«Mi chiamo Sirio e per parlare uso un tablet e i segni delle mani, per ascoltare due protesi acustiche, per respirare una tracheostomia, per mangiare una gastrostomia, per camminare una sedia a rotelle e due bei tutori colorati.
Mi chiamo Sirio, è questo il nome che non mi chiedete mai, che fate fatica a domandare, identico a quello di una stella.
Mi chiamo Sirio e quando lo pronuncio mi capisco solo io, perché la mia bocca aperta che osservate interdetti non mi fa parlare come vorrei, come parla la mia testa.
Però mi presento lo stesso e il mio nome lo dico indicandomi, mostrandovi che son qui, sono proprio questo bimbo buffo che avete davanti, così diverso da tutti quelli che avete sempre visto, così diverso da tutti quelli a cui sorridete e fate le vocine cretine.
Sono quello che guardate ammutoliti, quello che fa calare il silenzio quando passa, quello che vi fa un po’ impressione, un po’ senso, un po’ ribrezzo, e magari anche simpatia, chissà.
Sono quello a cui non sapete come dire le cose, non sapete se potete, non sapete se è il caso: e allora vengo a rompere il ghiaccio da solo, mi vengo a presentare senza badare al vostro stupore, tantomeno alla compassione, che ha smesso di scalfirmi. Vengo davanti a voi, con la mia irriverenza, a presentarmi ai vostri sguardi fatti di filo spinato, ai vostri sguardi confine, i vostri sguardi muro. Vengo a divertirmi con le vostre reazioni, a provocarvi, a vedere se siete capaci di capire che vi sto prendendo in giro, che in me e nel mio corpo sbilenco non c’è niente di drammatico, niente di serio o di abominevole, che la mia bava non può farvi nulla, è solo mia.
Non posso mica perturbarvi solo perché esisto, perché ho osato resistere alla morte e ho deciso di innamorarmi della vita e di voler attraversare il mondo, presentandovi la diversità e la mia voglia di divertirmi e ridere in faccia alla sfiga.
E allora eccomi qui, sono Sirio, il re sbilenco dei Tetrabondi, tetraplegico e vagabondo, bavoso e felice, che vuole riaprire le porte della città per far entrare tutti quelli lasciati fuori: il meraviglioso e storto esercito di corpi non adeguati e non conformi, di corpi esclusi, rinchiusi, declassati, innominabili, che vogliono raccontare tutto quello che non hanno potuto mai.
Eccomi qui ad aprire questa porta pesantissima per attraversare strade che sentite solo vostre e invece son di tutti, strade che sembrano essere state disegnate solo per voi e invece son dei corpi che volano leggeri, come di quelli che san solo strisciare.
Lasciate lontano la paura, lasciate lontano l’orrore della deformazione, della malattia, della disabilità, della pazzia, della diversità e venite a giocare con me, a parlare con me, a ballare.
Archivio dell'autore: insorgenze
Il buco nell’acqua della Procura di Roma, nell’archivio di Persichetti nessun documento riservato

E’ arrivata finalmente la relazione tecnica realizzata sul mio archivio di lavoro sequestrato l’8 giugno 2021 (vedi qui e qui). Nel gennaio scorso il Gip aveva disposto la duplicazione dei dati presenti nei dispositivi sottoposti a sequestro e aveva chiesto di individuare al loro interno i «documenti provenienti dalla Commissione di inchiesta relativa al sequestro dell’On. Moro presieduta dall’On. Fioroni, delimitando tale ricerca al periodo 2/10/2014 – 31/3/2018», periodo di attività della Commissione parlamentare. Indagine finalizzata a cercare la prova della presenza di materiale riservato proveniente dalla Commissione Moro 2, che – secondo l’ipotesi avanzata dalla Procura dopo una rocambolesca serie di cambi di accusa – avrei utilizzato per favorire alcuni latitanti coinvolti nel sequestro Moro.
In 23 dei 27 device e altri supporti di archiviazione sequestrati dalla Polizia di prevenzione, supportata da Digos e Polizia postale – è scritto nella perizia – «non sono stati rinvenuti elementi riferibili alla richiesta del Pm». Circostanza ovvia, alcuni di questi contenevano solo materiale di pertinenza familiare.
Nei 4 supporti restanti sono stati estratti nel complesso 725 elementi: 589 pdf, 117 immagini, 1 video, 13 files testo e 5 folder.
Tra i 589 pdf ci sono:
– 1 libro in doppia copia e 2 copie di un mio articolo apparso su il Dubbio del 24 ottobre 2017 dal titolo, «La bufala del Br Alessio Casimirri salvato dai servizi»;
– 585 documenti scaricati da fonte aperta, in buona parte dal sito dell’ex membro della Commissione Moro 2, Gero Grassi (https://gerograssi.it/b131-b175/#B131). Pdf scaricati dal 18 maggio 2018 in poi, ovvero tre mesi dopo la chiusura dei lavori della Cm2 e la declassificazione degli atti stessi. Un numero ristretto di pdf proviene invece dal portale della Commissione attivato successivamente, messo a disposizione di studiosi e cittadini che volevano fare richiesta di documenti prodotti dalla Commissione. I restanti pdf riguardano le schede di registrazione delle audizioni svolte dalla Commissione che si trovano sul sito di Radio Radicale.
Le 117 immagini sono così suddivise:
– 46 foto della bozza preparatoria della relazione finale del primo anno di lavori della Commissione, resa pubblica il 15 dicembre 2015. Tra le 46 immagini quasi la metà, 20, sono doppioni presenti in un cellulare attivato pochi mesi prima del sequestro. Queste immagini, da cui sarebbe scaturita l’indagine dopo una intercettazione di alcune mail, erano già in mano agli inquirenti al momento della perquisizione, non costituiscono per tanto alcuna novità.
