Il documento shock del ministero dell’Interno, «CasaPound? Solo bravi ragazzi»

Rivelazioni – La sconcertante nota informativa della Polizia di prevenzione che sdogana i neofascisti di CasaPound

Pol prev 1 copiaUna organizzazione di bravi ragazzi molto disciplinatii, con «uno stile di militanza fattivo e dinamico ma rigoroso nel rispetto delle gerarchie interne» sospinti dal dichiarato obiettivo «di sostenere una rivalutazione degli aspetti innovativi e di promozione sociale del ventennio». Chi scrive non è uno storico ma un funzionario della polizia di Stato. Si tratta di un documento (protocollo N.224/SIG. DIV 2/Sez.2/4333) della Direzione centrale della Polizia di prevenzione che porta la data dell’11 aprile 2015, con sigla in calce del direttore centrale, prefetto Mario Papa, allegato dal legale di CasaPound Italia in una causa civile che oppone la figlia di Erza Pound, signora Mary Pound vedova de Rachewiltz, a Gianluca Iannone. La signora Pound contestava l’uso del nome del poeta da parte dei «fascisti del terzo millennio», allora il legale di CasaPound ha chiesto al giudice di acquisire informazioni sulla natura del gruppo politico al ministero dell’Interno. Dall’ordinanza emessa dalla giudice Bianchini è scaturita la nota della Polizia di prevenzione che i fascisti di via Napoleone III stanno tentando di utilizzare come un biglietto da visita anche in altre cause.
Il testo della informativa che potete leggere in integrale qui sotto fa ricorso ad un’abile strategia linguistica che tende ad eufemizzare i passaggi più scomodi. Non viene opportunamente mai citato il termine fascismo, né tantomeno si precisa che fu una dittatura, al suo posto si usa un sinonimo neutralizzante come «ventennio», di cui si da acriticamente atto della possibilità di rivalutarne «gli aspetti innovativi di promozione sociale».
La prosa, del tutto inusuale per una nota informativa degli organismi di Polizia, lascia trasparire una chiara empatia, quasi una sorta di compiacimento che rasenta l’agiografia quando si valorizzano le capacità politiche del gruppo «facilitato dalla concomitante crisi delle compagini della destra radicale e dalla creazione di ampi spazi politici che Casa Pound si è dimostrata pronta ad occupare». Il passaggio successivo è piaggeria pura: «Il risultato è stato conseguito anche attraverso l’organizzazione di innumerevoli convegni e dibattiti cui sono frequentemente intervenuti esponenti politici, della cultura e del giornalismo anche di diverso orientamento politico».
Ma il meglio deve ancora venire. L’autore del testo nel periodo che segue valorizza la «progettualità» chiaramente xenofoba del gruppo «tesa al conseguimento di un’affermazione del sodalizio al di là dei rigidi schemi propri delle compagini d’area», come se in passato tra le “compagini d’area“ non ci fossero state alleanze politico-elettorali con il centrodestra. Prova ne sarebbero – prosegue la nota – «le recenti intese con la Lega Nord, di cui si condividono le istanze di sicurezza e l’opposizione alle politiche immigratorie, con la creazione della sigla “Sovranità – Prima gli Italiani” a sostegno della campagna elettorale del leader leghista».
Dal punto di vista politico è questo il fulcro della informativa, redatta in prossimità di quello che i giornali hanno definito il «patto del Brancaccio», al momento della venuta di Salvini a Roma.
Precauzioni semantiche di un funzionario che guarda avanti e non vuole avere guai in futuro? Operazione di restyling preparata a tavolino?
Forse qualcuno tra i banchi del parlamento e sui giornali dovrebbe chiedere al ministro dell’Interno Alfano una spiegazione in proposito.
Non è finita qui!
La nota informativa ci riserva altre sorprese quando l’estensore, quasi immerso in un brodo di giuggiole, descrive «l’impegno primario» di CasaPound volto alla «tutela delle fasce deboli attraverso la richiesta alle amministrazioni locali di assegnazione di immobili alle famiglie indigenti, l’occupazione di immobili in disuso, la segnalazione dello stato di degrado di strutture pubbliche per sollecitare la riqualificazione e la promozione del progetto “Mutuo Sociale”».
E se non li conoscete: «L’attenzione del sodalizio è stata rivolta anche alla lotta al precariato ed alla difesa dell’occupazione attraverso l’appoggio ai lavoratori impegnati in vertenze occupazionali e le proteste contro le privatizzazioni delle aziende pubbliche».
La strategia dissimulativa e imitativa di CasaPound viene descritta nella nota come un ampliamento delle tematiche di intervento «in passato predominio esclusivo della contrapposta area politica, quali il sovraffollamento delle carceri, o la promozione di campagne animaliste contro la vivisezione e l’utilizzo di animali in spettacoli circensi» e per finire ci sono pure gli aspetti ludici. Davvero non manca nulla!

A questo punto vorremmo sapere se esiste una analoga nota informativa che descrive con le stesse modalità linguistiche la pluiridecennale attività dei movimenti di estrema sinistra e dei Centri sociali in favore della lotta per la casa, delle occupazioni di immobili abbandonati, contro la speculazione edilizia, contro tutte le forme di precariato, le carceri, ecc. Attività duramente perseguite con accuse addirittura di racket e richiamo di reati associativi. E sì,  perché comunque la si voglia mettere dal punto di vista del codice penale si tratta di azioni illegali, che tuttavia se commesse da CasaPound perdono questa connotazione per divenire unicamente esempi di azioni verso il prossimo.

E la violenza? Le azioni squadristiche, le spedizioni punitive che hanno visto coinvolti non solo i militanti ma soprattutto i quadri dirigenti, centrali e locali, del gruppo?
Anche qui la tecnica narrativa è quella di ridimensionare e scindere le responsabilità individuali da quelle organizzative. In sostanza CasaPound, associazione «rigorosa nel rispetto delle gerarchie interne», non c’entra. La colpa è di alcuni suoi militanti indisciplinati (e le gerarchie?), in particolare quelli infiltrati «nel mondo delle tifoserie ultras calcistiche, ambito in cui l’elemento identitario si coniuga a quello sportivo divenendo spesso il pretesto per azoni violente nei confronti di esponenti di opposta ideologia anche fuori dagli stadi».
Dunque «anche fuori dagli stadi», il lapsus è sfuggito alla penna dell’estensore che subito corre ai ripari: «il sodalizio organizza con regolarità, sull’intero territorio nazionale, iniziative propagandistiche e manifestazioni nel rispetto della normativa vigente e senza dar luogo ad illegalità e turbative dell’ordine pubblico».
Purtroppo ci sono delle mele marce che rovinano il cesto e l’estensore del testo deve rilevare «che all’interno del movimento militano elementi inclini all’uso della violenza, intesa come strumento ordinario di confronto e di affermazione politica oltre che quale metodo per risolvere controversie di qualsiasi natura».
Come possano degli individui, che le cronache spesso ci raccontano posti ai vertici delle strutture centrali e locali, agire così indisciplinatamente all’interno di una organizzazione descritta per la sua apicalità, e «rispetto delle gerarchie interne», vorremmo capirlo?
La contraddizione nel testo è palese ed esplode perché tutti i tentativi di eufemizzazione alla fine devono confrontarsi con i fatti. E i fatti urlano!

Pol prev 1 copia

Pol prev CasaPound 2 copia

Pol prev CasaPound 3 copia

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La querela di CasaPound, «Non siamo violenti. Facciamo solo il bene del prossimo» 1/continua

Querela Iannone 1Forse è il segnale che ormai il renzismo ha raggiunto davvero lo stadio dell’egemonia in questo Paese perché un po’ tutti, compresi i «fascisti del terzo millennio», come amano essere definiti i militanti dell’organizzzione politica di estrema destra CasaPound, vogliono apparire alla stregua di un club di giovani marmotte, un’associazione di volontariato che si occupa di sociale, di ambiente, di situazioni disagiate, animata da empatia per il prossimo, l’altro, il diverso. Insomma una panna montata di buoni sentimenti che fanno impallidire gli anni del veltronismo e sembrare un ricordo lontano i testi delle canzoni degli Zetazeroalfa, «nel dubbio mena e vedrai vivrai di più», oppure «primo mi sfilo la cinta; due: inizia la danza; tre: prendo la mira; quattro: cinghiamattanza» o ancora in Accademia della sassaiola una sorta di metafisica del sasso che infrange la vetrina, per non parlare dell’elogio dell’irruenza con cui si invita ad entrare a spinta nell’arena e nella vita senza mai dimenticare di portare con sè quell’«asso di bastoni calmiere d’arroganza che ridona umiltà». Tempi lontani, versi dimenticati, note musicali da cancellare. E sì, abbiamo tutti capito male, della lunga e noiosa lista di pestaggi, aggressioni fisiche, denunce e condanne non serve nemmeno parlare: i fascisti del terzo millennio erano solo un giniceo di educande, una sacrestia di chierichetti come dimostra la loro ansia attuale di essere accolti persino nel family day. E il programma di san Sepolcro? Il fascismo di sinistra antiborghese e laicista, il futurismo? Pura estetica comunicativa: al patto del Brancaccio stipulato con Salvini si deve sacrificare ogni cosa, pure l’anima che un tempo cantavano pura e incontaminata dalla politica del Palazzo. Ora nel Palazzo vogliono entraci veramente dalla porta principale, basta le adunate nel cortile del passato.

E’ questo il succo della querela per diffamazione a mezzo stampa (di cui potete leggere alcuni stralci sotto questo articolo) vecchia di 5 anni e mezzo, ma di cui ho avuto notifica pochi giorni fa, che CasaPound nella veste del signor Gianluca Iannone, ugola degli Zetazeroalfa e ristoratore romano, mi ha rivolto per un articolo da me scritto su Liberazione l’8 maggio 2010 (leggi qui).
Nel testo della denuncia l’avvocato, nonché militante di CasaPound Italia Domenico Di Tullio, individua la presenza di un profilo diffamatorio in un passaggio in cui si fa riferimento alla «lunga lista di aggresioni, spedizioni punitive, iniziative contro i disabili, xenofobia, brindisi alla Shoa». Tali «sconsiderate affermazioni – sostiene la parte querelante – non trovano alcun riscontro nella realtà ed hanno un evidente e grave effetto diffamatorio per la reputazione dell’associazione».
La querela è stata rigettata dal pm che ne ha chiesto l’archiviazione sostenendo che l’articolo attaccato era privo di animus diffamandi poiché «non involge profili di rilevanza penale in quanto trattasi di succinta analisi storico-politica […] ivi compresa qualche riflessione sui rapporti con l’apparato governativo di centro-destra allora in carica». Il Gip ha accolto la richiesta ed archiviato la denuncia senza notificare la decisione alla parte querelante. Il successivo ricorso, da questa avanzato in cassazione per difetto di notifica, ha riaperto la procedura che dopo una serie ulteriore di rimbalzi è finalmente arrivata davanti ad un nuovo gip che dovrà pronunciarsi sulla richiesta di archiviazione il prossimo 3 febbraio.
E’ nota la strategia delle querele a raffica da sempre messa in campo da CasaPound. Un po’ come Saviano (leggi qui). Chiunque osi parlare in modo non agiografico e apologetico della loro attività politica e non si presti a fare da cassa di risonanza della loro propaganda viene attaccato in sede giudiziaria (penale e civile) con un chiaro intento intimidatorio finalizzato a ridurre lo spazio di parola non gradito, elevando in questo modo il costo sociale di una discussione libera.
Concludo, per ora, sottolinenado come il senso di quel mio intervento, uscito di spalla a due articoli di cronaca sulla manifestazione nazionale del Blocco studentesco, anticipata nei giorni precedenti come una “marcia su Roma”, che rendevano la temperatura al suolo di quei giorni, aveva un significato politico molto chiaro. In redazione si era discusso sulla linea da tenere riguardo alla polemiche che l’annuncio magniloquente della manifestazione aveva suscitato. Erano emerse posizioni diverse che rappresentavano la divisione che si era aperta nella sinistra.
Personalmente, come si può leggere nel testo, sia pur breve, non condividevo (come mi è successo di scrivere anche in altre circostanze) la linea dell’antifascismo giustizialista che si appellava a questura, prefettura e magistratura per vietare la manifestazione (una posizione abbastanza contraddittoria se promossa da chi divieti e limitazioni del genere li subisce quotidianamente); ancora di più ritenevo una forma di grave ingenuità portata fino alla piaggeria, in altri casi addirittura una forma di connivenza,  l’appello di chi si era levato in difesa del diritto di manifestare, sposando la strategia vittimaria di CasaPound, confondendo in questo modo una organizzazione che aveva entrature nell’allora maggioranza di governo e che raccolse il sostegno di una trentina di deputati della destra, con la popolazione esclusa di un campo Rom.
Sarebbe interessante sapere se quegli stessi che firmarono l’appello allora hanno qualcosa da dire oggi!

