Tira brutta aria per due motivi: l’attacco alla democrazia nel nome dei «puri» ideali extra-parlamentari e la perdita di identità dell’opposizione che ricorre a media e magistratura per non essere scavalcata
Renato Farina
Il Giornale 18 novembre 2009
C’è una brutta novità nelle solite baruffe autunnali riguardanti scuole e atenei: il bagliore contemporaneo del terrorismo, ancora cartaceo, ma vero, reale, rosso. È un pericolo grave, e lo è tanto più se lo si sottovaluta. Per questo il ministro Roberto Maroni si dice preoccupato. Non è un modo di dire, c’è sostanza. Si sta parlando qui dei nessi tra i fatti di ieri – con cortei dappertutto, ma tensioni e scontri provocati ad arte, con particolare cattiveria, a Milano e a Torino – e la ripresa dell’idea di «lotta armata» timbrata dalla stella a cinque punte brigatista. Gli scioperi e le manifestazioni degli studenti in Italia sono ciclici, ma più stabili delle stagioni non risentono dei mutamenti del clima. Da metà novembre al 20 dicembre dalle Alpi alla Sicilia si celebrano, insensibili all’effetto serra al punto che andrebbero studiati dagli ambientalisti, i casini di licei, istituti tecnici e università. Ogni pretesto è buono. Vanno di moda gli anni ’70, dei quali si ripetono gli slogan. Questa volta oggetto di sdegno è il mancato rispetto del diritto allo studio e la presunta privatizzazione di scuole e atenei. Una privatizzazione che non c’è, ma se non c’è la si inventa: serve a catturare asini da corteo. Non solo asini purtroppo, perché accanto alla massa, piuttosto inerte, c’erano i mestatori. Partiti dai centri sociali, specialmente a Milano, manipoli di «antagonisti» si sono organizzati in commando. Ci sono state incursioni violente negli uffici comunali, non ci sono stati episodi con feriti, per fortuna. Ma c’era qualcosa di acre, di cattivo. Non è stato un rito barbarico ma alla fine sotto controllo, con le mosse preventivate come nel wrestling: accadeva così negli anni ’90, allorché centri sociali e polizia si accordavano tacitamente per una sorta di mimica senza troppi danni né paure dei passanti. Ieri è stato diverso. Le forze dell’ordine non si aspettavano un corteo pazzo, e in realtà ben mirato, e colpisce non ci siano state informazioni in grado di percepire quanto stava accadendo. Una brutta storia.
A questi fatti apparentemente veniali va messo accanto il documento inoltrato ad alcuni mass media, tra cui proprio il Giornale, dove in quattro pagine fanno la loro comparsa i Nat (Nuclei Armati Territoriali). Maroni ha rilevato ieri come questi fogli non siano affatto da prendere come acqua di rose scherzosi o velleitari. Sono aperitivo di qualcosa di serio. Il linguaggio e i simboli ricalcano le Brigate rosse in certi passi, come pure il riferimento a due loro «eroi» morti negli anni ’70. Ma l’analisi del linguaggio di questi terroristi del Terzo Millennio mostra un distacco dalla sintassi legnosa dei vecchi arnesi marx-leninisti, c’è un piglio post-ideologico, una specie di insurrezionalismo elettronico e un vocabolario da blog grillino. Dice Maroni: «Sono segnali seri, che stiamo valutando. Il volantino ha forti analogie con le Br, ma anche differenze importanti, che ci fanno però ritenere che non sia frutto della mente di un matto, ma che ci sia qualcosa da approfondire». Prudenza come si vede. Ma anche per la prima volta il ministro degli Interni non esita a collegare il rigurgito di terrorismo nostrano con quello islamico, come chi scrive ha evidenziato sin dal 2001, dopo i fatti di Genova e dopo che con una fatwa del febbraio 2003 Osama Bin Laden ha raccomandato ai suoi seguaci di allearsi momentaneamente anche con «gli infedeli» nemici però dell’America e dei governi ad essa alleati.
