Per Carlo Giovanardi Stefano Cucchi era morto di freddo, la risposta di Erri de Luca

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«Stefano Cucchi era in carcere perché era uno spacciatore abituale. Poveretto, è morto, e la verità verrà fuori, soprattutto perchè pesava 42 chili. La droga ha devastato la sua vita, era anoressico, tossicodipendente… E poi il fatto che in cinque giorni sia peggiorato… Certo, bisogna vedere come i medici l’hanno curato. Ma sono migliaia le persone che si riducono in situazioni drammatiche per la droga, diventano larve, diventano zombie: è la droga che li riduce così»

Carlo Giovanardi, Sottosegretario con delega per la lotta alla droga, “co-ideatore” della legge Fini-Giovanardi senza la quale Stefano Cucchi sarebbe ancora vivo

Erri de Luca risponde alla sua insopportabile dichiarazione con queste righe apparse su Liberazione 11 novembre 2009

Il potere dichiara che il giovane arrestato di nome Gesù figlio di Giuseppe è morto perché aveva le mani bucate e i piedi pure, considerato che faceva il falegname e maneggiando chiodi si procurava spesso degli incidenti sul lavoro. Perché parlava in pubblico e per vizio si dissetava con l’aceto, perché perdeva al gioco e i suoi vestiti finivano divisi tra i vincenti a fine di partita. I colpi riportati sopra il corpo non dipendono da flagellazioni, ma da caduta riportata mentre saliva il monte Golgota appesantito da attrezzatura non idonea e la ferita al petto non proviene da lancia in dotazione alla gendarmeria, ma da tentativo di suicidio, che infine il detenuto è deceduto perché ostinatamente aveva smesso di respirare malgrado l’ambiente ben ventilato. Più morte naturale di così toccherà solo a tal Stefano Cucchi quasi coetaneo del su menzionato.

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Caso Cucchi: Carlo Giovanardi, lo spacciatore di odio
Cronache carcerarie

Morte di Cucchi, c’è chi ha visto una parte del pestaggio nelle camere di sicurezza del tribunale

Un detenuto, S.Y., ha visto Cucchi colpito da due agenti della polizia penitenziaria appartenenti al nucleo scorte. Prima due manrovesci al volto e poi calci una volta caduto a terra. Non è ancora chiaro se queste violenze fanno parte di un secodno pestaggio da lui subito. Permangono ancora molte incertezze sulla dinamica dei fatti e se alle violenze contro Cucchi abbiano preso parte diverse corpi dello Stato