Di seguito potete leggere la prima pagina della querela, subito dopo il testo dell’articolo presente su Insorgenze.net fin dal maggio 2008 (con un titolo scelto da me), e la versione cartacea dello stesso apparsa su Liberazione.

Querela Iannone 1

Più case meno Pound

Preceduto da polemiche e appelli contrapposti, finisce in un flop il raduno nazionale del Blocco studentesco patrocinato da CasaPound. Tanto rumore per nulla

Paolo Persichetti
Liberzione 8 maggio 2010


Quarantaquattro gatti in fila per sei col resto di due
. E’ finita proprio così, come recita la filastrocca che vinse lo zecchino d’oro nel 1968, il sit-in nazionale del Blocco studentesco, emanazione di CasaPound, che si è tenuto ieri a Roma. Poche centinaia di militanti raggruppati nell’angolo di una piazza troppo grande per loro. In giro nemmeno l’ombra delle migliaia che avrebbero dovuto marciare sulla Capitale, come preannunciato alla vigilia. Era dunque infondato, oltre che molto discutibile, l’allarme lanciato nei giorni scorsi dall’Anpi (per altro ritiratasi all’ultimo momento dopo aver acceso la miccia), ripreso da un folto gruppo d’intellettuali e personalità che chiedevano l’esclusione del Blocco studentesco dalle elezioni universitarie, dalle forze politiche di sinistra e dai Centri sociali che hanno dato vita ad un presidio di protesta, anche questo senza grande partecipazione. La forte opposizione della sinistra romana aveva spinto la Questura a vietare il corteo chiesto dai «fascisti del terzo millennio» e autorizzato in precedenza dalla Prefettura. Scelta molto “maliziosa” che ha accresciuto le polemiche e acceso i riflettori su una vicenda che con tutta probabilità sarebbe passata quasi inosservata. La sinistra si è divisa, Piero Sansonetti e Massimo Bordin hanno firmato un appello in difesa del diritto di manifestare per chiunque, dunque anche per chi si richiama apertamente ad una delle tante sfumature del fascismo, in questo caso quello del programma di san Sepolcro. Ma quelli di CasaPound non sono gli abitanti di un campo Rom, di tanta solidarietà non avevano gran bisogno perché nel frattempo era arrivato l’appoggio di un bel pezzo di maggioranza, 32 parlamentari del Pdl (molti dei quali finiani), e di due fedeli consiglieri capitolini del centrodestra, Ugo Cassone e Luca Gramazio. Ricevuti dal comprensivo sottosegretario agli Interni, Alfredo Mantovano, hanno ottenuto la possibilità di una manifestazione stanziale, conclusasi prima del previsto. Tuttavia l’accorta messa in scena disposta in piazza, l’assenza di vessilli e cimeli del fascismo storico, le bocche chiuse e la comunicazione affidata solo ai portaparola ufficiali, lo sfoggio di retorica giovanilista e vitalista con un target studentesco ben preciso, l’estetismo autocontemplativo, il «siamo belli come il sole», «17 anni tutta la vita», «giovinezza al potere» che rinviano ad una sorta di impoliticità ormonale, di onanismo ideologico, di acne militante, le canzoni di Rino Gaetano e Vasco Rossi, non cancellano la lunga lista di aggressioni, iniziative contro i disabili, xenofobia e brindisi alla Shoa. Contrariamente a quanto accadeva alla destra radicale non stragista degli anni 70, questa formazione non vive ai margini del sistema ma è la micropropagine ultima del blocco politico-sociale attualmente al governo. Il 20 marzo aveva suoi uomini tra i ranghi del servizio d’ordine della manifestazione che il Pdl ha tenuto in piazza san Giovanni. Dietro l’aria scapigliata e le imitazioni futuriste s’intravede la voglia di poltrone negli assessorati e le municipalizzate. In attesa appalta per conto del Pdl, dietro copertura politica e sostegno materiale, il tentativo di penetrazione nel sociale e nelle scuole e racimola fondi grazie alle delibere comunali e ai servizi d’attacchinaggio durante la campagna elettorale. Insomma quelli di CasaPound non sembrano proprio avere l’aspetto d’un gruppo di perseguitati, al contrario frequentano i salotti buoni, addirittura aspirano a diventare uno di questi. Finito il raduno e svuotata la piazza sul selciato disadorno è rimasta solo una domanda: c’era davvero così bisogno di sollevare tanto allarme?

Articolo 8 maggio

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Se nello Stato di diritto si annida l’eccezione

Dall’eccezione giudiziaria italiana degli anni 70-80, al patriot act varato dall’amministrazione statunitense dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, fino al recente progetto di costituzionalizzazione dello stato di eccezione in Francia, i sistemi politici occidentali che un tempo vantavano di essere le culle dello stato di dritto fanno sempre più ricorso a forme di stato di eccezione. Siamo difronte ad una deriva oppure ad una evoluzione di questi modelli politici? Lo stato di diritto resta l’ostacolo migliore alle pratiche di eccezione oppure ne è diventato il ricettacolo più efficace?

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Il caso italiano: lo stato di eccezione giudiziario

Paolo Persichetti
18 settembre 2006

È strano, ma quando si parla di democrazie liberali si omette sempre di ricordare che questi sistemi prevedono, in caso di grave minaccia, specifiche clausole di autosospensione del proprio ordinamento costituzionale.
Per funzionare il sistema giuridico ha bisogno di normalità, perché ciò avvenga esso si avvale di momenti di interruzione che vengono chiamati «stato di eccezione». È questo un punto cruciale, poiché chi introduce una tale misura è in buona sostanza l’ultimo a decidere, non a caso chi ha questo potere è stato indicato come il sovrano reale (Carl Schmitt). Non lo stato di diritto, dunque, ma chi può decidere sulla sua sospensione rappresenta il vero arcana imperii della sovranità.
A ricordarcelo è stato il professor Panebianco che sul Corriere della Sera per ben tre volte (il 13 e 15 agosto 2016 e poi ancora il 3 settembre successivo) si è soffermato sull’argomento invocando l’introduzione dello stato di eccezione. Ma c’è un problema: se, a quanto pare, le democrazie non possono sfuggire a quel destino crudele che ne prevede l’autosospensione, non c’è invece unanimità sui modi in cui questa interruzione debba avvenire. Infatti, esistono almeno tre modelli contrapposti:

1. Quello tradizionale di ispirazione giacobina, codificato nelle costituzioni liberali dell’800 e del 900, che attribuisce pieni poteri all’esecutivo e sospende le garanzie giuridiche per un periodo limitato nel tempo e nello spazio. Un modello che sarebbe ormai divenuto superfluo di fronte alla natura asimmetrica dei nuovi conflitti.

2. Per questo l’amministrazione Bush ha varato un nuovo modello di applicazione della eccezione caratterizzato da misure stabili e permanenti, che pur salvaguardando regole e procedure prevedono la presenza di buchi neri, «zone grigie» in cui il confine tra legalità e illegalità resta incerto, «ambiti riservati davanti ai quali lo stato di diritto arretra». Una sorta di doppio binario: legalità e diritti riconosciuti solo per una parte della popolazione e trattamenti differenziati per la restante. In egual modo, alcune tipologie di reato sfuggono al regime normale della legge. Uno stato di eccezione postfordista insomma: flessibile, modulabile, a macchia di leopardo, capace persino di delocalizzare ed esternalizzare le incombenze più triviali e compromettenti, organizzando una sorta di stato di eccezione extraterritoriale che conserva per i poteri statali e nella madrepatria unicamente la direzione strategica delle operazioni.

3. Esiste, infine, un terzo modello, lo stato di eccezione giudiziario inventato in Italia alla fine degli anni 70. Quest’ultimo, però, non piace affatto a Panebianco perché «l’eccezione può essere riconosciuta solo se il suo controllo rimane nelle mani della magistratura. Il che riflette lo stato dei rapporti di forza fra magistratura e classe politica». Tuttavia ciò non ha impedito, ricorda sempre l’editorialista del Corriere, che «una qualche forma di stato di eccezione sia stata dichiarata. Brigate rosse, mafia: fenomeni affrontati con leggi speciali (la legislazione antiterrorismo, il 41 bis, ecc)».

Chissà cosa avranno pensato, leggendo queste parole, Bruti Liberati,  Armando Spataro e l’associazione nazionale magistrati che durante la vicenda Battisti si sono prodigati per raccontare ai francesi la favola di una Italia giardino incantato dello stato di diritto?
Singolare vicenda quella italiana: i costituenti, infatti, per marcare una netta differenza con i tribunali speciali del fascismo, esclusero dalla Costituzione qualsiasi richiamo alla stato di eccezione. Successivamente, però, questo ostacolo venne aggirato riservando alla magistratura, piuttosto che all’esecutivo, il ruolo di dominus dello stato di eccezione. Circostanza che oltre a costituire una novità assoluta non ha fornito alcuna particolare garanzia in più, ma ha solamente rafforzato una sfera giudiziaria depositaria di un potere di delega che nel tempo si è trasformato in una supplenza politica completa. In questo modo la pratica della eccezione ha assunto una forma ancora più subdola e insidiosa poiché ha potuto legittimarsi con maggiore efficacia attraverso la sua innovativa capacità d’integrare, e non più sospendere, il sistema giuridico-costituzionale, trasformandosi a tutti gli effetti in regola stabile e permanente attraverso il ricorso ad un vasto arsenale di leggi speciali e trattamenti differenziali.
Al punto che non è stato più possibile ripristinare la normalità giuridica poiché non vi era mai stata sospensione, ma unicamente ibridazione di più registri giuridici e penali, legislativi e procedurali, fino ad determinare un groviglio inestricabile che non consente più alcun riassorbimento o fuoriuscita.
In questo modo ha preso forma un simulacro di stato di diritto a partire dalla sedimentazione successiva e stratificazione ripetuta di fasi replicate di emergenza. Questo nuovo modello ha reso obsolete tutte le obiezioni legate alla natura extragiuridica della eccezione, poiché essa appartiene oramai interamente alle istituzioni giuridiche dello stato costituzionale, grazie ad un singolare paradosso che ha fatto del formalismo giuridico non più l’antagonista ma il ricettacolo della dottrina della emergenza. L’introduzione di misure straordinarie e speciali, la cui giustificazione legale ha imposto una messa in forma giuridica sempre più complessa, ha mascherato la rottura della norma: non potendo più far scomparire l’eccezione, la dottrina si è protesa sempre più ad assimilarla e costituzionalizzarla.
È dunque giusto parlare di stato di eccezione giudiziario non solo perché si è creato un sistema penale ibrido, dove norma regolare e regola speciale convivono, si integrano e si sostengono reciprocamente, ma perché il giudiziario è diventato il centro del sistema, il nuovo sovrano che decide.
Scriveva in proposito Montesquieu: «Non può esserci libertà, se la potenza di giudicare non resta separata dalla potenza legislativa e da quella esecutiva. Se questa si salda alla potenza legislativa, il potere esercitato sulla vita e la libertà dei cittadini sarebbe arbitrario poiché il magistrato diverrebbe legislatore. Se venisse unita alla potenza esecutiva, il magistrato potrebbe avere la forza di un oppressore».

