La lettera del giudice Guido Salvini a Insorgenze, «non credo al complotto nel rapimento Moro, ma non tutto è chiaro»

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Il dottor Guido Salvini, attualmente Gip presso il tribunale di Milano mi ha inviato questa lettera. Autore quando era giudice istruttore della nuova inchiesta sulla strage di Piazza Fontana (Milano 1969), che ha finalmente individuato gli autori dell’attentato, e un’altra indagine sulla strage di piazza della Loggia (Brescia 1974). Esperto di quel complesso mondo di relazioni e intrecci tra destra, ordinovista e avanguardista, e apparati dello Stato, ha condotto inchieste anche sul fronte opposto: l’omicidio del militante di estrema destra Sergio Ramelli, 1975, da parte del servizio d’ordine di Avanguardia operaia e sui fatti di via De Amicis a Milano nel 1977, che portarono all’uccisone dell’agente Antonio Custra.  Il dottor Salvini contesta il giudizio negativo da noi espresso nel corso di una intervista (leggi qui) sulla sua attività di consulente della seconda commissione Moro, presieduta da Giuseppe Fioroni. Pubblico il suo testo accompagnato da una mia replica ringraziando il giudice Salvini per l’attenzione mostrata

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Vi scrive Guido Salvini giudice del Tribunale di Milano. Ho letto la vostra intervista a Matteo Antonio Albanese autore del libro Tondini di ferro e bossoli di piombo. Ho trovato interessanti le riflessioni sui rapporti tormentati che vi furono tra il Pci e il mondo delle Brigate rosse ai suoi inizi e sull’intuizione da parte di queste ultime del fenomeno della globalizzazione. In una domanda posta dall’intervistatore mi sono però attribuite, anche in modo inutilmente sgarbato, opinioni sul sequestro Moro che non ho mai avuto e che non ho mai espresso e che al più possono essere proprie di qualche parlamentare componente della seconda Commissione Moro per la quale ho lavorato in completa autonomia come consulente. Infatti non ho mai pensato né scritto, come è facile verificare, che il sequestro Moro sia stato ispirato o diretto dalle stesse forze, i Servizi segreti, la C.I.A. la Nato o che altro che sono stati presenti nella strategia della tensione e nelle stragi degli anni ’60- ‘70 sulle quali ho condotto istruttorie. Né penso che ad esso abbiano partecipato la ‘ndrangheta o altre entità misteriose. Queste sono opinioni di altri che l’articolo non cita

Credo tuttavia che soprattutto negli ultimi giorni del sequestro vi siano state in entrambe le parti, lo Stato e le Brigate Rosse, incertezze e imbarazzi su come affrontare la possibile liberazione dell’ostaggio da un lato e come portare a termine l’operazione dall’altro e che questa situazione, in cui i due attori dovevano necessariamente compiere scelte di interesse e forse auspicate anche da realtà esterne al sequestro, abbia in entrambi provocato in alcuni passaggi un’amputazione della narrazione di quanto avvenuto. Mi riferisco, ad esempio, per quanto riguarda lo Stato, all’incertezza se fare di tutto perché Moro fosse recuperato vivo e alla contemporanea assillante ricerca dei memoriali dello statista giudicati pericolosi per gli equilibri dell’epoca. Per quanto concerne le Brigate Rosse mi riferisco alle non convincenti versioni in merito al luogo o ai luoghi ove l’ostaggio fu tenuto prigioniero e alle modalità con le quali, mentre erano ancora in corso contatti ed iniziative, ha trascorso le ultime ore e con le quali è stato ucciso. Su questi passaggi vi sono probabilmente ancora alcune verità e forse il ruolo di alcune persone da proteggere. Spero di essermi spiegato in queste poche righe e forse la lettura del libro potrà spingermi a tornare in modo più ampio sull’argomento sul mio sito guido.salvini.it

Vi ringrazio per l’attenzione.
cordialità
Guido Salvini

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Dott. Salvini,
Registro con favore il giudizio anticomplottista da lei espresso sul sequestro Moro, cito le sue parole: «il sequestro Moro non sia stato ispirato o diretto dalle stesse forze, i Servizi segreti, la C.I.A. la Nato o che altro che sono stati presenti nella strategia della tensione e nelle stragi degli anni ’60-‘70 sulle quali ho condotto istruttorie. Né penso che ad esso abbiano partecipato la ‘ndrangheta o altre entità misteriose».

La mia valutazione negativa del suo lavoro di consulente nella commissione Moro 2 era tuttavia fondata sull’analisi delle sue attività: escussioni di testimoni, indagini perlustrative, proposte di piste da indagare che manifestavano un consolidato pregiudizio dietrologico. Mi riferisco all’endorsement del libro di un personaggio imbarazzante come Paolo Cucchiarelli (20 giugno 2016, n. prot. 2060 e 682/1), nel quale si individuavano almeno 4 spunti di indagine da seguire, tra cui le dichiarazioni di un pentito della ‘ndrangheta Fonti, anche lui replicante di fake news, come la presenza di Moro nell’angusto monolocale di via Gradoli in una fase del sequestro (circostanza smentita dalle evidenze genetiche delle analisi sulla tracce di Dna, condotta dalla stessa commissione), oppure su un presunto ruolo di Giustino De Vuono in via Fani e nella esecuzione del presidente del consiglio nazionale della Dc. O ancora l’articolo fiction dello scrittore Pietro De Donato apparso nel novembre 1978 su Penthause, rivista glamour notoriamente specializzata sul tema. E ancora la richiesta di sentire, protocollo 519/1, il collaboratore di giustizia, sempre della ‘ndrangheta, Stefano Carmine Serpa che nulla mai aveva detto sulle Brigate rosse e il rapimento Moro, ma in una deposizione del 2010 aveva riferito dei rapporti tra il generale dei Cc Delfino e Antonio Nirta, altro affiliato alle cosche ‘ndranghestite. L’ulteriore sostegno ai testi (28 dic 2018, prot. 2497 – e 844/1) di Mario Josè Cerenghino, autore di libri in coppia con Giovanni Fasanella, la cui ossessione complottista non ha bisogno di presentazioni, o ancora di Rocco Turi, autore di una storia segreta del Pci, dai partigiani al caso Moro, sostenitore di una tesi dietrologica diametralmente opposta alla precedente, che intravede nelle Repubblica popolare cecoslovacca una funzione promotrice dell’attività delle Brigate rosse, fino fantasticare l’addestramento in campi dell’Europa orientale dei militanti Br. Potrei continuare, ma non serve.

Nella seconda parte della lettera, contradicendo quanto affermato all’inizio, solleva nuovi dubbi sugli ultimi momenti del sequestro. Convengo con lei che da parte dello Stato, ed in modo particolare delle due maggiori forze politiche protagoniste della linea della fermezza, Democrazia cristiana e Partito comunista, vi siano ancora moltissime cose da scoprire sulla decisione ostinata e sui comportamenti messi in campo per evitare, fino a sabotare, qualsiasi iniziativa di mediazione e negoziato in favore della liberazione dell’ostaggio. Mi riferisco, per esempio, all’impegno preso e non mantenuto dal senatore Fanfani di intervenire il 7 maggio 1978, con un messaggio di apertura all’interno di una dichiarazione pubblica. 
Ritengo che da parte brigatista i dubbi da lei espressi non trovino fondamento. Cosa c’è di poco chiaro e non trasparente nella telefonata del 30 aprile realizzata da Mario Moretti alla famiglia Moro? Consapevole della necessità di uscire dal vicolo cieco in cui si era infilata la vicenda, il responsabile dell’esecutivo brigatista tentò una mediazione finale che ridimensionava le precedenti rivendicazioni, la liberazione di uno o più prigionieri politici, e chiedeva un semplice segnale di apertura, che nella trattativa che sarebbe seguita dopo la sospensione della sentenza poteva vertere nel miglioramento delle condizioni di vita nelle carceri. Perché questo aspetto continua ad essere evitato, sottovalutato e poco studiato, avvalorando contorte ipotesi di trattative parallele, somme di denaro o altro, rifiutate in principio dalle Br? Forse perché la responsabilità di chi si è sottratto a tutto ciò non è ancora politicamente sostenibile?
Ed ancora, sull’ipotesi dello spostamento dell’ostaggio, la invito a studiare tutti i sequestri, politici o a scopo di finanziamento, realizzati dalle Brigate rosse. Mi dica se c’è un solo caso dove l’ostaggio viene traslocato durante la prigionia? Approntare una base-prigione è cosa molto complessa e se non si comprende qual era il modo di approntare la logistica nelle Br si può cadere in facili giochi di fantasia.
Infine, tra i temi che la commissione ha rifiutato di affrontare c’è quello della tortura, verità indicibile di questo Paese. Un commissario aveva presentato un’articolata richiesta di approfondimento della vicenda di Enrico Triaca, il tipografo di via Pio Foà arrestato e torturato il 17 maggio 1978, una settimana dopo il ritrovamento del corpo di Moro, con una lista di testimoni da ascoltare, tra cui Nicola Ciocia, il funzionario dell’Ucigos soprannominato “dottor De Tormentis”, esperto in waterboarding. Sorprende che lei non se ne sia interessato sollecitando spunti d’inchiesta, audizioni o proponendo materiali e sentenze della magistratura presenti sulla questione? Dottor Salvini, ha perso davvero una grande occasione.
Cordialmente, Paolo Persichetti

Le bugie di Alberto Franceschini

Pierluigi Zuffada, militante del nucleo storico delle Brigate rosse, tra i fondatori della Brigata di fabbrica della Sit-Siemens di Milano, risponde alle dichiarazioni di Alberto Franceschini raccolte da Concetto Vecchio su Repubblica del 30 luglio 2020 (qui), in una lettera inviata alla ricercatrice Silvia De Bernardinis e alla redazione del blog Insorgenze. Il valore storico delle affermazioni di Zuffada merita sicuramente un ulteriore approfondimento, anche alla luce delle novità storiografiche emerse negli ultimi tempi (la vicenda di Silvano Girotto, la telefonata a Levati e le circostanze dell’arresto di Semeria) che rafforzano la sua versione dei fatti contro quella di Franceschini. Ne riparleremo presto

Di Pierluigi Zuffada

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“Cara Silvia buongiorno. Ormai è trascorso tanto tempo dall’ultimo incontro e sinceramente mi dispiace rifarmi vivo per una questione esterna al nostro rapporto, quasi imposta. Mi riferisco all’intervista di Franceschini pubblicata su La Repubblica on line. Della mia militanza nelle Brigate Rosse non ho mai parlato con chiunque, tantomeno pubblicamente. La mia storia è tutta mia, e ciò che oggi sono è il frutto di tutti i miei 74 anni di vita, di ciò che pensavo e ho fatto, e delle persone con cui ho avuto rapporti. In sostanza, come succede ad ogni persona, la mia coscienza deriva dall’intero percorso della mia vita, ed è il risultato di una doppia e simultanea operazione: guardarsi dentro per guardare fuori, guardare i mutamenti del fuori per capire i mutamenti dentro di te. Ma arrivo all’intervista di Franceschini. Non c’è molto da dire, tantomeno ragionare sui motivi che hanno spinto Repubblica a costruirla e pubblicarla. Un mio amico sostiene che la giustificazione è come il buco del culo: anche per le cose più ignobili, se ne trova sempre una. Mi piace, invece, parlare di alcuni fatti.

La liberazione di Curcio dal carcere di Casale Monferrato e l’ingenuità di Franceschini a Pianosa
Il primo riguarda la liberazione di Renato. La liberazione è stata decisa dall’Esecutivo dell’organizzazione all’interno di un programma per la liberazione dei compagni dalle galere. L’inchiesta ha portato a scegliere il carcere di Casale Monferrato come primo obiettivo, e tale scelta è stata imposta dalle allora capacità operative dell’Organizzazione, soprattutto dall’inesperienza nell’assaltare un carcere. Nella decisione di scegliere Casale hanno pesato soprattutto le argomentazioni di “Mara” Cagol. In contemporanea era stata fatta un’inchiesta sul carcere di Saluzzo, dove Franceschini era recluso, e addirittura in seguito al suo trasferimento a Pianosa, Moretti ha portato avanti inchieste per pianificare un’evasione da Pianosa. Da notare che Franceschini si è fatto beccare sul tetto di quel carcere durante una ricognizione per scappare, vanificando di fatto tutto il progetto di fuga. Se non ricordo male, né lui, né i suoi compagni di cella sono mai stati incriminati per tentata evasione, o danneggiamento delle sbarre della finestra. Ma ritornando a Casale, nella fase di pianificazione dell’azione sono stati evidenziati errori “tecnici”, per il superamento di uno di questi io sono stato chiamato da Mario Moretti: una volta corretto, ho insistito per parteciparvi attivamente, e in seguito processato e condannato.

Non potendo attaccare Mara, Franceschini ha preso di mira Moretti
Ma a partire dalla liberazione di Renato, Franceschini ha iniziato a imputare a Mario di non essere andato a liberarlo: la sua “visione” su Moretti è stata rafforzata dall’aver preferito Renato a lui. Non poteva prendersela con Mara, conoscendo bene come era fatta: lei non gliela avrebbe mai fatta passare. Si può dire che Franceschini abbia tratto un vantaggio dalla morte di Mara, nel senso che si è trovato un testimone in meno per contrastare la sua versione.

La vera storia della cattura di Pinerolo
Ma da dove parte l’idea di Mario come infiltrato, agente più o meno segreto, doppio-triplo giochista? Dalla sua cattura a Pinerolo, insieme a Renato, mentre si accingevano ad incontrare Girotto, “frate mitra” come alcuni giornali lo presentavano. Innanzitutto Franceschini non doveva andare a quell’appuntamento, a cui doveva essere presente solo Renato. Ma ancor prima di quell’incontro con il “guerrigliero”, Mara aveva avvisato Renato e Franceschini che Girotto non la raccontava giusta. Secondo lei, Girotto non era mai stato sulle montagne o le foreste della Bolivia o di qualche altro paese andino, perche lui… non aveva il passo da montanaro. Chi vive per un lungo periodo in montagna assume posture e andature del tutto particolari. Girotto non le aveva, e Mara aveva iniziato a sospettare di lui. Ma i sospetti di Mara non hanno trovato credito, altrimenti i due non si sarebbero fatti arrestare. Ma la cosa non finisce lì. La sera prima dell’appuntamento, alla colonna milanese arriva una “soffiata”: l’appuntamento tra Renato e Girotto era una trappola. Non siamo riusciti MAI a risalire alla fonte originaria di quella soffiata, in quanto della notizia erano a conoscenza solo i Carabinieri di Dalla Chiesa e la Procura di Torino. In base a quella soffiata Mario, accompagnato da due compagni, inizia un folle viaggio di notte alla ricerca di Renato per avvisarlo della trappola. Non sapevano dove abitasse a Torino, per cui decisero di andare da Franceschini, di cui conoscevano l’alloggio a Piacenza. La decisione di andare da Franceschini fu presa perchè lui conosceva dove Renato abitava. Arrivati a Piacenza, scoprono che Franceschini non è in casa; i compagni lo aspettano in strada perchè pensano che sia andato al cinema, in quanto la finestra dell’appartamento che dava sulla strada era aperta, segno evidente che lui non poteva essere andato lontano e, soprattutto, che di lì a poco sarebbe rientrato in casa. Quando dopo l’una di notte non lo vedono rincasare, i compagni partano per l’Astigiano per avvisare Mara, che conosce l’abitazione di Renato, ma non la trovano. Pensano che sia a Torino a casa di Renato, per cui da lì vanno a Torino per cercarli, sperando che un contatto del luogo potesse conoscere l’abitazione di Renato. Non trovano il contatto, e in quel momento Mario e i due compagni prendono una decisione folle, anche perchè era arrivata la mattina: vanno al luogo dell’appuntamento a Pinerolo nella speranza di avvisare Renato prima dell’incontro con Girotto, rischiando di cadere anch’essi nella trappola. Pensavano che ad accompagnarlo fosse Mara, non certo che Franceschini fosse presente all’appuntamento. Si accorgono di una situazione strana, nel senso che il luogo pullula di agenti in borghese. La trappola era già scattata, i compagni riescono a svignarsela. Da quel giorno, Franceschini individua in Mario Moretti il responsabile della sua cattura, idea rafforzata in seguito dal fatto che Mario non veniva catturato. Sic!

Mario Moretti nel 1975 era ricercato, non poteva tornare in fabbrica, Franceschini mente anche su questo punto
Anche l’inadeguatezza di Moretti a far parte dell’Esecutivo delle Brigate Rosse, che Franceschini sostiene di aver detto personalmente a Mario in occasione dell’Esecutivo tenuto il giorno prima del suo arresto a Pinerolo, è una circostanza che non torna. Franceschini dice di aver sostenuto durante la riunione che Mario avrebbe dovuto ritornare in fabbrica per correggere la “concezione sindacalista” del suo pensiero. E questo avrebbe potuto tranquillamente farlo, in quanto Mario, secondo sempre Franceschini, fino al ’76 non era ricercato. L’individuazione della base di Via Boiardo, in seguito alle indicazioni date alla polizia da Pisetta, ha portato alla “latitanza” di Mario, in seguito anche al ritrovamento nella base dei tentativi di sviluppo di fotografie, allo scopo di impratichirsi in quella tecnica. Quelle foto ritraevano il figlio di Mario. Immediatamente dopo la scoperta della base (il famoso “covo di via Boiardo”) furono eseguite perquisizioni nella casa della moglie di Mario allo scopo di ritrovare prove di reato. Era il maggio del 1972! Da quel momento Mario fu ricercato dalle forze di polizia. Da tenere presente che Mario entrò in clandestinità alla fine del 1971, ultimo anno in cui fu impiegato alla Sit Siemens. Mario non fu mai un “latitante”, in quanto entrò in clandestinità per una scelta fatta dall’Organizzazione mesi prima del 1972.

La campagna di primavera fu gestita da tutte le componenti dell’organizzazione, durante il rapimento i militanti prigionieri ebbero un ruolo importante e quello di Franceschini fu decisivo
Ma arrivo con gli ultimi due punti. Nell’intervista Franceschini si ritiene responsabile di aver costruito un’organizzazione che, solo dopo la sua cattura, e quindi al di fuori di una sua partecipazione o decisione, si è macchiata di numerosi delitti. Considero solo il “caso
Moro”. La gestione politica della Campagna di Primavera è stata fatta da tutte le componenti dell’organizzazione. Ugualmente va detto che il Fronte delle Carceri ha avuto un peso non indifferente, anzi. Per inciso, a mio personale parere, e ripeto personale, l’aver richiesto la liberazione dei compagni imprigionati in cambio della vita di Moro sia stato un errore madornale, in quanto con quella richiesta si sono chiuse tutte le possibilità di manovra. Si sono chiuse cioè tutte le possibilità di evidenziare le contraddizioni in campo alle forze istituzionali e addirittura di aprirne delle nuove, e magari di trovare un’altra soluzione all’iniziativa. Con quella richiesta è stata facilitata l’intransigenza del Pci, da cui ha origine l’esito del rapimento e la morte di Moro. Al di là di un mio convincimento per nulla recente, proprio perchè il Fronte carcerario ha avuto un peso notevole, Franceschini è completamente responsabile, se non addirittura il principale artefice della richiesta di liberazione dei prigionieri politici. E di come la storia sia finita.

Nel 1978 Andreotti aveva la scorta, Franceschini non sa quel che dice
Lascio perdere l’affermazione sulla presunta inadeguatezza di Mario a essere un dirigente delle Brigate Rosse: ricordo solo che il suo arresto avvenne nel 1981, dopo 10 anni di dirigenza dell’organizzazione. Franceschini inoltre afferma che in carcere «non gli fu mai spiegata» la scelta di rapire Moro e di uccidere gli agenti di scorta, invece di rapire Andreotti. Andreotti non era scortato (e non sarebbero di conseguenza stati sacrificati gli agenti della scorta), cosa che lui stesso aveva verificato prima dell’arresto a Pinerolo (avvenuto nel ’74): infatti Andreotti gironzolava per Roma, ovviamente senza scorta, e addirittura Franceschini afferma che «arrivai persino a toccargli la gobba». Consideriamo solo le date: indagine condotta a Roma da Franceschini nel 1974, rapimento Moro nel 1978. Sono passati 4 anni, di guerriglia e di ovvia ristrutturazione degli apparati dello stato.

Ritornando tra le braccia del Pci, Franceschini si è ritagliato il ruolo di suggeritore degli scenari dietrologici utili a quel partito
Per ultimo. Franceschini conosce bene i suoi polli: c’è cresciuto, si è alimentato, c’è ritornato. Sto parlando del Pci. Grazie al Pci di allora ha trovato una collocazione sociale e lavorativa in seguito alla sua dissociazione. Ma per portare acqua al suo mulino, Franceschini sa bene che doveva dare qualcosa in più. E il “qualcosa in più” fa parte proprio della sua personalità: lui si considerava il più intelligente e … il più furbo, proprio così. E conoscendo i suoi polli, sapendo che la sola dissociazione non era poi la carta definitiva da giocare, ecco che trova la via maestra da percorrere tutta, insieme a Flamigni e soci: grazie alla veste politica e culturale del “redento”, inizia a suggerire argomenti che sicuramente avrebbero fatto presa nei suoi interlocutori, a rafforzare cioè la ricerca e di chi sta dietro alle “sedicenti”, o “cosidette” Brigate Rosse. La rinsposta per Franceschini è semplice: ma sicuramente Moretti. Poichè è difficile sostenere che Moretti sia al servizio del Kgb o della Cia, Franceschini insistere su una presunta ambiguità del “capo”, lasciando poi ai suoi interlocutori/padroni il compito di ricamarci a dovere, cosa di cui sono veramente abili, facendo continuo sfoggio pur indossando abiti via via diversi, a seconda della convenienza del momento: dal Pci verso la Dc, cavalcando oggi il Pd. Sembra il testo di una canzone di Rino Gaetano. Fra parentesi, Moretti sta espiando ancora una pena, a 39 anni e mezzo dalla sua cattura! Già, dimostrazione evidente della sua presunta ambiguità.

Concludo. Mi sembra ormai giunto il momento di chiudere definitivamente con queste storie, e questa lettera che scrivo la interpreto come un piccolissimo contributo a chiudere con le polemiche. La società in cui sono nate, sono cresciute, hanno avuto importanza e sono morte le varie componenti del movimento rivoluzionario degli anni 70 e 80, non esiste più. Le contraddizioni sociali e di classe oggi marciano su altri mezzi e per altre strade, irriconoscibili da quelli d’allora. Per cui … mi sembra opportuno finire di dare elementi concreti di verità a coloro che li usano per distruggere ogni attuale possibilità di antagonismo. Penso che bisognerebbe lottare per l’ignoranza del potere.

«Le Brigate rosse furono le prime a parlare di globalizzazione»

Anteprima – E’ in uscita nelle librerie Tondini di ferro e bossoli di piombo. Una storia sociale delle Brigate rosse, di Matteo Antonio Albanese, Pacini editore. Il volume, che si ferma al 1974, propone alcune importanti scoperte documentali e delle nuove proposte interpretative che faranno discutere. Ne ho parlato con l’autore

Albanese

Alcuni anni fa il sociologo Pio Marconi scrisse che le Brigate rosse, attraverso la categoria di Stato imperialista delle multinazionali, avevano individuato con largo anticipo la fase di internazionalizzazione del modo di produzione e del mercato capitalistico, successivamente definito “globalizzazione”. Nel tuo lavoro aggiungi un fatto nuovo: sostieni che le Brigate rosse furono in assoluto le prime ad introdurre e descrivere il fenomeno della globalizzazione del sistema capitalistico. Puoi spiegare come sei giunto a questa scoperta?

