“Ferragosto in carcere”, è tempo di fatti. Cosa faranno le istituzioni dopo le 240 visite di parlamentari nei penitenziari?

Provate a immaginare una turca e un piccolo lavandino da condividere per due squadre di calcio, dove fare toilette, lavare le stoviglie, fare il bucato

Paolo Persichetti
Liberazione 17 agosto 2010


Il giorno di Ferragosto, mentre proseguiva l’iniziativa promossa dal Partito radicale che ha portato oltre 240 tra parlamentari (un numero mai visto prima d’ora), consiglieri regionali, operatori del settore, Garanti dei detenuti e magistrati, a visitare gli Istituti di pena, il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha dato i numeri. In una conferenza stampa tenutasi a Palermo, dopo una riunione del Comitato nazionale per la sicurezza, il Guardasigilli ha snocciolato le ultime cifre sulla situazione in cui versano le carceri. 68.121 è il numero record delle presenze raggiunte (e destinate a salire ancora) per una capacità di accoglienza che è solo di 44.576 posti (già gonfiata a dismisura). Di questi, solo 37.219 scontano una condanna definitiva, mentre 24.941 sono in custodia cautelare. Il ministro non lo ha detto, ma ben 14 mila sono i custoditi che non hanno subito ancora la benché minima condanna. 24.675 sono invece i detenuti di nazionalità straniera. Mentre in regime di 41 bis, il carcere duro, si trovano 681 persone, tra cui 3 donne. Alfano non ha mancato di evocare il fantomatico “Piano straordinario per le carceri” che – a suo dire – procederebbe bene. Al Dap sarebbero «pronti a partire con l’edificazione di nuovi padiglioni e di nuovi istituti di pena». Il ministro è uomo che ama ripetersi all’infinito.
Tra le cifre dimenticate c’è anche il numero dei suicidi: 40 quelli riusciti e 73 i tentati. Dalle testimonianze raccolte tra i visitatori fuoriesce una quadro generale uniforme e drammatico dovuto al sovraffollamento bestiale che aggrava ogni precedente carenza e situazione di crisi: dall’igiene, alla sanità, al vitto e sopravvitto, ai colloqui, alle ore d’aria, all’accesso alle misure alternative, al cosiddetto “trattamento” interno, cioè le ipotetiche offerte di studio, lavoro, corsi di formazione, attività di rieducazione e sportive. Non ce n’è più per nessuno in spazi che possono raggiungere le 8-10 persone per cella, addirittura più di 20 nei cameroni una volta destinati alle ore di socialità. Provate a immaginare una turca e un piccolo lavandino da condividere per due squadre di calcio, dove fare toilette, lavare le stoviglie, fare il bucato. Un piccolo televisore per tutti in luoghi dove si può sostare solo in branda. Non serve nemmeno vedere per capire il livello di degrado raggiunto.
L’enorme numero di parlamentari entrato in visita contrasta con il disinteresse mostrato fino ad oggi in Parlamento sulla questione carceraria. Il Senato non è riuscito a votare nemmeno l’inutile legge sulla detenzione domiciliare. Un provvedimento che secondo i calcoli degli uffici dovrebbe favorire l’uscita dalle celle di meno di 2 mila persone. Un goccia d’acqua. Una presa in giro di fronte all’emergenza. Circostanza che ha suscitato alcune critiche nei confronti delle visite di Ferragosto, definite una «passerella mediatica». L’accusa non era rivolta ai Radicali, che raccoglieranno comunque da queste ispezioni un dossier che fornirà materia per portare lo Stato italiano davanti alle giurisdizioni internazionali, ma contro quella che possiamo definire una certa “ipocrisia consociativa”. Il rischio esiste, inutile negarlo. Delle visite largamente preannunciate perdono quasi tutto il loro valore ispettivo poiché permettono di camuffare e arrangiare molte cose nei luoghi meno visibili del carcere. Anni fa, in vista di una cerimonia del presidente della Repubblica Napolitano a Rebibbia, la Direzione fece riverniciare in fretta e furia i corridoi e le sale che il capo dello Stato doveva attraversare. Ma una verifica arriverà presto. Il ministro della Difesa La Russa ha preannunciato per settembre un inasprimento delle norme sull’immigrazione. Sarà il primo banco di prova per capire se l’indignazionemostrata dai parlamentari sia durata il tempo di un’abbronzatura di Ferragosto.

Per saperne di più
Cronache carcerarie
Mario Staderini, segretario dei radicali italiani: “Le carceri sono la prova che viviamo in uno stato d’illegalità”

Mario Staderini, segretario dei Radicali italiani: «Le carceri sono la prova che viviamo in uno Stato d’illegalità»

“Il Partito radicale tenterà di attivare le giurisdizioni internazionali perché la situazione dell’Italia è quella di uno Stato fuorilegge che viola i diritti umani”

Paolo Persichetti
Liberazione 15 agosto 2010


230 tra parlamentari, eurodeputati, consiglieri regionali, provinciali, comunali e operatori del settore tra cui i Garanti dei detenuti, autorità di garanzia presenti solo in alcune regioni e comuni. 206 istituti di pena visitati sui 216 esistenti. E’ questo il bilancio ancora provvisorio – come sottolinea Valentina Ascione dell’ufficio stampa dei Radicali italiani – dell’iniziativa “Ferragosto in carcere” promossa per il secondo anno consecutivo dal Partito radicale. Iniziativa ispirata con una lettera di convocazione firmata dal neo direttore di Radio radicale, Paolo Martini, e dal segretario dei Radicali italiani, Mario Staderini, insieme a tutti i capigruppo della commissione Giustizia della Camera dei deputati. «La vera novità di quest’anno – ci spiega proprio Staderini – è il coinvolgimento per la prima volta dei magistrati, presidenti di tribunale, procuratori e giudici di sorveglianza».

Avete fatto appello anche alla Cei. Come hanno reagito i vescovi?
La legge riconosce agli ordinari diocesani la prerogativa di visitare gli istituti penitenziari senza preavviso per l’esercizio del loro ministero. Purtroppo al momento non abbiamo ricevuto adesioni che invece sono venute dalle chiese protestanti, fino all’episodio avvenuto nel carcere di Pavia dove è stato rifiutato l’ingresso ai pastori valdesi per ignoranza della legge.

