Dopo la Zambrano, l’esilio raccontato come colpa

L’intervista – È in sala Dopo la guerra di Annarita Zambrano, in cui si racconta la vicenda di un ex brigatista rifugiato in Francia, interpretato da Giuseppe Battiston, costretto a fuggire perché sospettato dell’omicidio Biagi, avvenuto nel 2002. Ne abbiamo parlato con Paolo Persichetti, ex brigatista, giornalista e storico, cui il personaggio di Battiston è parzialmente ispirato

, Quinlan.it, 5 maggio 2018

Prima di parlare di Dopo la guerra di Annarita Zambrano, ti chiederei di raccontarci la tua storia, la tua vicenda all’interno delle Brigate Rosse.
Ho fatto parte di una delle ultime formazioni provenienti dalla storia delle Brigate rosse per un periodo abbastanza breve, poco meno di un anno, dall’estate 1986 al maggio 1987, quando fui arrestato e l’organizzazione smantellata.

Eri in clandestinità?
No, in altri tempi si sarebbe detto che ero un «irregolare».

Negli anni ’80 le Br perdono la loro unità e si suddividono in vari gruppi: tu a quale appartenevi?
Dopo il 1983 erano rimaste in piedi, nonostante l’uso dispiegato delle torture, una parte delle Brigate rosse – Partito comunista combattente, raccolte essenzialmente attorno a ciò che restava della colonna romana che in alcune periferie della capitale poteva ancora contare su un discreto numero di simpatizzanti. Un paio di anni dopo si aprì una discussione tra chi chiedeva di innovare la strategia brigatista, alla luce delle sconfitte e della mutata situazione sociale, e chi non voleva abbandonare l’ortodossia originaria, ormai però priva del contesto che l’aveva generata. Il dibattito portò all’ennesima divisione. Io ritenevo fondate le ragioni dei sostenitori del rinnovamento che avevano assunto la denominazione Br-Unione dei comunisti combattenti e quindi nell’86 ne entro a far parte. In realtà, come i fatti ci dimostrarono velocemente, entrambe le posizioni non avevano futuro. Era troppo tardi per innovare quella esperienza o per pensare di conservarla intatta, bisognava chiuderla prima con intelligenza.

Che azioni hanno compiuto le Br – Unione dei comunisti combattenti?
Si tentò di rilanciare il lavoro di massa, i rapporti con situazioni di lotta. Ci furono un paio di volantinaggi all’interno di grandi manifestazioni nazionali realizzati da un’area limitrofa e simpatizzante di compagni. Inizialmente l’intenzione era anche quella di abbassare il livello dello scontro armato, perché quel tipo di repertorio d’azione non era più condiviso come un tempo. Poi le cose sfuggirono di mano, e durante il ferimento del consigliere economico della Presidenza del Consiglio, Antonio Da Empoli, che materialmente aveva lavorato alle leggi di bilancio che colpivano redditi e condizioni di vita dei lavoratori, morì una compagna, Wilma Monaco. Quell’episodio segnò il destino futuro del gruppo. Un’altra circostanza sicuramente nefasta fu la competizione con l’altra branca dell’organizzazione, che aveva conservato la denominazione originaria. Successivamente ci fu l’attentato mortale al generale dell’aeronautica Licio Giorgieri, responsabile del Costarmaereo, ritenuto un esponente di quello che veniva definito il “complesso militar-industriale”. L’Italia aveva aderito al programma di «scudo stellare» avviato dall’amministrazione Reagan che rilanciava la corsa agli armamenti. Un progetto che aveva mobilitato l’opposizione di milioni di persone, scese in strada nei mesi precedenti.

Aula bunker Rebibbia, 1989 – Montesi

Quando vieni arrestato?
Il 29 maggio 1987. Mi attribuiscono subito un ruolo di organizzatore nonostante fossi lì da pochi mesi e poco dopo arriva anche l’accusa di coinvolgimento nell’azione Giorgieri. Accusa che crolla alla fine del processo in corte d’Assise dove viene ridimensionato anche il mio ruolo associativo nel gruppo. Dei 5 anni di condanna che mi vengono inflitti ne avevo già scontati la metà. Per effetto della derubricazione del reato vengo scarcerato, avendo oltrepassato i termini della detenzione cautelare. Era il 14 dicembre del 1989.

È quello più o meno lo stesso periodo in cui alcuni leader storici delle Br, come Renato Curcio, Mario Moretti e Barbara Balzerani, dichiarano finita la stagione della lotta armata?
Sì, il mio arresto, il processo e la scarcerazione traversano quei tre anni. E il grosso dei prigionieri politici dichiarò conclusa la stagione della lotta armata. Era un passo che sembrava preludere anche alla chiusura della stagione delle leggi di emergenza e a una eventuale amnistia-indulto che sanasse gli eccessi della legislazione speciale. Da alcuni settori del mondo politico arrivavano segnali in tal senso, persino uno come Ugo Pecchioli, l’uomo che aveva guidato l’azione di contrasto del Partito Comunista alla lotta armata, scrisse in uno dei suoi ultimi articoli che era giunto il tempo dell’amnistia. Tra i prigionieri c’era chi carezzava l’idea di cogliere l’esempio dei Tupamaros in Uruguay, che avevano concluso la lotta armata ed erano entrati nell’agone politico. E poi, anni dopo, avrebbero avuto addirittura un loro ex militante, Pepe Mujica, eletto presidente. Ma l’avvento di Mani pulite e la discesa in politica di Berlusconi modificarono drasticamente la situazione. Tutto venne seppellito sotto le ceneri della Prima Repubblica.

Roma, presidio davanti alla Cassazione, marzo 1991 – Montesi

Roma, festa della Fgci alla Mole Adriana, dibattito sull’uscita dall’emergenza, estate 1991 – Montesi

Ma prima, quando esci dal carcere alla fine dell’89, cosa accade?
Un grande casino. Fatta eccezione per i mesi del processo trascorsi a Rebibbia, avevo passato gran parte di quei due anni e mezzo in solitudine, in particolare nel carcere di Foggia. La conseguenza era stata una sorta di leggera agorafobia, invece mi ritrovo nel bel mezzo di un grosso movimento nazionale d’occupazione delle università che prese il nome di Pantera. In carcere avevo ripreso a studiare e soprattutto a dare esami. Negli anni precedenti al carcere l’impegno politico e il cantiere in cui lavoravo mi avevano assorbito completamente. L’esperienza della Pantera diventa anche la prima occasione per sperimentare quel passaggio alla «lotta politica, aperta e di massa» di cui si parlava nei documenti che avevano dichiarato chiuso il ciclo della lotta armata. Era anche un tentativo di allargare le basi sociali della lotta per l’amnistia, far conoscere la realtà delle carceri speciali, la condizione e il numero dei prigionieri politici presenti in Italia. Contro questi ragazzi però si abbatté subito un tentativo di criminalizzazione molto pesante. Si chiese loro di prendere le distanze da un passato che nemmeno conoscevano. Minacce che provocarono al contrario curiosità, voglia di sapere, attenzione verso quel passato rimosso ed esorcizzato. Scatta così la campagna contro i «brigatisti infiltrati nelle università». A parte il fatto che io come altri eravamo studenti iscritti in quelle facoltà, quella campagna ribaltò il più tradizionale dei cliché costruiti contro di noi: non erano più le Brigate rosse a venire infiltrate ma erano gli ex brigatisti che si infiltravano. Questo episodio diventa l’antefatto del processo d’appello che capovolge il verdetto di primo grado: passo infatti dai due anni e mezzo che mi restavano da fare a ventidue anni e mezzo di reclusione, anche se sono l’unico dei condannati a pene pesanti a non essere subito incarcerato. Partecipo a iniziative pubbliche sugli anni ’70 e l’amnistia, iniziamo la campagna per la liberazione di Prospero Gallinari e Salvatore Ricciardi, due detenuti delle Br incarcerati nonostante gravi patologie cardiache, poi scatta la famosa estate di Cossiga, quella del picconatore, in cui il presidente della Repubblica lancia la proposta di un’amnistia per chi aveva fatto la lotta armata, proponendo addirittura un provvedimento di grazia per Renato Curcio. E Cossiga era quello che aveva più diritto di parlare, visto che quando era ministro dell’Interno aveva varato le leggi speciali scrivendo di suo pugno alcuni articoli. Come a dire: «Io li ho combattuti, io ho inserito i surplus di pena, inventato i pentiti e i dissociati, le carceri speciali, e ora sempre io dico che quella stagione è finita». Il dibattito intorno al tema però non prese mai il via, anche perché Cossiga venne preso per matto. Era l’estate del ’91. Capisco che non ci sono margini politici per restare, per dire: «Ok, c’è la condanna, ma se si apre un percorso di soluzione politica, resto in Italia». A settembre il governo Andreotti col sostegno del Pci mette definitivamente la pietra tombale su ogni apertura. Ne discuto con Rossana Rossanda nel suo ufficio, a Il manifesto. Lei mi appoggia, anzi sollecita da «vecchia comunista» la mia partenza. «Mettiti in salvo, poi si vedrà!». Decido finalmente di andarmene in Francia. Era il 21 settembre del 1991. È la svolta. Inizia il percorso da rifugiato, senza nostalgie e rimpianti verso un Paese che cambiava rapidamente travolto dal morbo giustizialista. Altra vita, altra storia.

Parigi, autunno 1992 – Staccioli

Resti in Francia fino al 2002?
Sì, per undici anni. E già questo rientra nel film. Fino all’agosto del 2002.