Paolo Persichetti
Liberazione 11 novembre 2009

Vincenzo Barba, il pubblico ministero che indaga sulla morte di Stefano Cucchi, non è un tipo in cerca di protagonismo. Fosse per lui, preferirebbe starsene tranquillo a sbrigare la routine quotidiana fuori da clamori e riflettori. Nonostante questa indole anonima tutte le inchieste più rognose che passano per la procura romana finiscono tra le sue mani. A piazzale Clodio c’è chi fa intendere che è proprio questa sua mancanza di colore che ne fa un prescelto. Forse perché è un pm che non vuole dar fastidio, uno di quelli che più ligi non si può. Ve lo ricordate ai tempi delle indagini sulla Caffarella? Pronto a negare l’evidenza pur di tenere in piedi il teorema incolpativo. Irriducibile dell’accusa anche quando il dna scagionava i due romeni. Costruiva in continuazione nuove varianti accusatorie fino all’inverosimile, anche quando le indagini avevano intrapreso un’altra pista. Ennio Flaino avrebbe detto di lui che è uno di quelli che ha il coraggio delle idee altrui, salvo poi non accorgersi quando questi le cambiano. Oggi Barba sembra il nuovo Caronte che accompagna le inchieste nel vecchio porto delle nebbie, come un tempo veniva chiamata la procura romana.
E sì, perché sull’inchiesta aperta per chiarire le circostanze della morte di Stefano Cucchi si addensa minacciosa un’enorme coltre di bruma. La sensazione che l’inchiesta sia lontana dalla svolta, come invece era parso lunedì dopo l’annuncio delle prime iscrizioni nel registro degli indagati, comincia a palesarsi. «Come molti, resto convinto che sarà difficile che la verità sul caso Cucchi esca fuori completamente», ha detto ieri il senatore Stefano Pedica, dell’Italia dei Valori, impegnato accanto alla famiglia nel tentativo di capire come e perché Stefanino, come lo chiamavano gli amici a Torpignattara, è morto.
Perché questo timore? Perché l’inchiesta si è concentrata essenzialmente su quella manciata di ore passate da Cucchi nei sotterranei di piazzale Clodio. Una scelta che ad oggi ha solo sollevato ulteriori domande. Sembra, infatti, come confermato da uno degli avvocati della famiglia, che esista la testimonianza di un detenuto, presente nei sotterranei del Tribunale, che avrebbe assistito al pestaggio di Cucchi. Tuttavia non è chiaro se il detenuto in questione sia uno dei tre indagati, insieme ai tre poliziotti della penitenziaria, oppure se si tratti di una quarta persona che avrebbe osservato il tutto dallo spioncino di un’altra cella.
Ma se non è uno dei tre che condividevano il cameroncino con Cucchi, perché i tre che erano con lui tacciono? Secondo la testimonianza, Cucchi chiedeva di andare al bagno. L’autopsia ha dimostrato che aveva problemi ai reni dovuti anche alle percosse subite. Sembra che da questa richiesta sia scaturito un alterco, sfociato nelle botte. Ma quali e quante botte? Per chi conosce i sotterranei del Tribunale, dove ogni giorno vengono parcheggiati come buoi centinaia di detenuti provenienti da tutte le carceri del Lazio (e non solo), in attesa di passare in giudizio nelle aule situate in superficie, appare impossibile che un pestaggio come quello subito dal corpo di Cucchi, possa essere passato inosservato, senza che nessuno abbia sentito le grida e il trambusto. Che possa esserci stata violenza non è da escludere. Momenti di tensione sono quotidiani in quel posto, dove i detenuti vengono ammassati e dimenticati per ore, finché le diverse scorte non li riaccompagnano nelle carceri di provenienza.
Come lo stesso Pedica ha osservato, «sulla questione del pestaggio esistono altre versioni», fornite dai detenuti che hanno raccolto le parole dirette di Cucchi. Insomma il giallo si inspessisce. Ed ancora, l’incidente tra Cucchi e la polizia penitenziaria sarebbe avvenuto prima dell’udienza o dopo? Cucchi è rimasto sempre nella stessa cella quando è arrivato in Tribunale? I fermati che arrivano a piazzale Clodio dalle camere di sicurezza delle caserme o dei commissariati non vengono mischiati con quelli che provengono dalle carceri. Solo dopo la convalida dell’arresto e l’assegnazione del carcere, sono ristretti nelle stesse stanze. Se fosse provato che il pestaggio della penitenziaria sarebbe avvenuto prima dell’udienza, cioè delle ore 12, la posizione dei carabinieri che l’avevano fermato e tenuto in caserma per tutta la notte ne trarrebbe un evidente giovamento.
Ma se le violenze dovessero rimontare a un’ora successiva, quei 50 minuti che vanno dalla conclusione dell’udienza, 13.15, alla visita del presidio medico del tribunale, 14.05, che ha registrato le ecchimosi sul viso e i dolori nella zona sacrale, si rilancerebbe l’ipotesi del doppio pestaggio.
La famiglia, per bocca della sorella Ilaria, ha ribadito ancora ieri di fronte alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul servizio sanitario nazionale, presieduta dal senatore Ignazio Marino, che «Stefano era gonfio in volto oltremisura e gli occhi cerchiati già dal primo momento che mio padre l’ha visto in aula. Anzi, rispetto alle foto scattate all’entrata di mio fratello a Regina Coeli, era anche più gonfio». L’inchiesta dovrà anche dire dove è andato a finire il quinto carabiniere scomparso dai verbali, eppure presente al momento del fermo di Stefano e durante la perquisizione in casa dei famigliari. Tante domande ancora senza risposta.
In serata, Ilaria Cucchi, ha risposto alle dichiarazioni di Giovanardi: «continuo a trovare quelle dichiarazioni relative allo stato di salute e la personalità di mio fratello, che tra l’altro lui non poteva nenache sapere, assolutamente menzognere».

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Erri De Luca risponde alle infami dichiarazioni di  Carlo Giovanardi sulla morte di Stefano Cucchi
Cronache carcerarie