Lessi alcuni dei lavori di Pio Marconi mentre preparavo il mio progetto di ricerca per l’ammissione al dottorato. Mi ricordo che in quei mesi avevo cominciato a leggere con un poco di attenzione le varie pubblicazioni, scientifiche e non, sul fenomeno brigatista. Vivendo, allora, a Milano mi sembrò naturale cominciare un giro dei vari luoghi della città in cui quella memoria era stata in qualche modo conservata. La libreria Calusca e l’archivio Primo Moroni sono stati passaggi importanti per cominciare ad inquadrare il fenomeno. Nello specifico, però, fu una bancarella di libri alla festa dell’Unità il luogo dove trovai, ed acquistai, un paio di numeri di Sinistra Proletaria. Un articolo, in particolare, mi colpì molto: era intitolato la globalizzazione del capitale finanziario ed è contenuto nel numero luglio-settembre 1970. Nel corso degli anni ho poi avuto modo di scoprire, grazie ad Harold James professore di storia economica a Princeton che quella definizione elaborata in quella data anticipava di quasi un anno la prima categorizzazione conosciuta di questo fenomeno in questi termini (tutti i riferimenti sono presenti in un articolo scritto da me e Harold James ed uscito il 2 febbraio 2011 su Project Syndicate). Mi sembra, poi, interessante ricordare come tra le carte del fondo Pci all’Istituto Gramsci di Roma mi sono imbattuto nella stessa pubblicazione che, evidentemente, i militanti del Pci deputati allo studio dei gruppi della sinistra extraparlamentare avevano trovato, ritenuto degno di nota e catalogato. Era una prima ma fondamentale scoperta “archivistica” che ha cominciato a farmi riflettere sulla dimensione del dibattito in corso in quegli anni e che mi riportato alla memoria alcuni saggi sui Quaderni Piacentini e poi su Quaderni Rossi. Ecco, credo che lo sforzo più grande non sia solo confinato al mero dato cronologico dell’utilizzo della categoria, che pure rimane indicativo, ma che, invece, ci metta nella direzione per contestualizzare quell’utilizzo, per comprenderne i legami semantici e politici dentro un campo politico preciso.

Ancora oggi molti studiosi e osservatori che si occupano dell’esperienza brigatista si soffermano su una loro presunta inadeguatezza culturale, eppure queste scoperte storiografiche ci descrivono una situazione diversa. Alla luce di queste nuove evidenze, che giudizio suggerisce allo storico la distanza che emerge tra il respiro prospettico dell’analisi brigatista e il tatticismo nel quale era incagliato il Pci alla continua ricerca di formule e alleanze politiche che gli fornissero una legittimazione istituzionale?

La domanda è molto importante e la sua risposta per cercare di essere esaustiva necessita di una precisazione importante. Le Brigate rosse sono state un gruppo rivoluzionario, il partito comunista in quegli anni ha da tempo dismesso l’idea e ogni tipo di strategia rivoluzionaria. Non dico assolutamente che dentro quel partito non fossero rimaste culture e fascinazioni rivoluzionarie ma credo sia storicamente accurato dire che il Pci non fosse un’organizzazione che si poneva la rivoluzione come orizzonte strategico. Le Br invece sì. Le Br, al pari di molti altri soggetti rivoluzionari (o presunti tali) del tempo, nascono e crescono dentro un dibattito internazionale sulle forme di trasformazione. Fu un dibattito articolato e ricco che ebbe la fortuna di vivere anche grazie all’apporto di alcuni dei migliori intellettuali del momento. Le Br, poi, fanno un passo ulteriore e cioè quello dell’intuizione, più che di piena comprensione parlerei di intuizione, della globalizzazione. Sono convinto che l’internità ad alcune realtà di punta del capitalismo di quel periodo abbia fornito la “materia prima” per quell’analisi sviluppata dal gruppo di studio interno della Ibm; a questo aspetto si unisca la sensibilità di Curcio (e di altri tra cui Margherita Cagol il cui ruolo, forse, è troppo sottostimato) che aveva studiato intensamente la sociologia industriale americana. Se di inadeguatezza, invece, si può parlare questa, a mio modo di vedere, è sulla ricaduta politica di quella trasformazione. L’idea che la crisi del fordismo, ed in ultima analisi della sua scomparsa dal mondo occidentale, potesse essere l’occasione per una rivoluzione in senso socialista rimane il punto debole dell’analisi brigatista. Non è, questa, una critica che si possa muovere alle sole Br in quanto molti altri gruppi, da prospettive differenti, cadono nello stesso errore. L’errata valutazione del profondo cambio sociologico, financo antropologico, che stava avvenendo dentro la classe operaia e le sue strutture sfugge all’analisi della sinistra rivoluzionaria. Da questo punto di vista la lenta trasformazione del Pci in partito socialdemocratico, elemento colto pienamente da Moro, è irreversibile e profondamente innervato nel corpo vivo di quel partito e la sua ricerca di una diversa collocazione sia internazionale che istituzionale, già cominciata sul finire degli anni ’60, rimangono il nodo storiografico e politico ineludibile.

Eppure la scelta di portare l’iniziativa armata fuori dalle fabbriche mettendo radice nei territori ed in particolare nelle periferie di alcune grandi città, come Roma, poi Napoli (in quelle milanesi – come sottolinei nel tuo lavoro – erano presenti fin dalla nascita), sembra dimostrare che le Br fossero consapevoli di questa mutazione (sulla scia della riflessione che proveniva dell’esperienza operaista). Più che l’avvio di un processo rivoluzionario, la distanza storica ci permette forse di dire che esse agirono come una controtendenza che si oppose ai processi di ristrutturazione produttiva dell’economia e dello Stato? Si può dire che la presenza della lotta armata ha ritardato di almeno un decennio la rottura di quegli argini che hanno lasciato via libera agli spiriti animali del capitalismo ultraliberale più selvaggio? In fondo la Fiat riesce a realizzare la massiccia ondata di licenziamenti, i famosi 23 mila del settembre 1980, solo dopo lo smantellamento della colonna torinese e genovese provocata dalla delazione di Patrizio Peci.

Come cercavo di dire, ed è per questo che nel libro si può incontrare spesso la parola “cultura” e la categoria di habitus, le Br sentono questo cambiamento, lo avvertono e non sono sole. Tutta l’elaborazione negriana sull’operaio sociale che affonda le proprie radici nel pensiero di Tronti (anche in polemica con esso) è un processo di riflessione collettiva sulle trasformazioni in atto. Per intenderci non credo ai cattivi maestri; penso che da un punto di vista storico siano i processi, che sono plurali per loro natura e, molto raramente i singoli, a fare la differenza. Insomma, in Italia, e non solo, c’è un processo endogeno di lunga durata che investe centinaia di migliaia di persone (alle elezioni del 1972 le liste alla sinistra del Pci raccolgono mezzo milione di voti) e che per almeno un decennio ha un problema centrale: la presa del potere e la rivoluzione in un paese come l’Italia. Possiamo leggere le Br fuori da questo contesto? No, non scherziamo. Ora se il processo di cambiamento del modello produttivo (non del modo, chiaramente) è un accidente che dura da circa 4 decenni, le variabili da considerare sono molte. È stato Serge Mallet a scrivere di questa trasformazione già agli inizi degli anni ’60 soprattutto, come spesso avviene, nelle realtà più avanzate del capitalismo francese. La riproduzione sociale del capitale portava, quasi (il quasi è estremamente importante) forzosamente, le lotte fuori dalla fabbrica. Di nuovo non sono le sole Br a riflettere su temi quali la casa, i trasporti ed in generale alle condizioni extra-produttive della vita dei lavoratori ma stanno dentro un movimento ampio. Sicuramente furono un fenomeno di controtendenza e la loro presa dentro le fabbriche e nei quartieri popolari si può, ed a mio parere si deve, leggere dentro il contesto della crisi. Quanto, poi, quella crisi si sia dipanata anche a causa dell’azione dei soggetti e quanto, invece, abbia vissuto di tempistiche legate al progetto di ristrutturazione che investiva un ciclo produttivo sempre più globalizzato è, a mio parere, solo abbozzato nel libro e mi riprometto di studiarlo in maniera più approfondita.

Proponi una strumentazione concettuale ispirata alla lezione di Pierre Bourdieu, in particolare ti soffermi con molta efficacia sulla nozione di “habitus” e sul peso che ha avuto nel determinare la radicalità del movimento operaio e di altri segmenti sociali che si intrecciano e associano alle sue lotte fino alla crescita di una area politica rivoluzionaria alla sinistra del Pci.

Non posso assumermi meriti non miei; fu il mio allora relatore di dottorato Gerhard Haupt che è un profondo conoscitore del pensiero di Bourdieu ad indirizzarmi in questa direzione. Da parte mia ho cercato di calare quella teoria sia dentro le ricerche esistenti, da Marco Revelli a Giuseppe Berta ed altri, e alle carte degli archivi sindacali che ho visitato. In particolare, mi colpirono molto una serie di volantini di alcune fabbriche del milanese datati fine 1972 (Borletti ed altri) che cominciavano a parlare delle lotte contro la cassa integrazione e contro i primi processi di internazionalizzazione delle produzioni. Questi primi “sintomi” di globalizzazione si legavano a doppio filo non solo con l’articolo di Sinistra Proletaria che ho già citato ma anche con un volantino molto simile dei Comitati di Base Pirelli dell’ottobre 1969. Di fronte a queste testimonianze documentali ed a questa letteratura ho cominciato a pensare alla tuta blu non solo come abito ma come habitus, appunto, come conglomerato sociale e culturale e come narrazione salvifica che era stata “venduta” ai milioni di contadini che emigrarono al nord con il sogno del posto fisso in fabbrica. Una fabbrica che, invece di espandersi, come pensava un certo operaismo, stava cercando di fuggire verso altri lidi. Cosa succedeva a quella narrazione ed a quel sogno inseguito con tanta caparbietà da quella generazione? Come mutava non solo la condizione sociale e culturale di chi perdeva il lavoro ma anche quella dei figli di quel soggetto? Ecco credo che se la guardiamo attraverso questa lente e tenendo presente che per il filosofo francese la “costruzione” dell’habitus è un processo di violenza simbolica e qui di violenza si parla, le due cose non possano essere non messe in collegamento. Un collegamento non diretto e meccanicista ma culturale, sociale e di narrativa. Per quanto riguarda la nascita alla sinistra del Pci credo che il tutto vada messo nella giusta ottica; soggetti, pur piccoli, alla sinistra del Pci esistono dal 1960 con le varie scissioni di gruppuscoli maoisti che cominciano a portare una critica serrata a quel partito che si stava, inesorabilmente, trasformando. Semmai c’è da porsi la domanda di quanta compenetrazione ci fu tra gruppi della sinistra extraparlamentare e movimento operaio perché se è vero che gli studenti “andarono al popolo” non penso che questo dato vada sovrastimato senza sottolineare anche le diffidenze che pezzi di mondo del lavoro mantennero sempre nei confronti di quei giovani che, spesso, provenivano, comunque, da contesti sociali più agiati.

L’arco temporale che affronti nel volume va dal 1968 al 1974. Un periodo caratterizzato da mutamenti sociali ed economici rapidi, drastici passaggi di fase: in quegli anni si sviluppa fino al suo apice la spinta delle lotte operaie tra biennio 68-69 e fazzoletti rossi alla Fiat, ci sono eventi acuti come lo stragismo, lo choc petrolifero. Le Br non credono a svolte golpiste sono molto attente invece alle proposte avanzate dalla Trilateral, raccolte nel famoso rapporto preparato da Croizier e Huntigton sulla crisi della democrazia e la loro governabilità. Tuttavia nello loro prime azioni selezionano obiettivi che appartengono a quel personale fascista recuperato dagli apparati di comando delle imprese. Come spieghi questa dualità?

A questa domanda, in realtà, hanno risposto le Br nell’autointervista che è pubblica fin da subito, nel 1971: i fascisti, o meglio il neofascismo, rimane lo strumento del capitale ma il progetto non è più quello di una svolta dittatoriale ma la costruzione di una cultura autoritaria di massa. In questo sta la distanza con Feltrinelli che, invece, pensava ad una riedizione del fascismo tout-court. Questa linea che si intravede già nelle rivendicazioni delle prime azioni con la dicitura «fascisti in camicia bianca» porterà, come conseguenza logica, allo sviluppo della campagna di primavera del 1974 con il rapimento Sossi. Va da sé, però, che le Br hanno nei primi anni della loro vita politica due obiettivi: il primo è quello di accreditarsi presso il soggetto sociale di riferimento che era la classe operaia e, quindi, intervenire sulle contraddizioni quotidiane dei luoghi in cui militavano era quasi scontato. Le Br nascono in fabbrica, e molto meno nel movimento studentesco, e da lì “devono” partire. Hanno, però, sempre ribadito, fino a dire nel 1973 che i fascisti erano di per sé poco importanti, che il progetto delle classi dominanti era quello della costruzione di una democrazia autoritaria di stampo gaullista. C’è, poi, un altro elemento centrale: l’egemonia sulla classe operaia si svolge con e contro un avversario politico: il Pci ed è per questo che la relazione con quel partito e le sue strutture fu così importante.

Veniamo ad un’altra novità che si trova nel tuo libro: negli archivi del Pci hai trovato due documenti inediti che mettono in luce nuovi aspetti del rapporto conflittuale tra Pci e Br. Ce ne puoi parlare?

Sì, nell’archivio del Pci trovo documenti che, insieme alle interviste, mi aiutano a comprendere meglio la relazione tra Br e Partito: una relazione che, lo ripeto, è quanto meno duale. Quello che mi interessava sottolineare erano due punti e credo, anche grazie a questa documentazione di esserci riuscito: il Pci conosceva le Br e le conosceva bene. Sapeva non solo chi fossero, almeno a grandi linee, ma ne conoscevano la linea politica perché le Br erano soggetto interno alla classe ed alle sue organizzazioni. Su questo punto non si può più tornare indietro. Di conseguenza tutta la pubblicistica sulle “sedicenti” Br va letta ed interpretata come uno scontro, quasi una pedagogia nel paternalismo che caratterizzava quel partito, tutto interno alla sinistra italiana. Sono convinto che, anziché affidarsi a strambe teorie del complotto, vada letto lo scontro in atto tra un partito, enorme ed innervato nella società, contro un gruppo rivoluzionario. Almeno fino alla fine del 1973 questo scontro il Pci cercherà di regolarlo, appunto, come uno screzio di famiglia (altro che album!). Non le disconosce le Br, anzi, le riconosce pienamente come avversario e le tratta con condiscendenza nell’idea, assolutamente fondata, che fossero espressione del radicalismo espresso da pezzi di movimento ed ha l’obiettivo di far rientrare quel gruppo, o almeno una gran parte di esso, dentro l’alveo della sinistra istituzionale. A questo compromesso le Br non scendono e lì si apre tutta un’altra storia ed una diversa relazione politica tra i due soggetti.

In effetti c’è un’ammissione fatta da Enrico Berlinguer nel corso di una intervista a Repubblica del 22 aprile 1978 nella quale il segretario del Pci dichiara che le Br: «sono i nostri antagonisti diretti, sostenitori di un’opzione alternativa nella sinistra». Una frase pronunciata nei giorni del sequestro Moro, stranamente sfuggita al linguaggio sempre controllato di Berlinguer e che tuttavia non ha mai attirato l’attenzione degli storici. Tonino Paroli, uno degli esponenti del gruppo dell’appartamento che partecipò alla fondazione delle Br, da me interpellato sui documenti che hai scoperto, si è mostrato molto perplesso. Sostiene che nessuno dei Br che provenivano dall’esperienza dell’appartamento è poi rientrato nel Pci. A suo avviso, probabilmente, si tratta di alcuni esponenti dell’appartamento che hanno frequentato il Cpm, Sinistra proletaria, magari sono andati un pochino oltre, forse commettendo anche qualche piccola azione illegale, ma poi si sono fermati rientrando nel Pci.

Allora la domanda ha una sua complessità e devo dividere la risposta in due parti: in primo luogo è assolutamente possibile che l’interpretazione di Paroli sia esatta: quelli che si ritrovano a bussare alla porta del partito sono stati elementi “minori” che non hanno, poi, aderito integralmente al progetto politico brigatista. Questo, però, ci parla di nuovo della dimensione assunta, in un certo momento, dal fenomeno Br. Quanti sono stati le donne e gli uomini che hanno gravitato in quell’area in diversi momenti? A mio parere molti di più di quanto ancora oggi non si sappia o non si voglia sapere. Questo, in sé, non muta la natura di quel documento, non sposta di una virgola il nodo della relazione politica tra Br e Pci e non la sposta anche perché, almeno fino alla fine del ’73 le Br non sono, da un punto di vista strettamente penale che era quello che più preoccupava il Pci, accusate di grosse cose. A dirla così oggi, si può sorridere, ma il livello di illegalità sul quale si muovevano le Br non era affatto dissimile da quello di decine e decine di altre sigle più o meno estemporanee della sinistra italiana inclusi alcuni membri del Pci. Quello che è interessante in quel documento non è tanto che alcuni militanti, inseriti a pieno titolo o meno cambia poco in quella fase, vogliano ritornare nel Pci spaventati o perché, forse, fanno considerazioni politiche altre ma è la risposta del partito ad essere importante con tutto ciò che ne consegue. Il secondo punto, poi, che mi fa riflettere su quanto detto da Paroli afferisce alla seconda mandata di documenti, come sai sono 2 fascicoli diversi, in cui si parla apertamente di elementi a quell’epoca di punta delle Br conosciuti dal Pci e c’è la famosa proposta di collegio di difesa pagato dal Pci a membri delle Br. Questo accenno è importante non solo perché lo riporta anni prima Franceschini nel suo libro ma anche perché lo ribadisce Curcio nel corso della sua chiacchierata con me quando mi dice che vi fu una riunione tra Br ed alcuni esponenti del Pci; riunione nel corso della quale la proposta fu formalizzata e respinta dalle Br. Tre indizi, insomma mi sembrano sufficienti a fare non dico una prova ma almeno ad indicare una direzione di ricerca.

Nel corso delle tue ricerche sulle relazioni tra Pci e Br dai corpo al dubbio che l’operazione Girotto, che portò all’arresto di Curcio e Franceschini, non sia opera solo di Dalla Chiesa ma ci sia stato anche un intervento pesante del Pci.

Come giustamente dici, è un dubbio. La storia si fa solo con i dubbi i quali però devono essere supportati da qualche indizio documentale. Su questo punto, lo dichiaro nel libro non ho prove schiaccianti ma solo un’inferenza logica che non è sufficiente, non prova nulla ma apre, semmai, la strada per eventuali altre ricerche. La risposta sta nella domanda successiva. Se il Pci deve intervenire nel corso del processo Sossi per bloccare la disponibilità di Cuba ad ospitare i militanti della XXII ottobre in caso di scarcerazione com’è possibile che poche settimane dopo si presenti un ex prete guerrigliero chiedendo informazioni sulle Br portandosi dietro delle credenziali cubane? Non mi sembra né un caso né, in quel clima politico internazionale, una svista possibile. Girotto fa il nome di un uomo dei servizi cubani che gli firma una lettera con la quale si presenta a Lazagna, lo stesso Lazagna non si fida pienamente di lui. Ora è possibile che i cubani, ripeto poche settimane dopo il problema con Sossi ed i militanti della XXII ottobre, non si pongano il problema prima di firmare “patenti di comunismo” ad un italiano di avvisare il partito comunista italiano? A me, francamente pare inverosimile. Per di più, e questo ce lo dice Dalla Chiesa, sappiamo che dopo il rifiuto delle Br all’offerta del partito il Pci comincia un’opera di collaborazione con la polizia che diventerà sempre più stretta con il passare degli anni e con l’aumento della ferocia degli attacchi brigatisti. Di nuovo tre indizi non faranno una prova ma ci indicano una direzione fino ad oggi negletta.

Nel volume citi una significativa testimonianza di Sergio Flamigni che, a mio avviso, rende palese quanto sia falsa e dolosa la narrazione dietrologica avviata dal Pci negli anni 80. Se Berlinguer è costretto a chiamare Mosca per chiedere di fare pressione su Fidel Castro affinché ritiri la propria disponibilità ad offrire asilo ai militanti della XXII ottobre in cambio della liberazione di Sossi, cosa mai c’entrano la Cia, la Nato, gli americani, la P2? E’ una storia tutta interna alla terribile dialettica del movimento comunista. Dubito che Flamigni non abbia avuto mai conoscenza dei documenti della federazione di Reggio Emilia. Sulla storia delle Brigate rosse la sua posizione è dettata da una malafede totale.

La testimonianza di Flamigni sulla telefonata è stata molto importante: tu dici dolosa, posso concordare, io ti dico dolorosa. Intendiamoci non giustifico il complottismo, non mi piace e credo sia chiaro, penso anche, però, che per molti militanti e dirigenti del Pci di quella generazione e di quella successiva sia stata incomprensibile la rottura. Per quanto conoscessero, a fondo anche per via dell’infiltrazione che praticavano in molti gruppi, le tematiche che si agitavano dentro la sinistra rivoluzionaria non hanno mai compreso e non sono riusciti a processare quello che, ai loro occhi, era un tradimento. Di fronte a questo tradimento hanno reagito costruendosi una comoda realtà parallela nella quale chiunque rifiutasse la via Pci era, per forza, manipolato o peggio prezzolato. Lo dico nel libro, il livello di paranoia era altissimo ma, allo stesso tempo, sono gli anni delle stragi e delle trame neofasciste non possiamo non tenere conto di questo dato. Se mi chiedi cosa c’entrassero la Cia o la Nato con l’operazione Sossi ti dico: assolutamente nulla. Allo stesso tempo quei soggetti erano presenti in modo decisivo nel paese in quegli anni. Lo spettro dell’interferenza americana era una costante ad ogni livello. Ripeto il disastro creato dal complottismo è enorme e serviranno anni per uscirne ma allo stesso tempo non si deve ignorare che le trame per la destabilizzazione del paese c’erano ed erano reali. Sia chiaro il complottismo non fa bene alla ricostruzione storica di quegli come di altri eventi ma è altrettanto vero che per decenni si è chiesta una verità almeno storica sulle stragi e siamo ancora lontani dall’aver accesso a tutti i documenti che, probabilmente, farebbero chiarezza su molti aspetti.

Sulla questione delle stragi, della cosiddetta “strategia della tensione” che ritengo una categoria inadeguata, tendo a separare il dato storiografico assodato, gli attentati dinamitardi realizzati in grande quantità in quegli anni dall’estrema destra con la supervisione, il controllo a distanza, il lasciar fare, degli apparati, le connessioni con alcuni servizi militari esteri, dall’uso politico che di tutto ciò si è fatto. La denuncia di trame e complotti è diventato dentro la sinistra un alibi per giustificare i propri fallimenti politici, l’incapacità di leggere i mutamenti di fase, giustificare la continua ricerca di un capro espiatorio su cui riversare i propri insuccessi: da Portella delle Ginestre fino al ponte di Genova, la storia della Repubblica viene letta come un continuum criminale di trame animate da un disegno comune, una «scatola nera unica», come ha scritto tempo fa Travaglio (che di sinistra non è). De Lorenzo, le stragi, Moro, l’agenda rossa, Berlusconi, la trattativa Stato-Mafia. Penso ad un magistrato come Guido Salvini che tanto ha fatto per ricostruire le vicende di piazza Fontana e Brescia. Nominato consulente della commissione Moro 2, chiusasi senza risultati, si è mosso con lo stesso paradigma di pensiero. Convinto che la storia delle Br e del sequestro Moro non fosse diversa da quella delle stragi di Stato, ha fatto una pessima fugura.

