Mario Moretti, Brigate Rosse. Une histoire italienne

Libri – Mario Moretti, Brigate Rosse. Une histoire italienne, Traduction de l’italien par Olivier Doubre, éditions Amsterdam, 356 pages, 19 euros


Au début des années 1990, Mario Moretti, principal dirigeant des Brigades rouges pendant les années 1970, est incarcéré à Milan. Il accorde alors un long entretien à deux célèbres journalistes italiennes, Carla Mosca et Rossana Rossanda, ancienne dirigeante du Parti communiste italien. Publié pour la première fois en France, ce témoignage unique restitue au plus près l’histoire italienne des «années de plomb», la situation d’exception qui régnait alors, ainsi que le mouvement massif d’insubordination révolutionnaire qui secouait la péninsule transalpine. Tout au long de cette période, l’ordre existant semblait à chaque instant près de vaciller.
De la formation politique des premiers brigadistes dans les usines milanaises à l’arrestation de Moretti, plus de dix années se sont écoulées. En 1978, les Brigades rouges ont organisé l’un des événements majeurs de l’histoire italienne contemporaine: Aldo Moro, chef de la Démocratie chrétienne, promoteur d’un «compromis historique» entre cette dernière et le Parti communiste, est enlevé et exécuté… par Moretti lui-même, qui le reconnaît ici pour la première fois.
Tout au long de cette décennie, les Brigades rouges se sont évertuées, à travers la terrible radicalité du choix politique de la lutte armée, à combattre l’État, le capitalisme et l’exploitation, au nom de la liberté et de l’égalité. Sans compromis ni compromissions. Mais à quel prix?
À l’heure où le monde semble s’installer de nouveau durablement dans une ère de turbulences et où partout les États mettent en place des législations d’exception au nom de la lutte contre le terrorisme, il importe plus que jamais de revisiter l’histoire italienne des «années de plomb».

Link
Enzo Traverso, années de plomb entre tabou et refoulement

Le thème du complot dans l’historiographie italienne – Paolo Persichetti
Anni Settanta
Francesco Cossiga, “Vous étiez des ennemis politiques pas des criminels”
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
Lotta armata e teorie del complotto
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
Storia della dottrina Mitterrand

Etica della lotta armata
Il nemico inconfessabile
Ma quali anni di piombo: gli anni 70 sono stati anni d’amianto
Mario Moretti, Brigate rosse une histoire italienne
Steve Wright per una storia dell’operaismo
Solo Cossiga ha detto la verità sugli anni 70
Il nemico inconfessabile, anni 70
Il Nemico inconfessabile, sovversione e lotta armata nell’Italia degli anni 70
Il caso italiano: lo stato di eccezione giudiziario
Francesco Cossiga, “Eravate dei nemici politici, non dei criminali”

Cassazione: non è reato essere amici di inquisiti per banda armata

Depositate le motivazioni dei giudici della cassazione che avevano annullato senza rinvio i provvedimenti di arresto per Manolo Morlacchi e Costantino Virgilio, accusati di essere entrati a far parte di un piccolo gruppo che avrebbe voluto costituire una organizzazione denominata “Per il comunismo Brigate rosse”

Giovanni Bianconi
Corriere della Sera
7 settembre 2010

Uno dei più noti falsi del Male, giornale satirico degli anni 70, che ironizzava sull'isteria antibrigatista.

Il «brigatista figlio d’ arte», come si affrettarono a chiamarlo all’ indomani dell’arresto, non è un brigatista. O almeno non ci sono prove che lo sia. Ecco perché la corte di cassazione lo ha scarcerato, dopo che il tribunale della libertà lo aveva tenuto in cella ma dimezzando le accuse, sgravandolo dalla banda armata e lasciando l’associazione sovversiva. Manovra azzardata, che è servita ai giudici «di legittimità» a rispedire a casa sua Manolo Morlacchi – figlio di Pierino, uno dei fondatori delle Brigate rosse insieme a Renato Curcio e Mara Cagol all’inizio degli anni Settanta – quarant’anni compiuti lo scorso maggio in prigione dov’è rimasto da gennaio a giugno del 2010. Stessa sorte è toccata al suo amico Costantino Virgilio, che come Morlacchi e altri sette imputati saranno processati a partire dal prossimo 16 settembre. […]
Volevano rilanciare la strategia della lotta armata in Italia, sostiene l’accusa, «ricalibrandola in relazione alla mutata realtà storica, politica, sociale ed economica»; per questo il gruppo si stava organizzando, e aveva già un arsenale di armi a disposizione, dopo aver realizzato un fallito attentato a una caserma di Livorno nel 2006. A metà del 2009 erano stati presi cinque presunti neo brigatisti, tra cui uno che probabilmente aveva avuto rapporti con Nadia Lioce e Mario Galesi (responsabili degli omicidi D’Antona, Biagi e Petri) e dai computer erano saltate fuori tracce di programmi eversivi e «risoluzioni strategiche»; a gennaio di quest’ anno li avevano seguiti in carcere Morlacchi e Virgilio, accusati di essere in combutta con i primi arrestati. Adesso però la Cassazione ha ridimensionato il quadro accusatorio nei loro confronti, basato soprattutto su frequentazioni, contatti giudicati sospetti, presunte riunioni politiche che si svolgevano sempre con le stesse modalità, programmi informatici criptati. Ma niente di tutto ciò, ha stabilito la corte suprema, è sufficiente per dimostrare l’adesione a un gruppo eversivo. «Non risulta in alcun modo provato qualche intervento di carattere operativo, o anche solo di disponibilità o di supporto, da parte dei due indagati alle imprese criminose attuate o progettate dal gruppo», hanno scritto i giudici. C’erano rapporti tra Morlacchi e Virgilio e gli altri sospetti brigatisti arrestati in procedenza, ma sostenendo che erano finalizzati a propositi eversivi «gli inquirenti non sono andati al di là di semplici illazioni». E ancora: «È rimasta una mera affermazione, priva di concreti elementi di supporto, la loro partecipazione a incontri con esponenti del sodalizio definiti “di organizzazione”, dei quali non è stato possibile accertare quale fosse l’oggetto». Né possono essere considerate una prova le «particolari cautele» che Morlacchi Vigilio utilizzavano per incontrare gli amici accusati di essere dei neo brigatisti, «essendo queste comunque per ovvie ragioni imposte come necessarie anche agli estranei che siano ammessi a entrare con i membri di un’associazione terroristico-eversiva». Insomma, essere amici di presunti terroristi, o avere con loro relazioni caratterizzate da modalità che possono apparire ambigue, non significa essere a propria volta dei terroristi. Anche perché, ricordano i giudici citando la pentita delle «nuove Br» Cinzia Banelli, capita che le organizzazioni eversive avviino «prudenti e laboriose iniziative i reclutamento in aree politicamente omogenee, che possono evolvere nella militanza ma anche rimanere per lungo tempo a livello di rapporto dialettico, o interrompersi».

Link
Mammagialla uccide ancora: a Fallico è “scoppiato” il cuore
Anni Settanta
Un altro Morlacchi dietro le sbarre
Banda armata la Cassazione scarcera Manolo Morlacchi e Costantino Virgilio

“Scarcerate Papini, accuse senza argomenti

Amnistia e solidarietà sotto processo Massimo Papini in aula lunedi 22 febbraio 2010


Ignorata la disponibilita offerta da un gruppo di detenute che si offrì di assistere la Blefari. I magistrati Puntavano al pentimento
Induzione al pentimento
Suicidio Blefari Melazzi: l’uso della malattia come strumento di indagine

Allarme terrorismo: quel vizio del “Giornale” d’imbastire false notizie
Nta, la sigla vuota utilizzata per lanciare intimidatori allarmi terrorismo
Roberto Maroni: Nat, analogie con vecchie Br

Romiti: «A Marchionne dico: Operai e azienda? La contrapposizione di interessi ci sarà sempre»

L’intervista – L’ex amministratore delegato: bisogna imparare dal passato. L’Italia ha visto situazioni tragiche ed è riuscita a superarl. I sindacati? Li puoi battere, non dividere. Durante le vertenze anche le tensioni vanno governate

Il partito invisibile di Mirafiori interviene in Fiat

Aldo Cazzullo
Corriere della sera
28 agosto 2010

«Sa qual è la prima cosa che mi è venuta in mente, ascoltando l’intervento di Sergio Marchionne al Meeting di Rimini?». No, dottor Romiti. Ce la dica. «Ho pensato a quando, due mesi fa, vidi Raffaele Bonanni in tv, intervistato a “In mezz’ora”, su RaiTre. Lucia Annunziata gli chiese: “Scusi, lei preferisce Romiti o Marchionne?”. Lui, un po’ imbarazzato, rispose: Marchionne. Il giorno dopo gli telefonai. Bonanni, decisamente imbarazzato, pensava volessi lamentarmi. Invece gli dissi: “Non si preoccupi, ci mancherebbe altro che uno non possa esprimere le sue opinioni. Vorrei solo capire le ragioni per cui ha risposto in quella maniera”. Bonanni, sempre più imbarazzato, disse che non si aspettava la domanda della giornalista. Chiusi la conversazione ricordandogli che i giudizi vanno dati nel lungo termine, in base ai risultati…».