Il coinvolgimento della magistratura è senza dubbio un fatto nuovo anche perché negli ultimi anni i tribunali di sorveglianza hanno sposato un’interpretazione ristrettiva, se non di vera e propria disapplicazione della legge Gozzini. Sono divenuti loro stessi parte del problema. Nei mesi scorsi, quando il governo per far fronte al sovraffollamento sembrava propenso introdurre una misura, comunque insufficiente, come gli arresti domiciliari automatici per alcune categorie di detenuti con un residuo pena inferiore a 12 mesi, la magistratura di sorveglianza si è messa di traverso rivendicando l’autorità finale sulla decisione. Pensate che l’iniziativa di oggi possa favorire un ripensamento?
L’iniziativa di questi giorni è rivolta all’intera comunità penitenziaria. Non solo ai detenuti dunque, ma anche a chi vi lavora come gli agenti di polizia, i direttori, gli avvocati e ovviamente i magistrati. La più grande questione sociale che abbiamo in Italia oggi è quella della Giustizia. Quella degli 11 milioni di processi pendenti. L’affollamento delle carceri è un problema che coinvolge inevitabilmente il lavoro dei magistrati come parte di un sistema della Giustizia che necessita di riforme urgenti. La nostra proposta di una grande amnistia è una soluzione rivolta anche al lavoro dei magistrati per liberare i loro tavoli da milioni di processi pendenti che molto spesso oggi si trasformano in amnistia di fatto, con le 200 mila prescrizioni all’anno. Non è un caso che nelle carceri si trovino sempre gli ultimi, quelli più deboli. I soggetti forti, i malavitosi organizzanti o i benestanti possono permettersi di pagare degli avvocati che li portano alla prescrizione. L’affollamento delle carceri rende dunque il lavoro dei magistrati improponibile e questa situazione si ripercuote sulla vita delle persone private della loro libertà, che si ritrovano così a non poter fruire di quei tempi veloci che altrimenti permetterebbero ai magistrati di valutare e decidere velocemente l’eventuale applicazione delle pene alternative.

Dopo le visite cosa accadrà?
Programmare il rientro nella legalità dello Stato italiano attraverso provvedimenti normativi che gestiscano l’emergenza umanitaria in corso e che programmino il superamento strutturale di questa situazione, attraverso lo sviluppo delle pene alternative, la riforma della Giustizia contro l’amnistia di classe in corso. Quella di quest’anno più che una visita ispettiva sulle carceri è una verifica sulla situazione d’illegalità in cui versa lo Stato italiano. Vedere come stanno le carceri oggi non è più, come diceva Voltaire, un test sulla civiltà di un Paese ma una verifica del livello della crisi dello stato dei diritti e della democrazia nel nostro paese. Nel nord Europa quando le prigioni non sono in grado di garantire gli standard minimi del rispetto dei diritti esistono liste di attesa per gli ingressi in carcere. Il nostro obiettivo è il superamento di una legge criminogena come quella sulle droghe e la cancellazione di tutti i reati senza vittima. Noi del Partito radicale tenteremo di attivare le giurisdizioni internazionali perché la situazione dell’Italia è quella di uno Stato fuorilegge che viola i diritti umani.

Vi rivolgerete a Strasburgo?
Non solo. Ci sono anche altre giurisdizioni esistenti.

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Ferragosto in carcere: è tempo di fatti
Cronache carcerarie

Roma, niente Garante per i detenuti

Il Consiglio comunale rinvia ogni decisione. Dietro lo stop le pressioni del Garante regionale

Luca Bresci
Liberazione 6 agosto 2010

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Il comune di Roma continuerà a non avere un suo Garante dei detenuti nonostante la città ospiti nel suo ampio perimetro diverse migliaia di detenuti e persone prive di libertà in ben 4 istituti di pena, tra case circondariali e case di reclusione maschili e femminili, un carcere minorile, un centro di identificazione ed espulsione oltre a decine di commissariati, stazioni, caserme di polizia e carabinieri, insieme ai sotterranei del Tribunale diventati tristemente famosi dopo il pestaggio mortale inferto a Stefano Cucchi. Tutti luoghi, questi ultimi, nei quali si trovano decine e decine di celle di sicurezza nelle quali vengono quotidianamente rinchiuse centinaia di persone. Il rinvio della decisione è arrivato nell’ultima riunione del consiglio comunale tenuta prima della pausa estiva. All’ordine del giorno la mozione presentata da 10 consiglieri della stessa maggioranza Pdl, tra cui il capogruppo Luca Gramazio, che proponevano il ripristino dell’ufficio del Garante comunale. Alla fine però il consiglio ha deciso di evitare ogni discussione rinviando il voto. La denuncia arriva dall’associazione Papillon-Rebibbia che ricorda come la mozione fosse stata presentata già nella seduta del 7 giugno scorso e che da allora, per ben due mesi, non è mai riuscita ad arrivare in aula fino all’ultima seduta prima delle vacanze. Il comunicato dell’associazione, composta da detenuti ed ex detenuti, ricorda anche l’assurda decisione che portò allo smantellamento dell’ufficio, allora presieduto da Gianfranco Spadaccia il cui lavoro era stato apprezzato da tutte le associazioni impegnate nel volontariato carcerario e sul tema dei diritti delle persone prive di libertà. Dietro il siluramento dell’ufficio comunale, ricorda sempre il comunicato diffuso dalla Papillon, ci fu «uno strampalato accordo tra il Comune, la Provincia e il Garante regionale dei detenuti, Angiolo Marroni». Quest’ultimo, potente cacicco del Lazio, notabile della politica che ha traversato molte delle ere geologiche sopravvivendo alla Prima repubblica, sembra rappresentare il vero nodo gordiano della vicenda. E’ attorno alla sua poltrona, alla fitta rete di relazioni politico-clientelari sapientemente tessute in modo trasversale, che trova spiegazione il sabotaggio dell’ufficio del Garante comunale percepito non come un’interlocutore ma come un’autority rivale che, oltre a togliere visibilità mediatica, poteva mettere il naso sulla destinazione e l’utilizzo concreto delle risorse messe a disposizione dal Comune e dalla Regione. Quella dei Marroni è una vera e propria saga politica familiare che ricorda le satrapie orientali. Non a caso il figlio Umberto, capogruppo del Pd in Consiglio comunale, senza il benché minimo pudore che pure avrebbe dovuto suscitare l’evidente conflitto d’interessi, si è levato contro il ripristino della figura del Garante comunale che avrebbe fatto ombra al pater familias. Già al momento del rinnovo della carica di Garante regionale, la riconferma di Marroni fece molto discutere per l’opposizione dichiarata di associazioni come l’Arci, A buon diritto, Caritas, Antigone, che avevano sostenuto la candidatura di Antonio Marchesi, per molti anni presidente di Amnesty International. La reiterazione di un accordo consociativo tra Pd e Pdl garantì il rinnovo della poltrona all’inossidabile Marroni e alla sua rete clientelare bipartizan.

