessare. L’irritazione è tale che il capo della polizia, Antonio Manganelli, e il suo omologo romeno, Toba Petre, sono dovuti intervenire per spegnere il principio d’incendio.
Sul fronte delle indagini si registra la missione in Romania dei nostri funzionari, alla ricerca delle tracce del famoso cromosoma y. Più che una pista indiziaria, una scommessa costruita sul raffronto tra le tracce biologiche rinvenute alla Caffarella e la banca dati del Dna della polizia romena. L’operazione avrebbe portato ad individuare una similitudine con il cromosoma y di un detenuto condannato per stupro, rinchiuso nelle carceri romene da tempo. I poliziotti hanno ricostruito i suoi legami di parentela. Si tratterebbe di 5 pastori nomadi che vivrebbero nella regione della Moldavia ma che per il momento non sono stati rintracciati. La polizia vorrebbe verificare i loro alibi e confrontare il loro Dna. Solo una sequenza completa avrebbe infatti valore di prova. Secondo il giornale Adevarul, che ha diffuso la notizia, non vi sarebbe comunque alcun legame tra questa famiglia e Alexandru Isztoika.
Riemergono anche altre piste, come quella di Ciprian Chiosci, 22 anni, di Botosani, l’uomo senza tre dita entrato e subito uscito dale indagini. Chiosci fu la prima persona riconosciuta in una foto dall’adolescente violentata alla Caffarella. Un’informativa della polizia di Bucarest precisò che l’uomo era partito da Roma il 12 febbraio, due giorni prima dello stupro, con un pullman dalla Stazione Tiburtina. Ora sembra che la circostanza sia nuovamente da verificare, come il fatto che Isztoika lo conoscesse. Voci, indiscrezioni, brusii che si rincorrono. Nulla di veramente certo, se non che gli investigatori non schiodano dalla pista dell’est.
Intanto i due fidanzatini della Caffarella, nonostante il Dna smentisca il loro riconoscimento, sarebbero pronti a riconfermarlo nel corso di un incidente probatorio, già sollecitato dal loro avvocato, Teresa Manente, legale di “Differenza donna”. Se accolta, la richiesta darebbe luogo ad una situazione surreale: il nuovo riconoscimento avrebbe valore di prova processuale ma sarebbe smentito dal dna.

Link
Quartaccio-Caffarella, l’uso politico dello stupro
È razzismo parlare di Dna romeno
L’inchiesta sprofonda
Quando il teorema vince sulle prove
Tante botte per trovare prove che non ci sono
Non esiste il cromosoma romeno
La difesa di Racs denuncia maltrattamenti
Parlano i conoscenti di Racs
Non sono colpevoli ma restano in carcere
Racs non c’entra
Negativi i test del Dna fatti in Romania
Stupro della Caffarella
Stupro del Quartaccio, scarcerato Racs
Cosa si nasconde dietro la confessione di Loyos?
Racs innocente e senza lavoro
La fabbrica dei mostri
Loyos picchiato dalla polizia per confessare il falso


Stupro della Caffarella: la difesa di Racs chiede la scarcerazione e denuncia maltrattamenti 8/continua

L’avvocato chiede il ricovero: «Racs ferito al timpano»
La procura: «c’è un nuovo teste»
. La difesa vuole la scarcerazione

Oggi la decisione del tribunale

Anita Cenci
Liberazione
9 marzo 2009

È prevista per oggi la decisione del Tribunale del riesame che ieri ha esaminato la richiesta di revoca della custodia cautelare presentata dai difensori di Karol Racz e Alexandru Isztoika, i due romeni accusati dello stupro nel parco romano della Caffarella. L’udienza si è aperta con un colpo di scena: l’avvocato La Marca, difensore di Racz, ha depositato una richiesta di ricovero per il suo assistito. «Nel corso del colloquio in carcere – ha spiegato – Racs mi ha informato di avere problemi all’udito e toccandosi l’orecchio sinistro si è macchiato le dita di sangue». Il legale ha chiesto il ricovero per accertare le cause, eventualmente traumatiche, della patologia e affrontare le cure necessarie. La circostanza getta nuove ombre sulle ore che hanno seguito l’arresto dei due romeni. Secondo l’avvocato, Isztoika, il “biondino” che prima ha confessato e poi ritrattato, sarebbe stato «indottrinato» sulla base della versione dei fatti riportata nella querela dell’adolescente aggredita. Dinamica che però sarebbe stata successivamente modificata, almeno in parte, dal fidanzatino.
La procura ha risposto versando nel fascicolo alcune intercettazioni ambientali, realizzate in Questura nei confronti di un gruppo di testimoni citati da Racz per confermare il suo alibi. Si tratta di alcuni ospiti del campo nomadi di Torrevecchia che, con modalità quanto mai discutibili, mentre erano in attesa di deporre sono state appositamente raggruppate in una stanza e microfonate. Un atteggiamento che comprova il pregiudizio discriminatorio della polizia nei confronti dei Rom considerati a priori dei mentitori. Paradossalmente, però, dalle loro conversazioni potrebbero emergere ulteriori elementi favorevoli all’indagato.
Lo stupro della Caffarella da orribile fatto di cronaca si è trasformato in un’inchiesta dalle risonanze politiche molto delicate. L’episodio ha dato il là al decreto sicurezza del governo e al varo delle ronde. Una definitiva smentita della pista romena creerebbe seri imbarazzi ai palazzi della politica che su questo episodio ha investito molto. La ricerca di un responsabile del fallimento potrebbe allora scaricarsi verso il basso come una reazione a catena. I livelli gerarchici inferiori, Questura e squadra mobile, sentono questa pressione che mette a rischio brillanti carriere dopo gli affrettati trionfalismi delle prime ore. Forse sta qui una delle ragioni che spingono la procura ad appiattirsi completamente sulla linea investigativa tenuta dalla polizia. Sembra quasi di assistere a un esperimento anzitempo della riforma che dovrebbe trasformare il pm nel notaio delle forze dell’ordine. Non ha suscitato sorprese, dunque, il rinnovo dalla custodia cautelare chiesto dal pm, Vincenzo Barba: «in prima istanza come autori materiali dello stupro», nonostante il dna lo abbia già escluso. Conferma dell’incriminazione dovuta al fatto che non tutte le analisi sono state ancora esperite; «In subordine come concorrenti morali», poiché in ogni caso i due avrebbero assistito al fatto. Un nuovo teste, infatti, avrebbe riconosciuto i due mentre si aggiravano nel parco in un orario compatibile con la violenza. Si tratterebbe di un medico che intorno alle 17,30 faceva jogging e avrebbe incrociato i due vicino agli attrezzi ginnici che arredano la Caffarella, notando in particolare l’assenza di incisivi in uno di loro. Circostanza già contestata a Racs per lo stupro del Quartaccio. Ma il riconoscimento, avvenuto nei giorni successivi all’arresto, anche in questo caso sarebbe viziato dal rullo compressore mediatico che per settimane ha sparato il volto dei due romeni come quello dei colpevoli, prima che l’esame del Dna cambiasse tutto. Non solo, ma il medico precisa li avrebbe visti «da soli», come d’altronde hanno sempre dichiarato i giovani aggrediti. Circostanza che contrasta con le ultime ipotesi investigative. Se erano soli, non possono essere stati loro perché il dna li scagiona. Ma se erano più di due, come ora sostiene la polizia, allora non torna la versione del teste. Le prove non sono giochi di prestigio.