Già, perché per l’appunto Dopo la guerra mette in scena la vicenda di questo ex brigatista, interpretato da Battiston, che vive in Francia da tanti anni e che si è costruito una vita – si dice – da intellettuale. Vita che viene sconvolta al momento dell’omicidio Biagi, di cui viene accusato ingiustamente.
Il film della Zambrano inizia con il fatto compiuto. L’estradizione improvvisa di un compagno del personaggio interpretato da Battiston, Adriano, che non si vede mai in scena e viene solo evocato, e che sembra tra l’altro rimandare proprio alla mia estradizione, accusato dell’omicidio a Bologna di Biagi, che nel film ha il nome di Rossini. Tra l’altro, casualmente, Rossini è lo stesso nome del protagonista della famosa canzone di Paolo Pietrangeli, una storia che nulla c’entra con quella del professor Marco Biagi. Anzi Rossini sarebbe stato il classico lavoratore precarizzato dalle leggi suggerite proprio da Biagi. Come se non bastasse, il gruppo che nel film rivendica l’uccisione del giuslavorista, consulente del governo, prende il nome di Nuclei rivoluzionari armati. Una sigla non certo vicina alla lotta armata di sinistra ma che evoca piuttosto quella dei neofascisti dei Nar, condannati in sede processuale per la strage alla stazione di Bologna. Mi chiedo: quanto questi errori storici siano del tutto involontari, frutto solo dell’insipienza culturale della regista e dei suoi collaboratori? D’altronde se come giornata della memoria si è scelto il 9 maggio, giorno della morte di Peppino Impastato e di Aldo Moro, anziché il 12 dicembre, ricorrenza della strage di Piazza Fontana, mettendo nello stesso calderone le vittime della mafia, delle stragi neofasciste e di Stato e quelle della lotta armata per il comunismo, con la precisa volontà di confondere fenomeni radicalmente opposti e contrari, il risultato non può essere che questo frullato d’ignoranza.

La tua riconsegna all’Italia nel 2002 mette fine alla cosiddetta dottrina Mitterrand, che aveva offerto riparo a tanti ex esponenti della lotta armata.
Non si può dire che abbia messo fine, intanto perché la mia non è una estradizione ma una “consegna straordinaria” che provoca una lacerazione profonda nella politica di rifugio messa in campo da Mitterrand, e poi – in secondo luogo – perché ne viola le regole. La successiva vicenda Battisti, che si trasforma presto in un affaire tutto francese, si conclude con la sua fuga in Brasile, che ha tolto dall’imbarazzo gli stessi francesi. Ma anche il decreto di estradizione di Marina Petrella, parliamo del 2008, venne poi annullato grazie all’intervento di Sarkozy, che alla fine si è schierato sulla linea mitterrandiana. Un atto che a me è sempre stato negato.

Puoi spiegare il senso della dottrina Mitterrand?
La definizione di dottrina Mitterrand si è imposta per semplificazione lessicale. In realtà una dottrina è qualcosa di giuridico, di codificato. Quella di Mitterrand invece è una politica che si attua nel tempo, si aggiusta, si aggiorna, si adatta e va a costruirsi per passaggi successivi. Tutto parte con la campagna elettorale del 1981: nel momento in cui le strategie riformiste non sono più in grado di misurarsi con riforme di struttura, per la presenza dei vincoli esterni e l’adesione a modelli economici liberali, l’unica opzione che evochi l’alternanza politica diventa il varo di una serie di provvedimenti carichi di forti significati simbolici. Insomma un riformismo a costo zero che evoca un immaginario ripreso dalla tradizione culturale della sinistra di un tempo, non quella giustizialista, forcaiola e legalista di oggi, ma al contrario: l’abolizione della pena di morte, il ripristino dell’idea della Francia terra d’asilo e d’accoglienza. Temi ripresi dalla Rivoluzione francese ma anche dal ruolo di ex potenza coloniale che ha sempre raccolto nel suo territorio élite dissidenti.

E la Francia si propone tuttora come terra d’accoglienza, anche in campo cinematografico, di registi perseguitati in patria…
È la classica politica di chi è abituato a proiettare oltre i confini nazionali la propria influenza: tenersi in casa le élite dissidenti di altri paesi perché non sai mai come gira la storia, e un giorno quegli esiliati potranno diventare i governanti del domani. Avendoli ospitati in casa tua hai creato dei legami culturali, di conoscenza, che ti permetteranno di avere rapporti privilegiati in un momento successivo. È una politica di controllo, di dominio, che guarda sempre lontano… Mitterrand si rivolgeva ad esempio ai baschi dell’ETA, anche perché lo scontro armato con l’autorità spagnola sconfinava nel versante francese; e all’Italia, anche perché nel ’77 si era creato un rapporto molto forte tra le élite intellettuali ultra-radicali francesi e l’Autonomia italiana. Dunque cominciò a esserci un fenomeno di fuoriusciti che approdavano a Parigi, anche perché il Diritto francese non conosceva ancora la legislazione d’emergenza che l’Italia si era imposta per combattere la sovversione sociale e la lotta armata. L’ordinamento penale d’Oltralpe tutelava ancora il reato politico tanto che le corti di giustizia si trovavano in imbarazzo davanti alle richieste italiane. La procedura di estradizione funziona così: prima c’è il vaglio tecnico-giuridico della magistratura, se questa ritiene giuridicamente fondata la richiesta, allora l’ultima parola passa al campo politico. Quando arriva Mitterrand si danno subito indicazioni in favore degli inquisiti e condannati per i reati associativi [associazione sovversiva o banda armata, n.d.r.]. Solo su una cosa c’era la certezza dell’estradizione, il rapimento Moro. Poi, nell’85, i giudici francesi negano per la prima volta l’estradizione anche per un reato di sangue, di cui era accusato un militante Br della colonna Walter Alasia. A quel punto la sfera politica integra la decisione della giustizia e la cosiddetta dottrina Mitterrand estende ulteriormente il suo ventaglio protettivo.

E dunque tu ne hai usufruito solo in parte?
All’inizio sembra filare tutto liscio. Seguo il protocollo consolidato da tempo che mi indicano gli avvocati. Ottengo anche un breve permesso di soggiorno. Studio la lingua e trovo subito lavoro, una cosa impensabile in Italia, vista la storia che avevo. Dopo qualche tempo affitto a mio nome anche un piccolo monolocale. Decido di riprendere l’università e mi iscrivo a Paris 8. Nel 1993 cambia il clima politico, arriva la seconda coabitazione, vale a dire che Mitterrand era presidente della Repubblica e la destra governava. E dunque, visto che il governo di destra cercava dei punti di contrasto con il presidente di sinistra, si decide di attaccarlo anche su questa ‘dottrina’. Perciò io divento un caso politico, tutto francese, usato come strumento per mettere Mitterrand in difficoltà. Mi arrestano in Prefettura, dove ero stato convocato per il rinnovo del permesso di soggiorno. Segue la procedura di estradizione. I giudici rifiutano nove domande di rimessa in libertà, resto in carcere un anno e mezzo, nel frattempo danno avviso favorevole anche per il reato associativo, cosa che non era mai accaduta prima di allora. Mitterrand era malato, era esploso il caso del suo cancro, non appariva più in pubblico. Istruito dai baschi dell’Eta faccio lo sciopero della fame, che durerà 19 giorni nelle celle d’isolamento dei seminterrati della prigione della Santé. Poi Mitterrand invia una lettera al Ministro della Giustizia, nella quale scrive: «Persichetti non ha mai commesso nessun reato in Francia, lavorava, aveva regolari documenti, la detenzione preventiva a cui è sottoposto sta esorbitando ogni limite». Nel giro di nemmeno una settimana vengo scarcerato. Ma, subito, arriva la reazione del governo con la convocazione del Consiglio di Stato che conferma il decreto d’estradizione. È il febbraio del ’95 e per la prima volta nella mia vita divento latitante, entro in clandestinità, con l’aiuto fraterno di Oreste Scalzone, che mi è sempre stato accanto. Il paradosso è che non ero stato latitante quando facevo la lotta armata e lo divento 8 anni dopo, quando tutto è ampiamente finito.

Una dimensione completamente assente dal film che la Zambrano mette in scena. La latitanza del personaggio di Battiston viene trattata in maniera molto superficiale: lui si rifugia in campagna con la figlia, in una zona imprecisata della Francia, e sostanzialmente la sua clandestinità non è mai a repentaglio. Per assurdo, potrebbe restare anche tutto il tempo in campagna, visto che nessuno lo va a cercare.
La mia storia è molto diversa e soprattutto ha attraversato tutte le sfumature che dal nero arrivano al grigio. Dall’iniziale autoreclusione al soggiorno in un campo scuola di archeologia. La situazione politica cambia nuovamente nel maggio ’95, quando Chirac diventa presidente della Repubblica. Pur essendo di destra, è legato all’esperienza del gollismo tradizionale e dice: «Non metto in discussione la parola data dalla Repubblica». La conseguenza è questa: non mi estradano, ma non mettono mano al decreto di estradizione. Il nero si schiarisce un po’: nessuno mi cerca, ma è meglio se non mi faccio trovare. Per dire, se mi sento male e vado in ospedale, rischio di essere estradato. Così lentamente scopro un mondo parallelo, quello della solidarietà: medici e infermieri militanti che assistono i sans papiers, li curano, svolgono anche accertamenti ed esami clinici complessi. E poi tante persone che mi ospitano, mi aiutano, fanno da prestanome. Va a finire che quelli diventano anni di grande studio: mi rifugiavo nelle biblioteche, dove nessuno ti viene a cercare. E ricordo che la protezione dei libri mi dava una grande pace interiore.