Caso Cucchi: Carlo Giovanardi, lo spacciatore di odio

Il cattolico feroce

Francesco Merlo
Repubblica 10 novembre 2009

Suscita rabbia e pena, una pena grande, il sottosegretario Carlo Giovanardi, cattolico imbruttito dal rancore, che ieri mattina ha pronunziato alla radio parole feroci contro Stefano Cucchi. Secondo Giovanardi, Stefano se l’è cercata quella fine perché “era uno spacciatore abituale”, “un anoressico che era stato pure in una comunità”, “ed era persino sieropositivo”. Giovanardi dice che i tossicodipendenti sono tutti uguali: “diventano larve”, “diventano zombie”. E conclude: “È la droga che l’ha ridotto così”.
Giovanardi, al quale è stata affidata dal governo “la lotta alle tossicodipendenze” e la “tutela della famiglia”, ovviamente sa bene che tanti italiani – ormai i primi in Europa secondo le statistiche – fanno uso di droga. E sa che tra loro ci sono molti imprenditori, molti politici, e anche alcuni illustri compagni di partito di Giovanardi. E, ancora, sa che molte persone “per bene”, danarose e ben difese dagli avvocati e dai giornali, hanno cercato e cercano nei cocktail di droghe di vario genere, non solo cocaina ed eroina ma anche oppio, anfetamine, crack, ecstasy…, una risposta alla propria pazzia personale, al proprio smarrimento individuale. E alcuni, benché trovati in antri sordidi, sono stati protetti dal pudore collettivo, e la loro sofferenza è stata trattata con tutti quei riguardi che sono stati negati a Stefano Cucchi. Come se per loro la droga fosse la parte nascosta della gioia, la faccia triste della fortuna mentre per Stefano Cucchi era il delitto, era il crimine. A quelli malinconia e solidarietà, a Stefano botte e disprezzo.
Ci sono, tra i drogati d’Italia, “i viziati e i capricciosi”, e ci sono ovviamente i disadattati come era Stefano, “ragazzi che non ce la fanno” e che per questo meritano più aiuto degli altri, più assistenza, più amore dicono i cattolici che non “spacciano”, come fa abitualmente Giovanardi, demagogia politica. E non ammiccano e non occhieggiano come lui alla violenza contro “gli scarti della società”, alla voglia matta di sterminare i poveracci; non scambiano l’umanità dolente, della quale siamo tutti impastati e che fa male solo a se stessa, con l’arroganza dei banditi e dei malfattori, dei mafiosi e dei teppisti veri che insanguinano l’Italia. Ecco: con le sue orribili parole di ieri mattina Giovanardi si fa complice, politico e morale, di chi ha negato a Stefano un avvocato, un medico misericordioso, un poliziotto vero e che adesso vorrebbe pure evitare il processo a chi lo ha massacrato, a chi ha violato il suo diritto alla vita.
Anche Cucchi avrebbe meritato di incontrare, il giorno del suo arresto, un vero poliziotto piuttosto che la sua caricatura, uno dei tanti poliziotti italiani che provano compassione per i ragazzi dotati di una luce particolare, per questi adolescenti del disastro, uno dei tantissimi nostri poliziotti che si lasciano guidare dalla comprensione intuitiva, e certo lo avrebbe arrestato, perché così voleva la legge, ma molto civilmente avrebbe subito pensato a come risarcirlo, a come garantirgli una difesa legale e un conforto civile, a come evitargli di finire nella trappola di disumanità dalla quale non è più uscito. Perché la verità, caro Giovanardi, è che gli zombie e le larve non sono i drogati, ma i poliziotti che non l’hanno protetto, i medici che non l’hanno curato, e ora i politici come lei che sputano sulla sua memoria. I veri poliziotti sono pagati sì per arrestare anche quelli come Stefano, ma hanno imparato che ci vuole pazienza e comprensione nell’esercizio di un mestiere duro e al tempo stesso delicato. È da zombie non vedere nei poveracci come Cucchi la terribile versione moderna dei “ladri di biciclette”. Davvero essere di destra significa non capire l’infinito di umiliazione che schiaccia un giovane drogato arrestato e maltrattato? Lei, onorevole (si fa per dire) Giovanardi, non usa categorie politiche, ma “sniffa” astio. Come lei erano gli “sciacalli” che in passato venivano passati alla forca per essersi avventati sulle rovine dei terremoti, dei cataclismi sociali o naturali.
Giovanardi infatti, che è un governante impotente dinanzi al flagello della droga ed è frustrato perché non governa la crescita esponenziale di questa emergenza sociale, adesso si rifà con la memoria di Cucchi e si “strafà” di ideologia politica, fa il duro a spese della vittima, commette vilipendio di cadavere.
Certo: bisogna arrestare, controllare, ritirare patenti, impedire per prevenire e prevenire per impedire. Alla demagogia di Giovanardi noi non contrapponiamo la demagogia sociologica che nega i delitti, quando ci sono. Ma cosa c’entrano le botte e la violazione dei diritti? E davvero le oltranze giovanili si reprimono negando all’arrestato un avvocato e le cure mediche? E forse per essere rigorosi bisogna profanare i morti e dare alimento all’intolleranza dei giovani, svegliare la loro parte più selvaggia?
Ma questo non è lo stesso Giovanardi che straparlava dell’aborto e del peccato di omosessualità? Non è quello che difendeva la vita dell’embrione? È proprio diverso il Dio di Giovanardi dal Cristo addolorato di cui si professa devoto. Con la mano sul mento, il gomito sul ginocchio e due occhi rassegnati, il Cristo degli italiani è ben più turbato dai Giovanardi che dai Cucchi.