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G8, massacro alla Diaz. Per i giudici d’appello il blitz fu ordinato da De Gennaro

Depositate le motivazioni della sentenza d’Appello

1 agosto 2010 Avevano l’obbligo d’impedire le violenze e non lo hanno fatto. Gli alti funzionari della polizia presenti durante l’irruzione e il sangiunoso pestaggio nella scuola Diaz di Genova durante il G8 sono stati condannati dalla Corte d’Appello in base all’articolo 40 del codice penale. La norma appare estremamente chiara in proposito, “Non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo”. E’ quanto emerge dalle motivazioni della sentenza di secondo grado per le violenze alla Diaz nel 2001. 310 pagine depositate con largo anticipo sui tempi previsti dalla Corte d’Appello di Genova. I giudici spiegano che Gratteri, Canterini e Luperi, inviati a Genova dal capo della polizia Gianni De Gennaro, erano i più alti funzionari presenti al momento dell’irruzione, quindi responsabili gerarchicamente dell’operato dei loro sottoposti. Hanno visto quello che accadeva e, poiché la loro superiore posizione gerarchica lo consentiva, avrebbero potuto impedire le violenze. Ma non lo fecero. Secondo la norma, una omissione che cagioni un evento che non si sarebbe dovuto verificare equivale a cagionare l’evento stesso, quando l’agente che per funzione ha l’obbligo giuridico d’impedirlo non interviene per farlo. Per questa ragione il 18 maggio scorso, ribaltando la sentenza di primo grado, vennero condannati ben 25 poliziotti, tra cui l’intero vertice della polizia di Stato. 4 anni di reclusione per l’allora capo dell’anticrimine Francesco Gratteri, oggi responsabile della polizia di prevenzione (ex Ucigos), 5 anni per l’ex comandante del primo reparto mobile di Roma Vincenzo Canterini, “riparato” in Romania con l’Interpol, 4 anni a Gianni Luperi attuale dirigente dell’intelligence interna, 3 anni e 8 mesi per Spartaco Mortola, vice del questore di Torino. “Preso atto del fallimentare esito della perquisizione – si legge nelle motivazioni – si sono attivamente adoperati per nascondere la vergognosa condotta dei poliziotti violenti concorrendo a predisporre una serie di false rappresentazioni della realtà a costo di arrestare e accusare ingiustamente i presenti nella scuola”, come avvenne con le famose bottiglie molotov. Mentre in primo grado fu ritenuto unico responsabile Pietro Troiani, l’Appello ha stabilito che i filmati dell’episodio sono inequivocabili poiché indicano un conciliabolo tra alti dirigenti della polizia nel cortile con le bottiglie in mano. Dalle motivazioni si evince come il blitz, sia nato da un’esplicita richiesta del capo della polizia di riscattare l’immagine del corpo. Ora tocca alla Cassazione pronunciarsi e finché non vi è sentenza passata in giudicato l’imputato deve considerarsi innocente. Ma a quanto pare esistono degli innocenti più innocenti degli altri. Per i vertici della polizia non si pone alcun problema di opportunità dopo la condanna con la funzione esercitata. Restano tutti al loro posto. In fondo non hanno tutti i torti. Il lavoro sporco venne fatto per conto del governo e vicepresidente del consiglio era un certo Giafranco Fini, che nei giorni delle violenze si era acquartierato nella centrale operativa della caserma dei carabinieri di san Giuliano.

Link Una banda armata chiamata polizia

Una banda armata chiamata polizia

Ciò che legittima il preteso monopolio dello Stato nel ricorso a mezzi coercitivi (vedi la nota definizione di Max Weber) e lo distingue da una qualunque banda, cosca, ‘ndrina, clan, branco è il principio di autolimitazione e automoderazione. Più l’uso della forza è normato, più la violenza è regolamentata, ridotta ai minimi termini, ai momenti più estremi, maggiore è il grado di legittimazione che la forza pubblica acquisisce. Ma nel momento in cui la violenza istituzionale abbandona questi requisiti, lo Stato ed i suoi appparati tornano ad essere una banda come le altre, non la banda legittima ma soltanto la banda più forte… finché dura.


Libri – autorecensione. Rabbia, odio, spirito di corpo. Nel libro di Carlo Bonini, Acab, Einaudi, i duri delle forze dell’ordine raccontati a partire dalle loro discussioni segrete sul Web. Quello che i celerini non dicono ma fanno

di Carlo Bonini
Repubblica
16 gennaio 2009

“Le violenze alla Diaz dopo il G8 di Genova? Non mi vergogno di nulla. L’Italia non è uno stivale. È un anfibio di celerino”.
Clic 9788806194697g