La Zambrano, nel suo film, sia pur in maniera indiretta, e nelle dichiarazioni che lo accompagnano, mette sotto accusa l’atteggiamento francese, in particolare per l’appunto per quel che riguarda la dottrina Mitterand.
Non mi sembra che i suoi siano grandi argomenti: dice che la dottrina Mitterrand ha violato la sovranità dell’Italia. Ma ogni stato ha autorità sul suo territorio. Il riconoscimento reciproco delle decisioni di giustizia ancora non c’era. E poi, la Zambrano forse non sa che l’Italia in passato aveva fatto la stessa cosa. Negli anni ‘60, al tempo della guerra d’Algeria, era stato ospitato Jean-Jacques Susini, un dirigente dell’Oas [Organization d’Armée secrète, n.d.r.], che aveva persino partecipato al fallito attentato a De Gaulle. Susini è vissuto cinque anni sotto copertura della questura di Roma, e i francesi lo sapevano. Su un altro versante, più positivo, l’Italia offrì asilo anche ad alcuni militanti del Fronte di Liberazione Nazionale algerino. Tra questi anche tre donne evase dalla prigione parigina della Roquette. La politica mitterrandiana ha fatto da camera di decompressione, una strategia per nulla sgradita alle autorità politiche italiane almeno fino alla fine degli anni ’80. E si è parlato di asilo politico in maniera inappropriata. In realtà i francesi hanno creato una zona di tolleranza, e basta. Pensa dover far tornare nelle carceri italiane centinaia di persone accusate di reati politici. Poteva diventare una situazione esplosiva.

Ma non si potrebbe dire che, in seguito ai casi algerini, la Francia volesse vendicarsi?
Si potrebbe pensare che i francesi abbiano detto: «Ora vi ripaghiamo con la vostra stessa moneta». Ma non è così, perché chi ha gettato le basi della dottrina Mitterrand era un magistrato di cultura garantista, Jean-Louis Joinet, fondatore del Syndicat de la magistrature, formatosi sul pensiero di Foucault. Il suo obiettivo era cercare di risolvere tutti i conflitti armati che ancora persistevano in Europa: l’Ira, l’Eta, gli Armeni e l’Italia. E Mitterrand era un avvocato di formazione, era stato ministro delle Colonie. La sua carriera politica era iniziata negli anni della guerra civile con l’Algeria. Joinet sostiene che da quella esperienza il presidente francese aveva tratto una lezione: l’importante nella lotta al terrorismo era trovare percorsi politici di fuoriuscita. Un modo per governare le contraddizioni e superare il conflitto. E poi c’è da dire anche questo: i francesi si ritrovavano questa massa di italiani in fuga e non potevano farli vivere in clandestinità. Perché non li puoi arrestare tutti, e quelli che sono latitanti si trovano costretti a vivere nell’illegalità per sopravvivere. Un rischio troppo grande.

Questura di Torino, 25 agosto 2002 – Ansa

In che situazione ti trovavi quando nel 2002 vieni accusato dell’omicidio di Biagi?
Nel 1997, quando al governo era salito il socialista Jospin, ero tornato all’università. In due anni sono riuscito a recuperare e terminare il ciclo, poi entro in scuola dottorale e vinco un assegno di ricerca sulla “Democrazia giudiziaria” e inizio tenere dei corsi. Ma mi trovavo ancora in una situazione paradossale, perché quando entravo nell’università ero Paolo Persichetti, quando ne uscivo diventavo un’altra persona, con un’altra identità. Utilizzavo mille filtri, continue precauzioni. Avevo una esistenza pubblica: su l’Humanité uscivano miei articoli sulla situazione politica italiana, sul berlusconismo, sui girotondi, pubblicavo un libro insieme a Oreste Scalzone, ma la mia dimensione personale restava prudente. Nel frattempo in Italia si torna a sparare, su entrambi i fronti: muore Massimo D’Antona, muore Carlo Giuliani e poi nel marzo 2002 Marco Biagi. La procura di Bologna si inventa la pista francese, riprendendo una vecchia vulgata dietrologica che attribuiva alla scuola di lingue Hyperion [fondata a Parigi nel ’77 da tre esponenti dell’estrema sinistra italiana, Duccio Berio, Vanni Mulinaris e Corrado Simioni, n.d.r.] il ruolo di supervisore occulto delle Br. Vertici di polizia e magistrati decidono che i nuovi attentati sono stati concepiti a Parigi, ritenuta il «santuario della lotta armata». È una scelta politica, un modo per regolare i conti con la dottrina Mitterrand, accusata di essere stata uno strumento di destabilizzazione della democrazia italiana, e per far fuori il partito dell’amnistia animato da Scalzone. La sera del 24 agosto vengo bloccato nell’androne di un palazzo dalla polizia francese e caricato in macchina. Inizia una folle corsa nella notte. All’alba del 25 vengo scambiato sotto il tunnel del Monte Bianco. In Italia mi attende una parata mediatica. Una donna che lavorava a Mediaset sostiene di avermi visto più volte con uno zainetto color camoscio sulle spalle sotto l’abitazione di Marco Biagi. Al momento della cattura avevo con me uno zainetto di colore blu. Lo fanno vedere alla donna che lo riconosce come identico. Scopro così di non essere tornato in Italia per la vecchia condanna, per altro in parte prescritta. Ma ero stato consegnato aggirando le regole dei trattati estradizionali, visto che nessuno aveva chiesto per me l’estradizione per l’omicidio Biagi. Alla fine il mio avvocato dimostra la pretestuosità delle accuse: nelle ore in cui sarei stato avvistato sotto casa di Biagi tenevo lezione in facoltà a Parigi. I miei studenti consegnarono persino gli appunti di quelle lezioni. La verifica sarebbe stata molto facile fin dall’inizio, ma poi non sarebbe stato più possibile convincere i francesi del mio coinvolgimento nell’attentato.

Parigi, settembre 2002, corteo contro l’estradizione di Paolo Persichetti

Dopo aver visto Dopo la guerra di Annarita Zambrano, puoi dire che – in particolare l’incipit – è ispirato parzialmente a te, oppure no? O a Cesare Battisti?
Mah, io nel film dovrei essere Adriano, l’amico e compagno di militanza di Battiston che è stato appena estradato e che viene solo citato. Un fugace fantasma, il pretesto che innesca tutto ma poi finisce lì. Non se ne parla più. Però nel film anche Battiston/Marco è accusato dell’attentato, solo che a differenza del protagonista io mi sono dovuto difendere in carcere. E sarebbe stato interessante descrivere anche questo aspetto. La regista ha sovrapposto due vicende diverse per generazione e percorso politico, la mia e quella di Battisti: un bel pateracchio. Tra l’altro in quell’incipit c’è anche una ulteriore semplificazione perché le contestazioni contro l’articolo 18 sono soprattutto sindacali e di fabbrica e non avvengono all’università.

Sì, credo che la Zambrano abbia voluto assecondare la vulgata secondo la quale, se tiri un cartoccetto per protestare e per manifestare il tuo dissenso, allora sei già colpevole, e in qualche modo è la premessa per imbracciare un’arma.
Può darsi, comunque è un falso storico. Va detto, tra l’altro, che la lotta armata è nata all’interno di situazioni, di reti, di percorsi di lotta reale nei posti di lavoro, nelle periferie urbane. Un contesto che ancora non è stato raccontato dal cinema italiano.

Parigi, 21 marzo 2002 – Solari

Comunque, da lì arriviamo subito al personaggio interpretato da Battiston, Marco, che dovrebbe incarnare la figura dell’irriducibile, quello che non si è pentito e non si è dissociato. Ma la Zambrano giudica con eccessiva severità il suo personaggio, non solo politica ma proprio umana, visto che è connotato solo da caratteristiche negative: si ubriaca e la figlia lo porta a dormire, quindi è infantile; al momento della fuga prende dei vestiti vecchi della figlia e quindi è disattento ed egoista, e così via.
La rappresentazione negativa del personaggio interpretato da Battiston è rivendicato dalla Zambrano che dice anche di aver voluto evitare facili identificazioni romantiche con il cattivo da parte dello spettatore e per questo sostiene di aver scelto un attore dalla fisicità ingombrante e, a suo modo di vedere, repulsiva. Non fa un bel complimento a Battiston, che invece è molto bravo. Ora, il centro del film ruota attorno al contrasto rappresentato da un padre egoista, insensibile, autocentrato, che occupa per intero la scena, anche fisicamente data la sua imponenza. Un padre che invade inopportunamente, che non vuol lasciar crescere la figlia nel suo mondo ma trascinarla nel vortice della sua vita disperata e maledetta. Qualcosa che non è un eccesso d’amore ma brutale possessività, come se la ragazza non esistesse, non avesse una sua vita interiore, dei desideri, una possibilità di scegliere lì dove lui non ha alcuna scelta. Sul piano strettamente fattuale, storico-cronachistico, non esistono precedenti su cui la sceneggiatura possa aver fondato questa scelta narrativa. Si tratta di una costruzione fantasiosa. Io non avevo figli e Cesare Battisti fugge senza le due figlie, che restano in Francia. Tutto si può dire fuorché non le abbia tutelate. Altri fuoriusciti, posti davanti a un dilemma simile hanno preferito restare accanto ai loro figli col rischio di essere estradati. La scelta narrativa dunque rappresenta un posizionamento voluto, che negativizza il protagonista. Se si utilizza la stampella della cronaca, come fa la regista, facendo capire immediatamente al pubblico che si parla di tizio e di caio, e poi ce se ne allontana subito stuprando quei personaggi, affibbiandogli fisicità, caratteri, atteggiamenti che non gli appartengono, che tipo di lavoro si sta realizzando? Alla regista è mancata la curiosità di conoscere dal vero queste storie. E, da ricercatore, dico che prima devi conoscere e poi devi giudicare perché altrimenti si fa politica e non cinema. Poi, a ben vedere, l’operazione è a mio avviso ancora più subdola perché penso che la finzione segua un percorso autobiografico: nel film la Zambrano sta essenzialmente parlando di sé, del suo problema con la figura paterna, che a suo parere andrebbe abbattuta, addirittura «insieme a Dio e lo Stato» – come ha spiegato con le sue parole. Ogni volta che nel film c’è un padre, che sia l’ex militante o il cognato magistrato, c’è un rapporto conflittuale, un rifiuto, in cui la regista va a identificarsi.

