Ho paura, dunque esisto

La paura è diventata un grande fantasma collettivo, un elemento immaginifico, una sindrome del mentale, una psicopatologia sociale

Paolo Persichetti
Liberazione 10 giugno 2008

paura fantasmiDal vecchio penso dunque sono cartesiano siamo passati al più prosaico ho paura dunque esisto. Sembra quasi d’essere tornati ad uno dei precetti dell’empirismo che riduceva l’essere alla sua capacità di percepire, esse est percipi. Secondo questa scuola filosofica la realtà non ha vita in sé, non prescinde dalla nostra capacità percettiva ma esiste soltanto per il mezzo della nostra conoscenza. La percezione non è dunque lo strumento che ci consente di entrare in relazione con la realtà circostante ma ciò che l’inventa, la costruisce, la crea. Da qui il passo molto breve verso una concezione meramente soggetivistica del mondo.
È un po’ quel che accade oggi con questa storia dell’insicurezza percepita. La realtà, nel nostro caso il fatto sociale, non esiste, o meglio esiste soltanto in quanto vi è la capacità di percepirlo, di rercepirlo molto male sarebbe il caso di aggiungere come dimostra l’ennesimo sondaggio sulla “paura percepita” dagli italiani, pubblicato da Repubblica (9 giugno 2010) con il commento di Ilvo Diamanti.
Nulla di nuovo: nonostante il decremento degli omicidi, delle rapine e delle violenze registrato nell’ultimo decennio nel nostro Paese, 9 italiani su 10 sono persuasi che la criminalità sia in aumento. Approfondendo meglio l’analisi ci si accorge che lì dove sono maggiori gli indici di sicurezza, cioè minore il numero di reati consumati e più alto il livello di sicurezza sociale (tutele, previdenza, welfare, buona amministrazione), corrisponde paradossalmente un’amplificazione dell’allarme sociale. La paura è dunque un grande fantasma collettivo, un elemento immaginifico, una sindrome del mentale, una psicopatologia sociale.
Questo panico innesca a sua volta una spirale perversa fatta d’effetti d’annuncio repressivi da parte delle autorità di governo locale e centrale, miranti a rassicurare l’opinione pubblica, col risultato di suscitare un effetto d’accredito della paura e del suo fondamento reale.
Le politiche penali rispondono spesso ad imput di natura politico-ideologica che risentono del contesto storico, di quella che è la soglia di legalità tollerata dalla società in un momento dato, seguendo una direzione opposta all’andamento dei reati denunciati. Per ragioni diverse l’attenzione degli organi repressivi dello Stato può attenuarsi oppure rivolgersi verso altri fenomeni. Come spiega Salvatore Verde nel suo, Massima sicurezza. Dal carcere speciale allo stato penale (Odradek), nel 1990 il numero degli omicidi, dei sequestri e dei furti subisce un notevole incremento rispetto al quinquennio precedente ma in compenso le persone denunciate all’autorità giudiziaria si dimezza passando da quasi 700 mila a 350 mila.
Ciò che abbiamo di fronte è una profonda mutazione antropologica. I miti contrattualistici del passato ci hanno tramandato una concezione della paura che cercava risposte politiche attraverso la creazione di patti fondativi. La liberazione della paura stava alla base del contratto che sorreggeva l’adesione alla comunità. Ciò non eliminava le asperità, al contrario la società era animata da uno spietato ma ancora creativo conflitto tra capitale e lavoro.
Nella paura di oggi, invece, c’è un risentimento torvo che ha bisogno di designare un nemico, un colpevole tra noi. È una passione triste. Si è persa la voglia di progettare, di costruire percorsi, di perlustrare il nuovo. La ricerca di capri espiatori è tornata la soluzione più semplice. L’orgasmo triste della vendetta incarognita, la libidine impotente della cattiveria antropologica sono diventati il viatico di una competizione vittimaria che si avvita su se stessa alla ricerca di un appagamento che non verrà mai.

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Avviso per il “Popolo viola”: cambiate giornale. Il Secolo d’Italia fa gli auguri al Fatto quotidiano. Tra fascisti ci si intende

Letture consigliate – Le molte affinità elettive che legano la destra postfascista ai giustizialisti del Fatto quotidiano

«Il Secolo d’Italia fa gli auguri al Fatto quotidiano»