Come sai mi sono occupato per parecchi anni, ed ancora lo faccio, di estremismo di destra e neofascismo, quindi, parlo con un poco di letture alle spalle e quel minimo di approfondimento della questione: sono d’accordo quando dici che “strategia della tensione” è una categoria inadeguata, tanto quanto lo è quella di guerra civile strisciante per intenderci. Ci siamo, forse, tutti me compreso adagiati su questa dicitura giornalistica che, però, ha il pregio dell’immediatezza. Di nuovo debbo spezzare la risposta in due punti: in primo luogo il disegno che vede insieme pezzi degli apparati di sicurezza dello Stato, non solo italiani, ed estremismo neofascista per quanto fosse gridata a gran voce da molti, penso al libro inchiesta su Piazza Fontana che pur contenendo alcuni errori si rivelò nel tempo piuttosto preciso, tu sai bene quanti anni ci sono voluti per appurare da un punto di vista penale e storico quei legami e quelle responsabilità. Questo ci rimanda direttamente alla costante e meticolosa opera di disinformazione posta in essere da quel grumo di poteri che comprendevano mass media, uomini d’affari, pezzi della maggioranza governativa, alte schiere militari, solo per citarne alcuni. Capisci che in quegli anni fu estremamente difficile per tutti riuscire ad intravedere la verità dietro quella cortina di fumo. Per quel che riguarda, invece, l’uso strumentale che una certa sinistra ha fatto nel corso degli anni dello stragismo, io credo che ci sia un’ulteriore precisazione importante: tu parli di incapacità di leggere i mutamenti e posso essere d’accordo, io, però, non sottovaluterei delle scelte che vengono fatte in maniera consequenziale. L’idea della trasformazione dell’Italia in una democrazia parlamentare maggioritaria all’interno della quale il Pci si trasformasse in un partito socialdemocratico era l’asse portante della strategia di Moro ma non è che a Botteghe Oscure non lo sapessero. L’idea che bisognasse uscire da una fase di contrapposizione sociale fino ad espellere qualsiasi forma di contrasto, Schmitt direbbe di politica, non è un’idea soltanto della Dc. Allora, io credo che i risultati di alcune inchieste saranno sempre poveri se non si fa lo sforzo di comprendere come sia cambiato il quadro di riferimento politico, e anche sociale, del paese tra la metà degli anni ’70 fino al 1992 con la scomparsa dei regimi sovietici.

Veniamo agli aspetti, a mio avviso, problematici della tua ricerca: introduci una periodizzazione innovativa che anticipa di due anni la svolta delle Br con l’assalto alla sezione missina di Padova, del 1974, anziché con l’azione Coco del 1976.

Le periodizzazioni in storia sono sempre difficilissime; quello che ho tentato di fare è di dare unitarietà alla storia brigatista di quei primi anni. L’omicidio Coco è la continuazione dell’operazione Sossi ma, nel frattempo, l’omicidio è già entrato nella storia delle Br. Inutile nasconderci dietro un dito il fatto che a morire siano stati due militanti missini per anni ha fatto sì che questo episodio venisse in qualche modo derubricato a momento secondario e minore. Le divisioni tra prima e dopo non mi fanno impazzire ed il tentativo di riportare la morte di Giralucci e Mazzola dentro l’alveo della storia brigatista, a mio parere, è una parte importante di un ragionamento: le Br erano un gruppo armato e la questione, almeno a livello teorico, era patrimonio culturale e politico condiviso. Su questo, infatti, c’è una distanza enorme con altre sigle che in quel periodo avevano le stesse pratiche ma non rivendicavano come la nascente Autonomia Operaia. Se assumiamo la rivendicazione, di cui parlerò dopo, come gesto politico allora gli va dato il giusto peso ed a quel momento che, ricordiamolo, avviene a ridosso della strage di Brescia, va attribuita una valenza che può fare da spartiacque anche se, ripeto, vedo una rottura nella storia brigatista almeno non fino al cambiamento sociologico portato dal movimento del ’77 che fu, effettivamente, peculiare.

E’ vero, la scelta di assumere politicamente quelle uccisioni ha una valenza particolare sempre sottovalutata dal punto di vista storiografico, vicenda che per altro provocò la rottura dell’asse con Negri e l’uscita dei suoi dalla rivista Controinformazione. E’ anche vero che questo episodio smonta l’artificiosa suddivisione tra prime Br, vere, integre e buone, e le successive: quelle morettiane, sanguinarie e “dubbie”. L’orizzonte dell’omicidio politico era già stato oltrepassato ben prima, quando a dirigere il gruppo c’erano ancora Curcio e Franceschini. Inoltre, pochi mesi dopo, a settembre, Carlo Picchiura, membro della nascente colonna veneta, in un conflitto a fuoco occasionale ad un posto di blocco uccise un agente di polizia. Tuttavia, la vicenda di Padova fu un incidente di percorso: un’azione pianificata male e realizzata peggio. L’azione Coco resta un punto di svolta perché dopo una fase di confronto nazionale, una sorta di tavolo comune che riuniva diversi gruppi e aree combattenti, le Br rompono gli indugi e tornano sulla scena concludendo l’azione Sossi, dopo aver avviato una importante riorganizzazione interna e logistica. Stavolta non vi è nulla di improvvisato ma l’intenzione di indicare a tutto il movimento rivoluzionario quale è la via da seguire se si vuole fare la lotta armata in Italia.

L’azione Coco è un’azione preparata e pensata come risposta diretta di tutta l’organizzazione alla campagna contro Sossi, su questo punto non ci piove. Ed il momento di confronto con le altre sigle rafforza la mia idea. Eravamo in una fase di stallo dal punto di vista di coloro i quali pensavano alla lotta armata. Rimane, a mio parere, importante l’azione padovana perché per chiunque, persino per le “cattivissime” Brigate rosse, uccidere un uomo (o due come nel caso specifico) è un passo gigantesco. Affermare i principi della lotta armata e praticarli sono cose diverse. L’azione padovana è pensata (non è per intenderci un brigatista che vistosi fermare ad un posto di blocco inatteso, spara) ed attuata male, lo dicono tutti. La mia domanda di ricerca, la cui risposta come capita a chiunque può anche non essere corretta, è stata: nella pianificazione di quell’azione pensata e svolta così male c’è la possibilità che alcuni membri delle Br abbiano visto un’opportunità? In realtà non ho fatto altro se non trattare le Br per quelle che furono, cioè un gruppo politico armato, e sgombrare il campo da un mostro mitologico che è stato rappresentato come un cubo unanime e non scalfibile.

Altra questione da te proposta è la presenza di una dialettica interna tra una presunta ala militare e un’ala politica, dovuta – secondo quanto sostieni – alla divisione che ci fu a conclusione del sequestro Sossi. Uno strascico che avrebbe provocato una forzatura dell’ala militare nell’azione di Padova.

Questo punto che è stato sviluppato dentro la trattazione del duplice omicidio padovano è, probabilmente, la parte più complessa del libro e mi preme fare due precisazioni anche se so che su questo punto specifico ci possono essere disaccordi. Prima precisazione: la retorica delle Br come cubo d’acciaio l’ho sempre trovata un’invenzione. Le Br furono un gruppo politico e come all’interno di ogni altro gruppo politico che vi fossero scontri sulla linea è un dato di fatto. Credo che sorvolare su questo aspetto alimenti l’idea di chi crede all’esistenza del cervello unico, cosa che nella storia dei gruppi politici non è mai esistita neppure nella destra neofascista. Il tentativo di articolare questa visione intorno al nodo del “passare all’azione” mi sembrava fosse quasi naturale visto le ricostruzioni fatte da molti dei protagonisti del tempo ed alla luce dell’esito finale dell’operazione Sossi che, anche se frutta al gruppo una visibilità politica enorme, non raggiunge l’obiettivo della scarcerazione dei militanti della XXII ottobre. Il secondo punto si annoda inevitabilmente al primo ed ha a che fare con il teorema 7 aprile. Ho già detto di non credere ai cattivi maestri e non credo nemmeno all’esistenza del partito armato. Credo, invece, nell’esistenza di una galassia armata all’interno della quale c’era un dibattito, a volte anche aspro, tra organizzazioni e dentro la stessa organizzazione. Credo che il passaggio di militanti da una sigla all’altra fosse nell’ordine delle cose. Non vedo, però, rapporto di subordinazione o capi né tra gruppi che internamente ai gruppi stessi. Se il capo delle Br non è mai esistito, potevano esserci, semmai, singoli che avevano più o meno influenza dentro un dibattito, la “leggerezza” con la quale viene preparata l’effrazione nella federazione del Msi la leggo, a pochi giorni dallo scontro su Sossi e a ridosso dalla strage neofascista di Brescia, come una parte di quel dibattito interno. Non penso, insomma, a due “ali” contrapposte che non condividevano l’idea di fondo della lotta armata ma ad un dibattito articolato che, in un gruppo armato, si materializza non soltanto nella rivendicazione ma nella prassi.

Che nelle Br si discutesse molto e ci fossero sensibilità, culture e nel tempo fossero emerse linee diverse, è un fatto storicamente accertato. Esiste una mole documentale importante, ci sono le molteplici scissioni, i distacchi, gli abbandoni. Le Brigate rosse sono state attraversate dagli anni 70, molti militanti vi hanno transitato – come tu stesso ricordi – per periodi più o meno brevi per poi uscirne per ragioni non sempre personali: basti anche solo pensare a Gianfranco Faina, comunista libertario, che contribuisce in modo decisivo alla nascita della colonna genovese e che presto si distaccherà per fondare un suo gruppo, o Corrado Alunni, Susanna Ronconi e Fabrizio Pelli che esce su posizioni libertarie. Il problema è definire in modo corretto i termini della dialettica interna: il dualismo che tu proponi subito dopo Sossi mi sembra errato anche nella scelta degli interpreti.

Di nuovo io credo che sia quello il nodo del dibattito; in un’organizzazione armata che le contraddizioni che emergono nel corso di un dibattito politico possano avere delle ripercussioni, dirette o indirette, nell’azione a me non sembra peregrino. Come dico nel libro non ho mai creduto alla divisione in “ala militare” ed “ala politica” perché la scelta della lotta armata era condivisa da tutti. La questione semmai si innesta sull’opportunità e mentre per Coco questa opportunità sarà largamente condivisa, l’azione padovana è confusa al punto che alcuni membri sicuramente carismatici come Curcio lamenteranno di non esserne stati informati in modo esaustivo. Allo stesso tempo mi sembrava interessante, non dico che sia la sola chiave di lettura, perché c’è l’elemento dell’inchiesta interna, doverosa visto il risultato tragico dell’azione, che le Br svolgono (anche questa era prassi normale) e che non divide l’organizzazione in ali; per intenderci lo stesso militante poteva essere in generale più cauto sulla questione Sossi ed avere, invece, l’idea che quell’incidente sul lavoro avesse, in realtà, “sbloccato”, il dibattito interno.

Avere vent’anni nel luglio 60. Storia di Salvatore Ricciardi

Salvo bandieraSessant’anni di lotta politica e battaglie sociali, è stata questa la vita di Salvatore Ricciardi. Nato a Roma nel 1940, cresciuto nel quartiere di Porta san Paolo quando la città veniva bombardata dagli angloamericani, Salvatore appartiene a quella generazione che ha traversato per intero la storia del secondo Novecento italiano sapendo andare oltre, valicando il millennio.
Avere vent’anni nel luglio 60. Parte da questa data fatidica, gli scontri di Porta san Paolo del 6 luglio 1960, la traiettoria politica di Salvatore che lui stesso ha raccontato: «In quei giorni scoprimmo il sampietrino e la «breccola»… Scoprimmo una cosa ancora più importante: non eravamo soli. C’erano tanti gruppi di ragazzi nelle strade di Roma, che come noi avevano attraversato quel dopoguerra accumulando un malessere e una rabbia contro chi li condannava a una difficile esistenza. Come noi avevano quella sorta di ripulsa per la politica che sapeva troppo di schede elettorali, di “mozioni” e “ordini del giorno”, e sapeva poco di vita reale. Come noi avevano accumulato un’infinità di domande, ma, fin lì, nessuna risposta. Come noi volevano fare qualcosa» (leggi qui).
Lavoratore edile nei primi anni sessanta, dopo la prematura scomparsa del padre diventa ferroviere, attivista sindacale nella Cgil a cui segue l’ingresso nel Psiup (Partito socialista di unità proletaria, formazione che si collocava alla sinistra del Pci), sezione di Garbatella, quartiere popolare e proletario della Capitale, segue – a metà degli anni 60 – il lavoro politico nelle fabbriche di Pomezia, «un territorio – come si legge nella presentazione del suo blog (leggi qui) – che  rappresentava, nei voleri dei governi, il polo industriale di Roma e offriva notevoli facilitazioni agli imprenditori. Nel 1967 incontriamo davanti ai cancelli di queste fabbriche le compagne e i compagni del Potere Operaio di Pomezia (di cui si è persa memoria, eppure era frequentato da compagni/e molto capaci, in rapporto con Quaderni Rossi). Agli inizi dei movimenti del ’68 studentesco e operaio, proponiamo al Psiup di “sciogliersi nel movimento” per ridefinire le proposte politiche e anche gli assetti organizzativi; ritenevamo quel partito “vecchio” come gli altri e volevamo esplorare e moltiplicare i percorsi dell’autorganizzazione. Perdemmo il congresso provinciale su questa proposta (dicembre ’68), per pochissimi voti a causa dei “funzionari” che non volevano perdere il “posto di lavoro”. Usciamo dal Psiup e proponiamo alle assemblee del movimento di gettarsi nella costruzione degli organismi autorganizzati moltiplicando una tendenza che dilagava non solo in questo paese e di cui il Cub (Comitato unitario di base) dei lavoratori della Pirelli Bicocca era il punto di riferimento. La Fatme, la Sacet, la CocaCola, e tante altre realtà lavorative. Nel 1971 con altri ferrovieri diamo vita al Cub dei ferrovieri di Roma (leggi qui), che blocca il traffico ferroviario nei primi giorni di agosto 1971 e apre la sua sede nel quartiere di San Lorenzo (storico insediamento di ferrovieri) in Via dei Volsci 2-4. Che ospiterà, di lì a poco, gli aggregati di lavoratori che si muovono sul terreno dell’autorganizzazione, per primi l’assemblea lavoratori/trici del Policlinico e il Comitato politico Enel; poi, via via, tutti gli altri».
L’instancabile lavoro politico di Salvatore prosegue con la fondazione del Comitato politico ferrovieri (Cpf), «con un carattere più politico e più agile. Prendemmo la sede nel quartiere di San Lorenzo, in via di Porta Labicana 12, a pochi metri da quella che era stata la prima sede del Cub, in via dei Volsci».
Il Cpf fu parte integrante dell’Assemblea cittadina che si riuniva in via dei Volsci negli anni dal 1974 al 1976 e raccoglieva gran parte dei comitati politici territoriali romani, percorso che giunse a un bivio quando al suo interno alcune componenti decisero di entrare nel percorso di fondazione della colonna romana delle Brigate rosse. Convinto che bisognasse fare di più, che servisse un altro livello di scontro e di organizzazione per rispondere ai pesanti processi di ristrutturazione, nel 1977 anche Salvatore decise di entrare nelle Brigate rosse, nonostante avesse lasciato a casa una figlia piccola, un’esperienza vissuta intensamente, senza sconti. Diede vita alla Brigata ferrovieri (leggi qui), per poi dirigere alcune brigate territoriali, come quella di Primavalle, ed entrare nella Direzione di colonna, fino all’arresto del 20 maggio 80, in piazza Cesarini Sforza.
L’ingresso in carcere inizia con una evasione mancata per un soffio da Regina coeli e poi con la rivolta di Trani a fine dicembre 1980. Seguono anni di carcere speciale, il rifiuto della dissociazione, la patologia cardiaca che si palesa, la chiusura del ciclo politico della lotta armata. Nel 1990 comincia, insieme a Prospero Gallinari, la battaglia per la sospensione pena e la possibilità di operarsi all’esterno che ottiene nel 1995. Nel marzo 1998 viene nuovamente reincarcerato. Tornerà fuori con il lavoro esterno (art. 21) come redattore di radio Onda Rossa e la collaborazione nella Fondazione Basso, riallacciando rapporti bruscamente interrotti ai tempi dell’ingresso nelle Brigate rosse. Venne quindi la semilibertà fino alla conclusione della pena nel 2010. Ai microfoni di Onda rossa era la voce, oltre che delle sue storiche rassegne stampa e del lavoro redazionale, di due trasmissioni tematiche “Parole contro” e “La conta”, che non a caso si svolgeva nell’ora della conta carceraria, dalle 15 alle 16, quando i detenuti, in tutte le carceri italiane, vengo chiusi in cella per la conta e il cambio turno della custodia. L’impegno contro il carcere è stato il filo conduttore dell’ultima parte della sua vita con l’esperienza di Scarceranda, Odio il carcere, e i libri, Solo un tratto di strada, brevi cenni sulle lotte e il dibattito nel ciclo di lotte 68-69, Supplemento a Stampa alternativa, maggio 1989, Che cos’è il carcere. Vademecum di resistenza, (Deriveapprodi 2015) (qui) e Esclusi dal consorzio sociale (qui), senza dimenticare Maelstrom, Scene di lotta di classe in Italia dal 1960 al 1980, Deriveapprodi 2011 (qui) e l’intervista biografica di Ottone Ovidi, Salvatore Ricciardi, Bordeaux 2018 (qui).
Nel frattempo non aveva smesso di sperimentare terreni nuovi, confrontarsi con generazioni lontane anni luce dalla sua storia e dal suo vissuto, alla ricerca di ogni nuova contraddizione o accenno di lotta, come l’impegno profuso per sostenere le recenti lotte della logistica, con l’umiltà e pedagogia dei vecchi comunisti, convinto che ogni scintilla potesse essere l’occasione per dare nuovamente fuoco alla prateria. Una curiosità insaziabile che negli anni 60 e primi anni 70 l’aveva portato a vagare insieme a Gabriella, sua moglie, per l’Europa con la loro Cinquecento: a Praga per vedere da vicino cosa era stata quella «Primavera», o in Algeria per conoscere da vicino l’esperienza della lotta anticoloniale, o il grande amore per la Palestina, purtroppo mai attraversata, che l’aveva portato a studiare l’arabo in carcere fino ed entrare in contatto con tanti docenti arabisti. Lo salutiamo con le parole di un giovane compagno, perché Salvatore, Salvo per noi tutti, era questo: «Supermariobros delle autogestioni delle nostre scuole, spacciatore di Smemorande, instancabile divulgatore dell’abolizionismo tra noi ancora adolescenti, seminatore di fondi di pipa, procacciatore di introvabili numeri di dimenticate riviste. Il racconto della via prima che fosse la via, di Trani prima e dopo Trani, la spiegazione paziente della centralità della contraddizione capitale-lavoro ai nostri sguardi ebeti. Il rifiuto di sentirsi reduce, l’umiltà di sentirsi sempre un compagno tra i compagni, la curiosità incomprensibile per le nostre farneticazioni. Grazie».
Un abbraccio alle sue donne, la figlia Nicoletta, Gabriella, le sorelle Mariolina e Cloti, la sua compagna Tania. Un ricordo alla sua mamma, Claudia, morta mentre Salvo era in carcere e il permesso per assistere al funerale arrivò, come una beffa, solo il giorno dopo.

Ciao Salvatore

Storia di Salvatore
Brigate rosse, una storia che viene da lontano. Maelstrom, Scene di lotta di classe in Italia dal 1960 al 1980, il libro di Salvatore Ricciardi
Dai Cub alla Brigata ferrovieri
Contromaelstrom.com, il blog di Salvatore Ricciardi
Radiocane.info/ Salvatore Ricciardi

La Brigata ferrovieri

Dal Comitato unitario di base alla Brigata ferrovieri delle Brigate rosse

di Salvatore Ricciardi

scalo_locomotorilateraleRoma negli anni Sessanta e Settanta non era una città operaia, come non lo era mai stata, qualche grande fabbrica come la Fatme con circa 3.000 dipendenti, il resto erano piccole o medie dislocate lungo la via Tiburtina e la via Ostiense, fabbriche che man mano chiudevano o si spostavano altrove.
Roma aveva però dei consistenti e combattivi settori operai nei servizi, quelli che, nel movimento chiamavamo “servizi industriali”: i ferrovieri, i lavoratori del trasporto urbano, Atac e Stefer, i lavoratori della Romana Gas, i lavoratori elettrici dell’Acea e dell’Enel, quelli della telefonia della Sip, quelli degli Aeroporti romani, ecc., perché avevano delle lavorazioni simili a quelli delle fabbriche industriali e soprattutto stavano subendo delle trasformazioni che portavano queste attività ad abbandonare il ruolo di “servizio per la cittadinanza” per essere orientate alla produzione di profitto, con processi di privatizzazione, esternalizzazione e scomposizione in settori, ecc.; che negli anni Novanta vedremo svilupparsi appieno. Poi c’erano le attività che ruotavano intorno al mondo dell’istruzione e, soprattutto, gli ospedalieri, numerosi, combattivi e ben organizzati. Anche loro subiranno la privatizzazione e l’esternalizzazione, con l’utilizzo di cooperative il più delle volte fraudolente, che hanno condotto alla disaggregazione della compattezza di tutti i settori lavorativi, indebolendoli notevolmente.
Ma il portato conflittuale della città di Roma è stato prevalentemente appannaggio delle lotte di quartiere sul tema centrale della lotta per la casa, a causa della carenza drammatica dell’edilizia pubblica e dei costi esorbitanti degli affitti. Il territorio da tempo era diventato terra di profitto per bande di “palazzinari” che hanno distrutto e reso caotica la città. Numerose realtà di movimento, collettivi e comitati, sorgevano e si sviluppavano sul terreno della lotta per la casa, con occupazioni e difesa dagli sfratti, raggiungendo un buon livello di organizzazione con i proletari dei quartieri, da cui sono emersi numerosi e validi attivisti e militanti.

L’officina ferroviaria Scalo san Lorenzo
Nelle Ferrovie dello stato un ruolo importante lo avevano le grandi officine per la manutenzione e la riparazione dei locomotori, queste erano molto simili alle fabbriche, sia per le attività che si svolgevano, sia per gli orari di lavoro e per la disciplina interna. A Roma una era interna allo scalo ferroviario San Lorenzo, in un quartiere popolare, molto vicino alla stazione di Roma Termini; l’altra era nello scalo merci Roma smistamento utilizzato anche come deposito dei convogli ferroviari e come terminal, nelle vicinanze della stazione di Nuovo Salario, a nord est di Roma nei pressi del Grande Raccordo Anulare.
C’era tensione nelle ferrovie nel decennio Sessanta. Il governo voleva sopprimere 5000 km di rotaie sui 16.000 delle Ferrovie italiane e tagliare i fondi destinati alla manutenzione. Un tentativo di assassinare la rete ferroviaria pubblica per “pendolari” che, al contrario, necessitava di potenziamenti, a vantaggio del trasporto su gomma.
In quegli anni nelle Ferrovie c’era un grande fermento sindacale comune a tutti gli ambienti di lavoro, dopo che negli anni Cinquanta vi era stata una dura repressione e caccia all’attivista.
I ferrovieri, come le altre categorie, iniziarono un percorso di scioperi per unificare nella paga base del salario le tantissime voci delle competenze accessorie. Lo Sfi-Cgil (Sindacato Ferrovieri Italiano) iniziò un lungo sciopero gettando le basi per obiettivi che si raggiungeranno nel ’69, ma nel ’64 si scatenò una canea forcaiola per regolamentare gli scioperi dei servizi pubblici.
La nascita del Cub ferrovieri
Lo scontro interno allo Sfi-Cgil era esploso nel ’70, intorno alla costruzione della piattaforma per il rinnovo del contratto. I vertici sindacali non volevano portare la bozza di piattaforma alla verifica delle assemblee dei lavoratori. I compagni della sinistra dello Sfi-Cgil invitarono i ferrovieri a ritirare la «delega» all’azienda per la «trattenuta sindacale» sulla busta paga, che poi l’azienda versava al sindacato. Nel volantino si invitavano i dirigenti sindacali a venire tra i ferrovieri per riscuotere la quota mensile sindacale, «così li potremo vedere in faccia», si ironizzava. Migliaia di ferrovieri seguirono questa indicazione.
Le condizioni per la nascita del Comitati di base si crearono dentro la Commissione interna della stazione di Roma Termini. A differenza di quanto avvenne alla Fatme, dove il Comitato di base era nato fuori dalla Commissione interna. Nel ’71, a Roma Termini, nella Commissione interna i membri del Sindacato ferrovieri Sfi-Cgil erano in maggioranza con una presenza di compagni molto attivi. Raccogliendo le sollecitazioni dei lavoratori dei «piazzali» e degli scali (manovratori e deviatori), la Commissione interna di Roma Termini lanciò una vertenza per ridurre l’orario di lavoro di questo e di altri settori di attività lavorative usuranti e pericolose. Le segreterie provinciali e nazionali dei sindacati confederali negarono alla Commissione interna la legittimità di gestire una vertenza che aveva carattere nazionale e intimarono ai suoi membri di dimettersi. Si dimisero quelli della Cisl, della Uil e l’unico della Cisnal. I cinque della Cgil rimasti così in minoranza, cinque su undici, convocarono un’assemblea cui parteciparono oltre 500 ferrovieri, l’assemblea confermò gli obiettivi e si pronunciò per lo sciopero, inoltre si pronunciò per la formazione di un organismo autorganizzato che potesse convocare gli scioperi e portare avanti la lotta.
Era l’estate del ’71, era nato il Cub (Comitato Unitario di Base) dei ferrovieri di Roma Termini. Lo sciopero convocato dal Cub ebbe molte adesioni riproducendosi in molti altri impianti. Il traffico si bloccò totalmente nel «compartimento» di Roma (il «compartimento» è un settore della rete ferroviaria nazionale che corrisponde, grosso modo, a ciascuna regione) e interruppe il collegamento tra sud e nord del Paese. Il sindacato organizzò il crumiraggio facendo venire da tutta Italia ferrovieri «fedeli» per lavorare al posto degli scioperanti, ma non riuscì a fermare lo sciopero. La polizia perquisì le case di alcuni compagni del Cub.
Lo sciopero di 48 ore iniziò alle ore 21 del 7 agosto e terminò alle ore 21 del 9 agosto (l’orario di inizio degli scioperi in ferrovia è alle ore 21 perché è l’inizio del turno notturno del «personale viaggiante»: conduttori e capo treno e del «personale di macchina»: macchinisti e aiuto macchinisti). Il Cub era legittimato dall’assemblea di Roma Termini a proclamare uno sciopero in quell’impianto, non uno sciopero nazionale. Così il Cub invitò tutte le rappresentanze sindacali di ciascun impianto a riprendere i temi e le modalità dello sciopero di Termini per generalizzare lo sciopero; la generalizzazione dello sciopero si diffuse in quasi tutti gli impianti del compartimento di Roma. Dopo quello sciopero, poiché non si sbloccava la vertenza, si prospettò un altro sciopero che doveva avere l’effetto di una tempesta: 72 ore a ridosso di ferragosto, il momento di maggior traffico ferroviario.