Dottor Romiti, da quando nel ’98 lasciò la Fiat lei non ha mai parlato dei suoi successori né dell’azienda. Che cosa non le è piaciuto dell’intervento di Marchionne?
«Marchionne ha fatto bene a parlare del presente e del futuro. Ma le cose di oggi esistono perché c’è stato il passato. Del passato non s’è parlato. O, meglio, si è parlato delle presenze internazionali della Fiat come di realizzazioni nuove, anche là dove si tratta di fatti acquisiti».

A cosa si riferisce?
«Al Brasile. Agli Stati Uniti, per quanto riguarda le macchine movimento terra e i trattori. Alla Cina. Quando arrivai, nel ’74, il Brasile era sguarnito: vi si era insediata la Volkswagen. La Fiat, con Peccei, aveva puntato sull’Argentina: una tragedia. Smobilitai l’Argentina e riorganizzai ex novo la nostra presenza in Brasile, dove nacque uno dei principali stabilimenti Fiat, da cui sono sempre venuti forti utili».

Ci sono altri temi su cui Marchionne non la convince?
«Sì. Quando tratteggia un futuro in cui non esiste la lotta di classe. Ora, guai se mancasse non dico la lotta, ma la contrapposizione degli interessi. Sarebbe un guaio che non finisce mai. Un conto è trovare la formula per ricomporre la contrapposizione, come in Germania, con la partecipazione dei lavoratori ai risultati dell’impresa. Ma la contrapposizione degli interessi ci sarà sempre, ed è un bene che ci sia».

Marchionne chiede un nuovo patto sociale.
«Ecco il punto principale. Vede, la situazione che affrontammo noi nel 1980 era un po’ più complicata di quella di oggi. Oggi per fortuna non scorre il sangue. Allora scorreva il sangue. Ci ammazzarono il vicedirettore della Stampa, Carlo Casalegno, e il responsabile della pianificazione, Carlo Ghiglieno. Le Br ci azzoppavano un caposquadra ogni settimana. Di fronte avevamo leader sindacali che si chiamavano Lama, Carniti, Benvenuto, Bertinotti; non voglio fare paragoni con quelli di oggi, ma diciamo che erano leader di un certo calibro. Eppure noi non ci siamo mai sognati di dividere il sindacato, o anche solo di provarci. Il sindacato lo puoi battere, non dividere. Dividere il sindacato è un errore grave, perché il sindacato escluso ti tormenterà nelle fabbriche; a maggior ragione se è il sindacato più grande. Ed è proprio quel che sta accadendo».

Guardi che la Fiat ha tentato a lungo di raggiungere un accordo con la Cgil e la Fiom.
«Il rapporto tra azienda e sindacato è un rapporto dialettico. È sbagliato rinunciare a parlarsi, cercare accordi separati, lasciar fuori qualcuno».

Marchionne dice di essere disposto a incontrare Epifani.
«Ma intanto elogia gli altri due leader sindacali, chiamandoli pure per nome, tra gli applausi. Mi pare un crinale pericoloso. Nel momento in cui sarebbe meglio placare le divisioni, le si alimenta. Mi auguro sinceramente che tutto si risolva bene per la Fiat, ma la situazione è delicata. Anche perché ogni sindacato è da sempre legato a un partito, o comunque a posizioni politiche, pro o contro il governo. Anche per questo dividere il sindacato porta sempre svantaggi».

Marchionne ha ricordato di aver trovato nel 2004 una Fiat sull’orlo del fallimento. Non è forse così?
«La storia della Fiat è legata a grandi cicli e a brevi periodi di gravi difficoltà. Dopo il grande ciclo di Valletta, ci furono cinque o sei anni neri. Poi c’è stato il ciclo tra il 1974 e il 1998, in cui sconfiggemmo il sindacato, battemmo le Brigate rosse, riportammo l’ordine in fabbrica. Nel ’98 lasciai la Fiat in condizioni ottime. Sono seguiti sei anni di interregno, in cui morirono prima l’Avvocato e poi Umberto Agnelli, mentre si susseguivano amministratori delegati che non davano buoni frutti. Ora mi auguro davvero che si apra un nuovo ciclo virtuoso. Dico solo che la teoria della pacificazione generale e la divisione del sindacato non mi sembrano le premesse giuste. Anzi, sono le premesse che hanno creato il caso Melfi».

Che idea si è fatto della vicenda dei tre operai?
«Quella notte a Melfi è accaduto quel che accade da sempre in caso di sciopero. L’ostruzionismo c’è stato. Il licenziamento dei tre può anche essere legittimo, per quanto due di loro siano sindacalisti. Ma io non avrei acuito la tensione. Se il tribunale decide per il reintegro, si prepara l’appello, e intanto si rispetta la sentenza. Lo scontro va rabbonito, non eccitato».

Lei andò allo scontro con i sessantuno licenziamenti del 1979.
«Come si fa a paragonare la Mirafiori del 1979 con la Melfi del 2010? A Torino avevamo decine di migliaia di operai, un partito comunista fortissimo, il terrorismo nelle fabbriche. Melfi è sempre stata una fabbrica tranquilla, ideale. Le sono particolarmente affezionato perché l’ho voluta io. E ricordo ancora la gioia con cui, quando gli telefonai, reagì il sindaco, al pensiero dei concittadini che avrebbero avuto un’opportunità di lavoro. Gente particolarmente adatta: seria, affidabile. Noi decidemmo di licenziare i sessantuno dopo che le nuove cabine della verniciatura, fatte secondo le norme, vennero subito sabotate. E non tenemmo all’oscuro il sindacato, anzi, avvertii Lama, Carniti e Benvenuto. Dissi: “Vi comunico che faremo questi licenziamenti. Non chiedo il vostro assenso. Vi chiedo però di non fare causa, perché lo facciamo anche nel vostro interesse, visto che questi sono violenti: terroristi o contigui al terrorismo”. Fecero causa lo stesso, e venne fuori che una buona parte dei sessantuno erano legati all’eversione armata. Altro che i tre di Melfi».

Link
Maggiordomi Fiat: quando Piero Fassino si dichiarava alleato di Marchionne
Romiti, “A Marchionne dico: operai e azienda, la contrapposizione di interessi ci sarà sempre”
Perché a Romiti non piace il capitalismo di Marchionne
Cronache operaie
Delazioni industriali: la nuova filosofia aziendale di Marchione
Disobbedienza e lavoro in fabbrica, la questione etica degli operai Fiat a Melfi
1970, come la Fiat schedava gli operai

Perché a Romiti non piace il capitalismo di Marchionne

Quando Marchionne criticava l’arida ricerca del profitto del capitalismo anglosassone…