– 2 immagini doppione dello schizzo dell’azione di via Fani realizzato da Mario Moretti, depositato in commissione Moro 2 dallo storico Marco Clementi al momento della sua audizione, il 17 giugno 2015 e citato nel libro a cui ho preso parte, Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera, Deriveapprodi 2017.
– 15 immagini di una relazione del Sismi inviata alla prima Commissione Moro. Documentazione presente nella Direttiva Prodi raccolta in Archivio centrale dello Stato.
– 1 immagine della lettera di Mario Moretti inviata alla Cm2, già citata nel libro sopra indicato.
– 1 immagine di una camicia con frontespizio «Telefonate anonime», proveniente dalle buste del Fondo Moro – Direttiva Prodi presente in Archivio centrale dello Stato.
– 1 video del responsabile Ris carabinieri che presenta la relazione tecnica sulle perizie svolte per conto della Cm2, facilmente reperibile in rete.
– 5 folder contenenti la documentazione raccolta in Archivio centrale dello Stato.
– 6 documenti testo formato pages con gli indici del contenuto delle buste da me visionate all’interno della Direttiva Prodi, fondo Moro, presso l’Archivio centrale dello Stato.
– 7 documenti formato word con doppioni di articoli vari.
Nessun documento riservato
Appare superfluo sottolineare l’assoluta irrilevanza giudiziaria del materiale individuato. Al momento della perquisizione avevo inutilmente spiegato quale fosse il contenuto del mio archivio, indicando le cartelle contenenti i documenti della Commissione Moro 2, invitando i funzionari di polizia a verificare come i pdf fossero agevolmente scaricabili dal sito di Gero Grassi e dal portale della Commissione.
Nonostante il nulla investigativo prodotto da questa indagine da 336 giorni si protrae il sequestro capzioso del mio archivio storico e familiare, dei telefoni cellulari, del computer e del cloud. Appare sempre più chiaro che l’obiettivo di questa inchiesta era quello di portare un attacco diretto alla libertà di ricerca storica, lanciare un monito all’agibilità storica indipendente. Apparati e magistratura hanno invaso un nuovo territorio rivendicando il monopolio della conoscenza del passato, osteggiando e imbavagliando ricostruzioni che sfuggono alle logiche processuali.
Ne discuteremo giovedì 12 maggio presso la biblioteca, hub culturale Moby Dick, a Roma-Garbatella, dalle ore 18.00 nel corso della presentazione di La polizia della storia, la fabbrica delle fake news nell’affaire Moro, Deriveapprodi, maggio 2022.
Analisi del complottismo intorno al «caso Moro»
Percorsi. «La polizia della storia» di Paolo Persichetti, per DeriveApprodi. Dal 5 maggio nelle librerie. Il volume è diviso in due parti: la prima ripercorre le varie tappe dell’inchiesta contro l’autore; la seconda raccoglie una serie di articoli riguardanti alcune delle molteplici “visioni” che accompagnano da più di quarant’anni il racconto delle vicende legate al rapimento e all’uccisione del presidente della Dc e della sua scorta
Marco Grispigni, il manifesto 3 maggio 2022
L’uscita in questi giorni del libro di Paolo Persichetti, La polizia della storia. La fabbrica delle fake news nell’affaire Moro (DeriveApprodi, pp. 277, euro 20), ci offre lo spunto per ritornare sulla vicenda giudiziaria di cui ci siamo già occupati sul manifesto. Il volume è diviso in due parti: la prima ripercorre le varie tappe dell’inchiesta contro Persichetti; la seconda raccoglie una serie di articoli pubblicati su giornali, riviste e siti web che smontano, con documenti e testimonianze, alcune delle molteplici fandonie che accompagnano da più di quarant’anni il racconto delle vicende legate al rapimento e all’uccisione di Aldo Moro e della sua scorta.
UN BREVE ACCENNO alla vicenda giudiziaria, ancora aperta dopo quasi un anno, è necessario. Il sequestro dell’archivio di studio e delle carte private di Paolo Persichetti viene giustificato con una accusa surreale: appartenenza a un’associazione sovversiva con finalità di terrorismo, formata nel 2015, di cui non si faceva il nome, non si conoscevano gli altri appartenenti, né tantomeno gli obiettivi. La roboante accusa si rivela solo un utile grimaldello per ottenere l’autorizzazione al sequestro dell’archivio e ben presto scompare, sostituita da quella di divulgazione di documenti riservati e di favoreggiamento.
Nel vero e proprio teatro dell’assurdo rappresentato da queste vicende emerge una novità inquietante per la quale si passa da Kafka a Orwell: l’esistenza di quella che Persichetti definisce come la «polizia della storia». Si scopre infatti che fra le tante attività di controllo del territorio degli apparati di sicurezza c’è anche quella di occuparsi delle interpretazioni storiografiche sui cosiddetti anni di piombo che si distinguono dalle versioni «ufficiali».
Nella Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza per il 2019, infatti, nella parte che riguarda i «pericoli» interni si segnala che il Comparto intelligence ha rilevato «il proseguire dell’impegno divulgativo, specie attraverso la testimonianza di militanti storici e detenuti “irriducibili”, volto a tramandare la memoria degli anni di piombo» rivolto soprattutto a «un uditorio giovanile della composita area dell’antagonismo di sinistra». Non c’è che dire, una impeccabile interpretazione della ripetuta richiesta di una «storia condivisa». Versioni contrastanti si possono tollerare solo all’interno dell’accademia, siamo un Paese democratico; fuori solo «storia condivisa».
LE PAGINE SU DIFFERENTI aspetti della vicenda Moro vanno nella stessa direzione di quelle di altri studiosi, come Marco Clementi o Vladimiro Satta, a smontare l’incredibile mole di falsità che alimentano i cosiddetti «misteri» del caso Moro. Le interpretazioni complottistiche sulla drammatica vicenda Moro nascono già durante i 55 giorni del sequestro e poi divengono la lettura egemone di quegli avvenimenti. Dai libri di Flamigni fino ai lavori di Gotor una serie enorme di misteri si susseguono, puntualmente smentiti dalle carte processuali e dalle testimonianze, ma capaci di affermarsi ugualmente come un disperato rifiuto di accettare che un avvenimento enorme, il rapimento e l’uccisione del più importante uomo politico di quegli anni, possa essere spiegato esclusivamente all’interno delle vicende della lotta armata.