Sulla stessa vicneda leggi anche
Per Carlo Giovannardi Stefano Cucchi sarebbe morto di freddo. La risposta di Erri De Luca

Teramo, sospeso il comandante delle guardie che spiegava ad un suo sottoposto come i detenuti non si massacrano in sezione ma nelle celle d’isolamento

Il ministro della Giustizia Alfano ha sospeso dal servizio il responsabile degli agenti del carcere di Castrogno, Giovanni Luzi

Il comandante della polizia penitenziaria della casa circondariale di Teramo, Giovanni Luzi, in un concitato colloquio rimproverava un assistente di polizia penitenziaria per aver pestato un detenuto in sezione, davanti agli altri reclusi, invece di averlo portato “sotto”, cioè nel reparto di isolamento, dove abitualmente al riparo da sguardi indiscreti avvengono i pestaggi, le “punizioni”.

Preso in castagna
Secondo il comandante, l’agente aveva solo sbagliato il luogo dove massacrare il recluso. Registrato con un telefonino, l’audio riversato su un cd, è perveuto in forma anonima al quotidiano locale La Città. La voce riconosciuta è quella del comandante delle guardie che ha ammesso la circostanza e le frasi dette:

Abbiamo rischiato una rivolta perché il negro ha visto tutto. Un detenuto non si massacra in sezione, si massacra sotto…” (ascolta in integrale L’audio: “il detenuto si massacra di sotto, non davanti a tutti”)

Giovanni Luzi è stato sospeso dal servizio.  Una inchiesta della magistratura teramana è in corso per chiarire le circostanze del pestaggio del detenuto.

Facce di bronzo
“Continuo a pensare che siamo di fronte a un episodio di mero eccesso verbale, per quanto ingiustificato e ingiustificabile perché anche con le parole si può esercitare violenza”, ha sostenuto il segretario generale della Uil Penitenziaria, Eugenio Sarno.

Il segretario del sindacato autonomo di polizia penitenziaria Donato Capece, invece, punta il dito contro “i corvi”, che fanno più male che bene al corpo di polizia penitenziaria: “Penso che esistessero altri modi per denunciare la situazione”.

Quali?

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Cronache carcerarie

Pianosa, l’isola-carcere dei pestaggi, luogo di sadismo contro i detenuti

Prima di brigatisti e mafiosi, ospitò l’anarchico Passannante e il socialista Sandro Pertini. In settimana si decide se ridestinarla nuovamente a prigione