È vero, entrambi i padri del film, Battiston/Marco e Riccardo, il magistrato, marito di sua sorella Anna, vengono descritti come figure negative.
Il paradosso di tutto questo è che se vuoi abbattere il padre, poi non ha senso che tra i due padri vai a scegliere solo quello che per storia politica si avvicina di più all’esperienza della critica al patriarcato. Abbatti proprio lui e salvi il giudice, che è per definizione il patriarcato. E poi non vai a scomodare gli anni Settanta se devi regolare i conti con tuo padre, anche lui per altro magistrato. La Zambrano affronta un conflitto padre-figlia che trascende le epoche e dove il contesto storico è talmente povero, senza spessore, che è facilmente intercambiabile. Quel padre poteva essere chiunque, un mafioso o un imprenditore di Tangentopoli, un piddino o un cinquestelle. Non cambiava niente.

Nel film il magistrato opera bene nel ruolo che si è scelto nella società, visto che fa da giudice a un processo sull’amianto, mentre il brigatista opera male, anzi ha operato male in un passato imprecisato. Entrambi però per l’appunto sono personaggi negativi nel privato. Perché Battiston/Marco non capisce i problemi di sua figlia, mentre il magistrato Riccardo si comporta in maniera un po’ viscida con la moglie Anna, è omertoso con la loro figlia, e soprattutto non sopporta la madre di lei e di Battiston/Marco. E non la vuole in casa, perché il personaggio della madre vuole ancora bene al figlio, anche se è diventato un criminale.
Sì, Riccardo rimuove la figura del fratello della moglie davanti a sua figlia. E lì c’è quella leggera presa di coscienza di Anna che, ad un certo momento, dopo che ha letto l’intervista del fratello, decide di riaffrontare le cose e ne parla alla bambina. E poi c’è la figura della madre, che è quella che ha fatto fuggire il figlio, che lo ha protetto e lo protegge ancora, anche perché davanti all’autorità giudiziaria è un muro, non collabora. Lei è quella che non rinnega nessuno e che non rimuove nulla. Infatti mi sembra il personaggio più riuscito del film. Racchiude in sé la storia di quelle centinaia di madri coraggio che hanno viaggiato per le carceri d’Italia per raggiungere i loro figli, o che li hanno sostenuti in mille modi durante la loro latitanza.

Sì, son d’accordo. Però lo fa in senso materno, perché lei – proprio perché madre – accoglie anche il figlio sbagliato, li accoglie tutti, perché è una madre. Forse c’è quindi un discorso – sottotraccia, magari – sulla contrapposizione classica tra la società maschile, storica, e quella femminile, astorica. Quella maschile è conflittuale e quella femminile, invece, è accogliente. Una femminilità che è tesa alla cultura – la madre fa lezioni di pianoforte, Anna insegna Dante al liceo – e alla gestione di un privato senza conflitti. C’è l’uomo che fa la guerra e la donna che la rifiuta. E il film infatti si intitola Dopo la guerra, una condizione postuma gestita da donne, che sono le sopravvissute.
Può darsi, però, intanto la guerra richiamata nel titolo a mio avviso non fa veramente riferimento al conflitto sociale armato degli anni ’70, ma a una normale guerra di famiglia, una sorta di “guerra dei Roses”, un conflitto che avrebbe potuto essere trasposto in qualsiasi contesto. E poi la storia della lotta armata smentisce totalmente questa chiave di lettura. Probabilmente la Zambrano si è ispirata a quel tipo di paradigma, ma è totalmente fuorviante, sia nei fatti storici sia nell’etimologia delle parole. Guerra è una parola femminile, lotta è una parola femminile, politica è una parola femminile. E poi le organizzazioni armate, tutte comprese, hanno avuto una percentuale di presenza femminile che si aggira tra il 30% e il 35%, tre volte superiore agli altri gruppi della sinistra rivoluzionaria, per non parlare di quelli istituzionali. Le donne avevano ruoli dirigenti. Nelle Br la dirigente che è durata più a lungo di tutti è stata una donna, Barbara Balzerani. Io sono stato arruolato da una donna. Questo è il dato storico di quegli anni.

E sì, forse, il modo in cui Annarita Zambrano descrive le donne nel film è sostanzialmente molto tradizionale, tutto rivolto al privato, a un rapporto tra madri e figlie. In particolare, la figlia di Battiston è un’adolescente che non vuole sapere assolutamente nulla di suo padre.
Sì, è vero. La figlia in qualche modo lo rinnega…

Direi addirittura che gli è indifferente, che forse è peggio. Rinnegarlo sarebbe stato qualcosa di più drammatico e dunque più cinematografico.
Però magari il padre l’ha tenuta in questa inconsapevolezza per proteggerla. Ci si può domandare perché lei non voglia aiutare suo padre, ma ci si può anche dare la spiegazione che il padre l’abbia tenuta all’oscuro per proteggerla. Non l’ha sufficientemente responsabilizzata di fronte a quella che era la sua condizione di figlia di un latitante.

In realtà nel film non vediamo né che lei lo rifiuta né che lui la tiene all’oscuro del suo passato. L’unica cosa che vediamo è che il padre tira fuori il Corriere della Sera, dove c’è una foto di lui da giovane e dove viene indicato come sospettato dell’omicidio. E lei capisce subito, perché evidentemente lei sa, non c’è bisogno di spiegazioni. È una scena anche riuscita, quella, sia pur troppo elusiva.
Vuol dire poco. Il fatto che sappia non ci dice ancora quanto sia stata resa consapevole delle possibili brusche conseguenze. Il precedente rapporto padre-figlia il film non ce lo racconta, diciamo che ci lascia intuire l’esistenza di un rimosso. Ma anche qui, la scelta narrativa che vede Battiston padre vedovo, e dunque sua figlia orfana della madre, serve a estremizzare la negativizzazzione del personaggio. Con la madre in vita sarebbe sfumato l’egoismo del protagonista.

Sì, e aggiungerei anche che il coté sociale, e dunque anche quello del personaggio di Battiston, è quello di una famiglia alto-borghese. Come a dire che il figlio viziato si è dato alla lotta armata.
Un cliché. Tutto il film ruota attorno al dramma claustrofobico di un interno borghese. Non ci sono strade, piazze, non c’è la società, salvo quando Viola, la figlia di Battiston, si fa trascinare in una festa dal ragazzo di cui è invaghita. Ma la scena è messa per contrasto: la voglia di vivere della fanciulla opposta alla cupezza dell’esiliato.

Certo, ci sono dei casi, ma sono pochi… il figlio del critico cinematografico Morando Morandini, o il figlio del politico Carlo Donat-Cattin.
Non si può comunque chiudere gli occhi e non guardare i dati sociologici e statistici. Le componenti che vanno a riempire le file dei militanti della lotta armata provenivano per lo più dal mondo del lavoro, del precariato. E poi l’Adriano del film, cioè io, non è nato a Parioli o Prati, ma a Primavalle. I miei nonni erano braccianti abruzzesi, poveri e analfabeti. Mia madre è arrivata alla terza elementare e mio padre, che era una persona molto intelligente, si è istruito in una sezione del Pci, quella di Ponte Milvio che contribuì ad aprire nel 1945. Vengo da un mondo agli antipodi da quello borghese.

Però, è anche vero che non possiamo accusare la Zambrano di aver deciso di voler rappresentare un personaggio che viene da un mondo della buona borghesia. Non la possiamo accusare in partenza di questo. Il punto di debolezza di questa scelta è che, se lei parte da questo dato, non si capisce per quale motivo lui sia diventato un militante della lotta armata. Non si capiscono le motivazioni della sua scelta politica, se non per l’accenno alla morte del fratello per mano della polizia.
Sì, c’è questa scena dell’intervista in clandestinità fatta al personaggio di Battiston. Momento topico del film che serve a spiegare le sue motivazioni. Nonostante lo sforzo di rendere gli argomenti nella loro integralità e genuinità, facendo comprendere anche la sua coerenza e il disprezzo per le scelte premiali di fronte alla legge, come quelle del pentimento e della dissociazione, traspare una povertà argomentativa. La lotta armata appare una scelta dettata dalla disperazione di una generazione senza futuro, provocata dalla morte violenta del fratello oppure vissuta come unica alternativa alla morte per eroina, come tanti in quegli anni. Argomento che riprende un vecchio cliché narrativo complottista che spiega il riflusso delle lotte sociali della fine degli anni ’70 con il dilagare pilotato dall’alto dell’eroina tra i giovani. Circostanza che impoverisce terribilmente le ragioni di Battiston/Marco, rendendolo ridicolo. Non è così. Non è andata così. Prima Linea, ad esempio, il mondo di Sesto San Giovanni è tutta gente che fuoriesce dalla cintura industriale, sono operai e figli di operai che rifiutano quella società dello sfruttamento.

