Muro di Berlino, i guardiani delle macerie

Alla fine la rifondazione… del muro ha sostituito quella del comunismo. La deriva nostalgica e neocarrista di quel po’ che resta della sinistra partitica

Paolo Persichetti
Liberazione
18 dicembre 2008

In Grecia soffia da giorni un vento insurrezionale, come ha titolato le Monde. Le cancellerie europee tremano all’idea che la ribellione possa espandersi oltre i confini ellenici. In Francia, spiegava nei giorni scorsi Libération, i vertici istituzionali seguono con trepidazione la situazione temendo quello che i sociologi dell’azione collettiva chiamano «effetto mimetico»: ovvero una nuova possibile Intifada delle banlieues più intensa del 2005. La paura del contagio s’aggira come uno spettro per l’Europa. Polizie e intelligence scrutano ogni più piccolo segnale d’insofferenza sociale lì dove rabbia, insoddisfazione e indignazione covano in attesa dell’innesco che le faccia esplodere contro condizioni d’esistenza sempre più disagevoli e precarie, con redditi che – quando esistono – perdono quotidianamente potere d’acquisto. caduta-muro-berlino-21Tutt’intorno, come un virus, la bancarotta del capitalismo finanziario si riversa sull’economia reale. Falliscono grandi banche e agenzie di rating. Gli Stati devono mettere mano alle riserve e iniettano denaro pubblico per sostenere l’economia. Intanto precipita la produzione, si fermano le fabbriche: cassa integrazione e mancato rinnovo dei contratti a termine colpiscono centinaia di migliaia di lavoratori. Nel giro di pochi mesi 30 anni di apologetica neoliberale, di déregulation e monetarismo sono finiti in soffitta a fare i conti con la critica dei topi. In Francia, come in Italia, importanti movimenti di studenti, insegnanti e genitori hanno bloccato i progetti di riforma dei sistemi scolastici che avrebbero inciso pesantemente sull’economia delle famiglie e sul futuro dei giovani. A riprova che la lotta paga. E cosa accade dentro il partito della rifondazione comunista e sulle pagine del suo giornale? Che uno scenario del genere non suscita appassionate discussioni, non intrìga, non stimola, non scatena fiumi di lettere o articoli, nonostante la redazione faccia – con i suoi pochi mezzi – uno sforzo notevole per raccontare tutto ciò. Arrivano al contrario interventi, come al solito un po’ lamentosi e risentiti, che parlano d’altro: di tessere, d’immagini effigiate su pezzi di carta, roba da «burocrazia partitica» ci avrebbero spiegato Robert Michels e Max Weber, per non scomodare il povero Marx. L’immaginario politico non s’investe sulla realtà, sulla vita che scorre attorno a noi e ci dice cose importanti, ma sull’autoreferenzialità organizzativa, su vuote pulsioni identitarie, cioè se una tessera debba o no portare l’immagine di un muro che crolla. Ma chi se ne frega! Verrebbe da rispondere. L’episodio si carica di una densità simbolica decisiva, paradigmatica. Psicodrammi di un partito…. sempre più sterile. Le lotte stanno fuori, la società si muove… per tutta risposta c’è chi si chiude dentro sigillando le finestre per paura che gli spifferi del movimento reale disturbino le manovre d’apparato, tra cui l’assalto alla diligenza del giornale, perché alcuni, purtroppo, sono convinti che il «nemico è tra di noi»… E così le sorti del nostro futuro sembrano tutte racchiuse sul frontespizio di una tessera, mentre le teste sono rivolte al passato, all’archeologia di una fase storica che non ha più niente da dirci, se non che certe strade non vanno più seguite. images3
Prima di andare avanti nel mio intervento, chiedo una cosa a chi sta facendo la gentilezza di leggermi: evitiamo d’affrontare questa discussione come l’ennesima stucchevole puntata di uno scontro postcongressuale che si trascina da mesi e avvelena ormai ogni possibile riflessione. Non se ne può più. Sono arrivato al giornale a fine maggio, anche se già collaboravo da alcuni anni. Non sono iscritto, anche se Rifondazione l’ho vista nascere al Brancaccio nel 1990. Mi interessa un confronto che sappia andare oltre, anche perché questa polemica sul muro di Berlino taglia trasversalmente le diverse culture politiche che compongono i gruppi di maggioranza e minoranza di questo partito. E sarebbe ora che ognuno riprendesse un po’ della propria libertà.
Aggiungo che non intervengo sul merito della scelta fatta dai giovani comunisti di raffigurare la caduta del muro insieme all’ Onda studentesca sulla carta della loro organizzazione. Non so se al loro posto avrei fatto la stessa cosa. Non è questo il punto. Nel 2009 cade anche il ventennale di Tienamen e della liberazione di Mandela, cioè della fine dell’apartheid. Di queste due vicende, insieme a quella del muro, ho un ricordo molto particolare perché le ho vissute dal carcere. C’è un episodio sconosciuto che vorrei raccontare: all’epoca erano in corso nell’aula bunker di Rebibbia diversi maxi processi; l’appello del Moro ter, quello per insurrezione contro i poteri dello Stato, oltre a quello contro le Br-Udcc nel quale ero imputato. In quel momento si discuteva molto di soluzione politica, c’erano settori dello Stato che volevano chiudere la vicenda della lotta armata. L’atteggiamento dei media verso i prigionieri politici era cambiato e così accadeva che ogni tanto ci veniva offerta la parola. In una pausa delle udienze, il giornalista Ennio Remondino intervistò Prospero Gallinari e tra le diverse domande gli chiese anche con chi stessero i prigionieri delle Br: con il governo cinese, che aveva inviato i carri armati in piazza, o con i manifestanti di Tienamen? «Con gli occupanti della piazza, e con chi se no?», fu la risposta. Naturalmente Bruno Vespa, allora direttore del Tg1, tagliò quella frase che smontava uno dei cliché più classici e mistificatori incollati sulla pelle dei militanti della lotta armata. berlino-2009-celebra-la-caduta-del-muro-987091
Una parte significativa delle formazioni della nuova sinistra, nate tra la fine degli anni 60 e gli anni 70, erano profondamente critiche nei confronti delle diverse esperienze del «socialismo reale». La presa di distanza, se non il rappresentarsi come una via radicalmente alternativa, erano uno degli elementi costitutivi delle aggregazioni militanti che occuparono lo spazio politico a sinistra del Pci e delle diverse scuole neomarxiste che si svilupparono in quegli anni. «Socialimperialismo», «capitalismo monopolistico di Stato», «degenerazione burocratica» erano solo alcune delle categorie impiegate per definire i paesi del campo socialista. Quale che fosse il giudizio sul ruolo oggettivo che la presenza del patto di Varsavia giocava nello scacchiere geopolitico (più o meno calmieratore dell’aggressività occidentale, secondo alcuni, o apertamente controrivoluzionario per altri), l’opinione sulla natura soggettiva dell’Urss e delle repubbliche popolari dopo il termidoro staliniano era senza appello. È altrettanto importante ricordare come nella storia del Pci, i più accesi difensori della stagione brezneviana erano significativamente quelli che poi in politica interna sposavano le posizioni più moderate in materia sociale ed economica e illiberali sul terreno delle libertà e delle lotte, valga per tutti la figura di Giorgio Amendola che riusciva a conciliare Croce con Stalin.
L’aspetto interessante della discussione attuale è il significato di sintomo che assume la difesa retrospettiva del muro di Berlino, fatto per giunta da militanti che al momento della sua scomparsa erano adolescenti o bambini. Questa polemica parla d’altro, rinvia cioè a un grave irrisolto, una rimozione, un malinteso veicolato da una memoria totalmente reinventata. Si rappresenta il muro come un argine salvifico senza capire che la posa della sua prima pietra conteneva già in sé la sconfitta, il riconoscimento manifesto di una inferiorità psicologica ancor prima che politica, l’incapacità di reggere il confronto aperto. Non solo il muro non frenava nulla ma fomentava i sogni più improbabili e le fantasie più irrealistiche verso l’altra parte, contribuendo alla costruzione del mito occidentale, alla narrazione fiabesca del capitalismo. In psicologia sociale vale la stessa regola della psicologia clinica: divieti e interdetti non fanno altro che accendere il desiderio. tiananmensquarepm2
Ci sono epoche della storia nelle quali il passato, un certo passato, appare come una zavorra da cui è necessario liberarsi per spiccare di nuovo il volo, sentirsi come la prima alba del mondo. L’89 ci ha messo di fronte all’ambivalenza di una sconfitta. Ambivalenza, perché il crollo del muro di Berlino (mentre nel frattempo molti altri ne sono stati costruiti dall’Occidente, in Palestina come nella frontiera sud degli Stati uniti) ha liberato anche Marx dalle prigioni dei socialismi da caserma nelle quali era stato confinato. Perché non riuscire a vedere nella caduta del muro una grande opportunità da cogliere, non una sventura da recriminare! Una sfida che sollecita un ritorno al cantiere marxiano e la ripresa di una critica al capitalismo attraverso lo sviluppo delle poche tradizioni politiche non liquidabili, come quelle del comunismo critico e libertario rimaste per tutto il Novecento schiacciate tra due nemici: capitalismo e “social-comunistocrazia” statalista. images8
È davvero singolare che oggi chi vuole riabilitare il muro riproponga, in fondo, lo stesso ritornello berlusconiano, secondo cui «l’unico comunismo possibile è stato quello realizzato in Russia», che né più né meno corrisponde non certo alla breve stagione rivoluzionaria degli anni 20 ma alla cappa stalino-brezneviana che ha fatto del socialismo reale una sorta di variante collettivista, versione parossistica del fordismo. In realtà la riflessione critica sulla biforcazione che ha portato fuori strada l’esperienza del comunismo è andata ancora più lontano. C’è chi rimonta più indietro, invitando a riconsiderare il peso della svolta lassalliana come matrice originaria dell’impianto statalista, anteposto a quello sociocentrico, che ha intrappolato il movimento operaio.