di Luciano Lanna
Il Secolo d’Italia 23 mrzo 2011

Tanti auguri al Fatto Quotidiano che oggi inaugura ufficialmente la nuova sede di via Valadier a Roma, dove la redazione si è trasferita dal primo febbraio, e festeggia i 18 mesi di vita e di successo. Lo facciamo anche perché lo si avverte davvero come un giornale con il quale condividiamo molte cose. Dalla presenza sulle sue colonne della firma del nostro amico Massimo Fini al fatto che molto ci accomuna al direttore e al vicedirettore, Antonio Padellaro e Marco Travaglio. «Mio padre è stato fascista convinto. Zio Nazareno, uno dei discepoli di Bottai», ha confessato tempo fa l’ex direttore dell’Unità Padellaro a Claudio Sabelli Fioretti. Aggiungendo: «I miei miti erano i grandi scrittori americani. Ma la bella stagione è durata poco. Sono stato immesso subito in questo meccanismo mostruoso che è il giornalismo». E ancora: «Non ho mai votato Pci in vita mia. Anzi votai Craxi quando diventò segretario. Ma venivo visto come uno strano giornalista non rassicurante in un posto importante…». Marco Travaglio, poi, montanelliano e di destra, ha ribadito le sue idee anche ieri sera in tv a Niente di personale di Antonello Piroso. E anche lui si era confessato con Sabelli Fioretti: «Non sono stato in Lotta Continua, né in Potere Operaio, né in Cl. Non sono mai stato iscritto a niente. Io sono anticomunista oggi come lo ero allora». Anzi, Travaglio ci tiene a ribadire di non avere niente a che vedere con qualsiasi sinistra: «Se non fosse Berlusconi il capo della destra, io starei lì!». E anche tutto questo, come il dato che Massimo Fini con i suoi libri – da La ragione aveva torto a Il ribelle – sia uno degli autori più letti a destra, è solo la conferma dell’anomalia italiana, quel mondo alla rovescia determinato dal primato dell’antipolitica che da una ventina d’anni allontana l’Italia dagli altri paesi europei. Poi non è di sinistra, ma è da sempre un liberale doc, il responsabile dell’inserto settimanale del Fatto dedicato alla cultura, Riccardo Chiaberge: «Da quando è uscito – dice Padellaro – abbiamo 4mila lettori in più».

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Massimo Papini assolto, «Non faceva parte delle nuove Br»

Crolla il teorema accusatorio costruito contro Massimo Papini. Per i giudici non apperteneva alle nuove Br, aveva solo tentato di assistere la sua amica, Diana Blefari Melazzi, durante la malattia in carcere

Liberazione 24 marzo 2001

I pm Erminio Amelio e Luca Tescaroli avevano chiesto una condanna a sei anni di reclusione al termine di una requisitoria durata circa 14 ore. Per l’accusa era un appartenente alle cosiddette “nuove Brigate rosse”, referente di Diana Blefari Melazzi condannata all’ergastolo per l’attentato Biagi e suicidatasi nel carcere di Rebibbia il 31 ottobre del 2009. Massimo Papini aveva avuto in passato una relazione sentimentale con la donna. Poi le era rimasto vicino tentando in tutti i modi di aiutarla quando in carcere la Blefari cadde in preda a gravi crisi psichiatriche. Ieri pomeriggio la prima corte d’assise lo ha assolto, per non aver commesso il fatto. Una decisione molto netta che sbriciola il teorema dell’accusa. «Con l’assoluzione – hanno affermato gli avvocati difensori Francesco Romeo e Caterina Calia – termina l’atroce supplizio di Massimo Papini che ha subito 18 mesi di detenzione, gran parte della quale in regime di isolamento». Per i legali «Papini è stato sottoposto ad un processo solo per l’accanimento ingiustificato di investigatori ed inquirenti di diversi uffici giudiziari». La sua colpa? «essere rimasto accanto a Diana Blefari Melazzi, cui voleva bene e che ha cercato di far curare viste le terribili condizioni psichiche in cui versava».

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“Scarcerate Papini, accuse senza argomenti
Amicizia e solidarietà sotto processo
Un altro Morlacchi dietro le sbarre
Ignorata la disponibilita offerta da un gruppo di detenute che si offrì di assistere la Blefari. I magistrati puntavano al pentimento
Induzione al pentimento
Suicidio Blefari Melazzi: l’uso della malattia come strumento di indagine

Cassazione: “Non è reato essere amici di inquisiti per banda armata”

Massimo Papini assolto per non aver commesso il fatto

Processo Papini: il naufragio di un teorema

Pochi minuti fa, la prima corte d’assise del tribunale di Roma ha assolto «per non aver commesso il fatto» Massimo Papini dall’accusa di appartenenza alle cosiddette nuove Brigate rosse.
Riportiamo di seguito un precedente articolo che introduce la vicenda

Amicizia e solidarietà sotto processo. Massimo Papini in aula lunedì 22 febbraio 2010