Link
Quartaccio-Caffarella, l’uso politico dello stupro 1
È razzismo parlare di Dna romeno 2
L’inchiesta sprofonda 3
Quando il teorema vince sulle prove 4
Tante botte per trovare prove che non ci sono 5
Non esiste il cromosoma romeno 6
L’accanimento giudiziario 7
Parlano i conoscenti di Racs 9
Non sono colpevoli ma restano in carcere 10
Racs non c’entra 11
Negativi i test del Dna fatti in Romania 12
Stupro della Caffarella 13
Stupro del Quartaccio, scarcerato Racs 14
Cosa si nasconde dietro la confessione di Loyos? 15
Racs innocente e senza lavoro 16
La fabbrica dei mostri 17
Loyos picchiato dalla polizia per confessare il falso 18

Stupri della Caffarella e Quartaccio: parlano i conoscenti di Racs 9/continua

Parlano gli amici di Karol Racz accusato di stupro: «Non è un bruto. Non ha mai infastidito il campo»

Stefano Galieni
Liberazione
10 marzo 2009

«Cerchi gli “zingari”? Dopo quella strada». Chi fornisce l’indicazione non nasconde disprezzo. Roma, Via Cesare Lombroso, a ridosso dell’ex ospedale psichiatrico del S. Maria della Pietà. Una salitella alla cui sinistra si erge un cancello. Poi una sbarra per i veicoli, un gabbiotto per gli operatori dell’Arci Solidarietà e alcuni prefabbricati in un area recintata e cementata. Uno spazio pulito e tenuto dignitosamente, era qui che Karol Racz, il ragazzo definito dai media e dalla questura “faccia da pugile” si guadagnava da vivere fino al suo arresto, per lo stupro nel parco della Caffarella e per un’altra violenza subita da una donna del vicino quartiere di Primavalle. Ma come vacilla il materiale probatorio che lo accusava, così il racconto di chi lo ha conosciuto sgretola l’immagine del bruto che ne è stata fatta. «Qui lo chiamavamo tutti Carlo – racconta Michele, mani callose e volto aperto – da almeno sette mesi veniva a darci una mano per pulire il campo e non ha mai infastidito nessuno. Si guadagnava pochi euro portando via l’immondizia o dando una mano quando andavamo a raccogliere ferro e metallo da vendere, ma era anche bravo come muratore e come piastrellista. A volte gli davo anche un panino con la carne. Non ce lo vedo a fare quelle cose di cui è accusato». Anche altri hanno voglia di parlare, raccontano di un uomo timido e dalla voce bassa, che aveva anche paura a guardare le donne del campo, un lavoratore umile che conosceva appena poche parole di italiano. «Viveva con gli altri rumeni della zona, nelle baracche – interviene un ragazzo – siamo tutti bosniaci, di Mostar, siamo senza documenti ma i nostri figli sono nati qui e vanno a scuola senza problemi. La nostra vita è dura, quella dei rumeni anche peggiore». «Dopo la violenza di Primavalle – dice una donna – hanno bruciato le baracche dei rumeni senza neanche dargli il tempo per prendersi coperte e vestiti. Stavano morendo di freddo, siamo stati noi a dargli le nostre coperte». Molte sono le donne che lo difendono: «Lo lasciavamo anche da solo con le nostre figlie adolescenti – raccontano – ti pare che se avesse dato fastidio a qualcuna lo avremmo fatto entrare qui?». Il solo fatto che abbiano dato lavoro a Carlo (Karol) ha rovinato l’economia di sussistenza di queste famiglie, inserite in un campo attrezzato. La maggior parte degli adulti raccoglie e ricicla metalli, la domenica hanno messo in piedi un mercatino dell’usato dove rivendono gli oggetti gettati dalla nostra opulenza, i giovani si cercano con difficoltà un lavoro più stabile ma non è facile. «Per l’Italia siamo un problema del governo bosniaco, i bosniaci non ci riconoscono e ci rimandano all’Italia, come se fossimo palline da ping pong – dice Michele. Di fatto anche se siamo qui da tanti anni e se i nostri figli sono nati in questo campo di concentramento, noi non esistiamo, non abbiamo diritti. Spesso ci fermano, ci tengono in questura senza motivo». Si avvicina Viktor (nome di fantasia), un ragazzone vestito alla moda, capelli col gel e volto maturo: «Io sto con una ragazza italiana, vorremmo farci un futuro insieme, una famiglia, ma non possiamo. Avevo trovato lavoro in un forno, mi alzavo alle cinque ogni giorno ma ero contento. Poi la polizia mi ha chiesto i documenti ed hanno consigliato al proprietario del forno di non farmi lavorare. Ora sono disoccupato. Ma che vogliono? Che a rubare ci vada per forza?». Anche lui si ricorda bene di Carlo: «era gentile e aveva paura anche dei bambini. Con noi stava bene gli davamo lavoro, da mangiare e anche da vestirsi. Se la sono presa con lui perché è debole, è povero ed è rumeno». Ma è ancora Michele ad interromperlo: «Scrivi cosa ne pensiamo. Scrivi che chi ha distrutto la vita di quella ragazzina non si farebbe certo vedere da queste parti. Saremo i primi a denunciarlo, chiunque fosse stato». Ma intanto i rom di via Lombroso pagano gli effetti della campagna negativa nei loro confronti: c’è chi li guarda con maggior disprezzo, chi ne ha paura o chi, più semplicemente non li fa più lavorare. In fondo al piazzale che delimita il campo c’è forse la persona che conosce meglio Carlo, si è lasciato intervistare in tv per dire che non credeva alla sua colpevolezza e ora non vuole più parlare con nessuno. Ci raccontano suoi amici che non ha più pace, aveva accesso ad una discarica e ad altri posti in cui trovare metalli da vendere e partiva ogni giorno presto con il suo furgone. Ora non lo fanno più avvicinare, come se portasse addosso un marchio di complicità. Non poter lavorare significa passare la fame, campare rovistando anche fra l’immondizia. È arrabbiato per essersi esposto e ora non si fida, vuole che la gente dimentichi la sua faccia e maledice il giorno in cui non si è fatto gli affari suoi. E anche se questa storia si concluderà con l’assoluzione di Carlo, il dubbio nei suoi confronti e di chi lo ha conosciuto resterà a lungo. Nessuna autorità, tanto lesta a sbattere il mostro in prima pagina, si porrà il problema di scusarsi né di far avere uno straccio di documento di identità a chi pretende il diritto di vivere meglio.