Francia, la magistratura congela la chiusura degli anni di piombo

Per una intervista al settimanale l’Express, sospesa la semilibertà a Jean-Marc Rouillan, cofondatore di Action directe

di Paolo Persichetti

Liberazione 10 ottobre 2008

La sintesi di una intervista anticipata mercoledì 1 ottobre sul sito internet del settimanale L’Express è costata la sospensione della semilibertà a Jean-Marc Rouillan, cofondatore di Action directe, il gruppo armato dell’estrema sinistra francese attivo negli anni 80. La misura sospensiva emessa dal magistrato di sorveglianza è intervenuta su richiesta della procura generale di Parigi, titolare in materia di antiterrorismo, che ha domandato la revoca della misura prim’ancora che il testo integrale dell’intervista apparisse nelle edicole.
Dal 2 ottobre Rouillan è di nuovo rinchiuso nel carcere marsigliese delle Baumettes, da dove usciva ogni mattina per raggiungere il suo posto di lavoro presso la casa editrice Agone, in attesa che il prossimo 16 ottobre il tribunale di sorveglianza si pronunci sulla legittimità della richiesta di revoca. All’ex militante di Action directe, la cui domanda di liberazione condizionale doveva essere esaminata il prossimo dicembre, la procura contesta alcune frasi contenute nell’intervista uscita in contemporanea anche sulle pagine di Libération il 2 ottobre. L’anticipazione dell’Express ha bruciato sui tempi il quotidiano parigino che non ha mancato di sollevare una piccola polemica rilevando il carattere «un po’ delinquenziale» di chi dietro la frenetica caccia allo scoop ha innescato un artificioso caso mediatico sulla pelle di un ergastolano. Ed in effetti l’intera vicenda puzza di strumentalizzazione costruita ad arte.
Secondo la procura, Rouillan avrebbe «infranto l’obbligo di astenersi da qualsiasi tipo d’intervento pubblico relativo alle infrazioni per le quali è stato condannato». Condizione che gli era stata imposta al momento della concessione della semilibertà nel dicembre 2007, dopo aver trascorso 20 anni di reclusione tra isolamento e carceri speciali. Il suo avvocato, Jean-Louis Chalanset, contesta però questa interpretazione che considera «infondata giuridicamente». E non ha tutti i torti perché gran parte delle risposte fornite dall’ex esponente di Ad riguardano, in realtà, la sua adesione al processo costituente del Nuovo partito anticapitalista che sta raccogliendo attorno a se la galassia della sinistra sociale e antagonista francese. Ingresso di cui aveva parlato la stampa la scorsa estate dopo un incontro avuto con Olivier Besancenot, il porta parola della Lcr che da mesi svetta nei sondaggi ed ha promosso questo processo d’unificazione.
«Dopo 22 anni di carcere – dichiara l’ex membro di Ad – ho bisogno di parlare, di apprendere di nuovo dalle persone che hanno continuato a lottare in tutti questi anni (…) la mia adesione è una scelta individuale». Che lo scandalo suscitato dalle sue parole sia il prodotto di una manipolazione emerge chiaramente dal raffronto dei due diversi resoconti realizzati dai giornalisti che l’hanno incontrato, Michel Henry di Libération e Gilles Rof dell’Express. Nel testo apparso su Libération vengono riportate delle affermazioni estremamente posate. Rouillan spiega come s’immagini «semplice militante di base. L’epoca dei capi è finita. Sono entrato nell’Npa per imparare dagli altri. Vorrei che dimenticassero chi sono». Ben 11 delle 20 domande riportate sull’Express insistono sulle ragioni di quest’adesione, dunque sul presente, non sul passato. Rouillan non si sottrae però a domande più difficili e spiega a Libération che seppur «assumo pienamente la responsabilità del mio percorso, non incito però alla violenza (…) se lanciassi un appello alla lotta armata commetterei un grave errore». Quando viene incalzato precisa che «il processo della lotta armata per come si è manifestato dopo il 68, nel corso di un formidabile slancio di emancipazione, non esiste più». E di fronte alle ulteriori, e a questo punto tendenziose insistenze del giornalista dell’Express, puntualizza che «quando ci si dice guevarista [il riferimento è a un’autodefinizione di Besancenot, Ndr] si può rispondere che la lotta armata è necessaria in determinati momenti storici. Si può avere un discorso teorico senza per questo fare della propaganda all’omicidio». Nel resto dell’intervista descrive sommariamente la sua concezione conflittuale della lotta politica e il senso di smarrimento di fronte ai disastrosi mutamenti della società scoperti dopo l’uscita dal carcere. Ricorda infine che degli ultimi 4 prigionieri di Ad, una di loro è morta e due sono gravemente malati, risultato dei durissimi anni di detenzione subiti.
Insomma nonostante lo sforzo di fargli dire dell’altro, Rouillan è chiaro. Tuttavia la procura e subito dietro i commentatori della stampa di destra come di sinistra, la presidente di Sos-attentats, un’associazione di vittime del terrorismo, hanno duramente stigmatizzato le sue parole denunciando l’assenza di rimorsi, la mancanza di una richiesta di perdono, intimando a Besancenot di liberarsi di una presenza ingombrante, equivoca, «ripugnante».
Eppure se ci si sofferma qualche istante sull’intervista, ci si accorge che Rouillan non ha fatto altro che attenersi alle prescrizioni del magistrato: «Non ho il diritto di esprimermi sull’argomento… – dice – ma il fatto che non mi esprima è già una risposta. È evidente che se mi pentissi del passato potrei esprimermi liberamente. Ma attraverso quest’obbligo al silenzio s’impedisce alla nostra esperienza di tirare un vero bilancio critico».
Il direttore della redazione dell’Express, Christophe Barbier, alla notizia dell’intervento della procura ha reagito spiegando che se il bilancio di Action directe è «indifendibile», Rouillan è comunque «un cittadino che continua a pagare il suo debito con la società» e ha «diritto alla libertà di espressione». Gilles Rof, il giornalista freelance che ha ceduto il suo pezzo all’Express, si è detto «scioccato» dalla reazione della magistratura e dal cortocircuito mediatico che ha deformato le affermazioni di Rouillan, rivelando che questi per ben due volte in passato aveva rifiutato l’intervista per alla fine accettare a condizione di rileggerne il testo prima della pubblicazione. «Non ha mai detto che non esprimeva rimorso per l’uccisione di Georges Besse [il presidente-direttore generale della Renault ucciso nel 1986, Ndr]. Anzi ha riscritto con cura la risposta per dire che non aveva il “diritto di esprimersi” non che non poteva esprimersi». Benché non avesse concordato domande sui fatti oggetto della condanna, Rof sostiene che evitare l’argomento avrebbe posto una questione di credibilità all’intervista.
Niente di quanto abbia fatto Rouillan durante la semilibertà, o detto nell’intervista, risulta reprensibile. Tra i requisiti previsti dalla legge francese non vi è alcun obbligo di regret, ovvero d’esprimere ravvedimento. Le condizioni poste riguardano invece la verifica della cessata pericolosità sociale e gli obblighi civili di risarcimento. In realtà Rouillan quando sottolinea che il silenzio imposto sui fatti sanzionati dalla legge impedisce la possibilità di una vera rielaborazione critica e pubblica del proprio percorso, mette il dito nella piaga. Sono gli ostacoli frapposti al lavoro di storicizzazione, che presuppone un dibattito pubblico senza esclusioni e preclusioni, che impediscono il processo di oltrepassamento relegando un periodo storico negli antri angusti dei tabù sacralizzati, dell’indicibile se non nella forma dell’esorcismo che ha solo due forme espressive: l’anatema o il pentimento. Qualcosa di simile sta accadendo anche in Italia, dove il paradigma del complotto che ha imperversato per due decenni è stato soppiantato dalla demonizzazione pura e semplice. Così oggi Rouillan rischia di essere ricacciato negli inferi del fine pena mai sulla base di una mancata abiura. Delitto teologico che già ha fatto parlare alcuni di «reato d’opinione reinventato» (Daniel Schneiderman su Libération del 6 ottobre).
Questo intervento della magistratura sembra dare voce al dissenso di una parte degli apparati, e probabilmente di una parte dello stesso ministero della Giustizia, verso la politica messa in campo nei confronti dei residui penali dei conflitti politico-sociali degli anni 70-80. Infatti, dopo una iniziale politica di segno opposto, Nicolas Sarkozy è sembrato rendersi conto – forse anche sulla scia della vicenda Petrella – dell’utilità che poteva rappresentare la chiusura degli «anni di piombo». Sono altre le emergenze che preoccupano il presidente francese. Le nuove politiche sicuritarie si indirizzano altrove: migranti, banlieues, integralismo islamico. I residui penali del novecento rappresentano una zavorra anche per la visibilità sociale dei vecchi militanti incarcerati, sostenuti da una parte della società civile che ne chiede da tempo la scarcerazione. Così il 17 luglio scorso è stata concessa la liberazione condizionale a Nathalie Ménigon, anche lei membro di Action directe e con diversi ergastoli, in semilibertà da un anno. Prima di lei, Joëlle Aubrun, arrestata nel 1987 con Rouillan, Ménigon e Georges Cipriani, aveva ottenuto negli ultimi mesi di vita la sospensione della pena a causa delle gravi condizioni di salute.
Nel quadro delle prescrizioni indicate dalla nuova legge sulla «retenzione di sicurezza» (vedi Queer del 13 luglio 2008), Georges Ibrahim Abdallah, Régis Schleicher, Georges Cipriani, Max Frérot, Emile Ballandras, tutti prigionieri politici con oltre 20 anni di carcere sulle spalle, sono stati concentrati nell’istituto penitenziario di Fresnes, nella periferia sud di Parigi, dove è presente il centro d’osservazione nazionale incaricato di valutare la pericolosità sociale dei detenuti prima che questi vengano ammessi al regime in prova della semilibertà e successivamente in libertà condizionale.
A questo punto la decisione che dovrà prendere la magistratura di sorveglianza il prossimo 16 ottobre non investe solo la sorte di Rouillan, ma il destino dell’intera “soluzione politica”. Intanto oggi e domani si tiene a Parigi un convegno di studi organizzato da uno degli istituti universitari più prestigiosi, la grande école di science po, sostenuto dall’istituto culturale italiano, il comune di Parigi, dedicato a «L’Italia degli anni di piombo: il terrorismo tra storia e memoria». Che sia utile a far riflettere i giudici?