Paolo Persichetti
Liberazione 8 novembre 2009

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Anche se l’intenzione di riaprire il super carcere di Pianosa sembra per il momento rientrata, di fronte alla ferma opposizione della ministra dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, la proposta avanzata dal guardasigilli Angelino Alfano suona come un sinistro presagio. Il governo ha brutte intenzioni se è vero che con grande disinvoltura tenta di rimettere in funzione una delle più brutali carceri speciali che l’Italia abbia conosciuto. Roba da far impallidire persino Guantanamo e Abu Ghraib. Da circa un decennio, l’isola è diventata un parco ambientale di alto valore naturalistico. Nel 1997 è stato trasferito l’ultimo detenuto rinchiuso nel reparto 41 bis, e dall’anno successivo a presidiare la vecchia struttura sono rimasti solo una sparuta pattuglia di agenti di polizia penitenziaria e alcuni detenuti semiliberi, provenienti dalla vicina casa di reclusione di Porto Azzurro, sull’isola d’Elba, che si occupano dei terreni agricoli. Aperta nel 1858 dal Granducato di Toscana, fu solo nei primi anni del Regno unificato d’Italia che la colonia penale agricola della Pianosa assunse la struttura attuale. Nello stesso periodo vennero create delle succursali nelle isole limitrofe dell’arcipelago toscano, alla Gorgona e sull’isola di Montecristo. Quest’ultimo insediamento fu però abbandonato nel 1880. Negli anni successivi e fino al 1965, l’isola divenne un reclusorio per detenuti ammalati di tubercolosi. Ma la casa penale della Pianosa si è guadagnata anche la fama di carcere per detenuti politici. Nelle sue famigerate celle sono passati l’anarchico Giovanni Passannante, che nel 1878 tentò di accoltellare Umberto I, e durante il fascismo il socialista Sandro Pertini. Ma fu nel maggio 1977 che, insieme alla sezione “Fornelli” dell’Asinara, la diramazione “Agrippa” della Pianosa conquistò un posto centrale nel circuito delle carceri di “massima sicurezza”, ideato dal generale dei carabinieri Carlo Albero Dalla Chiesa. Nel giro di due giorni, grazie anche all’utilizzo di grandi elicotteri bimotori da trasporto truppe Chinook, i reparti dell’Arma trasferirono 600 prigionieri. Un decreto interministeriale, oltre ad attribuire poteri eccezionali a Dalla Chiesa, sospendeva le norme vigenti in materia di appalti e concessioni edilizie (qualcosa di simile è stato chiesto dall’attuale capo del Dap, Franco Ionta). Furono edificate sezioni di massima sicurezza, oltre alle già citate sezioni Fornelli e Agrippa, anche sull’isola di Favignana e nelle carceri di Cuneo, Fossombrone, Trani, Novara, Termini Imerese, Nuoro, Palmi, Messina. Un enorme giro di miliardi da cui scaturirono anni dopo inchieste giudiziarie sulle famose “carceri d’oro”. In un documento fatto pervenire all’esterno, i primi prigionieri politici rinchiusi a Pianosa descrivevano così il luogo: «si tratta di un’isola-carcere, nel senso che la totalità del suo territorio – circa 12 km quadrati – è adibito a istituto di pena. L’isola consta di 4 diramazioni indipendenti. 4 carceri nel carcere. La più grande di esse, chiamata “Agrippa”, dopo aver subito una completa ristrutturazione è divenuta un vero monumento al sadismo repressivo dello Stato borghese». Pianta a forma di quadrilatero, doppio muro di cinta sormontato da filo spinato e un numero sproporzionato di fari. All’interno, celle molto piccole con arredo cementato al pavimento e alle pareti, «mura dipinte con colori speciali che provocano menomazioni visive e disturbi psichici; aria ridotta a mezz’ora la mattina e mezz’ora il pomeriggio, in piccoli cortili. Non più di sei per volta». All’arrivo – scrivono sempre i detenuti – si viene «sottoposti a un brutale pestaggio, dimostrazione del potere assoluto della direzione carceraria». Testimonianze del genere si moltiplicarono negli anni successivi. Il 31 marzo 1981, all’interno della sezione Agrippa avvenne uno delle più brutali violenze della storia carceraria. In una dichiarazione resa pubblica dai familiari, tenuti lontani dall’isola per 15 giorni, si informava che 70 detenuti della sezione speciale erano stati rinchiusi in isolamento dopo essere stati denudati e bastonati e i loro effetti personali distrutti. Ancora nel 1992, quando sull’onda della nuova emergenza antimafia il braccio di massima sicurezza accolse detenuti accusati di appartenere alla criminalità organizzata, i racconti non si discostavano da quanto accaduto negli anni precedenti. «Un litro d’acqua da bere al giorno, 200 grammi di vitto con dentro cicche di sigarette e pezzettini di vetro. La domenica è il giorno più sicuro per consumare la cena, all’apparenza si presenta senza scorie, diversamente dal pranzo dove si trova sia nella pasta che nel secondo un po’ di tutto, tra sputi, cicche, carta, plastica, vetro, preservativi e spaghi» (cf. Il Carcere speciale, sensibili alle foglie 2006). Nel 1993 un rapporto di Amnesty International raccolse le testimonianze denunciando le brutalità subite dai reclusi della sezione Agrippa.

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In corteo a Roma per chiedere verità sulla morte di Stefano Cucchi

Si mobilità il quartiere dove viveva Stefano Cucchi. Ore 15 corteo a Torpignattara contro la violenza degli aparati di Stato, la legislazione proibizionista e anti-migranti

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Paolo Persichetti
Liberazione 7 novembre 2009