Link
Quartaccio-Caffarella, l’uso politico dello stupro 1
È razzismo parlare di Dna romeno 2
L’inchiesta sprofonda 3
Quando il teorema vince sulle prove 4
Tante botte per trovare prove che non ci sono 5
Non esiste il cromosoma romeno 6
L’accanimento giudiziario 7
La difesa di Racs denuncia maltrattamenti 8
Non sono colpevoli ma restano in carcere 10
Racs non c’entra 11
Negativi i test del Dna fatti in Romania 12
Stupro della Caffarella 13
Stupro del Quartaccio, scarcerato Racs 14
Cosa si nasconde dietro la confessione di Loyos? 15
Racs innocente e senza lavoro 16
La fabbrica dei mostri 17
Loyos picchiato dalla polizia per confessare il falso 18

Stupro della Caffarella: non sono colpevoli ma restano in carcere 10/continua

Il Riesame: non sono i colpevoli, revocati gli arresti ma i due romeni restano in carcere per altri reati: Racs per lo stupro di Primavalle, Loyos per calunnia


Anita Cenci
Liberazione 11 marzo 2009

Alla fine di una lunga camera di consiglio, il tribunale del riesame di Roma ha revocato nella serata di ieri la custodia cautelare per Alexandru Loyos Isztoika e Karol Racz, i due cittadini romeni accusati dello stupro di un’adolescente e dell’aggressione del fidanzatino la sera del 14 febbraio scorso nel parco romano della Caffarella. Nel dispositivo si legge che il collegio, presieduto da Francesco Taurisano, «annulla l’ordinanza in epigrafe disponendo l’immediata liberazione degli indagati se non detenuti per altro». I due, però, restano ancora in carcere. Investigatori e inquirenti di fronte ai primi scricchiolii dell’inchiesta si erano subito premuniti predisponendo un castello d’accuse supplementare che consentisse comunque la permanenza in stato di detenzione dei due. Racz perché sospettato di un’altra violenza sessuale, avvenuta il 21 gennaio al Quartaccio, un altro quartiere della capitale. Accusa che a questo punto è destinata a crollare. Anche qui, infatti, la mancata identificazione del suo dna nei reperti biologici della violenza non consente di sostenere a lungo un’accusa fondata unicamente su riconoscimento dalle caratteristiche molto fragili, e che non risponde nemmeno alla descrizione dell’aggressore fatta dalla vittima.
Loyos, il biondino, invece si è visto notificare, pochi minuti dopo la decisione del riesame, un’ordinanza di custodia cautelare per calunnia e autocalunnia. Provvedimento emesso dal gip Guglielmo Muntoni, su richiesta del pm Vincenzo Barba (lo stesso che ha diretto le indagini sulla Caffarella) per le affermazioni contenute nella confessione e poi nella ritrattazione. Secondo l’articolo 368 del codice penale, infatti, «Chiunque, con denunzia, querela, richiesta o istanza, anche se anonima o sotto falso nome, diretta all’autorità giudiziaria o ad un’altra autorità che a quella abbia obbligo di riferirne, incolpa di un reato taluno che egli sa innocente, ovvero simula a carico di lui le tracce di un reato», incorre nel reato di calunnia.
Crolla così l’impianto accusatorio messo in piedi dalla questura e fin troppo acriticamente sostenuto dalla procura che aveva chiesto nell’udienza di lunedì la conferma dell’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal gip Valerio Savio il 20 febbraio. Accolte invece le tesi esposte dalla difesa dei due stranieri. Le motivazioni del riesame non sono state ancora rese note ma è presumibile che il collegio abbia fondato la propria decisione in base alle risultanze fornite dalle analisi del dna fatte dalla polizia scientifica. I reperti raccolti avevano rilevato la presenza di due profili diversi dall’impronta genetica dei due romeni arrestati. L’evidenza scientifica ha dunque premiato sui riconoscimenti foto-segnaletici, da sempre incerti e suggestionabili e sulle parole, quando queste non sono supportate da riscontri esterni verificati. In effetti, l’adolescente era molto ferma nel riconoscimento del “biondino”, anche se in un primo momento aveva indicato un’altra persona, quel Ciprian Chiosci, il “monco”, subito scagionato dalla polizia romena (pare sia un suo informatore) e sul quale sono poi tornati a gravitare nuovi sospetti. “Identificazione” smentita dal dna.
Gli investigatori hanno cercato in tutti i modi di confermare la presenza sul teatro della violenza dei due romeni, anche solo come semplici spettatori, pali, favoreggiatori, avanzando l’ipotesi della «banda di balordi». Ma anche qui, fino ad ora, si sono dovuti scontrare con il muro delle evidenze probatorie: i dati scientifici raccolti non comprovano altre presenze oltre a quella delle due vittime e dei due aggressori. Allo stesso modo le testimonianze dei due ragazzi, e quella del superteste, il medico tirato fuori come un asso nella manica durante il riesame, ribadiscono che sul luogo sono state viste soltanto «due persone», che seppure vengono identificate nelle foto segnaletiche, non assomigliano alle descrizioni fornite negli identikit. Un classico delle inchieste in cui la presenza di un forte intervento mediatico inquina le immagini dei sospetti, le proietta fino a moltiplicarne le apparizioni in ogni angolo di strada.
Inevitabilmente l’inchiesta dovrà ripartire da capo e soprattutto dovranno chiarirsi alcuni aspetti ancora oscuri: cosa è accaduto in questura nelle prime ore dell’arresto dei due romeni?
Racz è stato refertato all’ingresso in carcere. Ha chiari segni di percosse che la polizia giustifica con il “tentativo di resistenza” messo in atto. Isztoika nel verbale della ritrattazione sostiene di essere stato pestato dalla polizia romena affinché si autoaccusasse dello stupro. Infine quella conferenza stampa trionfalistica in questura, quelle interviste sui giornali che tiravano la volata al governo, che in quelle ore si accingeva a varare un nuovo pacchetto sicurezza con tanto di ronde, restano una pagina vergognosa compiuta, ancora una volta, sul corpo di una giovane donna.

Link
Quartaccio-Caffarella, l’uso politico dello stupro 1
È razzismo parlare di Dna romeno 2
L’inchiesta sprofonda 3
Quando il teorema vince sulle prove 4
Tante botte per trovare prove che non ci sono 5
Non esiste il cromosoma romeno 6
L’accanimento giudiziario 7
La difesa di Racs denuncia maltrattamenti 8
Parlano i conoscenti di Racs 9
Racs non c’entra 11
Negativi i test del Dna fatti in Romania 12
Stupro della Caffarella 13
Stupro del Quartaccio, scarcerato Racs 14
Cosa si nasconde dietro la confessione di Loyos? 15
Racs innocente e senza lavoro 16
La fabbrica dei mostri 17
Loyos picchiato dalla polizia per confessare il falso 18

Stupro al Quartaccio: Racs non c’entra 11/continua

Stupri, il romeno Racz non c’entra. Il dna lo scagiona anche dalla violenza al Quartaccio. Bufera sulla questura per le immagini dell’interrogatorio di Isztoika diffuse in tv. Alfano: «Valuteremo con gli uffici»