Nella scena dell’intervista che hai citato, viene infatti identificata la scelta estrema della lotta armata come frutto di un’emarginazione personale e non come presa di coscienza di uno sfruttamento in atto a livello sociale. Sei emarginato, perché hai problemi relazionali, e allora fai la lotta armata. È come parlare di una sorta di malattia.
Per la Zambrano la lotta armata è un’alternativa alla tossicodipendenza. Una sorta di metadone. La spiegazione si pone su un terreno di scelte esistenziali, quando in realtà furono scelte politiche, culturali, di generazione e di contesto, di conflitto, che nascevano dentro dei precisi percorsi politici. È una banalizzazione, poi so bene che, visto il contesto attuale, la gente dirà del film: è intollerabile, è inaccettabile che si parli in questo modo di quel periodo. Vedrai che in Italia questo film verrà tacciato di essere di estrema sinistra quando invece è intriso di moralismo.

Rebibbia, marzo 2013 – Baruda

Cosa pensi della conclusione del film?
Rappresenta l’apice della rimozione. La scelta di chiudere con la morte del protagonista mentre tenta di recuperare i passaporti gettati dalla figlia, è una scena grottesca e surreale, suggerita forse proprio dalla tragica fine di Marco Donat-Cattin, il figlio del politico. Ma anche qui ci troviamo davanti all’ennesimo scempio: Donat-Cattin muore per generosità, travolto mentre cercava di prestare soccorso a delle persone ferite in un incidente stradale. Non solo, ma rientrato in Italia si era pentito, collaborando con la giustizia. Insomma molto distante dal personaggio incarnato da Battiston. Questa morte è una trovata per evitare ogni scelta. Se lo si lasciava fuggire, si teneva aperta una contraddizione e si legittimava la fuga, facendo vincere i cattivi, come succede in certo cinema americano. Un esito politicamente scorretto. Se invece si sceglieva la cattura e poi l’estradizione, mostrando quindi il trionfo dello stato borghese, si sarebbe dovuto accennare a quello che sarebbe accaduto una volta estradato e quindi sottolineare il fatto che non c’entrasse nulla con la morte di Biagi, mettendo inevitabilmente in cattiva luce una magistratura che truccava le carte. E sarebbe stato un problema, perché lo si privava di una colpa di cui era subito stato ammantato dall’opinione pubblica, come si vede in varie scene del film. Poi ci sarebbe stato il carcere speciale, una esecuzione penale che giungeva molti decenni dopo i fatti e che per giustificarsi aveva bisogno di nuove ragioni: per esempio l’esser stato rifugiato, una condizione che avrebbe fatto dell’esilio una colpa, la prova di un ravvedimento mancato, dimostrando come la detenzione non fosse più una punizione rivolta a reati lontani ma a ciò che il protagonista era diventato, alla sua vita successiva priva di reati ma commendevole per una visione etica dello Stato. Meglio morto allora. È la rimozione che vince ancora. Rimozione e senso oppressivo di colpa sono i messaggi lanciati dal film. Sentimenti personali della regista che trasferisce sui suoi personaggi.

Hai citato il cinema americano. E una cosa che insegna il grande cinema americano è la descrizione di un cattivo affascinante, un cattivo che sbaglia ma ha le sue ragioni, ha delle precise motivazioni per sbagliare. Qui invece il cattivo è privo di qualsiasi connotazione positiva che lo renda un minimo umano, o che dia conto del fatto che ha sofferto. C’è chi dice, ad esempio, che il cattivo è un buono che diventa cattivo. Non c’è nulla di tutto questo in Battiston, e la conseguenza qual è? Che il suo personaggio non è credibile, non prende vita.
A mio avviso attraverso il personaggio di Battiston la Zambrano trasmette un messaggio molto chiaro e in linea con la vulgata corrente: la dimensione mediocre se non infima di chi ha intrapreso la via della lotta armata, l’inconsistenza culturale, l’assenza di dimensione etica, il cinismo, la disumanità, la vigliaccheria di quella generazione di insorti. Per lei il fatto di sottrarsi alla cattura è un elemento di vigliaccheria non di resistenza. Invece per fare il fuggiasco non bisogna avere paura dell’ignoto, ci vuole intelligenza, creatività, curiosità, esser pronti a mettersi in discussione e reinventarsi. Poi se vieni arrestato, la paghi. Se non hai questo coraggio, ti costituisci. Perché, chiaramente, costituirsi dà dei vantaggi. È il mondo al rovescio.

Abbiamo parlato di questo film anche perché è uno dei pochi, ma non l’unico, che cerca di affrontare il discorso della lotta armata. Va detto però, a mio avviso, che finora nel cinema italiano quella stagione non la si è mai affrontata in maniera oggettiva, scevra cioè da pregiudizi. Pensa a Buongiorno, notte di Bellocchio, in cui i brigatisti parlano come dei ciclostilati e non hanno quasi caratteristiche umane – se non il personaggio di Maya Sansa, che però, per l’appunto, serve a far da tramite con lo spettatore ed è lo strumento per instillare il dubbio. O pensa a La prima linea, tutto impostato sul presente di Scamarcio/Sergio Segio che continua a ripetere di sentirsi in colpa. Ricordo con meno dispiacere La seconda volta dove, pur impostato tutto sulla colpa – che non è che sia necessariamente un male – almeno il personaggio dell’ex militante Valeria Bruni Tedeschi era un vero personaggio, con delle stratificazioni caratteriali. Anche tu vedi questa mancanza nel nostro cinema? E te lo chiedo non solo perché hai avuto una parte in quell’epoca, ma anche perché tu sei anche giornalista e storico – hai pubblicato lo scorso anno un primo volume sulla storia delle Brigate Rosse, solo per fare un esempio – e, dunque, ti sarai necessariamente interrogato sul discorso della rappresentazione di quegli anni. Su come raccontare quella stagione.
La situazione del cinema non è diversa da quella della storiografia. Sono due forme di rappresentazione che risentono della situazione complessiva della società. Siamo a 50 anni dall’inizio degli anni ’70, quest’anno ricorre il quarantennale del sequestro Moro, nonostante questa distanza prevale ancora un approccio interamente etico-politico con accenti addirittura più rigidi rispetto alla timida curiosità con sui si provò a guardare alla fine degli anni ’80. La società che diede vita a quegli eventi non esiste più, sono scomparse le cittadelle industriali roccaforti della classe operaia, è cambiato il volto delle periferie, le ragioni di quella rivolta smarriscono sotto anatemi morali o virano con facilità nel chiaroscuro di ricostruzioni spionistico-complottiste. Sembra l’epoca del male assoluto che può essere affrontata solo espiando e provando senso di colpa verso le vittime di una sola parte. Quando per Liberazione ho dovuto seguire il processo «Eternit» sulle vittime delle produzioni d’amianto, ho scoperto che negli anni ’70 l’amianto ha causato la morte di 3 mila persone, tra le maestranze e le popolazioni vicine, più altre che stanno incubando la malattia. Nel film infatti c’è persino un accenno a questa vicenda. Nel complesso le vittime della lotta armata di sinistra sono state 128. Eppure, ancora oggi, per indicare quel decennio si continua a parlare di anni di piombo. E non di anni anni d’amianto.

Per saperme di più
L’esilio

 

 

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Storia della dottrina Mitterrand

Storia della dottrina Mitterrand

Paolo Persichetti
Liberazione 19 giugno 2008

Nessuna estradizione, l’occasione di uscire dalla clandestinità, libertà di parola. La dottrina Mitterrand, che negli anni Ottanta sistematizza la vecchia tradizione francese di offrire rifugio a chi è costretto a espatriare per motivi politici, raccontata dal suo “architetto”, Louis Joinet.
Una scelta strategica, capace di “liberare” generazioni di militanti (italiani, ma anche irlandesi e baschi) rifugiatisi Oltralpe sulle orme degli esuli del Risorgimento e degli antifascisti. Abrogata di fatto – dopo i primi scricchiolii col trattato di Schengen – dalla destra tornata al potere nel 2002 e pronta ad approfittare del delitto Biagi. Fino al decreto di estradizione dei giorni scorsi per Marina Petrella

