Quelle zone d’eccezione dove la vita perde valore

L’ultima vittima arriva dal manicomio criminale di Aversa, ma nell’elenco anche Cie e camere di sicurezza

Paolo Persichetti
Liberazione
31 dicembre 2009

L’anno carcerario si chiude con la notizia di un’altra morte. Pierpaolo Prandato, 45 anni, internato nell’Ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa è morto «soffocato da un rigurgito». Il decesso risale al 21 dicembre scorso, ma solo ieri è stato reso noto per volontà della famiglia. Lo riferisce, in un comunicato, l’Osservatorio permanente sulle morti in carcere, messo in piedi dai Radicali Italiani e da alcune associazioni (Antigone, il Detenuto ignoto, A buon diritto), insieme alle redazioni di Radio Carcere e Ristretti orizzonti.
Con la morte di Prandato salgono a 175 i detenuti del cui decesso si è avuta notizia dall’inizio dell’anno, di cui 72 suicidi. Questo episodio ricorda quello di Francesco Mastrogiovanni , il maestro salentino morto la scorsa estate in un letto di contenzione dell’ospedale di Vallo della Lucania. La frequenza impressionante di questi decessi, o dei maltrattamenti certificati che avvengono in situazioni di privazione o limitazione della libertà personale, non solo all’interno del sistema penitenziario, sollevano un allarme grave sulla cultura degli apparati repressivi e di contenimento. La morte di Stefano Cucchi è per la sua dinamica la più emblematica. Riassume tutte le altre accadute nel corso del 2009 e negli anni precedenti. Cucchi ha attraversato nel corso del suo rapido e terribile calvario tutti i luoghi e le amministrazioni che si occupano della “presa” e della “cura” dei corpi. Per sua sfortuna all’inizio è finito in mano ai carabinieri, ha pernottato nel corso di una notte in due diverse camere di sicurezza, visitato inutilmente dal personale del 118. Il giorno successivo ha conosciuto, sventura ancora più grande, i sotterranei del tribunale. E’ salito per un po’ in superficie, dove pare si amministri la giustizia, ma nessuno si è accorto di come era ridotto. E’ finito in carcere, dove ha soggiornato in infermeria. E’ passato per due ospedali, il Fatebenefratelli e il Pertini.
Diverse amministrazioni dello Stato hanno avuto in consegna il suo corpo, non si può dire che si siano occupate della sua persona, al punto che si può affermare senza remore: «Cucchi è morto di Stato». Come Alì Juburi, il detenuto iracheno quarantaduenne deceduto nell’agosto 2008 a causa di uno sciopero della fame intrapreso per protesta contro una condanna che considerava ingiusta. «Abbandono terapeutico» che ha causato anche il decesso di Franco Paglioni in una cella del carcere di Forlì. Cinismo, indifferenza, sprezzo della vita umana, hanno precipitato la morte di questo uomo di 44 anni profondamente debilitato da una malattia che il senso comune fa fatica a pronunciare, l’Aids. Stefano Brunetti, sempre nel 2008 morì in ospedale il giorno successivo al suo arresto a causa delle percosse subite. Dall’autopsia sarebbe emersa, secondo quanto riportato dal legale, la presenza di «un’emorragia interna dovuta a un grave danno alla milza. Risultano fratturate anche due costole». Nell’estate 2009 un detenuto straniero, di nome Mohammed, moriva suicida nella «cella di punizione» del carcere di santa Maria Maggiore, a Venezia. Il luogo, descritto da testimoni e da chi aveva potuto verificarne l’esistenza, come «stretto, buio, dall’odore nauseabondo», assomigliava più a una segreta medievale che a una moderna camera di sicurezza. Potremmo continuare ricordando il suicidio di Diana Blefari Melazzi, la cui sofferenza psichiatrica non fu mai presa sul serio. Citare la morte del testimone scomodo del carcere di Teramo, il «negro» Uzoma Emeka che aveva assistito al pestaggio di un altro detenuto. Per quell’episodio, il comandante degli agenti di custodia, Giovanni Luzi, venne preso in castagna da una registrazione audio mentre in un concitato colloquio rimproverava un assistente di polizia penitenziaria per aver pestato un detenuto in sezione, davanti agli altri reclusi, invece di averlo portato “sotto”, cioè nel reparto di isolamento, dove abitualmente al riparo da sguardi indiscreti avvengono i pestaggi, le “punizioni”. Questo tipo di vicende, oltre a porre un problema di tutela dei corpi, dei diritti e delle libertà calpestate, suggeriscono una riflessione meno episodica è più attenta alla natura sistemica del fenomeno.
Negli ultimi decenni l’Italia ha conosciuto diversi tipi di eccezione. Sul finire degli anni 70 s’impose un «stato d’eccezione giuridico» contro la lotta armata, procastinata successivamente contro la mafia. Forma subdola e insidiosa che stravolgeva l’eccezione classica della modernità, quella di matrice giacobina codificata nelle costituzioni liberali, che attribuisce pieni poteri all’esecutivo e sospende le garanzie giuridiche per un periodo limitato nel tempo e nello spazio. Da noi, al contrario, il ricorso all’eccezione è stato gestito dalla magistratura per delega politica. Circostanza che ha dato forma a un sistema penale ibrido, dove norma regolare e regola speciale convivono, si integrano e si sostengono reciprocamente. Tanto che non è più possibile pensare di poter ripristinare la normalità giuridica poiché non vi è mai stata sospensione, ma unicamente ibridazione di più registri giuridici e penali, legislativi e procedurali, fino a determinare un groviglio inestricabile che non consente più alcun riassorbimento o fuoriuscita. Negli anni 90 si è andato diffondendo un nuovo modello emergenziale flessibile, modulabile, a macchia di leopardo, caratterizzato dalla presenza di «zone grigie», buchi neri in cui il confine tra legalità e illegalità resta incerto. «Ambiti riservati davanti ai quali lo stato di diritto arretra», come ha scritto una volta sul Corriere della sera il professor Panebianco. Una sorta di doppio binario: legalità e diritti riconosciuti solo per una parte della popolazione e trattamenti differenziati per la restante. Le camere di sicurezza delle questure e dei carabinieri, i reparti d’ospedale dove si somministrano trattamenti sanitari obbligatori, sono spazi di diritto attenuato facilitato dall’opacità dei luoghi. I Cie, le frontiere, le zone costiere, gli aeroporti, appartengono alle «zone d’eccezione» che pongono limiti allo spazio giuridico, espellono lo stato di diritto. Definiti da alcuni anche «Non luoghi», spazi di arresto della mobilità di persone che non hanno commesso alcun crimine, caratterizzano la democrazia reale.

