Eutelia-Agile: una talpa del Viminale informava la banda d’imprenditori guidata da Samuele Landi

Lavorava nella segreteria del capo della polizia. Aveva facile accesso ai terminali delle banche dati e ai dossier sensibili. La vicenda mette in luce i sistemi impiegati dal mercato per raccogliere le informazioni riservate necessarie alla competizione economica

Paolo Persichetti
Liberazione 6 ottobre 2010

E’ stato interrogato lunedì, presso il tribunale di L’Aquila, E.R., il funzionario che lavorava nella segreteria del capo della polizia, Antonio Manganelli, arrestato lo scorso 30 settembre su ordine del gip di Roma. Secondo l’accusa E.R. era sul libro paga della banda di imprenditori capeggiata da Samuele Landi. Gli spregiudicati manager specializzati nella rottamazione finanziaria che si erano impadroniti di Eutelia, società attiva nel settore dell’informazione tecnologica, conducendola alla banca rotta. Grazie alla sua delicata posizione Romano avrebbe svolto il ruolo di “talpa”, fornendo informazioni riservate sullo sviluppo delle indagini condotte dalla magistratura sull’operato del gruppo, in cambio di un compenso mensile di 2 mila euro al mese corrisposto fin dalla fine del 2008. Sempre su richiesta della combriccola d’imprenditori Romano avrebbe effettuato ripetuti accessi non autorizzati ai terminali della banca dati delle forze di polizia. Se le accuse raccolte dal nucleo di polizia valutaria della Guardia di finanza dovessero trovare ulteriori conferme verrebbero finalmente chiarite anche le circostanze che hanno favorito la fuga a Dubai dello stesso Landi, sfuggito agli arresti degli luglio scorso. Nel corso dell’interrogatorio, svolto tramite rogatoria, E.R. ha negato di aver percepito compensi o promesse di pagamento da Pio Piccinni, presidente e amministratore delegato di Omega nonché amministratore unico di Agile, figura pilastro della consorteria che aveva messo in piedi il lucroso sistema di frode e spoliazione delle società in crisi, acquisite con la promessa di risanarle. In realtà la banda di capitalisti corsari incassavano le commesse milionarie senza poi pagare dipendenti, contributi previdenziali, tasse, imposte e iva. Rimettevano sul mercato gli asset migliori e abbandonavano al loro destino i lavoratori, derubati dei loro Tfr, salari e contributi. L’aspetto più interessante che emerge da questa inchiesta non è tanto il possibile comportamento disonesto di un funzionario corrotto, circostanza che non giunge certo nuova, ma l’esistenza di un vero e proprio sistema di raccolta illecita di informazioni riservate, la presenza cioè di un mercato clandestino e illegale di notizie, insider, utilizzate per lo svolgimento della competizione economica. Un sistema che tutte le grandi imprese e multinazionali impiegano da sempre e che si è acor più rafforzato da quando le stesse intelligence statali, terminato lo scontro tra blocchi, si sono messe al servizio dell’economia per sostenere le guerre commerciali, la penetrazione nei nuovi mercati, l’accaparramento di materie prime. Ogni impresa che si rispetti ha una sua security, come ha dimostrato la vicenda Telecom con il suo aggressivo Tiger team capace persino entrare nel sancta sanctorum della Kroll, la banca dati dell’agenzia di sicurezza di Wall Street. Tra i risvolti dell’indagine che ha condotto all’arresto di E.R. anche le presunte “aderenze”, vantate nel corso delle intercettazioni telefoniche, con esponenti importanti di Palazzo Chigi che lo avrebbero «sistemato» piazzandolo alla direzione del rinnovato aeroporto di Preturo, rimesso a posto dalla protezione civile dopo il terremoto di L’Aquila. Motivo che l’aveva spinto a frequentare un corso all’Eutelia Enac.

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In fuga Samuele Landi l’ex cda di Agile-Eutelia

Castelvolturno: il sindaco e Forza Nuova riesumano il KKK

In vista dello sciopero dei migranti che si terrà venerdì 8 ottobre a Castel Volturno, durante una conferenza stampa il sindaco Antonio Scalzone e Roberto Fiore di Forza nuova riesumano il Ku klux klan

Paolo Persichetti
Liberazione 5 ottobre 2010

Il problema di Castel Volturno sono le tre C: comunisti, clandestini e camorra». E’ questo il succo del pensiero – se così lo si può definire – espresso da Roberto Fiore nella conferenza stampa tenuta sabato scorso nella cittadina domiziana insieme al sindaco Pdl, Antonio Scalzone, in sostituzione della manifestazione indetta dal primo cittadino e dalla sua maggioranza ma poi vietata dalla prefettura per ragioni di ordine pubblico. Divieto che seguiva quello di pochi giorni prima, quando sempre per gli stessi motivi non era stata autorizzata la fiaccolata promossa da Forza nuova per la serata di giovedì 30 settembre. Iniziativa alla quale avrebbe dovuto prendere parte lo stesso sindaco, pronto ad accogliere a braccia aperte gli scalcagnati manipoli del centurione Fiore. «Vengono a portarmi la loro solidarietà ed io li accoglierò volentieri nel mio territorio», ha dichiarato il primo cittadino che pochi giorni prima aveva rifiutato di partecipare alla commemorazione della strage del 18 settembre 2008, nella quale vennero uccisi sei lavoratori ghanesi, cinque dei quali con regolare permesso di soggiorno, mentre il sesto aveva denunciato il datore di lavoro che continuava a sfruttarlo al nero.

La rivolta dei migranti dopo la strage di Castelvolturno

Sei onesti lavoratori trucidati barbaramente da spietati killer della camorra, colpiti a caso nel mucchio per dare l’esempio e sottomettere l’intera comunità migrante al lavoro schiavile. Quel giorno sul luogo dell’eccidio venne posta una stele mentre il sindaco continuava a spargere odio infamando la memoria delle sei vittime, accusate contro ogni evidenza processuale, di «non essere innocenti» ma uccise a causa di un regolamento di conti. Senza dimenticare le vituperate associazioni antirazziste ritenute complici dell’immigrazione clandestina. Difendere i diritti di chi è ridotto a rapporti di semischiavitù lavorativa a causa della clandestinità danneggia gli avidi interessi del gruppo sociale di cui il sindaco è espressione. Così Antonio Scalzone, la cui prima amministrazione venne sciolta nel 1998 per «condizionamenti camorristici», ha trovato man forte in Roberto Fiore, il fascista di dio. L’unto e il manganello. Uno visto male persino dagli altri camerati, quelli  con tendenze turbodinamiche e futuristico-creative. Fiore sembra aver scambiato le rive del Volturno con quelle del Mississippi, ha parlato delle “tre c”, ma sogna le “tre k” di un novello Ku klux klan. Nella conferenza stampa ha dichiarato che la sua organizzazione aprirà una sede a Castel Volturno e si attiverà per la costituzione di comitati popolari misti, composti da militanti di Fn e popolazione locale. Obiettivo: le solite ronde, la caccia all’immigrato e al comunista. Ma i lavoratori si stanno organizzando: l’8 ottobre ci sarà il primo “sciopero delle rotonde”, luogo dove ogni mattina si tiene il mercato spontaneo (e al nero) della forza lavoro immigrata. Per Fiore ci saranno solo tre S: scappa, scompari, sparisci.

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Un importante chiarimento politico si attende……..