Lo sciopero del 7 agosto 1971
Lo sciopero del 7 agosto era riuscito e aveva diffuso l’idea dell’autorganizzazione che sembrava a molti lavoratori la soluzione per i loro problemi. In pochi giorni il Cub di Roma Termini era diventato Cub dei ferrovieri di Roma, grazie alla costruzione di Comitati di base in tutti gli impianti. Molti gli aderenti negli uffici tecnici, grazie alla giovane età dei nuovi assunti, così come nello scalo San Lorenzo, nella stazione di Trastevere, in quella di Ostiense, di Tiburtina e di Roma Smistamento. Un trionfo. Nonostante il tentativo di crumiraggio del sindacato e l’occupazione delle stazioni a opera della polizia e del genio ferroviario dell’esercito, il 90 % dei ferrovieri di Roma aveva partecipato. Con quel punto di forza facevamo sapere che lo sciopero di 72 ore l’avremmo ritirato se il sindacato avesse smesso di organizzare il crumiraggio e l’azienda accettato le nostre richieste.
Vittoria su tutta la linea, la Cgil fece un gran passo indietro, i burocrati sindacali si accapigliarono tra loro, ciascuno incolpando l’altro. L’azienda chiamò il sindacato perché firmasse un accordo con le richieste dei ferrovieri del Cub. Il Cub non firmava accordi, ma imponeva, con la lotta, ad altri di firmarli.

La diffusione dei Cub ferrovieri
I Cub in ferrovia crebbero come i funghi: a Firenze, a Milano, alle officine di Napoli S. Maria La Bruna e in quelle di Foligno, le più grandi officine delle Fs nelle quali si contavano numerosi e frequenti incidenti sul lavoro.
Alcuni macchinisti di Genova-Brignole costruirono, nei primi mesi del 1975, il Comitato unitario di lotta (Cudl) che aveva lanciato una consultazione tra i macchinisti della Liguria per costruire una piattaforma di base. Su questa piattaforma il primo agosto proclamarono uno sciopero per la Liguria che riscosse massicce adesioni tra i macchinisti di Genova. Un’assemblea a Napoli propose uno sciopero di dieci giorni, dal 16 al 26 agosto di quello stesso anno.
Negli incontri con cui si cercava di coordinare questo enorme patrimonio di lotta si confrontavano una quantità di linguaggi diversi, ma c’era da continuare l’esperimento e consolidarne la tenuta. Le discussioni erano profonde, così le valutazioni, tante e diverse e ci occupavano molto tempo: dare risposta alle domande dei lavoratori che avevano fatto proprio il comitato. Piovevano le sottoscrizioni dei ferrovieri e, nel consegnarcela ogni mese, rispondevano a loro modo alla domanda: «Cosa vuole essere il Cub?». Molti di loro volevano costruire un sindacato che si battesse per i loro interessi, senza aspirare alla partecipazione ai Consigli di Amministrazione delle aziende pubbliche.
Fare un nuovo sindacato era una volontà molto diffusa, grazie anche alla propaganda ideologica della sinistra storica. Non era facile far capire ai lavoratori che anche un sindacato conflittuale non era garanzia per il mantenimento e l’accrescimento delle conquiste operaie; quando nelle aziende diminuivano i profitti, i padroni urlavano che c’era la crisi e il pericolo delle chiusura e utilizzavano il terrore di questa parola per impedire le lotte e togliere quanto i lavoratori avevano conquistato prima, compresi i diritti. I più capaci avevano capito che i diritti risiedevano nella nostra capacità di organizzazione e di lotta.
La disputa tra chi voleva mantenere il Comitato nella sua funzione originaria e chi voleva farne un sindacato aveva indebolito la presa sui ferrovieri di questa esperienza autorganizzata. Ancor prima di riunirsi sotto la sigla sindacale CO.M.U. (Comitato Macchinisti Uniti) i macchinisti aderenti ai comitati di base, nell’anno 1982, fondarono una rivista che tutt’oggi viene stampata, dal nome evocativo: “Ancora IN MARCIA!”. La pubblicazione infatti porta avanti lo spirito e la vocazione dello storico giornale dei macchinisti “IN MARCIA!” fondato dal macchinista Augusto Castrucci nel 1908 e chiuso per volere dello SFI nel 1979.
Il CO.M.U è nato ufficialmente con la registrazione del proprio statuto il 9 luglio del 1992 con atto notarile registrato a Roma, successivamente è confluito nell’Orsa (Organizzazione sindacale autonomi e di base), dopo aver contribuito a fondarla.

Il Comitato politico ferrovieri
A Roma, con i compagni più giovani avevamo costituito, in continuità con il Cub, il Comitato politico ferrovieri (Cpf), con un carattere più politico e più agile. Prendemmo la sede nel quartiere di San Lorenzo, in via di Porta Labicana 12, a pochi metri da quella che era stata la prima sede del Cub, in via dei Volsci, 2, 4.
In quella seconda metà degli anni Settanta iniziò in sordina la ristrutturazione, i cui effetti si vedranno poi negli anni Novanta: l’espulsione di circa 50.000 ferrovieri, l’esternalizzazione, il degrado del traffico locale per i pendolari a vantaggio delle opere come l’alta velocità, la dissoluzione del trasporto pubblico ferroviario che oggi abbiamo sotto gli occhi.
Buttammo tutte le nostre energie in quella battaglia, consapevoli che una ristrutturazione privatistica avrebbe diminuito la possibilità di lotta e di autorganizzazione nelle Fs, e assassinato la coscienza di classe, mettendo settori di lavoratori contro altri lavoratori. Non riuscimmo a portare gran parte dei ferrovieri su una lotta frontale contro quella ristrutturazione, prevalse l’altra opzione, quella delle rivendicazioni di settore privilegiando lo strumento sindacale e molti ferrovieri si adagiarono su quel terreno. Ma ciò successe anche in altri settori operai. Di fronte all’attacco padronale, con ristrutturazioni e licenziamenti, e a quello statale, con le «leggi speciali», lo scontro rischiava di frantumarsi in mille rivoli.

La Brigata ferrovieri
Eravamo nel 1978-79, con i compagni e le compagne più attive e politicamente mature, ci ponemmo il problema della necessità di un salto. I comitati avrebbero tratto maggior forza nel continuare la lotta se fosse decollato un attacco a livello più alto contro i meccanismi portanti della ristrutturazione, dimostrando concretamente che era possibile colpirli e contrastare quel progetto antioperaio, come era avvenuto nelle fabbriche del nord. Individuammo le prime mosse dell’azienda nel coinvolgere i settori dirigenziali in una stretta per ottenere una più rigida disciplina e una maggiore produttività. Allo scalo San Lorenzo che aveva modalità lavorative simili a una fabbrica, i capi reparto iniziarono a colpire gli operai con provvedimenti disciplinari sempre più duri. Volevano creare un clima di paura che rompesse la solidarietà e l’unità fino ad allora molto forte, mettendo gli operai uno contro l’altro. Era urgente intervenire.
Contatti e discussioni dimostrarono che era possibile costruire nel polo ferroviario di Roma una “brigata ferrovieri”. Nacque subito il problema del rapporto tra il Cpf e la brigata perché alcuni/e compagni/e facevano parte dell’uno e dell’altra. Le esperienze maturate nelle brigate delle fabbriche del nord, dove questo problema si era già presentato e affrontato, ci fu utilissimo. E così procedemmo. Le azioni della brigata tracciavano la strada per le iniziative di lotta che i comitati avevano già intrapreso e volevano continuare.

La prima azione
La scelta della prima azione fu quella di colpire un capo reparto di buon livello che aveva raccolto l’invito della dirigenza aziendale mettendo in opera provvedimenti disciplinari conto gli operai più combattivi. Essendo la prima azione nelle ferrovie, procedemmo con questa modalità: gli attaccammo al collo un cartello che riprendeva le parole d’ordine del volantino contro la ristrutturazione e con la pece in testa, il capetto rimase molto tempo sotto la sua abitazione, all’interno di un complesso abitato da molti ferrovieri.
L’entusiasmo che scatenò tra i ferrovieri dello scalo San Lorenzo, e non solo, fu enorme. Molti capivano che la ristrutturazione in arrivo portava con se la dura repressione negli ambienti di lavoro che dovevano diventare rigidamente disciplinati e ordinatamente produttivi. In brigata, ascoltando i ragionamenti di molti lavoratori, ci ponemmo il compito di continuare ad attaccare i livelli della gerarchia di impianto (l’impianto ferroviario corrisponde, grosso modo, a un settore di una fabbrica; è un impianto ferroviario, una stazione, uno scalo, un’officina di riparazione, ma anche un ufficio tecnico).

Le altre azioni
Altre azioni furono portate allo scalo Smistamento, ma non si riuscì a procedere oltre per gli attacchi della controrivoluzione che nel maggio ‘80 colpì pesantemente la colonna romana. Il 25 febbraio 1980 la colonna romana realizzò un esproprio di quattrocentocinquanta milioni al ministero dei Trasporti nel giorno delle paghe. Un ottima azione realizzata anche grazie al lavoro della brigata ferrovieri.

Per approfondire
Avere vent’anni nel luglio 60. Storia di Salvatore Ricciardi

Il saluto di Sante Notarnicola a Salvatore Ricciardi


Salvatore, giorni fa mi ha telefonato Paolo. Mi ha informato della tua caduta e delle tue condizioni, le tue tribulazioni. Hai sofferto molto, lo so, lo immagino. Quelle ferite sono insopportabili, come la galera con i suoi isolamenti, la sua ferocia, la sua inutilità. E mi colpisce ancora il modo in cui sei caduto – non c’erano compagni più giovani per fissare lo striscione? Conosco il meccanismo: è la scuola che ci ha formati, anticipare chiunque e comunque, a costo di rompersi e così è stato per te…
Il virus mi impedisce molte cose, avrei voluto accompagnarti e intanto parlarti e ricordarti la finestrella della tua cella nel carcere di Cuneo dove si vedeva tutto intero il Monviso innevato.
Anche per questo accettavo l’invito per la cena quando era possibile la socialità. E con essa i ricordi della militanza, la tua e dei tuoi compagni.
Mi sento assai povero, mi manca Prospero, mi manca Angelo Basone, Picchiura, Vic e tanti altri: un elenco triste. Restano i tuoi scritti che divulgheremo. Sai da tempo mi è caduto addosso il silenzio, non sono più il grafomane i quel tempo e anche le poesie sono rare.
Osservo, ascolto, taccio. Sicuro: è l’età.
Buon viaggio compagno. Grazie di tutto.
Appena libero dal virus voglio raggiungere il Monviso per un saluto speciale per te e per me stesso

Sante Notarnicola

La scomparsa di Luigi Novelli, operaio, comunista, brigatista

Il primo aprile 2020 è scomparso Luigi Novelli, «fabbro e comunista di Villa Gordiani, brigatista e dotato di ironia sottile, protagonista di poche parole nella Roma della Rivoluzione che non c’è stata». Nato il 12 febbraio 1953, proveniente dal “Viva il comunismo” insieme ad altri militanti di quel gruppo nel 1976 entrò a far parte della nascente colonna romana col nome di battaglia «Romolo». Approdo raggiunto dopo un periodo di incubazione aviato tra il 1974-75. Figura importante della struttura logistica della colonna, nella sua officina in via dei Pini passavano le armi da riparare o modificare, venivano preparate targhe false, si predisponevano altoparlanti e altro materiale per le azioni di propaganda, si falsificavano documenti. Arrestato una prima volta il 4 gennaio 1979 insieme Marina Petrella, poi sposata in carcere dove vide luce anche la loro bambina concepita poco prima dell’arresto, venne rimesso in libertà per decorrenza dei termini cautelari l’8 maggio del 1980, nello stesso periodo in cui una importante operazione dei carabinieri smantellava la quasi totalità della direzione romana delle Brigate rosse. Sottoposto con Marina e Stefano Petrella all’obbligo di residenza nel comune di Montereale (L’Aquila), il 12 agosto successivo fuggì con gli altri due per rientrare nei ranghi delle Br. Dopo una profonda riorganizzazione della colonna che ne rilanciò l’azione nella Capitale, entrò nel settembre 1980 in Direzione di colonna e successivamente, nell’aprile 1981, quando era già avviato il processo scissionistico che portò al frazionamento delle Brigate rosse in tre tronconi, venne chiamato nell’Esecutivo nazionale. Preso atto del distacco delle altre fazioni brigatiste (colonna milanese Walter Alasia e Partito guerriglia), partecipo’ alla nascita delle Brigate rosse Partito comunista combattente. A seguito dell’attività investigativa svolta con l’ausilio dei “pentiti”, impiegati direttamente sul territorio, fu arrestato con la compagna Marina Petrella il 7 dicembre del 1982, mentre insieme scendevano da un’autobus nel quartiere romano di Monteverde. Condannato all’ergastolo nel processo Moro ter, uscì in liberazione condizionale nel 2005 per terminare la pena nel 2009.
Di seguito pubblichiamo un ricordo scritto da Francesco Piccioni, suo compagno di militanza in “Viva il comunismo” e poi nelle Brigate rosse

di “Rocco” (Francesco Piccioni) Contropiano

saluto-gigi-720x300Non ricordo il giorno esatto in cui ho conosciuto Gigi. Erano gli anni che ci si incontrava a centinaia, per qualsiasi motivo. Assemblee di ogni ordine e grado: cittadine, nazionali, di quartiere, di più quartieri, di scuola o gruppi di scuole, occupanti di case e disoccupati organizzati.
 Ricordo invece quando abbiamo iniziato a riunirci, in uno scantinato di via dei Marrucini, a San Lorenzo. Eravamo uno strano miscuglio di studenti rivoluzionari e operai, con i primi ferrati nelle parole e i secondi nel capire chi faceva chiacchiere e chi no. Ma stavamo crescendo, di numero e di organizzazioni, dopo il ‘68. E quindi c’era spazio e modo per sperimentare, provare, eventualmente fallire e riprovarci cento volte.
 Decidemmo quindi insieme a tanti altri di programmare un intervento a Villa Gordiani, “quartiere proletario”, allora, con ancora i testimoni viventi di quando il fascismo aveva deportato laggiù (come al Quarticciolo, Villagio Breda, Tufello, ecc) centinaia di famiglie operaie, sgombrando il centro di Roma da “personaggi pericolosi”.
Gigi aveva dato vita a un collettivo davvero insolito, anche per quei tempi. Tutti operai, di quelli che popolavano le piccole officine di Roma Sud, tra il Pigneto, Tor Pignattara, Centocelle, e poi via verso la Tiburtina da un lato, Quadraro e Tuscolana dall’altro, fin sotto i Castelli, oltre il Raccordo, senza soluzione di continuità. 
Niente a che vedere con le grandi fabbriche del Nord, dove si concentravano decine di migliaia di operai in tuta blu, quasi anonimi per il padrone, conosciuti al massimo dai capi officina. Solo la stessa testa, il modo di intendere la vita e la lotta per la vita.
Qui a Roma erano al massimo cinque, dieci per stabilimento, con macchine e materiali distribuiti un po’ così, dove ti prendevano, sperimentavano, spesso mandavano via se non eri capace di “fare”. Era “apprendistato” sul serio, non per finta, e magari scoprivi che non era quello il tuo mestiere…
Gigi era fabbro, come Er Peone – uno dei fratelli -, Il Capitano (ogni quartiere ne aveva uno…), Er Bove, Er Killer (uno dei soprannomi per contrasto, come si fa a Roma: non sapeva far male a una mosca), altri di cui gli anni e l’hard disk limitato mi hanno tolto il nome dalla testa. Un fabbro di quelli che saldano, con una schermatura in una mano e il cannello nell’altra. Tra schizzi di metallo che gli arrivavano sulle mani, sulla tuta, sui piedi, qualche volta in faccia.
Ma sapeva anche andare col tornio, e questo lo rese una star segreta, negli anni successivi. Quando si era passati a cose più serie, e la professionalità dell’artigiano “metallaro” si poteva applicare a fare piccole opere d’ingegno militare: filettature e silenziatori, per dirne una. O più grossolani chiodi a quattro punte, che possono sempre tornare utili…
All’inizio, però, “il fabbro” faceva da perno di quell’intervento abborracciato, perché era del quartiere, uno della case di via Pisino; lo conoscevano tutti per serietà, determinazione, disinteresse personale. E quindi pure qualche studente che si portava dietro acquistava man mano affidabilità, se sapeva stare al suo passo e al suo fianco.
Lavorava di giorno, volantinava e discuteva nel tardo pomeriggio, leggeva – anzi: studiava – di notte. Sempre con la sigaretta in mano. Sempre col sorriso ironico di chi sa da sempre che sotto le parole spesso non c’è qualcosa di altrettanto gonfio e tronfio.
Eravamo tutti così, chi più chi meno. Come nelle cucciolate di cani, con quello/a più deciso, quello più timido/a, senza invidia se uno era più bravo in qualche cosa, tutti insieme verso la Rivoluzione. 
Ma sul serio.
 Gli “studenti dei quartieri alti” si selezionavano abbastanza presto, in quegli anni. Nel giro largo ce n’erano molti, venivano dai licei classici del centro (Mamiani, Virgilio, Tasso, ecc), si conoscevano tra loro per motivi di classe. Nel doppio senso: stavano nella stessa aula di scuola alla mattina, e per le loro famiglie “locupletate”. 
Molti di quelli, crescendo, hanno fatto le carriere dei padri, o anche migliori. Qualcuno ha fatto la stessa vita di Gigi, ma non tanti. Eravamo seduti in riunione, in stanze puzzolenti di fumo appestante, col ciclostile che andava, dietro la schiena, con a fianco futuri notai, avvocati, presidenti di questo e di quello, sottosegretari e ministri. E molti più ragazzi “normali”.
 Fianco a fianco con noi che saremmo poi stati ergastolani o morti ammazzati per strada, e tanti che non avrebbero retto consegnandosi all’eroina. Un orgoglio vero: non ci sono stati “pentiti” né “dissociati”, tra noi… Nix infami. 
Ma in quei primi anni, con Gigi e tutti gli altri si “lottava così come si gioca”, con la serietà e la gioia, la leggerezza di chi si sente immortale e vive come se lo fosse. Sapendo di non esserlo…
 Riunioni assurde e discussioni infinite, citazioni sconosciute e spesso storpiate, oppure lette come salmi di chiesa fino a che non significavano un cazzo come quelli di chiesa. E in mezzo le pizze e le bicchierate “da Barba”, in via Lussimpiccolo, rifugio di qualche sera passata a discutere se i Cream fossero all’altezza di Hendrix, se considerare o no “rock” Procol Harum e Emerson, Lake & Palmer, a storcere il naso su Bowie e benedire Frank Zappa.
 L’antifascismo era una roba seria, non una frase da buttare in mezzo a un discorso ufficiale. Tra di noi c’era chi si districava per le vie tra le sezioni di via Noto, piazza Tuscolo e Acca Larenzia, il “triangolo nero” dove sguazzavano i Delle Chiaie, i fratelli Di Luia, ideologi e picchiatori di Avanguardia Nazionale. Non sempre finiva solo a sprangate e bisognava farsi rispettare. 
Idem per quelli del Prenestino, meno di due chilometri da Villa Gordiani, verso il centro. Fascisti cattivi, ma non brillanti per ingegno. Il 25 aprile del ‘74, per esempio, accolsero la nostra manifestazione antifascista scambiandoci per il Pci, la cui sezione avevano attaccato due giorni prima. Gigi, come tutti, portava il passamontagna; non per posa, non per “sentire il calore della comunità operaia”, ma perché lavorava a trenta metri da lì e ci passava ogni volta che entrava e usciva dall’officina. E ci sarebbe ripassato il giorno dopo, sogghignando tra sé…
Ci attaccarono lungo via Roberto Malatesta, verso il Pigneto. Eravamo appena 300, ma “solo servizio d’ordine”, come si diceva allora. Gente sveglia di Villa Gordiani, Centocelle, Torre Spaccata.
Finirono inseguiti fin per le scale di casa loro, mentre gridavano “mamma! mamma apri, presto!”. 
Con Gigi e tutti gli altri, eravamo quelli lì, molti di noi finirono in carcere o c’erano già passati; certo solo per qualche giorno fin lì… 
Ma quelle erano occasioni particolari, serie ma in fondo rare. In genere giravamo per le strade del quartiere, bussando alle porte delle case popolari, per organizzare l’autoriduzione delle bollette (durò qualche anno), per vedere quali erano “i bisogni” che attendevano risposta. Rispetto a oggi, devo dire, “i proletari” stavano meglio. Un operaio poteva mantenere la famiglia anche con un solo stipendio, stando ben attento. Oggi non ne bastano due…
 Giravamo e incontravamo chiunque, parlavamo con chiunque. Poteva capitare di trovarsi sul campo di calcio del “Grancio”, che faceva da custode (e ci abitava), la sera tardi, a incrociare i dribbling con Pasolini e Ninetto Davoli. E non sembrava strano, né si chiedeva un selfie o un autografo. Tra persone.
Quei ragazzi di Roma, del resto, spesso si aiutavano con qualche giornata da comparsa “al cinema”, quando ancora i film italiani parlavano della e alla società reale. E quindi c’erano “scene di massa”, con decine o centinaia di comparse, oltre ad attori di prima e seconda fascia. Non solo “scene di un interno”, per pochi intimi…
 E si poteva parlare con Comencini o Magni, nelle pause. Mentre magari Gassman tuonava a qualche metro…
 Gigi “il fabbro” era di poche parole, ma ben selezionate. Le sue mani animate. con dita fratturate e riaggiustate alla bell’e meglio, accompagnavano quell’ombra di sorriso che gli faceva quasi chiudere gli occhi. E per un attimo eri indeciso tra se fosse serio e “ma che me stai a coglionà?”.
 Gli riuscivano bene entrambe lo cose. La seconda quando ti voleva far capire che ti stavi arrampicando su uno specchio di parole, mentre la realtà era più semplice. E tosta. Ed era meglio guardarla in faccia.
 Finimmo a fare sul serio la lotta armata – ci avevamo provato per qualche tempo da soli, senza “grandi imprese” – quando gran parte del “movimento” entrava nell’eroina e nel riflusso. E spesso erano fasci gli spacciatori più organizzati (se qualcuno vuol rivedersi “l’operazione Blue Moon”).
 Entrammo nelle Br uno alla volta, com’era giusto. Perché tra comunisti che devono far sul serio non avevano, non hanno, non avranno mai senso le “correnti organizzate”. Magari su base amicale, com’era in fondo il nostro gruppo.
 Si era nel frattempo sposato con Marina, in una felice combinazione “operai-studenti”, e lavorammo duro per anni. Molti pensano che la guerriglia sia sparare agli angoli delle strade. Il grosso è tutt’altro, e non vale neanche la pena di scriverlo. Fanno ridere i romantici, fanno incazzare i “dietrologi”… tutta gente che neanche immagina quanta intelligenza, costanza, fantasia, dedizione ci vuole. 
Molti di quelli che sono finiti in galera in pratica non avevano mai esploso un colpo.
 Capitò anche a loro due, arrestati una notte in casa. “Uscirono presto”, come dicevamo quando qualcuno si faceva “solo” diciotto mesi di carcerazione preventiva…
 Fuggirono dal confino e ripresero a lavorare. Poi l’arresto “definitivo”, con Marina che scopre solo qualche giorno dopo, in carcere, di attendere una figlia. E tutti a festeggiarli nell’aula bunker del primo “processo Moro”, all’ex sala scherma del Foro Italico.
 Ci presero per matti. Mai stati più sani…
 Nel corso degli anni, poi, ci siamo persi. Carceri diversi, altre riflessioni sul com’era andata e perché. Ma non contava poi molto, anche se avevamo vissuto per quello. Non poteva esserci la necessaria distanza.
Ci siamo incontrati l’ultima volta pochissimi anni fa, nel sacrario della merce che tutti dobbiamo attraversare più volte alla settimana. Al supermercato, per caso, come tanti altri che non vedi da anni.
 Mi chiede “ti posso salutare?”. Con la solita aria a metà strada tra il dico sul serio e “te sto a coglionà”. Eravamo gente tosta, che aveva fatto ogni passo con convinzione. Entrambi “irriducibili”, con una differenza che in un certo momento era apparsa importante e qualche anno dopo non lo era più tanto.
 Ci siamo seduti a parlare, come due vecchi compagni di lotta e amici (non tutti sono stati la seconda cosa, ed è normale). Ma questo rimarrà tra noi.
Ciao, Gigi.