Il Secolo che viene

Libri – La politica perduta, Marco Revelli, Einaudi 2004

Paolo Persichetti
Hortus Musicus
n° 20 anno V – ottobre-dicembre 2004 – pp. 224

http://www.hortusmusicus.com/schede/scheda.php?numero_hm=20&art=609

 

copj13aspIl Millenovecento è un secolo che continua a far discutere con il suo bilancio  in rosso segnalato come  il più sanguinario della storia: due guerre mondiali, innumerevoli conflitti coloniali e post-coloniali, decenni di guerra fredda, guerriglie insorgenti e repressioni contro-rivoluzionarie. Marcato dal tragico connubio tra tecnologia e sterminio che ha permesso il genocidio fordista del Terzo Reich, il Novecento è stato il secolo dei “Campi” ad Est come ad Ovest e dell’atomica. Un’esperienza che ha mutato la natura del politico mettendo al centro sempre più l’aggressione della “nuda vita”. La sua eredità sembra gravare sulle fragili spalle di un nuovo millennio orfano delle grandi narrazioni della storia, reso gracile da etiche rachitiche. Il capitalismo alla fine è scampato ai ripetuti assalti al cielo, si è fortificato portando a termine audaci «rivoluzioni conservatrici», tanto da non incontrare più validi antagonisti capaci d’anteporre solidi modelli alternativi e poter vantare così una consolidata egemonia. La rinuncia ai pensieri forti sembra aver lasciato aperta la via solo a piccoli sentieri percorsi da culture divise tra catastrofismi apocalittici, moralismi velleitari e regolazionismi senza ambizione.
Le macerie del muro di Berlino hanno lasciato da tempo il posto agli speculatori immobiliari, eppure la densa nube di polvere sollevata dal loro crollo continua ad offuscare la percezione degli approdi di un secolo che non ha visto solo ombre e tragedie. Le forze produttive hanno avuto uno sviluppo senza precedenti, la speranza di vita in larghe zone del pianeta si è accresciuta, la popolazione mondiale è più che raddoppiata. Per alcuni decenni l’egemonia capitalista è stata spezzata, modelli di società alternativa sono stati sperimentati, il movimento operaio e contadino ha acquisito in particolari momenti una forza contrattuale e decisionale mai conosciuta nel passato che ha consentito una reale e diversa redistribuzione sociale della ricchezza prodotta. Il fatalismo degli umili, la naturalizzazione della loro condizione di ultimi e di oppressi è stata smentita. Momenti fin troppo dimenticati nella contabilità di un secolo che ha dimostrato come fosse possibile liberarsi da schiavitù e dipendenze ataviche.
Secondo un’opinione molto alla moda nella sinistra attuale, il controverso bagaglio culturale del Novecento peserebbe ancora troppo sulle nuove domande che il secolo che viene porta con se. Come sia possibile riassumere in modo tanto univoco un periodo così ambivalente, resta un mistero. Per questo il rischio, anzi la realtà, è quella di una discussione che si dispieghi ancora una volta per metafore, dove il Novecento riassume una concezione della politica dominata dal paradigma della tecnica e della forza. In esso dunque si racchiuderebbe un “irrisolto culturale”, denunciato come una vera e propria tara ereditaria della tradizione comunista sui movimenti sociali. Un limite che impedirebbe tuttora di comprendere il «carattere eticamente e storicamente inaccettabile» della violenza. Una riflessione sulla politica che a ben vedere precipita molto più indietro, fino a toccare nodi teorici centrali non solo della tradizione culturale del movimento operaio. Un modello di pensiero che riguarda almeno l’intera «politica dei moderni», da Machiavelli passando per Hobbes fino a Lenin e oltre, come ha ricordato recentemente Marco Revelli in, La Politica perduta, Einaudi 2004.
La modernità filosofica ha coniato dei concetti che tuttora informano i nostri sistemi politici, le relazioni internazionali e i rapporti sociali; ma non per questo le epoche precedenti sono rimaste esenti dalla presenza della forza e da una sua concettualizzazione, anche quando prevaleva un’idea di giustizia dedotta semplicemente dall’ordine naturale delle cose. Per questo è bene rimettere l’uomo sui suoi piedi e non ridurre la storia del mondo ad una storia delle idee sul mondo. La coincidenza tra ordine umano e ordine naturale, la politica come giusto mezzo, affermata dalla teoria aristotelica e che l’interpretazione scolastica, leggendo nella natura un disegno divino, ha trasformato in un elogio della tradizione e della conservazione, fino a sancire l’immodificabilità dell’ordine esistente, non è meno artificiale delle visioni politiche dei moderni che quella natura intendevano correggere o cambiare. L’introduzione della tecné nella politica, chiave di volta che avrebbe permesso di sostituire il problema della giustizia con quello della ricerca dei mezzi capaci di modificare artificialmente lo stato di natura, non è solo una scoperta avvenuta durante il Rinascimento.