Un’inchiesta vuota e l’uso della malattia come strumento d’indagine

Paolo Persichetti
Liberazione 21 febbraio 2010

Si apre domani davanti alla prima corte d’assise del tribunale di Roma (piazzale Clodio) il processo contro Massimo Papini, 35 anni, romano. Un appuntamento atteso dopo la morte di Diana Blefari Melazzi, la sua ex fidanzata finita in carcere nel 2003 per appartenenza alle cosiddette “nuove Brigate rosse” e suicidatasi il 31 ottobre scorso nel carcere di Rebibbia. Una morte “annunciata” che ha fatto parlare di «uso della malattia come strumento d’indagine». Diana Blefari Melazzi, infatti, mise fine ai suoi giorni esattamente un mese dopo l’arresto del suo ex compagno che aveva tentato di scagionare fino all’ultimo. La sostanza delle accuse mosse contro Papini ruotano tutte attorno al suo rapporto con la donna, prima sentimentale poi d’amicizia, proseguito anche dopo il suo arresto attraverso un intenso scambio di lettere e poi grazie alle visite in carcere, autorizzate dall’amministrazione penitenziaria proprio in ragione delle pessime condizioni di salute mentale in cui versava la detenuta. Papini era riuscito a fare breccia nel muro che la sua amica aveva eretto contro il mondo convincendola ad accettare l’idea delle cure. Teneva un diario degli incontri, come gli avevano chiesto i medici, anche se questi erano tutti monitorati dalla polizia nella speranza che la detenuta nel corso dei colloqui si abbandonasse a qualche confidenza. In fondo l’arcano dell’inchiesta e della detenzione di Papini è tutto qui, nella convinzione degli inquirenti che la Blefari conservasse alcuni segreti: dal luogo dove sarebbero state nascoste le armi del gruppo, all’identità di un altro presunto componente del commando che colpì Marco Biagi. L’incarcerazione di Papini poteva servire da strumento di pressione. «L’attività investigativa sul territorio nazionale – aveva spiegato subito dopo il suo arresto uno dei massimi responsabili della polizia di prevenzione – non si è mai arrestata e non avrà tregua finché non saranno rinvenute le armi utilizzate». Un convincimento rivelatosi letale. Il dibattimento che si aprirà domani non è pero la prima verifica giudiziaria di un’inchiesta che negli anni ha assunto le sembianze di una vera e propria persecuzione macchiata poi dalla tragedia. Dopo anni d’indagini, pedinamenti e intercettazioni, già alla fine del 2008 la procura di Bologna chiese il suo arresto, asserendo un suo coinvolgimento nella rivendicazione dell’attentato Biagi. ll gip ritenne gli elementi depositati dall’accusa inadeguati a sostenere l’incriminazione. Il suo cellulare risultava agganciato alle 20,14 ad una cella vicino alla stazione Termini, zona di passaggio obbligata per rientrare nella sua abitazione, dove alle 21,55 venne effettuata la rivendicazione dell’attentato. Ma le indagini hanno provato che già alle 20,19 era al suo telefono di casa. Insomma non c’entrava nulla.
Passati gli atti alla procura romana, sulla base degli stessi elementi e soprattutto per il fatto di aver continuato a seguire la sua ex fidanzata lungo i meandri dolorosi e allucinati della sofferenza psichiatrica, Papini è stato arrestato il primo ottobre scorso in provincia di Salerno, su un set dove lavorava come attrezzista cinematografico. Il capo d’imputazione parla di un’appartenenza defilata al sodalizio sovversivo, relegata ad un livello periferico e in relazione con unico «referente», la Blefari per l’appunto, condotta dal 1996 fino alla data dell’arresto. Questa tracimazione temporale dell’accusa solleva non poche perplessità: primo perché Papini viene descritto per ben 13 anni come un aspirante militante sempre alla porte delle “nuove Br”, anche quando queste non esistevano; in secondo luogo perché la procura, dopo lo smantellamento del gruppo avvenuto nel 2003, ritiene ancora in attività la sigla Br-pcc. Ostinata tesi investigativa che sorpassa anche i più agguerriti accanimenti terapeutici. All’antiterrorismo sarebbero in grado di resuscitare persino la mummia di Tuthankamon pur di autogiustificare la loro attività che negli ultimi tempi sembra distinguersi per una marcata propensione all’azione preventiva, alla contestazione di reati che ancora non hanno preso forma. Contro Papini non c’è uno straccio di accusa per fatti specifici, gli si rimproverano soltanto dei contatti con la Blefari ritenuti sospetti. Tutto nasce dall’interpretazione di un documento, definito «Attosta», una specie di manuale (che poi si è rivelato essere il miglior modo per farsi identificare, una specie di involontario “pentito elettronico”) con il quale le “nuove Br” stabilivano le condotte cospirative da seguire. Per esempio, l’uso “dedicato ad un solo utente” delle carte telefoniche prepagate, o il ricorso sistematico a telefoni pubblici, erano indicati come le modalità di contatto tra militanti. Solo che nel suo rapporto con la Blefari, Papini, che pur accetta di chiamare da un certo momento in poi la sua amica in questo modo, venendo incontro ad una sua richiesta ritenuta un «po’ paranoica» dopo il suicidio della madre nel 2001, non rispetta mai alla lettera le prescrizioni. Insomma fa come gli pare. Rilevanti ai fini difensivi appaiono invece alcune lettere della Blefari, quella che gli lascia nell’ottobre 2003 poco prima di darsi alla latitanza: «Immagino che avrai un milione di dubbi, domande, ti starai spiegando adesso le mie “stranezze” e “paranoie” ma ora non ti posso spiegare»; o le altre dal carcere dove si dice «grata… perché non mi avete ripudiato», sottolinea che «un conto sono i rapporti personali, ed un conto quelli politici», fino a quella più esplicita, «visto che ora la mia identità politica clandestina ha l’opportunità di diventare pubblica, causa forza maggiore. Sta a te scegliere se continuare il nostro rapporto». Massimo Papini non ha mai avuto esitazioni. Ma oggi anche l’affetto e la solidarietà possono diventare un reato.

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Processo breve per soli ricchi

Passa in commissione Giustizia della Camera l’emendamento che riduce soltanto per gli incensurati i termini di prescrizione della durata dei processi