Negli ultimi anni la possibilità di accedere a numerosi documenti «desecretati» con le direttive Prodi e Renzi ha offerto nuovi e importanti fonti agli studiosi. Da questi archivi emergono documenti inquietanti sulle «frequentazioni» tra personaggi tristemente noti dell’eversione fascista, come Delle Chiaie o Zorzi, con i servizi e in particolare con l’Ufficio affari riservati guidato da Umberto D’Amato. Sempre a proposito dell’Uar ora sappiamo che fin dalla sera del 12 dicembre 1969 i suoi uomini presero nella Questura di Milano la guida delle indagini per la strage di piazza Fontana. C’erano loro in Questura anche la notte che Giuseppe Pinelli volò dalla finestra.
IN QUESTI STESSI ARCHIVI invece non emerge niente che possa sostenere i misteri del caso Moro, una direzione esterna delle Br, la presenza nell’organizzazione di infiltrati. Nonostante questo, la lettura complottistica del caso Moro persiste e continua a occupare le prime pagine dei giornali (ora con l’incredibile teoria dell’anagramma nelle lettere di Moro che avrebbe indicato l’indirizzo della sua prigione), mentre le notizie sulle stragi e l’uso dei fascisti restano confinate nei libri di storia «riservati» agli studiosi. Forse anche questa è l’idea di «storia condivisa».

Persichetti racconta la sua storia processuale in “La polizia della storia”
Recensioni – La storia del sequestro del suo archivio, la girandola di imputazioni, la caccia al reato inesistente, il tentativo di imbavagliare la ricerca storica indipendente, le ultime acquisizioni sul rapimento Moro, una critica serrata delle narrazioni dietrologiche, un bilancio spietato dei lavori della Commisssione parlamentare Moro 2, il tutto raccolto in un racconto avvincente e pieno di colpi di scena. Il 5 maggio nelle librerie, in prevendita su tutti gli store online

Frank Cimini, il Riformista 30 aprile 2022
La polizia della storia è il titolo di 281 pagine, editore Derive Approdi, 20 euro, in libreria dal 5 maggio con cui Paolo Persichetti racconta il suo caso che la dice lunga sulla qualità della nostra democrazia, dalla Prima Repubblica fino ai giorni nostri. Come se non fossero passati ben 44 anni dal sequestro e dall’omicidio di Aldo Moro, il fatto intorno al quale ruotano le parole del ricercatore che ormai quasi un anno fa subì i sigilli al suo archivio, il più pericoloso del mondo. E non ha ancora riavuto dall’8 giugno del 2021 “il maltolto” dove era compresa pure la certificazione medica di Sirio il figlio diversamente abile.
Paolo Persichetti combatte da anni la battaglia contro la dietrologia spiegando che il fenomeno non riguarda solo il passato ma il presente e il futuro di questo paese. Persichetti è coinvolto in una vicenda giudiziaria dove il capo di incolpazione ha subito cinque modifiche e visto l’eliminazione del reato più grave, l’associazione sovversiva finalizzata al terrorismo attraverso la violazione del segreto di carte della commissione parlamentare sul caso Moro che segrete non erano. L’inchiesta è coordinata dal pm Romano Eugenio Albamonte lo stesso che ha chiesto e ottenuto di prendere il Dna dei brigatisti condannati per via Fani e altre persone nell’ambito di una caccia a complici ulteriori veicolando il sospetto che servizi segreti nazionali e esteri avessero avuto un ruolo nella vicenda con cui la Prima Repubblica cominciò a morire.
“L’idea che la realtà sia qualcosa su cui si deve gettare luce perché dominata dall’ombra e dall’invisibile diventa il nuovo modo di giustificare una contronarrazione che si pretende autonoma libera e indipendente dai ‘poteri’ – scrive l’autore – È sconcertante questa idea di un passato fatto di misteri e segreti anziché di processi, rotture, trasformazioni, uno schema cognitivo che riporta ai tempi dell’Inquisizione…. L’idea che il mondo sia più comprensibile se visto dal buco della serratura di un ufficio dei servizi segreti piuttosto che dai tumulti che attraverso le strade e i luoghi di lavoro è il segno di una malattia della conoscenza. Attraverso la dietrologia si vuole veicolare l’idea che dietro ogni ribellione non c’è l’agire sociale e politico di gruppi umani ma solo un inganno, una forma di captazione, uno stratagemma del potere”.
Va ricordato che la dietrologia non è un fenomeno solo italiano. Basti pensare a quanto accaduto intorno all’11 settembre. Ma il nostro è per molti aspetti un paese almeno un po’ particolare perché il capo dei dietrologi sta al Quirinale fa pure il presidente del Csm che quasi ogni 16 marzo e 9 maggio insiste: “Bisogna cercare la verità”. Come se cinque processi non avessero accertato anche dalle deposizioni di “dissociati” e “pentiti” che dietro le Brigate Rosse c’erano solo le Brigate Rosse. “Esiste in questo paese un organismo che si chiama polizia di prevenzione il cui ruolo potrebbe finire pericolosamente per sorvegliare l’indagine storica se non addirittura per prevenirla segnando i paletti oltre i quali non è lecito inoltrarsi” scrive nella prefazione Donatella Di Cesare aggiungendo di “una gendarmeria della memoria che assenza una concezione poliziesca della storia narrata in bianco e nero, da una parte i buoni dall’altra i cattivi”.