“Cari colleghi, riteniamo giusto rammentare, per senso di responsabilità, che DoppiaVela è uno spazio per i poliziotti messo a disposizione dalla polizia di Stato. Le critiche, le lamentele, le segnalazioni di disservizi, anche se esternate in modo aspro ma corretto, fanno parte delle normali dinamiche di dialogo tra l’amministrazione centrale e i singoli dipendenti. Trovano dunque una sede naturale all’interno del portale che non può, però, garantire spazi che la normativa vigente attribuisce ad altri soggettii”.
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Ogni volta che entrava in quella benedetta chat intranet, Drago ne gustava la dimensione perversa. A cominciare da quel nome un po’ ingessato – DoppiaVela, la sigla della centrale operativa nelle comunicazioni radio – e dal post politicamente corretto che metteva sull’avviso i naviganti. Perché la verità era che lì dentro si poteva finalmente essere un po’ guardoni e un po’ scorpioni. Masturbarsi dietro un avatar, leggendo l’illeggibile o scrivendo l’inconfessabile. Divorarsi a vicenda – sì, proprio come scorpioni in bottiglia – soltanto per scoprirsi più soli nella propria rabbia. Finita sulle prime pagine dei giornali con sei rotondi anni di ritardo, la “macelleria messicana” del dottor Fournier era stato un potente lassativo. Il forum era impazzito. Genova, troppo lontana e spaventosa per sembrare ancora vera, era diventata solo l’occasione per un outing collettivo. La prova, ammesso ce ne fosse bisogno, che il tempo era stato una pessima medicina. Che odio chiama odio.
Clic.

G. DA ROMA Ecco che spunta fuori un nostro bel funzionario, che da buon samaritano riaccende fiamme polemiche e propositi dinamitardi. Che, sicuramente, nelle prossime manifestazioni gli antiglobal metteranno in atto perché più autorizzati che mai. Ma quando la finiremo di fare sempre queste mere figure e inizieremo a tenere la bocca chiusa?
Per Aspera ad astra.
N. DA ANZIO Fournier poteva e doveva risparmiarsi la frase a effetto, “macelleria messicana”. Adesso, per i colleghi ci sarà la solita Santa Inquisizione mediatico-politica.
Unus sed leo.
I. DA GENOVA Ma questo Fournier dov’era durante gli scontri? Ancora non l’ho capito. Era fra i manifestanti? Ha respirato lacrimogeni? O aveva una mascherina? Secondo me si è messo a cantare perché non gli hanno dato nessuna promozione.
P. DA BARI È ancora in polizia o ha chiesto di passare alla politica?
Sono pronto a mostrare il petto e non voglio essere bendato. Ma tu hai il coraggio di guardarmi negli occhi? E che cazzo, mostra ai più di essere uomo. Barcollo ma non mollo.
D. DA LA SPEZIA Colleghi, basta di parlare di questo soggetto. È penoso e noi lo stiamo aiutando nella sua viscida campagna elettorale.
A. DA CAGLIARI Genova, presente con orgoglio e senza nulla da nascondere. Posso testimoniare di Bolzaneto! Non si tratta di essere grandi e non è veramente falsa modestia è solo servizio! Ero al VI reparto mobile di Genova.
L. DA SALUZZO Io c’ero. VI reparto mobile. Tanto orgoglio, tanta rabbia!
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(…)
C. DA ROMA Non capisco perché non vogliate parlare degli errori commessi. Qui si tratta di dire chiaramente:
I colleghi che gridavano Sieg Heil ci fanno vergognare, o no?
I colleghi che avrebbero minacciato di stupro le signorine antagoniste meritano la nostra esecrazione, o no?
I colleghi che si accanivano con trenta manganellate sul primo che passava senza sapere se era solo un povero illuso pacifista o un violento vero, hanno sbagliato, o no?
La collega che al telefono con il 118 di Genova, riferendosi alla Diaz, parla di “Uno a zero” dimostra di essere intelligente?
Su queste cose non ci può essere ambiguità!!!
L’esistenza è battaglia e sosta in terra straniera.
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E bravo il nostro C., pensò Drago. Stai a vedere che ora gli vanno addosso i padovani. Se ne stanno zitti da troppo tempo. Ma è più forte di loro. Se c’è da far vedere chi ce l’ha più duro, loro non sanno resistere. Rinfrescò la chat. Solo per vincere una scommessa troppo facile.
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E. DA PADOVA Caro C., rispondo alle tue domande:
“I colleghi che gridavano Sieg Heil ci fanno vergognare, o no?”
No. Non mi vergogno del fatto che in polizia ci siano dei coglioni. Non più del fatto che ci siano in Italia. Sono fiero di essere celerino e italiano, nonostante loro!
“I colleghi che avrebbero minacciato di stupro le signorine antagoniste meritano la nostra esecrazione, o no?”
No. Per questa domanda, oltre a valere la risposta sopra, concedimi anche il beneficio del dubbio. Chi prenderebbe seriamente un tentativo di violenza a una capra malata? Il popolo antagonista non brilla certo per l’attaccamento all’igiene! Non credo a quello che, sicuramente in malafede, sostengono questi personaggi!
“I colleghi che si accanivano con trenta manganellate sul primo che passava senza sapere se era solo un povero illuso pacifista o un violento vero, hanno sbagliato, o no?”
No. Pur essendo convinto assertore della totale inutilità di infierire su un manifestante inerme (questo è l’unico sbaglio, sprecare le forze su uno solo), sappi che è impossibile farsi rivelare dal manifestante durante la carica, se è un “povero illuso pacifista” o meno. È inoltre abbastanza difficile, dopo ore di sassaiole subite, magari con fratelli feriti anche gravemente, beccare uno dei personaggi che ti stanno avanti e picchiarli solo un pochettino. Quello che dico è che il povero illuso, visti gli stronzi che stavano con lui, poteva tornarsene a casa invece di manifestarci insieme! Se gli è andato bene fare da scudo per questi delinquenti, allora non si può lamentare di subirne le conseguenze! Che poi qualche collega si sia comportato come un qualsiasi essere umano sotto stress non mi sembra né incomprensibile né disdicevole. Sicuramente qualcuno avrà commesso sbagli. Sai quanti poliziotti c’erano a Genova? Di sicuro non mi vergogno per i loro errori!
“La collega che al telefono con il 118 di Genova, riferendosi alla Diaz, parla di “Uno a zero” dimostra di essere intelligente?” No. Ma come si dice a Roma, sti cazzi! Hanno messo a ferro e a fuoco una città, rischiando di farci fare una figura di merda a livello internazionale, provocando danni, feriti, spese enormi e si preoccupano della frase di una telefonista? Non mi vergogno per quello che ha detto. Mi vergogno perché oggi la madre di un teppista imbecille, dimostrando una mancanza di scrupoli e un cinismo degni di una Kapò, è riuscita a farsi eleggere senatrice della Repubblica; perché un partito italiano ha fatto intitolare un’aula all’imbecille!
Non voglio i soldi di questi politici. Non voglio i soldi da questo governo (e da un altro come questo). A difendermi ci penso da me, con l’aiuto di Dio e dei fratelli celerini, che mi stanno accanto e non mi tradiscono nel momento del bisogno.
Once in the Celere, always in the Celere.
C. DA ROMA Quindi, per te, avere al fianco un cretino non è un problema?
Lo dico serenamente: due che tengono e uno che mena non mi sembra da eroi. E poi ti rispondo da romano: “sti cazzi un par di palle”. Tu non lavori nel Cile di Pinochet e non ti pagano con lo stipendio in pesos messicani (forse è di cattivo gusto visto il titolo del thread di discussione, “macelleria messicana”, e me ne scuso con quanti si sentono feriti). Il giuramento che hai prestato parla di far rispettare le leggi, non di fartene di tue. In quanto al rischio della “figura”, mi pare che l’abbiamo fatta e basta. E le responsabilità, lo dico da mesi, non sono di chi stava in strada, ma di chi ha permesso che si arrivasse a questo. Siamo stati mandati lì, sapendo quello che ci avrebbero fatto e sapendo come avremmo reagito. Ti piace questo? Ti piace essere una pedina e poi pagarti l’avvocato? Io questo vorrei evitare. Vorrei capire come si può evitare che un collega mandato a fare il proprio dovere si ritrovi indagato in due processi e, dopo la Maddalena, forse anche nel terzo. Scusate la lunghezza.
L’esistenza è battaglia e sosta in terra straniera.
P. DA BARI Scusate, il Sig. Dott. Funz. Uff. Fournier quando lo faranno santo?
Sono pronto a mostrare il petto e non voglio essere bendato. Ma tu hai il coraggio di guardarmi negli occhi? E che cazzo, mostra ai più di essere uomo. Barcollo ma non mollo.
E. DA FIUMICINO Io penso che questi degni eredi di quei cattivi maestri che dicevano in piazza “Uccidere uno sbirro non è reato” ci considererebbero picchiatori fascisti anche se andassimo in servizio di Op vestiti di rosa e con un mazzo di fiori in mano.
B. DA PADOVA Quando alcune centinaia di ultras o di autonomi sono schierati a cinquanta metri da te con spranghe, catene, bombe carta e coltelli, io ritengo opportuno fargli così tanto schifo e paura che non devono pensare di poterci attaccare senza lasciarci le ossa!
L’Italia non è uno stivale. È un anfibio di celerino.
Clic.