Altri interventi
Lo stato di eccezione giudiziario

Per la Nato Moro non possedeva segreti che mettessero a rischio la sicurezza atlantica /2

Seconda puntata – Prosegue la nostra inchiesta (leggi qui la prima) che prende spunto dall’attività della nuova commissione d’inchiesta parlamentare  sul rapimento e l’uccisione del presidente della Dc Aldo Moro. La storia del sequestro del leader democristiano da parte delle Brigate rosse è costellata di diversivi, false piste, intossicazioni, disseminate per fare confusione. L’ultima drammatica telefonata che Mario Moretti fece alla famiglia Moro (ascolta qui vedi anche la nota 1) è la migliore risposta alla domanda che viene continuamente riproposta: il sequestro avebbe potuto avere un esito diverso? Per sbloccare la situazione il 30 aprile 1978 le Br rinunciano persino a quanto indicato nel loro precedente comunicato, il numero 8: fanno sapere che sarebbe bastata una presa di parola, un segnale per sospendere l’uccisione del prigioniero. Ma la Democrazia cristiana continuò a tacere fino alla mattina del 9 maggio.
Perché questo silenzio? Perché la Dc restò immobile anche difronte ai segnali di ammorbidimento della posizione brigatista? Oggi ci dicono che il presidente della Repubblica Leone, informato della chiamata fatta dalle Br avrebbe risposto alla stessa signora Moro, «tengo la penna in mano», pronto a firmare la grazia per la liberazione di Paola Besuschio, militante delle Br incarcerata; sembra anche che la mattina del 9 maggio 1978
Amintore Fanfani dovesse pronunciare un discorso davanti ai vertici del partito, riuniti nella sede nazionale di piazza del Gesù, ma l’intervento alla fine sarebbe stato rinviato a dopo le elezioni amministrative del 14 maggio per evitare di avvantaggiare gli avversari politici…
E perché il Pci si mostrò tanto ostile verso il prigioniero Moro, suo referente fondamentale nella strategia del compromesso storico, decretando l’inautenticità delle sue lettere e addirittura considerandolo «già morto» dopo lo scritto su Taviani (Lettera al sen. Paolo Emilio Taviani allegata al comunicato n. 5 del 10 aprile 1978)? Un Pci che il 18 aprile 1978 vide uno dei suo massimi dirigenti, il futuro presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ottenere il visto e partire per la prima volta verso gli Stati uniti dove avrà incontri molto importanti con l’establishement a cui avrà modo di esporre la posizione del partito comunista sul rapimento Moro e trovare ampia comprensione e condivisione per la scelta della «linea della fermezza» (affronteremo meglio questo capitolo in una delle prossime puntate).
La mancata trattativa e l’esito del sequestro trovano una buona dose di spiegazioni nell’atteggiamento tenuto dalle due maggiori forze politiche dell’epoca. Proprio per evitare di indagare le ragioni di queste scelte, con il loro portato di conseguenze e responsabilità, si sono diffuse le dietrologie più diverse: tra queste spicca la teoria del «doppio ostaggio», un cervellotico scenario alla Le Carré. Secondo questa ipotesi, elaborata del senatore Pellegrino presidente della precedente commissione che si occupò del caso Moro, ad un certo punto del sequestro per le Br come per la loro controparte avrebbe perso importanza la persona di Moro. La sorte del prigioniero sarebbe passata in secondo piano rispetto ai segreti contenuti nelle carte (il «secondo ostaggio») che su indicazione di Moro le Br avrebbero ricevuto da emissari a lui vicini e barattato con i Servizi segreti (un’altra variante ipotizza una intercettazione da parte dei Servizi delle carte) di non meglio specificate potenze straniere (che in questa teoria si equivalgono senza particolari differenze tra Est e Ovest). La morte di Moro, anzi la decisione di rinunciare alla sua liberazione dalla prigione, «già individuata» secondo i propugnatori di questa suggestiva trama noir, sarebbe stata la diretta conseguenza del soggiungere sulla scena del sequestro delle carte segrete tenute da Moro nel suo studio di via Savoia. Ed è propio sul contenuto delle carte dell’archivio Moro, depositate da qualche tempo presso l’Archivio centrale dello Stato, che si è incentrata l’attenzione di Marco Clementi. E così l’approccio diretto alle carte ci dimostra che ogni qualvolta i documenti riemergono sulla scena le narrazioni noir devono lasciare in tutta fretta il posto alla storia.

di Marco Clementi

Una delle ipotesi che circolano ancora oggi sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro riguarda la possibile consegna di documenti custoditi da Moro nel suo studio di Roma alle Brigate rosse o, per loro, a entità diverse, diciamo straniere. Si tratta, per estensione, della teoria del doppio ostaggio, formulata dal presidente della Commissione Stragi sen. Giovanni Pellegrino, per la quale le Br, acquisiti i documenti riservati, ebbero la possibilità di trattare sia per Moro, sia per le carte. L’ipotesi non ha mai trovato riscontri oggettivi, ma continua a circolare. Oggi, a differenza del passato, si è in grado di illustrare il contenuto dell’archivio di Aldo Moro di via Savoia e di come fu gestito dopo l’uccisione dell’uomo politico.

Per la Nato e i Servizi Moro possedeva informazioni riservate ma non sensibili
Siamo, com’è noto, nel 1978. La situazione politica italiana è complessa. Il partito che ha governato il paese per 30 anni non ha più il controllo del Parlamento e solo un concreto aiuto del Pci può consentire il governo del paese. Si tratta del “compromesso storico”, se visto da Botteghe oscure, o della “solidarietà nazionale”, se si usa l’espressione coniata dai democristiani. La Nato, ovviamente, temeva l’ingresso del PCI al governo (fatto indicato specialmente da ambienti dell’ex partito comunista come il movente del rapimento), ma non perché avrebbe portato i cosacchi ad abbeverare i cavalli in Vaticano. Il problema era l’accesso di un partito finanziato da Mosca ai segreti militari dell’Alleanza Atlantica. Quando Moro cadde nelle mani di una entità sconosciuta a Bruxelles, la situazione si complicò ancora di più. Appurato che nessun italiano all’epoca fosse a conoscenza del targeting Nato e che il Pci non avrebbe mai avuto accesso a informazioni sensibili, la situazione si chiarì nel corso di pochi giorni.

La nota dell’Autorità nazionale per la sicurezza
DSC00345 Mae18:1 notaEcco cosa riporta un documento contenuto in ACS, MIGS b. 23 C parte A, dispacci MAE, f. 18 cartella 1: «Appunto autorità nazionale per la sicurezza siglata il 31 marzo 1978 da Ambasciatore Malfatti, segretario generale MAE per la politica estera, dall’ammiraglio Mainini, sottocapo di stato maggiore della difesa, per la parte militare. Per le questioni Nato è stato sentito l’ambasciatore presso l’alleanza atlantica Catalano. Il rischio di sicurezza connesso al rapimento dell’on. Moro va considerato rispetto ad alcuni temi che potrebbero essere argomento di interrogatorio e che sono ipotizzabili anche attraverso comunicazioni contenute nei messaggi delle Br numeri 2 e 3… Il segretario Generale del nostro Ministero Affari Esteri, interpellato sulla possibilità che all’on. Moro possono essere strappati segreti connessi alla politica estera italiana o ai rapporti internazionale del nostro paese, esclude l’esistenza di fatti riservati di rilevante importanza, in quanto tutto è DSC00331 Mae18:1 appuntopraticamente noto attraverso la stampa normale e specializzata. In effetti il ruolo dell’Italia non è tale da poter influire sugli equilibri internazionali e quindi, da necessitare una specifica e così clamorosa azione di ricerca da parte di altra nazione. Nel settore militare di interesse esclusivamente nazionale non esistono elementi a conoscenza dello On. Moro che possono costituire un rischio di sicurezza. L’uomo di stato era indubbiamente a conoscenza di cose riservate nelle loro linee generali ma evidentemente non poteva scendere nei dettagli operativi. Per quanto riguarda i nostri rapporti con la Nato può essere ripetuto il discorso precedente, in quanto nessun uomo politico scende nei dettagli operativi… L’unico punto debole potrebbe essere quello che l’Italia è membro permanente del Nuclear Planning Group ma il nostro ambasciatore presso la Nato esclude che l’on. Moro fosse a conoscenza di fatti capaci di incrinare la sicurezza dell’alleanza. Inoltre va rilevato che la parte più riservata della strategia nucleare è rilasciata solo alle nazioni in possesso di proprio armamento nucleare e che pertanto il targeting completo e le norme di impiego non sono a conoscenza di nessun elemento nazionale».

Le carte dell’ufficio di via Savoia
Chiarito che Moro non aveva informazioni sensibili, se ne può dedurre logicamente che nel suo Archivio non conservasse neanche documenti in tal senso. Altre informazioni, diverse dal targeting Nato, davvero non valevano l’uccisione di 5 uomini e il rapimento di Moro. Comunque, vediamo quale fosse la consistenza del fondo di via Savoia. Si tratta di sei armadi blindati contenenti documentazione di varia tipologia, in parte proprietà dello Stato (e che, dunque, non doveva trovarsi lì), in parte privata, che richiese mesi di lavoro alle Commissioni incaricate della stesura di un inventario e che, infine, venne acquisita dallo Stato italiano, comprandola, per la parte privata, dalla famiglia Moro. È altamente, per non dire certamente, improbabile che Moro conoscesse l’ubicazione di documenti specifici, visto il loro alto numero (229 faldoni). Tuttavia, sono presenti documenti segreti e riservati. Essi furono acquisiti dalla Pubblica amministrazione nel 1983 e custoditi presso la Segreteria speciale della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Riguardavano due casi importanti per Moro: il processo De Lorenzo e lo scandalo Lockheed.

Il dossier De Lorenzo
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Nella prima vicenda sulla quale, com’è noto, Moro aveva posto il segreto di Stato, lasciando che fossero condannati per diffamazione due giornalisti come E. Scalfari e L. Jannuzzi (condanna poi non confermata in secondo grado per la remissione della querela del generale De Lorenzo e del colonnello Mario Filippi) [Elenco dei documenti contenuti nel pacco n. 1 ora in ACS, fondo Moro, Carabinieri, busta 174]. I documenti riguardanti questioni militari e la Nato risalgono al periodo 1963-1969, mentre sono molto più recenti, ossia del 1977, due documenti su forze di polizia e ordine pubblico.