“Il tratto di strada che il 16 marzo del 1978 vide alcuni operai scesi dalle fabbriche del nord insieme a dei giovani romani dare l’assalto al convoglio di auto che trasportavano l’onorevole Moro non trova pace. Questo fatto storico non è accettato ancora dai cultori del complotto, anzi dei ripetuti complotti di diversa natura e colore, tutti assolutamente reversibili che nei decenni si sono succeduti in perfetta antitesi tra loro” chiosa l’autore. E per questa ragione domenica 22 febbraio 2015 la zona fu sottoposta a scansione laser dalla polizia scientifica. I nuovi rilievi fecero emergere l’assenza di novità. In via Fani agirono le Brigate Rosse. Solo loro. Ma dirlo, riaffermarlo, ribadirlo è pericoloso. In pratica come dimostra la vicenda di Paolo Persichetti un reato.

Quando l’Italia dava asilo agli attentatori De Gaulle
Agli smemorati che si indignano per la decisione della cassazione di Parigi di chiudere definitivamente il contenzioso con l’Italia sulle richieste di estradizione dei dieci ex militanti di gruppi armati di sinistra degli anni 70, riparati in Francia da diversi decenni, vale la pena ricordare che anche l’Italia negli anni 60 offrì protezione e rifiutò di estradare gli esponenti dell’Oas che attentarono contro il presidente francese De Gaulle oppure sul fronte opposto gli esponenti del Fronte di liberazione nazionale algerino
Esattamente un anno fa, nella serata di lunedì 28 marzo 2022 la rete televisiva pubblica francese France 2 ha trasmesso una inchiesta giornalistica all’interno di un format mensile di approfondimento, Affaires sensibles, dal titolo: «Brigate rosse, la fine dell’esilio?». Per circa 70 minuti gli spettatori d’Oltralpe hanno visto scorrere immagini che provavano a riassumere oltre 40 anni di politica d’asilo informale offerta ai rifugiati italiani degli anni 70, nota come «dottrina Mitterrand», anche se non si è mai trattato di una dottrina codificata ma di una politica di fatto, perseguita con alcune rilevanti eccezioni da ben quattro presidenti della Repubblica: Mitterrand, Chirac, Sarkozy e Hollande. Un dibattito tra l’avvocato e presidente onorario della Ligue des droits de l’homme, Henri Leclerc, e il giornalista della Stampa Paolo Levi, chiudeva la trasmissione. Il primo chiamato a difendere le ragioni giuridiche, politiche e umane di questa politica d’accoglienza, il secondo a dare voce un po’ sguaiata alle ragioni avverse dello Stato italiano. Nel tentativo di trovare argomenti suggestivi in favore della estradizione degli ex militanti italiani, ormai integrati da decenni nella società francese, il giornalista Paolo Levi ha paragonato le azioni mirate dei gruppi armati della sinistra dell’epoca, rivolte contro obiettivi selezionati delle gerarchie economiche, politiche e statuali italiane, a quelle indiscriminate dei jihadisti che dagli anni 90 in poi hanno insanguinato le città francesi, fino al massacro del Bataclan, molto più simili per la loro natura stragista alle bombe che in Italia fascisti e apparati dello Stato hanno disseminato nelle piazze e stazioni nei primi anni 70, provocando centinaia di morti e feriti. Preso dalla foga, l’inviato de la Stampa ha provocatoriamente chiesto cosa mai avrebbe pensato l’opinione pubblica francese se gli autori del massacro del Bataclan avessero trovato ospitalità in Francia. Levi avrebbe fatto bene a leggere qualche libro in più prima di lanciarsi in simili incauti paragoni, perché qualcosa di simile è già accaduto in passato. Durante la guerra d’Algeria, in Italia trovarono ospitalità e sostegno esponenti importanti dell’Oas, una organizzazione clandestina della destra francese messa in piedi da membri dell’Esercito e dei Servizi segreti contrari all’indipendenza dell’Algeria. La loro presenza in Italia era sottoposta alla stretta sorveglianza dell’Ufficio affari riservati, recenti studi hanno dimostrato che si avvalevano anche del sostegno del Sifar. Quando le autorità italiane non poterono fare a meno di arrestarli per le loro attività cospirative contro il presidente francese De Gaulle e persino contro Enrico Mattei, odiato per il sostegno che attraverso l’Eni forniva alle forze nazionali algerine, evitarono di estradarli favorendo la loro partenza verso Paesi amici o neutri. Uno di loro, Jean-Jacques Susini, beneficiò di una notevole impunità sul territorio italiano anche quando le autorità furono informate del suo coinvolgimento nel fallito attentato contro De Gaulle presso il monumento commemorativo del Monte Faron, a Tolone. Azione concepita in territorio italiano (1). Susini rimase quattro anni in Italia sotto la benevola protezione dalla polizia nonostante le condanne del Tribunale per la sicurezza dello Stato francese.
Al suo arrivo all’Eliseo, nel 1981, François Mitterrand ripagò l’Italia con la stessa moneta, con la differenza che i fuoriusciti italiani non hanno utilizzato il territorio francese come retroterra per fare incursioni in Italia. Di fronte al flusso di rifugiati politici che traversavano le Alpi, fece del suolo francese una sorta di camera di decompressione del conflitto che dilagava in Italia, rifiutando le estradizioni nell’attesa di un’amnistia. «Al di la della risposta giudiziaria – ha spiegato una volta consigliere giuridico dell’Eliseo Louis Joinet, vero architetto di questa politica d’asilo – si trattava di facilitare il cammino di chi tentava di uscire dalla lotta armata per andare verso una soluzione politica. L’importante era non marginalizzare quelli che avevano una riflessione politica».
1 Pauline Picco, Liaisons dangereuses, Les extrême droites en France et en Italie, 1960-1984I, Presses universitaires de Rennes, Rennes, coll. « Histoire », 2016.