Anita Cenci
Liberazione 13 marzo 2009

Il dna ha colpito ancora. Se non è il colpo di grazia per le indagini condotte dalla squadra mobile romana sugli stupri della Caffarella e del Quartaccio, poco ci manca. Le analisi condotte nei laboratori della polizia scientifica hanno scagionato Karol Racs anche dalla violenza sessuale compiuta la sera del 21 gennaio scorso, nel quartiere del Quartaccio, periferia nord-ovest della Capitale.
Gli esperti della polizia hanno stabilito che le tracce genetiche rinvenute sulla donna aggredita non sono riconducibili a quelle del romeno, già discolpato per la violenza della Caffarella. L’indiscrezione circolava da tempo ma ora mancano solo i timbri per la sua ufficializzazione.
Forte della notizia, il suo avvocato ha presentato ricorso al tribunale del riesame sollecitando la revoca della custodia cautelare anche per questa seconda accusa, sopravvenuta dopo l’incriminazione per la violenza della Caffarella. La sequenza temporale in questa vicenda è molto importante, infatti questa “accusa corollario” è scaturita nei giorni in cui affioravano le prime indiscrezioni sulla mancata coincidenza del dna di Racs e del suo connazionale Isztoika, con quello dei violentatori della Caffarella. Così, dopo settimane di stallo, l’inchiesta del Quartaccio subì un’improvvisa accelerazione. Una «ricognizione» sulla persona di Racs venne realizzata in sede d’incidente probatorio. A dire il vero, il riconoscimento apparve subito forzato. Una furberia investigativa giocata tutta sulla forte sugestionabilità della donna traumatizzata dalla violenza. L’identificazione apparve viziata dall’inquinamento mediatico che l’immagine mostrificata del romeno aveva subito nei giorni precedenti. Ancora una volta, però, la prova scientifica ha fatto emergere le magagne che spesso nascondono i vecchi artifici investigativi. La donna, per altro, era subito tornata sulle sue dichiarazioni appena saputo che il dna aveva dimostrato l’estraneità di Racs dallo stupro della Caffarella.
Per oggi è prevista l’udienza di convalida del fermo dell’altro cittadino romeno, Alexandru Loyos Isztoika, mantenuto in detenzione con l’accusa di calunnia e favoreggiamento. Per la procura la falsa confessione del “biondino” non sarebbe stata la conseguenza di maltrattamenti, ma un depistaggio ordito contro gli investigatori per coprire i reali autori dello stupro, consentendo loro di fuggire. Che gli inquirenti siano sempre più in difficoltà, lo prova anche l’argomento utilizzato per denunciare il presunto «tentativo di fuga» di Isztoika. Nel corso d’intercettazioni telefoniche del padre, la polizia avrebbe «scoperto» che, se rimesso in libertà, un familiare l’avrebbe accompagnato alla stazione dove partono i pulman diretti in Romania. L’ipotesi getta ancora più nel ridicolo questura e procura. Di quale fuga si sarebbe mai trattato? La legittima aspirazione di un genitore di riportare suo figlio a casa, pagandogli il biglietto e traversando la frontiera con i documenti?
Sul fronte delle indagini, invece, sarebbero iniziati gli esami comparativi del dna raccolto in Romania su una cerchia di 20 persone, parenti di Loyos e Chiosci, l’uomo senza tre dita, riconosciuto in un primo momento dai fidanzatini. Sarà un passaggio decisivo dell’inchiesta. Si saprà finalmente quanto la “pista romena”, imboccata e mai abbandonata dagli inquirenti, sia fondata o meno.
Suscita, invece, polemiche la diffusione delle immagini video-registrate della confessione (mai visionate dalla difesa), poi ritrattata, di Isztoika. Quanto meno – per par condicio – andavano diffuse anche quelle della ritrattazione. Il ministro Maroni, che in un primo tempo aveva difeso la poltrona del questore, è stato costretto ad annunciare una verifica. Alfano ha aggiunto: «Sul filmato valuteremo con gli uffici».
Da più parti si fa notare che la questura di Roma sembra più interessata a fare marketing piuttosto che indagini efficaci. Dopo la conferenza stampa trionfalistica seguita agli arresti, questo è il secondo grande errore di comunicazione. Non sono pochi quelli che cominciano a pensare che a San Vitale debba saltare qualche poltrona.

Link
Quartaccio-Caffarella, l’uso politico dello stupro 1
È razzismo parlare di Dna romeno 2
L’inchiesta sprofonda 3
Quando il teorema vince sulle prove 4
Tante botte per trovare prove che non ci sono 5
Non esiste il cromosoma romeno 6
L’accanimento giudiziario 7
La difesa di Racs denuncia maltrattamenti 8
Parlano i conoscenti di Racs 9
Non sono colpevoli ma restano in carcere 10
Negativi i test del Dna fatti in Romania 12
Stupro della Caffarella 13
Stupro del Quartaccio, scarcerato Racs 14
Cosa si nasconde dietro la confessione di Loyos? 15
Racs innocente e senza lavoro 16
La fabbrica dei mostri 17
Loyos picchiato dalla polizia per confessare il falso 18

Prigioni: i nuovi piani di privatizzazione del sistema carcerario

Anche in Italia rischia di prendere forma un complesso carcerario-industriale?
Diliberto, Fassino, Castelli, Alfano: nell’ultimo decennio sinistra carceraria e destra hanno tentato in tutti i modi di favorire l’ingresso del capitale privato nella costruzione e gestione delle carceri

Paolo Persichetti
Liberazione
14 marzo 2009 (versione integrale non censurata)