La firma apposta nei giorni scorsi sul decreto d’estradizione dell’ex militante delle Brigate rosse Marina Petrella conferma l’abbandono della dottrina Mitterrand da parte delle autorità francesi. Il riparo offerto agli attivisti della sinistra rivoluzionaria italiana fuggiti alle retate giudiziarie e alla legislazione penale d’emergenza varata alla fine degli anni 70 riprendeva una lunga tradizione d’asilo avviata dalla rivoluzione francese. La dottrina Mitterrand aveva illustri precedenti come la protezione concessa agli esuli risorgimentali e agli antifascisti. Considerata dall’Italia una grave violazione della legalità, un vulnus al diritto interno, la sua storia è poco nota, occultata dalla demonizzazione che ha colpito il decennio repubblicano dove più avanzato è stato il livello delle lotte sociali e politiche.
Oltre a essere corta, la nostra memoria è soprattutto selettiva. Durante la guerra d’indipendenza algerina anche l’Italia aveva dato rifugio ai membri dell’Oas e rifiutato l’estradizione dei militanti del Fln algerino. Jean-Jacques Susini, fondatore insieme a Pierre Lagaillarde (gennaio 1961), del gruppo d’estrema destra che tentò di uccidere nel 1962 il presidente della repubblica francese Charles De Gaulle, rimase per molti anni sotto la protezione della nostra polizia. Non per questo il nostro paese venne tacciato d’essere la retrovia del terrorismo antifrancese contrariamente a quanto si è detto della dottrina Mitterrand, accusata d’aver creato un «santuario europeo della lotta armata».
Nel 1981, appena eletto alla presidenza della repubblica, François Mitterrand, politico tra i più implicati nell’avventura coloniale francese, mantenne fede agli impegni presi durante la campagna elettorale, in particolare quelli che aveva definito «riforme che non costano», come l’abolizione della pena di morte e l’amnistia politica generale. Avviò così una strategia d’asilo, con alterni risultati, rivolta ai diversi conflitti di carattere rivoluzionario e irredentista che traversavano l’Europa (italiani ma anche irlandesi e baschi). «Al di là della risposta giudiziaria, si trattava di facilitare il cammino di chi tentava di uscire dalla lotta armata per andare verso una soluzione politica. Era importante non marginalizzare quelli che avevano una riflessione politica», ha spiegato una volta Louis Joinet, il vero architetto giuridico di questa politica d’asilo, in un’intervista apparsa sulle pagine di Libération del 23 settembre 2002. Fondatore del Syndicat de la magistrature (componente di sinistra della magistratura francese), negli anni 80 consigliere giuridico del primo governo socialista diretto da Pierre Mauroy e successivamente dello stesso presidente della Repubblica Mitterrand, Joinet ebbe l’incarico di seguire i dossier sulle estradizioni politiche. Per questo finì nel mirino del giudice istruttore romano Ferdinando Imposimato.
In quella intervista, rimasta inedita in Italia, Joinet ricostruiva i diversi passaggi della dottrina Mitterrand. «Le prime liste da noi ricevute contenevano 142 nomi di rifugiati ricercati a vario titolo ma appaiono subito delle reticenze da parte della giustizia italiana». Insomma, si scontrano due culture giuridiche ispirate da filosofie politiche opposte. Le autorità francesi dispiegano una tecnica di governo che aveva come presupposto una lettura politica e non criminale di quel che accadeva in Italia. Per questo esplorano vie politiche alla soluzione dei conflitti armati. Colgono nelle vicende italiane quel che nella penisola non si vuole vedere: un lacerante conflitto sociale, una latente condizione di guerra civile. Inoltre cercano soluzioni a un problema d’ordine pubblico che sta emergendo sul loro territorio: far affiorare e “normalizzare” un’area sociale clandestina e potenzialmente sovversiva composta dalle migliaia di militanti che avevano trovato rifugio nei solidali interstizi della loro società. La Francia restava attenta alle forme giuridiche mentre in Italia l’emergenza antisovversione si dispiegava nella forma di una guerra giudiziaria che negava la politica.

Come uscire dalla violenza politica?
«L’esperienza – racconta sempre l’ex consigliere dell’Eliseo – mi aveva insegnato che la clandestinità è la peggiore delle situazioni poiché produce gerarchie ma non dibattiti. La vera questione che pone la violenza politica, ripeteva Mitterrand, è certo quella di sapere come vi si entra, ma soprattutto come trovare il modo di uscirne. È sulla base di questo ragionamento che con l’accordo di Gaston Defferre, allora ministro dell’Interno, decidemmo di discutere con gli avvocati dei fuoriusciti». In questo modo si arrivò a delineare una soluzione: «Bisognava realizzare delle liste, fornire nomi, date e luoghi di nascita». Un gruppo di lavoro venne costituito presso il ministero dell’Interno, supervisionato dal prefetto Maurice Grimaud, con la partecipazione di diversi consiglieri governativi e alti funzionari di polizia, come il commissario Genthial, all’epoca vice direttore dei Reinseignements généraux. A queste riunioni parteciparono anche gli avvocati dei rifugiati, come Henri Leclerc e Pierre Mignard (Serge Quadruppani, L’Antiterrorisme en France ou la Terreur integrée, 1981-1989, La Découverte 1989). «Alcuni di questi poliziotti osservavano incuriositi la procedura. Per loro era senza precedenti che persone del genere uscissero quasi collettivamente dalla clandestinità». Delle inchieste furono ordinate, i rifugiati vennero sorvegliati ma i rapporti di polizia «mostravano che nessuno di loro violava la legge». Tuttavia la reazione italiana non si fece attendere e molti pentiti, per ottenere agevolazioni e riduzioni di pena, cominciarono a sovraccaricare d’accuse gli esiliati, «circostanza che non solo riaccese una violenta campagna contro la Francia, ma soprattutto provocò una immediata inflazione di domande d’estradizione e al contempo un ulteriore aggravamento dell’incertezza giuridica che le contraddistingueva». L’ex capo del SISMI, ammiraglio Fulvio Martini rivela in un suo libro di memorie (Nome in codice Ulisse) che in quel periodo un piano dei sevizi era pronto per rapire diversi rifugiati residenti a Parigi.

«Per tutti e per ciascuno»
Una circolare del ministero della Giustizia fissò i primi criteri di regolarizzazione. Inizialmente erano inclusi soltanto gli imputati o condannati per “reati associativi” e “insurrezione contro i poteri dello Stato”, ma dei dissensi interni all’esecutivo bloccarono questa prima soluzione. Anche tra i rifugiati si aprì un confronto. Da una parte chi era disposto ad accettare un’interpretazione ristrettiva della politica d’asilo. Una posizione che trovava sponde nei militanti che avevano aderito al movimento della dissociazione. Dall’altra Oreste Scalzone, che divenne la figura di riferimento dei favorevoli al riconoscimento pieno, senza limiti e distinzioni, dell’asilo per tutti e per ciascuno.
Nel 1984 i fuoriusciti e i loro avvocati tennero una conferenza stampa. In cambio dell’asilo indifferenziato offrirono i loro nomi e l’impegno di rispondere ad ogni convocazione per il mezzo dei loro legali. Rivendicarono invece la loro piena libertà di parola e decisero, come racconta sempre Joinet «d’avviare il dibattito sulle ragioni del fallimento della lotta armata. Per gli avvocati si trattava di un importante impegno e certamente questo ha pesato molto sulla decisione dell’avvocato Mitterrand. Noi pensavamo soprattutto che grande sarebbe stato il pericolo di vedere questi italiani ritornare nella clandestinità, col rischio d’alimentare a breve una deriva terrorista anche sul suolo francese».
Si arriva in questo modo al 20 aprile 1985, al congresso della Lega dei Diritti dell’Uomo, nel quale il presidente francese annuncia l’adozione di una politica d’asilo senza discriminazioni: «ho detto al governo italiano e ripetuto recentemente al capo del governo Craxi, nel corso di una conferenza stampa tenutasi in occasione della sua visita, che il centinaio d’Italiani che hanno partecipato ad azioni terroristiche, approdati successivamente in Francia dopo aver rotto con la macchina infernale e avviato una seconda fase della loro vita, inserendosi nella società francese, trovandovi lavoro e fondando una famiglia, che questi italiani sono al riparo da ogni sanzione per via d’estradizione».

L’asilo informale
Prevalse la garanzia di uno spazio di libertà informale, senza criteri discriminatori. Una situazione che fu così riassunta da Robert Pandraud, futuro sottosegretario alla sicurezza del governo Chirac, in un dibattito tenutosi all’Assemblea nazionale: «Dal 1981, tra i 150 e i 200 brigatisti italiani sono rifugiati a Parigi. Una quarantina di loro beneficiano di un permesso di soggiorno, gli altri vivono in uno stato di non-diritto, tollerati ma non riconosciuti. Occorre precisare che il governo ha sempre rifiutato di dare seguito alle richieste d’estradizione avanzate nei loro confronti dall’Italia, nonostante una quindicina di queste richieste avessero ottenuto l’avviso favorevole della giustizia».
Negli anni 80, gran parte dei processi dell’emergenza erano in fase d’istruzione, oppure ancora in corso. L‘introduzione di criteri selettivi avrebbe creato delle situazioni di manifesta antigiuridicità. Persone nel frattempo condannate solo per reati di tipo associativo sarebbero state tutelate a discapito di chi, ancora in attesa di giudizio e dunque sotto il beneficio della presunzione d’innocenza, sarebbe rimasto escluso. Per evitare questo ginepraio insolubile venne salvaguardato il principio astratto e generale dell’asilo, a prescindere dalla regolarizzazione amministrativa, demandata ai criteri d’applicazione delle singole prefetture.
Nonostante le alternanze politiche che seguirono, la situazione restò sostanzialmente immutata per circa un decennio, fino all’indomani dell’entrata dell’Italia nel dispositivo Shengen. Gli automatismi previsti nel sistema della banca dati integrata provocarono diversi arresti. Per porvi rimedio il 4 marzo 1998 il primo ministro, Lionel Jospin, ribadì ufficialmente che il suo governo non aveva l’intenzione di modificare l’atteggiamento tenuto dalla Francia fino ad allora: «Per questo non ha dato e non darà seguito ad alcuna domanda d’estradizione dei fuoriusciti italiani che sono venuti nel nostro paese[…] a seguito di atti di natura violenta d’ispirazione politica repressi nel loro paese». Superata la crisi precise disposizioni furono impartite per disattivare tutte le segnalazioni d’arresto. La successiva introduzione del reciproco riconoscimento delle decisioni di giustizia penale tra gli stati membri dell’Unione inaugura lo spazio giudiziario europeo sotto i cattivi auspici di un disequilibrio tra le accresciute potenzialità repressive delle autorità statali e le ridotte garanzie di tutela dei singoli cittadini. I vari protocolli stabiliti con il sistema informatico Schengen, il mandato d’arresto europeo, Europol ed Eurojust stanno alle vecchie sovranità politiche come la Banca centrale europea sta alla vecchie politiche economiche nazionali di scuola keynesiana.