Sequestro Moro, dopo 44 anni continua ancora la caccia ai fantasmi
Pochi sanno che per il sequestro e l’esecuzione di Aldo Moro e dei cinque uomini della scorta sono state condannate 27 persone. La martellante propaganda complottista sulla permanenza di «misteri», «zone oscure», «verità negate», «patti di omertà», ha offuscato questo dato. Il sistema giudiziario ha concluso ben 5 inchieste e condotto a sentenza definitiva 4 processi. Oggi sappiamo, grazie alla critica storica, che solo 16 di queste 27 persone erano realmente coinvolte, a vario titolo, nel sequestro. Una fu assolta, perché all’epoca dei giudizi mancarono le conferme della sua partecipazione, ma venne comunque condannata all’ergastolo per altri fatti. Tutte le altre, ben 11 persone, non hanno partecipato né sapevano del sequestro. Due di loro addirittura non hanno mai messo piede a Roma. Il grosso delle condanne giunse nel primo processo Moro che riuniva le inchieste «Moro uno e bis». In Corte d’assise, il 24 gennaio 1983, il presidente Severino Santiapichi tra i 32 ergastoli pronunciati comminò 23 condanne per il coinvolgimento diretto nel rapimento Moro. Sanzioni confermate dalla Cassazione il 14 novembre 1985. Il 12 ottobre 1988 si concluse il secondo maxiprocesso alla colonna romana, denominato «Moro ter», con 153 condanne complessive, per un totale di 26 ergastoli, 1800 anni di reclusione e 20 assoluzioni. Il giudizio riguardava le azioni realizzate dal 1977 al 1982. Fu in questa circostanza che venne inflitta la ventiquattresima condanna per la partecipazione al sequestro, pronunciata contro Alessio Casimirri: sanzione confermata in via definitiva dalla Cassazione nel maggio del 1993. Le ultime tre condanne furono attribuite nel «Moro quater» (dicembre 1994, confermata dalla Cassazione nel 1997), dove vennero affrontate alcune vicende minori stralciate dal «Moro ter» e la partecipazione di Alvaro Loiacono all’azione di via Fani, e nel «Moro quinques», il cui iter si concluse nel 1999 con la condanna di Germano Maccari, che aveva gestito la prigione di Moro, e Raimondo Etro che aveva partecipato alle verifiche iniziali sulle abitudini del leader democristiano.Tra i 15 condannati che ebbero un ruolo nella vicenda – accertato anche storicamente – c’erano i 4 membri dell’Esecutivo nazionale che aveva gestito politicamente l’intera operazione: Mario Moretti, Franco Bonisoli, Lauro Azzolini e Rocco Micaletto; i primi due presenti in via Fani il 16 marzo. Furono poi condannati i membri dell’intero Esecutivo della colonna romana e la brigata che si occupava di colpire i settori della cosiddetta «controrivoluzione» (apparati dello Stato, obiettivi economici e politico-istituzionali): Prospero Gallinari, Barbara Balzerani, Bruno Seghetti, Valerio Morucci, tutti presenti in via Fani. Gallinari era anche nella base di via Montalcini. Adriana Faranda, che aveva preso parte alla fase organizzativa e il già citato Raimono Etro, che dopo un coinvolgimento iniziale venne estromesso. C’erano poi Raffaele Fiore, membro del Fronte logistico nazionale, sceso da Torino a dar man forte, Alessio Casimirri e Alvaro Loiacono, due irregolari (non clandestini) che parteciparono all’azione con un ruolo di copertura e Anna Laura Braghetti, prestanome dell’appartamento di via Montalcini. Era presente anche Rita Algranati, la ragazza col mazzo di fiori che si allontanò appena avvistato il convoglio di Moro e sfuggì alla condanna per il ruolo defilato avuto nell’azione.Tra gli 11 che non parteciparono al sequestro, ma furono comunque condannati, c’erano i membri della brigata universitaria: Antonio Savasta, Caterina Piunti, Emilia Libèra, Massimo Cianfanelli e Teodoro Spadaccini. I cinque avevano partecipato alla prima «inchiesta perlustrativa» condotta all’interno dell’università dove Moro insegnava. Appena i dirigenti della colonna si resero conto che non era pensabile agire all’interno dell’ateneo, i membri della brigata furono estromessi dal seguito della vicenda. La preparazione del sequestro subì ulteriori passaggi prima di prendere forma e divenire esecutiva. In altri processi la partecipazione all‘attività informativa su potenziali obiettivi, quando non era direttamente collegata alla fase esecutiva, veniva ritenuta un’attività che comprovava responsabilità organizzative all’interno del reato associativo, nel processo Moro venne invece ritenuta un forma di complicità morale nel sequestro. Furono condannati anche Enrico Triaca, Gabriella Mariani e Antonio Marini, membri della brigata che si occupava della propaganda e che gestiva la tipografia di via Pio Foà e la base di via Palombini, dove era stata battuta a macchina e stampata la risoluzione strategica del febbraio 1978. Tutti e tre all’oscuro del progetto di sequestro. Furono condannati anche due membri della brigata logistica della capitale, Francesco Piccioni e Giulio Cacciotti: il primo aveva preso parte, nel mese di aprile 1978, a un’azione dimostrativa contro la caserma Talamo da dove era fuggito insieme agli altri tre suoi compagni, con la Renault 4 rosso amaranto che il 9 maggio venne ritrovata in via Caetani con il cadavere di Moro nel bagagliaio. Gli ultimi due condannati furono Luca Nicolotti e Cristoforo Piancone, membri della colonna torinese mai scesi a Roma ma coinvolti – secondo le sentenze – perché avevano funzioni apicali in strutture nazionali delle Br, come il Fronte delle controrivoluzione.