Ferruccio de Bortoli
Il Sole 24 ore 25 settembre 2007

Gli anni della grande paura borghese

Cesare Romiti non ama i pullover. «Continuo a portare la cravatta, quella non me la tolgo di sicuro». L’ex amministratore delegato e presidente della Fiat, 84 anni, si toglie invece qualche sassolino dalla scarpa dopo aver letto, domenica sul Corriere della Sera, l’intervento del suo successore alla guida della Fiat, pronunciato al convegno pugliese della rivista prodiana “L’Industria”. Un discorso molto applaudito, soprattutto a sinistra. «Una società liberale che vuole durare nel tempo – sostiene Sergio Marchionne, 55 anni – deve difendere chi è colpito dal cambiamento».
L’artefice della rinascita del gruppo torinese critica l’arida ricerca del profitto del capitalismo anglosassone, rivaluta le virtù del welfare europeo, rilancia il dialogo con i sindacati, ma non manca di sottolineare l’importanza del mercato, la centralità del merito, dell’efficienza e della competitività. Piero Fassino intravede nel manifesto di Marchionne una forte impronta riformista e socialdemocratica, quasi un nuovo modello capitalista. «Sono pronto ad allearmi con lui».
Nella sua casa milanese, Romiti scuote il capo e premette di avere una grande stima di Marchionne, ma di non aver digerito affatto alcuni passaggi di quell’intervento, in particolare quando, parafrasando Dickens, si dice che la Fiat «sta facendo molto, molto meglio di quanto non abbia fatto, sta andando verso un posto migliore, molto migliore di quanto non sia mai stata». Come se chi fosse venuto prima di Marchionne possa essere paragonato al perfido Fagin o al triste Sower di Oliver Twist.
No, argomenta con calma Romiti: la storia della Fiat, ma di qualsiasi altra grande impresa, va giudicata tenendo conto del contesto politico e sociale del tempo. Se questo, forse, è un capitalismo più avanzato, quello di prima non era né reazionario né insensibile ai temi sociali. Non c’è un modello buono e uno cattivo.
«Non dimentichiamoci che cos’era l’Italia della fine degli anni 70: scioperi, conflittualità e la minaccia del terrorismo». Marchionne cita, nel suo intervento, Mel Gibson nel film Braveheart: «Gli uomini non seguono gli uomini, gli uomini seguono il coraggio». E quanto coraggio, dice Romiti, bisognava avere negli anni in cui cadevano Ghiglieno e Casalegno? Quando vivevamo sotto scorta e ogni giorno qualcuno veniva gambizzato? Era quello un capitalismo cattivo e pavido? Che cosa sarebbe oggi la Fiat, ma anche il Paese, se non vi fosse stata la marcia dei quarantamila e, prima, il licenziamento di quei 61 dipendenti, fra i quali vi erano molti sospetti collusi con la lotta armata?
I ricordi si moltiplicano, anzi si affollano. «Gli anni del terrore furono anni terribili, durante i quali fare impresa, andare in ufficio o in fabbrica ogni giorno equivaleva a compiere un atto di coraggio civile che metteva a repentaglio la vita propria e dei propri collaboratori». Romiti parla di Ghidella, Callieri, Mattioli, Annibaldi. «E Guido Rossa? Io stesso fui oggetto di un tentativo di sequestro. Ma lasciamo perdere».
Gli anni passano, dottor Romiti, e qualche errore lo fece anche lei, lo ammetta. «Sì, ma la crisi della Fiat è stata il risultato di una serie di decisioni sbagliate, e di persone sbagliate. Soprattutto dopo il ’98, da quando lasciai la presidenza. Marchionne è stato bravo, lo riconosco. Ma il dialogo con il sindacato lo avevamo anche noi, aprivamo asili, colonie per i figli dei dipendenti, case, servizi». Insomma, Romiti non lo dice, ma trova molto ingeneroso il silenzio di Marchionne sugli anni difficili della Fiat. «Gli scioperi dopo la marcia dei quarantamila nell’80 finirono. Non se lo ricorda più nessuno. Ora non ci sono più? Sono contento, anche se mi sembra che a Termini Imerese qualche sciopero ci sia stato ancora, recentemente». La Fiat di Romiti diversificò le proprie attività, con successo. La Fiat di Marchionne si concentra sull’auto. Con successo.«Bene, ma allora perché non cede la partecipazione in Rcs, visto che è cambiato il modello di capitalismo?».
Ma il successo è innegabile o no? Romiti, alla fine, a mezza voce esprime qualche dubbio persino sul fatto che la ripresa di Torino sia così forte e stabile come appare e come testimonia la quotazione in Borsa. E poi ci sono le stock option, che proprio non gli vanno giù. Qualcuno ha fatto il calcolo, sostiene, di quanti secoli deve lavorare un dipendente Fiat per mettere insieme l’ammontare degli emolumenti del proprio amministratore delegato? «Una volta il rapporto fra quanto guadagnava un top manager e un dipendente era molto inferiore». Sì, ma la sua liquidazione, dottor Romiti, fu di diverse decine di miliardi. «Così si stabilì con l’Avvocato, ma le stock option condizionano giornalmente le scelte del manager. Non sempre quello che va bene per lui va bene per l’azienda». La conversazione termina ancora sul pullover. «Ho letto che poi se lo è messo anche Prodi…». Il cronista traduce non autorizzato: stia attento Marchionne, straniero in Patria, a non indossare, senza volerlo, oltre un pullover, una casacca.

Link
Romiti, “A Marchionne dico: operai e azienda, la contrapposizione di interessi ci sarà sempre”
Cronache operaie
Delazioni industriali: la nuova filosofia aziendale di Marchione
Disobbedienza e lavoro in fabbrica, la questione etica degli operai Fiat a Melfi
1970, come la Fiat schedava gli operai

Piperno: «Cossiga, architetto dell’emergenza giudiziaria era convinto che con l’amnistia si sarebbero chiusi gli aspetti più orripilanti di quegli anni»

Ostaggio e succube al tempo stesso del Pci. Era affascinato dalla cultura statolatrica di quel partito con cui mise in piedi un patto di ferro per combattere la rivolta sociale degli anni 70. Una intervista di Franco Piperno offre un ritratto assai diverso dalle commemorazioni ufficiali e dalla vulgata che circola in quel che rimane della sinistra estrema


Iaia Vantaggiato
il manifesto
19 Agosto 2010

Nel 1978, nei 55 giorni più lunghi e più tragici nella storia della Repubblica, erano schierati su fronti opposti. Franco Piperno, ex leader di Potere operaio, faceva quel che era in suo potere, e non era molto, per facilitare la trattativa e salvare la vita di Aldo Moro. Francesco Cossiga, ministro, faceva quel che poteva, ed era moltissimo, per impedire la trattativa, anche a costo di sacrificare Moro.

Cominciamo dalla trattativa, quella tentata da te e da Lanfranco Pace.
L’idea fu di Paolo Mieli e Livio Zanetti, allora direttore dell’Espresso, l’unico giornale che aveva seguito le diverse fasi del movimento e col quale molti di noi avevano una certa consuetudine. Zanetti mi chiamò e mi disse che Claudio Signorile voleva incontrarci.

Tutto nasce nell’entourage craxiano?
Suppongo di sì anche se non ne ho le prove. All’epoca, eravamo nell’aprile del ’78, io ero già in Calabria e la donna con cui ero sposato – Fiora Pirri – era stata arrestata da poco. Per questo all’inizio provai una forte resistenza ad accettare quell’incontro, temevo di infilarmi in qualcosa che avrebbe avuto come conseguenza quella di peggiorare la posizione di Fiora, accusata – insieme a un numero sterminato di persone – di essere stata a via Fani.

Poi però all’incontro con Signorile decidesti di andare.
A convincermi fu una nuova telefonata di Paolo Mieli ma anche il peggioramento della situazione di Fiora. Pensai che se Moro fosse stato ucciso sarebbe stato un guaio per tutti noi. Così venni a Roma e incontrai Signorile diverse volte – prima da solo, poi con Lanfranco Pace che più di me aveva modo di far arrivare rapidamente alle Br le proposte che venivano da questa parte del Psi che faceva capo a Craxi e non a Giacomo Mancini – in una casa di via del Corso abitata da uno dei finanziatori del partito socialista. Eravamo a buon punto. Lo pensavo io e lo pensava Signorile.

Qual era la proposta?
Un esponente della Dc, nello specifico Amintore Fanfani, avrebbe dovuto pubblicamente riconoscere la disponibilità a trattare coi brigatisti sulla base della scarcerazione di alcuni di quelli che erano stati arrestati ma soprattutto della chiusura del carcere dell’Asinara, un carcere particolarmente crudele, direi al limite della tortura. Questo esponente della Dc avrebbe dovuto dimostrare disponibilità a compiere o a proporre non a realizzare una misura che era nell’ambito della legalità. L’oggetto concreto della trattativa si sarebbe precisato successivamente. In quel momento la cosa importante era interrompere quell’abbrivio, l’uccisione di Moro, e dare un segnale individuando tra le richieste delle Br quali erano legalmente accettabili da parte dello Stato. E tutto ciò andava fatto non da qualcuno che ricopriva un incarico di Stato ma da Fanfani che ricopriva solo incarico politico.