Paolo Persichetti
Liberazione 23 marzo 2011

Siamo alle solite. La destra berlusconiana ripropone l’ennesima versione privata e classista del garantismo. La commissione Giustizia della Camera ha approvato ieri pomeriggio l’emendamento che riduce i termini per la prescrizione nel cosiddetto “processo breve”. Le riduzioni però avranno valore soltanto per gli imputati incensurati. Per i recidivi i termini saranno più lunghi. La norma non si applica ai procedimenti nei quali al momento della entrata in vigore della legge è già stata pronunciata sentenza di primo grado. «Ho voluto semplicemente introdurre – ha spiegato Maurizio Paniz relatore Pdl del disegno di legge ed autore dell’emendamento – una sacrosanta distinzione di trattamento fra chi è recidivo e chi no, toccando il termine di aumento della prescrizione in caso di sua interruzione (sarà di un sesto per gli incensurati, di un quarto per i recidivi)». Secondo le opposizioni si tratterebbe dell’ennesimo sotterfugio ad personam, architettato per consentire a Silvio Berlusconi di sottrarsi al giudizio finale in alcuni dei processi in corso che lo vedono imputato. In particolare il processo Mills. In realtà la filosofia della norma ha un carattere molto più ampio, apertamente censitario. Introduce cioè un principio di garanzia più che legittimo, impedire in caso di interruzione che il processo si protragga all’infinito, confinandolo però ad un’applicazione che avvantaggerà solo i ceti possidenti, escludendo quei cittadini che per condizioni sociali sfavorevoli si trovano spesso davanti ad un tribunale. Ennesimo scudo di classe insomma. E che si tratti di un garantismo peloso e strumentale lo dimostra il fatto che la riduzione dei termini di prescrizione della durata del processo non è seguita anche da una riduzione dei termini massimi della custodia cautelare. Chi in carcere non entra mai, continuerà a restare fuori. Chi invece ci entra sempre, cioè i poveracci, non ne trarrà alcun vantaggio. Così i giustizialisti di ogni risma avranno raggiunto il loro scopo.




La denuncia del settimanale albanese: «Saviano copia e pure male»

Secondo il settimanale albanese Investigim Saviano avrebbe utilizzato informazioni contenute in una propria inchiesta per redigere un suo articolo senza mai indicare la fonte

Osservatorio italiano
21 marzo 2011


Tirana – Riprendendo l’intervista rilasciata da Roberto Saviano per l’emittente albanese Top-Channel, il settimanale Investigim conferma la paternità dell’inchiesta sui legami tra Camorra e Sigurimi, frutto dell’analisi dei documenti declassificati del regime comunista albanesi, poi tradotta in italiano dall’Osservatorio Italiano (si veda il copyright di Saviano). Nelle sue parole Saviano descrive le dinamiche degli affari tra i camorristi di Michele Zaza e i servizi segreti comunisti per il traffico di armi e sigarette, senza però citare la fonte da cui trae queste informazioni. «Saviano riconosce il diritto d’autore solo quando si tratta di firmare contratti milionari con aziende di Berlusconi. Mentre il diritto d’autore non si applica ai giornalisti albanesi», scrive Alket Aliu, direttore del settimanale Investigim. Nel suo editoriale, Aliu spiega come Saviano – ancora una volta – «copia, ma lo fa male», riportando molte inesattezze e disinformazioni. «Contrariamente da quanto affermato da Saviano, i mezzi di repressione delle manifestazioni popolari, come manganelli di gomma o gas lacrimogeni, sono stati acquistati dal regime di Ramiz Alia non dalla camorra, bensì dalla Cina comunista. Le armi date dalla camorra sono state vendute in contanti e non pagando con la peseta spagnola, bensì con dollari – spiega Aliu, osservando – . Le imprecisioni sono molte e sono conseguenza della tipica arroganza di chi pensa di saper tutto e parla di tutto, ed è stato raccomandato per prendere in giro spudoratamente gli albanesi. E’ un insulto al giornalismo, ai giornalisti e agli albanesi in generale che, per quanto ritengano Saviano, non sono esseri con la coda. Anzi, sono così civili, che hanno cominciato a produrre personailtà politiche e analisti sul modello del Grande Fratello». Egli osserva infine che la stessa giornalista di Top-Channel ha notato nell’intervista che Saviano non forniva nomi e fatti, ma restava sempre su toni vaghi, rimproverando gli albanesi di non sapere ciò che invece lui conosce benissimo. «Se c’è un modo per fare soldi parlando della mafia, Saviano lo ha trovato. Conviene non solo a lui, ma anche chi paga questo spettacolo, chi vuole spostare l’attenzione sulla criminalità di strada, sulla mafia di basso profilo, mentre la vera mafia passa attraverso le banche», conclude Aliu.

Fonte – http://osservatorioitaliano.org/read.php?id=79173

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Saviano e il brigatista

Franz Kafka e i professionisti della correzione

Michael Löwy, Franz Kafka. Rêveurs insoumis, Paris 2004

Riflessioni quanto mai attuali sull’uso della pena. Un’anticipazione dei moderni strumenti d’interiorizzazione della colpa introdotti nell’ordinamento penitenziario con i dispositivi premiali previsti dalla legislazione in favore dei dissociati e successivamente dalla Gozzini. Oggi ulteriormente sviluppati dopo che la figura della vittima è divenuta il perno del sistema penale. Il diritto alla riparazione simbolica dell’offeso è lentamente scivolato verso un potere di punire quantificato in base alla natura e all’entità della pena da infliggere e al riconoscimento di una capacità d’interdizione e ostracismo perpetuo sul corpo del reo. Questo processo di privatizzazione della giustizia trae origine dalla convinzione che la liturgia del processo penale possa svolgere una funzione terapeutica. Il sistema giudiziario perde il proprio ruolo di ricerca delle responsabilità per rivestire la funzione di riparazione psicologica della persona offesa. In questa prospettiva la ricerca della verità giudiziaria non offre scampo. Essendo un momento necessario all’elaborazione del lutto, la dichiarazione di colpevolezza e l’ostracismo perpetuo resta l’unica soluzione accettabile, perché il proscioglimento o la reintegrazione civile dell’accusato ostacolerebbero la guarigione mentale della vittima.
L’uso strumentale della retorica vittimistica ha così legittimato il capovolgimento dell’onere della prova, il passaggio alla presunzione di colpevolezza, l’aggravamento delle sanzioni, la limitazione dei diritti dell’accusato e l’immoralità delle amnistie, fino al paradossale esercizio di un’etica selettiva che perde improvvisamente tutta la sua intransigenza di fronte a quella ragion di Stato che ha premiato pentiti e dissociati