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Cronache carcerarie
Nasce l’osservatorio sulle morti e le violenze nei Cie, questure, stazioni dei carabinieri e i reparti per Tso

Nasce l’osservatorio sulle morti e le violenze nei Cie, nelle questure, le stazioni dei carabinieri e i reparti per trattamenti sanitari obbligatori

Carlos, transessuale brasiliana detenuta senza reato, si è impiccata nel Cie di via Corelli a Milano

Paolo Persichetti
Liberazione 27 dicembre 2009

«Dai suoi capelli sfilo le dita/quando le macchine puntano i fari/sul palcoscenico della mia vita/dove tra ingorghi di desideri/alle mie natiche un maschio s’appende/nella mia carne tra le mie labbra/un uomo scivola l’altro si arrende». Scorreva così, «sotto le ciglia degli alberi», nel chiaroscuro dei viali milanesi, la vita di Carlos S., transessuale brasiliana di 34 anni. Fino a domenica 20 dicembre, quando è rimasta impigliata in una retata della polizia, un tempo si sarebbe detto della “buon costume”. Carlos, non conosciamo il nome che si era scelta, era sprovvista dei documenti necessari per la sua permanenza in Italia. Per questo è stata fermata e poi deportata insieme con altri viados nel Cie di via Corelli. Di umiliazioni, dolore e discriminazioni, lei, come le altre, ne aveva conosciute e sopportate tante. Non l’ultima però. Non la degradazione e l’abisso dei “campi di concentramento” di cui sono disseminate le democrazie occidentali. Non questi luoghi dove vige lo stato d’eccezione, dove si è sottoposti a “detenzione amministrativa”, una coercizione dei corpi che l’ipocrisia di Stato non ha saputo nemmeno designare con un nome. Altrove sono stati coniati singolari neologismi. I francesi meno restii nel riconoscere esplicitamente il ricorso all’eccezione, parlano di rétention per distinguerla dalla detenzione. Campi di permanenza temporanea dove una persona straniera in situazione amministrativa irregolare è trattenuta a forza in attesa di “identificazione ed espulsione”, come recita l’ultima dizione legislativa. Luoghi vuoti di diritto, buchi neri che hanno ridotto a un colabrodo le nostre democrazie tanto decantate. In uno di questi recinti Carlos ha smesso di mescolare «i sogni con gli ormoni». L’ultima fermata è arrivata il giorno di Natale. L’hanno trovata appesa ad un lenzuolo, intorno alle 15.30, quando il resto del Paese era seduto attorno a tavole imbandite di cibo, panettoni e spumante. Carlos se n’andava per fuggire all’orrore di una prigionia senza reato, di una punizione senza colpa, se non quella di esistere, di voler essere donna. Se n’è andata liberandosi anche di quel corpo che l’aveva imprigionata ad una identità sessuale che non era sua. «Il 33% delle persone transessuali sono a rischio di suicidio a causa della discriminazione che subiscono», hanno spiegato in un comunicato Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, responsabili di EveryOne, associazione per i diritti umani. Nonostante ciò, prosegue sempre il testo del comunicato, «i transessuali vengono rinchiusi nei Cie, che sono vere e proprie carceri. L’Italia è il primo Paese europeo per discriminazioni, morti e violenze transfobiche: un terribile primato che rende le persone transessuali e transgender cittadini vulnerabili ed esclusi». «L’Italia sta violando i diritti umani senza porsi il problema del rimedio», sottolinea Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone che annuncia come già mille detenuti, da agosto ad oggi, abbiano chiesto il sostegno dell’associazione nella procedura di ricorso alla Corte europea dei diritti umani contro le condizioni di vita che sono costretti a subire negli istituti di pena italiani. «Mille richieste di indennizzo, dunque, contro lo Stato italiano – spiega Gonnella – per violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani, quello che vieta le torture e le pene inumane o degradanti». Situazione che ha spinto EveryOne ha sollecitare gli uffici dell’Alto commissario Onu per i diritti umani e dell’Alto commissario Onu per i rifugiati affinché la discussione sulle gravi violazioni dei diritti fondamentali perpetrate dal sistema carcerario e dalle politiche anti-immigrazione portate avanti dall’Italia venga sottosposta all’attenzione della Corte internazionale di giustizia, principale organo giudiziale delle Nazioni unite. Proprio a partire da quest’ultima vicenda, “l’Osservatorio permanente sulle morti in carcere” ha ritenuto opportuna la creazione di un’apposita “Sezione” per il monitoraggio dei decessi che avvengono in situazioni di privazione o limitazione della libertà personale al di fuori del sistema penitenziario. Nella società odierna si può essere privati della propria libertà senza per questo ritrovarsi in carcere. Il carcere diffuso rappresenta ormai una tendenza sempre più affermata. Fuori dalle mura di cinta delle prigioni ci sono i Cie, le camere di sicurezza delle questure e delle stazioni dei carabinieri; esiste poi un’area penale esterna che avviluppa in una sorta di “blindato sociale” la vita di centinaia di migliaia di persone sottoposte a misure alternative e di prevenzione; ci sono inoltre le case lavoro e gli Opg e infine i Tso, i trattamenti sanitari obbligatori. Ogni morte, violenza o discriminazione subita da persone private della libertà all’esterno del carcere sfugge alle statistiche. Il rischio è che quanto avviene in queste zone dove vige uno stato di diritto attenuato, per non dire inesistente, resti confinato in un cono d’ombra al riparo dalla percezione pubblica. «Nei centri di identificazione ed espulsione (ex Cpt), come pure nelle “camere di sicurezza” delle questure e delle caserme – afferma il comunicato stampa diffuso ieri dall’Osservatorio – le persone non sono “detenute”, quindi paradossalmente possono risultare meno tutelate rispetto a chi entra nel circuito penitenziario (regolato da un apparato normativo che prevede anche una serie di “strumenti di garanzia” per i detenuti)». Nelle tabelle rese note il suicidio di Carlos è il secondo che avviene in un Cie dall’inizio dell’anno, oltre ad un decesso per “causa da accertare” nel Cie di Roma. Nel 2008 nei Cie si sono registrati due morti per malattia, mentre nel 2007 altri 3 suicidi (di cui 2, nel Cie di Modena, a distanza di un solo giorno l’uno dall’altro). Per quanto riguarda le persone “fermate” e poi morte nelle Questure, “l’Osservatorio” ha raccolto informazioni su tre decessi avvenuti tra il 2007 e il 2008 nella questura di Milano e altri due avvenuti nella questura di Roma nel 2002.