coverhm20grande Nella sua analisi, Revelli concede troppo all’interpretazione arendtiana, influenzata da una visione idilliaca della società greca, dove la politica come arte del bene comune sarebbe prevalsa sulla pura tecnica di comando. La riflessione della Arendt è minata da un enorme malinteso che porta a sottovalutare, quasi a disprezzare aristocraticamente, il peso dei rapporti economici ed ignorare la questione sociale. Temi ritenuti estranei alla sfera pubblica e relegati ad una dimensione privata, incapace di produrre legame sociale, comunicazione, partecipazione, ingredienti essenziali della creazione politica. Concezione che arriva ad escludere uno degli aspetti centrali delle società umane. Espungere il peso dei rapporti economici, taglia alla radice la possibilità di una comprensione piena della politica e dunque impedisce di cogliere le asimmetrie, le disparità ed anche i conflitti che la traversano. Lo stesso affiorare dello spazio pubblico moltiplica il ricorso alla tecnica politica che deve integrare sempre più sofisticati mezzi necessari alla fabbricazione del consenso. Già ai tempi di Machiavelli la religione appariva una fondamentale macchina del consenso, un formidabile instrumentum regni.
Il pensiero politico è cresciuto attorno al problema posto dalla “forza” nelle vicende umane. Il filosofo cattolico Paul Ricoeur, non certo sospettabile d’estremismo, individuando nel rapporto tra violenza e storia un nesso fondamentale con le patologie della memoria, spiega: «non esiste alcuna comunità storica che non sia nata da un rapporto assimilabile senza esitazione alla guerra: noi celebriamo con il titolo di eventi fondatori sostanzialmente atti violenti, legittimati a posteriori da uno Stato di diritto precario» . Parole in cui echeggiano Hegel e quel passato descritto come una valle di scheletri, Marx e quella violenza che in alcune epoche si è fatta «levatrice della storia», Pareto e il «cimitero d’aristocrazie» di cui sarebbe piena la storia. Un “realismo analitico” messo sotto accusa in una epoca in cui la parola che racconta il fatto diventa causa del fatto stesso. Così la furia dell’eticismo non violento mette il burka alla realtà.
Più che una critica della politica come espressione della forza, ci troviamo di fronte ad una rimozione della presenza della forza nella politica. Non stupisce dunque se questo approccio soffre di un particolare strabismo che lo porta a non vedere come la forza sia innanzitutto una delle proprietà salienti del monopolio statale, che ne fa un uso statisticamente ben più dispiegato e permanente di chi quel monopolio viola o ha violato. Il ricorso a guerre, o più eufemisticamente, ad operazioni internazionali di polizia e all’uso della coercizione, è statisticamente più diffuso della violenza proveniente dal basso. In questo caso, l’assenza d’eufemismi, l’impiego della parola nuda, senza infingimenti che la camuffino, è di per se un segno della potenza simbolica che avvolge la forza reale dello Stato e che può così manifestarsi senza essere percepita come violenza perché rivestita di legittimità, a prescindere dallo stesso consenso.
Secondo Revelli, la modernità sarebbe traversata da un paradigma tragico che avrebbe incorporato il male per raggiungere il bene. Dal male delle origini percepito come mistero, la modernità avrebbe consentito il salto al male utilizzato come strumento. Gli antichi avevano una posizione di vantaggio sui moderni poiché consideravano il male un fenomeno che esorbita dalle responsabilità umane. Esso era considerato parte del mistero divino e rispondeva ad un disegno imperscrutabile e ingiudicabile. La modernità, liberando l’uomo dai vincoli soffocanti della religione rivelata, riconduce il male alla dimensione umana, sottraendo la responsabilità al cielo per trasferirla in terra. Dalla teologia all’antropologia. Un prodigioso cammino di liberazione che è anche caduta nel precipizio della ragione strumentale, della tecnica come delirio di potenza dell’uomo sul mondo. Il passaggio dalla semplice accettazione del mondo circostante all’ambizione di volerlo trasformare, dando vita alla civiltà della tecnica, non è affatto una salvezza secondo Revelli, ma decadimento e perdizione, smarrimento dell’umanità. La soluzione verrebbe dunque da una rivalutazione dell’etica, attraverso l’assunzione di una sorta di fondamentalismo valoriale. Una concessione, seppur in versione laica, all’egemonia degli integralismi contemporanei, dopo la crisi delle grandi narrazioni del materialismo rivoluzionario.
Il racconto del mito delle origini fatto da Hobbes conferisce alla terrificante potenza del potere sovrano il monopolio del male, ovvero l’uso necessario della forza e della violenza a fin di bene. Leviatano, il mostro freddo che si erge dai mari maestoso e incontestabile, si scaglia contro Behèmoth, simbolo della violenza irragionevole diffusa tra gli uomini: la guerra civile. Al male strumento necessario del bene, o, secondo Hobbes, per sconfiggere il ben più pericoloso male originario dello stato di natura, risponde il mito roussoiano che denuncia la proprietà come malefico egoismo venuto a disgregare l’idilliaca comunità umana delle origini, dove omnia sunt comunia, ogni cosa è di tutti. Se il male antico ripercuoteva la sua maledizione su generazioni ignare del peccato originale, il male moderno dietro l’emancipazione dalla superstizione divina cela l’ennesima perdita dell’innocenza. La conquista della libertà e del libero arbitrio pagano un duro tributo al governo del male imbrigliato dalla ragione e ridotto a tecnica per raggiungere un fine. La responsabilità, tornata finalmente nel seno degli uomini, consente la nascita della storia e della politica, mentre la questione del male diventa «interamente spiegabile». A questo punto il controllo politico della violenza e della forza si afferma come condizione fondatrice della critica moderna, mentre la sua eredità si abbatte pesantemente sulla storia del movimento operaio.
Si perviene così alla drammatica illusione del Novecento, secolo estremo travolto dall’insana idea che i mezzi potessero mantenere un carattere neutrale, fossero pura tecnica disgiunta dalla convergenza sui fini: «buoni se messi al servizio di una giusta causa, cattivi nel caso contrario». Per trovare finalmente una risposta al dilemma mezzi-fini, Revelli suggerisce di guardare alla tradizione non violenta per cogliere dal suo seno quello che sembra essere l’aspetto più interessante della sua riflessione, ovvero il radicale rifiuto della osmosi con l’avversario, il rigetto di ogni simmetria, non solo dei contenuti ma anche di mezzi e pratiche. Nella tradizione agonica, infatti, il conflitto vede anteposti due poli irriducibilmente contrari ma indissolubilmente legati da un nesso simmetrico: l’uso della forza e l’obiettivo del potere che racchiude in una trappola mimetica ogni differenza, semmai questa venisse ricercata. L’esempio più chiaro viene dai conflitti di matrice religiosa o nazionalistica. L’arcano di questa maledizione sarebbe riposto nella logica del mezzo, che separato dal fine eserciterebbe un’insidia sottile capace di stravolgere l’obiettivo prefisso, rendendolo identico alla natura dello strumento usato. Questo perché non si sarebbe mai sufficientemente riflettuto sulla retroazione che i mezzi impiegati, e nella fattispecie la violenza, operano su chi la pratica, suscitando una «metamorfosi antropologica» sul soggetto che ne fa uso.