Il carteggio sullo scandalo Lockheed
IMG Lookeed 3071Il carteggio sullo scandalo Lockheed per lo più proviene dal Parlamento, sebbene alcune carte siano state prodotte da Ovidio Lefevre, uno degli uomini coinvolti nello scandalo, e dal senatore Luigi Gui, uno dei ministri della Difesa coinvolti nello scandalo con Mario Tanassi. Qui va fatto un inciso. Lo scandalo, infatti, che riguardava la vendita all’Italia di aerei forniti dalla ditta Lockheed, costrinse il Parlamento a formare una commissione inquirente. La seconda, in particolare, che operò nel 1976-77, fu presieduta dal senatore Mino Martinazzoli, coadiuvato da due vice, uno del Pci e uno del Psi e composta da 8 Dc, 7 Pci, 2 Psi, un membro di Sinistra Indipendente, uno di Democrazia Nazionale e uno del Gruppo Misto-Union Valdotaine. Il voto di Martinazzoli fu decisivo per non incriminare l’ex primo ministro coinvolto, Mariano Rumor, mentre Gui e Tanassi vennero incriminati. Durante la seguente discussione in aula, Moro pronunciò un discorso divenuto famoso per questo passaggio: «…Per tutte queste ragioni, onorevoli colleghi che ci avete preannunciato il processo sulle piazze, vi diciamo che noi non ci faremo processare…».

Le commissioni Dainotto e Serra
DainottoTornando all’archivio di Moro, la documentazione riservata e segreta successiva riguarda l’attività del presidente democristiano quando era ministro degli Esteri, dunque fino al 1974. Della metà degli anni Sessanta sono un consistente numero di documenti riguardanti la “società Cogne”, attiva in Val d’Aosta nel comparto energetico (1965-1968). La prima commissione incaricata di inventariare l’Archivio e valutarne il contenuto fu istituita nel 1983, presieduta dal prefetto Aldo Dainotto. Fu questa a individuare la serie di documenti coperti da segreto (una porzione «assai esigua» rispetto al contesto archivistico, scrisse nella sua relazione), serie trasferita presso la Segreteria speciale della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Una seconda commissione, istituita nel 1992 e presieduta dal prof. Enrico Serra, concluse i suoi lavori affermando che «non esistevano documenti rilevanti sotto il profilo del segreto di Stato oltre a quelli già acquisiti alla Pubblica Amministrazione dalla Commissione Dainotto».

Arrivo in Acs e commissione Porpora
Nel 1995 l’archivio Moro fu acquisito dall’Archivio centrale di Stato e venne ad affiancarsi agli archivi personali di altri uomini politici come Giolititi, Orlando, Parri, Sforza e altri. Si diede inizio a un lavoro di lettura e inventario delle carte in vista della apertura alla consultazione del fondo, rispettando la sequenza dell’ordinamento dato da Moro (o da suoi collaboratori). Le carte, oltre a quelle segrete e riservate già citate, sono relative all’attività del presidente come ministro di Grazie e giustizia (1955-1957), della Pubblica Istruzione (1957-1959) di segretario della Dc (1959-1963), di ministro degli esteri (in più fasi dal 1964 al 1974) e di presidente del Consiglio (1963-1968 e 1974-1976) [Archivio centrale dello Stato, fondo Moro, CC, b. 174]. Le prime 32 buste sono oggi liberamente consultabili. Contengono documenti degli anni 1959-1978 costituiti da minuti di testi e discorsi, molti dei quali pubblici. Le buste 33-37 sono parzialmente consultabili. Contengono note biografiche, appunti, rassegne stampa, fotografie, interventi parlamentari, messaggi di saluto. Le buste 38-58 non sono consultabili. Contengono carte sull’ordine pubblico e la sicurezza interna (1971-1977), carte dell’Ufficio del capo di Gabinetto di Moro ministro degli Esteri e del presidente del Consiglio. Le buste 60-196 contengono documentazione varie relativa all’attività di Moro in qualità di ministro di Grazia e giustizia, della Pubblica istruzione ecc., questioni Onu, Nato e Cee. Le altre buste contengono interventi parlamentari, documenti sulle visite di Stato di Moro e di personalità straniere in Italia. L’ultima commissione, istituita nel  2003 e presieduta dal Consigliere di Stato, prof. Giuseppe Porpora, fu incaricata di verificare l’eventuale permanenza di motivi che impedivano il trasferimento della documentazione conservata presso la Segreteria speciale della Presidenza del Consiglio dei Ministri all’Archivio centrale dello Stato. Alla fine dell’esame, una parte venne declassificata (159 fascicoli), mentre su 7 fascicoli è stato mantenuto il segreto.

Senza conferme il teorema del “doppio ostaggio”
Alla luce di questa breve ricognizione del fondo Moro, appare molto difficile credere a un passaggio di carte da via Savoia a via Montalcini o Rapallo, in Liguria, dove si riuniva permanentemente l’esecutivo brigatista. Andiamo per logica. Se Moro fosse stato rapito da un servizio occidentale, non esistevano segreti che egli conoscesse e non conoscessero i suoi eventuali rapitori. Se a farlo fosse stato un servizio dell’Est, allora questo avrebbe sbagliato persona. Molto più semplice e meno vistoso sarebbe stato operare come di solito agiscono i servizi, ossia ricattando, infiltrando o corrompendo. Se, infine, furono le Br, come noi crediamo, in questo caso nessuno dei pentiti o dei dissociati ha mai ricordato la circostanza. Né, se consegna di documenti ci fu, nessuno dell’eventuale canale di ritorno ha mai detto una parola in proposito, neanche oggi a distanza di 37 anni, né le eventuali carte sono mai saltate fuori, nemmeno dal luogo dove in questo caso sarebbero dovute naturalmente finire, ossia la base di via Monte Nevoso a Milano. Non che quei documenti non potessero suscitare l’interesse delle Br, specialmente considerando che l’uomo di potere Aldo Moro aveva nel suo studio Dossier, conservava segreti che potevano essere usati in politica, dandogli potere di intervento in determinate situazioni. E, come vedremo in uno dei prossimi interventi, proprio nei giorni precedenti il sequestro, Moro si era attivato per far mettere sotto controllo il proprio studio di via Savoia, ma solo “quando era assente”. Eppure, il Memoriale redatto da Moro in via Montalcini smentisce qualsiasi ipotesi di consegna. Se, infatti, ci fosse stato un passaggio di documenti, a cosa sarebbero servite le memorie di Moro sugli stessi argomenti, senza peraltro incontrare un solo riferimento a eventuali carteggi? Se le Br avessero saputo che Moro conservava le carte degli scandali, del Sifar o della Lockheed, e che Moro era stato prima di tutto interessato a salvare, o salvaguardare, il suo partito e se stesso, allora avrebbero potuto usarli davvero come mezzo di pressione per rompere il muro della fermezza. Ma non lo fecero. Semplicemente perché non avevano in mano alcuna di quelle carte.

Note

1. La telefonata di Mario Moretti alla famiglia Moro
telefonata Mario

Per saperne di più

Pecchioli e il memoriale Morucci: oltre a Cossiga anche il Pci sapeva /1

Alla ricerca del complotto. Speculazioni, cinismo e buchi nell’aqua di una inutile commissione d’inchiesta sul caso Moro
Alle spalle di Moro
Ecco la prova che nessuno sparò al motorino di Marini in via Fani
La colonna sonora di via Fani. Dei nuovi documenti smontano la storia della Honda e le fantasie del supertestimone Marini
La leggenda dei due motociclisti che sparano e il tentativo di cambiare la storia di via Fani
Su via Fani un’onda di dietrologia. Ecco chi c’era veramente sulla Honda

La dietrologia nel caso Moro
1a puntata – Via Fani, le nuove frontiere della dietrologia
2a puntata  – Il caso Moro e il paradigma di Andy Warhol
3a puntata – Via Fani e il fantasma del colonnello Guglielmi
4a puntata – La leggenda dei due motociclisti che sparano e il tentativo di cambiare la storia di via Fani
5a puntata – Nuova commissione d’inchiesta, De Tormentis è il vero rimosso del caso Moro

 

Critica del vittimismo /2

Seconda puntata – dopo aver affrontato (leggi qui) il conflitto tra storia e memoria, generato dal sopravanzare della seconda sulla prima, dalla costruzione di una memoria pubblica, anzi di Stato (nonostante per definizione la memoria non può che essere singolare, parziale e soggettiva), fino all’emergere di una nuova figura di testimone, o meglio a quel processo di selezione che la figura del testimone ha subito, al punto da lasciare sullo sfondo tutti gli altri attori della storia a vantaggio di uno solo di essi, divenuto l’unico testimone legittimo, sancito per legge, il testimone che assume la postura sofferente, il testo di oggi analizza questa nuova figura di vittima, una vittima particolare poiché l’accesso a questo status è selettivo. Non tutte le vittime sono vittime, non basta aver subito una sofferenza, un torto, un danno grave e irreparabile, per divenirlo. Lungo questo tragitto di selezione politica della figura della vittima, la vittima forte – spiega Giglioli – cancella quelle deboli. Ma c’è di più: questa postura vittimaria cela l’essenza del potere attuale che cerca in questo modo nuova linfa per trovare legittimazione. Attenzione, esiste anche un vittimismo dal basso che propone questo paradigma di pensiero come una nuova forma di contropotere che al posto della critica e della prassi radicale ha sostituito il risentimento. Una competizione che ricorda quella «concorrenza tra vittime» di cui scriveva Hannah Arendt, competizione che non salva ma genera solo nuove vittime

 

«La vittima è l’eroe del nostro tempo. Essere vittime dà prestigio, impone ascolto, promette e promuove riconoscimento, attiva un potente generatore di identità, diritto, autostima. Immunizza da ogni critica, garantisce innocenza al di là di ogni ragionevole dubbio. Come potrebbe la vittima essere colpevole, e anzi responsabile di qualcosa? Non ha fatto, le è stato fatto. […] Se solo la vittima ha valore, se solo la vittima è un valore, la possibilità di dichiararsi tale è una casamatta, una fortificazione, una posizione strategica da occupare a tutti i costi. La vittima è irresponsabile, non risponde di nulla, non ha bisogno di giustificarsi: il sogno di qualunque potere».

pp. 9-10

Ulteriori letture sull’argomento
Critica del vittimismo/1
Non tutti hanno il diritto di essere vittime, non tutte le vittime sono vittime allo stesso modo
Quando ai familiari delle vittime si chiede di divenire gli esecutori delle pene. Postille ad un articolo di Claudio Magris
De Luna: Andare oltre il paradigma vittimario

Paradigma vittimario e giustizia internazionale
Populismo penale e vittimismo
Retoriche vittimarie e talk show