Comitato Promotore delle Manifestazioni antirazziste dell’8 e 9 ottobre
Caserta, 2 ottobre 2010


La storia di Forza Nuova da sempre è segnata da quel bagaglio di ignoranza che produce la solita retorica. Stavolta si fa demagogia parlando di “comitati popolari per liberare Castel Volturno dal male” e accostando i clandestini alla camorra.
L’insania di essere l’incarnazione del Bene ha sempre caratterizzato la pretesa legittimazione sia di “programmi” discutibili sia di atteggiamenti e azioni violente da parte di FN.
In una fase del genere non crediamo che gli autoctoni e gli immigrati di Castel Voltuno abbiano bisogno di chi mira ad esasperare ulteriormente le situazioni affrontandole con mentalità da bande di strada o peggio ancora da squadracce in azione.
In un territorio dove a comandare è la violenza imposta dalla criminalità organizzata, solo un’azione consapevole delle radici dei problemi può contribuire ad un cambiamento in positivo. Chi crede che a Castel Volturno, oltre alla camorra, le piaghe sociali siano “comunisti e clandestini” forza la realtà ad un suo schema mentale perché incapace di osservare e trarre conclusioni.
Cosa sarebbe l’economia sul litorale domitio senza i cosiddetti “clandestini”? Come si farebbe a sostenere una produzione dai costi così bassi senza di loro? Chi altri se non loro, costretti alla clandestinità da vuoti legislativi, farebbe risparmiare così tanto sul costo del lavoro? Chi pagherebbe i fitti delle tante case del litorale?
Dei tanti immigrati che grazie al lavoro delle associazioni hanno ottenuto un permesso di soggiorno e sono andati altrove a cercare un lavoro regolare, quanti sarebbero ancora sfruttati a Castel Volturno?
Ma più ancora della superficialità e della sterilità delle proposte di FN, ci stupisce l’atteggiamento del Sindaco di Castel Volturno Scalzone. Di lui certo non si può dire che non conosce il territorio e che è piombato come un “marziano” con le sue ricette preconfezionate.
La Questura e la Prefettura gli hanno vietato la manifestazione per motivi di ordine pubblico e sicurezza e Scalzone prima si offende e poi le ringrazia perchè “i centri sociali e le associazioni  che si occupano degli immigrati avrebbero potuto sfruttare anche questo momento di aggregazione della gente del litorale per destabilizzare il territorio.”
Di destabilizzazione, effettivamente, Scalzone se ne intende: non si è mai tirato indietro quando era possibile lanciare una provocazione, tirare un sasso, scaldare gli animi in una situazione già accesa. L’idea di “fare come a Rosarno”, l’ammiccamento ad un partitino di chiara matrice fascista-nazista, l’accusa alle associazioni di sopravvivere sulle sofferenze degli immigrati, le insinuazioni sulla commemorazione dei morti della strage di S.Gennaro: Scalzone ha sempre perso tutte le occasioni per riflettere sul peso delle sue dichiarazioni che nulla di buono e di concreto hanno reso sia agli autoctoni che agli immigrati.
Invitiamo, dunque, il Sindaco Scalzone a invertire questa tendenza, a chiarire le sue posizioni e dunque a partecipare alle mobilitazioni promosse dalla Rete Antirazzista di Caserta: l’8 ottobre ci sarà il primo sciopero del lavoro nero, ossia un blocco delle rotonde del caporalato tra Napoli e Caserta.
Il 9 ottobre, invece, ci sarà una manifestazione a Castel Volturno contro le camorre e il razzismo e per promuovere solidarietà e diritti per tutti.
Siamo curiosi di sapere se Scalzone, oltre a “compiacersi dell’attenzione” che FN dedica a Castel Volturno, sosterrà la lotta contro lo sfruttamento, il razzismo e le camorre che la rete Antirazzista sta promuovendo o se anche stavolta gli basterà la demagogia con cui ha conquistato l’attenzione dei giornali.
Ci permettiamo, dal basso della nostra esperienza, di dare un consiglio al Sindaco Scalzone: c’è una linea chiara e inaggirabile tra le soluzioni consapevoli dei problemi e la giustizia “fai da te”, sempre parziale e spesso violenta. Scalzone si sta divertendo a saltellare aldiquà e aldilà di questa linea, invocando l’aiuto istituzionale e incitando ad una “nuova Rosarno”, organizzando manifestazioni contro gli immigrati e congratulandosi con la Questura e la Prefettura che l’hanno vietata per motivi di ordine pubblico, ringraziando FN per l’attenzione e rivendicando il ruolo istituzionale della Repubblica nella risoluzione dei disagi. Da questo gioco nessuno esce vincitore: né i castellani né gli immigrati, e prima o poi queste due posizioni inconciliabili andranno in un pericoloso corto circuito.
E infine una domanda! Cosa dicono i partiti, i sindacati e le associazioni sul territorio circa le “strane” posizioni di Scalzone? Cosa dicono circa la sua vicinanza all’organizzazione Forza Nuova? Cosa dice l’opposizione politica in questa provincia? Ed il Partito di governo? Il Pdl cosa dice? Il sindaco Scalzone è stato eletto con i voti di Forza Nuova? Risponde a Forza Nuova? Ci siamo persi qualcosa sulla nuova linea politica del Pdl? E cosa dicono i Finiani di Futuro e Libertà?
Un importante chiarimento politico si attende……..

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Enzo Traverso: “Années de plomb, entre tabou et refoulement”

Le livre entretien de Mario Moretti publié en Italie en 1994 vient de paraitre en France, traduit, préfacé et annoté par Olivier Doubre, chez Amsterdam, 356 pages, 19 euros. C’est l’occasion pour l’historien Enzo Traverso d’analyser le climat politique de la fin des années 1970 italiennes, et de tirer le bilan, aujourd’hui de cet épisode encore peu étudié par les historiens

* (Nei prossimi giorni sarà disponibile in linea anche una versione in italiano di questa intervista. Ndr)

Propos recueillis par Jean-Claude Renard
Politis
1 septembre 2010

Avec le recul, quel regard d’historien portez-vous sur ces années de plomb?
J’ai vécu entre Gênes et Milan entre 1977 et 1981, ce qui correspond aux années les plus dures, d’une lourdeur extrême. Cette période apparaît lointaine: un quart de siècle s’est écoulé, et le monde a totalement changé; c’est en même temps une époque qu’on a du mal à inscrire dans une perspective historique. C’est la grande différence avec Mai 68: on a vu en France il y a deux ans une vague éditoriale, qui n’était pas médiatique mais constituait déjà un début d’historicisation, avec d’importants travaux. L’Italie est encore dans un état hybride, entre le tabou, le refoulement, l’incapacité de faire face à cette période, l’ersatz judiciaire et les demandes d’extradition. Ce passé a plus été élaboré au tribunal que dans l’espace public. Le bilan n’a été tiré ni par les responsables politiques de l’époque ni par les historiens. Les années 1970 commencent seulement à être étudiées. C’est un héritage très lourd, une époque riche de potentiels et qui s’est terminée de la pire des manières. Ce qui explique l’incapacité à lui faire face. Avec une génération, au sens large du terme, qui a produit le meilleur et le pire.

Quelle est cette production du meilleur et du pire?
Aujourd’hui, on trouve des exmilitants de la gauche radicale dans un parti xénophobe, raciste et populiste comme la Ligue du Nord (l’actuel  ministre de l’Intérieur, Roberto Maroni) et dans le Peuple de la liberté, le parti de Berlusconi (le ministre des Affaires étrangères, Franco Frattini). Nombre de gens sont arrivés au berlusconisme en passant par Bettino Craxi, qui, le premier, avait compris que la crise de la gauche radicale jetait dans la nature toute une generation en perte de repères, et qu’on pouvait y puiser. Quant au meilleur, il se trouve dans les universités, où travaillent des philosophes comme Giorgio Agamben et Domenico Losurdo, des historiens comme Guido Crainz, ou dans la littérature, avec des écrivains comme Erri de Luca.