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Violenza di Stato non suona nuova
G8 massacro alla Diaz, per i giudici d’appello il blitz fu ordinato da Ge Gennaro

Sarko-choc: «Via la cittadinanza ai francesi di origine straniera autori di reati»

Dietro l’attacco ai «troppi diritti», portato dal presidente francese, c’è l’intensione di smantellare l’assistenza medica universale

Paolo Persichetti
Liberazione 31 luglio 2010


«La nazionalità francese deve poter essere ritirata a tutte le persone di origine straniera che hanno volontariamente attentato alla vita di un poliziotto o di chiunque altro rappresenti l’autorità pubblica». E’ la proposta choc lanciata ieri da Nicolas Sarkozy durante la cerimonia d’insediamento del nuovo prefetto dell’Isère, incaricato di riportare l’ordine dopo le settimane di violenze urbane che hanno contrapposto giovani della banlieue di Grenoble alle forze dell’ordine. «Non dobbiamo esitare a rivedere le condizioni per ottenere il diritto ad acquisire la cittadinanza francese», ha dichiarato ancora il presidente francese, spiegando che bisogna «avere il coraggio di togliere la nazionalità a quelle persone nate all’estero che abbiano intenzionalmente cercato di uccidere un agente di polizia, un gendarme o qualunque altro rappresentante dell’autorità pubblica». L’inquilino dell’Eliseo ha poi ulteriormente rincarato la dose con un’altra proposta: per i minori nati in Francia da genitori stranieri una volta raggiunti i 18 anni di età l’acquisizione della nazionalità non deve essere più un diritto, qualora questi commettano dei crimini.
Accompagnato dalla ministra della Giustizia Alliot-Marie e dal responsabile dell’Interno Hortefeux (condannato pochi mesi fa per aver pronunciato frasi razziste contro un militante d’origine araba del suo stesso partito), Sarkozy ha nuovamente sfoderato la retorica sicuritaria. Nomadi e giovani delle periferie sono diventati così i capri espiatori dopo lo scandalo suscitato dall’inchiesta giudiziaria sui finanziamenti illegali che il candidato presidenziale avrebbe ricevuto durante la campagna elettorale dalla vedova Bettencourt, la ricca ereditiera della L’Oréal nota per le sue simpatie fasciste. Per risalire la china Sarkozy sta ripescando tutti gli argomenti contro la delinquenza che gli erano valsi la vittoria nelle presidenziali del 2007. Discorsi muscolari e annunci roboanti per invocare il pugno di ferro contro le periferie, gli stranieri, le popolazioni nomadi. La questione sociale, l’irrisolto disagio delle periferie, la disoccupazione (per gli stranieri non comunitari siamo ad un tasso del 24%, cioè il doppio della media nazionale), il fallimento dell’integrazione, l’esplosione degli identarismi comunitari, si riassumono in un’unica dimensione criminale, un fatto d’ordine pubblico, un problema che chiama in causa solo l’intervento delle forze di polizia. Non a caso a riportare l’ordine a La Villeneuve, quartiere sensibile della periferia di Grenoble teatro di una sommossa, è stato chiamato il prefetto Eric Le Douaron, una lunga carriera nella polizia fino a divenire nel 1999 direttore generale della pubblica sicurezza. Sotto la sua gestione entrò in funzione la nuova figura del “poliziotto di quartiere”. Il presidente ha infine concluso il suo discorso attaccando i «troppi diritti» conferiti alle persone straniere in situazione irregolare, auspicando la revisione delle prestazioni a cui hanno accesso. In poche parole Sarkozy mira a smantellare l’assistenza medica universale e magari, perché no, anche le mense per poveri.