Il paradigma vittimario

Critica del vittimismo /1

Innauguriamo oggi una nuova rubrica dal nome L’intempestivo. Lo facciamo proponendo alcuni brani del libro di Daniele Giglioli, Critica della vittima, Nottetempo 2014. Ho letto questo testo appena uscito, nella primavera del 2014, tra un turno e l’altro d’ospedale, dove il piccolo Sirio era ricoverato. Da allora purtroppo non ho avuto modo di recensirlo come avrebbe meritato. Per quanto mi riguarda è il saggio più interessante che ho letto negli ultimi due anni. Si tratta della migliore sintesi di quanto ad oggi è stato scritto e pensato sull’emergenza del paradigma vittimario. Oggi voglio saldare quello che ritengo un debito di riconoscenza suggerendo alcuni dei suoi passaggi più significativi. Cominciamo dal conflitto storia/memoria, dal sopravanzare della seconda sulla prima, dalla costruzione di una memoria pubblica, anzi di Stato, nonostante per definizione essa non può che essere singolare, parziale e soggettiva, fino all’emergere di una nuova figura di testimone, o meglio a quel processo di selezione che la figura del testimone ha subito, al punto da lasciare sullo sfondo tutti gli altri attori della storia a vantaggio di uno solo di essi, divenuto l’unico testimone legittimo, sancito per legge, il testimone che assume la postura sofferente: la vittima. Non tutte le vittime però, ma solo quelle che si vedono riconosciuto l’accesso a questo status, la vittima forte che cancella quelle deboli

7150UK099HL«In primo luogo la memoria, l’ossesione della memoria. Il dovere, addirittura, della memoria, un termine che nel nostro spirito pubblico aspira a spodestare, come ha notato Enzo Traverso, il suo gemello/antagonista storia. Rispetto alla storia, la memoria è soggettiva, intima, vissuta, non negoziabile, autentica se non vera a prescindere: assoluta proprio perché relativa. Configura un rapporto col passato di tipo inevitabilmente proprietario: il mio, il nostro passato.
La memoria non si scrive senza pronomi e aggettivi personali. Al suo centro, il testimone; e testimone per eccellenza è oggi chi reca iscritto in sé, nel corpo prima ancora che nella mente, il peso dei processi da cui è stato affetto: la vittima, dunque. Vera protagonista del passato è la soggettività sofferente, cui le istituzioni attribuiscono volentieri il crisma dell’eticità di Stato, istituendola a oggetto di celebrazione pubblica avente forza di legge: il “Giorno della Memoria” (27 gennaio, commemorazione delle vittime della Shoah); il “Giorno del Ricordo” (10 febbraio, in onore delle vittime delle foibe); la “Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie” (21 marzo); il “Giorno della Memoria dedicato alle vittime del terrorismo interno e internazionale, e delle stragi di tale matrice” (9 maggio, anniversario dell’omicidio Moro).
Sinistro cortocircuito, che isola gli eventi dalla catena del loro accadere, li ipostatizza in valori invece di spiegarli come fatti, e in tal modo invalida anche il proposito di elevarli a monito perché ciò che è accaduto non accada di nuovo: non chi non ricorda, ma chi non capisce il passato è condannato a ripeterlo».

Pagine 16-17

Ulteriori letture sull’argomento

Il paradigma vittimario
Pour une critique du paradigme victimaire

Non tutti hanno il diritto di essere vittime, non tutte le vittime sono vittime allo stesso modo
Strage di Brescia: la grande ingenuità di chi ha creduto che la magistratura potesse arrivare alla verità senza cambiamenti politici profondi nelle istituzioni coinvolte
La liberazione condizionale e la lettera scarlatta

Logica premiale e logica vittimaria ispirano la nuova filosofia penale

Quando ai familiari delle vittime si chiede di divenire gli esecutori delle pene. Postille ad un articolo di Claudio Magris

De Luna: Andare oltre il paradigma vittimario

Paradigma vittimario e giustizia internazionale
Quando la memoria uccide la ricerca storica
Genesi del populismo penale e nuova ideologia vittimaria
Una storia politica dell’amnistia
Storia e giornate della memoria
Il nuovo pantheon del martirologio tricolore
Populismo penale e vittimismo
Retoriche vittimarie e talk show

Sabina rossa e gli ex-terroristi: siano liberi senza il sì di noi vittime (Corriere della sera)
Sabina Rossa, “Cari brigatisti confrontiamoci alla pari”

Nella desolata vastità della cella

La sapienza della cella

Vorresti conoscere te stesso e (forse ancor più) la tua reale situazione? C’è per questo una buona pietra di paragone. Considera quale tra le migliaia di definizioni dell’uomo ti appaia immediatamente evidente.
Mi metto dunque a pensare nella mia cella, e mi appare immediatamente lampante che l’uomo è nudo. Massimamente nudo è l’uomo che vien posto svestito di fronte a un uomo vestisto; disarmato di fronte a uno armato; impotente, di fronte a uno potente. Tutto ciò lo sapevano già Adamo ed Eva alla cacciata dal paradiso.
Subito si solleva una questione: da chi deve cominciare la definizione di uomo, dall’uomo nudo o dall’uomo vestito? Dall’armato o dal disarmato? Dall’impotente o dal potente? Nei paradisi dell’odierno aldiqua gli uomini vanno dattorno vestiti di colpo mi è chiaro che io invece sono nudo.

Nelle desolate vastità di un’angusta cella.

Ex Captivitate Salus
Carl Schmitt

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Cronache carcerarie

 

Stefano Cucchi, «non l’uccise la morte ma chi volle cercargli l’anima a forza di botte»

«Noi non c’entriamo, la divisa non ha colpa». L’excusatio non petita del maresciallo dei carabinieri che portò alla madre di Stefano Cucchi la notizia del decesso del figlio suona oggi come una confessione manifesta, soprattutto dopo la pubblicazione della telefonata (potete ascoltare l’audio qui e leggere qui) in cui l’ex moglie di uno dei carabinieri che arrestò Cucchi (rimasto sempre coperto nel corso delle passate indagini) rinfaccia all’ex congiunto (che non pagava gli alimenti e la cui cifra umana si può ricavare dal tenore della telefonata. Questi tutori dell’ordine una volta tolta la divisa si sciolgono come maschere d’argilla) le sue confidenze su quel che accadde in caserma quella notte: «di quanto vi eravate divertiti a picchiare quel drogato di merda».
Il ruolo avuto dai carabinieri nella vicenda, seppure solo oggi sostanziato da elementi di prova che all’epoca non vennero cercati, non è una novità. La dinamica dei fatti emergeva abbastanza chiaramente già all’epoca quando l’autorità giudiziaria, a cui vennero affidate le indagini, supportata dall’allora ministro della Difesa La Russa, fece di tutto per tenere i militi dell’Arma fuori dall’inchiesta nonostante il ruolo da questi avuto nell’arresto e nella “gestione” del fermato durante un’intera notte. Ripubblichiamo la recensione al libro che Stefania Cucchi ha scritto insieme a Giovanni Bianconi, in cui si avanzava chiaramente questo scenario.
A Stefano, come recita la canzone di De André,
non l’uccise la morte ma chi volle cercargli l’anima a forza di botte.
Pestato brutalmente per farlo “cantare”, per estorcergli informazioni sullo spaccio, la rete di fornitori, il nascondiglio dove teneva la merce da vendere. Sottoposto ad una tortura spicciola, fatta da personale esaltato e incapace di applicare quella “economia dello sforzo” che si richiede in una tortura di livello profesionale, utilizzata in altre fasi e livelli di indagine. La scoperta fatta dai famigliari nei giorni successivi alla sua morte di una discreta quantità di stupefacienti nella casa dove Stefano abitava, sconosciuta ai carabinieri, rese evidente fin da allora il movente del brutale trattamento che gli venne riservato.
Gli indizzi c’erano già tutti, dal 118 chiamato quando Cucchi era ancora in una cella di sicurezza di una stazione dei carabinieri, alle condizioni fisiche in cui si trovava all’arrivo nelle celle dei sotterranei del tribunale di piazzale Clodio, ben prima del suo ingresso in carcere.
In questi anni abbiamo assistito ad uno scarica barile: l’apparato più forte ha scaricato la patata bollente su quello più debole, così la polizia penitenziaria si è ritrovata sul banco degli accusati; questi a loro volta hanno fatto di tutto per lasciare con il cerino in mano il personale medico-infermieristico del centro clinico penitenziario dell’ospedale Pertini.
Un ingranaggio dove ogni rotella dello Stato ha giocato la sua parte di responsabilità. E se oggi abbiamo la certezza che a pestare Cucchi furono dei carabinieri (non c’è solo l’audio registrato a D’Alessandro ma anche altre prove documentali, come la falsificazione di un registro, il ruolo giocato dal comandante della stazione dei CC, alcune ammissioni fatte su quel che accadde quella notte), nessun altro apparato ne esce pulito.
Tutti sono coinvolti per l’indifferenza, la superficialità, il cinismo, altre dosi di botte aggiunte alle precedenti e l’omertà dimostrata (basti ricordare le allusive rimostranze di un noto sindacato della penitenziaria che ben sapeva quali erano le condizioni di Cucchi al momento della consegna nelle loro mani… Ma alla penitenziaria conveniva denunciare i carabinieri che poi per ritorsione avrebbero potuto ficcare il naso in quel che avviene quotidianamente nelle carceri?).
La regola è un’altra: ogni apparato nasconde i suoi panni sporchi in famiglia. Si chiama etica dello Stato! Quella che piace tanto ai legalitari.

 1

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Il libro di Ilaria Cucchi sulla morte del fratello Stefano: «Nessuno deve più morire in un carcere o in una caserma». Ostacoli e retroscena su una verità che fa paura alle istituzioni. Vorrei dirti che non eri solo. Storia di Stefano mio fratello, Rizzoli 2010