Comment les mouvements d’extrême gauche percevaientils l’existence d’un groupe armé?
Il s’agissait de «camarades qui se trompent». Au départ, on ne sait pas très bien qui sont les Brigades rouges, si elles s’inscrivent dans la tradition de la Résistance ou dans une guerilla à la manière de l’Amérique latine. Dans un climat tendu, militaire, les Brigades rouges étaient le groupe le plus audacieux. Il y avait une réserve, parfois une condamnation, mais, en même temps, les Brigades exerçaient une fascination très forte sur l’extrême gauche en général. Cette fascination est devenue une attraction politique, parfois irrésistible, après 1976, l’année de la dissolution de Lotta continua. Pour toute une mouvance soudainement dépourvue de repères, les Brigades rouges avaient une capacité d’action époustouflante. Elles prétendaient porter l’attaque au coeur de l’État, et c’est ce qu’elles ont fait! Jusqu’à kidnapper Aldo Moro le jour où la stratégie du compromis historique devait être votée à l’Assemblée. Pour moi, trotskiste alors, et pour beaucoup d’autres, les sentiments étaient partagés: d’une part, on critiquait le terrorisme dans la mesure où l’on pensait qu’il remplaçait l’action des masses; de l’autre, on combattait la répression et on défendait tous ceux qui étaient arrêtés. Nous avions forgé le slogan «ni avec les Brigades rouges ni avec l’État», qui n’était pas faux mais traduisait en même temps notre impuissance.

La répression des autorités a été l’occasion d’exactions, de tortures, de lois spéciales, comme le souligne Mario Moretti dans son livre…
Il faut rappeler que le climat était d’une extrême tension. Ainsi, un de nos camarades, dont l’activité n’avait rien de clandestin, a subi une perquisition avec le déploiement d’hélicoptères et des unités spéciales de la police en tenue de combat. Cela n’avait aucun sens! Se réunir simplement dans un café pouvait poser un problème. L’Italie est restée, malgré tout, une démocratie, la torture ne s’est pas généralisée, même si les brigadistes ont parfois subi des massacres, comme dans le cas de via Fracchia, à Gênes, bien décrit dans le livre. Mais il faut rappeler que tout cela se déroulait dans un climat d’accoutumance à la violence qui, au final, banalisait la répression. Tous les jours, la presse rapportait qu’un cadre d’entreprise, un haut fonctionnaire ou un professeur d’université avait été tué ou «gambizzato» (blessé aux jambes par balles). Ce climat explique, à partir des années 1980, le rejet de la violence et une certaine fétichisation des droits de l’homme, qui, comme un contrecoup de la saturation antérieure, sont devenus un substitut de la politique.

Comment expliquez-vous l’émergence et l’importance des Brigades rouges, à la difference d’autres groupes, en Allemagne ou en France?
Les Brigades rouges sont une organization terroriste née dans un pays qui a connu la Résistance comme mouvement de lutte armée de masse. L’Allemagne a également connu une résistance antinazie, numériquement aussi importante qu’en Italie ou en France, mais, pour toute une série de circonstances historiques, en Allemagne, il n’y a pas eu de résistance armée de l’intérieur. Les brigadistes s’inscrivent dans cette tradition, trouvant des relais dans les usines, ayant des contacts avec les militants de base du Parti communiste et les anciens résistants. En Allemagne, la RAF (Fraction armée rouge) n’est pas issue du mouvement ouvrier, il fallait mener la lutte armée contre un État «fasciste», héritier du régime nazi. Les brigadistes ont parfois subi des massacres, comme dans le cas de via Fracchia, à Gênes, bien décrit dans le livre. Mais il faut rappeler que tout cela se déroulait dans un climat d’accoutumance à la violence qui, au final, banalisait la répression. Tous les jours, la presse rapportait qu’un cadre d’entreprise, un haut fonctionnaire ou un professeur d’université avait été tué ou «gambizzato» (blessé aux jambes par balles). Ce climat explique, à partir des années 1980, le rejet de la violence et une certaine fétichisation des droits de l’homme, qui, comme un contre motivations, les perspectives sont donc différentes. Si le terrorisme ne s’est pas enraciné en France, c’est lié à une plus grande stabilité politique des institutions françaises. Il n’y a pas eu de crise de l’État comme en Italie. La Ve République a finalement pu traverser la période des années 1970 sans dommages. Sans comparaison avec l’Italie. D’autre part, l’extrême gauche française avait une orientation politique et idéologique bien différente. L’armure idéologique des trotskistes a empêché certaines dérives. D’une certaine manière, la gauche radicale italienne a dû s’inventer, parce que sans tradition ni forte matrice, contre le Parti communiste. Elle a dû trouver ses repères idéologiques. Du coup, elle a été plus novatrice, mais sur des bases plus instables, plus fragiles. La gauche radicale française était prête à une traversée du désert, ce qui n’était pas le cas en Italie.

Quelle est l’importance du témoignage de Mario Moretti, si l’on songe notamment aux accusations d’infiltrations et de manipulations?
Ce témoignage est d’autant plus important que Mario Moretti dissipe un certain nombre de mythes qui existent encore, même en Italie. Après la chute de l’Union soviétique, certains documents sont sortis prouvant que les Brigades rouges avaient eu des contacts avec certains services des pays de l’Est. Commes elles voulaient faire tomber les institutions italiennes, il est naturel que les Brigades aient suscité l’intérêt des uns et des autres. Dans le contexte d’alors, il est tout à fait possible que l’organisation ait eu des contacts avec l’Est, voire avec l’OLP. Mais que la trajectoire des brigadistes, leur naissance, leur développement, s’explique par le rôle des services secrets de l’Est, de l’OLP ou du Mossad est un mythe qui ne tient pas la route. Il n’y a eu, à l’évidence, aucune manipulation. Mais on peut imaginer des infiltrations de la part de l’État italien. Il faut savoir que celui-ci n’a d’abord rien compris au mouvement. Il y avait un noyau de 150 personnes dans la clandestinité, un autre noyau, plus large, de gens qui pouvaient aussi entrer dans la clandestinité et, enfin, une aire de milliers de sympathisants. Un groupe plus facile à infiltrer. Mais, à vrai dire, l’infiltration relève de la norme dans l’histoire de toute organisation terroriste. En tout cas, face à ce foisonnement d’organisations révolutionnaires, à quelques exceptions près, les hauts fonctionnaires du ministère de l’Intérieur ne comprenaient pas grand-chose.

La mort d’Aldo Moro semble avoir marqué un tournant pour les Brigades rouges.
L’expérience des Brigades rouges s’est mal terminée, et ne pouvait que mal se terminer. Les Brigades ont surgi et se sont nourries de la crise des mouvements sociaux et politiques ayant marqué l’Italie des années 1970. En même temps, leur succès, leurs exploits militaires ont décrété la fin des mouvements d’extrême gauche, la fin de la contestation. Ce que dit clairement Mario Moretti dans ce livre : «Après l’affaire Aldo Moro, nous étions à l’apogée de nos forces, et nous n’avions aucune perspective». Ils ne savaient plus quoi faire. Et, à y réfléchir, l’apogée des Brigades rouges correspond à la défaite du mouvement ouvrier : l’automne1980 est marqué par l’échec de la grève des ouvriers de Fiat, licenciés par milliers, 24 000 à Turin, après un mois de grève. Tous les activistes d’extrême gauche et beaucoup de responsables syndicaux sont virés. C’est un tournant. Les années 1980 seront très différentes de la décennie antérieure.

Enzo Traverso est professeur de sciences politiques à l’université de Picardie, à Amiens.