Tra i 27 condannati, 25 furono ritenuti colpevoli anche del tentato omicidio dell’ingegner Alessandro Marini, il testimone di via Fani che dichiarò di essere stato raggiunto da colpi di arma da fuoco sparati da due motociclisti a bordo di una Honda. Spari che avrebbero distrutto il parabrezza del suo motorino. Marini ha cambiato versione per 12 volte nel corso delle inchieste e dei processi. Studi storici hanno recentemente accertato che ha sempre dichiarato il falso. In un verbale del 1994 – da me ritrovato negli archivi – ammetteva che il parabrezza si era rotto a causa di una caduta del motorino nei giorni precedenti il 16 marzo. La polizia scientifica ha recentemente confermato che non sono mai stati esplosi colpi verso Marini. Queste nuove acquisizioni storiche non hanno tuttavia spinto la giustizia ad avviare le procedure per una correzione della sentenza. Al contrario in Procura sono attualmente aperti nuovi filoni d’indagine, ereditati dalle attività della Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Fioroni, per identificare altre persone che avrebbero preso parte al sequestro: i due fantomatici motociclisti, un ipotetico passeggero seduto accanto a Moretti nella Fiat 128 giardinetta che bloccò il convoglio di Moro all’incrocio con via Stresa, eventuali prestanome affittuari di garage o appartamenti situati nella zona dove vennero abbandonate le tre macchine utilizzate dai brigatisti in via Fani. Si cercano ancora 4, forse 5, colpevoli cui attribuire altri ergastoli. Non contenta di aver condannato 11 persone estranee al sequestro, la giustizia prosegue la sua caccia ai fantasmi di un passato che non passa.
Mille anime morte

Editoriale
Dall’urna dove mille anime morte depositavano le loro schede per l’elezione del presidente della repubblica sono usciti tanti nomi: cariatidi imparentate con i palazzinari, capi dei servizi segreti, pornostar, allenatori, presidenti di squadre di calcio, costituzionalisti, banchieri, magistrati, signore in visone, imprenditori scesi in politica. Una sola volta è apparso il nome di Emilio Scalzo, notav estradato in Francia per il suo sostegno ai migranti contro ogni frontiera. Nessuno ha scritto il nome di Lorenzo Parelli, lo studente diciottenne vittima di quel sistema di creazione di manodopera senza costo e precarizzazione assoluta che è l’alternanza scuola-lavoro, morto appena tre giorni prima che le camere si riunissero in seduta congiunta. Alla fine è passato l’unico nome che potesse garantire lo status quo, la garanzia dello stipendio ancora per i pochi mesi che mancano alla fine della legislatura.
Una volta si sarebbe detto che questo ceto parlamentare dava l’immagine di un mondo completamente scollato dal Paese. Oggi invece sembrano esserne la quasi perfetta rappresentazione. Scrivo «quasi» perché da qualche parte c’è un pezzo di società che da questo mondo non è rappresentato e mi auguro che non voglia esserlo, ma fare in proprio. Certo è solo, isolato, in un angolo, come quegli studenti che hanno manifestato e sono stati caricati dalla polizia per ricordare Lorenzo e pretendere che il diritto allo studio sia liberato dalla schiavitù salariale e dal comando dell’impresa.
Corrado Alunni, dalla Sit-siemens alla lotta armata

È stata resa pubblica la morte di Corrado Alunni, 74 anni. Nato a Roma nel quartiere Centocelle, appena ventenne si trasferì a Milano dove iniziò a lavorare come impiegato alla Sit-siemens e conobbe Paola Besuschio, Pierluigi Zuffada e Mario Moretti. Aderì nel 1972 alle Brigate rosse, in precedenza aveva traversato l’esperienza del Collettivo politico metropolitano da cui si era distaccato insieme a Mario Moretti per ritornare al lavoro politico in fabbrica. Nel 1974 uscì dalle Br per avvicinarsi al gruppo di «Rosso», dove mise in piedi il lavoro illegale, nacquero così le Brigate comuniste. Successivamente diede vita alle Formazioni comuniste combattenti. Venne arrestato nel settembre del 1978 in via Negroli 30 a Milano. Fu subito coinvolto nella inchiesta Moro. La sua foto segnaletica era apparsa nella lista dei sospetti diramata nei giorni successivi al 16 marzo. Diversi testimoni lo indicarono come uno dei partecipanti all’azione di via Fania causa dei suoi baffi, nonostante avesse lasciato le Br quatto anni prima. Tra questi l’ingegner Alessandro Marini, quello che raccontò la bugia dei colpi di mitra esplosi contro il parabrezza del suo motorino. Nel 1980 prese parte con altri 15 detenuti, tra cui il nappista Emanuele Attimonelli e l’esponente della mala milanese Renato Vallazasca a un clamoroso tentativo di evasione dal carcere di san Vittore a Milano. Ferito all’addome quando erano già in strada venne soccorso da Vallanzasca che tornato indietro per aiutarlo fu colpito a sua volta. Nel 1987, nel corso del processo Moro ter nell’aula bunker di Rebibbia annuciò la porpria dissociazione dalla lotta armata.
Nel settembre 2014, durante la fase di preparazione del volume Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera, lo contattai insieme a Marco Clementi per chiedergli una sua testimonianza sul periodo del Collettivo politico e metropolitano (Cpm) e dei Gruppi di studio (Gds) della Sit-Siemens fino al successivo ingresso nelle Brigate rosse.