«Complesso carcerario-industriale» è la definizione introdotta dalla sociologia critica e dagli attivisti abolizionisti americani per definire il carcere-fabbrica postfordista. Il termine è stato introdotto per la prima volta da Mike Davis, davis-m_slum1 attento studioso di sociologia urbana, per descrivere il sistema penale californiano (Città di quarzo, manifestolibri 1991; Geografie della paura, Feltrinelli 1999; Il pianeta degli Slum, Feltrinelli 2006, sono solo alcune delle sue opere tradotte). Lo ricorda Angela Davis in una sua raccolta di saggi, Aboliamo le prigioni?, da poco pubblicata dalla Minimum fax.
Negli Stati uniti l’impresa privata utilizza la manodopera carceraria. Il vantaggio è notevole: «Niente scioperi né sindacati. Niente indennità di malattia, sussidi di disoccupazione o compensi da pagare ai lavoratori. Le nuove prigioni sono fabbriche cinte da mura. I detenuti immettono dati per la Chevron, ricevono prenotazioni telefoniche per la Twa, costruiscono circuiti stampati, il tutto per un costo molto inferiore a quello della manodopera libera». Qualcosa del genere rischia di accadere anche da noi? Da un buon decennio a questa parte ha fatto breccia nella cultura politica l’idea di un coverimagecoinvolgimento dell’impresa privata all’interno del sistema penitenziario. In parte ciò accade già. Alcuni servizi sono stati esternalizzati per ridurre costi e rendere maggiormente efficienti le prestazioni. Per esempio, in alcuni istituti penitenziari le cucine sono state date in gestione a cooperative sociali di ex detenuti. Nella casa circondariale di Velletri si produce addirittura del vino, il fuggiasco, ricavato da vitigni lavorati con cura da una cooperativa di detenuti. A Rebibbia e san Vittore sono attivi dei call center della Telecom. Niente a che vedere, ancora, con lo sfruttamento che le grandi privates corporation americane fanno della manodopera reclusa. L’idea è quella di favorire l’autoimprenditorialità sociale come uno dei percorsi di recupero e integrazione previsti dalla legge Gozzini, dove il lavoro è ritenuto un passaggio verso l’uscita graduale dal carcere, grazie alle misure alternative (lavoro esterno, semilibertà, affidamento in prova). Anche le condizioni contrattuali rispettano i parametri sindacali minimi previsti all’esterno: contributi, ferie, malattia. Ma la difficoltà di stare sul mercato va lentamente snaturando queste esperienze, risucchiate da logiche molto lontane dai loro presupposti iniziali. La pratica dei subappalti e il controllo del mercato da parte d’imprese più grandi condannano nel tempo queste esperienze locali. Il capitalismo ha le sue leggi.
Tuttavia la costituzione e la legislazione italiana restano, per ora, un ostacolo insuperato per chi vorrebbe privatizzare il sistema penitenziario nel suo complesso. Prima che ciò accada veramente occorre che si realizzi un passaggio concettuale importante: separare la punizione dal suo legame con il reato. In sostanza che il castigo non sia più legato al delitto ma diventi una forma di controllo sociale e sfruttamento delle fasce più basse della popolazione. Per certi versi già avviene in alcune circostanze. Basti pensare a come, nell’accidentato percorso terapeutico della tossicodipendenza, la ricaduta nell’uso di sostanze stupefacenti è assimilata alla recidiva penale e non alla fisiologia clinica.
Un altro requisito è l’esplosione dei tassi di carcerazione, la scelta strutturale di fare della penalità, del sistema giudiziario-penitenziario, un asse essenziale delle politiche di governo sociale. I numeri che vedono ormai superata la soglia limite dei 60 mila detenuti, a fronte di una capienza legale di 43 mila, la retorica dilagante sulla certezza della pena, il populismo penale e l’ideologia vittimaria, sono lì a dimostrarlo: siamo già all’interno di questo processo. Tra il 1995-2005 la popolazione carceraria è cresciuta del 22% rispetto alla media europea, mentre la capacità di accoglienza è rimasta pressoché stabile (+5,5%). prison-industry
Il sovraffollamento, l’eccedenza d’esseri umani rinchiusi, è il cavallo di Troia utilizzato per far passare nel nostro paese l’idea che il ricorso ai privati sia una necessità. Fino alla svolta degli anni 80, i flussi penitenziari venivano governati attraverso il ricorso periodico ad amnistie e indulti. Una politica che non suscitava allarmi sociali e non ha mai pregiudicato la sicurezza e l’ordine pubblico. La paura non era ancora uno dei temi essenziali del marketing politico e diffusa era la consapevolezza che la devianza non aveva radici etiche, non era frutto di un male teologico, ma aveva cause socio-economiche che andavano aggredite. Al di là della ovvia repressione, soltanto politiche strutturali potevano ridurne la dimensione. Insomma l’obiettivo non era solo quello di «sbattere dentro», ma d’intervenire sulle radici sociali del crimine. Poi è arrivata la rivoluzione conservatrice di Reagan, una nuova filosofia della correzione ha avuto il sopravvento anche in Italia e la società è tornata a rinchiudere, incarcerare pezzi di popolazione sempre più ampi. Dietro al sovraffollamento carcerario non c’è un semplice incremento della «devianza sociale», suscitato da quel movimento tellurico che è lo spostamento migratorio di popolazioni verso le zone più ricche del pianeta e dalla precarizzazione strutturale della nuova economia, ma la scelta di fare del carcere uno strumento di governo di questi nuovi flussi. Un fenomeno che ricorda quanto avvenne agli albori del protocapitalismo con le enclosures, le recensioni delle terre coltivabili che spinsero la popolazione delle campagne a cercare fortuna nelle città. Un’improvvisa eccedenza di popolazione che l’immaturità della nuova economia capitalistica non riusciva ad assorbire suscitarono l’immensa piaga del vagabondaggio, represso con leggi durissime e l’internamento nelle case-lavoro antesignane della prigione moderna. privatiedprisons

Come sempre accade nella storia d’Italia, le svolte a destra maturano quando al governo c’è la sinistra. Era il 30 gennaio 2001 quando il ministro della Giustizia Piero Fassino, uno dei peggiori assieme a Oliviero Diliberto, dispose la dismissione di 21 carceri e l’individuazione di nuove aree per la costruzione di un modello inedito di prigione, di media sicurezza e trattamento penitenziario qualificato. Progetto che prevedeva l’ingresso dei privati nella costruzione e gestione dei nuovi istituti. Roberto Castelli, il successivo guardasigilli leghista con laurea in ingegneria, non fece altro che raccogliere l’idea. Era il periodo delle cartolarizzazioni e della finanza creativa di Giulio Tremonti. Venne creata la Patrimonio spa, società del governo che doveva raccogliere gli introiti delle dismissioni di Regina Coeli a Roma e San Vittore a Milano, liberando aree urbane centrali che facevano gola alla grande speculazione edilizia. La Dike Aedifica, controllata al 95% dalla Patrimonio, amministrata da Vico Valassi, un amico del ministro, doveva invece coinvolgere i privati. L’operazione però non decollò e della vicenda s’interessò soltanto la magistratura. Con la nomina di Franco Ionta, capo del Dap, a commissario straordinario all’edilizia penitenziaria con poteri speciali, il guardasigilli Angelino Alfano è tornato alla carica. L’obiettivo ora sarebbe quello di costruire carceri di nuova generazione a impianto radiale, edifici concepiti per essere ampliati successivamente. Carceri «leggere» per detenuti in attesa di giudizio. Nuovi edifici modulari costruiti su terreni demaniali con criteri ecocompatibili.
I fondi verranno presi dalla Cassa delle ammende (utilizzata fino ad ora per il reinserimento dei detenuti. Una bella beffa!) e poi si tenterà nuovamente di coinvolgere i privati attraverso il «project financing». Chi costruisce avrà in cambio la gestione dei servizi (mensa, lavanderia, manutenzione) che non sono di competenza esclusiva dello Stato (sicurezza e sanità). Ma poiché tali servizi non sono sufficientemente remunerativi dei capitali investiti, per invogliare il capitale privato il governo ha previsto a titolo di compenso una permuta con i penitenziari situati nei centri storici di alcune città, come Roma, Milano, Palermo, oppure con quelli situati in posti di indubbio valore naturalistico (ma facilmente convertibile in valore turistico) come Pianosa, Procida o Nisida, oltre all’ipotesi di leasing ventennali o trentennali. La banda del mattone s’appresta a fare soldi a palate.