Dicevi che la trattativa sembrava quasi conclusa. Dove s’inceppò?
La sera del venerdì precedente all’uccisione di Moro venne da Signorile il consigliere militare del presidente della Repubblica e anche un motociclista carabiniere che avrebbe dovuto portare queste «indicazioni» a Fanfani. Così io me ne andai quel venerdì sera convinto che le chance di salvare Moro fossero alte. Ammetto per onestà intellettuale che non avevo nessuna simpatia per Moro e che di per sé non è che fossi in preda all’angoscia se l’uccidevano o meno. Quello che mi sembrava evidente è che uccidere Moro, oltre che un crimine, sarebbe stato un gigantesco errore per le conseguenze che avrebbe portato non tanto alle Br che erano clandestine ma soprattutto al movimento.

Fu Cossiga a far fallire la trattativa?
Non sono in grado di dirlo. Di certo uno degli errori fu che al posto di Fanfani parlò un uomo della sua corrente che si chiamava Bartolomei. Me la ricordo quella dichiarazione trasmessa al tg della notte: confusa e timida. Sulle Br non poteva avere nessun effetto.

Torniamo a Cossiga.
Cossiga aveva deciso che era meglio sacrificare Moro. Glielo dissi anche, anni dopo. E credo che nella sua decisione abbia avuto un’influenza determinante l’atteggiamento del Pci. Penso che coloro che hanno messo un veto totale a ogni possibilità di trattativa siano stati proprio i dirigenti del Pci. Cossiga si allineò per tenere in piedi il rapporto col Pci e per salvare il compromesso storico. E su questo c’era anche il consenso dell’allora segretario della Dc, Benigno Zaccagnini. Mentre Fanfani, secondo quanto lo stesso Signorile mi disse, era per provare.

Dunque uno scontro tra due correnti della Dc.
Esattamente. La sinistra Dc era schierata sulle posizioni del partito comunista che non avrebbe mai tollerato un qualsiasi riconoscimento indiretto delle br per le conseguenze che ci sarebbero state anche a livello di organizzazione dello stesso Pci, a cominciare dalle grandi fabbriche. Del resto lo si è capito quando l’anno dopo Dalla Chiesa ha arrestato in una notte sola 80 operai. Nelle fabbriche c’era una presenza brigatista che il Pci vedeva come «concorrenza».

Insomma tu dici che la Dc, o almeno una parte della Dc, avrebbe trattato e che la linea della fermezza fu un «regalo» al Pci. E quella parte non era quella di Cossiga.
Quello fu un episodio rivelatore della cattiva coscienza del ceto politico italiano, là mentivano tutti. La Dc avrebbe trattato come ha fatto in altre occasioni e come del resto è stato fatto in altri paesi, prima e dopo Moro. Non dico che Berlinguer volesse uccidere Moro. Dico che se anche se fosse stato rapito un loro dirigente, il compagno Pajetta per esempio, l’avrebbero sacrificato. Era nella logica del Pci. Tutto tranne che accettare una qualche richiesta che sarebbe servita a legittimare una corrente terroristico-sovversiva. I comunisti di allora erano chiaramente avviati verso una politica di superamento della «contrapposizione tradizionale» e dell’idea che il partito dovesse portare a un ribaltamento sociale.

Rapimento Moro come momento di verità, allora?
Sì e la crisi della I Repubblica è cominciata allora perché i comunisti sono diventati i fautori dell’ordine, cosa che non era mai successa prima . Sono stati loro che capillarmente hanno denunciato i compagni. Pensa che, a Torino, Giuliano Ferrara come capogruppo del Pci e insieme a Fassino hanno promosso le denunce anonime.

Ma le leggi speciali le ha fatte Cossiga.
Cossiga è stato un esecutore, certo non un rozzo esecutore, ma in quell’occasione ha realizzato sostanzialmente le richieste del partito comunista. E lui sapeva di aver toccato il fondo del barile della legalità con le leggi speciali contrariamente ai comunisti che mentivano. Mi ricordo quando venne in Canada e chiese di vedermi tramite una suora che adesso è morta, suor Teresilla. Parlammo di amnistia. C’era anche Pace. Vedi, lui era tra quelli convinti che con l’amnistia si sarebbero chiusi gli aspetti più orripilanti di quegli anni. Quelle leggi, lui lo sapeva, avevano profondamente alterato la consuetudine legale italiana. La presenza della magistratura negli affari politici è cominciata allora. Cossiga era cosciente di aver innescato una profonda ferita nella tradizione giuridica italiana quindi pensava all’amnistia come a uno dei modi di attenuare questa ferita.

Però le Br come soggetto politico le ha riconosciute mentre il movimento lo ha massacrato.
Le ha riconosciute dopo. Durante quei giorni lui è stato spietato. Pensa – e questo è rilevatore della sua schizofrenia – che lui ha negato che le lettere di Moro fossero autentiche. Diceva delle cose che lui stesso ha ammesso, parlando con me, essere false. Certo è stato una personalità notevole ma era sardo e i sardi hanno due anime, l’ascaro e il ribelle. Pensa alla Brigata Sassari che lui ha voluto ricostituire dove si parla il sardo e dove il sardo va a morire al posto del sovrano. Cosa successa al tempo dei Savoia e che Cossiga ha rimesso in piedi. In Cossiga coesistevano entrambi gli elementi. Quando ha avuto responsabilità di governo e di influenza diretta e operativa sul Paese si è comportato come un ascaro, anzi come un generale degli ascari.

Ascaro col movimento e ribelle poi?
Esattamente. Lui è stato spietato e ha anche lasciato fare manifestazioni perché le cose si incancrenissero. Pensa all’episodio in cui muore Giorgiana Masi: una trappola. Poi ha ripreso la sua natura ribelle arrivando sino a rivendicare l’appartenenza a una famiglia di pastori in contrapposizione a quella aristocratica di Berlinguer. Cossiga è un caso estremo e alla fine si è preso la libertà dei matti: quella di dire delle verità in punto di morte.

Link
Francesco Cossiga, “Eravate dei nemici politici, non dei criminali”
Solo Cossiga ha detto la verità sugli anni 70
Francesco Cossiga, “Vous étiez des ennemis politiques pas des criminels”
Anni Settanta

Francesco Cossiga: “Vous étiez des ennemis politiques pas des criminels”

“La soi-disant justice qui s’est exercée et qui s’exerce encore à votre encontre, même si elle est légalement justifiable, tient politiquement soit de la vengeance, soit de la peur”

Sénat de la République
Francesco Cossiga

à M. Paolo Persichetti
Casa Circondariale Marino del Tronto
Frazione Navicella, 218
63100 Ascoli Piceno