Torpignattara, il quartiere romano dove Stefano Cucchi è cresciuto, scende in piazza oggi pomeriggio per chiedere la verità sulla sua morte e dire che non si può crepare per pochi grammi di hashish, pestati a sangue, sottoposti a un calvario di umiliazioni e poi finire abbandonati nella disattenzione generale di un reparto medico penitenziario. L’appuntamento indetto dalla Rete contro l’autoritarismo è per le ore 15 in via dell’Acquedotto alessandrino, angolo via di Torpignattara. Dopo aver attraversato il quartiere, il corteo terminerà davanti al mercato coperto di via Ciro da Urbino, nei pressi dell’abitazione della famiglia, che, in una dichiarazione ripresa dalle agenzie, ha ringraziato «quanti in questi giorni stanno manifestando per Stefano. La loro solidarietà in questi drammatici momenti ci scalda il cuore». Nata dopo un incontro promosso martedì scorso dai Centri sociali al cinema Volturno, la proposta di una manifestazione cittadina ha coinvolto associazioni, comitati di quartiere e realtà territoriali che lavorano nella zona. Tra queste anche l’Osservatorio antirazzista e l’associazione dei migranti bengalesi Duumchatu, molto radicata nel quadrante sud-est della città. Il quartiere conserva ancora il ricordo dell’umiliante trattamento riservato ad alcuni lavoratori bengalesi fermati dai carabinieri della stazione locale, e da questi costretti prima del rilascio a pulire le stanze della caserma. All’iniziativa ha fornito la propria adesione anche la federazione romana del Prc. Giovedì c’è stato un volantinaggio davanti al repartino penitenziario dell’ospedale Pertini, dove Stefano Cucchi è deceduto. Nel quartiere la vicenda è molto sentita, percepita come un fatto che potrebbe toccare chiunque, senza esclusione, soprattutto tra i giovani sui quali pesa la caccia alle streghe praticata dalle squadrette della narcotici. L’arroganza, la spregiudicatezza e la violenza delle forze di polizia, sono ormai un problema che trova riscontro in numerosi “incidenti” segnalati dalle cronache. Intanto a Milano, nella notte tra giovedì e venerdì, sono apparsi cinquanta striscioni affissi dal centro sociale il Cantiere. «Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Aldo Bianzino: il proibizionismo è un serial killer», è scritto in uno di questi. La manifestazione di oggi vuole dare voce all’insofferenza dei cittadini verso la strumentalità delle politiche che agitano lo spauracchio della sicurezza e della tolleranza zero contro ogni diversità, in deroga a ogni diritto per poi tollerare che nelle carceri e nelle strade vengano uccisi ragazzi inermi. Nel testo di convocazione, gli organizzatori ricordano che queste tragedie trovano origine in una legislazione che costringe alla detenzione persone che hanno l’unica colpa di avere con sé modiche quantità di sostanze stupefacenti: come la Fini-Giovanardi sulle droghe, la legge Bossi-Fini, il pacchetto sicurezza. «Strumenti normativi che non fanno altro che riempire le carceri. Provvedimenti legislativi che riducono le criticità sociali a mera questione di ordine pubblico». La vera sicurezza nasce quando si rafforzano i legami sociali, la partecipazione, l’inclusione, quando c’è reddito, servizi, lavoro, cultura, rispetto. Meno polizia e più società.

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Stefano Cucchi, le ultime foto da vivo mostrano i segni del pestaggio. Le immaigini prese dalla matricola del carcere di Regina Coeli

Stefani Cucchi venne pestato a sangue prima di entrare in carcere. Lo provano le foto prese dal personale penitenziario della matricola del carcere di Regina Coeli

Le immagini scattate 20 ore dopo l’arresto. Sul volto di Stefano Cucchi sono visibili le tracce delle percosse. Era il 16 pomeriggio, a nemmeno venti ore dal suo fermo avvenuto alle 23,30 del giorno prima. I colori sul viso di Cucchi sono quelli dei lividi. Non si può guardare, quel ritratto, l’unico scattato dopo il suo arresto, senza pensare che sei giorni dopo quell’uomo di 31 anni con lo sguardo spaventato, finito in carcere per  una dose da 20 euro di hascisc, sarebbe morto. Morte  avvenuta il 22 ottobre, alle 6,20 del mattino, nel reparto detenuti dell’ospedale Pertini.

Che divise indossano quelli che hanno ridotto così Stefano Cucchi?

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Segni evidenti del pestaggio sul collo, la mascella e lo zigomo di Stefano Cucchi ritratti dalla foto segnaletica presa al momento dell'ingresso in carcere

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Nonostante la luce pessima appaiono evidenti le tumefazioni e gli ematomi attorno agli occhi di Stefano Cucchi nella foto presa dalla matricola del carcere al momento del suo ingresso

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http://perstefanocucchi.blogspot.com/
Stefano Cucchi: le foto delle torture inferte. Rispondi La Russa
Caso Cucchi, scontro sulle parole del teste che avrebbe assistito al pestaggio. E’ guerra tra apparati dello Stato sulla dinamica dei fatti
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Aguzzini, Lumia: “Riaprire super carcere di Pianosa e applicare severamente il 41bis”

Aguzzini – Lumia (Pd) ad Alfano: “applicare severamente il 41bis”