In un brano, conosciuto sotto il nome di frammento del sostituto, e ritrovato nei suoi quaderni postumi, Franz Kafka si diverte a mettere in scena il ragionamento servile e ottuso di un sostituto procuratore incaricato di sostenere l’accusa nei confronti di un uomo incolpato di lesa maestà.
Secondo il magistrato le cose del mondo dovevano attenersi ad una curiosa geometria dell’autorità che vede la vita assumere sempre una linea ricurva, nella quale la postura dell’essere ha senso unicamente se rivolta in posizione arcuata, prona, reclina, flessa, prostrata, accucciata, soprattutto mai dritta: «Egli credeva che se tutti avessero collaborato con il Re e il Governo nella calma e nella fiducia, si potevano superare tutte le difficoltà[…] più grande era la fiducia, e ancora di più si doveva curvare la schiena, ma in virtù di principi naturali, senza bassezza. Ciò che impediva uno stato di cose così auspicabile, erano personaggi della risma dell’accusato che, usciti da non si sa quali bassi fondi, venivano a disperdere con le loro grida la massa compatta delle brave genti». L’obiettivo della macchina giudiziaria non era più quello d’applicare un semplice castigo ma di spingere a collaborare attivamente alla propria punizione affinché la condanna assumesse il senso di una vera correzione, o piuttosto l’ossimoro della correzione, cioè il raddrizzamento, la messa in riga attraverso la curvatura dell’individuo. L’essenziale della pena diventa il processo d’interiorizzazione del sentimento di colpa. Senza una vera adesione alla propria penitenza, non c’era alcuna salvezza possibile. L’infrazione penale prendeva allora le sembianze di una colpa teologica, nella quale crimine e peccato appaiono indissolubilmente intrecciati.

Scheda 2 – Libia, le tribù contano più dei bombardieri

Equilibri. Quasi tutti i gruppi si sono schierati con gli oppositori. Con loro anche i Warfalla, che rappresentano quasi un terzo della popolazione. Il loro appoggio si era rivelato fondamentale per il colpo di Stato del 1969

di Jacopo Arbarello
Il Riformista 24 marzo 2011

La Libia è in mano alle tribù. Il destino del paese dipende dai leader tribali più di quanto non dipenda dai francesi e dalla Nato. E senza il loro appoggio Muahammar Gheddafi non potrà in nessun caso rimanere alla guida del paese. Ma quali tribù ancora appoggiano il Colonnello? La maggioranza sembra essersi rivoltata contro di lui, e non si tratta solo di tribù della Cirenaica, la regione che ha per capitale Bengasi, roccaforte dei ribelli. Nel paese si contano circa 140 tribù e almeno una trentina di queste hanno da sempre un’influenza politica importante. In questo senso la Libia è un paese più “africano” di Egitto e Tunisia, e forse anche in questo risiede la differenza tra la ribellione in Libia e quella che ha portato all’uscita di scena di Mubarak in Egitto e di Ben Alì in Tunisia. Qui l’appartenenza alla tribù non è mai venuta meno, e la struttura sociale risente ancora del diritto e delle consuetudini tribali. Con il colpo di stato del 1969 Gheddafi ha portato al potere la sua tribù, i Qadhadhifa, poco numerosi e originari di Sirte. In tutti questi anni il raìs è riuscito però a rappresentare il punto di incontro tra le diverse richieste, governando con un’abile politica di mediazione e di alleanze tra le diverse tribù. Il colpo di stato ad esempio riuscì perché Gheddafi si alleò con i due principali gruppi tribali libici, i Warfalla e i Magarha. Ma adesso le cose sono cambiate. Sono contro il raìs fin dalla prima ora della rivolta praticamente tutte le tribù della Cirenaica. A cominciare dai Misrata, la tribù più importante dell’Est, particolarmente influenti a Bengasi e Derna. Contro Gheddafi anche i Tebu, nomadi del deserto cirenaico e i Masamir, molto religiosi, che potrebbero rappresentare il collegamento con i Fratelli musulmani egiziani e con altri gruppi integralisti. Così come gli Abu Llail, da cui provengono molti insorti: alcuni di loro farebbero parte degli jahidisti del Lybian islamic fighting group, che si è unito alla rivolta assieme al ramo nordafricano di Al Qaeda. In Cirenaica solo una tribù minoritaria, gli Al Awaqir, è data in appoggio a Gheddafi, e questo perché i suoi membri, da sempre, anche prima di Gheddafi, hanno avuto ruoli importanti nel governo di Tripoli. Ma soprattutto dal 1993 Gheddafi ha contro la principale tribù libica che aveva coinvolto nel colpo di Stato. I Warfalla, con un milione di membri, sono la tribù più numerosa e influente, e rappresentando un terzo della popolazione. Nel 1993 alcuni ufficiali di questa tribù avevano provato il putsch contro Gheddafi, senza riuscirci, e da allora dopo un terribile repressione che portò ad arresti e impiccagioni, ai loro capi sono stati affidati solo ruoli di secondo piano nella gestione del paese. I Warfalla appoggiano i ribelli. I Magarha della Tripolitania sono la seconda tribù del paese. Sono guidati dall’ex numero due di Gheddafi poi caduto in disgrazia. Anche l’attentatore di Lockerbie viene da questa tribù. Molti membri sono stati al governo e nei servizi di sicurezza e conoscono perfettamente i segreti militari del raìs: per questo i Magarha potrebbero rappresentare l’ago della bilancia. Attualmente vengono dati come divisi o equidistanti tra Gheddafi e i ribelli. Incerti ma con molte riserve verso Gheddafi anche gli Zuwaya, che occupano la parte centrale della costa libica. I loro capi fin dai primi giorni della rivolta si sono opposti alle repressioni, minacciando di interrompere le esportazioni di petrolio se le violenze non fossero terminate. Sono infine contrari a Gheddafi anche i tuareg, che sono circa 500 mila e vivono nel deserto del Fezzan. Il quadro è evidentemente complicato e sempre in evoluzione. Allo stato attuale Gheddafi può contare praticamente solo sull’appoggio della propria tribù, i Qadhadhifa, e su parte dei Magarha. Molte tribù minori ma strategiche come i Bni Walid e gli Zintan hanno infatti seguito i Warfalla e ufficializzato il proprio appoggio alla ribellione ritirando gli uomini dall’esercito. Dal punto di vista tribale, che è quello più propriamente libico, Muahammar Gheddafi sembrerebbe dunque spacciato. Ma è anche vero che il Colonnello ha ancora il controllo dell’esercito e delle risorse economiche. E se dovesse resistere al suo posto ancora a lungo nonostante i bombardamenti alleati, molte tribù potrebbero essere indotte a tornare dalla sua parte dalla forza delle armi o dal fascino dei soldi del raìs.