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Chi ha ucciso Bianzino?
Cronache carcerarie

Caso cucchi, avanza l’offensiva di chi vuole allontanare la verità
Cucchi, anche la polizia penitenziaria si autoassolve
http://perstefanocucchi.blogspot.com/
Stefano Cucchi: le foto delle torture inferte
Caso Cucchi, scontro sulle parole del teste che avrebbe assistito al pestaggio. E’ guerra tra apparati dello Stato sulla dinamica dei fatti
Morte di Cucchi, c’e chi ha visto una parte del pestaggio nelle camere di sicurezza del tribunale
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Manconi: “sulla morte di Stefano Cucchi due zone d’ombra”

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Caso Stefano Cucch, “il potere sui corpi è qualcosa di osceno”
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Alle code di paglia non piace Scalzone

20 dicembre 2009

Dal blog di Franco Senia

Cosa vuol dire …

“Revisionismo” – se non ricordo male – è termine che attiene alla vulgata marxista-leninista ed è volto a denunciare e ad inchiodare coloro che si opponevano al dogma stalinista per cui il pensiero di Marx costituiva la premessa teorica e, l’opera di Lenin l’unica attuazione pratica possibile.
Detto questo, trovo quanto meno singolare che una o più persone, che si firmano “alcuni anarchici”, titolino “Piazza Fontana: revisionismi di Stato e revisionisti di movimento” quello che si rivela essere solo un cumulo di banalità, spesso in aperta contraddizione le une con le altre, al fine di accusare di malafede Oreste Scalzone. Avrebbe avuto il torto – dicono – nel corso di un’intervista a “RadioCane” di argomentare circa l’inconsistenza dell’espressione – messa in bocca a Pinelli nella ballata omonima – per cui “un compagno non può averlo fatto” (riferito alla collocazione di una bomba presso una banca) e – di più – avrebbe rincarato la dose chiedendo cosa cazzo vorrebbe dire, sempre riferendosi alla stessa ballata, “anarchia non vuol dire bombe, ma giustizia nella libertà”!!??
Già, la procedura – perché di procedura si tratta – sembra proprio voler svolgere l’intento di preservare quell’aura di innocenza sacrale che DEVE continuare a soffondersi intorno a tutti i puri, sempre vittime innocenti, ecc. ecc.
Per far professione di “anarchia”, i suddetti non si risparmiano circa l’elencare tutti quei nomi (da Paolo Schicchi ad Émile Henry scritto con l’accento giusto) che conferiscono loro l’autorità e il diritto di poter parlare di quello di cui intendono parlare: che Oreste è solo un finto libertario, e di anarchia non può parlare! Di quegli anni dicono poco, solo un accenno al fatto che gli anarchici – a dire di Scalzone – erano succubi del piano politico di Lotta Continua, contro la quale in realtà sarebbero diretti i veri strali dell’ex-leader di Potere Operaio.
E allora, forse, sarebbe davvero il caso di riaprire la discussione su quegli anni. E senza le infamie delle accuse di “portaordini di Toni Negri” e, peggio, di connivenza con la strage di Primavalle.
Sarebbe il caso di affrontare – adesso che la maggior parte dei reati è prescritta – la discutibilità di un’azione politica, da una parte ciecamente e follemente innocentista a tutti i costi, e dall’altra assurdamente giustizialista.
Il candore di un Pinelli (tacendo del fatto che all’appuntamento con la morte, ci andò di sua volontà, senza mandato), da una parte, la campagna personalizzata contro Calabresi (come se non fosse vero che il responsabile era lo Stato, e non uno qualsiasi dei suoi servi), dall’altra.
Sarebbe forse il caso di parlare di come allora, e per almeno quattro anni, il movimento anarchico abbia asservito ogni sua attività all’esigenza di dimostrare la propria totale estraneità a qualsivoglia azione che puzzasse minimamente di violenza. Se parliamo di canzoni, allora dobbiamo dire come fossero banditi i versi di “Nel fosco fin del secolo morente” che parlavano di “schianto redentore della dinamite”!
Sarebbe il caso di parlare di questo e di altro, comprese le bassezze che intridono anche la storia di quegli “anarchici e del loro movimento anarchico”, che “lo zombi Scalzone” si sarebbe permesso di criticare!

Altri interventi
Gli angeli e la storia
Giustizialismo e lotta armata
Neanche il rapimento Sossi fu giudicato terrorismo

Feticci della legalità e natura del populismo giustizialista

Botta e risposta a proposito di un articolo apparso su questo blog e nel quale si spiegava che l’aggressione subita da Berlusconi non trova origine in un presunto ritorno al clima degli anni 70 ma nella guerra civile borghese strisciante che traversa l’Italia di oggi

Aggressione a Berlusconi: ma cosa c’entrano gli anni 70? E’ guerra civile borghese

1) Vecchiume

“giovani che sventolavano Il Fatto, quotidiano portavoce del giustizialismo populista più fazioso, «destra d’opposizione» qualunquista, reazionaria, ultralegittimista, borghese e forcaiola”.

Non dico che ci sia anche una parte di verita ma che semplificazione banale. Tra quelli che sventolano il “Fatto” piuttosto che votare “Italia dei Valori” ci sono persone in carne ed ossa, con un nome una storia personale. Molti come il sottoscritto, compagni, che senza dare un significato strategico (non ci si muove solo con campagne super pianificate di lunga durata) magari per protestare contro quei peraccottari di Rifondazione e company hanno anche votato Di Pietro. E cosa siamo: qualunquisti borghesi!
Meno male che ci sei tu a spiegarcelo. Visto che avevi capito tutto a tempi della lotta armata giustamente sei ancora qui a illuminare le nostre deboli menti che tutto questo non capiscono.