Il ridimensionamento del lodo Mitterrand
Nell’estate del 2002, l’esclusione dal secondo turno delle presidenziali del candidato socialista mise fine alla coabitazione. La destra francese riconquistò dopo 21 anni tutte le leve del potere. In Italia l’attentato al collaboratore del governo Marco Biagi fornì al governo il pretesto tanto atteso per ripartire all’assalto della dottrina Mitterrand. Anzi, i fuoriusciti conservati nel serbatoio dell’esilio apparirono subito una preziosissima risorsa sulla quale far ricadere la responsabilità dei nuovi attentati e distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dallo scandalo suscitato dalla mancata protezione del professore e dalla frase offensiva rivoltagli dal ministro degli Interni Scajola obbligato alle dimissioni.
Per uscire dall’angolo fu escogitato un vero e proprio depistaggio. Grazie ad un’ipotesi investigativa messa in piedi dal sostituto procuratore bolognese Paolo Giovagnoli che indagava sull’episodio, venne confezionata la cosiddetta “pista francese”. «Come noto – sostenevano gli inquirenti – nell’ambito dell’attività investigativa relativa all’omicidio del Prof. M. Biagi, particolare attenzione è stata rivolta ai latitanti per reati di terrorismo rifugiati in Francia. Tale strategia investigativa si basa sull’ipotesi che tra i c.d. esuli “francesi” ed i latitanti o i “clandestini”, appartenenti al sodalizio criminoso resosi responsabile del delitto in argomento, esista un forte collegamento, quanto meno di carattere ideologico».
L’esportazione delle indagini Oltralpe consentì per la prima volta nell’agosto 2002 di forzare la dottrina Mitterrand, in barba agli stessi trattati europei. Così trasformato in una foglia di fico, il diritto non riesce più neanche a salvaguardare la propria logica formale interna, assumendo sempre più le goffe sembianze di un travestimento kelseniano dell’essenza decisionista sostenuta da Schmitt.
Una lista ulteriore di 14 estradandi era pronta. I guardasigilli Castelli e Perben scelsero l’anniversario dell’11 settembre per incontrarsi e ridimensionare il lodo Mitterrand. Ma intanto la pista francese non offriva i frutti sperati. Un nuovo colpo di mano viene allora concertato per forzare nuovamente la situazione. Come racconta Guillaume Perrault, giornalista del Figaro (Génération Battisti, Plon 2005), una retata sarebbe dovuta scattare nel giugno del 2003. Operazione concordata con i vertici del Viminale e la collaborazione della procura di Bologna, ma fatta saltare dall’intervento del presidente della repubblica Jacques Chirac che, per evitare altri blitz estivi da parte del suo rivale e ministro degli Interni Sarkozy, aveva accentrato i fascicoli dei rifugiati italiani sotto il controllo dei suoi uffici. Il presidente francese temeva che la retata fosse un regalo a Berlusconi per la presidenza Ue che avrebbe assunto il primo luglio successivo tra i clamori mediatici della grande operazione antiterrorismo.
Fallita quell’operazione, nel febbraio successivo con un nuovo stratagemma venne riarrestato Cesare Battisti, nonostante nel 1990 la magistratura parigina avesse dato il proprio avviso sfavorevole alla estradizione. L’episodio ebbe un enorme clamore mediatico. Rimesso in libertà, l’estradizione fu accolta ma Battisti fuggì per essere ripreso in Brasile nel 2006, dove è tuttora detenuto in attesa che le autorità si pronuncino sulla estradizione. È di questi giorni la notizia del nuovo ricovero di Marina Petrella nell’ospedale psichiatrico di Villejuif.
Il diritto estradizionale ha rappresentato per oltre un secolo il meglio della cultura giuridica di scuola liberale. Maturato nella temperie delle lotte nazionali, democratiche e repubblicane del XIX° secolo, esso viene definitivamente sotterrato nell’epoca che vanta il dominio assoluto del modello neoliberale sul pianeta. Circostanza che suggerisce più di una riflessione sulla natura liberticida e dispotica del neoliberismo contemporaneo, marcato dall’eccezione permanente inaugurata subito dopo l’11 settembre 2001.

Link
Le consegne straordinarie degli esuli della lotta armata

L’exception permanente

Agamben, Lo Stato d’eccezione
Tolleranza zero: estensione dell’infrazione di terrorismo e nuovo spazio giudiziario europeo
La giudiziarizzazione dell’eccezione 1
La giudiziarizzazione dell’eccezione 2
Il caso italiano, lo Stato di eccezione giudiziario
Dalla dottrina Mitterrand alla dottrina Pisanu

La fine dell’asilo politico
Garapon, L’utopia moralizzatrice della giustizia internazionale
Tarso Gendro, “l’Italia è ancora chiusa negli anni di piombo”
Brasile, stralci della decisione del ministro della giustizia Tarso Gendro

L’affaire Battisti
Caro Lula, in Italia di ergastolo si muore
Caso Battisti fabula do ergastolo
Governo italiano so obtem-extradicoes
Estradizione Cesare Battisti, la menzogna dell’ergastolo virtuale

Cesare Battisti, un capro espiatorio
Brasile, rinviata la decisione sull’estradizione di Battisti

Link sulle torture contro i militanti della lotta armata
1982, dopo l’arresto i militanti della lotta armata vengono torturati
Il giornalista Buffa arrestato per aver raccontato le torture affiorate
Proletari armati per il comunismo, una inchiesta a suon di torture

Lotta armata e teorie del complotto

Libri – Alberto Franceschini, a cura di Giovanni Fasanella, Che cosa sono le Br, Bur 2004 (Brigades rouges. L’histoire secrète des BR racontée par leur fondateur, Éditions du Panama 2005)