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Scheda 1 – Il ruolo della società tribale in Libia

Scheda 1 – Il ruolo della società tribale in Libia

Libia, è l’avavanzata delle tribù a minacciare il raìs

di Umberto De Giovannangeli
L’unità 26 febbraio 2011

Non è la «cyber-rivoluzione» dei ragazzi di Piazza Tahrir. Non è la rivolta centrata sull’esercito – modello Tunisia ed Egitto – contro i raìs da sempre al potere. In Libia è una storia diversa. La fine per Gheddafi si chiama tribù: Warfala, Zintan, Rojahan, Orfella, Riaina, al Farjane, al Zuwayya, Tuareg. Le stesse che nel 1911 affrontarono gli italiani durante la guerra di Libia. Sono loro il passato che non passa: le grandi tribù che hanno rotto quel «patto» che ha rappresentato uno dei pilastri fondamentali del quarantennale potere di Muammar Gheddafi. Sono le tribù, oltre 140 alle quale appartengono l’85 per cento dei libici, a essersi sollevate in Libia, non i giovani intellettuali né le masse operaie, che nel Paese sono perlopiù composte da lavoratori stranieri. Sono loro che potrebbero assestare il colpo definitivo al regime del Colonnello. E con le grandi tribù la comunità internazionale dovrà fare i conti nella Libia del dopo-raìs. Per evitare la polverizzazione dello Stato. Per scongiurare una nuova Somalia.
Le alleanze si sono ridefinite. Nuovi patti sono stati siglati. Questo ha segnato la fine del raìs. Ciascuna delle principali tribù è rappresentata nell’establishment militare e nei comitati popolari e rivoluzionari costituiti da Gheddafi dopo la presa di potere nel 1969. Alcuni clan sono da decenni in lotta tra di loro per il potere, ma il conflitto fino a pochi giorni fa era rimasto latente, anche grazie all’attività di mediazione dello stesso leader e ai proventi di petrolio e gas. Una mediazione che è saltata. Definitivamente.
I Tuareg, che in Libia sono mezzo milione, hanno accettato la «chiamata alle armi» della tribù Warfala, che conta oltre un milione di abitanti nel Paese. Inoltre uno dei leader Warfala ha dichiarato che Gheddafi «non è più un fratello» e deve lasciare la Libia. I leader della tribù Warfala sono tra i principali oppositori del governo, al punto che, secondo alcune fonti, nel 1993 organizzarono con alcuni generali dell’Aviazione un tentativo di colpo di Stato contro il Colonnello poi fallito. E il capo della tribù al Zuwayya del deserto orientale avrebbe minacciato di interrompere le esportazioni di greggio se le autorità non porranno fine alla repressione. Domenica scorsa anche la tribù degli Orfella, che conta novantamila persone, ha deciso di sostenere la rivolta. Nei giorni scorsi, i leader delle tribù Warfalla e Zuwayya, concentrate nella zona orientale del Paese, hanno ritirato il loro appoggio a Gheddafi. Gli Zuwayya hanno persino minacciato di ostacolare le esportazioni di greggio. E le numerose altre tribù della Cirenaica (Zuwayah, Awaqir, Abid, Barasa, Majabrah, Awajilah, Minifah, Abaydat, Fawakhir ed altre ancora) sembrano aver seguito questa scelta.
Tutta la popolazione della Cirenaica, d’altronde, ha sempre considerato il golpe del 1969 contro re Idris e la monarchia Senussi alla stregua di un’egemonia dei libici «occidentali» sulle sorti del Paese. Diversa la situazione nella Tripolitania. Qui l’adesione della tribù Zintan, originaria della città omonima situata a sud di Tripoli, alla protesta contro Gheddafi, ha sì portato il dissenso nella zona occidentale del Paese, ma ha confermato – per rivalità tribali – quelle di Rayaina, Siaan, Hawamed e Nawayel nel campo opposto. Prima leali e ora «neutrali» risultano i clan berberi della zona di Misurata. Anche nel vasto Fezzan, la parte meridionale del Paese, esiste un’intricata composizione tribale. Accanto ai Mahamid arabi, troviamo le tribù non arabe dei Tabu, che popolano le zone di Qatrun e Sabha e l’oasi di Kufrah. Contro Gheddafi si sono schierate anche la maggior parte delle tribù del sud della Libia e il clan degli al-Furjan, i cui appartenenti vivono in prevalenza nella città di Sirte.
«Nel breve termine le prospettive per la Libia sono molto cupe – rileva Robert Danin, arabista del Council on Foreign Relations di New York – perché non è chiaro se riuscirà a sopravvivere come nazione unita oppure se a prendere il sopravvento sarà l’identità di un Paese decentralizzato, nel quale l’identità collettiva è molto debole mentre a prevalere sono le fedeltà a tribù e clan con le radici nei secoli passati». «La tribù Magariha da una parte è grata a Gheddafi che ha ottenuto dalla Gran Bretagna la liberazione di Baset al-Megrahi» già imprigionato per il coinvolgimento nell’attentato di Lockerbie «ma dall’altra non ha dimenticato la defenestrazione di Jallud ( l’ex primo ministro che il Colonnello ebbe al fianco per quasi dieci anni prima di defenestrarlo, accusandolo di complottare contro di lui, ndr) « ancora vissuta come una grave offesa. Poiché i Magariha sono stimati in quasi un milione di anime, sono bene armati ed economicamente forti risulteranno decisivi nel rovesciamento del raìs e nella definizione dei nuovi equilibri di potere nella Libia del futuro», riflette l’accademico egiziano Faraj Abdulaziz Najam, specializzato in storia libica.
«La tribù (qabila) è l’unica istituzione che da secoli ha plasmato, difeso e regolato la società delle popolazioni arabe (e in minima parte berbere) che hanno abitato le regioni chiamate all’inizio del Ventesimo secolo dai colonizzatori italiani Tripolitania, Cirenaica e Fezzan», rimarca su Limes Aldo Nicosia. «L’affermazione del sistema politico tribale – prosegue Nicosia – fortemente voluto e sostenuto da regime di Gheddafi proprio per impedire la nascita di una società civile, basata su istituzioni pluralistiche e democratiche (cui contrappone la banale demagogia dello slogan del “potere alla masse”), comincia a provocare il ripiegamento del libico verso la tribù di appartenenza, e parallelamente fa sprofondare il Paese nella corruzione, a tutti i livelli». Un’appartenenza tribale destinata a segnare il presente e il futuro della Libia. Con o senza il raìs».