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Le thème du complot dans l’historiographie italienne – Paolo Persichetti
Anni Settanta
Francesco Cossiga, “Vous étiez des ennemis politiques pas des criminels”
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
Lotta armata e teorie del complotto
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
Storia della dottrina Mitterrand

Etica della lotta armata
Il nemico inconfessabile
Ma quali anni di piombo: gli anni 70 sono stati anni d’amianto
Mario Moretti, Brigate rosse une histoire italienne
Steve Wright per una storia dell’operaismo
Solo Cossiga ha detto la verità sugli anni 70
Il nemico inconfessabile, anni 70
Il Nemico inconfessabile, sovversione e lotta armata nell’Italia degli anni 70
Il caso italiano: lo stato di eccezione giudiziario
Francesco Cossiga, “Eravate dei nemici politici, non dei criminali”





I paradossi dell’antimafia: Ignazio Sbalanca colpevole di amicizia

Il caso di un giovane siciliano condannato per una “relazione pericolosa”. Il delitto si è consumato a Racalmuto, il paese di Leonardo Sciascia, e mette in evidenza i meccanismi perversi dell’antimafia. Depositato un ricorso alla corte europea di Strasburgo

Paolo Persichetti
Liberazione 30 settembre 2010

Nel lontano 1706 una legge inglese incoraggiava i ladri a denunciare i propri complici. In caso di condanna dei denunciati si prometteva a quei “collaboratori ante litteram”, che allora erano ancora chiamati delatori, un compenso di 40 sterline. L’intenzione era quella di smembrare i gruppi criminali facendo in modo che si tradissero reciprocamente. L’effetto in realtà fu un altro, apparve sulla scena una nuova classe d’informatori professionali, di spergiuri che rendevano false testimonianze e ricattavano le proprie vittime (Vincenzo Ruggiero, 2003).

L’eccesso di penalità crea ingiustizia
Quell’invenzione corruppe inevitabilmente il funzionamento della giustizia, conseguenza che al potere interessò ben poco poiché l’innovazione introdusse un vantaggio ben maggiore: l’utilizzo di un nuovo potente strumento di governo. Il binomio omertà-delazione nasce dunque all’esterno delle cinte carcerarie. Questa logica perversa ricevette in Italia un nuovo impulso quando, circa trent’anni fa, con la decretazione d’emergenza e la legislazione premiale antisovversione vennero introdotte le figure del “pentito-delatore” (il collaboratore di giustizia) e del “dissociato” (l’abiurante). Si aprì allora una lunga fase, ancora non conclusa, che legittimò l’avvento di una nuova filosofia pubblica dove l’etica civile si è inchinata alla ragion di Stato. Da quel momento una progressiva espansione del potere giudiziale ha dirottato buona parte dei conflitti – di ogni natura e grado – nei tribunali, trasformati a loro volta in arene giudiziarie. Di emergenza in emergenza, passando per il terrorismo, le mafie, la corruzione, i migranti, la sicurezza, ha preso corpo un populismo penale che ha pervaso trasversalmente la società collocandosi sia a destra che a sinistra degli schieramenti politici, anzi il più delle volte sovrapponendosi alle vecchie barriere ideologiche fino a farle scomparire. La sfera giudiziaria è diventata il perno attorno al quale ruotano tutti i contenziosi, si pensa e si parla solo attraverso le lenti del sistema penale. Una sovrabbondanza che alla fine non ha creato più giustizia. Come dicevano già i romani: summum ius, summa iniuria. Le vicende giudiziarie sono diventate una sorta di biografia della nazione, la filigrana attraverso la quale leggere la storia recente del Paese.

La storia di Ignazio
Una storia siffatta, trasformata in rullo compressore giudiziario, ha trasformato le nostre prigioni in discariche, depositi nei quali seppellire tutto il disagio e il malessere sociale. I ceti più deboli pagano il prezzo più alto, tra immigrati e tossicodipendenti, incapaci di portare a termine quei crimini che alla fine non si pagano mai. Ma questa moderna fabbrica del rito espiatorio miete vittime ovunque, anche tra chi per estrazione sociale mai penserebbe di dover valicare la porta carraia di una prigione. Come è accaduto ad Ignazio Sbalanca, 28 anni, studente di giurisprudenza, famiglia modello con un padre impiegato e una madre insegnante. Attualmente in carcere ad Agrigento, dove sta scontando una pena a due anni e otto mesi per un «favoreggiamento aggravato».

Una cosca d’infiltrati e pentiti
Tutto si svolge a Racalmuto, il paese di Leonardo Sciascia. Trama letteraria e iter giudiziario s’incrociano quasi inevitabilmente. Nel paese era attiva una cosca coinvolta in una sanguinosa faida. La vicenda è stata raccontata da Gaetano Savatteri in un libro, I ragazzi di Regalpetra, che fa il verso proprio al titolo di un libro di Sciascia. Originario del posto, Savatteri ha incontrato i mafiosi arrestati divenuti nel frattempo collaboratori di giustizia. Ma cosa c’entra Ignazio Sbalanca con tutto ciò? In questa brutta vicenda è tirato per i capelli da un pentito. Non ha mai fatto parte di famiglie mafiose. La circostanza è stata esclusa da quattro delle cinque corti che si sono occupate del caso: il Riesame, che lo scarcerò pochi giorni dopo l’arresto nel luglio 2007, la Cassazione e l’Appello, che derubricò in favoreggiamento la condanna a sei anni e otto mesi per associazione mafiosa inflitta in primo grado e il giudizio definitivo di Cassazione che ha confermato la sua «non intraneità» nel sodalizio mafioso. Ignazio non ha mai posseduto o impugnato armi, non ha mai trafficato sostanze illecite, non ha mai chiesto il pizzo a nessuno, non ha mai custodito o trasferito pizzini. Non ha proferito minacce o esercitato violenza ad alcuno. Non ha mai rubato, ricettato, attentato a cose o persone. Ignazio però ha avuto un amico, poco più grande di lui, conosciuto sui banchi del liceo. Il giovane, che è stato anche allievo della madre, finisce in carcere. Si chiama Luigi Gagliardo ma non confessa subito di essersi messo a disposizione della cosca di Racalmuto. Dopo il suo arresto Ignazio tronca ogni rapporto. Non risponde alle lettere e nemmeno alle sollecitazioni della madre. Vista dall’esterno, questa durezza può apparire persino eccessiva. In fondo tutti possono sbagliare e l’amicizia, che è cosa complessa, dovrebbe servire proprio in questi momenti di difficoltà. Ma Ignazio spiega di essersi sentito tradito dalla doppiezza del suo “ex amico” e non vuol saperne più nulla. Anzi, a suo dire, le accuse mossegli contro dal pentito Beniamino Di Gati sarebbero nate dalla cucina del risentimento covato da Gagliardo per questa drastica rottura.