2) Asilo d’infanzia

Bè vedi, compagno, “persone in carne ed ossa“ siamo tutti, tutte. Mammiferi bipedi, derivati per uno ‘scarto’ genetico minimo dai primati superiori, con pollice opposto, stazione eretta, epiglottide capace di emettere suoni articolati, diversificatisi in parallelo – iniziando un po’ dopo – di Cro Magnon, e fondamentalmente distintisi come specie di “esseri parlanti“, definiti “specializzati nella parola“ e perciostesso, essendosi sporti fuori dall’essere, inferito la mortalità, riguardatisi, realizzata l’alterità, concepitisi, conosciuti gli interrogativi su cause e fini, su prima e prima del prima, scoperto/inventato il tempo, angosciatisi sul senso, i dilemmi, gli aut-aut, le coppie come felice/infelice…, l’angoscia del finito, effimero, e la claustrofobia dell’eterno….
Perciostesso, dicevamo, specie “pericolosa“, non più governata dalla teleologia dell’istinto, innato, di autoconservazione della specie dunque suscettibili di autodistruggersi…

In carne ed ossa siamo tutti, “uomini ed altri animali”, e fuor di dilemmi su olismi o individualismo/universalismo, fuor di ideologie “umanistiche“, o altro… Che c’entra, però!
Tra l’altro, la furia, il disappunto, vengono dal pensare che ci sia – tra nojaltri – una alienazione della ribellione, della rivoltosità, a favore della caricatura di una denuncia del Tiranno senza nemmeno tirannicidio; un barattare “la primogenitura” dela critica radicale, dell’inimicizia, della sovversione sociale per il “piatto di lenticchie” del risentimento, della denuncia morale, della focalizzazione su una parte per il tutto, dell’illusione di una soluzione penale, del feticcio della “legalità“, del “controllo di legalità“, dell’azione penale e della sanzione giudiziaria e poi dell’esecuzione penitenziaria.

Nessuno qualifica te, o i “tipi come te” che hanno creduto di trovare un punto di forza, di leva, di traduzione del proprio bisogno di rivolta nell’ oltranzismo di un “antibelusconismo” ipnotizzato ed ipnotico, nell’alienazione giudiziaria, nel surrogato penale dell’ “azione collettiva“, nella sua surrogazione che si fa sostituzione, in un diversivo e sfogo contraddittorio con le ‘ragioni per cui’, con i principî enunciati, come borghesi moralisti forcajoli.

Resta, che ciò che fanno e predicano Feticcio della legalità, i Travaglio, i Di Pietro & simili, negli anni ‘70 lo faceva e diceva Il Candido del senatore missino ed ex-repubblichino Giorgio Pisanò.
Ti impenni per articolo, occhiello, titolo, sommario ( “Anni ‘70? Macchè, è guerra civile borghese (…) a contestare il leader del Pdl non c’erano i centri sociali ma giovani che sventolavano Il Fatto, quotidiano portavoce del giustizialismo populista più fazioso, «destra d’opposizione» qualunquista, reazionaria, ultralegittimista, borghese e forcaiola”), e con sarcasmo amaro osservi: “E cosa siamo: qualunquisti borghesi ?”.

Ma il giudizio è sulla natura, per cominciare, “natura di classe” del “manipulitismo”, del giustizierismo in forma giudiziaria, dell’emergenzialismo penale, del feticcio della Legalità (“potere dei senza potere”), del mito e del culto dell’azione penale come panacèa giustiziera e forma di una logica “giustizialista”. Critica del girotondismo, della cultura propinata da Repubblica e da una schiera di “satelliti, ateroidi, pianetini…”.

La critica può eventualmente essere sottoposta a tentativo di confutazione: ma è distorcerla e malintenderla se le si attribuisce sprezzo per quei compagni che – a nostro parere – alienando la loro voglia di rivolta finiscono (a nostro avviso argomentato e, beninteso, offerto a controversia) ad intrupparsi dietro bandiere certamente non loro. Anzi, apertamente nemiche, portatrici di inimicizia frontale implacbile contro “tutti noi” !

Per contro, se posso dirti, sei tu che usi un sarcasmo che rivela un malcelato pregiudizio che il risentimento fa affiorare alla superficie, quando scrivi: “Meno male che ci sei tu a spiegarcelo. Visto che avevi capito tutto a tempi della lotta armata giustamente sei ancora qui a illuminare le nostre deboli menti che tutto questo non capiscono”.

Devo dirti : lo stilema è frusto, estenuato, buono per battute da disputa di coppia in fotoromanzi e telenovela. Se ne evince, o una sorta di reazione da mania di persecuzione o complesso, oppure un giudizio sprezzante e liquidatorio, animoso, rancoroso verso la “lotta armata” e i suoi “tempi”. Non è così?

Oreste Scalzone 16/12/2009

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Il prefetto di Venezia rimosso per non aver avvertito le ronde padane