Rome, 27 septembre 2002

Cher monsieur Persichetti,

J’ai lu l’entretien que vous avez accordé à La Stampa (25 septembre 2002), et je vous remercie pour l’attention que vous et vos camarades réservez à mes analyses et à mes jugements.
J’ai combattu durement le terrorisme, mais j’ai toujours estimé que, s’il s’agit bien entendu d’un phénomène politique gravissime et blâmable, il n’en plonge pas moins ses racines dans la situation sociale et politique particulière du pays et non dans un “humus propre à la délinquance”.
Le terrorisme de gauche – qui était aussi le fruit de ceux qui, au sein des partis et de la Cgil, n’avaient pas le courage d’aller jusqu’au bout de leurs opinions ou de leurs actes, qui professaient la “violence” au Parlement et dans “la rue”, mais qui, ensuite, n’ont pas assumé, c’est le moins qu’on puisse dire, la responsabilité des conséquences pratiques de leurs enseignements – naît à mon avis d’une lecture “non historique” du marxisme-léninisme et d’une “mythification” de la Résistance et de la Libération qui, dans le contenu social et politique de la gauche, a échoué parce qu’elle a conduit à la reconstitution d’un “régime des libertés bourgeoises”.
J’estime que l’extrémisme de gauche, qui n’était pas un terrorisme au sens propre (en effet, [les militants] ne croyaient pas qu’on ne pouvait changer la situation politique que par des actes terroristes), mais plutôt une “subversion de gauche”, comme l’avait été à ses débuts le bolchevisme russe, c’est-à-dire un mouvement politique qui, se trouvant dans la situation de combattre un appareil d’État, usait de méthodes terroristes comme l’ont toujours fait tous les mouvements de libération, y compris la Résistance (l’assassinat d’un grand philosophe comme Giovanni Gentile – bien qu’il fût fasciste – alors qu’il marchait tranquillement dans la rue par des résistants des Gap [NdT : Groupes d’actions patriotique, d’orientation communiste] florentins peut être jugé favorablement ou négativement, mais, d’un point de vue théorique, il n’en reste pas moins un acte de terrorisme), en croyant amorcer – et c’est là qu’était l’erreur, ne serait-ce que sur un plan formel – un mouvement véritablement révolutionnaire.
Vous avez été battus par l’unité politique entre la Démocratie chrétienne et le Parti Communiste Italien, et parce que vous n’avez pas su entraîner derrière vous les masses dans une véritable révolution. Mais tout ceci fait partie d’une période historique de l’Italie qui est achevée. Et, dorénavant, la soi-disant “justice” qui s’est exercée et qui s’exerce encore à votre encontre, même si elle est légalement justifiable, tient politiquement soit de la “vengeance”, soit de la “peur”. Ce sont précisément ces mêmes sentiments qui animent nombre de communistes de cette période. Quelle légitimité républicaine croient-ils détenir, quand ils l’ont conquise non par un suffrage populaire ni par des luttes des masses, mais à la faveur de leur collaboration avec les forces de police et de sécurité de l’État ? C’est pour cela que moi, qui ai été pour beaucoup d’entre vous “KoSSiga” [NdT: les deux S sont écrits à la main en calligraphie runique pour évoquer le sigle nazi], voire carrément “le chef d’une bande d’assassins responsable d’avoir ordonné des homicides”, je suis aujourd’hui partisan de clore ce chapitre douloureux de l’histoire civile et politique du pays, ne serait-ce que pour éviter qu’une poignée d’irréductibles ne deviennent de funestes maîtres à penser pour de nouveaux terroristes, ceux qui ont tué d’Antona et Biagi, que, pour les forces de police et pour la Justice, il est commode de chercher parmi vous, parce que vous avez été vaincus politiquement et militairement avec l’aide de la gauche : il serait peut-être plus embarrassant d’aller les chercher ailleurs…
Malheureusement, toutes les tentatives, de ma part ou de la part de certains de mes collègues, de droite ou de gauche, de faire approuver une loi d’amnistie ou d’indulto [NdT: allègement de la peine d’emprisonnement] se sont heurtées surtout à l’opposition de la sphère politique de l’ex-Parti communiste.
J’ai lu qu’on vous a refusé l’usage d’un ordinateur. Honnêtement, j’ignorais qu’un tel appareil pouvait être une arme de guerre ! Au cas où vous en feriez de nouveau la demande et que celle-ci serait de nouveau rejetée, faites-le-moi savoir et je veillerai personnellement à vous le faire parvenir.
Ne perdez jamais votre dignité d’homme, même en prison, lieu qui n’est pas fait ni organisé pour “racheter” les hommes ! Et ne perdez jamais espoir.

Cordialement,
Francesco Cossiga

Link
Anni Settanta
Francesco Cossiga, “Eravate dei nemici politici, non dei criminali”
Solo Cossiga ha detto la verità sugli anni 70
Erri De Luca, lettre à un detenu politique flambant neuf

Francesco Cossiga: “Br, eravate dei nemici politici, non dei criminali”

«Ormai la cosiddetta giustizia che si è esercitata e ancora si esercita verso di voi, anche se legalmente giustificabile, è politicamente o vendetta o paura»

 

IMG_4623IMG_4624

Senato della Repubblica
Francesco Cossiga

Roma, 27 settembre 2002

Gentile Signor Persichetti,

ho letto la Sua intervista a La Stampa (25 settembre 2002) e La ringrazio per l’attenzione che Lei e i Suoi compagni riservate alle mie valutazioni e ai miei giudizi.
Io ho combattuto duramente il terrorismo, ma ho sempre ritenuto che certo si trattasse di un gravissimo e deprecabile fenomeno politico, ma che affondava le sue radici nella particolare situazione sociale politica del Paese, e non invece un “humus delinquenziale”.
Il terrorismo di sinistra – frutto anche di chi nei partiti e nella Cgil lanciava la pietra e nascondeva la mano, e che insegnava la “violenza” in Parlamento e “in piazza”, ma non si é poi assunto, tutt’altro, la responsabilità delle conseguenze pratiche degli insegnamenti stessi -, nasce a mio avviso da una lettura “non storica” del marxismo-leninismo e da una “mitizzazione” della Resistenza e della Liberazione che, nel contenuto sociale e politico della sinistra, è fallita perché ha portato alla ricostituzione di un “regime delle libertà borghesi”.
Ritengo che l’estremismo di sinistra, che era non un terrorismo in senso proprio (non credeva infatti che solo con atti terroristici si potesse cambiare la situazione politica), ma era “sovversione di sinistra” come agli albori era il bolscevismo russo, e cioè un movimento politico che, trovandosi a combattere un apparato dello Stato, usava metodi terroristici come sempre hanno fatto tutti i movimenti di liberazione, Resistenza compresa (l’assassinio di un grande filosofo, anche se fascista, che camminava tranquillamente per strada, Giovanni Gentile, da parte di Gap fiorentini si può giudicare positivamente o negativamente, ma da un punto di vista teorico è stato pur sempre un atto di terrorismo) pensando di innescare – e qui era l’errore anche formale – un vero e proprio movimento rivoluzionario.
Voi siete stati battuti dall’unità politica tra la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano, e per il fatto che non siete stati in grado di trascinare le masse in una vera e propria rivoluzione. Ma tutto questo fa parte di un periodo storico dell’Italia che è concluso; e ormai la cosiddetta “giustizia” che si è esercitata e ancora si esercita verso di voi, anche se legalmente giustificabile, è politicamente o “vendetta” o “paura”, come appunto lo è per molti comunisti di quel periodo, quale titolo di legittimità repubblicana che credono di essersi conquistati, non con il voto popolare e con le lotte di massa, ma con la loro collaborazione con le Forze di Polizia e di Sicurezza dello Stato. Per questo, io che sono stato per moltissimi di voi: “Cossiga con la K” e con le due [N.d.R. qui viene lasciato uno spazio riempito poi con due “S” runiche, a mano], e addirittura “un capo di assassini e un mandante di assassinii”, oggi sono perché si chiuda questo doloroso capitolo della storia civile e politica del Paese, anche ad evitare che pochi irriducibili diventino cattivi maestri di nuovi terroristi, quelli che hanno ucciso D’Antona e Biagi che, per le Forze di Polizia e per la giustizia, è facile ricercare tra di voi, perché voi siete stati sconfitti politicamente e militarmente con l’aiuto della sinistra: andare a cercarli altrove potrebbe essere forse più imbarazzante…
Purtroppo ogni tentativo mio e di altri colleghi della destra o della sinistra di far approvare una legge di amnistia e di indulto si è scontrato soprattutto con l’opposizione del mondo politico che fa capo all’ex-partito comunista.
Leggo che Le hanno rifiutato l’uso di un computer, che onestamente non sapevo costituisse un’arma da guerra! Qualora Lei lo richieda ancora e ancora glielo rifiutassero, me lo faccia sapere, che provvederò io a farglielo dare.
Non perda mai la Sua dignità di uomo neanche in carcere, luogo non fatto e non gestito certo per “redimere” gli uomini! E non perda mai la speranza.

Cordialmente,
Francesco Cossiga

Signor Paolo Persichetti
Casa Circondariale Marino del Tronto
Frazione Navicella, 218
63100 Ascoli Piceno

Link
Solo Cossiga ha detto la verità sugli anni 70

Francesco Cossiga, “Vous étiez des ennemis politiques pas des criminels”
Anni Settanta

“Solo Cossiga ha detto la verità sugli anni 70”

Intervista – Persichetti: politici ascoltate Cossiga, «sull’amnistia lui e Macaluso gli unici a essere lucidi dopo il mio arresto»