Carceri private: il modello a stelle e strisce, privatizzazioni e sfruttamento

Affari d’oro e detenuti come forza lavoro da “spremere”

Simonetta Cossu
Liberazione
14 marzo 2009

C’è un business negli Stati Uniti che non dà segni di crisi. E’ l’incredibile affare che ruota attorno al complesso carcerario-industriale. Non è legato ad aumenti di atti criminali e neanche ad un equo rapporto tra il delitto e il castigo. E’ il risultato di una alleanza di ferro tra grandi imprese, governo, istituti di pena e media che produce soldi a palate a discapito del principio di giustizia. 4q53hqf
Negli Stati Uniti ci sono ad oggi quasi tre milioni di detenuti. Ospiti di carceri federali, statali e anche private sparse in tutto il paese. Secondo l’organizzazione californiana California Prison Focus «nessuna altra società nella storia umana ha imprigionato un così alto numero di suoi cittadini». E i numeri sembrano confermarlo. Secondo le statistiche nelle prigioni americane è detenuto il 25% della popolazione carceraria mondiale, su soltanto il 5% della popolazione mondiale. Mezzo milione in più della Cina, che però ha una popolazione cinque volte più numerosa.
Viene spontaneo chiedersi: cosa ha determinato questa escalation di detenzioni?
Il tasso di criminalità stando alle statistiche è in discesa. Secondo il Bureau of prisons nel 2004 si è registato lo stesso tasso di ciminalità del 1974, mentre gli omicidi sono al loro minimo storico, pari a quello registrato nel 1965. Ma il dato più importante è che il tasso di criminalità si concentra in determinate aree: povere e principalmente abitate da afroamericani e ispanici. Il 57% dei reati commessi sono legati a traffico di droga. Ma nonostante questo si è passati dalla popolazione carceraria di 300 mila detenuti del 1972, al milione del 1990 per arrivare ai quasi tre di oggi. Dieci anni fa esistevano negli Stati Uniti solo 5 carceri private, oggi ce ne sono 100. 2326997474_a0b0d81f47_o
E’ chiaro il come e il perché dell’enorme affare che ha dato vita a quello che viene definito il complesso industriale-carcerario. Immaginate di avere a disposizione un enorme bacino di forza lavoro che costa poco, non può protestare (chi protesta può essere messo in isolamento) e non richiede assicurazioni di sorta. E’ questa la ricetta di quella che le organizzazioni umanitarie, così come quelle politiche e sociali, definiscono come una nuova forma di inumano sfruttamento. Una industria multimilionaria che ha proprie mostre commerciali, convention, website e punti vendita su internet. Inoltre ha campagne pubblicitarie dirette, studi di architettura, società di costruzioni, società di investimento a Wall Street, aziende di impiantistica, compagnie di distribuzione di generi alimentari, sicurezza armata, e celle.
Inoltre i contratti privati per il lavoro dei carcerati sono un incentivo per imprigionare sempre più gente. Le prigioni dipendono da questo reddito. Azionisti delle corporation che fanno i soldi grazie al lavoro dei carcerati fanno lobbing a favore di pene più lunghe, per espandere la loro mano d’opera. Un sistema che si autoalimenta.
Secondo una inchiesta del Left Business Observer , l’industria federale carceraria produce il 100% di molti materiali militari: elmetti, cinture per le munizioni, maglie a prova di proiettile, placche di identificazione, camicie, pantaloni, tende, borse e spacci di bevande. A parte i rifornimenti militari, gli operai della prigione forniscono il 98% dell’intero mercato per i servizi di assemblaggio di apparecchiature; il 93% delle vernici e dei pennelli; il 92% dell’assemblaggio di cucine; il 46% delle armature protettive; il 36% degli elettrodomestici; il 30% di cuffie/microfoni/altoparlanti; e il 21% delle forniture di ufficio. Parti di aeroplano, forniture mediche, e molto più: i prigionieri stanno persino allevando e addestrando cani-guida per ciechi.
Ma come si fa ad incarcerare sempre più persone? Negli Usa negli ultimi anni si è assistito ad una lunga serie di nuove leggi che allungano la pena. L’esempio più ecclatante è la famosa “Three strikes law”, la legge “tre volte e sei eliminato” – termine preso in prestito dal baseball – che prevede pene fino all’ergastolo, senza possibilità di libertà condizionata, per chi si macchia di almeno tre reati, anche minori. L’approvazione di questa norma in “soli” 13 Stati ha determinato la necessità di costruire nei prossimi 10 anni altre 20 carceri.  NA/HOLDEM
E qui arriva il grande affare della privatizzazione. Il boom è iniziato nel 1980 sotto le presidenze di Ronald Reagan e di Bush senior ma ha raggiunto il suo appice nel 1990 con Clinton. Le prigioni private sono l’affare più grande nel complesso dell’industria carceraria. Le due più grandi società del settore sono la Correctional Corporation of America (Cca) e Wackenhut, le quali insieme controllano il 75% del mercato. Le prigioni private ricevono un importo garantito di denaro per ogni prigioniero, indipendentemente dal costo per mantenerlo. Secondo Russell Boraas, amministratore di una prigione privata in Virginia, «il segreto dei costi di gestione bassi sta nell’avere il numero minimo di guardie per il numero massimo di prigionieri». La Cca, per esempio, ha una prigione ultra-moderna a Lawrenceville, in Virginia, dove cinque guardie nel turno di giorno e due in quello di notte sorvegliano oltre 750 prigionieri. In queste prigioni, i carcerati possono ottenere la riduzione della pena per “buona condotta”, ma qualsiasi infrazione è punita con 30 giorni aggiuntivi – che significa più profitti per la Cca.
Una forza lavoro quella in carcere che ha rappresentato per molte multinazionali una manna dal cielo: costa poco, non protesta e non chiede tutele o assicurazioni. Almeno 37 stati hanno affidato per legge il lavoro dei detenuti a società private che organizzano le lavorazioni direttamente all’interno delle prigioni di Stato. nella lista di queste aziende si trova la crema delle corporazioni Usa: Ibm, Boeing, Motorola, Microsoft, At&t, Wireless, Texas Instrument, Dell, Compaq, Honeywell, Hewlett-Packard, Nortel, Lucent Technologies, 3Com, Intel, Northern Telecom, Twa, Nordstrom, Revlon, Macy, Pierre Cardin, Target Stores e molte altre. I carcerati dei penitenziari di Stato generalmente ricevono lo stipendio minimo per il loro lavoro, ma non tutti; in Colorado, per esempio, vengono pagati circa 2 dollari l’ora, ben al di sotto del minimo. E nelle prigioni private ricevono solo 17 centesimi l’ora per un massimo di sei ore al giorno, l’equivalente di 20 dollari al mese. La prigione privata con le paghe migliori è la Cca del Tennessee, dove i prigionieri ricevono 50 centesimi all’ora per quelli che vengono «impieghi altamente qualificati».
Grazie al lavoro carcerario, gli Stati Uniti risultano ancora appetibili per investimenti originariamente progettati per il mercato del così detto “terzo mondo”. Un’azienda che possedeva una maquiladora (impianto di assemblaggio) in Messico vicino al confine, per esempio, ha chiuso i suoi stabilimenti e li ha ricollocati nella famosa prigione di Stato di San Quentin, in California.
Per concludere, alcuni dati. Il 97% dei 125mila carcerati federali sono stati condannati per crimini non-violenti. Si stima che più della metà dei 623mila carcerati delle prigioni comunali o di contea siano innocenti dei crimini di cui sono accusati. Di questi, la maggioranza sta attendendo il processo. Due terzi del milione di prigionieri statali hanno commesso crimini non-violenti. Il sedici per cento dei quasi tre milioni di prigionieri del paese soffre di malattie mentali.

Aboliamo le prigioni?