Mesi di azioni squadriste della Lega contro i Sinti andate in fumo

Paolo Persichetti
Liberazione 19 dicembre 2009

Sarà la Sicilia la nuova destinazione del prefetto di Venezia, Michele Lepri Gallerano, rimosso dall’incarico per aver acconsentito al trasferimento, in condizioni di sicurezza, di 38 famiglie nomadi di etnia Sinti nel nuovo insediamento di Favaro Veneto, un villaggio nei pressi di Mestre. Struttura d’accoglienza costruita dal comune di Venezia con i fondi regionali e il voto favorevole dello stesso centrodestra per una spesa di 2,8 milioni di euro, ma che ha sempre incontrato la feroce opposizione dei leghisti e della presidente della provincia, Francesca Zaccariotto. A Lepri vengono rimproverate circostanze e modalità del trasferimento deciso dal sindaco di Venezia, con l’ordine della massima riservatezza. Gli stessi Sinti avevano saputo solo un’ora prima che era arrivato il momento di raccogliere tutte le loro cose e trasferirsi nella nuova struttura. Una serie di casette prefabbricate con la piazzola per la roulotte, al posto del vecchio e fatiscente campo alla periferia di Mestre. Una struttura insalubre dichiarata del tutto inagibile dalla Asl per «gravissime carenze igieniche e sanitarie». Il ministro Maroni, che al campo Sinti aveva dedicato una delle quattro visite a Venezia, l’aveva saputo il giorno dopo, come tutti i cittadini. Il blitz – un corteo di lampeggianti nella notte – aveva vanificato mesi di barricate leghiste. Una vera beffa. Il Carroccio, mosso dalla sua consueta empietà politica e abiezione morale, non voleva dare quelle casette ai Sinti. Per questo era arrivato a fomentare la guerra tra poveri facendo demagogicamente balenare l’ipotesi di destinare i prefabbricati agli anziani del quartiere o alla peggio di lasciarli inutilizzati. La notte del trasloco nel nuovo campo di via Vallenari, il prefetto sia pur preavvertito dal comune si era guardato bene dal comunicare tempi e i modi del trasferimento al ministro degli Interni, con il quale stava cenando in occasione di una manifestazione ufficiale. La circostanza è stata considerata un vero e proprio “sgarbo” dall’inquilino del Viminale. Da qui la rottura del «rapporto fiduciario», hanno fatto sapere gli ambienti leghisti della provincia che avevano immediatamente chiesto la sua testa. «Il prefetto non poteva agire senza informare il ministro», hanno sostenuto, furiosi per lo smacco subito. Mesi di barricate andate in fumo. E così Lepri è stato collocato in posizione di “fuori ruolo” presso la presidenza del consiglio dei ministri per assumere l’incarico di Commissario dello Stato per la Regione Siciliana. Eppure sulla legittimità del trasloco c’era ben poco da obiettare. La decisione rientrava nei poteri del sindaco Cacciari ed era sostenuta dalle sentenze del Tribunale amministrativo regionale e del consiglio di Stato che avevano rigettato tutti i ricorsi. Ai leghisti e al ministro Maroni non è piaciuto quello che hanno ritenuto un atteggiamento di connivenza del prefetto col sindaco. Pretendevano al contrario che da parte sua ci fosse un atto delatorio che permettesse loro di organizzare il boicottaggio dell’operazione con blocchi stradali e azioni squadriste contro la carovana in movimento, favorite dalla tolleranza attiva del ministro degli Interni. Nel comportamento tenuto del prefetto, che pure in agosto aveva ricevuto l’incarico dallo stesso Maroni, sono emerse in realtà solo considerazioni legate alla necessità di evitare disordini dovuti a possibili degenerazioni dell’ordine pubblico. Questa vicenda dimostra quale sia la natura depravata dell’occupazione leghista del potere. L’idea che il territorio e l’amministrazione pubblica siano cosa propria, una sorta di “cosa nostra padana” accompagna la faziosa gestione del ministero degli Interni, trasformato in bunker dell’intolleranza, connivente con le violenze e le angherie leghiste e fasciste nelle zone d’osservanza padana. Una macchina della violenza istituzionale che bracca migranti e nomadi, bastona lavoratori, precari, studenti. La notizia della rimozione del prefetto ha suscitato i duri commenti del sindaco Cacciari che ha definito la decisione frutto di una politica «rozza, intollerante e ancora prima e ancora peggio stupida». Per Gianfranco Bettin, consigliere regionale dei Verdi, l’allontanamento del prefetto è «un atto nello stile dei regimi autoritari: al posto del federalismo vogliono i federali». Anche Giancarlo Galan, dopo essere stato estromesso dalla ricandidatura a governatore per far posto alla Lega, ha d’improvviso scoperto che «mala tempora currunt».

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Aldo Bianzino, no all’archiviazione dell’inchiesta sulla sua morte

Comunicato stampa del Comitato Verità e Giustizia per Aldo

19 dicembre 2009

“Arrestati e condotti nel carcere di Capanne – Aldo viene portato in isolamento e Roberta nel braccio femminile – al termine di una perquisizione, firmata dal pm Petrazzini, trovate solo alcune piante di marijuana e 30 euro in contanti”. È l’assurdo inizio della fine di Aldo. Uomo libero, consumatore e coltivatore di canapa che per questo viene arrestato e muore in carcere, in una città che si preoccupa soltanto di reprimere i consumatori e la “manodopera di strada” mentre rimane una piazza centrale del narcotraffico. A più di due anni da questa “misteriosa” morte, si tenta ancora di insabbiare la verità. Infatti, mentre è stato rinviato a giudizio l’agente di polizia penitenziaria accusato di omissione di soccorso, viene archiviato il procedimento per omicidio, volendo farci credere che Aldo sia “stato ucciso” in carcere da un malore accidentale. L’ipotesi di morte naturale viene però formulata solo dopo la seconda autopsia sul corpo di Aldo. Và ricordato che nella prima autopsia vengono riscontrate diverse lesioni “compatibili con l’ipotesi di omicidio” e i medici legali dichiarano probabile la sua morte per percosse. Nella seconda, con l’asportazione del fegato e del cervello, la sua morte viene fatta risalire a cause naturali, negando di fatto l’ipotesi delle percosse. Una terza perizia viene richiesta dal giudice e affidata agi stessi medici legali! Il risultato? Il fegato di Aldo si sarebbe staccato in seguito ad un massaggio cardiaco (effettuato da medici competenti!). Dall’analisi dagli atti che giustificano l’archiviazione permangono diversi dubbi:
– Aldo viene ritrovato rannicchiato nel letto nudo con addosso una sola maglietta (che i familiari affermano non appartenergli) e con la finestra aperta, ad ottobre inoltrato.
– Al momento del ritrovamento del corpo di Aldo non è stata effettuata alcuna ispezione della cella numero 20 nella quale era stato rinchiuso.
– Nonostante viene affermato che dall’analisi delle riprese delle telecamere a circuito chiuso del carcere non risultino elementi rilevanti, non si parla del perché queste all’inizio vengono dichiarate non funzionanti mentre in seguito viene affermato che il loro funzionamento avviene con registrazioni ad intervalli regolari. Inoltre come è possibile che lo stesso pm Petrazzini che ha ordinato l’arresto di Aldo sia anche quello che ha indagato sulle cause della sua morte? Non è corretto che uno stesso magistrato svolga contemporaneamente il ruolo dell’accusa e della tutela (ruolo della difesa) nei confronti della medesima persona. Al limite il magistrato che ha emesso l’ordinanza di perquisizione nei confronti di Aldo poteva essere sentito come parte in causa all’interno dell’inchiesta sull’omicidio, ormai archiviata. Questa è la “storiella” alla quale vogliono farci credere, dandoci come “contentino” il capro espiatorio di turno. In risposta ad uno stato che vuole controllare i cittadini e reprimere qualsiasi comportamento che sia difforme dalla norma, e ad un comune che non si è mai esposto su questa vicenda continuando invece ad alimentare politiche securitarie attraverso la privatizzazione del controllo sui nostri corpi e le nostre vite, noi continueremo ad opporci a questa sicurezza che vuole limitare le nostre libertà individuali e che allo stesso tempo lascia impuniti casi molto simili a quello di Aldo come quelli di Stefano Cucchi, Marcello Lonzi e Stefano Frapporti, solo per citarne alcuni, ma che potrebbe capitare a tutti noi in qualsiasi momento. Continueremo quindi a diffondere lotte dal basso e consapevolezza perché non si può finire in carcere per qualche pianta d’erba in nome di una sicurezza che è solo repressione e morte.