Paolo Persichetti
Liberazione 22 ottobre 2010

«Noi non c’entriamo, la divisa non ha colpa». Si congeda con queste parole il maresciallo dei carabinieri che aveva portato alla madre di Stefano Cucchi la notizia del decesso del figlio, esattamente un anno fa nel reparto penitenziario dell’ospedale Sandro Pertini. Non una imbarazzata frase di circostanza ma l’annuncio di una programmatica impunità. L’episodio è rivelato da Stefania Cucchi nel libro scritto insieme al giornalista del Corriere della Sera Giovanni Bianconi, Vorrei dirti che non eri solo. Storia di Stefano mio fratello, Rizzoli. Di frasi del genere in questa terribile storia che racconta l’oscenità del potere che si impossessa dei corpi, se ne trovano altre, come quella pronunciata da un’altro uomo in divisa davanti al reparto dove Cucchi è morto, «Ci sono tutte le carte a disposizione. Se volete potete controllare, noi siamo tranquilli». L’accesso alle carte sarà invece un percorso labirintico, per nulla spontaneo, dovuto unicamente all’attenzione politico-mediatica accesa sul caso dalla pubblicazione delle foto del corpo straziato di Stefano sul tavolo dell’obitorio e dalla caparbietà della famiglia costretta a rinunciare all proprio lutto privato. Le denunce pubbliche innescheranno una doppia inchiesta, parlamentare e amministrativa, arrivando lì dove l’indagine penale da sola non sarebbe mai giunta senza tuttavia dissolvere le molte ombre. L’autoassoluzione preventiva appartiene alle caratteristiche peculiari delle burocrazie repressive. E’ parte del patto tacito stipulato con le gerarchie in cambio della fedeltà e dei servizi prestati, spesso inconfessabili. Non a caso a sancire l’irresponsabilità è arrivato anche il capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Franco Ionta, che a conclusione dell’inchiesta ministeriale affermava, «Gli accertamenti amministrativi hanno rilevato fin qui l’assenza di responsabilità da parte della polizia penitenziaria», nonostante l’indagine interna redatta dal numero due del Dap, Sebastiano Ardita, traesse ben altre considerazioni. «Quando ho potuto leggerla – afferma Ilaria Cucchi – mi sono resa conto che si stava tentando di celare perfino quanto scoperto dalle stesse istituzioni». A fargli compagnia le dichiarazioni preventive del ministro della Difesa Ignazio La Russa in favore dell’Arma dei carabinieri, quando le indagini erano ancora al punto di partenza, e la sortita ignobile del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al lotta contro le tossicodipendenze, Carlo Giovanardi, per il quale Cucchi se l’era cercata. In questa gara all’esportazione delle responsabilità non è stata da meno neanche la Asl competente per territorio sull’ospedale Pertini, che appena dieci giorni dopo il trasferimento in via cautelare reintegrava il personale sanitario indagato. Eppure nei sei giorni che l’hanno separato dall’arresto fino all’ultimo respiro Stefano Cucchi non ha fatto altro che passare di mano da una divisa e l’altra attraverso caserme, camere di sicurezza, carceri, reparti penitenziari di ospedali. In realtà le divise e i camici, inquadrati da altre divise, nella sua morte c’entrano eccome. «In tutte le tappe che hanno visto Stefano Cucchi imbattersi nei vari servizi di diversi organi pubblici, emerge una incredibile continuativa mancata risposta alla effettiva tutela dei diritti», afferma il rapporto interno del Dap che riassume così il calvario del giovane: «Assenza di comprensione del disagio, mancata assistenza ai bisogni, trattazione burocratica della tragica vicenda personale e in alcuni casi assenza del comune senso di umanità, si sono susseguiti in un modo probabilmente non coordinato e con condotte indipendenti fra loro, ma con inesorabile consequenzailità». Il tutto condito da tante violenze, prima durante e dopo, testimoniate da un corpo fratturato e pieno di ematomi. A Cucchi, come recita la canzone di De André, non l’uccise la morte ma chi volle cercargli l’anima a forza di botte. Il libro è la testimonianza dolorosa del percorso di una famiglia legata a valori tradizionali, «religione, legge e ordine», che proprio per questo scopre il tradimento delle istituzioni in cui ha sempre creduto. Una presa di coscienza che fa dire a Ilaria, “sorella coraggio”, di aver sentito dire in giro che la morte del fratello fa parte di quegli incidenti «inevitabili conseguenze di pratiche e comportamenti che servono a tutelare la sicurezza della collettività. Forse anch’io, un tempo, mi sarei lasciata andare a cose simili ma oggi so che sono inaccettabili. Perché non ci può essere un motivo valido per cui un ragazzo debba morire in un carcere o in una caserma. Non deve accadere, né deve accadere che l’opinione pubblica lo giustifichi come uno sgradevole inconveniente». Ad Ilaria e alla famiglia diciamo una cosa sola: non vi lasceremo mai soli.

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Pecchioli e il Memoriale Morucci, oltre a Cossiga anche il Pci sapeva /1

Iniziamo oggi una serie di interventi che prendono il via dalla relazione sul primo anno di attività della nuova commissione d’inchiesta sul rapimento e l’uccisione di Aldo Moro. Dopo la conferenza stampa di giovedì 10 dicembre, in cui si è parlato anche di cornetti e colazioni ai tavolini del bar Olivetti, prospicente l’incrocio con via Fani, chiuso in quei mesi ma entrato comunque nell’indagine, un intervento si è fatto impellente. Il deputato Gero Grassi, vicepresidente del gruppo Pd, ha spiegato che «in quegli anni a Roma non tutti i bar avevano i cornetti. Il bar Olivetti invece li aveva ed erano i più buoni della Capitale», mentre il presidente Fioroni ha parlato di 14 brigatisti (4 in più di quelli individuati) e di due moto coinvolte nella vicenda; di nuovo Grassi ha sottolineato che gli assalitori di via Fani erano almeno 20 e non tutti brigatisti ovviamente. Un giornalista ha subito rilanciato, arrivando a 24, ma solo perché aveva paura di dire 23. Infine il commissario Fornaro (anch’egli Pd) ci ha spiegato che a sparare è stato un numero di armi sicuramente superiore a quello indicato nelle perizie. Tombola!
La voce del deputato Lavagno (Pd), che ha invitato al rigore metodologico delle risultanze oggettive e dell’onestà intellettuale, è rimasta sospesa. Parole al vento. Come è noto tra la ragione, il buon senso e i cornetti la differenza la fa la crema. E allora tutti di corsa a inzuppare sui tavolini virtuali del bar Olivetti. Il caso Moro vale almeno un cappuccino!
Attenzione però, anche se la situazione appare tragica, anzi ridicola, noi proveremo a rimanere seri. La Commissione chiede ai brigatisti “verità”, avendo però deciso a priori che il passato è colmo di menzogne (questa asserzione apodittica è contenuta nella stessa legge istitutiva). Per dimostrarlo, si  è cercato di smontare il cosiddetto “Memoriale Morucci”. Un intero anno dedicato a riprendere la tesi dell’ultimo libro dell’ex senatore Flamigni, Patto di Omertà, Kaos edizioni. Anche se noi oggi ci occuperemo di questo testo, mi raccomando non compratelo. Noi lo facciamo solo perché la commissione lo ha scelto come punto di riferimento… poi lo cestiniamo!


di Marco Clementi e Paolo Persichetti

IMG_5642«Non intendiamo proporre una sorta di insussistente storiografia parlamentare né, tanto meno, vogliamo avvalorare l’uso pubblico della storia da parte della politica» (1), con questa premessa contenuta nella relazione sul primo anno di attività svolto, la terza Commissione di inchiesta sul rapimento e la morte di Aldo Moro ha inteso spiegare il metodo di lavoro finora seguito: un modello ispirato alle caratteristiche peculiari di un organo inquirente, che mira negli intenti dichiarati ad acquisire «prove giuridicamente apprezzabili anche in sede giudiziaria», piuttosto che fare un lavoro di ricerca storico-politica.
Cosa significa? Surrogare l’attività della magistratura non toglie alla Commissione l’essenza politica della sua natura! In altre parole siamo di fronte ad un ibrido che persiste ostinatamente anche a fronte delle tecniche forensi, garanzia solo apparente di oggettività.

Una commissione senza storia
IMG_3667Lo dimostra il fatto che questa Commissione non ha mai rinunciato alle sue premesse politiche: nata sull’onda emotiva di una sensazionalistica campagna mediatica di fronte alla quale la politica ha facilmente ceduto, sedotta dalle teorie del complotto che egemonizzano da decenni la narrazione pubblica sul rapimento Moro e più in generale sugli “anni Settanta”, si è subito ritrovata orfana dei misteri che ne avrebbero dovuto giustificare la ragione sociale perché nel frattempo la magistratura era intervenuta scoperchiando i depistaggi e le millanterie che si celavano dietro le ultime (di allora) sortite dietrologiche.
Lo dimostra ancor di più l’atteggiamento dei consulenti e di quei commissari che sorpresi e infastiditi dai risultati inaspettati delle nuove perizie (la ricostruzione tridimensionale e la nuova perizia balistica della Polizia sull’azione di via Fani confermano la ricostruzione fatta dai brigatisti; le analisi del Ris sulle tracce di Dna escludono la presenza di Moro nella base brigatista di via Gradoli, per fare solo alcuni esempi), hanno lavorato sistematicamente per domesticarne il significato dirompente rispetto alle premesse iniziali: più le ipotesi dietrologiche e gli scenari complottisti si sfaldavano, maggiore è apparso lo sforzo nel cercare puntelli e rattoppi che continuassero a tenerli in piedi.
E le premesse iniziali sono rimaste sempre le stesse, ribadite con forza dal presidente Fioroni anche durante la conferenza stampa tenutasi lo scorso 10 dicembre: dimostrare che la «vulgata brigatista» del rapimento Moro sia una verità artefatta, nella migliore delle ipotesi “parziale”, una versione aggiustata, «condivisa», contrattata, mediata, con un fantomatico “potere” (come se la Commissione parlamentare d’inchiesta non ne fosse essa stessa una emanazione) in cambio di vantaggi (audite audite!) giudiziari e penitenziari.

Il depositario della verità
Non una ricerca a tutto campo dunque (la Commissione ha scelto di non essere un cantiere aperto), ma un insieme di assiomi e postulati che delimitano come un recinto di filo spinato il terreno da manipolare, ovvero quella «versione brigatista» ritenuta soltanto la parte di «verità dicibile», altrimenti detto una “verità di comodo” a fronte di una verità nascosta, quella “verità vera” di cui esisterebbe almeno un depositario. Si tratta dell’ex senatore Sergio Flamigni, sulle cui suggestioni la commissione ha fatto sponda, alla ricerca di un punto di riferimento.
Un appiattimento, a dire il vero, poco apprezzato dallo stesso ex senatore e dal suo entourage che non hanno esitato a prenderne le distanze, come ha sottolineato Benedetta Tobagi in una compiacente recensione del suo ultimo libro, apparsa su Repubblica del 26 ottobre 2015: «La nuova Commissione Moro, agli occhi degli addetti ai lavori, sembra dedita principalmente a confondere le acque e sfornare scoop di dubbia fondatezza con pretese di scientificità (clamorosa la ricostruzione 3D della strage di via Fani che fa a pugni con le perizie)».
Flamigni rimprovera ai Commissari il dilettantismo, quella voglia di strafare che ha prodotto risultati esattamente opposti a quelli ricercati invece di attestarsi prudentemente sul gioco delle estrapolazioni parziali, delle deformazioni, dei documenti letti a metà, o addirittura sfuggiti, recitando per un verso il consueto vittimismo sulle fonti ancora tenute nascoste per poi, al contempo, approfittare di questo presunto vuoto per trasformare una narrazione al condizionale, infarcita di illazioni, supposizioni, ipotesi ipotetiche, autoconvincimenti, idiosincrasie, sospetti, in una storia declinata al passato prossimo.


Il memoriale dei dissociati e il racconto degli altri brigatisti
brigateRosseUnaStoriaItaliaQuello che prende il nome di memoriale Morucci-Faranda (un collage di deposizioni rese in sede istruttoria e processuale in tempi diversi, interpolato di considerazioni successive dello stesso Morucci e dell’allora direttore del Popolo, Remigio Cavedon, con allegati la ricostruzione fatta in sede processuale da altri protagonisti come Franco Bonisoli, Alberto Franceschini e altri brigatisti dissociati), oggetto del libro di Flamigni, Patto di Omertà, Kaos edizioni 2015, non è la sola ricostruzione dei 55 giorni del rapimento, come ha inteso l’autore e anche la Commissione.
In ordine di tempo, Mario Moretti nel 1993, Anna Laura Braghetti, nel 2003, Raffaele Fiore nel 2007, Prospero Gallinari nel 2008, hanno pubblicato libri in cui ricostruiscono, a partire dal ruolo che hanno avuto, l’intera vicenda del rapimento e della uccisione del leader democristiano. A loro vanno aggiunte le dichiarazioni di  Germano Maccari davanti all’autorità giudiziaria. Nonostante la sostanziale coincidenza dei racconti in punto di fatto, esiste una importante differenza politica con le  versioni di Morucci e Faranda: Moretti, Fiore e Gallinari non parlano da dissociati, né erano usciti dalle Br prima di dichiarare, nel 1989, che la lotta armata era conclusa. Come hanno scritto Mosca e Rossanda nella loro prefazione al libro intervista con Moretti nel 1993, fino a quel momento le ricostruzioni dell’assalto di via Fani e dei 55 giorni o erano state del tutto assenti, o erano state fatte da dissociati e pentiti. Insomma, fino al 1993, nessuno dei brigatisti non dissociati aveva mai raccontato quelle vicende.