“Aboliamo le prigioni?” sarà presentato domenica a Roma al Volturno occupato, via Volturno 37 alle ore 19 nell’ambito di una “giornata sulla prigionia femminile” organizzata da Scarceranda e Ora d’aria
copertina_davisprigioni

Vincenzo Guagliardo, Liberazione 6 Marzo 2009

Che fine ha fatto la famosa compagna afroamericana Angela Davis, per la cui liberazione ci si mobilitò in tanti, e con successo, sia in America che in Europa nei primissimi anni Settanta? E’ rimasta al suo posto: sempre idealmente vicina ai suoi vecchi “maestri”, il filosofo Marcuse e il detenuto ammazzato in carcere George Jackson, da studiosa e militante ha continuato ad approfondire certi temi, e, mutando e migliorando sempre il suo approccio, propone ora come approdo la lotta per l’abolizione delle prigioni. Così come si è fatto prima per la schiavitù e, ormai in molti paesi, per la pena di morte. (Angela Davis, Aboliamo le prigioni? , Minimum fax, 270 pagine, euro 14,50). Le prigioni sono un cancro nel cuore della democrazia che, così, non è più tale. Il carcere infatti non è solo la prigione, è una vasta intricata e ignorata rete di interessi e conseguenze, è un «complesso carcerario-industriale». «Le strategie di abolizione del carcere riflettono una comprensione dei nessi tra istituzioni che di solito concepiamo come diverse e slegate (…) La povertà persistente nel cuore del capitalismo globale porta a un aumento della popolazione carceraria, che a sua volta rafforza le condizioni che perpetuano la povertà». I carcerati sono gli eredi degli schiavi, persone senza diritti (e gli ergastolani gli eredi dei condannati a morte). La vecchia pena visibile si occulta dietro i muri, e grazie all’invisibilità viene accettata come cosa normale. Ma da questo laboratorio-memoria ogni tanto le sue tecniche devono fuoriuscire. Mica sono lì per niente. Quando ciò avviene, a Guantanamo o ad Abu Ghraib in Iraq, magari sotto forma di tortura filmata, il progressista scende in campo in difesa della “democrazia”, cui tali aspetti sarebbero estranei: in realtà continua a ignorare la fonte, “il cancro” della cosiddetta democrazia, la sua realtà quotidiana. Ma ora in America ci sono più di due milioni di reclusi. Come nascondersi con tali numeri che il carcere è ormai un ghetto dove buttar via una buona parte della gente ormai considerata superflua, demonizzandola, sottoponendola a un trattamento che terrorizzi gli altri superflui e cementi la morale della gente perbene? free_angela_buttonE come ignorare che l’esportazione della “democrazia” americana esporta anche questo cancro, che esso ne fa parte… “di brutto”? Ecco: un discorso semplice, lineare. Siamo arrivati a un momento chiave, possiamo ripercorrere a ritroso il cammino del cancro, giungere alla logica conclusione del discorso (la «democrazia dell’abolizione»). Ma immagino che l’intellettuale italiano medio qualificherà questa analisi come rozza: slogan pietrificati, detriti sociologici… E se fosse evangelica chiarezza? Il futuro che già vediamo in atto anche qui? Beh, se non lo riconosceremo, sarà allora difficile capire il successo ottenuto nel 1998 dagli studenti americani con sit-in e manifestazioni in cinquanta campus. Avevano visto in un filmato che «Le guardie del Brazoria County Detention Center usavano pungoli elettrici per il bestiame e altre forme d’intimidazione per ottenere il rispetto e costringere i prigionieri a dire: Amo il Texas». A guadagnare in quel carcere privatizzato era la Sodexho (con sede a Parigi!): tra le università che hanno rinunciato ai servizi della Sodexho figurano la Suny di Albany, il Goucher College e la James Madison University. La Sodexho ha ceduto, ha mollato il Brazoria… Se non lo riconosceremo, faremo girotondi.
In appendice al libro della Davis, Guido Caldiron e Paolo Persichetti provano generosamente a dimostrare l’attualità delle tesi abolizioniste dell’autrice riferite alla situazione italiana ed europea. Un’attualità tutt’ora virtuale, s’intende…