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Francia, riesplode la banlieue. Guerriglia urbana a Grenoble
Francia, crociata del governo contro Gitani e Sinti

Francia, crociata del governo contro Gitani e Sinti. Con il placet Ue

Sarko (ri)mostra i muscoli. Presto chiusi 300 campi Rom

Paolo Persichetti
Liberazione 30 luglio 2010


In Francia le uniche Gitanes ammesse saranno d’ora in poi soltanto le sigarette. Non ha detto proprio così il presidente della repubblica Sarkozy, ma il senso delle severe misure repressive decise dal consiglio dei ministri riunitosi mercoledì scorso non si discosta molto da questa radicale soluzione. Niente più nomadi Rom e Sinti in situazione irregolare. Il governo francese intende smantellare più della metà dei 300 campi considerati illegali installati nel Paese dalle Gens du voyage, come vengono chiamati da quelle parti. Il ministro degli Interni, Brice Hortefeux, ha annunciato che le autorità procederanno parallelamente alla espulsione con ricondotta «quasi immediata» in Romania e Bulgaria dei nomadi che avrebbero commesso azioni contro l’ordine pubblico. Una volta tanto gli Zingari si ritrovano messi all’indice non per essere sospettati di aver commesso furti e ruberie, oppure per aver messo in piedi un sistema organizzato di accattonaggio insieme a traffici vari o, peggio ancora, come narrano inossidabili leggende metropolitane, per aver «rubato bambini». No, stavolta contro i nomadi ricade un’accusa che ha l’odore sulfureo della perdizione politica, qualcosa che ormai per le culture statuali rasenta l’anticamera del terrorismo. I Rom sono colpevoli di essersi ribellati. Nella notte tra il 17 e il 18 luglio scorso hanno dato vita ad una sommossa nel villaggio di Saint-Aignan, 3500 anime perdute nelle campagne del Loir-et-Cher, dipartimento situato nel centro della Francia. La dinamica dei fatti è identica alla gran parte delle altre rivolte che si sono svolte negli ultimi decenni nelle banlieues delle maggiori metropoli francesi.
Prima l’aria diventa satura di rabbia. La comunità gitana sente montare sulle proprie spalle un clima di stigmatizzazione che si traduce in atteggiamenti sempre più oppressivi e vessatori da parte delle forze dell’ordine a cui le autorità hanno dato briglia sciolta. Quindi c’è l’innesco che provoca l’esplosione della rivolta. In genere un episodio cruento in cui sono coinvolte le forze di polizia, come fu per Clichy sous-bois dove trovarono la morte Zyed e Bouna, due adolescenti di 15 e 17 anni fulminati da una scarica elettrica partita da una centralina dietro la quale si erano riparati per sfuggire alle mani di alcuni poliziotti che li rincorrevano soltanto perché erano in strada. Un classico è l’intoppo ad un posto di blocco, come è accaduto ancora una volta poche settimane fa a Grenoble. In questi casi la versione dei fatti fornita dalle autorità e quella riportata dalle popolazioni locali appaiono ogni volta diametralmente opposte. In quest’ultima vicenda la gendarmeria riferisce un tentativo di sfondamento di un posto di blocco che avrebbe messo a rischio la vita dei militari, i quali avrebbero così sparato per legittima difesa uccidendo uno dei passeggeri. Il giovane deceduto apparteneva alla comunità nomade del posto, si chiamava Luigi e aveva solo 22 anni. Ovviamente chi era al suo fianco a bordo di una sgangherata R19 con 300mila chilometri nel motore, il cugino Miguel Duquenet consegnatosi più tardi alle autorità, ha riportato una versione completamente diversa, denunciando addirittura una esecuzione a freddo della gendarmeria, con modalità da vero e proprio «agguato». L’episodio ha scatenato una rivolta senza precedenti. Due caserme della gendarmeria prese d’assalto a colpi d’ascia e barre di ferro da una cinquantina di nomadi infuriati, alberi sradicati, vetture incendiate, semafori e arredo urbano distrutto, una panetteria saccheggiata. Notevoli i danni materiali ma nessun ferito da registrare. Inammissibile per il governo. Se anche i nomadi hanno imparato a ribellarsi la situazione diventa davvero pericolosa. E allora cacciamoli tutti, anche se vivono in Francia da decenni. Da qui il via allo smantellamento dei campi improvvisati «entro i prossimi tre mesi», come ha spiegato il ministro degli Interni. Una decisione avallata dalla Commissione europea che ieri, attraverso la portavoce della commissaria alla Giustizia e ai diritti, Viviane Reding, ha sottolineato come «le leggi europee sulla libera circolazione danno il diritto agli Stati membri di controllare il territorio e lottare contro la criminalità». La soluzione è semplice, basta criminalizzare l’intera comunità.

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Sarko-choc, “Via la cittadinanza ai francesi di origine straniera autori di reati”
Francia, riesplode la banlieue. Guerriglia urbana a Grenoble

«Il problema è nella Cgil, non nella Fiom»

Intervista a Giorgio Cremaschi, neo presidente del comitato centrale della Fiom

Paolo Persichetti
Liberazione 21 luglio 2010


Ci sarà una poltrona vuota nella nuova Segreteria nazionale della Fiom eletta ieri dal Comitato centrale del sindacato metalmeccanico. Fausto Durante, esponente della minoranza che fa capo alla mozione del segretario confederale Guglielmo Epifani, ha scelto di non occupare il posto che gli era stato riservato. I componenti sono scesi così da cinque a quattro. La scelta di non sostituirlo va interpretata come un segnale di apertura da parte della maggioranza guidata dal nuovo segretario Maurizio Landini. Abbiamo chiesto a Giorgio Cremaschi, appena eletto presidente del Comitato centrale, come interpreta questa situazione.