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Chi ha ucciso Bianzino?

Cronache carcerarie
Caso cucchi, avanza l’offensiva di chi vuole allontanare la verità
Cucchi, anche la polizia penitenziaria si autoassolve
http://perstefanocucchi.blogspot.com/
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Caso Cucchi, scontro sulle parole del teste che avrebbe assistito al pestaggio. E’ guerra tra apparati dello Stato sulla dinamica dei fatti
Morte di Cucchi, c’e chi ha visto una parte del pestaggio nelle camere di sicurezza del tribunale
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Violenza di Stato non suona nuova

Morte violenta di Stefano Cucchi: due nuovi testimoni accusano i carabinieri

Due nuovi testi chiamano in causa l’arma dei carabinieri tenuta fino ad ora fuori dall’inchiesta

Cinzia Gubbini
il manifesto
18 dicembre 2009

Lo hanno visto scendere dalla macchina nel piazzale del Tribunale, la mattina del 16 ottobre intorno alle 8,30, e non si reggeva in piedi. Poi sono stati messi nella stessa cella di sicurezza, in attesa della convalida. «Che ti è successo?», gli hanno chiesto. «Mi hanno picchiato i carabinieri questa notte», «E perché non lo dici?», «Perché sennò mi fanno le carte per dieci anni». Cioè: se lo dico si inventano qualcosa per tenermi in carcere a lungo. A svelare questi nuovi particolari sul caso di Stefano Cucchi – il ragazzo morto il 22 ottobre scorso nel reparto carcerario del Pertini – sono due cittadini albanesi, fermati anch’essi dalla compagnia Casilina la sera del 15 ottobre. E compagni di cella di Stefano in tribunale. Ieri mattina i due albanesi, assistiti dall’avvocato Simonetta Galantucci, sono stati sentiti dai procuratori Vincenzo Barba e Francesca Loi. Una deposizione circostanziata, che tira in ballo le responsabilità dei carabinieri, già raccolta nelle scorse settimane dagli avvocati di parte civile Dario Piccioni e Fabio Anselmo. Ora il loro racconto è agli atti della Procura, che dovrà valutarlo alla luce di quanto finora emerso.
La sera del 15 ottobre i due cittadini albanesi vengono fermati con l’accusa di tentato furto. Stefano, invece, viene fermato con l’accusa di spaccio perché ha in tasca 20 grammi di marijuana. Tutti e tre vengono portati nella caserma di via del Calice, ma non si incontrano. La stazione Appia è una delle sei di competenza della compagnia Casilina. Una caserma piccola, che in genere chiude alle dieci di sera e che solitamente non viene usata per ospitare le persone arrestate. Qui si svolge l’interrogatorio di Stefano e quello dei due albanesi. Poi le strade si dividono: i due vengono portati in un’altra caserma per passare la notte, Cucchi viene prima portato a casa dei genitori per una perquisizione. E’ l’una di notte, sua madre lo vede e sta bene, tanto da venire tranquillizzata sia da Stefano che dai militari: «domani sarà a casa». Quindi il ragazzo ripassa a via del Calice, e poi viene trasferito nelle celle di sicurezza della stazione di Tor Sapienza. Di ciò che accade in questa stazione si sa pochissimo, se non che intorno alle 5 Stefano accusa un malore e per questo viene chiamata un’ambulanza. E iniziano le prime stranezze. A partire da quanto viene annotato nella scheda del 118 («schizofrenia», forse solo un errore materiale) fino al fatto che i due infermieri non riescono a visitare Stefano: il ragazzo è a letto, avvolto nelle coperte. Notano soltanto degli arrossamenti sotto le palpebre. Ma vista la scarsa collaborazione del ragazzo se ne vanno dopo mezz’ora. Stefano era stato picchiato? E’ quanto sostengono i due testimoni albanesi, che incontrano il ragazzo la mattina dopo, giorno della convalida in tribunale. Tutti e tre sono scortati da carabinieri della compagnia Casilina, ma sono su due macchine diverse: Stefano viaggia su quella dietro la loro. Quando arrivano nel piazzale del tribunale, vedono Stefano scendere dalla macchina e notano che «non si regge in piedi». E’ dolorante e fa fatica a camminare. Ne rimangono impressionati, fumano insieme una sigaretta ma non si parlano: davanti a loro ci sono i carabinieri. Poco dopo vengono messi nella stessa cella. Stefano sta talmente male, raccontano i due testi, che devono aiutarlo a sedersi. Finalmente gli chiedono che cosa è accaduto: «Mi hanno picchiato i carabinieri, ma non questi qua», dice il ragazzo riferendosi alla sua scorta. La convalida dei due albanesi si svolge prima di quella di Stefano. A loro va bene: non viene convalidato il fermo. Per Stefano, invece, l’incubo prosegue. Non solo gli vengono negati gli arresti domiciliari (e agli atti viene scritto che è un «senza fissa dimora»), ma secondo quanto riferito da due testimoni ascoltati in incidente probatorio Stefano subisce un pestaggio anche nei sotterranei del tribunale. Per questo sono stati indagati tre agenti della polizia penitenziaria con l’accusa di omicidio preterintenzionale. Stefano, di certo, esce dal Tribunale con delle lesioni. Per questo finirà nel reparto penitenziario dell’ospedale Pertini, sulla cui negligenza la Procura sembra non avere dubbi visto che nel registro degli indagati sono finiti altri tre medici (oltre ai tre già indagati insieme agli agenti penitenziari) con l’accusa di omicidio colposo. Finora nessuna ombra è emersa sul comportamento dei carabinieri. Ma la testimonianza di ieri cambia le carte in tavola.