Le obiezioni che queste conclusioni suggeriscono sono innumerevoli. Ci è già capitato di sollevarne alcune su queste stesse pagine (cfr. Hortus Musicus n° 12-13 ottobre-dicembre 2002 e gennaio-marzo 2003, Le Aporie della Non violenza (I) e (2), con particolare riguardo a quella contaminazione antropologica che non ha risparmiato neanche l’unico modello non violento pervenuto sinora alla vittoria: l’esperienza ghandiana risoltasi in uno strabiliante paradosso che ha visto, dopo la conquista del potere, il mantenimento di tutti quegli attributi che fanno dello Stato il detentore del monopolio legale della forza, senza nemmeno porre fine alla medievale ingiustizia della società castale ed ai sanguinosi conflitti di religione. In realtà, il dilemma mezzi-fini resta per intero senza soluzione. Ma come è già stato osservato, se è possibile evocare un rischio d’omologia di fronte all’uso offensivo della violenza, poiché esso conduce lungo un crinale sottilissimo dove i confini con le pratiche dell’avversario possono confondersi pericolosamente, diverso è il problema posto dal ricorso alla violenza difensiva, impiegata secondo il criterio della risposta proporzionata. Come è possibile affermare che, di fronte ad un intervento realizzato per neutralizzare un torturatore che infierisce sulla vittima o all’interruzione con mezzi adeguati di una violenza sessuale, vi sia una omologia con la forma dell’aggressione o dell’aggressore? La simmetria sarebbe tale solo se il torturatore venisse a sua volta torturato e il violentatore violentato. Non intervenire, oppure farlo con mezzi inadeguati, che non riuscissero ad impedire la consumazione della violenza, non sarebbe forse eguale se non peggiore di un qualsiasi rischio d’omologia? Spesso chi evoca questo pericolo è più preoccupato della propria integrità morale che dell’incolumità altrui. Dietro i nobili intenti si cela la vertigine narcisistica, l’egoismo purista di chi guarda il mondo dal proprio ombelico. L’acquiescenza o il velleitarismo impotente non assolve, anzi sul piano morale è peggiore delle eventuali colpe di chi si è speso per agire, a rischio di sporcarsi le mani in situazioni dove «non c’erano lacrime per le rose».
La tecnica, poi, benché non possa ritenersi in assoluto neutra, resta in ogni caso una formidabile scommessa, una opportunità decisiva per l’esercizio dell’autonomia umana. Privandosi della tecné si smarrisce quell’indispensabile grammatica che consente di decifrare la politica, requisito essenziale senza il quale non può esistere nessuna critica della politica stessa come dominio e separatezza. L’irenismo etico lascia la tecnica al monopolio dei professionisti della politica, preferendo l’elogio dell’ignoranza alla condivisione sociale del suo sapere. In questo modo i sottoposti, i sottomessi, coloro che vedono il mondo dal basso, il popolo dei bassifondi, delle cantine e dei sottoscala, perde ogni controllo del proprio destino e viene relegato ad oggetto passivo delle politiche altrui. Lungi dall’essere una passerella per l’inferno, la tecnica resta una delle chiavi per accedere all’autonomia e all’indipendenza della propria azione. A ben vedere, anche la critica della tecnica ricorre a quegli argomenti fobici e igienisti che nutrono la “politica dell’antipolitica”, attraverso artificiali rappresentazioni incontaminate di settori di società anteposti alla corruzione e al decadimento del sistema politico. Se analizzassimo da vicino questa ideologia della purezza, scopriremmo che anch’essa non è per nulla immune dall’uso di quella stessa tecné altrove denunciata.
La soluzione andrebbe ricercata – spiega Revelli – nella nuova «produzione di relazionalità» (Manifesto, 18 gennaio 2004), anteposta al tradizionale schema della conquista del potere. Un rapporto di potere, però, la cui lettura ci viene proposta unicamente come «confronto muscolare», accumulo di potenza tipico della forma politica statale, corredata in seguito da forme di legittimità che ne fondano il consenso. Di fronte a questa «macchina», la semplice idea di contropotere susciterebbe un inutile gioco frontale a somma zero, dove il confronto si terrebbe sullo stesso terreno, sulla base di identiche unità di misura che inevitabilmente riprodurrebbero una indistricabile omologia, una perfetta simmetria. Insomma si verrebbe risucchiati e vinti, inesorabilmente conquistati dalla stessa logica che si voleva superare all’origine. Ma questo discorso ha il suo limite proprio nell’analisi dei rapporti di potere, che oramai esulano di gran lunga la semplice dimensione fisica. Per questo anche l’uso «della parola e del racconto, l’apertura di spazi in cui elaborare la propria socialità altra» non sono esenti dalla produzione di forme «microfisiche» di potere. L’inevitabile processo di scambio e d’incontro che la «logica lenticolare disseminata» produce, non rimane estraneo al rischio di condizionamenti sublimali, forme di potere simbolico, potere carismatico, tipologie di legittimazione che captano la volontà grazie alla dissimetria delle competenze, dei saperi e delle risorse economiche e sociali, che stabiliscono differenze e gerarchie minando la trasversalità e l’orizzontalità delle relazioni.
Ancora una volta non viene sciolta l’ambiguità di fondo che ha contraddistinto le posizioni della cultura non violenta negli ultimi decenni, in modo particolare dopo le vicende degli anni Settanta. Quando figure come Danilo Dolci e Aldo Capitini riflettevano sul valore della non violenza, avevano di fronte l’orrore della violenza smisurata scatenatasi nel secolo delle guerre mondiali, dove le popolazioni civili erano state coinvolte direttamente nei conflitti. Ma lo facevano volgendo lo sguardo al campo dei vincitori di cui loro stessi erano parte. La condanna senza mezzi termini dei vinti passa attraverso l’autocritica dei vincitori. Si tratta di una posizione che pone immediatamente una distanza critica dai vincenti, aborrendo l’idea che questi riproducano le stesse logiche degli sconfitti. Dopo gli anni Settanta, invece, viene chiamata non violenza una cultura politica costruita essenzialmente sulla stigmatizzazione delle condotte violente dei movimenti sociali che in quegli anni furono protagonisti. Il rigetto unilaterale della violenza proveniente dal basso ed esercitata contro il potere ha accreditato l’idea che questa fosse unicamente patrimonio delle ribellioni, se non addirittura l’essenza delle rivolte. Ciò ha inevitabilmente provocato uno sbilanciamento culturale verso atteggiamenti di compiacenza, di connivenza o indifferenza verso la violenza delle istituzioni. Si è radicato così un malinteso ideologico chiamato da alcuni non violenza che assomiglia molto ad un pensiero della sconfitta, un’ideologia consolatoria, interamente prigioniera dei confini angusti della disfatta, incapace per questo di pensare rotture e trasformazioni di fondo. L’attenzione ossessiva che oggi viene riposta sui mezzi sembra così voler riempire unicamente il vuoto di contenuti e prospettive sui fini, senza tralasciare l’ipotesi di uno strumentale ricorso ad etichette legittimanti rispetto ai poteri costituiti. Tradotto in termini più concreti, questo dibattito ripropone in termini nuovi il confronto tra l’opzione sociocentrica, la tradizione mutualistica e cooperativa,