Uomo di potere, martire e profeta, la doppia narrazione pubblica della figura di Aldo Moro, prima e dopo il sequestro

L’intervento che qui pubblichiamo è un’anticipazione del numero della rivista “Écritures”, diretta da Christophe Mileschi ed Elisa Santalena, pubblicata dalla Presse universitaires de Paris Nanterre, dedicata agli Anni Settanta in Italia,  (uscita prevista dicembre 2019), che raccoglie gli atti del convegno internazionale organizzato dall’Universita di Naterre dal 12 al 14 ottobre 2017

 

Autore: Paolo Persichetti

«E poi, se si pensa al caso estremo di Moro,
che come mi disse in un incontro
il suo collaboratore Corrado Guerzoni,

non era un uomo di potere,
bensì era il potere nella sua indivisibilità e unicità»
Miguel Gotor, Io ci sarò ancora.
Il delitto Moro e la crisi della Repubblica
, Paperfirst 2019, p. 17

 

Nel 1998 fu inaugurata a Maglie, davanti al palazzetto natale della famiglia, una statua in bronzo di Aldo Moro. L’opera raffigura il presidente del consiglio nazionale della Democrazia cristiana con sottobraccio una copia del quotidiano l’Unità, organo del Partito comunista italiano. Secondo lo scultore Antonio Berti(1) il monumento doveva simboleggiare la strategia perseguita dal politico democristiano, le sue aperture e la sua vocazione inclusiva. Un omaggio alla visione prospettica della politica italiana che nelle intenzioni dell’artista doveva disvelare il messaggio contenuto nell’esperienza politica di Moro. Una metafora di quei mutamenti che sarebbero potuti intervenire se non fosse stato ucciso dalla Brigate rosse la mattina del 9 maggio 1978, dopo 55 giorni di sequestro trascorsi nell’appartamento-prigione di via Montalcini 8, a Roma. A dire il vero, al momento della sua inaugurazione, il 23 settembre 1998, da parte del presidente della repubblica Oscar Luigi Scalfaro, avversario storico di Moro dentro al partito, l’opera suscitò sconcerto tra gli ex democristiani che vi scorsero un tradimento della vita politica dello statista pugliese, una rimozione più che una celebrazione della sua storia. Nel turbine delle inchieste giudiziarie di «Mani pulite»(2) che avevano portato alla dissoluzione del partito, e morto anche lo scultore (il bronzo venne realizzato postumo su un suo bozzetto), nessuno si era più occupato del progetto dopo che nel 1993 la Direzione della Dc aveva approvato l’opera. A guidare il governo in quel momento era Romano Prodi, un democristiano cresciuto sulle poltrone dell’Iri, capo di una coalizione (l’Ulivo) che riuniva ex Pci, che nel frattempo avevano preso il nome di Democratici di sinistra, ed ex esponenti della sinistra democristiana, raccolti prevalentemente nel Partito popolare italiano. La Dc era scomparsa insieme a tutte le altre forze politiche di quella che ormai era definita “Prima repubblica”. L’edificazione controversa della statua materializzava perfettamente la nuova air du temps: la narrazione postuma di un Aldo Moro impegnato a creare le condizioni politiche dell’alternanza, avvenire raffigurato in una intervista postuma di cui parleremo più avanti, quella ipotetica «terza fase» che avrebbe permesso al Pci di salire al governo senza scosse di sistema. Il bronzo di Maglie simboleggiava il momento di cesura che fondava questa “seconda esistenza” dello statista pugliese, una lettura della sua “lezione politica” largamente accettata e condivisa nei decenni successivi.

Pasolini, Sciascia e Petri: il processo alla Democrazia cristiana
Durante la sua prima esistenza, l’esperienza politica morotea, i suoi anni di governo, le sue vicissitudini parlamentari, il suo linguaggio ellittico, avevano suscitato giudizi e apprezzamenti molto meno consensuali. Inviso alla destra per l’esperienza del centrosinistra(3), Moro era molto criticato anche a sinistra e preso di mira da quegli ambienti intellettuali più impegnati che vedevano nella sua figura politica l’essenza democristiana dell’occupazione del potere. Un’immagine diametralmente opposta a quella diffusa dopo la sua morte. Con una serie di articoli apparsi tra l’agosto e il settembre 1975(4), Pier Paolo Pasolini aveva chiesto un processo alla Democrazia cristiana, «un processo penale, dentro un tribunale», dal quale i processati uscissero «ammanettati fra i carabinieri»(5). Nel corso delle sue invettive lo scrittore fece più volte ricorso alla figura del «Palazzo», inteso come metafora del potere, divenuto poi d’uso comune, rivendicando la necessità di portare a giudizio «i gerarchi della Dc»(6). Pasolini accusava la classe di governo democristiana di «una quantità sterminata di reati […] indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, connivenza con la  mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione con la Cia, uso illegale di enti come il Sid, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna(7) (almeno in quanto colpevole incapacità di punire gli esecutori), distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani (responsabilità, questa, aggravata dalla sua totale inconsapevolezza), responsabilità della condizione, come suol dirsi, paurosa, delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità nell’abbattimento “selvaggio” delle campagne, responsabilità nell’esplosione “selvaggia” della cultura di massa e dei mass-media, responsabilità della stupidità delittuosa della televisione, responsabilità del decadimento della Chiesa, e infine, oltre a tutto il resto, magari, distribuzione borbonica di cariche pubbliche ad adulatori»(8).
Quasi due anni dopo, il 10 marzo del 1977, Aldo Moro – divenuto nel frattempo Presidente del Consiglio nazionale della Dc – in un clamoroso discorso tenuto davanti alle Camere riunite a difesa di Luigi Gui, un suo collega di partito accusato di corruzione nella vicenda delle tangenti versate per l’acquisto di aerei militari della Lockheed(9), rispose a Pasolini con dei toni inusuali nel suo stile, gridando – seppur con la sua vocina flebile e gentile: «Per tutte queste ragioni, onorevoli colleghi che ci avete preannunciato il processo sulle piazze, vi diciamo che noi non ci faremo processare»(10). Con il voto compatto del suo partito e il sostegno dei neofascisti del Msi, Gui venne salvato, ma inevitabilmente quel giorno Moro divenne l’emblema del «regime», l’amministratore di quel «Palazzo» evocato da Pasolini, il politico che rivendicava sfacciatamente la trentennale impunità del suo partito e che offriva al Paese l’immagine arroccata di una Dc sorda ad ogni richiesta di trasparenza e cambiamento.
E’ nella temperie di questo clima che Leonardo Sciascia concepì Toto Modo(11), un giallo fantapolitico nel quale si mettevano all’indice i peccati dei notabili democristiani riunitisi nel labirintico eremo di Zafer per eseguire gli esercizi spirituali secondo le regole di Sant’Ignazio di Loyola alla ricerca di un irraggiungibile rinnovamento morale. Elio Petri, due anni dopo, nel 1976, suscitò scandalo ispirandosi liberamente al testo dello scrittore di Racalmuto da cui tirò fuori un film dallo stesso titolo, protagonisti GianMaria Volontè, a cui venne affidata un’interpretazione di Moro dal realismo impressionante, capace di mettere in luce tutti i tic del potere e Michel Piccoli, nella veste di un Andreotti crudele puparo trovato morto a chiappe scoperte (personaggi entrambi assenti nel libro).

Scalfari, gli omissis, l’antelope Coobler e l’intervista postuma
Il 14 ottobre 1978 Eugenio Scalfari pubblicò una intervista postuma di Aldo Moro. Nella premessa il direttore de la Repubblica spiegava di aver incontrato per l’ultima volta il Presidente del consiglio nazionale della Dc il 18 febbraio 1978, un mese prima del suo rapimento, nel pieno della trattativa in corso con il Pci per il varo della nuova maggioranza di governo che poi vedrà luce il 16 marzo. Si trattava – scriveva Scalfari – del primo incontro «da quando, nella primavera del 1968, si era svolto alla Camera dei deputati un appassionato dibattito sullo scandalo Sifar, sul “piano Solo” architettato dal generale Giovanni De Lorenzo e sugli “omissis” con i quali Moro aveva mutilato i documenti che i giornalisti dell’Espresso avevano addotto in loro difesa. In quel dibattito, tra lui presidente del Consiglio e me deputato socialista indipendente, c’era stato uno scontro assai vivace. Dopo d’allora, più nulla: dieci anni di rottura, quando c’incontravamo nei corridoi di Montecitorio, ciascuno dei due guardava da un’altra parte per evitare il saluto».
I giornalisti di cui parlava Scalfari erano Scalfari stesso, allora direttore de l’Espresso, e Lino Jannuzzi, che a partire dal maggio del 1967 con una serie di articoli aveva rivelato un progetto di golpe ideato nel marzo del 1964 dal generale dei carabinieri Giovanni De Lorenzo. Denuncia da cui era scaturita una causa giudiziaria(12). L’incontro si sarebbe tenuto in via Savoia, dove Moro aveva il suo ufficio: una sorta di quartier generale della sua corrente politica, situato in un grosso appartamento dove era conservato il suo prezioso archivio e lavoravano collaboratori e segretarie. Moro – scrisse Scalfari – parlò per due ore ed acconsentì che venissero presi appunti su quanto diceva, chiedendo tuttavia che non fossero utilizzati, «almeno per ora». Un impegno mantenuto fino a quel 14 ottobre, quando Scalfari impresse un nuovo corso agli eventi difronte all’accelerazione improvvisa della situazione dovuta al ritrovamento, il primo ottobre, nella base brigatista di via Monte Nevoso 8, a Milano, del dattiloscritto della memoria difensiva di Moro, perché, come ebbe a scrivere lui stesso: «intorno alle parole di Moro s’è combattuta e tuttora si combatte una battaglia importante, una battaglia politica»(13).
Fin dalla sua uscita la Repubblica non mostrò grande riguardo verso Aldo Moro e così la mattina del 16 marzo, nella edizione apparsa prima che si diffondesse la notizia del sequestro, in un articolo a firma Francesco Scottoni, Moro era stato indicato come la possibile «Antelope Coobler», nome in codice sotto il quale si sarebbe celato il collettore della tangente pagata dalla Lockeed(14). L’articolo scomparve dalla edizione straordinaria che sostituì la precedente. Successivamente, nel corso della prigionia, Moro fu descritto da un ampio schieramento politico e giornalistico come una vittima della sindrome di Stoccolma, un politico privo di senso dello Stato autore di lettere che non erano moralmente e materialmente ascrivibili alla sua persona. Durante le riunioni della Direzione del Pci, oltre a denunciare l’uso di violenza psichica e preparati chimici per far collaborare il prigioniero, furono espressi giudizi pesantissimi nei confronti del prigioniero, per Aldo Tortorella, «Il problema della vita di Moro non [era] facile: perché intanto è un democristiano e poi per il fatto ins é», venne evocata anche una possibile debolezza umana di Moro(15). La Repubblica assumendo un ruolo di quotidiano-partito, da schierare nella lotta quotidiana per supplire alle presunte carenze dei partiti e stimolare la loro azione dall’esterno, si candidò a svolgere la funzione guida del fronte della fermezza(16): «Oggi sappiamo – ha riconosciuto Miguel Gotor nel suo Il memoriale della repubblica – che Scalfari sbagliava, […] ma la volontà di piegare la realtà alla necessità, come egli scriveva, di “combattere una battaglia importante, una battaglia politica” contro “il partito della trattativa” faceva premio su qualsiasi altra considerazione»(17). Una posizione – continua sempre Gotor – che «rifletteva l’incattivimento di una campagna di negazione dell’autenticità del pensiero di Moro, iniziata dal governo al fine di attenuare il potere di ricatto delle Brigate rosse durante il sequestro, che sarebbe proseguita sul suo cadavere trasformato in “statista” dalla retorica nazionale, a patto, però, che quelle parole non fossero le sue. Era un visibile ricatto morale e politico, di raro ed elaborato cinismo: l’esaltazione della figura del “martire” doveva necessariamente corrispondere alla negazione del suo ultimo pensiero. Le circostanze e le intenzioni avevano trasformato Moro in un loquace fantasma postumo, un fantasma dattiloscritto, di quelli che non potevano fare paura»(18). Echi di questa posizione si ritrovavano a conclusione dell’intervista postuma, dove Moro avrebbe chiesto a Scalfari se nutriva «ancora del rancore per quella vecchia storia degli omissis». In risposta, Scalfari riferì di averlo rimproverato, ricordandogli che «in quell’occasione violò la costituzione perché rese impossibile l’esercizio della difesa dell’imputato che è un principio per chi crede nella democrazia». La replica di Moro, sempre secondo il direttore di la Repubblica, avrebbe fornito la prova della infondatezza «della tesi di coloro che descrivono Moro come personaggio indifferente allo Stato». Questi infatti rispose, o meglio avrebbe risposto: «Ha ragione. Ma vede, c’è un altro principio nella Costituzione, ed è quello di tutelare lo Stato anche col segreto quando ciò sia indispensabile per garantire la sicurezza. Io, come presidente del Consiglio, dovetti scegliere tra l’uno e l’altro principio. Questa è la mia giustificazione. Comunque mi dispiacque molto d’esser stato costretto a fare quella scelta». Argomento che avrebbe confermato Scalfari nella convinzione «che la voce che cominciò a parlare pochi giorni dopo dal “carcere del popolo” non era la stessa che avevo ascoltato in via Savoia». Il direttore di la Repubblica si riferiva alla richiesta di scambio di prigionieri avanzata da Moro durante la prigionia. In realtà, nella lettera a Cossiga, recapitata il 29 marzo, dove si richiamava esplicitamente la ragion di Stato, Moro spiegava con argomentazioni giuridiche proprie del suo patrimonio culturale di professore di diritto e procedura penale, che nella situazione in cui si trovava: «la dottrina per la quale il rapimento non deve recare vantaggi, discutibile già nei casi comuni, dove il danno del rapito è estremamente probabile, non regge in circostanze politiche, dove si provocano danni sicuri e incalcolabili non solo alla persona, ma allo Stato. Il sacrificio degli innocenti in nome di un astratto principio di legalità, mentre un indiscutibile stato di necessità dovrebbe indurre a salvarli, è inammissibile». Elencava di seguito una serie di precedenti storici a sostegno della sua tesi(19). Nella successiva lettera a Zaccagnini, recapitata il 4 aprile, evocava le norme sullo stato di necessità e ricordava come «queste idee [fossero state] già espresse a Taviani per il caso Sossi ed a Gui a proposito di una legge contro i rapimenti»(20). Circostanza ribadita nel famoso stralcio manoscritto del Memoriale recapitato tra il 9 e 10 aprile, meglio noto come lettera a Taviani(21).
Alla luce di queste parole si può senza dubbio convenire con Scalfari che Moro non fosse affatto indifferente alla ragion di Stato, come l’episodio degli omissis aveva dimostrato. Tuttavia nella ragioni motivate dal prigioniero essa avrebbe dovuto giustificare lo scambio di prigionieri, non negarlo, conciliandosi nella fattispecie anche col principio umanitario. Una concezione capovolta rispetto alla interpretazione della ragion di Stato difesa da Scalfari che, in un editoriale del 21 aprile 1978, davanti al dilemma «Sacrificare un uomo o perdere lo Stato», non aveva avuto dubbi sulla scelta da fare(22).
Nelle intenzioni del direttore di la Repubblica, l’intervista postuma del 14 ottobre rappresentava una strumentale riabilitazione della figura politica di Moro dopo il calvario della prigionia, una resurrezione utilitaristica che attribuiva al suo messaggio una dimensione profetica. Nel corpo dell’intervista, con una nettezza e un linguaggio lontani dalle cautele delle sue complesse alchimie linguistiche, Moro affermava che la Democrazia cristiana sarebbe stata pronta a farsi da parte per facilitare l’ingresso del Partito comunista al governo: «non è affatto un bene – avrebbe spiegato il leader Dc – che il mio partito sia il pilastro essenziale di sostegno della democrazia italiana […]. La nostra democrazia è zoppa fin quando la Democrazia cristiana sarà inchiodata al suo ruolo di unico partito di governo. Dobbiamo operare in modo che ci siano alternative reali di governo alla Dc». Per questa ragione egli stava lavorando per favorire una «seconda fase in cui il Pci potrà governare con la Dc», perché questo sarebbe stato «l’interesse egoistico della stessa Dc», liberata finalmente «dalla necessità di governare a tutti i costi» e non più in grado « di tenere da sola» un Paese alla sfascio, travolto dalle tensioni sociali.
Rendendo pubblica questa conversazione, Eugenio Scalfari realizzava una operazione politica di grande portata e – come vedremo più avanti – di sofistica manipolazione(23): egli consegnava al Paese quello che avrebbe dovuto essere il testamento politico di un Moro libero nei suoi intendimenti, «l’ultima e più netta espressione del suo pensiero politico», come scrisse Enzo Forcella a commento del testo(24). Un pensiero autentico opposto alle parole recluse apparse nelle lettere rese note durante il sequestro oppure presenti nel dattiloscritto appena ritrovato in via Monte Nevoso, tanto che sorge spontanea una domanda: per quale motivo un messaggio carico di un tale significato politico e morale non era stato rivelato nei mesi precedenti, all’indomani della sua morte, nelle settimane che seguirono il cordoglio e il lutto?
La singolarità di questa testimonianza postuma di Moro consiste nel fatto che una lettura sincronica delle altre testimonianze presenti non conferma affatto le affermazioni riportate da Scalfari. Appena due settimane prima dell’incontro col direttore di la Repubblica, il 2 febbraio 1978, Moro aveva ricevuto l’ambasciatore americano Richard Gardner, il quale scrisse nel suo diario che il leader Dc «riteneva necessario guadagnare altro tempo. Ci sarebbe voluto almeno un anno per creare un clima elettorale in cui il Pci avrebbe subito una pesante sconfitta e la Dc una netta vittoria. Il trucco stava nel trovare un modo per tenere il Pci in una maggioranza parlamentare senza farlo entrare nel Consiglio dei ministri»(25). Nei tre precedenti incontri che si tennero lungo tutto il 1977, Moro aveva spiegato al diplomatico Usa che da parte democristiana non c’era mai sta la volontà di condividere il potere con i comunisti, ma che la situazione economico-sociale e la forza elettorale che avevano raggiunto imponevano delle concessioni. Non potendo andare ad elezioni anticipate, che avrebbero rischiato di rafforzare ulteriormente il Pci, bisognava mantenere le redini del governo, aprendo ai comunisti l’ingresso nella maggioranza e coinvolgendoli nella elaborazione di un programma di governo senza concedere loro alcun ministero. Una strategia rivolta ad impegnare il Pci nella difesa dello Stato avvalendosi della sua capacità di fare argine contro la protesta sociale(26). Il 5 novembre 1977, annotava sempre Gardner dopo un altro incontro con Moro, «Il Pci non è più in grado di sfruttare i vantaggi di un partito di opposizione, cominciava ad incontrare difficoltà ed a temere la possibilità di una futura perdita di voti. Tenendo i comunisti a metà strada, un po’ dentro e un po’ fuori, sarebbe stato possibile logorali»(27).
In queste testimonianze non solo non si intravede la mitologica «terza fase», quella che avrebbe visto la Dc rinunciare al governo del Paese in favore del Pci, ma nemmeno tracce di quella seconda in cui Dc e Pci si sarebbero trovati accanto in un governo di coalizione. D’altronde è noto che fu Moro stesso a depennare la lista dei ministri concordata dal Pci con Andreotti e Zaccagnini, nella quale era prevista la presenza di tre indipendenti di sinistra, eletti nelle liste di Botteghe oscure. Imposizione che provocò il disappunto e l’amarezza di Zaccagnini, il quale aveva riferito ai suoi intimi l’intenzione di dare le dimissioni da segretario della Dc(28) e la collera dei dirigenti del Pci che si trovarono davanti al fatto compiuto, tanto che l’Unità non fece in tempo a togliere una surreale intervista ad Alessandro Natta, braccio destro di Berlinguer, che annunciava l’ingresso di ministri graditi al Pci nel nuovo governo(29).