20190125-marino-tronto

Jacopo Iacoboni
la Stampa
25 settembre 20002

L’uomo che parla da una cella del «braccio ordinario» del carcere di Marino del Tronto è Paolo Persichetti, il brigatista condannato per l’assassinio del generale Giorgieri ed estradato a fine agosto dal governo neogollista di Jean-Pierre Raffarin. Poco distante, in questo edificio, ci sono le stanze che hanno ospitato negli anni, il «criminologo» delle Br Giovanni Senzani, il padrino della Nuova camorra Raffaele Tutolo, l’attentatore del papa Alì Agca e, adesso, il boss dei boss, Totò Riina. Persichetti, al contrario dei precedenti «ospiti» illustri, è stato fatto accomodare nella sezione comune [in realtà nel reparto isolamento della sezioncina “nuovi giunti” dove rimarrà per tutti i 4 mesi e mezzo di permanenza in quell’istituto NdR]. Gli è stato permesso di scrivere e ricevere posta. Non gli è stato dato un computer. Lo conforta, dice, «l’insurrezione dell’opinione pubblica transalpina, ogni giorno ricevo decine di lettere da cittadini francesi scioccati che mi esprimono caldamente solidarietà». Anche le Monde s’è esposto in sua difesa. Ciononostante, a detta dell’emittente pubblica France 3 esiste già una lista di quattordici latitanti che potrebbero andare a fargli compagnia. In testa Giorgio Pietrostefani, condannato a ventidue anni come mandante dell’omicidio del commissario Calabresi.
Nella prima intervista, concessa per iscritto, dopo il rientro forzato in Italia, Persichetti spiega di non credere che quelle estradizioni verranno eseguite: «La Francia ha già fatto marcia indietro di fronte alla reazione indignata della sua opinione pubblica». Chiede ai politici di ascoltare Cossiga, tra i pochi ad aver detto «cose lucide» suggerendo la soluzione-amnistia. Critica con accenti aspri i «professionisti della dissociazione» alla Sergio Segio, «stanno ancora pagando le cambiali della libertà». Sostiene di aver sperimentato, sulla sua pelle, l’esattezza dell’analisi svolta dal ministro Tremonti sulla Stampa, «anche io temo stia prendendo forma un’Europa profondamente anti-giuridica». Ostinati silenzi arrivano, invece, se gli si chiede di dire cosa pensi dell’omicidio di Marco Biagi e di quelle «nuove Br» da cui, pure, s’è già professato arci-distante; oppure dell’agguato che portò alla morte del generale dell’Aeronautica Licio Giorgieri. Quel passato, par di capire, per il ricercatore di scienze politiche a Paris VIII è un mondo chiuso, finito.

Persichetti, che pensa dell’accordo sulle estradizioni firmato dal Guardasigilli Castelli con il collega Perben?
Il grande evento simbolico che doveva rappresentare l’incontro dell’11 settembre è finito in una merenda a “pizza e fichi”. La Francia ha chiaramente fatto marcia indietro di fronte alla reazione indignata della sua opinione pubblica. Ha monitorato la situazione giuridica dei fuoriusciti e ha scoperto che tutte le loro tendenze penali erano precedenti al 1982. Così ha stabilito questa data come una soglia invalicabile.

E perché Parigi darebbe marcia indietro?
Chirac deve tener conto dell’umore degli elettori di sinistra che tanta parte hanno avuto nella sua rielezione plebiscitaria. Forse l’Eliseo non era nemmeno al corrente di quanto stavano tramando i balladuriani Sarkozy e Perben. Smentita nella forma, la dottrina Mitterrand è stata confermata nella sostanza.

Lei in che circostanze è stato fermato? E perché soltanto oggi?
Potevano venire a casa, ma hanno scelto di prendermi in strada, nell’ultimo fine settimana di agosto, in una Francia ancora distratta. Un sabato sera alle 20.25, in un luogo isolato, una zona di uffici, deserta a quell’ora. Sono stato caricato in macchina, mi è stato impedito di avvisare i miei legali e verso mezzanotte ero già in viaggio per l’Italia. Più che un trasferimento sembrava un «rapimento». Quando in Francia s’è scatenata la riprovazione mediatici, era ormai troppo tardi. La mano degli inquirenti francesi è stata sapientemente forzata facendo balenare sulla mia testa il sospetto per gli ultimi attentati.

Eppure il Viminale ha invitato a non fare collegamenti tra vecchie e nuove Br, tra lei e gli assassini di D’Antona e Biagi. Lei condanna questi omicidi?
Di sicuro gli  Interni hanno istillato il dubbio su un mio collegamento con gli ultimi attentati attraverso il «teorema dei quarantenni» che appassiona il Risiko investigativo a cui giocano alcuni inquirenti. Reo di avere quarantenni e per giunta dimostrandone anche meno, ero la preda migliore da incasellare in questa tipologia del sospetto. Poi dopo le dimissioni di Scajola e il buco clamoroso di San Petronio, avevano bisogno di fabbricare un «grande successo operativo.

Ma gli omicidi? Almeno un’idea sulle nuove Br ce l’avrà? Chi milita in queste organizzazioni?
La semplice riappropriazione di una sigla rubata dal museo della Storia non vuol dire nulla. Le nuove Br sono solo un logo ad alto contenuto simbolico, che offre maggiore e immediata visibilità. La pubblicità insegna: altro che vecchie Br, qui siamo al post-moderno. Invece il gruppo per la cui appartenenza fui condannato, ovvero le Br-Udcc, s’è autodisciolto nel 1989 dichiarando «concluso il ciclo politico della lotta armata» e aperto il «passaggio alla lotta politica aperta e di massa.

Forse è un po’ poco agli occhi di chi ha perso parenti e amici. A loro l’estradizione – tanto più in un’Europa comunitaria – sembrerà normalissima, non crede?
La mia estradizione è solo un piccolo tassello di un fenomeno più vasto e inquietante che sta inquinando dalle fondamenta l’edificio europeo. La giudiarizzazione della società come modello di governo. La politica di massa, sia quella radicale che quella riformista, sta morendo spodestata dal protagonismo dei poteri finanziari e delle procure. Prende forma un’Europa profondamente antigiuridica, in cui la partecipazione democratica è del tutto superficiale, modellata sugli interessi dei circoli d’affari: lo ha detto persino Tremonti, sul vostro giornale. Anche il mandato europeo nasce tra le asimmetrie più stridenti dei codici penali.

Era l’obiezione sollevata agli altri paesi UE dal governo di centro-destra italiano.
Preoccupazione sensata. Per le profonde diversità dei criteri di formulazione della prova. Per le differenze tra riti accusatori e inquisitori. Per le disparità delle pene.

Toni Negri si augura che il suo arresto possa riaprire la discussione sull’amnistia: sarebbe uno strumento utile per chiudere gli «anni di piombo».
Cos’altro fare, quando un paese vede un’area sociale che supera il milione – di cui almeno centomila militanti – alimentare per oltre un decennio ondate di movimenti contestatori, sovversivi e armati? Dopo la prima risposta giuridico-militare, logica e buon senso vorrebbero che sopraggiungesse una gestione politica della vicenda. Chiusa l’eccezione, si ripristina la norma comune, sanando l’eccesso. Cossiga, Macaluso, Erri De Luca, gli unici che hanno detto cose lucide dopo la mia estradizione, parlano nel vuoto come profeti nel deserto.

Sergio Segio ha accusato Oreste Scalzone di aver fatto mancare, in questi anni, un’esplicita dissociazione. Scalzone gli ha risposto «non ho niente da cui dissociarmi». Lei come considera la questione della dissociazione?
Segio ha dimostrato solo di avere ancora molte cambiali da pagare per la sua libertà. Mi ricorda una frase di Kundera rivolta a colore che per un po’ dì di futuro hanno venduto il loro passato. La dissociazione è stata uno dei prodotti più velenosi dell’emergenza. Non punisce il passato del militante – i reati commessi – ma il presente carcerario, le sue opinioni. Risultato: Paolo Maurizio Ferrari, condannato per reati associativi è in galera da 28 anni. Segio, reo confesso di numerosi omicidi, è in libertà.

Persichetti, come le pare la sinistra politica italiana?
Ha navigato a vista, fatto giravolte, cambiato giacca, eleggendo di volta in volta nemici di turno – Andreotti o Craxi – per finire sempre per mangiare nel piatto dove sputava. Il craxismo è diventato parte integrante della cultura della maggioranza diessina. Hanno cavalcato il giustizialismo, senza accorgersi che apriva la strada all’egemonia berlusconiana.

I girotondi?
La manifestazione del 14 settembre è stata un frullato d’istanze confuse e stati d’animo fugaci. Nanni Moretti è un berluschino in sedicesimo, anche lui ricorre alle proprie risorse aziendali per fare politica. Dov’è la differenza, se non nelle proporzioni?.

In definita, prende le distanze oggi dall’uso della violenza come strumento di lotta politica? Di recente ha criticato il “dogmatismo non violento” di certi no-global…
Ma di quale violenza si sta parlando? A differenza dei loro maestri non violenti – Ghandi e Thoreau – i no-global condannano la violenza dei deboli che bruciano cassonetti, ma non hanno il coraggio di disobbedire ai veri divieti dei forti.