Delitto d’amicizia
A chi gli rimprovera, come farà Gaetano Savatteri in un articolo apparso lo scorso aprile su S, che in un piccolo paese come Racalmuto «tutti sanno tutto di tutti», e dunque sarebbe stato impossibile non sapere delle frequentazioni mafiose del Gagliardo nonché di un suo fratello latitante per mafia, Sbalanca ha buon gioco nel rispondere che in quella stessa famiglia c’erano anche due poliziotti. Siamo in Sicilia terra dove tutto s’intreccia e al tempo stesso sembrano esserci solo due possibilità, o si sta col bianco o con il nero, o con lo Stato o con la mafia. Insomma Ignazio è arrestato perché il collaborante Beniamino Di Gati, custode del cimitero di Racalmuto, figura ambigua dell’inchiesta e su cui pesa il sospetto di aver iniziato a collaborare molto prima dell’arresto trasformandosi in confidente, fratello del capo cosca Maurizio, anche lui pentito, afferma che sarebbe un «avvicinato». Cosa voglia dire non è chiaro. Ma avvicinato perché? Gli chiedono gli inquirenti. E Di Gati risponde: «Dico avvicinato perché era molto amico di Luigi [Gagliardo] non perché ha avuto un ruolo». Con tutta evidenza questa è solo una supposizione. Vista la vicinanza tra i due, Di Gati ritiene (ma chi glielo avrebbe detto?) che la confidenza fosse tale da fare venire meno ogni segreto tra loro. Tutto ruota intorno ad alcuni «passaggi in macchina» che Beniamino Di Gati dice di aver ricevuto da Luigi Gagliardo in compagnia, ma solo alcune volte, di Ignazio Sbalanca. Tratti di strada molto brevi, avvenuti all’interno del paese senza mai oltrepassare la periferia di Racalmuto. Favori che dovevano permettergli di raggiungere in sicurezza il fratello Maurizio, nascosto – si fa per dire – in un paesino non lontano. Per avere un minimo di credibilità processuale queste accuse avrebbero dovuto trovare il conforto del latitante Maurizio Di Gati e di Luigi Gagliardo. Ma il fratello di Beniamino, che in qualità di capo zona sapeva ogni cosa della famiglia che comandava, esclude ripetutamente che Sbalanca potesse far parte della mafia: «Sbalanca non c’entra nulla con la mafia e non ha mai avuto comportamenti mafiosi». Luigi Gagliardo, tartassato dai magistrati perché confermasse le accuse, con una prosa titubante ammette invece i passaggi in macchina, «non più di 4-5 volte nell’arco di diversi anni», e la presenza occasionale dell’amico: «ogni tanto mi faceva compagnia Sbalanca». Alla domanda se questi sapesse dove stavano andando, Gagliardo risponde: «penso di sì, non lo posso sapere con certezza se era consapevole; perché come ero io era lui nel modo di sapere». Quando, come e dove avevano concordato il “modo di sapere”, non lo dice. In compenso precisa quale era: mimico, fatto per gesti e sottintesi. Quando Beniamino Di Gati gli chiedeva un passaggio non diceva mai dove sarebbe andato. Quella di Gagliardo era solo una «intuizione intima». “Accompagnante occasionale di un accompagnatore” nel viale centrale del paese, dove tutti incrociano tutti, è il comportamento criminale imputato a Sbalanca. Chiunque sarebbe potuto finire al suo posto. E’ proprio il caso di dire che tutto ciò lascia senza parole.

Professionisti dell’antimafia
«Possiamo essere amici di tutti?», gli ha rimproverato ancora una volta Gaetano Savatteri cogliendo la vera essenza della colpa censurata dai giudici: il “delitto d’amicizia” motivato dalle sue incaute frequentazioni. Un giudizio che, se fosse fondato, avrebbe dovuto attenersi alla sola sfera morale si è invece trasformato in sanzione penale. Nel frattempo Savatteri dimentica le proprie amicizie, come tanti padrini dell’antimafia abituati a prendere le distanze solo da quelle degli altri. Questa storia porta alla luce la faccia nascosta del professionismo antimafioso, il purismo inquisitorio che scende a patti con i pentiti e contemporaneamente si erge a cattedra morale per tutti. «L’omertà è un’ignobile legge di sopraffazione, intimidazione e avvilimento: ma le pensioni e l’onore resi alla delazione non sono migliori, e venendo dalle autorità legali, rischiano di essere peggiori», scriveva Adriano Sofri nel lontano 1997 al suo rientro in carcere.

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Les paradoxes de «L’antimafia»: Ignazio Sbalanca coupable d’amitié

Le cas d’un jeune sicilien condamné pour une «relation dangereuse». Le délit a été accompli à Racalmuto, la ville de l’écrivain Leonardo Sciascia et met en évidence les mécanismes pervers de «L’antimafia». Un recours a été déposé auprès de la Cour Européenne de Strasbourg

Paolo Persichetti
Liberazione 30 septembre 2010

En 1706 une loi anglaise encourageait les voleurs à dénoncer leurs propres complices. En cas de condamnation des personnes dénoncées on promettait à ces «collaborateurs ante litteram», qu’on appelait encore délateurs ou mouchards, une prime de 40 livres sterling. Le but poursuivi était de démanteler les groupes criminels qui se seraient trahis réciproquement. En réalité le résultat fut  bien différent car cela donna naissance à une nouvelle catégorie d’informateurs professionnels, de parjures qui rendaient de faux témoignages et faisaient chanter leurs victimes (Vincenzo Ruggiero, 2003).

Le tout pénal crée injustice
Cette invention corrompit inévitablement le fonctionnement de la justice, conséquence qui intéressa bien peu le pouvoir car cette nouvelle disposition mit à jour un avantage bien plus grand: l’utilisation d’un nouveau puissant instrument de gouvernement. Le binôme «omerta-délation») prend naissance à l’extérieur de l’enceinte des prisons. Cette logique perverse reçut en Italie une nouvelle impulsion quand, il y a trente ans, par des décrets d’urgence et la législation des primes anti- subversion furent introduits le «repenti-délateur» (collaborateur de justice) et le «dissocié» (l’abjurant). C’est alors que débuta une longue période, qui n’est pas encore terminée, qui justifia l’avènement d’une philosophie publique nouvelle qui s’est inclinée devant la raison d’État. A partir de là une expansion progressive du pouvoir judiciaire a dérouté une bonne partie des conflits – de toute nature ou degré – dans les tribunaux, transformés dès lors en arènes judiciaires. D’urgence en urgence, en passant par le terrorisme, les mafias, la corruption, les immigrés, la sécurité, un populisme pénal a pris naissance et a envahi transversalement la société en s’insinuant, aussi bien à  droite qu’à gauche des coalitions politiques, même très souvent en se superposant aux vieilles barrières idéologiques jusqu’à les faire disparaître. Le milieu judiciaire est devenu l’axe autour duquel tournent tous les contentieux, on pense et on parle uniquement à travers la loupe du système pénal. Une surenchère qui à la fin n’a plus créé de justice. Comme le disaient déjà les Romains :summum ius, summa iniuria. Les vicissitudes judiciaires sont devenues une sorte de biographie de la nation, le filigrane à travers lequel lire l’histoire récente du Pays.

L’histoire d’Ignazio
Une histoire telle, transformée en rouleau compresseur judiciaire, a transformé nos prisons en décharges, dépotoirs où sont enterrés toutes les difficultés et les malaises sociaux. Les classes les plus faibles paient le prix le plus élevé, entre immigrés et toxicomanes, incapables à la différence de cols blancs de réaliser ces types de crimes qui à la fin ne se payent jamais. Mais cette fabrique moderne du rite expiatoire fauche des victimes partout, même parmi ceux qui par leur origine sociale pensent ne jamais franchir la porte cochère d’une prison. Ce qui est arrivé à Ignazio Sbalanca, âgé de 28 ans, étudiant en droit, issu d’une famille modèle avec un père employé et une mère enseignante. Actuellement en prison à Agrigente, où il est en train de purger une peine de deux ans et huit mois pour «complicité aggravée».