Mammagialla morning

Ore 6.30: gli uccelli già cinguettano fuori. Sono scomparse le cornacchie, mi domando perché. Apro la finestra. Un’ape proveniente dalle arnie del carcere è venuta a morire sul davanzale. Il loro ciclo vitale è di soli 60 giorni. Una ventina trascorsi allo stato larvale nella celletta dove la regina ha depositato le uova, i successivi 40 vissuti da operaia, con mansioni diverse. Prima la pulizia delle celle, poi la produzione di cera, quindi accudendo la regina madre, infine occupandosi dell’interno dell’arnia dove c’è sempre qualcosa da fare come produrre propoli per saldare ermeticamente gli spifferi d’aria o mummificare i corpi estranei. Solo dopo questa dura corvee viene finalmente il diritto all’agognata avventura: le missioni esterne. Scorazzare tra prati e fiori, raccogliere polline e nettare, produrre miele, avvistare altri campi, partire in avanscoperta, scovare nuovi ripari per gli sciami che decidono d’andar via quando una nuova regina vuole fondare famiglia altrove. E quando arriva l’ora fatale dopo tanto lavoro, prima che la stanchezza vinca completamente, c’è il viaggio finale, l’ultimo volo, quello funerario. Nata in una cella la povera ape non poteva che trovare il proprio letto di morte in un’altra.
La colazione è già sul ripiano marrone appeso al muro. Sollevo il panno che ricopre lo scaldalatte e m’accorgo che lo yogurt non è venuto. Ieri sera ho atteso troppo e il latte deve aver perso la giusta temperatura. Pazienza. Con i biscotti è buono lo stesso.
Ascolto i notiziari del mattino rigorosamente rete per rete, poi le rassegne stampa televisive e radiofoniche. Alla fine spengo tutto. Di nuovo silenzio. La sezione dorme ancora. Che pace! È il momento migliore della giornata. Passa il carrello dell’infermeria. Come sempre cigola troppo. C’è chi aspetta la terapia. Più tardi arriva il latte caldo dell’amministrazione. Solita trattativa per averne di più, se avanza.
Sono le otto e trenta, da un po’ sto leggendo l’arretrato di giornali che mi sovrasta. Già sono partito con le forbicine chicco che non tagliano nemmeno la carta. Conservo alcuni articoli di “terza pagina”. La guardia apre le celle, c’è il lavorante che raccoglie la spazzatura. Non c’è ancora la posta del giorno prima (in questo carcere tutto viene consegnato con almeno 24-48 ore di ritardo).
Sono quasi le 9. È il momento di prepararsi per scendere all’aria. Oggi ci tocca il campo di calcio. Finalmente usciamo. Solita caciara. Battute, risate, occhi gonfi, visi assonnati. Il terreno è un po’ pesante. Ieri ha diluviato. Incontro Luciano e passeggiamo parlando per una ventina di minuti, quindi incomincio a fare la mia corsa. È dura, ma lentamente arrivo a scaldarmi e trovo finalmente il fiato. Concludo con un paio di scatti da una estremità all’altra del campo. Smetto. Recupero l’ossigeno e mi avvicino ad un gruppo che fa ginnastica. Mi aggrego. Facciamo gli addominali. Serie da venti. Nessun problema. Poi un po’ di flessioni. Qualche problema. Si avvicina il russo.
Iuo fare luotta libera. Io insegnare te luotta.
Vabbé, se proprio ci tieni!
Come faccio a dirgli di no? Rischio di sembrare scortese. Poi con quell’accento meglio assecondare. Così fino alla dieci e mezza scopro la differenza tra greco-romana e libera. Mi spiega alcune prese. In genere con Milseu mi capita di fare scherma pugilistica. Quella la conosco bene. Nonostante gli anni passati ho conservato sufficiente dimestichezza.
Salgo in sezione giusto in tempo per la doccia. C’è diversa gente. Solite chiacchiere. Arriva Valerio. Ora ha il pizzetto. Era un po’ che non lo vedevo. È di Sezze romano, “l’ultimo degli Angioini” – racconta. Ha una buona proprietà di linguaggio. Sicuramente proviene da una famiglia benestante. Deve aver frequentato il liceo da ragazzo. Forse ha commesso un reato in famiglia. Un parente ucciso probabilmente. Qualcuno dice il padre. Sta in cella con Pino, carcerato da undici anni. Tutti e due con problemi psichiatrici. Pino percepisce una pensione d’invalidità perché schizofrenico. Ha sbudellato un vicino durante una lite sotto l’ingresso della sua casa popolare a Rebibbia. L’altro giorno aveva il ballo di san vito alle mani.
Cos’hai Pino?
Il prete mi ha detto che è morta mia moglie. Sarà vero?
E quando te lo ha detto?
Ieri, ma non è la prima volta. Che dici, sarà vero?
Beh, se non è la prima volta, dev’essere vero.
Anche se eravamo divorziati, mi dispiace. Era la madre dei miei figli.
Pino pare completamente perso. Di lui non si cura nessuno. Ho scritto a qualche associazione, senza risultati. Quando uscirà a fine pena, tra non molto, non avrà nemmeno un letto dove andare a dormire. La famiglia l’ha abbandonato perché lui aveva abbandonato loro. Pino è incapace di qualsiasi cosa. Non sa leggere, non sa parlare. Immagino la scena della sua scarcerazione. Immobile davanti al portone col sacco di plastica nero in mano. Si guarda davanti senza sapere cosa fare, dove andare. Cercherà di raggiungere l’ufficio postale dove sono depositate alcune migliaia di euro. Gli arretrati della sua pensione d’invalidità. Ogni tanto viene e mi chiede:
Ma sei sicuro che quando esco ci saranno i soldi della pensione?
E magari se li farà pure rubare da qualche altro disperato. Dove andrà Pino quel giorno? Sotto quale ponte? Nella hall di quale stazione? Quanto resterà vivo, Pino?
Nel 1576 a Sezze sono sbarcati i marziani!
Mi giro per non mostrare che sto ridendo. Valerio adesso parte con una delle sue. Tempo fa sosteneva che sotto la griglia che raccoglie gli scarichi della doccia c’erano le trote.
Le trote?
Si, le trote. Non le senti? Ascolta.
E noi ascoltavamo protesi con l’orecchio.
Beh, allora se le magnamo! E mica le lasciamo qui! Aspetta che mo’ vado a pijà la canna…
Il periodo ittico ora pare terminato. Siamo all’era astrale.
Una volta ho visto un’astronave. I primi marziani sono scesi a Sezze, poi è arrivato Nakamoto, lo scienziato giapponese con lo skateboard e ha salvato il mondo. Ha creato l’istituto scientifico spaziale. Così a Sezze c’è l’università.
In sezione incrocio Cheng, detto “Liso flitto” perché cucina un ottimo riso cantonese e perché non conosce la erre. Sembra uscito dai fumetti. Parla proprio come fanno i cinesi con i dentoni nelle nuvolette dei cartoni animati.
Liso flitto ride sempre. Ma anche quando sembra allegro è incazzato. Domenica al passeggio dell’una mi ha raccontato la sua ultima lite. C’è voluto un po’ per decifrare, ma alla fine ho capito. Gli hanno messo in cella un detenuto che pare sia omosessuale. Si dice che l’abbiano preso col sorcio in bocca… ma in carcere si dice sempre troppo.
Liso flitto allora è molto incazzato con la Direzione per quello che ritiene un affronto alla sua onorabilità.
Io non volele flocio in cella. Mio paese non succede questo. Flocio con flocio, non mischia. Io denunciale se lolo tenele flocio in mia cella.
Aspetta Cheng, non è mica così semplice. Non puoi essere razzista. Non puoi denunciare uno perché è omosessuale. Lui avrà anche il diritto di essere frocio.
No, non in mia cella.
Scusa Cheng, mica ti ha messo le mani addosso. Si comporta bene, no? È un bravo ragazzo?
Cosa? Lui toccale mio culo? Se lui provale, lui molto. Io non potele dolmile la notte con flocio. Io dovele gualdale semple. Io pallato con bligadiele. Io detto: mio palese altla cultula. Divelso da Italia. Flocio con flocio, altlo con altlo. Non mischia. Io volele mia cultula lispettata.
E cosa ti ha risposto?
Lolo stlonzi, plendele pelilculo.
Pule lolo floci? Ho detto, cercando una battuta non so quanto felice.
Io salito cella, preso sgabello e lotto testa.
Quindici giorni di cella di punizione e Cheng è ritornato in sezione, dopo aver risolto il problema del cocellante.

Ps: Liso flitto è uscito con l’indulto del 2006 ed è tornato dalla famiglia. Pino terminata la pena ha trovato ad aspettarlo fuori dalla porta del carcere un operatore volontario (sollecitato dai suoi compagni detenuti) che lo ha accompagnato in un centro di accoglienza dove è stato momentaneamente ospitato. Preso in cura dal Centro di igiene mentale ha avuto il tempo di una piccola disavventura. Uscito dal centro di accoglienza dopo la sua prima notte di libertà, si è incamminato per le strade del centro storico di Viterbo dove ha perso l’orientamento fino a perdersi. Nel panico più assoluto e timoroso di avvincinarsi a chiunque per chiedere aiuto, ha passato la notte sulla panchina di un giardino pubblico. All’alba si è nuovamente incamminato riuscendo finalmente a trovare la sede del Cim. Ora vive in una comunità di accoglienza. Pare stia bene. L’ultima volta che ho avuto notizie di Valerio era ancora al Mammagialla.

Giustizia: sotto la benda… (dall’antologia di Spoon River)

Vidi una donna bellissima con gli occhi bendati eretta sui gradini di un006345-giustizia32 tempio di marmo. Grandi moltitudini passavano davanti a lei, sollevando la faccia per implorarla. Nella mano sinistra teneva una spada. Brandiva quella spada colpendo a volte un bimbo, a volte un operaio, ora una donna che tentava di sottrarsi, ora un folle. Nella destra teneva una bilancia; nella bilancia venivano gettati pezzi d’oro da quelli che schivavano i colpi della spada. Un uomo con la toga nera lesse da un manoscritto: “Ella non rispetta gli uomini”. Poi un giovanotto col berretto rosso balzò al suo fianco e le strappò la benda. Ed ecco, le ciglia erano corrose dalle palpebre imputridite; le pupille bruciate da un muco latteo; la follia di un’anima morente le era scritta sul volto – ma la moltitudine vide perché portava la benda.

[Dall’Antologia di Spoon River]