Ottobre 1978, Monte Nevoso e il ritrovamento della memoria difensiva di Moro
Il primo ottobre 1978, dopo un complessa indagine durata alcuni mesi, i carabinieri dei nuclei speciali antiterrorismo, da poche settimane nuovamente guidati dal generale Dalla Chiesa, fecero irruzione nella base brigatista di via Monte Nevoso 8, nel quartiere milanese di Lambrate. Nella stessa operazione vennero smantellate altre basi, arrestati due dei quattro membri dell’esecutivo nazionale, Lauro Azzolini e Franco Bonisoli, catturata Nadia Mantovani e presi altri militanti della colonna “Walter Alasia”. La base di Monte Nevoso conteneva l’archivio storico dell’organizzazione. Su un tavolino, all’interno di una cartellina azzurrina, venne rinvenuto un dattiloscritto: si trattava della memoria difensiva di Aldo Moro che Nadia Mantovani aveva da pochi giorni preso in mano dopo che le era stato affidato l’incarico di predisporre l’opuscolo, annunciato nel comunicato numero 6, del 15 aprile precedente, all’interno del quale sarebbero state rese note al movimento rivoluzionario le dichiarazioni di Moro. Nei decenni successivi la mancata pubblicazione dell’interrogatorio di Moro durante il sequestro ha dato corpo ad una vastissima letteratura di stampo prevalentemente complottista che ha accusato le Br di non aver rispettato l’impegno preso durante il sequestro. In realtà i brigatisti nelle due circostanze precedenti l’annuncio del 15 aprile, in cui avevano affrontato il tema della pubblicazione dell’interrogatorio di Moro, si erano limitati a scrivere: «Le informazioni che abbiamo così modo di recepire, una volta verificate, verranno rese note al movimento rivoluzionario» (comunicato numero 3 del 29 marzo), e «confermiamo che tutto verrà reso noto al popolo e al movimento rivoluzionario» (comunicato numero 5 del 10 aprile). Le Br avevano solo annunciato l’intenzione di rendere pubbliche le risposte di Moro senza mai specificare il momento esatto in cui ciò sarebbe avvenuto. Per altro esse indicavano una condizione preliminare: ovvero la verifica delle parole di Moro che inevitabilmente avrebbe richiesto del tempo (e solo con il secondo ritrovamento del 1990 si è compreso quanto fosse complessa e consistente la mole degli scritti prodotti dal leader democristiano durante i 55 giorni) e dunque precluso qualsiasi possibilità di pubblicazione immediata di quelle carte.
Non trovano fondamento dunque le accuse di incoerenza o addirittura di connivenza con supposte “entità” intervenute durante il sequestro, o addirittura mandanti del rapimento stesso, per recuperare le dichiarazioni di Moro. Queste congetture, elaborate essenzialmente attorno a quella che è stata definita la teoria del «doppio ostaggio»(30), che avrebbe visto separare il destino del prigioniero da quello delle sue rivelazioni o addirittura dei documenti più scottanti che Moro teneva nel suo archivio privato di via Savoia(31), al di là della consueta assenza di riscontri, non hanno mai superato il requisito essenziale della prova logica. Rapire un’autorità pubblica depositaria di possibili segreti Nato(32) da carpire avrebbe avuto senso solo se l’ente promotore fosse appartenuto al blocco orientale, ipotesi che non ha potuto giovarsi nemmeno dei lavori condotti dalla commissione Mitrokhin, anch’essa pervenuta ad un nulla di fatto nonostante la fine del blocco socialista e l’apertura dei suoi archivi. Contro ogni evidenza, l’ipotesi che ha riscontrato maggiore successo è stata quella opposta che scorge nel campo atlantico-occidentale l’ente o gli enti che avrebbero sovradeterminato i brigatisti, o promosso il rapimento, se non addirittura operato al loro posto con la tecnica della «false flag». Senza mai trovare un’adeguata soluzione all’aporia verso cui simili congetture conducono, gli spericolati sostenitori di questo tipo di ricostruzioni non sono mai riusciti a spiegare perché servizi segreti, governi, forze occulte occidentali o chi per loro, avrebbero dovuto far rapire, lasciar rapire o sequestrare in prima persona, un’autorità depositaria indiretta di segreti che gli enti stessi di matrice atlantica inevitabilmente possedevano, oltretutto in misura notevolmente superiore e in forma diretta in quanto fonti originarie degli stessi. In parole più semplici: perché mai ambienti Nato avrebbero dovuto facilitare il rapimento di Moro per estorcergli il segreto della esistenza della rete Stay behind di cui loro stessi erano i promotori? Quesito che non trova risposta anche quando, riconosciuta l’autonomia delle Br, ci si domanda perché mai queste avrebbero corso il rischio di un’azione di fuoco come quella di via Fani per prendere in ostaggio un’autorità depositaria di segreti e poi evitare accuratamente di renderli pubblici?
Per ovviare a queste deficienze logiche ultradecennali, in tempi recenti si è corsi ai ripari elaborando delle varianti che hanno introdotto la presenza di un «patto del silenzio», un accordo tra Br e gli enti (la Dc, settori dello Stato o altri enti) che avrebbero tratto un utile dalla scomparsa di Moro e dal recupero dei suoi segreti. Secondo questi autori le dichiarazioni di Moro, le dinamiche e i luoghi del sequestro sarebbero state la merce di scambio di questo «patto d’omertà»(33). Elaborazione che, come sempre, quando è costretta a scendere dal piano della congettura a quello della prova, non è in grado di fornire riscontri sui tempi, le modalità, i luoghi e i termini di questo patto, i vantaggi che ne avrebbero tratto le Brigate rosse.
Nel libro intervista con Rossanda, Moretti spiega che durante il sequestro le Br resero pubblici solo quei testi di Moro che potevano incidere «direttamente sullo scontro che [era] in atto», dunque le lettere e lo “stralcio” su Paolo Taviani, estratto dalle riposte che Moro andava fornendo durante l’interrogatorio e che affrontava il nodo dello scambio dei prigionieri al centro dell’interesse dei brigatisti. Il Memoriale – aggiunge Moretti – verrà preservato per le fasi successive, «avrà valore in seguito. Lo utilizzeremo in un secondo momento. Curiosamente sembra che abbia più valore oggi [1993, N.d.A.], a distanza di quindici anni, che non allora»(34), chiosa ironicamente il dirigente brigatista. Non a caso l’annuncio sulle modalità («attraverso la stampa e i mezzi di divulgazione clandestini delle Organizzazioni Combattenti») e sui tempi («verranno utilizzate per proseguire con altre battaglie il processo al regime e allo Stato») di diffusione delle dichiarazioni di Moro arriverà solo una volta conclusa la fase dell’interrogatorio del prigioniero. Riconosciuta la sua colpevolezza e pronunciata la condanna, secondo la strategia perseguita dai brigatisti si doveva aprire la seconda fase del sequestro: quella della trattativa vera e propria che mai decollerà.
Da quanto appreso durante una conversazione tenuta con Lauro Azzolini: la divulgazione della memoria difensiva di Moro faceva parte – come abbiamo già visto – del «progetto di sviluppo dell’azione Moro con il proseguimento della “Campagna di primavera” che consisteva nello sviluppare il contenuto del Memoriale per preparare nuove azioni»(35). Le Br avevano deciso di utilizzare parti del Memoriale come materiale da inserire in eventuali rivendicazioni di attentati contro personalità citate da Moro proprio nella sua difesa scritta. Circostanza che spiega, ulteriormente, perché il suo contenuto non poteva essere anticipato senza mettere in allarme i futuri obiettivi e dunque pregiudicare gli sviluppi successivi dell’azione brigatista.
Questo progetto offensivo fu stroncato dal durissimo colpo inferto alla colonna milanese che faceva seguito a quanto era già accaduto il 17 maggio precedente a Roma con la scoperta della tipografia di via Pio Foà 31 e la cattura di Enrico Triaca(36), che dopo un interrogatorio sotto tortura portò gli inquirenti nell’appartamento di via Palombini 19. Due basi importanti della struttura logistica della colonna romana, adibite per il lavoro di comunicazione e propaganda(37). Questa prima perdita, pochi giorni dopo la riconsegna del corpo di Moro in via Caetani, aveva obbligato le Br a rivedere tempi e modi della pubblicazione dell’interrogatorio. Il 23 giugno 1978 furono scarcerati dalla Corte d’assise di Torino, che aveva appena concluso il processo contro il cosiddetto «nucleo storico», Nadia Mantovani e Vincenzo Guagliardo perché avevano oltrepassato i termini di carcerazione preventiva. L’esecutivo brigatista individuò subito nella Mantovani, che aveva una formazione universitaria, la persona più adatta per portare a termine l’opuscolo con l’interrogatorio e le lettere di Moro selezionate per la pubblicazione. Sottoposti alla misura del soggiorno obbligato, Mantovani e Guagliardo fecero perdere le loro tracce alla fine di luglio. In quella circostanza la Mantovani integrò le fila della colonna “Walter Alasia” e dopo un primo veloce passaggio nella base di Monte Nevoso, a seguito dello scandalo suscitato dalla sua fuga, venne condotta per precauzione in una baita di montagna dove trascorse il resto dell’estate(38).
A fine settembre, come riferì Franco Bonisoli nel corso di una deposizione durante il processo “Metropoli”, i documenti di Moro vennero portati in via Monte Nevoso: «arrivarono a Milano già battuti a macchina, erano stati battuti tutti a Roma. Furono portati in via Monte Nevoso da me, pochi giorni prima del mio arresto». Nella stessa circostanza Bonisoli e Azzolini ribadirono, che «in via Monte Nevoso dovevano esserci delle fotocopie degli originali degli interrogatori di Moro; non molto diversi da quello che è poi uscito in forma dattiloscritta»(39).
Il dattiloscritto ritrovato nel 1978 raccoglieva, secondo il verbale di perquisizione, sessantotto pagine: ventinove riguardavano una selezione di lettere, le altre quarantanove il testo della memoria difensiva vera e propria; tutto fu raccolto in una cartellina color carta da zucchero. Si trattava di una prima stesura degli scritti di Moro che Franco Bonisoli e Nadia Mantovani avrebbero dovuto innanzitutto controllare, ed eventualmente integrare con il resto delle fotocopie di manoscritto una volta riordinate ed accompagnare con un’analisi politica del testo. Tutti questi documenti, le fotocopie manoscritte delle lettere e della memoria difensiva, che spesso conteneva più stesure di un medesimo testo, furono raccolti in una cartellina marrone. Azzolini la nascose in una intercapedine ricavata sotto una finestra (le sue impronte digitali furono rinvenute su alcuni fogli), chiusa da un pannello sigillato e poi verniciato con molta cura, davanti al quale era stato posto un piccolo mobiletto(40). Convinti che i carabinieri avessero trovato l’integralità dei documenti, anche quelli celati nell’intercapedine, Franco Bonisoli e altri brigatisti nel luglio 1982, durante le udienze del processo Moro, nel rivendicare l’autenticità continuamente messa in discussione del dattiloscritto, chiesero di allegare agli atti del processo le fotocopie degli originali che erano nella base. «Se venisse allegata agli atti – affermò Bonisoli – quella famosa cartelletta marrone, contenente tutti gli scritti di Aldo Moro durante la sua prigionia […] avreste anche voi elementi maggiori per vedere l’autenticità di quegli scritti o meno»(41). Lungo tutto il decennio 80, Bonisoli, Azzolini, Mantovani e altri esponenti della “Walter Alasia” continuarono a denunciare il mancato ritrovamento delle fotocopie dei manoscritti, del denaro e delle armi che erano state riposte nella intercapedine, che non risultavano nell’inventario indicato nei verbali di perquisizione dell’appartamento di Monte Nevoso, senza mai essere presi sul serio dall’autorità giudiziaria. Il timore che in quelle carte vi fossero rivelazioni dirompenti sul malaffare e la corruzione del partito democristiano, sui retroscena delle stragi e dei tentati golpe o su questioni di natura strategica, come accordi o patti segreti riguardanti la Nato e gli Stati uniti, fece tremare il sistema politico e gli alti comandi militari e mise in fibrillazione le redazioni dei giornali. In effetti la memoria difensiva di Moro si era sviluppata attorno ad una nucleo di sedici quesiti formulati dal comitato esecutivo delle Br che coprivano l’intero trentennio di vita repubblicana. Ai brigatisti interessava capire in che modo lo Stato imperialista delle multinazionali(42) interagisse in Italia, quali fossero le fonti di finanziamento della Dc ed i suoi rapporti con gli Stati Uniti e le banche, quale il ruolo della grande stampa nel progetto di ristrutturazione capitalistica, da loro definito «neogollista». Avevano chiesto lumi sul ruolo avuto dal Fondo monetario internazionale (che aveva fornito un prestito all’Italia per tamponare il debito), quale era stato l’apporto di singole personalità democristiane come Andreotti, Fanfani, Cossiga e Taviani, il ruolo giocato dal grande capitale industriale, ed in particolare il significato dell’entrata diretta in politica della famiglia Agnelli (nel 1976 Umberto Agnelli era stato eletto senatore nelle file della Democrazia cristiana). Avevano fatto domande sulla Montedison, sulla presidenza della Repubblica, sul ruolo svolto dal generale De Lorenzo e dal presidente della Repubblica Segni nelle vicende del “piano Solo”. Altri quesiti affrontavano il ruolo di De Gasperi, la strategia della tensione e la strage di piazza Fontana, la ricostruzione dell’ultima crisi di governo e il coinvolgimento del Pci nella maggioranza, la politica italiana in Medio oriente. Infine le Br avevano cercato di capire se esistesse un coordinamento Nato contro le guerriglie europee. La risposta di Moro, piuttosto contorta e sostanzialmente negativa, espressa in due diverse stesure presenti nelle fotocopie di manoscritto dell’ottobre 1990, mancava invece nel dattiloscritto reso pubblico dalla magistratura, su pressione del governo, il 17 ottobre 1978. A questo testo si aggiungevano ventotto lettere, diciotto delle quali erano inedite, o meglio non erano note ufficialmente: tra queste c’erano missive dirette al Papa, Zaccagnini, Cossiga, Fanfani, Piccoli, Waldheim e collaboratori di Moro, oltre ad altre versioni della lettera alla Dc(43).
Ampi stralci del Memoriale ritrovato filtrarono molto presto. Giorgio Battistini su la Repubblica pubblicò una serie di anticipazioni sempre più dettagliate nei numeri del 6,7,8 e 10 ottobre 1978. Sembra accertato che la fonte del giornalista fosse il generale Enrico Galvaligi, stretto collaboratore di Dalla Chiesa(44).
La conoscenza anticipata, rispetto all’opinione pubblica, dei contenuti delle carte di Moro aveva anche permesso di avviare una campagna di ridimensionamento delle temute rivelazioni che vi erano presenti. Miriam Mafai, importante firma del quotidiano, scriveva in un commento di quei giorni largamente condiviso: «il fatto che il dossier sia stato trovato in uno dei covi delle Br non basta infatti a sancirne l’autenticità»(45). Moro non era stato Moro durante la prigionia ed ora che era morto, e le sue parole riapparivano, avrebbe continuato a non esserlo. I dirigenti democristiani annunciarono che l’organo del partito, il Popolo, non avrebbe pubblicato nemmeno uno stralcio delle «confessioni», non ritenendole «moralmente ascrivibili» alla sua persona, anche se a loro avviso il documento non conteneva rivelazioni sensazionali e la sua pubblicazione non poteva nuocere alla sicurezza dello Stato.
Di fronte alle continue indiscrezioni sui contenuti delle «confessioni», il governo fu spinto a divulgare la parte del dattiloscritto che riguardava la memoria difensiva. Quando fu chiaro che ciò sarebbe avvenuto, Scalfari bruciò sul tempo tutti presentando, il 14 ottobre, tre giorni prima che venisse reso pubblico il Memoriale, la sua intervista postuma. Il testo avrebbe fondato la narrazione futura di un altro Aldo Moro, trasfigurandone non solo il testamento scritto durante la prigionia, ma anche la condotta politica tenuta durante le trattative per il varo del nuovo governo Andreotti, quando con grande abilità aveva tenuto testa a tutti: a chi nella Dc non voleva il Pci nell’area di governo, ai dubbi degli americani, alle richieste iniziali del Pci, rimasto ancora una volta fuori dal governo, chiudendo la crisi con l’ennesimo monocolore democristiano.

Il secondo ritrovamento di Monte Nevoso
Il 9 ottobre 1990, durante alcuni lavori di ristrutturazione dell’appartamento, nel frattempo dissequestrato, un muratore dopo aver divelto le mattonelle dal pavimento si accorse della presenza del pannello che copriva l’intercapedine ricavata dalle Br nel 1978 e diede l’allarme. Al suo interno furono rinvenuti quattrocentoventi fogli, costituiti dalle fotocopie di duecentoventinove fogli del manoscritto di Moro con le risposte ai quesiti dei brigatisti e di sessantatré lettere scritte da Moro in prigionia, quarantanove delle quali risultarono sconosciute, il tutto contenuto in una cartellina marrone. Oltre alle fotocopie, c’erano anche sessanta milioni in banconote ormai fuori corso provenienti dal sequestro Costa, una pistola, un fucile mitragliatore, detonatori e munizioni avvolti in giornali del settembre 1978. Si trattava del materiale di cui i brigatisti avevano ripetutamente denunciato la scomparsa negli anni precedenti.
Questo secondo ritrovamento scatenò un enorme polverone politico che si sovrappose ad un altra vicenda che stava emergendo in quei mesi, ovvero la presenza della rete Stay behind, rinominata «Gladio» in Italia(46), la cui esistenza venne ufficialmente riconosciuta dal presidente del consiglio Andreotti il 24 ottobre 1990. Come vedremo tra poco, gli scritti di Moro per dodici lunghi anni ignorati diverranno il pretesto di una narrazione strumentale della storia italiana.
L’esegesi del manoscritto in fotocopia condotta nei decenni successivi, oltre a confermare la piena autenticità degli scritti di Moro, lucido e padrone del suo pensiero, consapevole della situazione e perfettamente in grado di interloquire con i brigatisti mantenendo una propria autonoma posizione e strategia, ha condotto all’inserimento, seppur tardivo, dei suoi scritti dalla prigionia nell’opera omnia, edita dalla Presidenza della repubblica(47). L’attento lavoro di raffronto ha accertato che la memoria dattiloscritta ritrovata il primo ottobre 1978 è un derivato del manoscritto rinvenuto in fotocopia, sempre in via Monte Nevoso dodici anni dopo: «non vi sono brani del primo ritrovamento che non trovino collocazione nel secondo»(48). Nelle fotocopie del manoscritto, molto più vasto rispetto al dattiloscritto, sono presenti dei brani ulteriori. Salvo una sola eccezione, si tratta di nuove stesure di risposte, riscritte da Moro in maniera più dettagliata e non riportate nel dattiloscritto, probabilmente perché realizzate quando l’interrogatorio e la sua ritrascrizione erano già chiusi. Il prigioniero continuò a scrivere fino agli ultimi giorni di vita, e spesso ritornò sui suoi precedenti testi, anche con dei collage di fogli, sostituiti e scritti con penne di diverso colore, correggendoli e rielaborandoli(49). In alcuni casi, nel dattiloscritto vi sono dei brani che riassumo le diverse stesure realizzate da Moro su determinati quesiti. L’unico argomento che non vi è riportato, e qui veniamo alla sola eccezione prima richiamata, riguarda la risposta che Moro aveva fornito in due diverse stesure alla domanda sulla eventuale presenza di un coordinamento antiguerriglia nella Nato, ovvero se a livello intergovernativo fosse stata predisposta una struttura del genere, e, in caso positivo, da chi fosse diretta e quali paesi coinvolgesse(50).
Moro aveva risposto negativamente: «nessuna particolare enfasi era posta sull’attività antiguerriglia che la Nato avrebbe potuto in certe circostanze dispiegare», affermando subito dopo che «Ciò non vuol dire che non sia stato previsto un addestramento alla guerriglia da condurre contro eventuali forse avversarie occupanti ed alla controguerriglia a difesa delle forze nazionali». In una successiva stesura aveva precisato: «Con ciò non intendo ovviamente dire che non sia stato previsto ed attuato in appositi o normali reparti un addestramento alla guerriglia in una duplice forma: o di guerriglia da condurre contro eventuali forze avversarie occupanti o controguerriglia da condurre contro forze nemiche impegnate come tali sul nostro territorio»(51). Il cenno fatto da Moro, nonostante la forma succinta e criptica del brano, fu subito letto ed interpretato alla luce della cronaca immediata dell’ottobre 1990 e della campagna polemica che il Pci aveva lanciato contro “Gladio”, ritenuta una struttura anticostituzionale con funzione anticomunista interna, coinvolta nei tentativi di golpe e nelle stragi degli anni Settanta. Circostanza che, pur dimostrandosi successivamente del tutto infondata(52), prestò il fianco al decollo di una prolifica narrazione dietrologica(53). Il Pci, che aveva fino allora negato l’autenticità degli scritti di Moro, di fronte alla forza dirompente di quelle parole autografe, capovolse improvvisamente la sua posizione ed accusò i brigatisti di non aver voluto rendere pubblico il Memoriale, come annunciato nei primi comunicati, macchiandosi così di reticenza e connivenza con quegli apparati che – secondo il partito di Botteghe oscure – avevano voluto mantenere il segreto sull’esistenza di Gladio, nonostante le ripetute denunce sulla scomparsa delle fotocopie dei manoscritti di Moro che questi ultimi avevano lanciato dalle aule dei processi.
Ascoltato dal pm Pomarici, dopo il secondo ritrovamento, Bonisoli confermò la convinzione brigatista che il materiale presente dietro il pannello fosse stato subito ritrovato nel 1978 e illegalmente occultato da settori degli apparati(54). Azzolini, in un colloquio con l’autore di questo testo, ha spiegato che dopo le prime denunce inascoltate emerse anche il dubbio che quel pannello non fosse stato realmente scovato. Tuttavia davanti allo smantellamento della “Walter Alasia” ed al frazionamento dell’organizzazione, era prevalsa in loro la diffidenza verso i gruppi residui ancora attivi all’esterno, atteggiamento che impedì di organizzare il recupero delle carte. Probabilmente in questa scelta era prevalsa anche la volontà di non favorire una delle tendenze in cui si erano suddivise le Br, anche perché nel frattempo i tre militanti arrestati nel lontano ottobre 1978 avevano intrapreso la via della dissociazione dalla lotta armata.
Nel 1978 erano altri gli elementi che si ponevano al centro dell’attenzione politica e solo una ristrettissima cerchia di addetti ai lavori avrebbe potuto comprendere il significato pieno di quella fugace allusione fatta da Moro. L’argomento, oltretutto, non destava la curiosità dei brigatisti, a cui occhi la presenza di una struttura militare che avrebbe avuto la funzione di operare oltre le linee avversarie in caso di invasione del territorio nazionale da parte delle forze del patto di Varsavia, era del tutto ovvia. Al contrario, per le Brigate rosse era più importante sapere come gli Stati europei stessero organizzandosi contro il «nemico interno», ovvero i gruppi rivoluzionari che operavano in campo sociale all’interno dei suoi confini, piuttosto che ragionare su scenari di scontro ed invasione dell’Europa da parte delle truppe del patto di Varsavia, che costituivano il «nemico esterno»(55).
L’amputazione di questo brano ha dato corso nei decenni che sono seguiti a diverse ipotesi: la prima richiama la sfera della “ragion di Stato”. Il testo sarebbe stato espunto durante il ritrovamento del 1978 per tutelare un segreto Nato. Ipotesi plausibile ma che contrasta con il silenzio dei brigatisti. La menomazione sarebbe stata troppo grande e significativa per non suscitare una loro reazione. Il silenzio brigatista, anziché esser letto come una indiretta smentita della menomazione del testo, è divenuto successivamente l’indizio che ha dato vita ad una variante della prima ipotesi: quella di un supposto scambio nel quale i brigatisti avrebbero negoziato vantaggi penitenziari e clemenza giudiziaria in cambio del silenzio sull’amputazione del testo e le rivelazioni di Moro. Congettura che riprende la teoria del doppio ostaggio.
Tutte queste ipotesi: quelle legate ad un intervento per tutelare i segreti di Stato, come quelle di stampo dietrologico-complottista, non prendono in adeguata considerazione il modus cogendi e agendi delle Brigate rosse, senza il quale è facile il rischio di trarre conseguenze fuorvianti. A nostro avviso, è molto più realistico ritenere, in linea con la cultura politica e operativa di una organizzazione rivoluzionaria come le Br, che le conferme cercate sulla possibile presenza di eventuali piani antiguerriglia della Nato, non rientravano nella sfera della propaganda ma in quella dell’utilizzo politico-militare da parte dell’organizzazione. Queste informazioni servivano a rafforzare le conoscenze interne del gruppo, per strutturarne meglio l’organizzazione ed individuare efficaci obiettivi da colpire. Pertanto l’interesse mostrato sull’argomento, come le eventuali informazioni ottenute, dovevano rimanere riservate per non allarmare l’avversario, fornirgli elementi di vantaggio permettendogli di predisporre le necessarie contromisure.