Une bande d’infiltrés et repentis
Tout se passe à Racalmuto, la ville de Leonardo Sciascia. La trame littéraire et le déroulement judiciaire s’entrecroisent presque inévitablement. Dans la ville sévissait une bande impliquée dans une vendetta sanglante. L’histoire a été racontée par Gaetano Savatteri dans un livre, Les Enfants de Regalpetra, fait sa propre version du titre du livre de Sciascia. Originaire de du pays, Savatteri a rencontré les mafieux arrêtés devenus entre temps collaborateurs de justice. Mais en quoi tout cela concerne-t-il Igniazio Sbalanca? Dans cette sale histoire il est tiré par les cheveux par un repenti. Il n’a jamais fait partie de familles mafieuses. Ceci a été exclus par quatre des cinq Cours de justice qui se sont occupées de son cas: le “Réexamen” (chambre d’accusation), qui le libéra peu de jours après son arrestation en juillet 2007, la Cassation et l’Appel, qui requalifia en complicité la condamnation de six ans et huit mois pour association mafieuse infligée au premier degré et le jugement définitif de la Cour de Cassation qui a confirmé sa non appartenance à l’association mafieuse. Ignazio n’a jamais possédé ou empoigné des armes, n’a jamais trafiqué des substances illicites, n’a jamais extorqué d’argent à personne, n’a jamais détenu ni transmis des «pizzini» (messages compromettants) des chefs mafieux. Il n’a pas proféré de menaces ou exercé de violences sur personne. Il n’a jamais volé, recelé, attenté aux biens ou aux personnes. Mais Ignazio a eu un ami, un peu plus âgé que lui, qu’il a connu sur les bancs du lycée. Le jeune qui a également été élève de sa mère, finit en prison. Il s’appelle Luigi Gagliardo mais il n’avoue pas tout de suite de s’être mis à la disposition de la mafia de Racalmuto. Après son arrestation Ignazio arrête toute relation avec lui. Il ne répond pas à ses lettres ou aux sollicitations de sa mère. Vue de l’extérieur, cette dureté peut être jugée excessive. Au fond tout le monde peut faire une erreur et l’amitié, qui est une chose complexe, devrait servir surtout en ces moments difficiles. Mais Ignazio explique qu’il s’est senti trahi par la duplicité de son «ex ami» et ne voulut plus en entendre parler. Au contraire, d’après lui, les accusations exprimées à son encontre par le repenti Beniamino Di Gati auraient pour origine le ressentiment éprouvé par Gagliardo à cause de cette ferme rupture.

Délit d’amitié
A ceux qui lui reprochent, comme le fera Gaetano Savatteri dans un article paru en avril dernier sur S, qui dans une petite ville comme Racalmuto «tout le monde sait les affaires de tout le monde», et que il aurait donc été impossible ne pas connaître les fréquentations mafieuses de Gagliardo ainsi que de son frère en fuite pour des faits mafieux, Sbalanca répond que dans la famille en question il y avait même deux policiers. Nous sommes en Sicile terre où tout se mêle et en même temps il semble qu’il n’y ait que deux possibilités, ou on est avec le blanc ou on est avec le noir, ou avec l’État ou avec la mafia. En somme Ignazio est arrêté parce que le collaborateur Beniamino Di Gati, gardien du cimetière de Racalmuto, personnage ambigu de l’enquête et sur lequel pèse le soupçon d’avoir commencé à collaborer avant son arrestation en se transformant en confident, frère du chef mafieux local Maurizio, lui- même repenti, affirme qu’il serait un «approché». Ce qu’il entend dire ce n’est pas clair. «Mais approché pourquoi?» lui demandent les enquêteurs. Et Di Gati répond «Je dis approché parce qu’il était très ami avec Luigi (Gagliardo) mais non parce qu’il a joué un rôle». De toute évidence ceci est une supposition. Eu égard à l’amitié entre les deux, Di Gati pense (mais qui le lui aurait dit?) que leur confiance était telle qu’il ne pouvait y avoir de secret entre eux. L’accusation concerne quelques passage en en voiture que Beniamino Di Gati dit avoir reçu par Luigi Gagliardo en compagnie, mais seulement deux fois, d’Ignazio Sbalanca. Des parcours très courts, à l’intérieur de la ville sans jamais dépasser la banlieue de Racalmuto. Services qui devaient lui permettre de rejoindre en sécurité son frère Maurizio, caché dans un village peu distant. Pour avoir un minimum de crédibilité procédurale ces accusations auraient du être avalisés par le frère en cavale de Beniamino Di Gati, Ignazio, et Luigi Galiardo. Mais le frère de Beniamino, qui en tant que chef local de la mafia connaissait tout de la famille qu’il commandait, exclut à plusieurs reprises que Sbalanca puisse faire partie de la mafia: «Sbalanca n’a rien à voir avec la mafia et n’a jamais eu de comportement mafieux». Luigi Gagliardo pressé par les magistrats afin qu’il confirme les accusations, avec une prose hésitante admet par contre les parcours en voiture, «pas plus de quatre cinq fois en l’espace de plusieurs années» et la présence occasionnelle de son ami: «de temps en temps Sbalanca me tenait compagnie». A la demande si ce dernier savait où ils allaient, Gagliardo répond: «je pense que oui, je ne peux pas savoir avec certitude s’il était au courant; parce que lui se trouvait comme moi pour ce qui est de la façon de savoir». Quand, comment et où ils avaient convenu de cette «façon de savoir», il ne le dit pas. Par contre il précise ce que c’était: mimique, par gestes et sous-entendus. Quand Beniamino Di Gati lui demandait de l’accompagner en voiture, il ne disait jamais où il allait. Cela pour Gagliardo était une «intuition intime». Voilà le comportement criminel imputé à Sbalanca: «accompagnant occasionnel d’un accompagnateur» dans le boulevard du centre ville, où tout le monde croise tout le monde. Quiconque aurait pu finir à sa place. C’est vraiment le cas de dire que tout cela laisse sans voix.

Professionnels de l’antimafia
«Pouvons-nous être amis de tous?», lui a reproché encore une fois Gaetano Savatteri en touchant du doigt la vraie quintessence de la faute sanctionnée par les juges: le «délit d’amitié» motivé par ses fréquentations imprudentes. Un jugement que, s’il était fondé, aurait du se limiter au domaine de la morale a été transformé pourtant en sanction pénale. Pendant ce temps Savatteri oublie ses propres amitiés, comme beaucoup de parrains de l’antimafia habitués à prendre leurs distances seulement avec celles des autres. Cette histoire met en lumière la face cachée du professionisme antimafieux, le purisme inquisitorial qui pactise avec les repentis et en même temps s’érige en chaire morale pour tous. «L’omertà est une loi ignoble d’accablement, intimidation et découragement: mais les primes et l’honneur accordées à la délation ne sont pas meilleures, et venant des autorités légales, risquent d’être pires», écrivait Adriano Sofri en 1997 lors de son rentrée en prison.