41kq6dt3r4l_ss500_il federalismo sociale, anteposta a quella che vedeva nello Stato, una volta conquistato, uno strumento di garanzia per i lavoratori. Disputa che traversa i primi decenni della storia del movimento operaio. Alla fine prevale lo statalismo di Lassalle, malgrado le dure critiche del vecchio Marx. Attraverso la seconda Internazionale, l’opzione statocentrica struttura saldamente la cultura dominante all’interno del movimento socialista. Nemmeno la rottura bolscevica riesce a rimetterla in discussione; mette solo fine al gradualismo riformista. A questo punto un lord inglese s’innamora della formula riuscendo a riprodurla come antidoto per il sistema capitalista in crisi. Nel frattempo il movimento cooperativo non ha avuto migliore fortuna. Nel corso del suo divenire, quando ha cominciato ad occupare parti consistenti di mercato e di società, non ha retto alla logica inclusiva del capitalismo, alla sua potente capacità d’assorbimento. Dovrebbero riflettere meglio i teorici dell’esodo, i sostenitori delle varie economie, finanze e risparmi etici, solidali e alternativi. La teoria dell’isola che diventa arcipelago ed infine continente, sottraendo continuamente terra al mare, rischia di risolversi in un naufragio nell’oceano in tempesta del capitalismo. Questo sistema economico-sociale si è dimostrato nel corso dei suoi secoli di vita un formidabile mutante, capace di recepire e introiettare le critiche per rafforzarsi e produrre nuove etiche della valorizzazione che accompagnano, a volte confliggono ed infine sostituiscono le precedenti. Luc Boltansky e Éve Chiappello (Le Nouvel ésprit du capitalisme, Gallimard 2000), hanno descritto questo continuo processo di rinnovamento e di adattamento alla critica da parte del capitalismo, capace sempre di aprire orizzonti di mercato ancora vergini, fortificando e ammodernando le basi della sua legittimazione.