L’intervista è finita. Paolo Persichetti è un uomo «in cattività» dunque torna in cella. Vuole dire, infine, qualcosa alla vedova del generale Giorgieri, assassinato il 20 marzo 1987 da un comando delle Br-Udcc, «ho apprezzato la misura mostrata dalla signora Giorgieri. Chi soffre merita rispetto e del rispetto fa parte il pudore di non disturbare. Quanto al dialogo, è prerogativa di chi è libero. Io in questo momento posso solo esercitarmi con le quattro mura che mi circondano».

Link
Francesco Cossiga, “Eravate dei nemici politici, non dei criminali”

Francesco Cossiga, “Vous étiez des ennemis politiques pas des criminels”
Anni Settanta

 

Ustica trent’anni dopo l’anniversario delle verità contrapposte

Cosa è veramente accaduto quel 27 giugno 1980?

Paolo Persichetti
27 giugno 2010

A trent’anni dalla strage di Ustica è ancora guerra feroce. Lo «scenario bellico», che secondo una delle ricostruzioni – che attualmente appaiono più plausibili – avrebbe portato un missile lanciato da un aereo militare occidentale a colpire la sera del 27 giugno 1980, il Dc9 dell’Itavia deflagrato in volo (si parla anche di un razzo ad implosione) e poi inabissatosi tra le isole di Ponza e Ustica con 81 persone a bordo, si è tramutato in una pluridecennale guerra di depistaggi, ipotesi e ricostruzioni contrapposte che pezzi d’apparato, gruppi di potere, gangli delle istituzioni hanno cominciato a scagliarsi l’uno contro l’altro già dalle prime ore che hanno seguito la tragedia.
In questa babele di verità e ragion di Stato contrapposte, il presidente della Repubblica è intervenuto con un messaggio indirizzato alla presidente dell’Associazione parenti vittime della strage di Ustica, senatrice Daria Bonfietti, ricordando come «i processi sin qui celebrati non hanno consentito di fare luce sulla dinamica del drammatico evento e di individuarne i responsabili», auspicando per questo «il contributo di tutte le istituzioni a un ulteriore sforzo per pervenire a una ricostruzione esauriente e veritiera di quanto accaduto, che rimuova le ambiguità e dipani le ombre e i dubbi accumulati in questi anni». Chi ha voluto leggere nelle prudenti parole di Napolitano una replica alle dichiarazioni del sottosegretario alla presidenza del consiglio Giovanardi, che ha provato a rilanciare, a nome del governo, la tesi dell’esplosione interna e dunque della bomba a bordo, è rimasto deluso. In effetti Napolitano non cita solo la mancata individuazione dei responsabili, ma anche la mancata chiarezza sulle dinamiche, nonostante sul piano processuale sia stata accertata l’infondatezza dell’esplosione a bordo e quella del cedimento strutturale, madre di tutti i depistaggi.
Per questo ragione Giovanardi ha dichiarato di «condividere» l’appello del Quirinale, aggiungendo che «fra le opacità non possono essere annoverati i comportamenti degli uomini dell’Aeronautica militare italiana». Priorità dell’attuale governo, infatti, è difendere il comportamento omertoso della lobby militare, il cinismo in stellette della ragion di Stato che ha portato i vertici militari a distruggere prove, far sparire i registri delle presenze nelle postazioni di controllo e i tracciati radar, tappare la bocca ai sottoposti che quella notte hanno visto cosa è accaduto in pieno Mediterraneo. Anche Giuliana De Faveri Tron, che perse la madre nella tragedia di Ustica, e che non fa parte dell’Associazione dei parenti presieduta da Daria Bonfietti, ha voluto ringraziare «il capo dello Stato per l’affettuoso messaggio» ma soprattutto il senatore Carlo Giovanardi, «per l’impegno profuso dal Governo nella ricerca di una verità troppe volte sacrificata a pregiudizi di parte». Ormai anche i familiari delle vittime sono lottizzati. Ci sono i governativi e gli antigovernativi. Il vittimismo divenuto uno dei repertori legittimi della politica non ha più un solo colore e si declina in forme partigiane opposte. Con la sua formula salomonica Napolitano ha evitato di prendere partito nella disputa delle “verità contrapposte”, ripiegando sulla retorica dei misteri.
Ma se la via che può portare alla verità va ormai cercata, come sembrano suggerire le parole del Presidente della repubblica, in quella sfera riservata dello Stato che Alessandro Pizzorno ha chiamato “nucleo cesareo della politica”, Napolitano dovrebbe usare ben altri toni e trarre ben altre conseguenze. Rosario Priore, giudice istruttore che ha condotto l’inchiesta, sostiene che dietro la «verità indicibile» sulla strage di Ustica vi sarebbe la politica estera mediterranea condotta dall’Italia in autonomia rispetto alle direttive Nato. Il nostro sostegno a Gheddafi, la guerra segreta con Francia e Inghilterra per l’influenza nel Nord Africa, l’intervento dei nostri piloti nei bombardamenti in Ciad, la rappresaglia francese contro i mig libici (autorizzati segretamente dall’Italia a sorvolare alcuni corridoi Nato non sorvegliati) che dovevano scortare Gheddafi. Rappresaglia che avrebbe involontariamente provocato la tragedia. Priore estende il suo paradigma interpretativo ben oltre la vicenda di Ustica per retrocederlo all’intera storia degli anni 70. Vicissitudini che troverebbero una spiegazione all’interno dei conflitti geopolitici: non quelli della guerra fredda ma tra rive opposte del Mediterraneo, rispolverando quelli che erano stati gli assi tradizionali del conflitto interimperialistico europeo del primo Novecento. Tuttavia più che un nuovo canone storiografico quello proposto sembra un’ennesima declinazione del paradigma dietrologico. La complessità evocata si perde in mille rivoli inconcludenti e contraddittori fino a diventare dissolvenza. Priore non fornisce alcuna prova decisiva, nessun fatto nuovo, ma chiede in qualche modo di affidarsi al principio autoritativo ricavato della sua esperienza. Di piste internazionali sulla strage di Ustica ne esistono diverse e sul piano logico tutte egualmente plausibili: da quella francese, indicata da Priore come la più certa, a quella statunitense. Ne esiste addirittura una israeliana (l’aviazione di Telaviv avrebbe voluto colpire un velivolo francese che portava uranio arricchito in Iraq).
Tuttavia il motivo per cui oggi alcuni settori dello Stato, di cui il giudice Priore si fa portavoce, privilegino apertamente la pista francese non è dettato dall’emergere di circostanze nuove. Si tratta piuttosto di una vecchia ossessione portata avanti fin dalle inchieste sulla lotta armata. Secondo l’ex giudice istruttore del pool antiterrorismo della Capitale le insorgenze armate apparse nell’Italia degli anni 70 avrebbero trovato complicità culturale e aperto sostegno materiale nelle autorità parigine. Quella somma di fattori che presero forma nel dopoguerra, congelando per lungo tempo il sistema politico italiano fino a renderlo privo d’alternanza per 49 anni, una fissità di sistema che secondo la sociologia più avvertita non poteva che facilitare l’apparizione di spinte rivoluzionarie in presenza di una potente tradizione sovversiva e di condizioni sociali ed economiche particolari, contesto riassunto nella formula dell’«anomalia italiana», si capovolge nel suo contrario: l’«eccezione francese». In Intrigo internazionale, Chiarelettere 2010, la Francia viene dipinta come un «santuario del terrorismo», una centrale che avrebbe sistematicamente promosso la destabilizzazione della democrazia italiana. L’obiettivo preso di mira è la cosiddetta «dottrina Mitterrand»: Ancora prima della caduta del muro di Berlino, Parigi sarebbe stata un vero incrocio d’intrighi internazionali, sostituendosi a Washington e Mosca nel ruolo di piattaforma destabilizzante dell’Italia. Un asse socialdemocratico, guidato da Mitterrand, avrebbe tentato di giocare il ruolo della “terza forza” tra le due maggiori potenze, destabilizzando volutamente la penisola italiana grazie alla protezione offerta ai militanti della lotta armata.
Deciso a seguire le tracce de l’abbé Augustin Barruel, il giudice Priore trasforma il vecchio istituto di lingue Hyperion in una nuova loggia degli Illuminati di Baviera. «Con ogni probabilità – aveva affermato in precedente pubblicazione nella quale anticipava le tesi esposte in Intrigo internazionale * – il cervello parigino è esistito. In accordo con le istituzioni di questo paese, come fu provato dalle inchieste romane, esercitava una funzione d’assistenza e di controllo, quando non agiva come una guida, nel mondo eteroclita della sovversione politica. E’ a Parigi che hanno luogo questi grandi incontri di forze venute dai quattro angoli del pianeta[…] Quella che potrebbe apparire una semplice riunione tra amici, si rivela, in realtà, una macchina efficace diretta da istanze istituzionali, e serve a distribuire armi, individuare luoghi dove nascondersi e prepararsi, suddividere le risorse finanziarie[…] si tratta del luogo in cui si decidono il livello dell’attacco, il grado delle tensioni e, conseguentemente, quello della destabilizzazione, cioè quello dell’indebolimento di paesi o intere zone, in diversi continenti[…] Si può pensare molto seriamente – numerosi indizi conducono in tal senso – che un terzo giocatore sia intervenuto: un asse europeo guidato dalla Francia, ancora presente nello scacchiere mondiale. Questo asse si presentava come una terza forza, accanto all’ideologia capitalista dell’Ovest e all’ideologia comunista dell’Est. Un asse a forte dominante socialista, al quale avrebbero sicuramente cooperato i paesi scandinavi, con la Svezia di Olof Palme in testa, la Germania e l’Austria guidate da socialdemocratici, oltre ad Israele, governata dalla sinistra. Senza dimenticare i grandi paesi non-allineati, a cominciare dalla Iugoslavia, che fin dagli anni 40, ha condotto una propria strategia indipendente nello scenario europeo e svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo di conflitti all’interno di diverse regioni italiane».
Quando la storia si trasforma in noir, il racconto può avvalersi di facili licenze narrative e trascurare persino il rigore cronologico degli eventi, fino a dimenticare che negli anni 70 la Francia era sotto la presidenza di Giscard D’Estaing e Palme arriva al governo nel 1982. Lo scenario proposto dall’ex giudice istruttore è privo di pudore e richiama il vecchio mito fascista del complotto pluto-giudaico-massonico, con l’aggiunta questa volta di una componente socialista giustificata dalla presenza della Iugoslavia. Un agglomerato assai fantasioso che mette insieme Paesi con politiche estere, attività d’influenza e d’intelligence in netto contrasto strategico, in fortissima competizione e aperto conflitto tra loro.