Cremaschi, siamo di fronte ad un colpo di coda della vicenda congressuale, alla reazione a distanza per una sconfitta ancora non ben digerita? Oppure c’è dell’altro?
Ci troviamo di fronte all’accelerazione di una discussione politica tra la maggioranza della Fiom e la Cgil. La scelta di Durante, come lui stesso ha detto, non nasce da motivi di dissenso interni alla Fiom. Per intenderci: non ha contestato la linea tenuta su Pomigliano e ha votato lui stesso per la manifestazione nazionale che abbiamo lanciato per il 13 ottobre a Roma e nella quale contiamo di portare tutta la rabbia del lavoro. Tutte decisioni prese all’unanimità. Ha criticato invece la scelta del segretario Landini di aderire all’area programmatica che all’interno della Cgil si trova in posizione di minoranza. Decisione che, a suo avviso, rappresenterebbe l’adesione ad una “opposizione d’intento”. Un atteggiamento che renderebbe impossibile la sua permanenza in segreteria. E’ evidente che dietro questa decisione vi è una tendenza negativa, un piano inclinato verso la riduzione degli spazi di democrazia la cui responsabilità ricade integralmente sulla segreteria della Cgil.

Cosa vuoi dire che dietro questa decisione c’è lo zampino di Epifani?
Io rispetto la scelta di Durante. Penso soltanto che stia portando avanti una battaglia politica. Il problema è Epifani che mostra di non voler discutere con la Fiom. E’ venuto solo al congresso, poi ogni tanto si lamenta sui giornali di non essere invitato. C’è un chiarissimo logoramento dello quadro democratico nella Cgil. Epifani son si sa mai cosa pensi: se è d’accordo oppure no. Quando interviene sulle vicende Fiat parla come se fosse il ministro del Lavoro di un governo che non c’è. Capisco che con Sacconi lo spazio perché possa esserci un ministro del Lavoro molto migliore esiste e probabilmente Epifani sarebbe un ottimo ministro. Solo che ora sta facendo un altro mestiere. Un mestiere che non riesce più a fare.

Scusami se insisto ma questa domanda te la devo fare comunque: corre voce che questa decisione sia stata ispirata dallo stesso Epifani, che l’altro ieri dopo aver presieduto una riunione con esponenti Fiom aderenti alla mozione uno avrebbe chiesto a tutti di uscire dagli organismi dirigenti.
Con tutta la mozione uno non credo. In ogni caso non penso che esistano persone teleguidate. D’altronde Durante stesso non ha fatto mistero di aver incontrato Epifani. Il punto è che non siamo più nella Cgil di una volta. Oggi la Cgil viene governata a maggioranza e questa maggioranza si considera l’intero sindacato. Tanto che per la prima volta nella sua storia il congresso ha cambiato lo statuto senza coinvolgere la minoranza. Un vero atto di ottusità antidemocratica. L’errore di Durante è quello di accettare questo modello, l’idea che la maggioranza debba governare da sola. Ormai ci sono difficoltà ad accettare la discussione, a presentare le mozioni. Purtroppo anche la Cgil non è immune dalla tendenza autoritaria che investe l’Italia.

La scelta di uscire dagli organismi dirigenti proprio nel momento in cui la Fiom è sotto attacco diretto della Fiat, che dopo Pomigliano è tornata a licenziare dando il là anche alle altre aziende, non è forse un modo per la sciare la Fiom sola, sperando di isolarla e indebolirla?
Abbiamo già fatto a meno della Cgil. La Fiom ha retto da sola a Pomigliano. La Cgil Campania aveva dato indicazione di votare a favore dell’accordo. Non penso che questa situazione aumenti i rischi più di quanto già non ve ne siano. La Fiom in questa fase assume un ruolo anche superiore alla sua funzione, non certo perché vuole occupare tutti gli spazi ma perché la Cgil li lascia vuoti.

Francia, riesplode la banlieue. Guerriglia urbana a Grenoble

La morte di un giovane dopo un inseguimento con la polizia scatena la rivolta

Paolo Persichetti
Liberazione 18 luglio 2010


Quest’anno non verranno comunicate cifre sul numero delle vetture bruciate nella notte tra il 13 e il 14 luglio». Brice Hortefeux, il muscolare ministro dell’Interno francese, aveva dato mercoledì scorso precise consegne alle prefetture affinché non diffondessero più il numero delle macchine bruciate in ogni dipartimento il giorno della festa nazionale. «Occorre mettere fine – aveva spiegato il titolare dell’ordine pubblico – alla malsana tradizione che consiste nel valorizzare ogni anno e sempre nello stesso momento degli atti criminali». Secondo i servizi di polizia – ma anche ad avviso degli studiosi delle banlieues – il 14 luglio e il 31 gennaio sono date utilizzate dai giovani delle periferie per «farsi vedere» e dare vita ad una competizione con le altre banlieues della Francia intera. D’ora in poi – aggiungeva la nota del ministero – verrà diffuso solo un bilancio annuale delle vetture bruciate. Nel 2009 i veicoli incendiati erano stati circa 500. Quest’anno invece, secondo le parole del ministro, tutto si sarebbe svolto «senza incidenti maggiori da segnalare», fatta eccezione per le «392 persone fermate e la 306 deferite per direttissima davanti alla giustizia». Molte di più delle 190 dello scorso anno, il che mostra come il silenzio non sia servito un granché. Come accade da un quindicennio a questa parte l’anniversario della presa della Bastiglia è stato illuminato da una notte di fuochi. Tuttavia la cappa del silenzio è saltata quando nella notte tra giovedì e venerdì nel popolare quartiere di La Villeneuve, a Grenoble, si è scatenata una vera e propria guerriglia urbana. «Sembrava Beirut. Lo giuro, sembrava Beirut», ha raccontato un abitante testimone degli scontri tra giovani e forze di polizia in assetto antisommossa. Macchine del commissariato correvano all’impazzata a sirene spiegate mentre sulle torri degli Hlm, le case popolari, il cielo era squarciato dal faro di un elicottero che riprendeva con una telecamera infrarossi gli assembramenti di giovani a torso nudo e magliette sul capo per non farsi riconoscere. All’origine degli scontri la rabbia per la morte di un giovane del quartiere, Karim Boudouda, 27 anni, con alle spalle diverse rapine, ucciso la sera precedente alla fine di un inseguimento con le forze di polizia che l’avevano intercettato all’uscita di un Casinò appena svaligiato. Gli abitanti del quartiere hanno reagito in massa alla morte del ragazzo dopo lo scontro a fuoco con gli inseguitori. Molti hanno denunciato indignati le modalità dell’episodio. «L’hanno lasciato crepare sull’asfalto. I soccorsi non l’hanno rianimato», gridava uno di loro. La sommossa sarebbe scoppiata dopo la preghiera recitata da un imam in ricordo del defunto in un parco del quartiere davanti ad una cinquantina di giovani. Armati di mazze di baseball e barre di ferro i presenti hanno cominciato a distruggere tutto ciò che incontravano al loro passaggio: pensiline, tram, vetrine. Tra le 50 e le 60 automobili, molte delle quali si trovavano in una concessionaria, sarebbero state bruciate, insieme a due negozi, mentre la polizia soffocava il quartiere di gas lacrimogeni e sparava pallottole di gomma. Secondo fonti del commissariato verso le 2 e 30 della notte dalle fila dei rivoltosi un uomo avrebbe esploso diversi colpi di pistola. Per almeno quattro volte la polizia ha dichiarato di avere «risposto al fuoco con pallottole vere». Due giovani, uno di 17 l’altro di 18 anni, sono stati fermati. Come accade nei campi di battaglia la calma è tornata alle prime luci dell’alba. Scortato dai corpi speciali della polizia Hortefeux ha visitato sabato mattina i luoghi della rivolta. «E’ impressionante», si è limitato a dire, poi è corso via. La notte torna presto in certi posti.