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Aldo Bianzino, no all’archiviazione dell’inchiesta sulla sua morte
Cronache carcerarie

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Ignorata la disponibilita offerta da un gruppo di detenute che si offrì di assistere la Blefari. I magistrati puntavano al pentimento
Induzione al pentimento
Suicidio Blefari Melazzi: l’uso della malattia come strumento di indagine

Fincantieri vuole tenersi metà dei soldi degli operai

La Fiom abbandona la trattativa. Oggi incontro con il ministro Scajola

Paolo Persichetti
Liberazione
18 dicembre 2009


Le mobilitazioni di questi giorni un risultato minimo lo hanno strappato. Fincantieri ha reso noto che alle maestranze verrà corrisposto entro dicembre metà del premio di produzione stabilito questa estate. 300 euro per i lavoratori diretti, e i 210 per quelli indiretti, verranno erogati ai dipendenti dei cantieri di Ancona, Sestri Ponente e Muggiano a cui inizialmente l’azienda aveva detto no. C’è un problema però: mentre i sindacati, nel corso della lunga trattativa di mercoledì scorso, protrattasi oltre la mezzanotte, avevano proposto questa somma a titolo di anticipo dell’intera somma pattuita questa estate; l’azienda si è detta favorevole solo a condizione di una rinuncia da parte sindacale alla pretesa certa della erogazione a fine gennaio del conguaglio restante, cioè degli altri 450 euro lordi. Insomma, «pigliatevi questi 300 euro e finiamola qui, al massimo se ne riparlerà nel 2010, sempre che siate buoni!». E’ stato più o meno questo il senso della risposta dei vertici di Fincantieri, pronti a rimangiarsi l’accordo siglato il 16 luglio. A questo punto, mentre Fim e Uilm, si accontentavano di quel che passava il convento, la Fiom ha deciso di abbandonare il tavolo. In un secco comunicato diffuso ieri, i metalmeccanici della Cgil hanno denunciato la «Pretesa inaccettabile in termini di principio e di fatto» che viola i termini di un accordo liberamente sottoscritto dalla direzione. Comportamento che – sempre secondo la Fiom – «incrina l’intero sistema delle relazioni industriali del Gruppo». Uno strappo senza precedenti nella storia sindacale di Fincantieri. Si pone a questo punto – sottolinea ancora il comunicato di corso Trieste – «la necessità di un chiarimento di fondo con l’Azienda». Questione che verrà posta durante l’incontro di oggi con il ministro dello sviluppo economico Scajola. A dimostrazione che il rispetto degli accordi di luglio non è una pretesa infondata, c’è stato il riconoscimento da parte dell’armatore della Silver Spirit, proprietario della nave crociera di extralusso bloccata ad Ancona, di riconoscere agli operai un premio di 60 mila euro e di commissionare una seconda nave, qualora la trattativa in corso andasse a buon fine. Smentita flagrante degli argomenti avanzati dalla Fincantieri per rifiutare l’esborso del premio di produzione. La Silver Spirit ha così lasciato gli ormeggi a fine mattinata. Sono in molti a esser convinti che dietro questa strategia di rottura della Fincantieri vi sia la volontà di mettere nell’angolo la componente operaia più combattiva e rappresentativa che ha giocato un ruolo centrale nella trattativa di luglio in vista della dismissione di alcuni cantieri, quelli liguri e di Ancona, in ragione di un criterio che di economico a ben poco: la «preferenza padana».

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Fincantieri, blocco dei cantieri in Liguria e Ancona
Cronache operaie

Fincantieri, blocco dei cantieri ad Ancona e in Liguria

Gli operai impediscono il varo di una nave crociera. L’azienda costretta a trattare

Paolo Persichetti
Liberazione
17 dicembre 2009
Da quasi due giorni gli operai Fincantieri di Ancona picchettano gli ingressi dello stabilimento e la banchina, impedendo di salpare alla Silver Spirit, nave da crociera di 195 metri di lunghezza e 360 tonnellate di stazza. Ultima creatura tirata su dalle maestranze per una società armatrice monegasca, la Silersea Cruiser. Protestano per rivendicare il premio di produzione che l’azienda ha tagliato. La protesta è scattata lunedì scorso anche in Liguria, nei cantieri di Sestri, Riva e Muggiano, 3200 dipendenti che si moltiplicano sommando l’indotto. Tutto è cominciato dopo una lettera arrivata ai sindacati e nella quale Fincantieri comunica che tre cantieri su otto (Sestri ponente, Muggiano e Ancona) hanno perso il diritto al premio, 750 euro lordi relativi al secondo trimestre 2009, a causa del mancato raggiungimento dei parametri di «miglior efficienza» concordati a luglio. Sono «soldi nostri – replicano gli operai – concordati, indipendentemente dai risultati». Soldi che «aiuterebbero specialmente i 200 cassintegrati, che facevano conto sulla prima tranche da 540 euro di dicembre per avere un Natale migliore». La reazione è stata immediata. Anche perché alcuni degli impianti sanzionati hanno largamente superato i parametri di produttività richiesti. Quello di Ancona avrebbe addirittura un rapporto di 1,26 sulla base di uno come risultato pieno. Insomma, la decisione dell’azienda è un vero e proprio furto, una rapina padronale bella e buona a cui i dipendenti hanno risposto lunedì pomeriggio con l’occupazione degli uffici e del cantiere. La mobilitazione è proseguita martedì con lo sciopero, il mantenimento dell’occupazione degli impianti, un corteo che ha bloccato le vie di Sestri. L’incontro in prefettura però non ha dato i risultati sperati. Dall’azienda chiusura totale. Sandro Scarrone, capo del personale, ha fatto il duro, tanto il suo Natale è più che assicurato. Alcune indiscrezioni raccontano però di una direzione aziendale divisa. A quanto pare, infatti, le ragioni del taglio dei premi sarebbero più politiche che produttive. Dovute ad una forzatura voluta dall’Ad Giuseppe Bono, sponsorizzato dal ministro Sacconi, che vorrebbe così affossare l’accordo strappato dalla Fiom in luglio. Dietro le divisioni, il dissenso sui progetti di ristrutturazione del gruppo. Da una parte chi, sensibile alle sirene leghiste, vorrebbe mantenere soltanto Monfalcone e Marghera per abbandonare gli altri siti, e chi, al contrario, è per la tutela del patrimonio nazionale dei cantieri. Per questo le Rsu di Castellamare hanno chiesto al presidente della repubblica di portarsi garante di un piano industriale. Previsto nel pomeriggio di ieri, l’incontro a livello nazionale tra sindacato e azienda è iniziato soltanto alle 18.30. Venerdì prossimo appuntamento col ministro per lo sviluppo economico Scajola.