Link
Muro di Berlino, i guardiani delle macerie
Un futuro anticapitalista è fuori dalla storia del Pci
Il secolo che viene
Aporie della nonviolenza-1

24 agosto 2002, retroscena di una estradizione

Stralci da Esilio e Castigo. Retroscena di una estradizione, La città del sole, 2005


Così nel mio parlar voglio esser aspro

Dante, Rime

I passati rivoluzionari faticano a diventare storia.
Adagiati nel limbo della rimozione periodicamente vedono schiudersi le porte dell’inferno che risucchia brandelli di vita, trascina esistenze sospese. Lasciti, residui d’epoche finite che rimangono ostaggio dell’uso politico della memoria.
Non un passato che torna ma un futuro che manca

Pinocchio_e_i_carabinieriEra una calda sera d’estate quella del 24 agosto 2002 e l’Italia aveva urgente bisogno di recuperare uno di quei giovani maledetti degli anni ribelli per offrirlo in pasto all’opinione pubblica. Una grossolana impostura, escogitata con l’intento di fornire l’immagine truccata di un brillante successo operativo dopo l’attentato mortale contro un collaboratore del governo. Marco Biagi era stato ucciso pochi mesi prima da un piccolo gruppo che aveva riesumato dal museo della storia una delle ultime sigle della lotta armata. Un paese distratto e annoiato, persino futile, conquistato dall’avidità dell’oblio, impaurito dalla possibilità di sapere, era stato scosso dal frastuono di quegli spari improvvisi. Irritato dal brusco risveglio, aveva rovistato furiosamente in un passato ormai sconosciuto. Cercava in spazi e tempi lontani i responsabili di quei colpi senza radici. Attribuiva al passato quella che era una surreale imitazione figlia del presente. Cercava nelle figure di ieri dei colpevoli per l’oggi.