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Scheda 2: – Il ruolo della società tribale in Libia

Saviano in difficoltà dopo la polemica su Benedetto Croce

La polemica: Saviano crede a Del Balzo e non a Croce

È «guerra» all’ultima «fonte»
Lo scrittore di nuovo in televisione, dalla Gruber, 
rivela un nuovo riferimento bibliografico

di Giancristiano Desiderio
Corriere del Mezogiorno 17 marzo 2011

Il povero Pasquale Croce, morto nel tremendo terremoto di Casamicciola con la moglie Luisa e la figlioletta Maria, prima di morire disse o no al figlio Benedetto la frase, ormai famosa: «Offri centomila lire a chi ti salva»? No, non la disse, perché l’unico testimone oculare di quella notte calma e stellata è proprio Croce e nelle opere in cui ricorda e ricostruisce quelle ore che mai gli uscirono dalla testa non fa mai alcuna menzione della leggenda delle centomila lire.
«Vidi in un baleno mio padre levarsi in piedi, e mia sorella gettarsi nelle braccia di mia madre», scrive nelle Memorie della mia vita, «io istintivamente sbalzai dalla terrazza, che mi si aprì sotto i piedi, e perdetti ogni coscienza. Rinvenni a notte alta, e mi trovai sepolto fino al collo e sul mio capo scintillavano le stelle, e vedevo intorno il terriccio giallo, e non riuscivo a raccapezzarmi su ciò che era accaduto, e mi pareva di sognare. Compresi dopo un poco». Il terremoto gli cambiò la vita degli affetti e dei pensieri. «Quegli anni furono miei più dolorosi e cupi», Scrive durante la Prima guerra mondiale nel Contributo alla critica di me stesso, «i soli nei quali assai volte la sera, posando la testa sul guanciale, abbia fortemente bramato di non svegliarmi al mattino, e mi siano sorti persino pensieri di suicidio». L’idea della morte come fine della sofferenza ritornerà in Croce nelle settimane prima della morte corporale, avvenuta il 20 novembre 1952, quando il giovane Raffaello Franchini lo intervistava: «Solo per questo desidero la morte, perché allora finirò di ricordarmi di quella notte» .
Ma se di quel tragico evento e di ciò che comportò nella vita di Croce conosciamo l’unica versione possibile che, per nostra fortuna è anche la più autorevole, perché ci interessiamo della inutile «questione delle centomila lire»? Per il semplice motivo che Roberto Saviano nel suo monologo nella trasmissione «Vieni via con me», ora diventato libro, racconta Casamicciola secondo la versione infondata delle centomila lire e non considera l’unica fonte certa: Benedetto Croce. Anche quando la nipote del filosofo, Marta Herling gli ha fatto notare di mistificare la storia e la memoria lui, Saviano, non ha accettato le critiche suffragate da fatti e riscontri, ma ha ritenuto che la sua versione delle centomila lire sia quella vera perché «Croce non la smentì» . Ma Croce non smentì nulla perché non c’era nulla da smentire. L’unica cosa che qui si smentisce da sola è la versione di Saviano che dal punto di vista della filologia e della storia è infondata. Tutto nasce da questo «fatto» : Saviano nel libro dà una versione romanzata o sceneggiata del terremoto di Casamicciola. È bene riprenderla pari pari: «Nel luglio del 1883 il filosofo Benedetto Croce si trovava in vacanza con la famiglia a Casamicciola, Ischia. Era un ragazzo di diciassette anni. Era a tavola per la cena con la mamma, la sorella e il padre e si accingeva a prendere posto. A un tratto, come alleggerito, vide suo padre ondeggiare e subito sprofondare sul pavimento, mentre sua sorella schizzava in alto verso il tetto. Terrorizzato, cercò con lo sguardo la madre e la raggiunse sul balcone, da cui insieme precipitarono. Svenne e rimase sepolto fino al collo nelle macerie. Per molte ore il padre gli parlò, prima di spegnersi. Gli disse: “Offri centomila lire a chi ti salva”. Benedetto sarà l’unico supersite della sua famiglia massacrata dal terremoto».