E’ morto Pietro Mirabelli, sul lavoro. (via Polvere da sparo)

E' morto Pietro Mirabelli, sul lavoro. Sono Pietro Mirabelli, operaio della TAV e rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (RLS). Da dodici anni sono presente sul cantiere del Cavet (Consorzio Alta Velocità Emilia e Toscana) l’impresa che ha vinto l’appalto per la realizzazione del tratto che permetterà di collegare Bologna a Firenze. In questi anni ho visto decine e decine di operai infortunarsi, diventare invalidi e morire. Manca poco alla fine della realizzazione. Molti uomin … Read More

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Cronache operaie
Stragi del capitalismo: operai morti in cisterna, i precedenti degli ultimi anni

via Polvere da sparo

Abruzzo, arrestato l’assessore alla Sanità. Viene a galla il sistema Chiodi

Scoperchiato il sistema di potere berlusconiano.
Perquisita la Regione, altri dodici indagati per tangenti, peculato, corruzione, abuso d’ufficio

Paolo Persichetti
Liberazione 23 settembre 2010

L'immondizia al potere

Si squarcia il velo sul sistema di potere berlusconiano in Abruzzo. L’assessore alla Sanità della regione, Lanfranco Venturoni (Pdl), e Rodolfo Zio, proprietario della DeCo, azienda che opera nel settore dei rifiuti sono stati arrestati ieri mattina con l’accusa di corruzione, peculato e abuso d’ufficio, per la realizzazione senza gara d’appalto di un termovalorizzatore vicino Teramo. Ai due sono stati subito concessi gli arresti domiciliari. Nell’inchiesta, condotta dalla procura della repubblica di Pescara, risultano indagate altre 12 persone, tra cui il sindaco di Teramo, Maurizio Brucchi, e i senatori del Pdl Paolo Tancredi e Fabrizio Di Stefano, oltre all’ex assessore regionale alla Protezione civile e Ambiente, Daniela Stati.
Questi ultimi arresti nascono dagli sviluppi dell’inchiesta che nell’agosto scorso aveva portato allo smantellamento della cosiddetta “cricca abruzzese”. Un comitato d’affari capeggiato da Ezio Stati, ex tesoriere della Dc in Abruzzo, che ha piazzato la figlia Daniela nel Pdl ottenendo per questa il posto di assessore nella Giunta regionale presieduta da Gianni Chiodi. Gli altri membri della combriccola erano Vincenzo Angeloni e Sabatino Stornelli, entrambi legati al gruppo Finmeccanica. La Stasi ispirata dal padre, ritenuto dai pm il vero referente occulto della rete politico- affaristica, si sarebbe adoperata per avvantaggiare alcune società, riconducibili agli «amici» Angeloni e Stornelli, nella concessione degli appalti per la ricostruzione del dopoterremoto in cambio di doni e favori. L’appalto teleguidato si sarebbe aggirato attorno al milione e mezzo di euro. Alla stregua della sua collega, l’assessore alla sanità Venturoni non sarebbe stato da meno. Tra il 2006 e il 2009 si sarebbe attivato affinché il padrone dei rifiuti dell’Abruzzo, Rodolfo Di Zio, ottenesse in deroga a tutte le procedure d’appalto l’incarico per la costruzione e la gestione di un impianto di bioessiccazione di rifiuti in località Carapollo, nel teramano, in cambio di finanziamenti politici e tangenti. Sempre secondo gli inquirenti, Venturoni, che prima di ottenere la poltrona di assessore in Regione era presidente della Team, società pubblica di gestione dei rifiuti teramana, avrebbe messo a disposizione la società e i suoi terreni per la realizzazione del progetto in cambio di denaro, con diversi importi versati in più occasioni, e di una quota dei profitti che l’affare avrebbe generato. I Di Zio, in ballo ci sarebbe anche un fratello di Rodolfo, con la loro società di smaltimento emergono da tutta la vicenda come i grandi elemosinieri del Pdl abruzzese. Nell’inchiesta, infatti, spuntano fuori soldi per le campagne dei candidati sindaco alle elezioni del giugno 2009. Versamenti per decine di migliaia di euro sollecitati dai senatori Paolo Tancredi e Fabrizio Di Stefano (quest’ultimo vice coordinatore del Pdl abruzzese). Beneficiari dei contributi elettorali occulti, sarebbero stati Maurizio Brucchi, eletto poi sindaco a Teramo, e Luigi Albore Mascia, divenuto primo cittadino di Pescara. Altra singolare coincidenza venuta fuori dall’inchiesta è la proprietà dei locali dove si trova la sede regionale del Pdl a Pescara. Ancora una volta spunta il nome della società società appartenente ai Di Zio. Come se non bastasse risulta anche che l’affitto non sarebbe stato corrisposto per un determinato periodo. Circostanza che alla luce dei fatti accertati è ritenuta dai pm un’altra forma di scambio occulto piuttosto che un finanziamento indiretto. Sempre dalle indagini è venuto fuori che il senatore Di Stefano avrebbe chiesto a Rodolfo Di Zio la somma di 20 mila euro. Le verifiche bancarie hanno appurato che la cifra sarebbe stata accreditata con due bonifici distinti (il 29 maggio e il 3 giugno 2009) al candidato Pdl per il parlamento europeo, Crescenzio Rivellini, che ne girava 5 mila con proprio assegno personale a Di Stefano, il quale incassava la somma il 4 giugno 2009.
La radiografia del potere che questa inchiesta mette in luce mostra qualcosa che va oltre la semplice ruberia messa in pratica da un ceto politico. Saltate le figure tradizionali della mediazione politica presenti nella Prima repubblica, semplificate le linee di comando, ridotte le zone intermedie, non solo vi è stato un accesso diretto alla politica dei nuovi quadri direttamente espressi dal mercato e dalla società commerciale, ma gli interessi economici forti si organizzano direttamente sul territorio attraverso dei propri cartelli elettorali che una volta eletti devono rendere fruttuoso l’investimento economico che li ha fatti salire sulle poltrone di comando.

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In mano ai petrolieri l’Abruzzo si ribella

Risorgimento: Giulio Giorello, «Stiamo svendendo tutto, anche l’orgoglio delle differenze»

Le celebrazioni della breccia di Porta Pia tra retorica istituzionale e memoria condivisa

Paolo Persichetti
Liberazione 21 settembre 2010

All’insegna di una «ritrovata concordia tra la comunità civile e quella ecclesiastica», si è svolta ieri a Roma la celebrazione del 140° anniversario della breccia di Porta Pia. Presente alla cerimonia insieme al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e al sindaco di Roma, Gianni Alemanno, il segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone, che nel suo intervento dai toni distensivi ha riconosciuto «l’indiscussa verità di Roma capitale d’Italia». Circostanza non del tutto nuova per un primo segretario della curia. Già nel centenario del 1970 presenziò l’allora cardinale vicario, Angelo Dell’Acqua, che definì «la caduta del potere temporale un segno benevolo della divina provvidenza per la Chiesa». Tutto si è svolto secondo programma, fatta eccezione per una piccola contestazione organizzata dal Partito radicale e subito sedata dalla Digos. L’obiettivo, secondo i voleri del Quirinale, era quello di arrivare ad una “celebrazione condivisa”, senza scossoni e polemiche. Non è stato facile. Ci sono voluti dieci mesi di laboriose trattative con l’amministrazione capitolina perché si arrivasse al placet finale. Il Vaticano ha posto proprie condizioni, preteso eventi senza venature anticlericali e polemici riferimenti al passato e al presente. L’evento, tappa importante delle celebrazioni per i prossimi 150 anni dell’unità d’Italia, ha posto non pochi paradossi. Un sindaco d’origine fascista che celebra con enfasi (nel momento in cui passa la legge per “Roma Capitale”) una festività introdotta nel lontano 1895 e soppressa da Mussolini nel 1929, in occasione dei Patti lateranensi. Ed ancora, in un cerimoniale che ha mandato in frantumi ogni residua forma simbolica di laicità dello Stato, proprio nel giorno in cui le pubbliche autorità ne celebrano il compimento, il Vaticano fa da argine al legittimismo papalino più retrivo ponendo un veto alla presenza di uno storico, indicato da Alemanno, considerato troppo di destra. «Siamo un Paese senza orgoglio delle nostre battaglie», ci spiega da Lisbona il professor Giulio Giorello.

Mettere la museruola alla storia e addormentarla col cloroformio, è questo che si intende per memoria condivisa?
Mi domando cosa faranno alla prossima commemorazione della Resistenza.