Maroni è stato chiaro: «Stiamo seguendo questo fenomeno (1. il sorgere dei Nat), anche in collegamento con altri fenomeni, come certi fermenti dell’area antagonista (2. espressisi ieri a Milano negli scontri dove sono stati fermati quattro manifestanti) e (3) soprattutto l’eventuale possibile rapporto con il radicalismo islamico. L’area di Milano e della Lombardia è dove si sono radicati i fenomeni di terrorismo, dove si stanno sviluppando sempre di più. A Milano c’è stato il primo caso di kamikaze in Italia. Purtroppo si concentrano tutti qui. L’attenzione è massima». Chiaro, che più chiaro non si può. La questione è: perché. Quanto all’islam e ad Al Qaida, non c’è bisogno di ripeterlo: tutto fa brodo per cuocervi gli infedeli. Ma il risorgere del terrorismo nostrano, in coincidenza con la ripresa di forme di protesta violenta da parte di settori già usi alla guerriglia urbana, va studiato, oltre che combattuto sul campo della repressione. Nasce per due ordini di ragioni. 1) L’attacco alla democrazia in quanto tale in nome della purezza di ideali extra-parlamentari; ed è ciò cui assistiamo da mesi, da anni, ad opera di magistratura, poteri finanziari ed editoriali. La semina di calunnie contro il governo e soprattutto il suo leader fatto passare per dittatore; 2) la perdita di identità democratica dell’opposizione, costretta a rincorrere i poteri mediatici, giudiziari e finanziari di cui sopra per non essere scavalcata. Rimedi? Uno è già stato accennato: lavoro repressivo, condito con analisi sulle fucine di questi pensieri. Il secondo è una alleanza senza pateracchi o inciuci tra coloro che credono nella democrazia, nella convivenza pacifica e nella sovranità del popolo. La sinistra e certo centrodestra complottando la smettano di tagliare il ramo su cui tutti siamo seduti. Si rimedi a questo golpe giudiziario con il buon senso, e questo vale anche per le cariche istituzionali. Si prosciughi così l’acqua dove gli alligatori sguazzano, siano essi rossi o islamici.
Intanto, con le stesse formule verbali e di pensiero di circa 40 anni fa, si sostiene che il terrorismo sia invenzione del governo. Basta leggere i commenti lasciati sui siti di Corriere.it e di Repubblica.it alla notizia dei volantini dei Nat. Uno scrive: «Evidentemente i nostri governanti sventolano lo spauracchio del terrorismo con l’intento di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi veri». Un altro: «E adesso si sono inventati la novità del terrorismo! Così si parla sempre meno delle porcate e delle porcherie di questo governo». Mancano solo le «sedicenti» Brigate rosse e poi siamo giusto a un centimetro dagli Anni di Piombo.
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Il supremo tribunale brasiliano si è spaccato in due come un cocomero. Quattro giudici hanno ritenuto l’asilo politico concesso a Cesare Battisti dal ministro della Giustizia, Tarso Genro, «corretta sotto il profilo costituzionale».
Toffoli, che in qualità di avvocato generale dell’Unione era già intervenuto nel procedimento, chiamato a fornire un parere sull’eccezione di incostituzionalità sollevata contro la concessione dell’asilo politico a Battisti, aveva difeso la correttezza della decisione presa dal ministro della Giustizia, Tarso Genro. Per evitare conflitti d’interesse ha preferito appellarsi alla clausola di coscienza e non prendere parte al voto. Un gesto che smentisce clamorosamente tutti quelli che avevano accusato Lula di averlo designato per far pendere gli equilibri del Tribunale a favore di Battisti. Nei giorni scorsi era persino circolata voce su un possibile ricorso contro la sua nomina da parte del governo italiano che per voce del proprio legale aveva chiesto a Toffoli di non presenziare al voto. Intervento che ha provocato la ferma reazione del ministro Genro contro l’atteggiamento irrispettoso della sovranità interna brasiliana. Fin dall’inizio l’Italia ha interferito in modo pesante sulla giustizia brasiliana. Un proconsole del governo, il procuratore Italo Ormanni, è stato inviato sul posto per manovrare nei corridoi del Tribunale e influenzare l’esito finale del voto. In realtà Toffoli avrebbe potuto votare. Non esistevano ostacoli giuridici, anzi i giuristi avevano elencato diversi precedenti. Soprattutto avrebbe potuto esprimersi sulla procedura di estradizione, nella quale non era mai intervenuto. Il Tribunale, infatti, con una scelta senza precedenti, e che molti hanno considerato quanto mai barocca, ha deciso di accorpare le due procedure: quella sulla costituzionalità della legge che attribuisce al ministro della Giustizia il potere di concedere lo status di rifugiato; e l’altra, sulla richiesta di estradizione avanzata dall’Italia. Il presidente Gilmar Mendes ha manovrato l’intera vicenda procedurale fornendo prova di notevole fantasia e creatività, al punto che nei manuali di diritto verrà ricordato come il fondatore del surrealismo giuridico brasiliano.

Dias Toffoli, giudice appena nominato al Supremo Tribunal Federal di Brasilia, ha formalmente annunciato che non prenderà parte alle votazioni che si terranno oggi e che decideranno se estradare o no Cesare Battisti. Come avvocato generale di stato si era espresso a favore della concessione di status di rifugiato politico concesso dal governo brasiliano; per questo precedente non voterà.