Capitolo I
Il Macabro teatrino

 

Processo verbale n° 228/02

L’anno duemiladue
Ventiquattro agosto
Ore diciotto e trenta

Noi : Bernard DURIEUX
Capitano di polizia in funzione presso la
Divisione nazionale antiterrorismo della
Direzione Centrale della Polizia Giudiziaria
Nel corso delle investigazioni, relative all’esecuzione di un decreto di estradizione emesso il 7 settembre 1994 dal Ministro Guardasigilli, Ministro della Giustizia, nei confronti di Paolo PERSICHETTI;
In compagnia del commissario Philippe FRIZON, delcomandante di polizia Pascal BIZE e degli ispettori di polizia Pierrick GUILLAUME e Christophe JACQUEMIN dello stesso servizio;
Disponiamo, nell’orario indicato all’inizio del presente verbale, un dispositivo di sorveglianza nelle vicinanze dell’immobile situato al 9, place de la Coupole, a Charenton-Le-Pont (Val-de-Marne), con l’obiettivo di fermare il sopracitato Paolo PERSICHETTI;
Constatiamo alle venti e venticinque l’arrivo sopra una bicicletta di un uomo di razza bianca, piuttosto alto, capelli scuri, munito di un piccolo zainetto, vestito con un pantalone verde e una maglietta nera [1], individuo che identifichiamo successivamente nel noto Paolo PERSICHETTI […]
Quando l’uomo scende e comincia a penetrare nella hall d’entrata dell’immobile, procediamo al fermo, alle ore VENTI E VENTICINQUE, operazione che si svolge senza incidenti.
La successiva palpazione di sicurezza effettuata sulla persona del signor Paolo PERSICHETTI non conduce alla scoperta in suo possesso di nessun oggetto pericoloso per se stesso o per gli altri.
A nostra richiesta, il signor Paolo PERSICHETTI presenta una carta d’identità italiana rilasciata il 16 maggio 1987 a Roma, intestata a suo nome e munita della foto dell’interessato.

[…]

Si fa menzione che, conformemente alle istruzioni ricevute, il trasporto del signor Paolo PERSICHETTI sarà effettuato per via stradale dal capitano di polizia Bernard DURIEUX e dall’ispettore di polizia Pierrick GUILLAUME, e che egli sarà consegnato alle autorità giudiziarie italiane presso il posto di frontiera « Chamonix-Mont Blanc » a CHAMONIX (Haute-Savoie), e che la procura della Repubblica competente per territorio verrà avvisata.

*   *   *   *

L’estradizione di un fuoriuscito, da undici anni residente in Francia, dopo essere stato rocambolescamente condannato in uno degli ultimi processi politici degli anni 80, aveva tutta l’aria di voler depistare l’attenzione generale dal desolante vuoto investigativo nel quale versavano le indagini. Un escamotage doppiamente redditizio poiché avrebbe offerto un momentaneo ripiego anche alle forze politiche di governo e d’opposizione, attanagliate entrambe dal fortissimo imbarazzo suscitato dalla pubblicazione di alcune lettere e-mail di Marco Biagi. In quei messaggi premonitori, il consulente del governo denunciava la sospensione delle misure di vigilanza e tutela della sua persona e indicava con nome e cognome colui che riteneva il maggiore responsabile del clima di minaccia nei suoi confronti. Parole che, nel giugno 2002, fecero deflagrare il milieu politico, gettando scompiglio nell’intero establishment istituzionale. Ferocissime furono le polemiche accompagnate da reciproche e sanguinose accuse.

Sinistra e centro-sinistra, riesumando immancabilmente le vecchie teorie del complotto, non esitarono ad indicare nel governo il mandante occulto della morte del proprio collaboratore. Come al solito, una sinistra vuota di concetti e prospettive mal soppesava le parole, travolta da una strumentalità polemica di corto respiro. Si aprì persino un’oscena competizione tra chi avrebbe avuto i diritti, titoli e meriti, per rivendicare l’icona del “martirio” di Marco Biagi. Il mercato della politica si arruffò senza ritegno per spartirsi le spoglie di quel cadavere ancora caldo. La Margherita ne espose l’immagine durante una sua manifestazione politica rendendo furiosi quelli che sul versante politico opposto rivendicavano l’uso del marchio “riformista”.

La destra, a sua volta, ispirata dalle stesse parole del professore ucciso, non mancò di ritenere la cgil corresponsabile dell’attentato, a causa della linea conflittuale avallata dal suo Segretario. Sergio Cofferati aveva definito «limaccioso» il libro bianco sulla riforma del mercato del lavoro realizzato dal giuslavorista, accusandolo di «collateralismo confindustriale». Una situazione corrosiva e devastante per un esponente politico che in quel particolare frangente veniva ad assumere un ruolo di primo piano: candidarsi come l’uomo nuovo e vincente dell’Ulivo, il federatore di un vasto fronte ultrapopulista che avrebbe dovuto saldare sinistra ds, Girotondi, giustizialisti vari, non global, «ceti medi riflessivi» e autodecretatisi «rappresentanti della società civile».

In quel clima rovente, da ultima spiaggia, dove erano ammessi colpi bassi d’ogni tipo, si verificò l’incredibile gaffe che travolse il ministro degli interni Scajola. Questi, in un colloquio informale con alcuni giornalisti durante un viaggio ufficiale a Cipro (29 giugno 2002), aveva definito Biagi un «rompicoglioni». La frase, divulgata dalla stampa, obbligò il ministro a rassegnare le dimissioni, mentre l’apertura di un’inchiesta giudiziaria sulla mancata scorta di polizia, metteva sotto schiaffo i vertici della polizia di prevenzione (ex ucigos) e della questura bolognese. Il discredito e lo smacco regnavano nelle stanze del Viminale già tramortito dalle vicende genovesi del G8.


[1] In realtà la maglietta era blu, come è facile constatare dalle stesse immagini televisive e fotografiche mostrate dopo la sua cattura. Un dettaglio tanto insignificante quanto premonitore, infatti le confusioni cromatiche avranno un peso decisivo nel proseguio della vicenda.

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