La nipote del filosofo dopo aver letto si è arrabbiata perché ha trovato completamente stravolta la verità della storia familiare e ha detto a Saviano di «inventare storie» . Infatti, inventare storie significa inserire nella realtà la fantasia o leggende non accertate e suffragate da fatti. È proprio quanto avvenuto. La cosa più grave, però, è un’altra. Questa: Saviano non accetta di essere corretto e criticato perché ritiene di avere la patente dell’infallibilità. E la cosa allora diventa anche ridicola perché quando lo scrittore di Gomorra cita le fonti della sua cronaca romanzata si avviluppa in una serie di insensatezze e inventa il metodo delle fonti a posteriori e a rate. Un giorno – domenica 13 marzo – va al Tg di Mentana e rivela la sua fonte: un articolo di Ugo Pirro comparso su Oggi il 13 aprile 1950 in cui lo sceneggiatore intervistava Croce. Saviano, però, come è già stato rilevato sul Corriere del Mezzogiorno, dimentica di dire alcune cose fondamentali: che la storia delle centomila lire non esce dalla bocca di Croce e neanche dalla bocca di Pirro. Dimentica di dire che l’intervista di Pirro fa riferimento a un cronista anonimo del 1883. Saviano, però, non dimentica di fare una lezione ai giornalisti che non sanno fare il loro mestiere perché non ricercano e non verificano e critica anche la Herling che, invece, altro non ha fatto che richiamarsi all’unica fonte valida in materia: il nonno.
Passano due giorni e dopo che il Corriere gli ha fatto notare che alla sua fonte manca la cosa più importante, il riscontro certo dei fatti, Saviano va di nuovo in televisione, questa volta da Lilli Gruber, e dice: «La mia fonte è Carlo Del Balzo» . A questo punto il lettore si aspetta che Saviano riveli finalmente una fonte certa e sicura in cui l’unico testimone, cioè Croce, parli e dica come andarono le cose. E invece no perché la cronaca di Carlo Del Balzo dal suo libro del 1883 edito a Napoli nella Tipografia Carluccio, De Blasio &C. intitolato Cronaca del tremuoto di Casamicciola è molto deludente. Eccola qui per i nostri appassionati lettori che potranno venire a capo della vicenda: «Era anche a villa Verde tutta la famiglia Croce di Foggia. Erano nella loro camera la signora Croce e la figliuoletta, il sig. Croce e il primogenito, seduti presso un tavolino, scrivevano, in una stanza attigua; la porta di comunicazione era aperta. La signora Croce e la fanciullina cadono travolte nel pavimento, che crolla tutto: non un grido, non un lamento, muoiono istantaneamente. Al contrario, il sig. Croce, sebbene del tutto sepolto, parla di sotto le pietre. Il suo figliuolo gli è daccanto, coperto fino al collo dalle pietre e dai calcinacci. E il povero padre gli dice: offri centomila lire a chi ti salva; e parla col figlio, che non può fare nulla per sé, nulla pel babbo, tutta la notte!».
Chi disse a Carlo Del Balzo, uomo politico e romanziere, che il povero Pasquale Croce disse al figlio l’idea delle centomila lire? Non lo sappiamo perché Del Balzo non lo dice. Ma è certo che non lo dice Croce dal momento che Del Balzo non afferma neanche che fu il primogenito del signor Croce a riportagli le parole del padre. Ciò nonostante, Saviano crede a Del Balzo e non a Croce. E forse nei prossimi giorni rivelerà un’altra fonte. Magari può citare Casamicciola di Dantone sempre del 1883 oppure un articolo di Gianni Artieri La notte di Casamicciola, ma non vi troverà nulla di buono per suffragare il suo racconto semplicemente perché è sbagliato. Dunque, la filologia del testo di Saviano conduce a un nulla di fatto e a un nulla di vero. Marta Herling gli ha semplicemente ricordato la verità. Saviano poteva chiedere scusa e chiuderla lì. E invece no. Pretende di avere la verità in tasca anche quando in tasca ha il resto di niente (o di centomila lire).

Fonte: corrieredelmezzogiorno.corriere.it

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