Note
1
Nato a San Piero a Sieve il 24 agosto 1904, scomparso nel 1990. Oltre al monumento a Foscolo in Santa Croce a Firenze, realizzò durante la sua carriera vari busti della famiglia reale, di Mussolini, Amedeo Duca d’Aosta e Susanna Agnelli, le statue di Alcide de Gasperi e Guglielmo Marconi.
2
L’offensiva giudiziaria aperta dalla procura di Milano che affossò il sistema politico della prima repubblica a colpi di arresti, processi e condanne per corruzione, concussione, turbative d’asta, finanziamento illecito dei partiti.
3
La fine del centrismo (monocolori Dc alternati ad esecutivi che di volta in volta imbarcavano liberali, repubblicani, socialdemocratici e missini) e l’apertura verso i socialisti contraddistinse una nuova fase politica passata sotto il nome di «centrosinistra». Nel marzo del 1962 fu Amintore Fanfani a dare vita alla prima esperienza con un governo Dc-Pri-Psdi e l’appoggio esterno del Psi. A partire dal dicembre 1963 fino al giugno 1968 si susseguirono i tre governi Moro, definiti «centrosinistra organico».
4
Il ciclo di articoli venne poi raccolto nelle Lettere luterane, per Einaudi, Torino 1976.
5
Le parole di Pasolini appaiono una profetica anticipazione di quel che accadrà un quindicennio più tardi quando le inchieste della procura di Milano daranno vita alla stagione di “Mani pulite”.
6
«Bisognerebbe processare i gerarchi Dc», Il Mondo del 28 agosto 1975. Gli altri articoli sono apparsi sul Corriere della sera del 24 agosto col titolo «Il processo», il 9 settembre in risposta alle repliche di Luigi Firpo e Leo Valiani e i successivi 19 e 28 settembre, dove si ribadiva la necessità di un processo. L’11 settembre 1975 si era rivolto al Presidente della repubblica Giovanni Leone con una lettera aperta apparsa su Il Mondo.
7
Il 4 agosto 1974, una bomba esplode sul treno Italicus mentre questo transitava all’interno di un tunnel presso San Benedetto Val di Sambro, in provincia di Bologna.
8
PP. Pasolini, Lettere luterane, Einaudi 1976, cit., p. 113.
9
Lo scandalo Lockheed riguardava l’acquisto – tra il 1970 e il 1975 – da parte di vari governi, tra i quali quello italiano, di aerei da guerra (“Ercules”) dalla azienda americana Lockheed. Si scoprì che gli americani avevano pagato delle tangenti e si sospettò di un paio di presidenti del Consiglio (Mariano Rumor e Giovanni Leone) e di due ministri della difesa (il socialdemocratico Mario Tanassi e il Dc Luigi Gui). La commissione Inquirente ritenne ragionevoli le accuse contro Gui e Tanassi e non quelle verso Rumor (Leone era presidente della Repubblica, dunque non indagabile) e chiese al Parlamento di rinviarli a giudizio davanti alla Corte Costituzionale.
10
Aldo Moro, “Discorso alla Camera dei deputati”, 9 marzo 1977, in http://www.fisicamente.net/MEMORIA/index-1130.htm.
11
L. Sciascia, Todo Modo, Einaudi 1974, prima edizione.
12
Alla querela presentata da De Lorenzo fece seguito un processo nel quale i giornalisti non potettero presentare i documenti che provavano la loro denuncia a causa degli omissis opposti dal governo guidato da Moro; dopo la condanna in primo grado di Scalfari e Jannuzzi, tutto si concluse con una remissione della querela.
13
E. Scalfari, «Adesso Sciascia conosce la verità», la Repubblica, 12 ottobre 1978.
14
«Antelope Cobbler? Semplicissimo è Aldo Moro presidente della Dc», la Repubblica, 16 marzo 1978, p. 3, Francesco Scottoni. Questa informazione apparve anche su altri quotidiani come il Corriere della sera, la Stampa e il Giorno. Il nome in codice «Anteelope», secondo le rivelazioni americane, indicava un presidente del Consiglio negli anni dal 1965 al 1970, coinvolgendo dunque, oltre a Moro (1963-1968), il governo cosiddetto balneare di Giovanni Leone (giugno-novembre 1968) e quello di Mariano Rumor (dicembre 1968-luglio 1970). I tre smentirono ogni coinvolgimento e il 29 aprile l’ambasciatore statunitense notò che, nel farlo, avevano dato l’impressione di ritenersi colpevoli a vicenda; C. Belci e G. Bodrato, 1978. Moro, la Dc, il terrorismo, cit., p. 71.
15
Per una descrizione approfondita delle discussioni tenute durante le riunioni della Direzione del Pci, si veda P. Persichetti, in M. Clementi, P. Persichetti, E. Santalena, Brigate rosse vol. 1, Deriveapprodi 2017, pp. 401-454.
16
«Coerentemente, il direttore de la Repubblica spiegò in un’intervista che il caso Moro e più in generale il caso Brigate rosse – rappresentò la vera fondazione del giornale», in A. Spezie, 55 giorni, Elle U Multimedia, 2000, p. 136. Citazione ripresa da M. Gotor, Il memoriale della Repubblica, Torino, Einaudi, 2011, p. 121.
17
M. Gotor, Ibid, p. 121.
18
M. Gotor, Ibid.
19
Lettera a Francesco Cossiga, recapitata il 29 marzo 1978, pubblicata sul Corriere della sera, 30 marzo 1978, anno 103, numero 175, p. 1, in M. Clementi, La pazzia di Aldo Moro, Rizzoli Bur 2006 (prima edizione Odradek 2001), pp. 317-318.
20
Ibid, p. 319.
21
Ibid, pp. 319-320. Va detto che di questa posizione di Moro favorevole alla trattativa e allo scambio eventuale di prigionieri durante il sequestro Sossi non si è trovata ad oggi traccia scritta. Al contrario, un suo uomo di fiducia, l’ambasciatore Gianfranco Pompei, risulta aver sostenuto con forza presso la Santa sede la linea della fermezza tenuta dal governo Rumor. Tuttavia ciò non esclude che per prudenza Moro abbia espresso solo verbalmente, come egli stesso scrive nelle lettere, questa linea. Op. cit., Brigate rosse vol 1, pp. 315-324.
22
la Repubblica, p. 1, 18 aprile 1978.
23
Reinterpretare liberamente le parole dell’interlocutore è una prassi frequente nell’attività giornalistica di Eugenio Scalfari: per ben due volte, nel 2014 e nel marzo 2018 il Vaticano ha dovuto seccamente smentire le affermazioni virgolettate attribuite al Pontefice, Jorge Mario Bergoglio (Francesco primo), nel corso di due interviste apparse su la Repubblica che raccoglievano i colloqui intercorsi tra i due. https://www.ilfoglio.it/chiesa/2018/03/29/news/vaticano-smentisce-scalfari-su-inferno-papa-francesco-186903/.
24
E. Forcella, la Repubblica, ottobre 1978.
25
R. N. Gardner, Mission: Italy. Gli anni di piombo raccontati dall’ambasciatore americano a Roma 1977-1981, Mondadori, 2004, p. 213.
26
Per una ricostruzione degli incontri tra Moro e Gardner si veda, M. Clementi, E. Santalena, P. Persichetti, Op. cit., Brigate rosse vol 1, pp. 154-165.
27
R. N. Gardner, Op. cit., p. 169.
28
Gianni Gennari, «Moro, 35 anni tra enigma e tragedia», La Stampa, 5 luglio 2012 in https://www.lastampa.it/2012/07/15/vaticaninsider/moro-anni-tra-enigma-e-tragedia-1Qx9ZKJ2tZzzuDg7ApSeWI/pagina.html.
29
L’Unità, colloquio con Alessandro Natta, «Mettere a frutto le maggiori possibilità di rinnovamento», 12 marzo 1978.
30
G. Pellegrino con G. Fasanella e G. Sestieri, Segreti di Stato, Einaudi, 2000, p. 165.
31
Moro conservava nel suo ufficio documenti classificati della pubblica amministrazione. Dopo la sua morte l’intero archivio venne passato al vaglio da un’apposita commissione di Stato che recuperò i documenti di livello riservato o secretato. Il resto della documentazione venne acquisito dall’Achivio centrale dello Stato. Per un approfondimento sulla questione si veda, Marco Clementi in M. Clementi, P. Persichetti, E. Santalena, Brigate rosse, Op. cit. pp. 257-265.
32
Subito Dopo il sequestro si attivarono le procedure di verifica sul grado di conoscenza da parte di Aldo Moro rispetto ad eventuali segreti Nato. L’accertamento che venne fatto condusse ad un esito negativo, in proposito si veda M. Clementi, P. Persichetti, E. Santalena, Brigate rosse vol. 1, Op. cit., pp. 257-260 e Acs, Migs, b. 23 C parte A, dispacci Mae, f. 18 cartella I e ivi, b. 13, «Rischio di sicurezza connesso con il rapimento dell’on. Moro (Sisde)”, 31 marzo 1978. Secondo una testimonianza di Cossiga, Moro, in realtà, era tra i pochi politici, con Taviani e Saragat e Cossiga stesso a sapere della presenza della rete Stay behind.
33
Si vedano in proposito i volumi di M. Gotor, Il memoriale della Repubblica, Einaudi 2011; S. Flamigni, Patto di omertà, Kaos, 2015 e Il quarto uomo del delitto Moro, Kaos, 2018; S. Limiti, S. Provvisionato, Complici. Il patto segreto tra DC e Br, Chiarelettere, 2015. Un ragionamento analogo viene proposto anche dall’ex presidente della seconda commissione Moro, Giuseppe Fioroni, in un volume scritto insieme alla giornalista A. Calabrò, Moro, il caso non è chiuso. La verità non detta, Lindau, 2018.
34
M. Moretti in R. Rossanda e C. Mosca, Brigate rosse una storia italiana, Anabasi (prima edizione), pp. 158-159. 
35
Testimonianza resa da Lauro Azzolini a Paolo Persichetti e Marco Clementi il 18 settembre 2015. Nel corso del processo “Metropoli”, nell’aprile del 1987, Azzolini aveva dichiarato: «Del materiale che era in via Monte Nevoso si pensava di lavorarci per renderlo pubblico accompagnato da una nostra analisi. Il nostro arresto ha bloccato questo lavoro e l’unica cosa prodotta fu l’opuscoletto sulla “Campagna di Primavera” uscito, mi sembra, nella primavera successiva. Si pensava invece di raccogliere tutto il materiale in un libro, magari da far uscire normalmente nelle librerie […]».
36
Per una sintesi della vicenda, M. Clementi, P. Persichetti, E. Santalena, Op. cit., pp. 500-511.
37
Nella base romana di via Palombini 19, situata nel quartiere Aurelio e frequentata anche da Moretti e Triaca, acquistata con il denaro del sequestro Costa nello stesso periodo in cui venne preso l’appartamento di via Montalcini (Colli Portuensi) e via Albornoz (Aurelio), vennero arrestati Gabriella Mariani e Antonio Marini (il secondo tipografo di via Pio Foà). Nella base era stata custodita la macchina Ibm impiegata per comporre il testo della risoluzione del febbraio ’78. La cartellina marrone con documentazione ideologica e originale della «Ds febbraio 1978» trovata nella tipografia proveniva da via Palombini.
38
Testimonianza di Nadia Mantovani resa a Paolo Persichetti il 14 giugno 2015.
39
ACS, Caso Moro, MIGS, b. 20, Testimonianza resa da Franco Bonisoli alla Corte di Assise del processo “Metropoli” il 14-15 aprile 1987.
40
Resti del pannello e della vernice furono trovate nella cantina nel 1990.
41
CM1, vol. LXXVII, p. 108 (dichiarazioni Bonisoli).
42
Sigla coniata da Lelio Basso e ripresa nei loro testi teorici dalla Brigate rosse.
43
Per una analisi dettagliata della memoria difensiva di Moro si rinvia a F. Biscione, Il memoriale di Aldo Moro rinvenuto in via Monte Nevoso a Milano, Coletti, Roma, 1993 e M. Clementi, La “Pazzia” di Aldo Moro, Rizzoli, Milano, 2006.
44
Una ricostruzione delle anticipazioni giunte a la Repubblica si trova in M. Gotor, Op. cit., pp. 95-113.
45
Ibid. p. 103.
46
Dopo una inchiesta di quattro puntate apparsa sul Tg1, tra il 28 giugno e il 2 luglio 1990, il primo agosto il presidente del consiglio Andreotti fece delle ammissioni sulla presenza della rete Stay behind alla Camera e il giorno successivo davanti alla commissione stragi. Il 18 ottobre fece pervenire alla commissione un testo che ne documentava la nascita. 
47
Soltanto nel 2017 il memoriale difensivo e le lettere scritte da Moro in via Montalcini sono state inserite nell’opera omnia dello statista democristiano, riconoscendone appieno, seppur con un grave ritardo, l’autenticità e l’importanza storica, politica ed etica. https://www.quirinale.it/allegati_statici/moro_edizioni-opere/renato-moro_intervento.pdf.
48
Si veda in proposito il lavoro di F.M. Biscione, Il memoriale di Aldo Moro rinvenuto in via Monte Nevoso a Milano, Coletti, Roma, 1993, p. 20. La classificazione condotta da Biscione, che scrive di un documento A (le fotocopie del manoscritto), e di un documento B (il dattiloscritto da esse derivato), non è condivisa da altri studiosi che distinguono le fotocopie del manoscritto dal manoscritto originario, poiché a loro avviso sarebbero intervenute al momento del ritrovamento, o in precedenza per opera dei brigatisti stessi, delle manipolazioni e censure. Analogo ragionamento andrebbe condotto per il dattiloscritto. Secondo Miguel Gotor sarebbe esistito un testo originario più ampio, un «ur-memoriale» nel quale sarebbero stati presenti alcuni temi poi censurati: il golpe Borghese, la fuga del nazista Kappler, il cosiddetto “lodo Moro”, M. Gotor, Il memoriale della repubblica, Op. cit.
49
Anche l’’impiego di penne con inchiostro di diverso colore e il loro utilizzo alternato, Bic blu e nera o Tratto Pen nera e blu, ha dato adito a suggestive ricostruzioni come quella di M. Mastrogregori, La lettera blu. Le Brigate rosse, il sequestro Moro e la costruzione dell’ostaggio, Ediesse 2012, dove si ipotizza un uso finalizzato del colore per identificare le parti di testo modificate su richiesta dei brigatisti.
50
Le Br osservavano con attenzione i processi di integrazione europea che si stavano realizzando attorno ai temi della sicurezza e tra questi dell’antiguerriglia, attraverso la creazione di organismi europei integrati come il “Gruppo Trevi”, costituitosi durante la conferenza dei ministri dell’Interno tenutasi il 29 giugno 1976, quando furono approvati i termini politici della collaborazione per la lotta al terrorismo.
51 F.M. Biscione, Op. cit., pp. 90-92.
52 Si veda in proposito il lavoro di G. Pacini, Le altre Gladio, Gladio: La lotta segreta anticomunista in Italia. 1943-1991, Einaudi, 2014.
53 G. De Lutiis, Il lato oscuro del potere. Associazioni politiche e strutture paramilitari segrete dal 1946 a oggi, Editori Riuniti, Roma, 1996; S. Flamigni, Convergenze parallele. Le Brigate Rosse, i servizi segreti e il delitto Moro, Kaos Edizioni, Milano, 1998; G. Flamini, L’amico americano. Presenze e interferenze straniere nel terrorismo in Italia, Editori Riuniti, Roma, 2005; S. Flamigni, Trame atlantiche, storia della loggia massonica P2, Kaos Edizioni, Milano, 2005; F. Imposimato, S. Provvisionato, Doveva Morire. Chi ha ucciso Aldo Moro. Il giudice dell’inchiesta racconta, Chiarelettere, Milano, 2008.
54 Acss, Tribunale di Milano n. 16461/90, 15 ottobre 1990.
55 La circostanza fornisce una conferma della mancanza di rapporti con i servizi dell’Est. Se questi fosseri stati attivi, infatti, il rferimento fatto da Moro all’addestramento di reparti antiguerriglia da attivare in caso di invasione delle truppe del patto di Varsavia avrebbe suscitato un sicuro interesse ed un ulteriore approfondimento della questione.

L’ex Br Lojacono, «Ho gia scontato in Svizzera 17 anni ma l’Italia non riconosce questa condanna. Sono forse l’unico al mondo ad avere una doppia pena per gli stessi fatti»

 

Intervista esclusiva allo svizzero Alvaro Baragiola-Lojacono, 63 anni, l’uomo con cui Salvini vorrebbe riaprire i conti degli anni di piombo

Fonte Ticinonline

LUGANO/BERNA – Per l’Italia l’orologio della storia è sempre fermo alle 9 del mattino del 16 marzo 1978. Al giorno, cioè, del rapimento del presidente della DC Aldo Moro e Alvaro Lojacono, all’epoca 22enne, è un brigatista latitante all’estero che deve scontare un ergastolo per l’agguato di via Fani.
Per la Svizzera Alvaro Baragiola, che ora ha 63 anni (e da una vita ha preso passaporto e cognome della madre), è un cittadino elvetico. Oggi lavora, ha una famiglia e la sua fedina è pulita dopo aver scontato nel secolo scorso una pena di 17 anni inflittagli per analoghi fatti di sangue (già inclusi nella sentenza Moro1-bis).
A riaprire vecchie cicatrici è stato l’arresto e l’estradizione dalla Bolivia a Roma di un protagonista minore degli anni di piombo, Cesare Battisti. Ma tanto è bastato per far ripartire la caccia ai riparati oltre confine. Mediatica soprattutto. E non solo, come spiega in esclusiva per Ticinonline/20Minuti e dopo quasi vent’anni di silenzio, l’uomo finito nel mirino di Matteo Salvini & Co.

Anche la Lega dei ticinesi ha invitato il Governo federale a consegnarla alle autorità italiane.  Come valuta lei questa richiesta?
Per cominciare tengo a precisare che l’Italia NON ha MAI chiesto la mia estradizione alla Svizzera (il fatto è accertato dalla sentenza del Tribunale federale del 9 aprile 1991), ed una “consegna” come la richiede la Lega equivarrebbe a una deportazione alla boliviana, che la Confederazione non prevede.

Lei ha scontato una pesante condanna in Svizzera per fatti che le sono imputati in Italia, ma sembra che le autorità italiane non ne tengano conto. Perché?
L’Italia non riconosce, né può riconoscere, la carcerazione sofferta in Svizzera per gli stessi fatti e reati perché non solo non ha chiesto alla Svizzera l’estradizione, ma neppure ha chiesto alla Confederazione di processarmi in Svizzera.

Ci risulta però che, nel 2006, l’Italia presentò alla Confederazione una richiesta di exequatur, cioè di esecuzione in Svizzera delle condanne italiane…
È vero, però la richiesta italiana riguardava solo la sentenza del processo Moro 4 – invece della decisione giudiziaria di cumulo delle pene dei diversi processi – e non garantiva che, una volta eseguita  la pena in Svizzera, il paese richiedente l’avrebbe pienamente riconosciuta come scontata. Il rischio era che, una volta eseguita in Svizzera, l’Italia avrebbe poi proceduto per farla valere o eseguirla di nuovo, cosa illegale ma non sorprendente, o avrebbe chiesto l’esecuzione ulteriore delle altre condanne. Per questo motivo la richiesta italiana fu respinta dai giudici del Canton Berna.

Per quale motivo le autorità italiane (i diversi governi che si sono succeduti) hanno scelto di non chiedere l’estradizione e poi in caso di rifiuto il processo in via sostitutiva?
Questo bisognerebbe chiederlo a loro.  Io non lo so e posso solo fare delle ipotesi, forse l’Italia non ha voluto che uno stato straniero mettesse il naso nel processo Moro. Sarebbe comprensibile. Qualunque sia la ragione non sono le autorità svizzere, né una mia presunta opposizione, ad aver creato l’impasse attuale.

Come si spiega questa “storia sospesa”?
Forse perché è più facile non fare nulla e sbraitare contro la Svizzera e il sottoscritto; su un “latitante” si può dire qualsiasi cosa perché non è in condizione di difendersi, vengono addirittura qui con telecamere nascoste, figuriamoci. O forse perché il dossier dell’exequatur è stato affidato a qualche funzionario cialtrone e incompetente; non lo so, ma è evidente che il problema sta da quella parte.

E se l’Italia presentasse una richiesta di exequatur corretta e completa (cioè per tutte le condanne italiane cumulate), con la garanzia che l’Italia non precederà più per gli stessi fatti. Lei come reagirebbe?
Sono passati 40 anni e l’Italia si è sempre mossa in una logica di vendetta, come si è ben visto anche nel caso Battisti, e non ha mai rinunciato a un quadro giuridico d’eccezione. In una giustizia normale la “certezza della pena” vale anche per il detenuto: io sono stato scarcerato quasi venti anni fa, e sto ancora come prima dell’arresto, senza sapere se un giorno o l’altro mi riarrestano o mi riprocessano per qualcosa.  Se ora l’Italia decidesse di muoversi con una richiesta come quella che ipotizza, io l’accetterei senza obiezioni, almeno metteremmo la parola fine a questa vicenda.

Sta dicendo che accetterebbe l’ergastolo che un giudice svizzero, secondo le sentenze italiane, le dovrebbe infliggere?
Sì.

Ripensa spesso a quel mattino in via Fani?
Ogni volta che il tema è rilanciato dai media associandolo al mio nome ricevo insulti e minacce. È una pena supplementare, non ci posso fare niente. Ci sono memorie collettive diverse ed in conflitto tra loro, e nessuna sarà mai condivisa da tutti. Entriamo nel cinquantenario del lungo ’68, dopo mezzo secolo si dovrebbe poter trattare le cose storicamente, ma non è così, sembra che i fatti siano avvenuti ieri.

Cosa contesta nella lettura odierna dei fatti di allora?
All’epoca, erano passati 30 anni dalla fine della guerra e dei suoi drammatici strascichi di guerra civile, ma quella era già storia, nessuno lanciava stagioni di caccia grossa agli “impuniti”. Ho avuto un contatto con l’ultima commissione parlamentare italiana sul caso Moro, che ha purtroppo mancato l’occasione, scegliendo di dedicarsi alla ricerca di complotti.

Cosa ha detto a questi commissari?
Quello che penso, e che dico a chiunque – pur evitando di farlo in pubblico, perché so quanto l’apparizione anche solo di una foto possa irritare i parenti delle vittime. C’è stata una “linea della fermezza” lanciata dal PCI al tempo del sequestro Moro, continuata poi con le leggi d’emergenza e con la politica della vendetta, che in questi giorni ha raggiunto livelli impensabili con l’esibizione del detenuto-trofeo. Una catena che neppure la commissione ha voluto interrompere, lasciando la verità nella palude del sospetto.

Dunque resta un tema tabù?
Non vedo perché parlare con chi mi considera ancora oggi terrorista e nemico pubblico. Che non sono. Ma non è un tabù, ne parlo con storici e ricercatori con cui si può discutere, solo lontani dalla propaganda e dalle fake-news si può ritrovare un senso storico.

16 marzo 1978, un gruppo di operai e precari rapisce Moro. Erano le Brigate rosse

A quarant’anni di distanza nell’immaginario riprodotto dalle narrazioni complottiste la mattina del 16 marzo 1978 via Fani appare un luogo spettrale presidiato dai servizi segreti, un segmento di città privo di vita urbana dove si aggirano misteriose presenze. Eppure la documentazione storica in nostro possesso ci dice che la realtà di quella mattina è molto diversa. Intorno alle nove, in quel piccolo quadrante residenziale di Roma transitavano numerosi passanti e in strada circolavano diversi veicoli, tanto che alle varie fasi dell’azione brigatista, avvicinamento, assalto e sganciamento, assistono da posizioni diverse più di trenta testimoni. Nella stragrande maggioranza confermano la ricostruzione fatta dai militanti delle Brigate rosse che vi parteciparono. Di seguito il racconto di quella mattina ripreso dal capitolo 6 del libro, Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera, Derviveapprodi, marzo 2017


da
Campagnadiprimavera.wordpress.com

Br frontaleEra ancora l’alba quando a Roma, il 16 marzo del 1978, un gruppo di dieci brigatisti si immerse nel traffico per raggiungere il luogo dell’appuntamento. Si trattava di un contadino, un tecnico, un assistente di sostegno, un artigiano, uno studente, due disoccupati, un commerciante e due operai. Appartenevano alle Colonne di Roma, Milano, Torino ed erano intenzionati a compiere un’azione armata senza precedenti: il rapimento di Aldo Moro come massima esemplificazione dell’«attacco al cuore dello Stato». L’appuntamento era all’incrocio tra via Mario Fani e via Stresa. Il piano prevedeva l’annientamento della scorta di Moro composta da tre poliziotti e due carabinieri: gli agenti Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e il caposcorta Francesco Zizzi, il maresciallo Oreste Leonardi e l’appuntato Domenico Ricci (1).
Tutto era stato meticolosamente pianificato in mesi e mesi di preparazione. Quel commando di dieci militanti, di età compresa tra i 20 e i 32 anni, diede prova di una notevole determinazione nel condurre a termine un’operazione che segnò la storia del Paese, un’operazione il cui investimento economico, per paradosso, non superò le 700.000 lire, appena l’equivalente di tre salari di allora di un operaio metalmeccanico (2).