Di seguito la risposta che ci inviò:
La mia formazione è stata assai più pragmatica che ideologica. La frequentazione del Cpm avvenne a seguito della militanza nel Gds della Sit-Siemens dove lavoravo come impiegato dopo essere emigrato dalla periferiria romana. Il Gds ruotava intorno ad una Comune frequentata – fra gli altri – dal gruppo dei trentini (Curcio, Cagol ecc.) i quali, insieme ad altri diedero vita al Cpm. Il dibattito si concentrò da subito sul tema dell’organizzazione della lotta armata, in contrapposizione con il “volontarismo” che caratterizzava gli altri gruppi della sinistra estrema su questo terreno. Il convegno di Costaferrata aveva lo scopo di definire le ipotesi da perseguire in un periodo segnato dalla strage di Milano, da insorgenze neofasciste e dalla persistenza di un forte movimento di classe. Personalmente non vi partecipai – se i ricordi non mi tradiscono – ma il Gds era rappresentato da Mario Moretti ed altri e quindi venni al corrente delle ipotesi che si intendevano perseguire. Data la formazione “operaista”, l’opzione superclandestina di Simioni era fuori dal mio orizzonte politico anche prendendo in considerazione eventuali derive autoritarie del quadro istituzionale. Altri si interessarono al riguardo e per qualche mese diedero vita a quello che chiamate un “comitato di coordinamento”. In fabbrica di cose da fare ce n’erano fin troppe, se si pensa che dovevamo ancora fare i conti con le commissioni interne-cinghie di trasmissione, con la cultura autoritaria e paternalistica, col cottimo, con gli infortuni dovuti ai ritmi ecc… e il movimento – sia quello operaio che quello della sinistra estrema – era ancora molto forte, per cui continuai la mia militanza in fabbrica senza un particolare interesse al riguardo.
Una svolta si ebbe nel dicembre del ’71: i gruppi avevano organizzato una manifestazione per il 12 dicembre per rivendicare la liberazione di Valpreda e denunciare la strage di piazza Fontana come strage di Stato (da notare che era stata fortissima l’attività di ‘controinformazione’ nei due anni successivi alla strage). L’8 dicembre la questura vietò il corteo mettendo tutti di fronte a delle scelte. Alcuni – il gruppo del Manifesto e Lotta continua – giunsero ad un compromesso e tennero un comizio (consentito dalla questura), altri – in particolare Potere operaio – erano intenzionati ad affrontare lo scontro di piazza; la notte dell’11 dicembre ci fu una retata che portò all’arresto di parecchi militanti di Po che stavano preparando l’armamentario per gli scontri (molotov e quant’altro). In sostanza il divieto della questura chiarì in modo netto che, o si costruiva un’organizzazione in grado di affrontare il terreno di scontro imposto, oppure diventava velleitario qualsiasi discorso sulla violenza proletaria. Gli esiti del dibattito che scaturì da questa impasse del dicembre ’71 sono noti: 1) nacquero i ‘servizi d’ordine’ (rivendicazione del diritto di essere in piazza e autodifesa da provocazioni poliziesche o neofasciste); 2) nacque l’idea del braccio armato, che avrebbe dovuto trasformare lo scontro di piazza in momemto insurrezionale. 3) nacquero le Br – dopo l’abbandono dell’ipotesi Superclan – come primi nuclei organizzati interni agli ambiti di lotta nelle fabbriche e nei quartieri (era la fase della propaganda armata e della giustizia proletaria).
Personalmente aderii alle Br non nella primavera del ’71, ma in quella del ’72. A questo punto credo di dover fare qualche commento:
a) sono convinto che i ricordi di quel periodo abbiano avuto il tempo di adattarsi agli esiti – che ciascuno ha stabilito siano stati – dell’esperienza fatta. Tutto ciò avviene/è avvenuto il più delle volte in totale buona fede, altre volte – per protagonismo, interesse o quant’altro – in malafede. E’ necessario, inoltre, fare una differenza fra la ricostruzione di un momento storico e i percorsi individuali dentro quel momento. Il primo comprende le storie di ciascuno ma non vi si appiattisce;
b) c’è un’ulteriore distinguo da fare in relazione a quello che vi proponete («illustrare in modo critico il fatto che allora si tentassero strade differenti per uno stesso scopo di fondo, che era rappresentato dalla scelta di lotta armata») perché, se la pratica e l’auspicio della violenza proletaria fu un tratto comune a tutte le aggregazioni della sinistra rivoluzionaria dell’epoca (tanto che questo mi sembra un assioma più che un teorema da dimostrare), la “lotta armata” è una versione specifica del come, del quando e del perché della violenza proletaria. A partire dalla fine degli anni 60 tutte le ipotesi al riguardo erano sul tappeto: da quella dei fochi guevaristi all’autodifesa dalle aggressioni poliziesche e neofasciste, dall’insurrezione alla lotta armata di lunga durata e tutte sono state tentate o praticate.
c) rispetto ai racconti dietrologici di Franceschini e soci credo si tratti di ricordi/affermazioni addomesticate. Il periodo in questione è quello che la stampa ufficiale definiva “degli opposti estremismi” ed è logico (oltre che documentabile) che la digos di allora e i servizi (il Sid) facessero bene attenzione a ciò che avveniva all’interno dei gruppi, a maggior ragione in quegli ambiti in cui il discorso sulla violenza proletaria si evolveva in ipotesi di lotta armata.
In altre parole: un conto è la volontà degli apparati dello stato di “giocare al deus ex machina” attraverso: a) l’infiltrazione dei gruppi della sinistra
b) lo sfruttamento della propensione alla violenza (verbale o meno) per creare allarme sociale e giustificare una svolta repressiva, quando non un colpo di stato come quello di Borghese e soci
c) l’utilizzo dei gruppi neofascisti in chiave intimidatoria per provocare una reazione che permettesse la militarizzazione della piazza
d) provocazioni di vario genere fino a perseguire la strategia stragista addossandone la responsabilità agli “opposti estremismi”.
Altro è sostenere che in tutto o in parte la sinistra eversiva sia stata eterodiretta attraverso personaggi equivoci presenti al suo interno. Sarebbe un falso storico ai danni, non solo di due generazioni di militanti, ma della logica stessa degli avvenimenti.
Va detto, inoltre, che i partiti della sinistra ufficiale – Pci in testa – non erano esenti da preoccupazioni circa la tenuta delle istituzioni, soprattutto la parte più vicina alla tradizione della Resistenza – vedi il libro di Pietro Secchia “La Resistenza accusa 1945-1973” – e ciò portava parecchi militanti del Pci a simpatizzare – o almeno a mantenere aperta la discussione – con i giovani della sinistra estrema.