Libri – Guillaume Perrault, Génération Battisti, Plon, Paris 2005

Paolo Persichetti
23 gennaio 2006

Due libri pubblicati negli ultimi tempi in Francia hanno rilanciato in termini estremamente polemici la tesi secondo cui copj13asple insorgenze armate apparse nell’Italia degli anni 70 avrebbero trovato una complicità culturale, se non aperto sostegno, nelle autorità di Parigi. È significativo dei tempi che corrono questo capovolgimento di prospettiva storica. Quella somma di fattori che presero forma nel dopoguerra, congelando per lungo tempo il sistema politico italiano, fino a renderlo privo d’alternanza per 49 anni, una fissità di sistema che secondo la storiografia più avvertita non poteva che facilitare l’apparizione di spinte rivoluzionarie in presenza di una potente tradizione sovversiva, contesto riassunto nella formula dell’«anomalia italiana», si capovolge nel suo contrario: l’«eccezione francese». Il problema non verrebbe più dalle carenze storiche di un paese che resta tuttora incapace di chiudere con un’amnistia stagioni da lungo tempo concluse, ma dalla sua vicina d’Oltralpe. Nell’intervista che Giovanni Fasanella ha fatto a Alberto Franceschini, la Francia viene dipinta come un «santuario del terrorismo», una centrale che avrebbe sistematicamente promosso la destabilizzazione della democrazia italiana. Siamo nel pieno di una narrazione storica che ripropone alcuni vieti cliché della retorica del complotto e della visione poliziesca della storia. L’obiettivo preso di mira è la cosiddetta «dottrina Mitterrand». Nel corso della sua grottesca testimonianza, un Franceschini ossessionato dalla cultura del sospetto racconta di come il padre, militante comunista ancora impregnato della mentalità staliniana, avuto sentore delle intenzioni bellicose del figlio, l’avesse messo sull’avviso: «ricordati che fuori dal partito c’è soltanto la Cia». Ancora prima della caduta del muro di Berlino, Parigi sarebbe stata dunque un vero incrocio d’intrighi internazionali, sostituendosi a Washington e Mosca nel ruolo di piattaforma destabilizzante dell’Italia. Così si arriva a sostenere che un asse socialdemocratico, guidato da Mitterrand, avrebbe tentato di giocare la terza forza tra le due maggiori potenze, destabilizzando volutamente la penisola grazie alla protezione offerta ai militanti della lotta armata. Quando la storia si trasforma in noir, il racconto può avvalersi di facili licenze narrative e trascurare il rigore cronologico degli eventi, fino a dimenticare che negli anni 70 la Francia era sotto la presidenza di Giscard D’Estaing.
Durante la guerra d’Algeria, l’Italia aveva sempre rifiutato di estradare i militanti dell’Oas e dell’Fln. Jean-Jacques Susini, coinvolto nell’attentato del Petit Clamart contro De Gaulle, rimase per molti anni sotto la protezione della polizia italiana. Non per questo il nostro paese venne accusato di essere una base antifrancese. Negli anni 80, Mitterrand ripagò l’Italia con la stessa moneta. Di fronte al flusso di rifugiati politici che traversavano le Alpi, fece del suolo francese una sorta di camera di decompressione del conflitto che dilagava in Italia, rifiutando le estradizioni nell’attesa di un’amnistia. «Al di la della risposta giudiziaria – ha spiegato una volta Louis Joinet, vero architetto di questa politica d’asilo (Libération del 23 settembre 2002) – si trattava di facilitare il cammino di chi tentava di uscire dalla lotta armata per andare verso una soluzione politica. L’importante era di non marginalizzare quelli che avevano una riflessione politica».
Per il giudice Rosario Priore, autore della postfazione, le cose non stanno affatto così. Deciso a seguire le tracce de l’abbé Augustin Barruel, afferma: «Con ogni probabilità il cervello parigino è esistito, agendo in perfetta intesa con le autorità di quel paese, come hanno provato le inchieste romane». L’istituto di lingue Hyperion avrebbe rimpiazzato la loggia degli Illuminati di Baviera. Ragione che lo spinse a sospettare dell’abbé Pierre, una delle personalità francesi più note, mentre il suo collega Ferdinando Imposimato voleva spiccare un mandato di cattura contro lo stesso Joinet, consigliere giuridico di Mitterrand. 9782755700206
Nel pamphlet scritto per denunciare la campagna di sostegno condotta dalla sinistra e da una parte degli intellettuali francesi contro l’estradizione di Cesare Battisti, chiesta dall’Italia nel febbraio 2004, Guillaume Perrault, convinto che «mai democrazia sia stata così liberale nell’affrontare il terrorismo», si dilunga nel descrivere un’Italia paradisiaca, vero giardino di giustizia e di diritto, rappresentazione che non coincide affatto con l’opinione della destra italiana a cui il suo quotidiano fa riferimento. Preso dall’entusiasmo del neofita, per giustificare il fondamento delle estradizioni richieste contro i fuoriusciti, spiega le meraviglie del rito semi-accusatorio, introdotto nel processo penale italiano con la riforma del 1989 e più volte ritoccato. Dimentica però di precisare che tutti i maxi processi per «terrorismo» sono stati condotti col vecchio rito istruttorio e che l’Italia è il paese più sanzionato dalla corte di giustizia di Strasburgo. Crede – per averlo letto da magistrati come Bruti Liberati – che si possa parlare di giustizia d’emergenza solo in presenza di corti speciali, che l’Italia non ha introdotto, e non sa che l’emergenza può darsi anche attraverso la produzione di una legislazione speciale, che mai abolita trasforma l’eccezione in regola. Come è accaduto fin dalla fine degli anni 70 e come la Corte costituzionale ha riconosciuto, giustificando l’adozione da parte del governo e del parlamento di una legislazione d’eccezione mai emendata. Ripercorre, quindi, la selva di prese di posizione sulla vicenda che gli intellettuali della rive gauche, e molti esponenti della letteratura noir, hanno preso – in realtà – a danno di Battisti stesso e degli altri rifugiati, un po’ come la medicina che uccide il malato. Perrault ha facile gioco nel ridicolizzare l’improvvisata ricostruzione storica degli anni 70 proposta da questi intellettuali. Emergono toni che trasudano risentimento, stucchevoli accenti da letteratura termidoriana, commenti codini e farisei, grottesche uscite scandalizzate che ricordano i gridolini d’orrore di madame la marquise, e argomenti che ricordano le accuse del Merlo, una gazzetta che l’Ovra (la polizia segreta fascista) pubblicava a Parigi per calunniare e denigrare i rifugiati antifascisti. Tratti di un generone cialtronesco che straparla senza pensare. Non sfugge al giornalista una recensione, apparsa su Libération dell’8 ottobre 1998 che, recensendo un libro di Battisti, presenta l’insurrezione sociale degli anni 70 come: «l’epopea di una generazione d’Italiani in secessione armata contro una società che non riconoscono più come la loro, raccontata sullo sfondo di un susseguirsi di rapine, alcool e donne[…] Il protagonista va alla guerra come all’amore, quasi fosse un solitario Don Giovanni».
Per spiegare la folgorazione della sinistra francese più snob verso questa caricatura culturale e politica degli anni 70, l’ex ambasciatore Martinet (autore della prefazione) evoca il «complesso del Marrano». Alla stregua di quegli ebrei spagnoli che per sfuggire alle persecuzioni si convertirono al cattolicesimo, rimanendo tuttavia intimamente fedeli alla vecchia religione, la sinistra francese orfana della rivoluzione cercherebbe ancora dei simboli capaci di rinfocolare i vecchi ideali di gioventù. Per Martinet si tratta ovviamente di un abbaglio sconcertante, che testimonierebbe della persistenza di un arcaismo politico novecentesco dentro la sinistra francese, causa di un clamoroso malinteso che l’avrebbe condotta a prendere lucciole per lanterne e chiamare «rivoluzionari» dei semplici «criminali». La controprova sarebbe venuta dalla reazione indignata della sinistra italiana, ai suoi occhi ben più moderna, riformista e liberale. L’ex ambasciatore di Palazzo Farnese guarda senza dubbio con favore al modello social-liberale blairiano, è singolare dunque che non si accorga di come il primo ministro inglese non abbia esitato a sporcarsi le mani con il conflitto irlandese, negoziando con l’Ira, liberando tutti i prigionieri politici, anche quelli con reati di sangue (e l’Ira, come gli altri gruppi irridentisti cattolici o protestanti, metteva le bombe), e stabilito le tappe di un processo politico che ha condotto alla fine del conflitto. In Italia, invece, il tanto decantato Blair viene guardato dai liberali e social-liberali di sinistra come di destra soltanto per le sue politiche di liberalizzazione e privatizzazione economica e sociale. resizephp2
Martinet compie anche altre omissioni, dimentica così di spiegare come dietro i rimproveri stizziti piovuti dai cugini d’Oltralpe, ci fosse una sindrome altrettanto curiosa: quella dell’«album di famiglia». Per fare fronte alla perenne carenza di legittimazione istituzionale, la sinistra italiana è posta di fronte alla continua necessità di far dimenticare il proprio passato. Le polemiche seguite all’apparizione del volume di Mirella Serri, I Redenti, hanno ricordato come una buona parte dell’intellighenzia ex comunista abbia vissuto diverse vite, passando il proprio tempo a cancellare le precedenti: dal fascismo della gioventù, al comunismo della maturità, al post o all’anticomunismo della senescenza. In un simile contesto culturale, appare chiaro allora perché i prigionieri e i rifugiati degli anni 70 debbano continuare ad essere relegati nel ruolo di capri espiatori, inchiodati ad una funzione cristica: pagare per tutti «la tragedia del Novecento», rispettando alla lettera il rito della esportazione della colpa.
Racconta ancora Perrault che nel pieno delle feroci polemiche che la stampa italiana aveva lanciato contro la sinistra francese, il sindaco di Roma Walter Veltroni si sarebbe precipitato a telefonare al suo omologo parigino, Bertrand Delanoë, per dissuaderlo dall’appoggiare Battisti. Un’ammirevole sensibilità etica che gli era mancata quando, direttore dell’Unità, fece campagna per la liberazione di alcuni neofascisti rei confessi di una decina di omicidi (e formalmente condannati anche per la strage di Bologna – che Perrault mette sul conto dei gruppi armati di sinistra). La clemenza, sembra dire Veltroni col suo gesto, vale per gli avversari della sponda avversa, non per quelli alla propria sinistra. Ma il doppio linguaggio venuto dall’Italia nei mesi di astiose polemiche sul caso Battisti non termina certo qui. Tra i giustizialisti della sinistra favorevoli alle estradizioni, viene citato anche Antonio Tabucchi, sublime personaggio che eccelle nell’arte di selezionare i pentiti: cattivi quelli che accusano i propri amici (Sofri); buoni quelli che chiamano in causa i nemici (Andreotti o Battisti). Dalle fila della magistratura non sono venuti discorsi migliori: mentre il segretario dell’Anm denunciava «i progetti di fascistizzazione dell’ordinamento giudiziario», fuori d’Italia ci si indignava con gli esponenti della rive gauche che ripetevano ingenuamente quanto letto sulla stampa della sinistra italiana. La destra non era da meno, in casa accusava la magistratura di totalitarismo, ma all’estero pretendeva che le sue sentenze fossero venerate, salvo evidentemente quando queste riguardavano Berlusconi.
Sembra finita qui, e invece ecco emergere un retroscena ancora più inquietante: il 13 giugno 2003, il magistrato della procura antiterrorismo di Parigi, Gilbert Thiel, aveva organizzato insieme alla Direzione nazionale antiterrorismo una retata che sarebbe dovuta scattare il successivo lunedì 23. L’obiettivo era quello di arrestare tre fuoriusciti, tra cui Battisti, insieme ad altri due italiani non latitanti, Maj e Czeppel, i soli che di fatto poi vennero catturati. Un’operazione concordata con i vertici del Viminale e la collaborazione della procura bolognese. L’intera operazione era finalizzata a propagandare un legame diretto con l’arresto, avvenuto nel marzo precedente, di una militante del gruppo autore degli attentati D’Antona e Biagi e validare così la leggenda della «centrale francese», proprio mentre questa era clamorosamente smentita dalle indagini. L’intervento di Chirac che, dopo l’estradizione lampo organizzata dal suo rivale Sarkozy, nell’agosto 2002, aveva accentrato i fascicoli sui rifugiati italiani sotto il controllo dei suoi uffici, fece saltare tutto. Il presidente della repubblica francese, infatti, temeva che la retata venisse interpretata come un regalo a Berlusconi che il primo luglio avrebbe assunto, tra i clamori mediatici della grande operazione antiterrorismo, la presidenza della Ue.

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