La pianificazione
Una brigatista posizionata nella parte alta di via Fani avrebbe dovuto segnalare l’arrivo del convoglio di Moro alzando un mazzo di fiori per poi allontanarsi dal luogo. Di conseguenza un altro brigatista, fermo con la sua auto poco dopo l’incrocio con via San Gemini si sarebbe immediatamente mosso con la sua auto per posizionarsi davanti all’automobile che trasportava Moro e a quella della scorta che seguiva. Allo stop con via Stresa si sarebbe normalmente fermato. In quel momento altri quattro brigatisti divisi in due sottonuclei sarebbero entrati in azione sparando di sorpresa per eliminare gli agenti che proteggevano Moro. Mentre una brigatista tra via Stresa e via Fani doveva bloccare l’accesso al luogo dell’assalto (il «cancelletto inferiore»), un altro brigatista doveva entrare a marcia indietro da via Stresa in via Fani per caricare l’ostaggio. Gli ultimi due dovevano chiudere via Fani nella parte alta, operando il cosiddetto «cancelletto superiore», per tenere lontano dall’azione chiunque fosse sopraggiunto. I sottonuclei del gruppo di fuoco avevano compiti prestabiliti: il primo doveva colpirei carabinieri che accompagnavano Moro, il maresciallo Leonardi, ritenuto pericoloso per la sua esperienza, e l’autista, l’appuntato Ricci. Il secondo sottonucleo doveva attaccare la scorta della Pubblica sicurezza che occupava la seconda auto (Zizzi, Iozzino e Rivera). Contemporaneamente, il conducente della macchina ferma allo stop sarebbe sceso per rinforzare il «cancelletto inferiore». Alla fine della sparatoria i brigatisti avrebbero prelevato Moro e lasciato immediatamente la zona su tre auto dirette in una stessa direzione. La macchina ferma allo stop sarebbe stata abbandonata all’incrocio della sparatoria assieme a una quinta vettura dell’organizzazione, che serviva come riserva, parcheggiata poco più avanti su via Stresa.

Il primo progetto
In un primo momento le Brigate rosse avevano pensato di prelevare Moro all’interno della chiesa di Santa Chiara, in piazza dei Giochi Delfici. Il piano, «al quale era molto affezionato Morucci» (3), venne scartato perché il rischio di innescare un conflitto a fuoco in una zona che vedeva la presenza di una scuola elementare venne considerato troppo alto. La scorta infatti mostrava di essere molto vigile e reattiva quando Moro era fuori dalla sua macchina. Durante l’inchiesta una delle militanti dell’organizzazione che poi partecipò all’azione di via Fani si era introdotta nella luogo di culto fingendo di essere una devota recatasi a pregare. Inginocchiata a pochi passi dal Presidente del Consiglio nazionale della Dc aveva potuto osservare il comportamento degli agenti che proteggevano Moro. Abbandonati i banchi di preghiera per guadagnare l’uscita si era accorta che il poliziotto posizionato all’entrata della chiesa aveva subito portato la mano alla pistola. Agendo in quel luogo difficilmente i brigatisti avrebbero potuto avvalersi dell’effetto sorpresa.
Anche se misero da parte il piano iniziale, come vedremo più avanti i brigatisti preservarono lo stesso criterio che aveva ispirato la loro prima ipotesi di via di fuga: la scelta di un itinerario fuori dalle vie principali, su strade utilizzate solo dal traffico locale o addirittura private. Lo sganciamento sarebbe dovuto avvenire percorrendo via Riccardo Zandonai, una via chiusa da un condominio con due cancelli e una zona interna carrabile, che avrebbe permesso alle auto del commando di scomparire dalla vista, arrivando dopo il secondo cancello fino all’imbocco con via della Camilluccia, «a circa cinquanta metri dal largo tra il Cimitero Francese e via dei Colli della Farnesina», e da qui arrivare successivamente in via Trionfale, percorrendo un itinerario opposto a quello, ritenuto prevedibile, di eventuali inseguitori (4).

Via Fani, una vecchia conoscenza (il progetto di attentato a Pino Rauti)
Il punto stradale successivamente scelto per l’azione, l’incrocio tra via Fani e via Stresa, era conosciuto da due militanti della Colonna romana presenti la mattina del 16 marzo 1978 che avevano avuto modo di studiarlo poco meno di quattro anni prima in occasione di una inchiesta condotta contro Pino Rauti, figura di spicco della destra neofascista della capitale. Nel giugno del 1974 un gruppo di militanti provenienti da Potere operaio romano e che avviava i primi passi verso la lotta armata, meditava di compiere un attentato contro Rauti. L’azione era stata concepita come rappresaglia perla strage compiuta il 28 maggio precedente in piazza della Loggia a Brescia, nel corso di una manifestazione antifascista indetta dai sindacati e dal locale Comitato antifascista, che costò la vita ad 8 persone e ne ferì 102 (5). L’esponente missino abitava in via Stresa, a ridosso dell’incrocio con via Fani, tanto che il 16 marzo 1978 fu tra i primi a telefonare al centralino della questura per dare l’allarme: alle 9.15 dichiarò di aver sentito alcune raffiche di mitra e visto due uomini in divisa da ufficiali dell’aeronautica e una Fiat 132 blu allontanarsi dal luogo dell’agguato (6). Osservando i movimenti di Rauti, il gruppo aveva notato che quando lasciava la propria abitazione percorreva via Stresa nel breve tratto che si immette su via della Camilluccia, dove a causa di uno stop la sua automobile era costretta a sostare. Di fronte allo stop, sul lato opposto della via, era fissato un grosso cartellone pubblicitario dietro al quale uno del gruppo si sarebbe appostato con un fucile di precisione Sig Sauer. L’attacco, preparato nei minimi dettagli, era giunto fino alla fase operativa ma il giorno previsto, arrivato sul luogo di raduno nel quartiere Prati, il responsabile militare del commando informò gli altri componenti che l’azione era stata annullata. Non sappiamo quanto l’inchiesta del 1974 abbia significato nell’economia del piano per rapire Moro, ma è un fatto che gli esponenti della Colonna romana erano già pratici della zona.

La preparazione

Schizzo Moretti

Schizzo di Mario Moretti

Nel pomeriggio del 15 marzo 1978 vennero disposte lungo la via di fuga prescelta le vetture necessarie per effettuare il cambio macchine, più i due furgoni previsti per i trasbordi del rapito. Il furgoncino 850 Fiat color beige con doppio portellone laterale (per fare fronte a ogni evenienza e caricare il rapito da ambo i lati), pensato per il primo trasbordo da effettuare in piazza Madonna del Cenacolo, fu rubato da Bruno Seghetti in piazza dell’Orologio (Morucci nel suo “Memoriale” commette un errore di memoria e parla di piazza San Cosimato, luogo dove invece fu lasciato dopo l’azione). Tale furgone venne parcheggiato in via Bitossi, angolo via Bernardini, strada che taglia trasversalmente via dei Massimi. Si tratta di un quadrante tuttora estremamente appartato e tranquillo con circolazione prevalentemente locale. La Citroën Dyane azzurra che doveva aprire la strada al furgoncino Fiat 850 con a bordo Moro fu parcheggiata sul lato sinistro di via dei Massimi, dopo l’incrocio con via Bitossi. Il furgone previsto per il secondo trasbordo, probabilmente un Fiat 238 di colore chiaro, fu parcheggiato nella seconda parte della via di fuga, in zona Valle Aurelia, in uno slargo tra le vie Moricca, via Gaudino e via Vitelli. Anche le due Fiat 128 (una bianca ed una blu) furono lasciate in via Fani nel pomeriggio precedente l’azione, ciò perché si sarebbe corso il rischio di non poterle mettere nella giusta posizione la mattina successiva (7). La sera del 15 marzo furono distribuiti i giubbotti antiproiettile, i soprabiti da pilota, le mostrine, i berretti e le armi (8). Seghetti e Fiore si recarono sotto l’abitazione del fioraio Antonio Spiriticchio, in via Brunetti 42, per squarciare le gomme del suo furgone Ford Transit e impedirgli così di essere presente in via Fani, nei pressi dell’angolo con via Stresa al momento dell’azione. La Braghetti, in attesa nella base di via Montalcini che sarebbe diventata la prigione di Moro, ha scritto che non le era stato comunicato alcun piano di riserva:

«[…] sapevo solo che dovevo restare a casa, e tenermi pronta. Però avevo intuito che, nel caso di un esito parzialmente disastroso per noi, qualcuno, Valerio Morucci o Bruno Seghetti, avrebbe caricato Moro su una macchina e l’avrebbe portato in un altro appartamento dell’organizzazione, meno sicuro del nostro ma comunque “coperto” abbastanza per reggere un giorno e una notte. La mattina dopo avrebbero recuperato me in ufficio, dove mi era stato detto di tornare in qualunque circostanza, e Moro sarebbe infine arrivato dove ora si trovava .Una volta nascosto Moro, un compagno dell’esecutivo brigatista sarebbe arrivato a riempire i posti rimasti vacanti» (9).

La base di riserva
In effetti, un piano del genere esisteva. La base era quella di via Chiabrera 74 (soprannominato “l’Ufficio”), l’appartamento dove durante il sequestro si tennero tutte le riunioni di Colonna (10).

L’avvicinamento
I brigatisti giunsero in via Fani per strade diverse. L’Autobianchi A112 con cui Morucci e Bonisoli si recarono sul posto fu presa dopo un cambio macchina nella zona retrostante il mercato di via Andrea Doria, dove erano giunti partendo dalla base di via Chiabrera a bordo di una 127 (11). La A112, lasciata senza persone a bordo, serviva come mezzo di riserva nel caso fosse sorto un problema con le altre autovetture previste per lo sganciamento. La Fiat 128 Giardinetta bianca con targa diplomatica fu portata da Moretti e Balzerani intorno alle 7.00 (12). Usciti dalla base di via Gradoli passarono davanti all’abitazione di Moro per accertarsi che la scorta fosse sul posto, quindi l’auto venne parcheggiata con Moretti alla guida «sulla destra di via Fani subito dopo via Sangemini, venendo da via Trionfale e con il muso dell’auto in direzione dell’incrocio con via Stresa» (13). Da quel punto di osservazione l’ingresso in via Fani è visibile perché dopo via Sangemini la strada va in discesa. Sulla Fiat 132 blu che avrebbe portato via Moro giunsero Seghetti e Fiore provenienti dalla base di Borgo Pio. L’auto era stata rubata nei giorni precedenti tra via Cola di Rienzo e via Crescenzio. Fiore scese prima e Seghetti posizionò la 132 in via Stresa sull’angolo sinistro, a qualche metro dall’incrocio di via Fani, di fronte al bar Olivetti, con la posizione di guida rivolta verso l’alto di via Stresa, pronto a portarsi con una manovra di retromarcia accanto alla Fiat 130 di Moro. Dopo le prime raffiche riuscì a vedere Morucci intento a disinceppare il mitra e l’autista della Fiat 130 che tentava con ripetute manovre di trovare un varco, quindi scorse la raffica mortale (14). La Fiat 128 bianca con Casimirri al volante e Loiacono al suo fianco era posizionata sul lato destro di via Fani, poco più avanti della Fiat 128 targata Corpo diplomatico, con la direzione di guida rivolta verso il basso della via in modo da poter attivare la posizione di «cancelletto superiore» al momento dell’attacco (15). I due erano irregolari e arrivarono separatamente sul luogo con i mezzi pubblici. La Fiat 128 blu si trovava sul lato destro di via Fani, nella parte bassa, in prossimità dello stop «superato l’incrocio con via Stresa e in direzione contraria, con il muso dell’auto rivolto verso la direzione di provenienza delle auto di Moro» (16). Al suo interno c’era la Balzerani, pronta a uscire appena scattata l’azione per attivare il «cancelletto inferiore». Anche Gallinari arrivò sul posto con i mezzi pubblici. Da rilevare che per l’attacco e il primo allontanamento furono impiegate solo autovetture italiane di marca Fiat, più una eventuale di scorta modello Autobianchi. Dal momento del trasbordo in piazza Madonna del Cenacolo le vetture impiegate nel proseguimento dell’operazione, fatta eccezione per i furgoni che non erano in via Fani, sarebbero state solo modelli francesi: una Citroën Dyane e una Ami 8. La cosa fu pensata per depistare possibili segnalazioni di testimoni.

L’attacco
Via Fani, poco dopo le 9.00. «Marzia» (nome di battaglia di Rita Algranati) vide giungere le due macchine con Moro e la scorta (una Fiat 130 e un’Alfa Romeo). Segnalò ai suoi compagni l’arrivo dell’obiettivo con il gesto convenuto – il movimento di un mazzo di fiori – e lasciò la sua postazione su una Vespa 50. «Maurizio» (Mario Moretti) si immise come previsto con la sua auto (una Fiat 128 Giardinetta con targa Corpo diplomatico) nella careggiata, ponendosi alla testa del convoglio di Moro nel frattempo sopraggiunto. Scendendo lungo via Fani si trovò davanti una Fiat 500 che procedeva lentamente. Prima che le macchine del convoglio, abituate a viaggiare a velocità sostenuta, decidessero di superare entrambi, «Maurizio» effettuò la manovra di sorpasso e lo stesso fecero le due auto di Stato. Quel gesto forse facilitò la riuscita dell’azione: la naturalezza di quel sorpasso ingannò la scorta, fugando il sospetto sulla vera funzione che la Giardinetta avrebbe svolto qualche attimo dopo. L’effetto sorpresa fu determinante (17). Giunto allo stop «Maurizio» si fermò, così come fecero la Fiat 130 e l’Alfa Romeo. Immediatamente i quattro brigatisti in attesa, «Matteo» (Valerio Morucci), «Marcello» (Raffaele Fiore), «Giuseppe» (Prospero Gallinari) e «Luigi» (Franco Bonisoli) aprirono il fuoco, mentre la brigatista addetta al «cancelletto inferiore», «Sara» (Barbara Balzerani) fermava con il mitra una Fiat 500 appena sopraggiunta dalla parte bassa di via Fani guidata, lo si seppe poi, dal poliziotto Giovanni Intrevado, in quel momento fuori servizio. Contemporaneamente, sulla parte alta della via veniva formato il «cancelletto superiore»: «Camillo» (Alessio Casimirri) e «Otello» (Alvaro Loiacono) – che si era calato un sottocasco del tipo «mephisto» sul volto perché in passato era stato arrestato e il suo viso era fotosegnalato – bloccavano con una Fiat 128 ogni accesso armati di un fucile M1 Winchester. I primi spari colpirono l’autista dell’Alfetta che fece un balzo in avanti andando a tamponare la 130. L’appuntato Ricci, alla guida della 130, cominciò a suonare all’auto di «Maurizio» ferma davanti alla sua affinché ripartisse. Nel frattempo il mitra che doveva sparare a Ricci si inceppò (18), così come si inceppò anche l’altro che pochi istanti prima aveva ucciso il maresciallo Leonardi. Ricci ebbe il tempo di tentare una disperata manovra per portare in sicurezza la macchina, cercando di passare alla destra della 128. Per ostacolare quel tentativo «Maurizio», invece di scendere dall’auto come previsto per rafforzare il «cancelletto inferiore», rimase sull’auto premendo il piede sul freno e impedendo così alla 130 di forzare la morsa nella quale era finita. Poi anche Ricci venne raggiunto da alcuni colpi. Nel frattempo si inceppò anche un terzo mitra che stava sparando contro l’Alfetta e ciò permise a un componente della scorta, l’agente Iozzino, probabilmente già ferito, di scendere e tentare una reazione. Sparò verso un brigatista, ma venne ripetutamente colpito e cadde (19). Quando gli spari cessarono, «Maurizio» scese dalla 128 e prelevò Moro insieme a Matteo dalla 130 (secondo il piano doveva essere solo «Matteo» a farlo) trasferendolo poi nell’auto giunta in retromarcia da via Stresa guidata da «Claudio» (Bruno Seghetti) (20).

Da quel momento cominciò la seconda fase dell’operazione, la fuga, la cui pianificazione era stata affidata alla Colonna romana che aveva elaborato un itinerario fuori dagli assi di circolazione principali, su strade poco trafficate, viottoli, vie private.

1/continua

Note

1 Il maresciallo Oreste Leonardi, l’appuntato Domenico Ricci, gli agenti Raffaele Iozzino e Giulio Rivera morirono in via Fani. Il capo scorta Francesco Zizzi fu ricoverato in ospedale gravemente ferito, ma spirò alle 12.35 al Policlinico Gemelli. Si veda il referto medico in Commissione Moro 1, vol. 30, p. 327, f.to Giuliano Pelosi. Mario Moretti, Bruno Seghetti e Barbara Balzerani hanno ricostruito con gli autori del libro i momenti del sequestro nel corso di una serie di conversazioni tra il 2010 e il 2016.

2 Valerio Morucci, Memoriale Morucci, ACS, MIGS, busta 20, p. 34: «Il costo dell’azione di via Fani, escluso il costo dell’appartamento di via Montalcini, già in dotazione delle Brigate rosse, può farsi ammontare a circa700.000 lire. Esso risulta in parte dal biglietto, ritrovato in via Gradoli intestato a Fritz. In quel biglietto sono riportate le spese effettuate per le sirene, le tronchesi, le borse, gli impermeabili, i berretti e il resto necessari all’azione». Fritz era il nome convenzionale per indicare Moro tra coloro che si occuparono del sequestro.

3 Barbara Balzerani, colloquio con gli autori.

4 Ecco il racconto dettagliato del piano fatto da Valerio Morucci, Memoriale, op. cit., p. 22: «La macchina con Moro e quella di appoggio avrebbe dovuto percorrere via Zandonai che è una strada senza uscita (o meglio che ha un fondo cieco dopo una o due traverse laterali). In fondo a via Zandonai c’è un complesso residenziale con una porta metallica a scorrimento elettrico che consentiva il passaggio all’interno del complesso e lo sbocco successivo in via della Camilluccia, a circa cinquanta metri dal largo tra il Cimitero Francese evia dei Colli della Farnesina. Per l’accesso al residence era stata fatta una chiave falsa, ricavata da una chiave di lucchetto del telefono. La chiave serviva ad aprire la porta automatica del residence. Una volta superato, con le due auto, l’ingresso del residence dalla parte di via Zandonai, il cancello si sarebbe richiuso automaticamente impedendo il passaggio degli inseguitori, e si sarebbe arrivati (una volta usciti dall’altro cancello del residence), percorrendo via della Camilluccia, in via Trionfale; in una direzione opposta a quella prevedibile (da parte di eventuali inseguitori, e che sarebbe dovuta logicamente essere) via Zandonai, via del Nuoto, via Nemea, proseguendo fino a ponte Milvio».

5 Colloquio con Bruno Seghetti, 3 maggio 2016. Si tratta di quell’area politica che nei mesi successivi avrebbe dato vita a sigle come Fca (Formazioni comuniste armate) e Lapp (Lotta armata per il potere proletario) che operavano all’ombra del Comitato comunista centocelle (Cococe).

6 In una interrogazione parlamentare, la n. 3-02549, depositata il 17 marzo 1978 presso la Camera dei deputati, Pino Rauti riferiva di essere stato testimone oculare dopo la sparatoria della ««fuga» di un’auto ad altissima velocità lungo via Stresa, auto sulla quale poi – come subito dopo si è appreso – era stato «caricato» l’onorevole Moro», per poi lamentare la difficoltà riscontrata nel riuscire a mettersi in contatto con il 113 e la sala operativa della questura, intasate dalle numerose chiamate che pervenivano in quel momento.

7 Sulla Fiat 128 blu Valerio Morucci fornisce una versione diversa, come si può leggere più avanti, V. Morucci, Memoriale, cit., p. 27.

8 Ivi, p. 28, «Ogni componente del nucleo arrivò in via Fani munito dell’arma da fuoco personale e del mitra. Ai due irregolari partecipanti all’azione le armi furono consegnate la mattina stessa del 16 marzo (da Seghetti)». Versione confermata anche dagli altri componenti dell’azione.

9 Anna Laura Braghetti con Paola Tavella in, Il prigioniero, Feltrinelli 2003 (prima edizione Mondadori1998), pp. 8-9.

10 Colloquio di Bruno Seghetti con gli autori.

11 Si veda in particolare la ricostruzione di Valerio Morucci: «Ci siamo spostati con la 127 bianca, che era inmia dotazione, con targa e documenti duplicati da un’auto appartenente ai servizi commerciali della Sip. I primi numeri di targa erano R2… Con questa auto arrivammo nella zona retrostante il mercato di via Andrea Doria. Qui lasciata la 127, prendemmo la A 112 con la quale ci recammo direttamente in via Stresa»; V. Morucci, op. cit., p. 27.

12 Valerio Morucci riferisce una versione contrastante corretta da Balzerani: «Il n. 1 (Moretti) arrivò in via Fani con la Fiat 128 blu assieme a Barbara Balzerani e risalì a piedi, senza fare alcun cenno e senza dare a vedere di conoscere gli altri, tutta via Fani controllando che tutti i componenti del nucleo fossero presenti»; Valerio Morucci, Memoriale, p. 27.

13 Barbara Balzerani, colloquio con gli autori.

14 Dichiarazioni di Bruno Seghetti agli autori.

15 Dichiarazioni di Bruno Seghetti agli autori. Una ricostruzione analoga viene fatta da Valerio Morucci, Memoriale, p. 29.

16 Le commissioni parlamentari d’inchiesta, compresa l’ultima, per spiegare il successo dell’attacco brigatista hanno a nostro giudizio sopravvalutato l’effetto del volume di fuoco proveniente da uno dei quattro mitra, l’ultimo in alto, nonostante l’imprecisione dei colpi da esso sparati. La circostanza, è stato ipotizzato, dimostrerebbe la presenza nel commando di un tiratore professionista, un «superkiller», la cui identità di volta in volta è stata attribuita ai Servizi, alla criminalità organizzata o alla Raf (Rote Armee Fraktion) tedesca. Il fatto che nella fase conclusiva dell’attacco, quando i primi tre brigatisti avevano cessato il fuoco, il quarto componente del sottonucleo superiore abbia aggirato il retro dell’Alfetta, portandosi sulla parte destra di via Fani, dove ha continuato a esplodere colpi con la sua pistola, ha fatto ipotizzare anche la presenza di un quinto sparatore addirittura «addestrato al tiro incrociato». Al contrario, elementi quali l’effetto sorpresa, il camuffamento della Fiat 128 Giardinetta con targa diplomatica che ha bloccato lo stop, la mimetizzazione dei quattro uomini del nucleo di fuoco sono stati sottovalutati.

17 R. Fiore, L’ultimo brigatista, con A. Grandi, Rizzoli, Milano 2007, p. 121.

18 Una chiazza di sangue venne rinvenuta sul sedile occupato dall’agente.

19 Conversazione degli autori con Mario Moretti tra il 2010 e il 2014. Un disegno dell’azione di via Fani realizzato da Moretti è agli atti della seconda Commissione di inchiesta sul Caso Moro; risale al 2006. Altri tre militanti ebbero un ruolo fondamentale nel sequestro: «Alexandra», (Adriana Faranda), che oltre alle fasi preparatorie, all’«inchiesta» e al logistico, fu insieme a Morucci la «postina» che recapitò i Comunicati dell’organizzazione e le lettere di Moro; «Camilla» (Anna Laura Braghetti), intestataria dell’appartamento di via Montalcini 8 nel quale venne imprigionato Moro nei 55 giorni del sequestro e «Gulliver» (Germano Maccari), il «quarto uomo» che prese parte alla logistica del sequestro, presidiò l’appartamento durante i 55 giorni interpretando il ruolo di marito della Braghetti, e prese parte alla esecuzione del presidente Dc nel garage dell’abitazione.

20 Dichiarazioni di Bruno Seghetti agli autori.