* Che cosa sono le Br, Franceschini-Fasanella, Rizzoli 2004

Link
Strage di Ustica, quando Giovannardi fu sputtanato da wikileaks

«Scarcerate Papini. Accuse senza argomenti»

Conferenza stampa presso il tribunale di Roma. Un appello chiede la liberazione di Masimo Papini. Il prossimo 21 giugno il tribunale della libertà dovrà riesaminare il precedente rifiuto censurato dalla Cassazione

Paolo Persichetti
Liberazione
15 giugno 2010

Massimo Papini non è più solo. A sostenerlo in questi lunghi mesi d’isolamento carcerario non ci sono più soltanto i suoi avvocati e i suoi amici che hanno dato vita ad un combattivo comitato di difesa. Negli ultimi tempi il muro di silenzio che circondava il suo caso giudiziario si è rotto. Una petizione è stata firmata da esponenti del cinema e dello spettacolo, mondo nel quale Papini lavorava. Ieri hanno preso la parola durante una conferenza stampa tenutasi presso il tribunale di Roma la scenografa Paola Comencini, la deputata radicale Rita Bernardini e Gianluca Peciola, consigliere provinciale di SeL. Dopo una visita nel carcere Rebibbia, da parte della battagliera parlamentare radicale che senza tregua conduce nelle prigioni «visite di sindacato ispettivo» – come precisa con puntiglio – Radio radicale ha cominciato a trasmettere le udienze del processo, iniziato lo scorso 22 febbraio, nel quale Papini è accusato di partecipazione a banda armata per aver conservato negli anni un rapporto di amicizia con Diana Blefari Melazzi. La militante delle cosiddette «nuove Br» suicidatasi nel carcere femminile di Rebibbia il 31 ottobre, esattamente un mese dopo l’arresto dello stesso Papini, suo ex compagno, che aveva tentato di scagionare fino all’ultimo. L’attenzione comincia finalmente a focalizzarsi su una vicenda giudiziaria considerata, a torto, “minore”, come se il suo tragico intrecciarsi con la morte di una detenuta in condizioni psicologiche devastate dal 41 bis, messa per questo sotto pressione con l’arresto dell’unico punto di riferimento esistenziale che le era rimasto, non fosse una vicenda su cui vigilare con attenzione. Se la morte della Blefari ha fatto parlare di «uso della malattia come strumento d’indagine», finalizzato a costruire con tutti i mezzi una «collaborazione», quella contro Papini appare una vera e propria persecuzione. Indagato e arrestato all’inizio per fare pressione sulla donna, continua a essere mantenuto in carcere e sovraccaricato di accuse, senza lo straccio di un riscontro, per coprire a posteriori una condotta investigativa che viola le stesse regole in nome del quale pretende di agire.
Nel corso della conferenza stampa, Paola Comencini ha raccontato la sua amicizia lunga 12 anni, spiegando come Papini fosse stimato nel mondo del cinema per il suo lavoro nei set dei più grandi registi italiani. «Un’attività – ha sottolineato – che assorbiva talmente la sua esistenza e lo teneva così lontano da Roma da rendere inverosimili le accuse». Ha rivelato anche come al ritorno dai colloqui con la Blefari fosse molto provato. La donna, afflitta da rovinose crisi d’identità e disturbi percettivi fino ad arrivare ad allucinazioni visive, si fidava solo di Papini e aveva risposto in lui ogni speranza. «Massimo paga l’aver risposto a quel grido d’aiuto». E che il rapporto con Diana Blefari Melazzi fosse alla luce del sole l’ha precisato anche l’attuale fidanzata di Papini, Grazia, che ha sopraffatto la timidezza per spiegare con gli occhi lucidi come Massimo «fin dal primo giorno mi disse che aveva questa amica. Io stessa ho preparato da mangiare per lei e le ho mandato dei vestiti». Rita Bernardini ha denunciato le condizioni di detenzione proibitive in cui versa il detenuto, isolato 24 ore su 24, costretto a pochissima aria in un cubicolo di cemento, senza nemmeno la possibilità d’avere libri a sufficienza per trascorrere utilmente il tempo.
Mentre il processo si trascina senza che l’accusa sia mai riuscita a fornire uno straccio di prova della colpevolezza di Papini, un fatto nuovo potrebbe aprirgli presto le porte della prigione. Il prossimo 21 giugno il Tribunale della libertà dovrà riesaminare nuovamente il precedente rifiuto di scarcerarlo, pronunciato in ottobre ma cassato il 4 marzo dalla Cassazione. Una censura netta quella pronunciata dalla suprema corte che rimprovera il collegio del riesame di non aver spiegato perché Papini sarebbe colpevole. «Siamo di fronte ad un caso giudiziario paradigmatico», spiega l’avvocato Romeo. «A causa del nuovo pacchetto sicurezza del luglio 2009 – aggiunge il legale – Papini si è visto sottrarre importanti tutele processuali. Si è passati direttamente in corte d’assise senza il vaglio dell’udienza preliminare. Fase che non potrà mai più essere recuperata. E’ stato chiesto il giudizio immediato con il fascicolo dell’accusa incompleto. Le carte mancanti sono giunte soltanto a processo avanzato». Papini doveva essere processato a prescindere.

Link
Io figlio di Br, pago per mio padre e per un libro
Banda armata la Cassazione scarcera Manolo Morlacchi e Costantino Virgilio
Anni Settanta
Amnistia e solidarietà sotto processo Massimo Papini in aula lunedi 22 febbraio 2010
Un altro Morlacchi dietro le sbarre

Ignorata la disponibilita offerta da un gruppo di detenute che si offrì di assistere la Blefari. I magistrati puntavano al pentimento
Induzione al pentimento
Suicidio Blefari Melazzi: l’uso della malattia come strumento di indagine

Allarme terrorismo: quel vizio del “Giornale” d’imbastire false notizie
Nta, la sigla vuota utilizzata per lanciare intimidatori allarmi terrorismo
Roberto Maroni: Nat, analogie con vecchie Br
Improbabili militanti