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Cronache operaie

Aggressione a Berlusconi: ma quali anni 70 ! È guerra civile borghese

L’aggressore è uno squilibrato e in piazza a contestare il leader del Pdl non c’erano i centri sociali ma giovani che sventolavano Il Fatto, quotidiano portavoce del giustizialismo populista più fazioso, «destra d’opposizione» qualunquista, reazionaria, ultralegittimista, borghese e forcaiola

Paolo Persichetti
Liberazione 14 dicembre 2009

Facce d'Italia: Silvio Berlusconi

«Tutta colpa degli anni 70, madama la marchesa!». Gli stessi che oggi ripetono come un ritornello questa frase, negli anni 70 se la prendevano con gli scioperi e i sindacati. Domenica sera, Silvio Berlusconi era stato appena colpito mentre salutava la folla alla fine del suo comizio che subito sulle televisioni e nei commenti a caldo dei politici venivano evocati gli anni 70, anzi il loro spettro. Prim’ancora che fosse reso noto il nome dell’aggressore, si era già scatenata la caccia al suo possibile identikit politico-culturale. Sospettati numero uno: gli «antagonisti» (che poi con gli anni 70 non c’entrano nulla). Sembrava proprio che dovesse essere uno di loro, anzi non poteva che essere un «militante dei centri sociali». Gli speaker trasmettevano ai telespettatori l’ansia spasmodica per una conferma del genere. Il leader della lega, Umberto Bossi, non aveva dubbi: il lancio di un souvenir acquistato su una bancarella limitrofa al luogo del misfatto altro non era che un «atto di terrorismo».

Facce d'Italia: "Aldro", Federico Aldovrandi

Vedrete che fra un po’ ne vieteranno l’acquisto. Quando il nome del quarantaduenne Massimo Tartaglia è arrivato sulle agenzie, la giornalista di Canale 5, lasciando trapelare un certo rammarico, precisava che l’individuo era sconosciuto alla digos e non risultavano segnalazioni o precedenti penali a suo carico. Non era il tanto atteso «militante dei centri sociali» e nemmeno uno che aveva frequentato le galere per motivi politici. Niente di tutto questo. Si trattava soltanto di un anonimo cittadino senza militanza politica alle spalle, certo fomentato dall’antiberlusconismo dell’ultimo periodo ma con una decennale storia clinica legata ad uno squilibro mentale  emerso, a quanto sembra, quando era diciottenne, tanto che la psicologa che lo aveva in cura è stata convocata in questura per assistere all’interrogatorio. L’uomo, infatti, è subito apparso agli inquirenti in stato confusionale, incapace di tenere discorsi coerenti. Se così stanno le cose, che c’entra allora il clima da anni 70 chiamato in causa anche il giorno successivo sui giornali? La domanda è più che mai opportuna perché rinvia alla giusta comprensione di quel che sta accadendo in Italia negli ultimi tempi. In piazza a contestare il comizio del presidente del consiglio non c’erano i centri sociali e nessun altra componente della galassia antagonista, ma alcune centinaia di giovani che sventolavano Il Fatto, quotidiano portavoce del giustizialismo populista più fazioso e la cui ferocità è speculare solo ai discorsi dei leghisti e di alcuni esponenti del Pdl.

Facce d'Italia: il g-8 di Genova

Un pezzo delle molteplici anime che compongono il popolo viola, sicuramente il peggiore, certamente un settore che, nella caotica e instabile geografia dalle fragili identità culturali attuali, può essere classificato come una «destra d’opposizione»: qualunquista, reazionaria, ultralegittimista, forcaiola. Espressione dell’indignazione di ceti sociali medioborghesi che si abbeverano sui testi di Travaglio e Saviano, che guardano in tv Anno zero, ascoltano i discorsi di Di Pietro, leggono D’Avanzo e Bonini su Repubblica. Di nuovo la domanda: perché evocare gli anni 70? Un’epoca intrisa di marxismo dove gli attori in movimento erano altri e la società veniva letta utilizzando paradigmi meno semplificatori, legati ai conflitti e alle interazioni tra blocchi sociali e senza quella delirante contraddizione in termini presente oggi in chi assalta palchi in nome della legalità e della magistratura. Sorge il sospetto che alla fine gli anni 70 siano solo un comodo capro espiatorio verso il quale indirizzare la vendetta. In primis per quella guerra civile simulata, e tutta borghese, che Berlusconi in persona conduce con grande abilità. «Guerra civile legale» o «guerra civile fredda», sono solo alcune delle definizioni coniate dagli studiosi per descrivere situazioni di conflitto simili a quelle che si vivono in Italia oggi. Uno scontro molto duro divide verticalmente la borghesia italiana. L’ala condotta da Berlusconi fronteggia l’asse storico dei potentati economici italiani, capeggiati dal gruppo editoriale Repubblica-Espresso guidato da De Benedetti. Tanto più speculari sono le parti in conflitto, tanto più lacerante è il livello dell’inimicizia espressa.

Facce d'Italia: Stefano Cucchi ... e si potrebbe continuare con Bianzino, Lonzi e tanti tanti altri

Il ceto politico ricalca questa divisione, diversamente da quanto accadeva durante la prima repubblica quando dietro le quinte anche Berlinguer e Almirante arrivavano a parlarsi, sia pur mimando in pubblico una reciproca distanza ostile. Uno scontro agitato da metafore buone per una popolazione ridotta a spettatrice sugli spalti delle arene giudiziarie. Le metafore sono quelle dei «mafiosi» da una parte e dei «comunisti» dall’altra con cui le due opposte fazioni si etichettano. La personalizzazione della politica, tanto efficacemente interpretata da Berlusconi, figlia del presidenzialismo virtuale che la costituzione materiale ha di fatto imposto a quella legale, attira come una calamita sul corpo del premier consenso e dissenso, venerazione e odio delle folle. Negli Usa 4 presidenti e un candidato sono stati uccisi, altri 10 hanno subito attentati. Stessa sorte per i capi di Stato francesi, compresi i due colpi di carabina esplosi contro Jacques Chirac il 14 luglio 2002. Verrebbe da dire: è il presidenzialismo, bellezza!


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Cronache carcerarie
Dipietrismo: malattia senile del comunismo?
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