Sinistra proletaria nel corso del ’71 – dopo l’uscita di Simioni – pubblicò alcuni numeri di “Nuova Resistenza” anche nel tentativo di dare continuità alla lotta partigiana nella realtà che si era venuta a creare in Italia e nel resto del mondo.
Tutto ciò per dire che non è verosimile che il Pci non fosse al corrente di cosa bolliva in pentola (d’altra parte in fabbrica, durante il periodo della “semiclandestinità” delle BR il sindacato e i quadri del Pci dovevano avere ben pochi dubbi su chi potesse essere responsabile delle prime azioni.
Per ora mi fermo qui. Magari ne riparliamo se avete bisogno di chiarimenti.
Corrado Alunni
L’operazione ombre rosse si perde nella nebbia. Slittano ancora le udienze francesi per decidere sul fondamento delle richieste di estradizione avanzate dall’Italia

Le udienze dei 9 fuoriusciti italiani arrestati in Francia ad aprile 2021 e che ieri si sono presentati davanti la Corte di Appello di Parigi sono state rinviate tra fine marzo e fine aprile. Lo slittamento delle udienze è stato concesso per permettere l’esame del complemento di informazioni sulle domande di estradizioni inviato dall’Italia. Documenti che secondo i legali della difesa sarebbero ancora incompleti.
Nonostante le misure anticovid la sala delle udienze era affollata come per le grandi occasioni: erano presenti alcune decine di avvocati/e del SAF, Syndicat des Avocats de France, e numerosi aderenti alla LDH, Ligue des Droits de l’Homme, a testimonianza del profondo disagio e della forte preoccupazione che traversa i settori della società francese più attenti alla difesa dei diritti di fronte al rischio di una rimessa in discussione della politica di accoglienza fornita dalla Francia da almeno quattro decenni nei confronti dei rifugiati italiani perseguiti dalla giustizia per le vicende del conflitto politico-sopciale degli anni 70. Una partecipazione che ha sorpreso la magistrata di collegamento italiana a Parigi, Roberta Collidà.
I giudici della Chambre hanno fisato il calendario delle prossime udienze: l’ex brigatista Enzo Calvitti è stato convocato il 23 marzo prossimo, lo stesso giorno in cui verrà discussa la posizione dell’ex dirigente di Lotta Continua Giorgio Pietrostefani, sempre che le sue precarie condizioni fisiche lo consentiranno. Per l’ex Br Giovanni Alimonti e per l’ex membro dell’organizzazione dei Nuclei armati per il contropotere territoriale Narciso Manenti la nuova udienza è stata fissata al 30 marzo; per le ex Br Roberta Cappelli e Marina Petrella la nuova udienza è prevista per il 6 aprile. L’udienza dell’ex militante di Rosso, Raffaele Ventura, coinvolto nella sparatoria di via De Amicis a Milano, è stata fissata per il 13 aprile, insieme all’ex membro della colonna milanese Walter Alasia, Sergio Tornaghi. Per il 20 aprile sono stati convocati l’ex militante dei Proletari armati per il comunismo, Luigi Bergamin, e l’ex Br Maurizio Di Marzio. Per Di Marzio la Chambre è ancora in attesa del complemento di informazioni richiesto a novembre, nel frattempo il mandato di arresto europeo emesso dall’Italia nei suoi confronti è stato rigettato ma resta ancora in piedi la procedura di estradizione. Per quanto invece la posizione di Luigi Bergamin i giudici francesi attendono la decisione della Corte di Cassazione prevista il prossimo febbraio per capire se verrà confermata la prescrizione deliberata dalla corte d’appello di MIlano. «Abbiamo difficoltà a capire come sia possibile che per dei casi che dovrebbero essere stati preparati da molto tempo non riusciamo ad avere tutti i documenti», ha spiegato all’Adnkronos Irene Terrel, l’avvocata francese di sette dei dieci rifugiati fermati in Francia.
L’archivio di Persichetti resta nelle mani della magistratura. Per il Gip Savio è fisiologico sequestrare più del dovuto

Il Gip Valerio Savio non ha accolto la richiesta di restituzione del mio archivio personale di studio sugli anni 70 e la storia della lotta armata, sequestrato l’8 giugno 2021. Nonostante l’istanza fosse stata presentata la scorsa estate e discussa solo il 17 dicembre 2021, la decisione è giunta a poche ore dalla data fissata per l’avvio dell’incidente probatorio sul materiale sequestrato, prevista il prossimo venerdì 14 gennaio 2022.
Contravvenendo a quanto indicato nel mandato di perquisizione disposto dalla procura, l’8 giugno 2021 il personale di polizia non si era limitato a individuare e sequestrare la documentazione relativa alle attività della commissione parlamentare Moro 2, che interessava un’indagine dai contorni ancora incerti (nel tempo si sono susseguiti diversi capi d’imputazione: dalla violazione del segreto d’ufficio, all’associazione sovversiva, alla violazione di notizia riservata, al favoreggiamento) ma aveva portato via ogni tipo di supporto informatico. La difformità tra quanto indicato dalla procura e quanto effettivamente preso non era stata successivamente sanata dalla procura con la convalida del materiale sequestrato in eccedenza. Da qui la richiesta di annullamento e restituzione avanzata dall’avvocato Romeo.
Nel provvedimento di rigetto il Gip, pur ammettendo che nel corso della perquisizione vi è stato un «esteso e certo verosimilmente in parte inutile sequestro operato», ha tuttavia ritenuto di non dover censurare questo comportamento, ridimensionando l’operato della polizia come una «una fisiologica o comunque non abnorme estensione del mandato contenuto nel decreto di perquisizione».
Nella ordinanza è scritto anche che nel corso delle operazioni peritali di imminente inizio sarà «possibile discernere i dati utili alle indagini e quelli invece inerenti la vita privata della persona indagata (o comunque irrilevanti per le investigazioni) alla cui restituzione l’indagato legittimamente aspira, e limitare ai primi la copia forense).