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Sarko-choc, “Via la cittadinanza ai francesi di origine straniera autori di reati”
Francia, crociata del governo contro Gitani e Sinti

Magistrati coinvolti nella lobby, il Csm trasferisce Alfonso Marra

Lobbismo con la toga, un altro pezzo di oligarchia italiana

16 luglio 2010

E’ bufera sulle toghe finite nell’inchiesta condotta dalla procura romana contro la presunta “loggia segreta” animata da Flavio Carboni, Pasquale Lombardi, Arcangelo Martino. Secondo le accuse, il trio in combutta con alcuni esponenti del gotha berlusconiano come il coordinatore del Pdl Denis Verdini, il senatore Marcello Dell’Utri e il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo, avrebbe agito per «condizionare il funzionamento di organi costituzionali e di apparati della pubblica amministrazione dello Stato e degli enti locali». La prima commissione del Csm ha deciso ieri di avviare la procedura di trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale nei confronti del presidente della Corte d’Appello di Milano, Alfonso Marra, che secondo quanto emerso dalle intercettazioni sarebbe stato in stretto contatto con Lombardi.
Per sostenere la sua candidatura presso il tribunale di Milano, dove Marra è arrivato a febbraio, il gruppo di Carboni aveva contattato mezzo Csm fino al presidente Nicola Mancino (amico di vecchia data di Lombardi per la comune militanza nella Dc) che aveva votato in suo favore. Un duello molto duro l’aveva opposto a Renato Rordof, consigliere di corte di Cassazione e quotato giurista economico, battuto alla fine per soli due voti. Oggetto dello scontro la partita sul governo di un tribunale snodo centrale delle inchieste su Berlusconi. Molti consiglieri denunciarono allora «interferenze esterne sul voto», comprovate oggi dall’intensa pressione lobbistica documentata dalle intercettazioni. Un vero mercato, un intreccio di scambi e favori. Il presidente della Corte di Cassazione, Vincenzo Carbone, per garantire il proprio sostegno a Marra chiese in cambio la proroga dell’età pensionabile da 75 a 77 anni. Progetto che prese la forma di un emendamento firmato dal sottosegretario Caliendo, poi ritirato. Anche Marra appena nominato venne chiamato dai suoi amici per far recedere i magistrati che avevano annullato per delle irregolarità la lista Formigoni. A dire il vero senza grandi risultati. La nomina di Marra e gli appalti per l’Eolico in Sardegna appaiono i soli successi riscontrati dall’associazione lobbistica finita sotto indagine. Le altre operazioni sono tutte terminate in un nulla di fatto: dal tentativo di condizionare l’esito del ricorso in cassazione sulla richiesta d’arresto del sottosegretario Cosentino, alla diffamazione del candidato alla presidenza della regione Campania Caldoro, all’intervento sui membri della Consulta per far approvare il lodo Alfano, alle pressioni su Marra e poi sul ministero della Giustizia perché attivasse un’ispezione contro i magistrati che avevano annullato la lista Formigoni. Al punto che uno dei membri del gruppo di pressione rivolgendosi a Lombardi si lascia andare ad uno sconsolato: «Noi non contiamo un cazzo».
Anche la Cassazione, per voce del Procuratore generale Vitaliano Esposito, ha reso noto di avere avviato lo scorso 12 luglio un’indagine disciplinare nei confronti dei magistrati coinvolti nell’inchiesta. Oltre a Marra, infatti, sono stati chiamati in causa anche l’avvocato generale della Cassazione, Antonio Martone, aspirante procuratore generale e da qualche mese capo di una “Commissione per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle amministrazioni pubbliche” istituita dal ministro Brunetta (come dire: la persona giusta al posto giusto), e il capo degli ispettori del ministero della Giustizia, Arcibaldo Miller. Secondo l’inchiesta Martone avrebbe partecipato alla cena del 23 settembre 2009 nella casa romana di Denis Verdini, di fronte all’Ara Coeli. Nel corso di quella serata si sarebbe discusso di come avvicinare i giudici della Consulta che di lì a poco dovevano decidere sul lodo Alfano. Già presidente dell’Anm e poi dell’Autorità garante sul diritto di sciopero, Martone, 69 anni, è stato il più scaltro di tutti e ha subito presentato domanda per la pensione. Mica scemo. In questo modo può uscire di scena senza macchie sulla carriera e soprattutto senza sanzioni su uno stipendio che supera i quindicimila euro lordi al mese, dunque con le tasche piene di soldi grazie ad una pensione d’oro. E se no che comitato d’affari sarebbe?

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La nuova razza padrona