Già visto. L’ultimo 25 aprile a Roma hanno invitato a parlare la Polverini. Poi l’Anpi per coprirsi a sinistra ha attaccato la manifestazione di CasaPound.
Questa memoria condivisa mi ricorda il monumento fatto fare dal dittatore Franco ai caduti della guerra civile spagnola. Messi tutti insieme, senza distinguere le parti. Negli Stati uniti quando si celebra la guerra civile non vengono messi sullo stesso piano gli abolizionisti e gli schiavisti del Sud.

C’è chi ha definito la cerimonia di ieri, una «breccia al contrario».
A me sembra un muro di cemento messo al posto della breccia. Siamo un Paese che sta svendendo tutto, anche l’orgoglio delle differenze. Provo per questo un senso di grande amarezza.

Quale può essere una narrazione aggiornata della vicenda risorgimentale?
Ad esempio, sarebbe il caso di ricordare che i protestanti hanno avuto un ruolo tutt’altro che marginale nella rinascita della coscienza nazionale italiana. C’è stato un ruolo determinante della componente protestante. Si pensi allo stesso Giuseppe Mazzini. Sarebbe fondamentale rileggere il lavoro di Giorgio Spini, uno dei nostri migliori storici. Non c’è solo il cristianesimo «cucinato in salsa romana», come diceva Giordano Bruno. Un franco e reale riconoscimento delle differenze e non annacquare tutto in una memoria condivisa, mantenere le differenze gioverebbe anche ai cattolici che hanno un serio impegno di fede. La fede e la grazia del signore sono una cosa, le gerarchie un’altra.

Nel suo ultimo libro, “Senza Dio. Del buon uso dell’ateismo” (Longanesi), si definisce Ateo protestante. Che senso ha oggi il Risorgimento?
In questi giorni ho visto la fotografia della regina Elisabetta e del Papa che si sono incontrati. Erano l’immagine di due resti. La monarchia dentro la chiesa e la monarchia dentro lo Stato. Il mio ateismo protestante è un invito ad essere repubblicano, un cristianesimo senza monarca, uno Stato senza monarca. Mi definisco Ateo repubblicano, protestante. Porfirio Diaz diceva, «Povero Messico così lontano da dio, così vicino agli Stati uniti». Allo stesso modo possiamo dire, povera Italia così lontana da Dio e con il Vaticano dentro casa.

Questa storia condivisa dimentica massacri e misfatti anche dell’esercito piemontese.
Ci vuole il coraggio che hanno gli storici degli Stati uniti. Raccontare questi momenti di guerra civile con un grande respiro come Herman Melville per il Nord e William Faulkner per il Sud. Noi abbiamo avuto alcuni grandi come Verga, a proposito della novella “La libertà”. Scavare nella nostra coscienza collettiva, esaminare con franchezza fuori dall’agiografia non nascondere le cose ma il contrario.

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Risorgimento? Ma va affanculo

Risorgimento? Ma va’ affanculo

A proposito delle celebrazioni e controcelebrazioni per il 140° anniversario della breccia di Porta Pia

di Oreste Scalzone, 20 settembre 2010

A passo di corsa va l'epica pennuta

…. Bé, immagino che il tutto fosse condito da tricolori che garriscono, ottoni lucidati che strombazzano l’Inno di Mameli. Ah, le matrioska di ambivalenze! Mazzini, tra madre giansenista e carboneria, “Dio & Popolo”, il cospirativismo antesignano della “propaganda attraverso il gesto” – che il povero Martone nel suo film gli è venuto il capogiro -, il patriottismo italounitario e l’europeismo del tipo “Giovine Italia”, “Giovine Europa”, i contatti con Bakunin e l’appello a Pio IX a mettersi alla testa del movimento per “l’unità d’Italia”, il triumvirato con Saffi e Armellini alla testa della Repubblica Romana nel ’49 e l’intervento francesde che schiaccia la stessa e rimette sul trono lo stesso Pio IX come “Papa Re”. E poi Oudinot, col ‘gap tecnologico’ a vantaggio degli “chassepots” (dal nome dell’inventore, l’ingegner omonimo….un po’ come Kalashnikov….), che porta il tricolore de La République a rinverdire la retorica da Ancient Régime e San Luigi della “Francia figlia prediletta della Chiesa”…., e al contempo si trova che i Felice Orsini & i suoi compagni (la bomba all’Opera, attentato a Luigi Bonaparte, quello del 18 Brumaio…., e la lettera che gli invia dall’ombra del patibolo per scongiurarlo di non opporsi all’unità d’Italia), e quasi tutti i cospiratori insurrezionalisti, repubblicani e/o “sociali”, dei decenni successivi sono reduci dall’aver combattuto nelle file degli insorti e poi difensori della Repubblica Romana… da Carlo Pisacane, poi definito proto-anarco-comunista, ai componenti della “Banda del Matese”, Errico Malatesta e Carlo Cafiero in primis…. ; e poi le querelles tra Mazzini e Marx, Marx e Mazzini nell’Associazione Internazionale dei Lavoratori (postumamente inumata come “Prima Internazionale”, quella della Commune]…… Eh, anche allora la sensazione di carnevale della storia… roba da dare l’emicrania al povero Martone).

 

Il massacro di Pontelandolfo realizzato dai bersaglieri

Chissà che penserebbe Gaspare De Caro dello sbandierar Salvemini e cosa direbbe Jakob Taube dopo questa teologia mondanizzata dello Stato, nel drittofilo della teologia politica di Paolo di Tarso….
E chi sono i “nanni”? Come dire “i ragazzi del ’99″…., le burbe, il Milite Ignoto, l’Altare della Patria, Gioacchino Murat, l’incontro di Teano, Garibaldi fu ferito…., Bronte, i lazzaroni e i briganti, la stampella di Enrico Toti, il cuore gettato oltre i reticolati (e “Due anni sull’altipiano”/”Uomini contro”, “sparare sul [proprio] quartier generale?
Certo ch’è una bella maledizione, sempre, sempre, sempre ‘incaprettarsi’ a scegliere fra testa o croce, peste o colera…. e intanto le via Mazzini, Garibaldi, De Amicis, Roger de L’Isle, Goffredo Mameli, Cesare Battisti, persistono indenni tra il Regno sabaudo, il fascismo e il Re Imperaztore, la Costituzione repubblicana.
“….l’Italia s’è desta/dell’elmo di Scipio/s’è cinta la testa…. Alé!, retrodatiamo l’Italia a Roma capoccia, caput mundi, imperiale….tutti contro Amilcare Barca, Annibale, i Berberi, Delenda Carthago, coi vèliti e Massinissa come proto-Ascari, Harkis….., dov’è la vittoria/che porga la chioma/che schiava di Roma/Iddio la creò….” . Così in “Allon’z enfants de la Patri-i-e“, non ci si deve abbeverare al “sangue impuro dello straniero?” Quello che il Piave mormorò “Non passa?”.
Allora, per non vedere “fascismo” dappertutto, occorre guardarsi dagli anacronismi. Ma bisogna farlo sempre, non a corrente alternata…
Ma in che epoca viviamo? Con Niki Vendola che fa l’occhietto come l’onorevole Angrisani che chiudeva un comizio a Nusco: “Dopo di me parlerà ll’onorevole Sullo…… che è anche nu poco ricchio-oo-ne!”. Ecché è, tutti nel manicomio postribolare di Fagioli?
Adesso, quel risucchio di Nulla […] che è Veltroni, viene a spiegare che Marchionne e Mimmo Mignano sono “una comunità di destino”.
Malatempora, o che? O il cielo che Bifo dava come “caduto sulla terra” ha abbozzato i neuroni alla grande? New age, commistioni continue di panglossismo e di cazzimme?

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Breccia di Porta Pia tra retorica istituzionale e memoria condivisa