Il Velino, 6 novembre 2009

“In questo momento, non credo, a mio avviso, sia sufficiente esprimere solidarietà tra noi, adesso come uomini delle istituzioni, Lei come ministro e io come membro dell’opposizione, abbiamo il compito di fare del 41 bis severamente applicato la migliore risposta alle minacce ricevute. Ritorno a riproporle l’apertura di Pianosa e l’Asinara e di riorganizzare al meglio, anche in altri istituti del centro-nord del Paese, il 41 bis in modo coerente con la necessità di impedire qualsiasi collegamento tra i boss e le loro organizzazioni mafiose”.
È quanto si legge nella lettera inviata ieri al ministro della Giustizia Alfano da Giuseppe Lumia, componente della commissione parlamentare antimafia. Secondo il senatore del Pd “i costi non sono elevati” e la riapertura delle due carceri “garantirebbe una migliore tutela ambientale delle isole, attraverso l’impiego dei detenuti in lavori di cura e manutenzione dell’ecosistema delle isole in questione”.
Per Lumia, inoltre, bisogna “evitare l’organizzazione dei reparti di 41 bis con il sistema delle celle a testa a fronte per impedire facili comunicazioni tra i detenuti stessi; tenere particolare attenzione ai colloqui con i familiari ed il cosiddetto momento della socializzazione, non trascurando neppure il momento delle cerimonie religiose. Va prestata massima attenzione alla corrispondenza che è un sistema efficace di comunicazione tra i boss e l’ambiente esterno e ai pacchi di indumenti e di alimenti ricevuti dai boss”.

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La morte di Blefari Melazzi e le carceri italiane

Elettra Deiana
Gli Altri, 6 novembre 2009

Era l’autunno del 2005. Avevano allestito per loro una sezione speciale femminile di massima sicurezza, come da articolo 41 bis, in un carcere, chiamato “Le Costarelle”, di Preturo, all’Aquila. Già affollato di 41 bis ma, fino allora, i casi erano tutti relativi a crimini mafiosi compiuti da mani maschili. Loro, le detenute, per le quali era stato riservato il trattamento di massimo isolamento e che in quell’autunno di quattro anni fa inaugurarono l’apposita sezione, erano Nadia Lioce, Laura Proietti e Diana Blefari. Neo brigatiste della nuova stagione degli assassini politici, gli anni allucinati dei delitti di Sergio D’Antona e Marco Biagi. Stavano ognuna in una cella per contro proprio e non comunicavano tra loro. Perché non ne avevano voglia – come era fin troppo chiaro e potei costatare personalmente durante la visita – oltre che per la situazione di estremo isolamento del 41 bis, che avrebbe mandato in tilt chiunque. Ero andata a visitare Diana Blefari, in modo particolare, per le notizie che mi erano arrivate sul suo stato di salute e per la novità della sezione femminile in quel carcere, che conoscevo bene per altre visite che vi avevo fatto. Ma lei, Blefari, non comunicava soprattutto perché, fin dall’inizio dell’arresto, era caduta in uno stato di profonda prostrazione e inerzia psicologica. Era arrivata al carcere di Pasturo già in condizioni pietose. Così la vidi. Se ne stava rannicchiata tutto il giorno nel letto, con la coperta fino agli occhi e senza nessun cenno di interesse per il mondo. Rifiutava il cibo, non parlava con nessuno, non voleva vedere neanche i familiari. Non rispose a nessuna delle mie sollecitazioni. Era piombata nel cono d’ombra di un distacco da se stessa che non l’ha mai abbandonata. Chiesi in un’interrogazione parlamentare, con Titti De Simone e Giovanni Russo Spena, che Blefari fosse trasferita in un carcere ordinario, senza regime di 41 bis. E rimasi in contatto col direttore del carcere, fino a quando la detenuta non venne trasferita a Sollicciano, struttura di detenzione dotata di un osservatorio psichiatrico. Poi ne persi le tracce. Angiolo Marroni, garante dei detenuti del Lazio, dopo il suicidio di Diana Blefari, avvenuto in questi giorni nel carcere di Rebibbia, ha parlato di “schizofrenia e inabilità psicologica”. Non dubito che Marroni abbia tutti gli elementi per valutare lo stato delle cose. Tutti se ne sarebbero potuti rendere conto. Molti, che in questi anni hanno seguito la vicenda, non si sono meravigliati dell’esito finale. C’è una lunghissima documentazione in proposito e il guardasigilli Angiolino Alfano dovrebbe essere cauto prima di esercitarsi in affermazioni sfrontate, come quelle che ha fatto circa la compatibilità della situazione carceraria con lo stato di salute di Blefari. Che doveva essere curata, messa nelle condizioni di accettare di vivere e invece è stata lasciata a se stessa. Forse Alfano non sa bene quello che dovrebbe sapere, come ministro della Giustizia. Lo Stato e le sue istituzioni, le sue strutture e il suoi apparati, per l’ennesima volta sono mancati all’obbligo di tutelare le vite che la giustizia consegna alla pena detentiva. In un Paese come il nostro, che ha in Costituzione l’articolo 27, parla di stato di diritto e però straparla di diritto alla vita. Per tutti fuorché per le vite incarnate di donne e uomini. Per questo la pena rischia di assomigliare sempre più, per i più deboli e gli emarginati e i disperati, a una soluzione estrema. Di questo Alfano dovrebbe riuscire a dire qualcosa. Non sono in discussione i titoli di reato per i quali Blefari è stata condannata. E’ in discussione la responsabilità dello Stato che deve rispondere se abbia fatto – e non ha fatto – tutto per tutelare la vita di una donna detenuta nelle sue strutture carcerarie. Soprattutto oggi, con tutti i suicidi che si verificano nei luoghi di detenzione e Teramo, con i suoi lugubri echi di violenze sotterranee. Ma ormai il degrado dell’intero sistema carcerario, sotto gli occhi di tutti, e rischia di creare crescente assuefazione e indifferenza.