20060426 - ROMA - SPE - IL LIBRO DEL GIORNO: UN CONTADINO NELLA METROPOLI - La copertina del libro del giorno

Ipostatizzare il racconto primigenio di Morucci, presentandolo come la versione ufficiale della narrazione brigatista, cosa che fa Flamigni e dietro di lui la Commissione, «la “verità ”morucciana avallata da Moretti» (p. 57), è dunque un falso storico, un grave errore metodologico e di merito che diventa inevitabilmente fuorviante per chi si sforza di capire. Quando decidono di parlare Morucci e Faranda oltre ad essersi posizionati sul piano inclinato della collaborazione giudiziaria, come detto non appartengono più da molti anni alle Brigate rosse, da cui erano usciti con clamore e code polemiche prima del loro arresto nel 1979. E dunque, a nome delle Brigate rosse non avrebbero potuto negoziare nessun patto omissivo e del silenzio.
La scelta di collaborare con la giustizia, che è cosa diversa dalla ricostruzione storica dei fatti, è una loro decisione personale che non ebbe implicazioni organizzative poiché in quel frangente i due rappresentano unicamente se stessi, non una organizzazione o una parte di essa. Questo contesto nulla toglie al contenuto fattuale del memoriale, ma ne offre un diverso significato politico per nulla convergente con la posizione dei militanti che hanno rifiutato di collaborare con l’autorità giudiziaria serbando una propria autonomia politica.

Storicizzare e uscire dall’emergenza: la proposta che chiude il ciclo politico della lotta armata
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Morucci e Faranda collaborano per ottenere sconti di pena e una più agevole collocazione penitenziaria, avvalendosi della legislazione premiale preesistente, adottata dallo Stato in modo indipendente dalle loro dichiarazioni e che si sviluppa ulteriormente sotto la spinta generale della dissociazione carceraria che vede una presenza massiccia di militanti di altre organizzazioni combattenti, come Prima linea ad esempio, che nulla hanno a che vedere con il rapimento Moro. Aderiscono alla retorica riabilitativa e riconoscono i valori dello Stato vincitore. Nel farlo tuttavia ripudiano le letture dietrologiche degli eventi (atteggiamento che li distingue dalla quasi totalità degli altri collaboratori), amplificando il valore etico e la portata politica della loro dissidenza interna, addossando furbescamente l’esito finale del rapimento ad una presunata cecità politica delle Brigate rosse, individuando – non a torto – nel Pci l’elemento forte della politica della fermezza (forse è proprio questo che da fastidio a Flamigni) rispetto ad una Dc più cedevole ma ricattata.
Perché, allora, insistere tanto su questo scritto? In altre parole, se l’obiettivo era quello di smontare le versioni brigatiste sul rapimento Moro perché non misurarsi direttamente con i racconti di Moretti e Gallinari?
Forse perché ad una Rossanda che gli chiede a conclusione del libro: «Se un angelo cattivo ti offrisse su un piatto libertà e oblio, e su un altro carcere e memoria, che cosa prenderesti?», Mario Moretti risponde: «Non esistono angeli perfidi, solo gli uomini propongono due modi ugualmente crudeli di morire. Comunque gli direi: dammi la libertà e la memoria. Se non sei capace di tanto, mio caro angelo, allora voli basso, neanche all’altezza della nostra sconfitta» (in Brigate rosse, una storia italiana, p. 258 prima edizione Anabasi 1994).
Nessuno scambio dunque, nessuna trattativa “di vertice” col potere su inesistenti segreti, solo il riconoscimento della fine di un ciclo politico, quello della lotta armata, le cui proporzioni con migliaia di detenuti incarcerati, l’azione di oltre 40 gruppi combattenti che hanno oltrepassato lo spazio di un decennio, parlano da sole e pongono il problema dell’avvio un processo di storicizzazione e di una chiusura dell’emergenza giudiziaria. Questa è la loro posizione.
Non a caso Flamigni è costretto ad antidatare l’origine del presunto patto di omertà ai giorni del sequestro, con 12 anni di anticipo sul memoriale Morucci (p. 44). La mancata diffusione del memoriale Moro, poi, è per Flamigni il frutto di un accordo stipulato con i Servizi segreti. Patto che oltre un decennio più tardi si sarebbe concretizzato nel memoriale Morucci. Una intesa che, stando a questa azzardata ricostruzione, sarebbe avvenuta prima dell’uccisione di Moro. Ma se Moro era ancora vivo, perché non trattare la sua liberazione anziché farlo uccidere (cosa che i brigatisti, se fosse stata questa la loro intenzione, avrebbero potuto fare agevolmente in via Fani senza tirarla per le lunghe e correre così tanti rischi), per poi prendere possesso dei suoi scritti? Tanto valeva averlo vivo. E poi Moro i servizi segreti li conosceva molto bene, li aveva diretti, aveva uomini di fiducia al suo interno. Per sapere i segreti di Moro i servizi non avevano alcun bisogno delle sue carte scritte durante il sequestro.

Lo scambio che non c’è
FullSizeRender-1Insomma il movente alla base del patto ipotizzato da Flamigni fa acqua da tutte le parti. E poi gli accordi prevedono uno scambio: non si capisce, per esempio, che vantaggi avrebbe ottenuto l’ergastolano Moretti in cambio del silenzio. L’ex dirigente brigatista è tuttora un detenuto in regime di semilibertà, con 34 anni di prigionia sulle spalle (Miguel Gotor in Il memoriale della Repubblica (p. 478), pur di tenere in piedi la teoria del patto del silenzio incorre in un grossolano incidente, imperdonabile per uno storico: confonde alcuni giorni di permesso fuori dal carcere concessi a Moretti nel 1994 con una inesistente ammissione alla libertà condizionale). Prospero Gallinari, un altro dei possibili beneficiari del patto, è morto nel gennaio 2013 in regime di esecuzione pena agli arresti domiciliari, concessi a causa di una gravissima patologia cardiaca che lo aveva reso incompatibile con la detenzione dopo lunghi anni di carcere speciale.
Senza scambio non c’è patto. E poi, a ben vedere, le Br non avevano affatto rinunciato alla diffusione del memoriale del presidente democristiano. Avevano soltanto stabilito tempi più lunghi di quelli inizialmente annunciati. Per farlo avevano messo in piedi una base, via Montenevoso a Milano, dato l’incarico ad una militante, Nadia Mantovani, di predisporre la versione da rendere pubblica. La sua pubblicazione sarebbe servita a prolungare la campagna di primavera con una offensiva rivolta contro nuovi obiettivi da colpire (2). I carabinieri arrivarono prima smantellando gran parte della colonna milanese, e metà dell’esecutivo. Era il 1° ottobre 1978, non il 1985!

La calunnia
Flamigni si spinge fino a indicare in Moretti una spia all’origine della delazione che ha portato in carcere Germano Maccari (p.34). L’accusa ha la funzione di rafforzare la tesi dello scambio di favori con il potere, in questo caso non più attraverso il silenzio omertoso ma la denuncia plateale di un proprio compagno. Ancora una volta la circostanza è del tutto falsa: ad indicare Maccari fu Adriana Faranda nel corso di un drammatico interrogatorio svoltosi nell’ottobre del 1993. (3)

Durante un interrogatorio, Faranda rispondendo a una precisa domanda su Maccari possibile quarto uomo di via Montalcini inizialmente disse: «Non lo escludo». Quindi, fuori dal palazzo di giustizia, riconobbe davanti al personale Digos che Maccari era davvero il quarto uomo. Ricondotta davanti al magistrato mise a verbale questa dichiarazione ed aggiunse che su Moro spararono Moretti e Maccari. Al fine di proteggere la fonte, si legge nello stesso documento, sarebbe stato quanto prima interrogato Maccari per ottenere «piena confessione».

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C’è anche è un’altra importante circostanza che stranamente non trova traccia nel libro di Flamigni.
Il memoriale Morucci che suor Teresilla Barillà, una religiosa collaboratrice dei Servizi, fece pervenire il 13 marzo del 1990 al presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Testo che il Quirinale invierà al ministro dell’Interno Antonio Gava il 26 aprile e che quest’ultimo trasmetterà il giorno successivo alla procura della Repubblica, ha un precedente.

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Pecchioli sapeva ma Flamigni non lo dice
L’11 luglio 1985 il segretario generale della Presidenza della Repubblica Antonio Maccanico inviò all’allora ministro degli interni, Oscar Luigi Scalfaro, su incarico del presidente della Repubblica Cossiga, una copia del pro-memoria consegnato dallo stesso Cossiga al giudice Ferdinando Imposimato il giorno prima. Nel testo, datato 10 luglio 1985, leggiamo che attraverso una fonte riservata la religiosa suor Teresilla aveva fatto pervenire al presidente un messaggio di Morucci e Faranda. Questi desideravano «dire la verità sul rapimento a condizione che le notizie fornite non vengano pubblicate».

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In passato, sempre secondo il documento, una simile richiesta era stata formulata, per il tramite del giudice Imposimato, nella forma di un colloquio riservato sia allo stesso Cossiga, all’epoca presidente del Senato, sia al senatore Ugo Pecchioli (un importante dirigente di Botteghe Oscure che svolgeva il ruolo di “ministro dell’Interno ombra del Pci”, responsabile della sezione problemi dello Stato). All’epoca Cossiga si disse disponibile all’incontro, ma dopo attenta considerazione «e valutati i rischi politici in ordine ai procedimenti in corso, di tale iniziativa si convenne, sia da parte del prof. avv. Francesco Cossiga e sia da parte del sen. Ugo Pecchioli, di non dare corso alla richiesta avanzata», cosa sulla quale «consentì il giudice Imposimato».
Questo documento, allegato al fascicolo del memoriale Morucci, situato presso l’Archivio Centrale dello Stato (4) dimostra come il lavorìo preparatorio di quello che poi prese il nome di “memoriale Morucci” era noto alla magistratura, nella veste del magistrato istruttore Imposimato, ma anche alla maggiore forza politica di opposizione, ossia il Partito comunista italiano, che venne coinvolto nella persona di uno dei suoi massimi rappresentanti.
Se trattativa e patto di omertà ci furono, come poté restare in silenzio il Pci, sapendo del precedente del 1985? E se patto ci fu, e il Pci non sollevò obiezioni, allora sorge spontanea la domanda: quali segreti voleva preservare il Pci?

Note

  1. Le parole riprese nella relazione sono del senatore Paolo Corsini che le aveva espresse nel corso del dibattito sulla proposta di istituzione della commissione.
  2. Testimonianza di Lauro Azzolini agli autori.
  3. Ministero degli interni, Caso Moro, Gabinetto speciale, busta 24
  4. Ministero degli interni, Caso Moro, Gabinetto speciale, busta 20

Per saperne di più
Alla ricerca del complotto. Speculazioni, cinismo e buchi nell’aqua di una inutile commissione d’inchiesta sul caso Moro
Alle spalle di Moro
Ecco la prova che nessuno sparò al motorino di Marini in via Fani
La colonna sonora di via Fani. Dei nuovi documenti smontano la storia della Honda e le fantasie del supertestimone Marini
La leggenda dei due motociclisti che sparano e il tentativo di cambiare la storia di via Fani
Su via Fani un’onda di dietrologia. Ecco chi c’era veramente sulla Honda

La dietrologia nel caso Moro
1a puntata – Via Fani, le nuove frontiere della dietrologia
2a puntata  – Il caso Moro e il paradigma di Andy Warhol
3a puntata – Via Fani e il fantasma del colonnello Guglielmi
4a puntata – La leggenda dei due motociclisti che sparano e il tentativo di cambiare la storia di via Fani
5a puntata – Nuova commissione d’inchiesta, De Tormentis è il vero rimosso del caso Moro

Alla ricerca del complotto. Speculazioni, cinismo e buchi nell’acqua di una inutile commissione d’inchiesta sul caso Moro

statua-moro-maglie.scale-to-max-width.825xLa nuova commissione d’inchiesta sul rapimento e l’uccisione del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro è giunta al suo giro di boa. Entro il mese di ottobre dovrà informare il parlamento sullo stato dei lavori sinora svolti. Dopo due anni di audizioni e nuove indagini peritali, delle tante aspettative iniziali sulla possibilità di fare luce sugli (pseudo)misteri del caso Moro è rimasto solo l’effetto d’annuncio. Il campo era già stato  sgomberato in parte dalla magistratura che nel corso delle sue ultime inchieste aveva accertato l’infondatezza delle rivelazioni sulla mancata liberazione di Moro in via Montalcini da parte dei Servizi. Anche la vicenda del presunto doppio ritrovamento del corpo di Moro in via Caetani, il 9 maggio 1978, si era rivelata una millanteria con relativa incriminazione dell’autore. Venuti meno per manifesta infondatezza questi due oggetti di indagine, che tanto scandalo avevano suscitato facilitando la nascita della nuova commissione, ai suoi membri non è rimasto altro che concentrare l’attenzione sui fatti di via Fani. Ma anche qui le cose non sono andate nel verso auspicato dai dietrologi: la versione di Alessandro Marini, da sempre ritenuto un testimone chiave, sui due motociclisti che avrebbero dato supporto al rapimento esplodendo alcuni colpi contro il parabrezza del suo motorino, la presenza sulla scena del rapimento di un colonnello dei servizi, il tiratore scelto dalle molte identità, gli spari da destra, l’Austin sempre dei servizi posteggiata in modo da ostacolare la fuga del convoglio di Moro, il bar Olivetti chiuso da mesi ma riaperto di forza da alcuni commissari, i palazzi di via Fani gestiti da società fiduciarie sempre degli onnipresenti servizi, e ancora l’audizione di monsignor Mennini spacciata per la grande novità che avrebbe finalmente permesso di confermare l’esistenza del “canale di ritorno”, e come se non bastasse, la leggenda del fascicolo scomparso (invece soltanto smembrato e ricostituito altrove, presso l’archivio del Gabinetto speciale del ministro dell’Interno attivato durante il sequestro fino alla metà degli anni 90), l’armadio con le carte ancora secretate, l’originale di due fotocopie che non si trova da nessuna parte… Una lunga sequenza di episodi finiti tutti inevitabilmente in briciole. Un buco nell’acqua dietro l’altro che certo non arresterà i perditempo della dietrologia che ignorando ogni refutazione costruiscono sulla produzione industriale di misteri le loro carriere politiche e il loro stipendio. Fascicolo
Tuttavia questo bilancio pessimo, che ci conferma l’inutile spreco di questo carrozzone parlamentare, qualche cosa di nuovo e di buono – anche grazie al lavoro di alcuni commissari – alla fine l’ha dimostrato comunque. Intanto perché finalmente l’accesso alle fonti è aperto. La direttiva Prodi e quella più recente del governo Renzi consentono ormai la libera consultazione di una quantità incredibile di materiali provenienti dai Carabinieri, dal Gabinetto speciale del ministero dell’interno, dal Dis e da altre amministrazioni che si sono intersecate con la vicenda Moro. Esiste una quantità di fondi che fa invidia ad altre vicende storiche, che che ne dicano i maestri della dietrologia, notamment grandi “culi di pietra” che non amano faticare negli archivi. Questo ci dice che siamo difronte ad una realtà nuova: l’epoca del monopolio delle fonti che tanto piaceva a personaggi come Sergio Flamigni è finita. Quanto alla nuova generazione di dietrologi il problema nemmeno si pone, lavorano come pappagalli su fonti di terza o quarta generazione, copia-incolla e basta.
Questa novità ha permesso a nuovi ricercatori che si sono confrontati con questi materiali, che si sono misurati con le fonti primarie, di rimettere al centro il metodo storico e dare vita ad una critica della genealogia del discorso dietrologico. Per la prima volta sono stati auditi in commissione due studiosi di scuola non complottista, come Marco Clementi e Vladimiro Satta. Sembra una banalità eppure non era mai accaduto in precedenza. Nuovi documenti, documenti dimenticati o mai cercati, sono tornati alla luce, come mostra il libro di Gianremo Armeni che ha sgretolato la narrazione complottista di via Fani o il lavoro di Nicola Lofoco. Anche questo blog ha fatto la sua piccola parte scovando l’immagine del motorino col parabrezza privo di colpi d’arma da fuoco e una testimonianza chiave da tutti stranamente sempre taciuta.
Ciao MariniMa c’è stato ancora dell’altro. Una sorta di eterogenesi dei fini. La presunzione che il ricorso alle nuove tecniche forensi avrebbe permesso di acquisire quelle prove mai raggiunte in passsato dai teoremi complottisti, ha spinto incautamente la nuova commissione a chiedere al Servizio centrale antiterrorismo, alla polizia scientifica ed ai Ris dei carabinieri di compiere nuovi accertamenti. Contro ogni attesa la scansione tridimensionale di via Fani, insieme alle nuove indagini ed alla escussione di testimoni, hanno invece definitivamente messo a terra le velleità dietrologiche validando la versione fornita dai brigatisti, il numero delle armi impiegate e dei membri del commando che hanno fatto fuoco, escludendo ancora una volta la presenza di sparatori da destra contro la 132, confermando l’aggiramento in una seconda fase dell’Alfetta da parte di uno degli assalitori e l’inesistenza del mistero della vernice speciale presente su alcuni bossoli. Tutte cose già note e mai accettate dai fautori del complotto.
Pochi giorni fa è stata la volta del Ris che ha informato la commissione sui risultati ottenuti dalle ricerche fatte su 1115 reperti provenienti da alcune basi romane delle Brigate rosse e del Partito guerriglia, risalenti per altro ad epoche diverse: quelle di via Gradoli, via Pesci, via delle Nespole e poi nella stanza dell’appartamento di viale Giulio Cesare nella quale Morucci e Faranda avevano trovato una provvisoria ospitalità dopo l’uscita dall’organizzazione.
Ai tecnici dei carabinieri era stato chiesto di ritrovare tracce organiche della presenza di Moro e di Senzani in via Gradoli e di stabilire il numero dei frequentatori di quella base. L’ipotesi investigativa della commissione poggiava sulla convinzione che Moro fosse stato portato a spasso per Roma durante i 55 giorni e che a gestirlo ed interrogarlo non fosse stato Mario Moretti ma Giovanni Senzani.
Le ricerche effettuate su scarpe e oggetti da toilette (due spazzolini, un rasoio, alcune paia di scarpe e una pinzetta) non hanno evidenziato la presenza di profili di dna compatibili con quello di Moro. Sono emersi invece quattro profili ignoti, due maschili e due femminili. “Per la quasi totalità dna ‘da contatto’ depositato dal sudore”, ha riferito il colonnello Ripani, comandante del Ris. 
Conclusione: Moro non è mai stato in via Gradoli. Fine della storia? Neanche a pensarlo. Che quella base, come è noto, sia stata abitata nel tempo da due coppie di brigatisti (Faranda-Morucci e Balzerani-Moretti e in origine da Maria Carla Brioschi e Franco Bonisoli), per il presidente della commissione Fioroni non è un elemento sufficiente: ora si tenterà una comparazione col dna dei militanti Br condannati per la vicenda Moro. Sempre che questi siano d’accordo!
E perché mai dovrebbero esserlo?
Tracce della saliva di Moro sono state trovate sul bavero della sua giacca, il che –  ha sottolineato sempre il presidente Fioroni – porterebbe a supporre una morte non immediata dopo l’esecuzione. Circostanza, in realtà, già evidenziata dai risultati autoptici conosciuti da decenni e sottolineata con disappunto dal fratello di Moro nel suo libro. Insomma una conferma di quanto già noto se solo fosse letta la documentazione esistente.
L’altro materiale periziato ha riguardato tre gruppi di audiocassette provenienti da via Gradoli, viale Giulio Cesare e via delle Nespole. I Ris hanno provveduto a valutare lo stato di conservazione, a trasferire il materiale su dvd, a migliorare la qualità del parlato e a individuare, qualora presente, la voce dell’onorevole Moro. “Tutti i nastri – ha spiegato sempre il responsabile del Ris – sono in formato stereo 7, in uso negli anni ’70, sono in buone condizioni ma non è mai presente la voce dell’onorevole Aldo Moro”. 
Le diciotto cassette rinvenute nella base di via Gradoli ed in via delle Nespole, ha aggiunto il comandante, “sostanzialmente contenevano o un corso di inglese o della musica o non erano state incise”, con buona pace dell’onorevole Grassi che sognava di trovarvi l’interrogatorio di Moro in tedesco.

Rettifica
“Contenuti potenzialmente significativi”, così li ha definiti il responsabile del Ris, sarebbero stati stati riscontrati in altre cassette rinvenute non in viale Giulio Cesare, come erroneamente indicato all’inizio, ma in via delle Nespole, base del Partito guerriglia scoperta nel gennaio 1982 dopo alcuni interrogatori sotto tortura condotti con la tecnica dell’acqua e sale.
I “contenuti significativi” riferiti dal Ris sarebbero un audio inedito con la finta rivendicazione della esecuzione di Moro. Una voce annuncia il comunicato numero 13 (mai esistito, in tutto furono 9) e il ritrovamento del corpo a Genova. Probabilmente una prova. Le verifiche hanno escluso che si trattasse della voce di Morucci, autore della telefonata finale in cui si annunciava il luogo dove era stato lasciata la Renault 4 con il corpo di Moro. Il testo è sovraregistrato su un precedente audio in cui si sente una voce tenere una sorta di lezione, non si capisce bene se di economia o altra materia, che sembra aver attirato l’attenzione degli esperti del Ris insieme al contenuto di un’altra cassetta, dove comunque non è presente la voce dello statista democristiano.
Convinta di scoprire chissà quali segreti la commissione sta rovistando tra i rimasugli e gli scarti delle passate perqusizioni, recuperando reperti già ampiamente valutati all’epoca e ritenuti insignificanti o inutili per lo sviluppo delle indagini, convinta che la verità si trovi in fondo ad un cestino dei rifiuti.

Segue/Alle spalle di Moro

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3a puntata – Via Fani e il fantasma del colonnello Guglielmi
4a puntata – La leggenda dei due motociclisti che sparano e il tentativo di cambiare la storia di via Fani
5a puntata – Nuova commissione d’inchiesta, De Tormentis è il vero rimosso del caso Moro
I dietrologi dell’isis su Moro
La falsa novità dell’audizione di monsignor Mennini. Il confessore di Moro interrogato già 7 volte
Povero Moro ridotto a “cold-case”
Perché la commissione Moro non si occupa delle torture impiegate durante le indagini sul sequestro e l’uccisione del presidente Dc?
La vicenda Moro e il sottomercato della dietrologia ormai allo sbando