Link
Ignorata la disponibilita offerta da un gruppo di detenute che si offrì di assistere la Blefari. I magistrati puntavano al pentimento
Induzione al pentimento
Suicidio Blefari Melazzi: l’uso della malattia come strumento di indagine



Droghe: Italia, un Paese sempre più a strisce

Report dell’osservatorio europeo: sale il consumo di cocaina, cala quello di hashish

Paolo Persichetti
Liberazione 6 novembre 2009

copj170Secondo il rapporto 2009 dell’Osservatorio europeo sulle droghe, siamo un popolo di “aspirapolveri“, un Paese fatto a strisce. Sniffare, “pippare”, consumare cocaina è sempre più un modello di vita, una cifra sociale, il doping della vita quotidiana nella metropoli. L’Italia ormai è piena di «borghesi borgatari», come ha raccontato Walter Siti nel suo ultimo romanzo, Il Contagio. Il consumo di cocaina è una specificità dei Paese occidentali, dove si concentra in massima parte. L’Italia, insieme a Danimarca, Spagna, Irlanda e Regno Unito, è tra i Paesi a più alta prevalenza mentre declina l’uso di cannabis e hashish. Le cifre sono abbastanza eloquenti: almeno 13 milioni di europei adulti hanno provato cocaina nella loro vita. Di questi, la metà sono giovani, dai 15 ai 34 anni. Il che vuol dire che avranno grandi probabilità di provarla ancora, come conferma la crescita del consumo in tutta Europa, soprattutto nella fascia giovanile. Sono tre milioni quelli che l’hanno fumata o inalata nell’ultimo anno. Il fenomeno è talmente significativo che seguendo le piste di “bamba” e “bianca” prende forma la nuova sociologia del Paese narrata con grande efficacia da Siti.
E’ il realismo postmoderno della borgata sradicata e condominiale, dove borgatari e borghesi si confondono attorno al mito consumistico delle Bmw, delle palestre, delle donne leopardate e siliconate, dello sballo dopato, del vitalismo a buon mercato.
E così il vecchio fumo, l’hashish, diventa «roba da sfigati del muretto», sbarbatelli alle prime armi, come una volta disse il borghese-borgataro per antonomasia, Flavio Briatore, quello del Billionaire. L’ultimo coatto e il governatore della Regione si sovrappongono, tra trans, prostitute e “botte acchittate”. Gli estremi si congiungono, dilaga il contagio degli strati. I borgatari sognano di passare nei reality, la borghesia precipita nella «virtualità subproletaria», ma non è la rivoluzione bensì la dissoluzione, scrive Siti.
Tuttavia, seppure in discesa, cannabis e hashish restano ancora le sostanze più diffuse, fumate da 74 milioni di europei, un adulto su cinque. 22 milioni e mezzo ne ha fatto uso nell’ultimo anno e 4 milioni fumano spinelli tutti i giorni. Farsi le canne, i tubetti, le micce, gli spini, le bombe, le trelle, il trombone, il purino, la stroppa, la ciosba, la zibbarda, resta la moda più diffusa tra i giovani. Una condotta dalla valenza “inclusiva”, omologante, che da tempo ha smarrito il brivido della trasgressione. Le cifre dicono che tra i 15-24 anni di età, il 16% l’ha usata nell’ultimo anno e l’8% nell’ultimo mese. 4 milioni di europei fumano ogni giorno (l’1% della popolazione adulta), circa 3 milioni hanno un’età compresa tra i 15 e i 34 anni. L’Italia risulta ancora il Paese dove il consumo è più alto per ogni fascia presa in considerazione. Il rapporto lancia poi l’allarme sulla diffusione delle nuove droghe sintetiche, in particolare dei cannabinoidi creati in laboratorio e che provocano effetti simili all’hashish e alla marijuana. Accanto a questi prodotti “Spice”, sono spuntate miscele di erbe alternative e droghe ricreative, le “party pills” a base di benzilpiperazina, sostanza legale.