Le parole di un torturato bussano alle porte del Quirinale, Enrico Triaca scrive a Giorgio Napolitano

«In Italia abbiamo sconfitto il terrorismo nelle aule di giustizia e non negli stadi», disse una volta Sandro Pertini, Presidente della Repubblica. Il vecchio Pertini, ormai un po’ troppo in avanti con gli anni (in un discorso di fine anno confuse la dittatura militare guatemalteca con il Nicaragua insorto; il giorno dopo la retata del 7 aprile 1979 inviò un telegramma al pm Calogero – alla faccia della separazione dei poteri – per complimentarsi della sua inchiesta-teorema su una fantomatica cupola insurrezionale e degli arresti del giorno prima, più o meno lo stesso stile del suo acerrimo nemico di un tempo, il Duce Benito Mussolini), era in buona fede quando pronunciò queste incaute parole. Non mentiva con se stesso, semplicemente non vedeva, non voleva vedere, non poteva più vedere, troppo lontana nel tempo era la sua cella sull’isola-carcere di santo Stefano e la condanna inferta dal Tribunale speciale.
La lotta armata e la sovversione sociale in Italia vennero sconfitti dai mutamenti produttivi, dalla rivoluzione neoconservatrice che lentamente prosciugarono le basi sociali della rivolta, ma è vero che nel corso di quella guerra civile vennero inferti duri colpi non «negli spogliatoi degli stadi», aveva ragione Pertini, ma in un villino, un residence tra Cisano e Bardolino, vicino al lago di Garda di proprietà di un parente di un poliziotto (lo racconta l’ex ispettore capo della Digos di Verona, Giordano Fainelli e lo conferma anche Salvatore Genova, commissario Digos), oppure all’ultimo piano della questura di Verona, requisita dalla struttura speciale coordinata da Umberto Improta, diretta da Gaspare De Francisci, a cui partecipavano Salvatore Genova, Oscar Fioriolli, De Gregorio e Nicola Ciocia, o ancora in altre caserme d’Italia, quella della Celere di Padova (Cesare Di Lenardo parla di un locale dove c’erano delle docce). Anche Enrico Triaca, prelevato dalla caserma di Castro pretorio, accanto alla stazione Termini di Roma, arriva bendato in un posto dove c’era sicuramente un cancello metallico con apertura automatica. Probabilmente anche questa una caserma, situata forse in cima ad una salita, ancora in città o nelle immediate vicinanze.
Non erano stadi ma erano caserme, come la famigerata Esma argentina, la scuola meccanica della marina dove vennero torturati ed uccisi centinania di militanti di sinistra e oppositori della giunta militare.

Enrico Triaca ha deciso di bussare alle porte del Quirinale, inviando una lettera aperta al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano «perché convinto che questa storia non è, e non può essere, solo, storia giudiziaria, se è vero, quel che ci dicono gli ex funzionari, questa volta non si può licenziare la cosa con frasi tipo: parti deviate dello Stato, mele marce o schegge impazzite. Questa volta è lo Stato tutto ad essere coinvolto, la Politica che ordinò le torture, i “bravi” tutori dell’ordine che le eseguirono, la magistratura che li assolse, i media che li coprirono».
Da oltre un anno sono emersi sui media e in un libro fatti nuovi, circostanze, testimonianze, amissioni, rivelazioni. Che farà Napolitano? Vorrà ribadire ancora una volta che «In Italia abbiamo sconfitto il terrorismo nelle aule di giustizia e non negli stadi»?


Lettera aperta al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano
di Enrico Triaca

jpg_2178052Esimio Presidente, scrivo a Lei in quanto Presidente della Repubblica, Capo della Magistratura e uomo politico che ha attraversato l’intera Storia, fino ad oggi, della Repubblica italiana.
E’ certamente per Lei una degna chiusura di carriera la presidenza quirinalizia, come immagino qualsiasi politico agogni per se stesso, anche se, lavoro faticoso, specie in questo inizio di Secolo, in cui decisioni forti sono state prese, come il dover imporre un Professore alla guida del Paese per risolvere i problemi che ci angustiano.
E a ben vedere non è la prima volta che l’Italia si affida a “Professori” per risolvere i propri problemi, già negli anni 70/80 lo Stato fece ricorso ad un “Professore”, in questo caso, al famigerato “Professor de Tormentis” ovvero un ex funzionario di Stato, dell’UCIGOS, così soprannominato dai suoi colleghi e amici. Tale “Professore” ha di recente dichiarato, ma in realtà ci sono anche le testimonianze dell’ex commissario Salvatore Genova, di aver praticato la tortura contro prigionieri politici di quegli anni. Si è vantato (dietro anonimato) di essere lui il torturatore di Stato, il professionista della Tortura, che veniva inviato nelle varie questure italiane quando si ritenevano necessari  i “servigi” suoi, e dei suoi collaboratori.
Da tali confessioni e testimonianze si evince che questo personaggio ha goduto della protezione e copertura della Politica, e non solo.
Tale personaggio, che oggi sappiamo chiamarsi Nicola Ciocia, ha confessato di avermi torturato;  torture che io denunciai di aver subito nel 1978 e per la cui denuncia fui, oltretutto, condannato per calunnia.
Oggi chiedo la revisione di quella condanna, perché la verità venga ristabilita, ma visto il silenzio, POLITICO, che sta accompagnato questa vicenda dopo che stampa e televisione ne hanno denunciato l’avvenimento, non nutro molta speranza nell’esito positivo di questa storia. Pur tuttavia, è una strada che sento di dover percorrere, anche perché ci sono personaggi, coinvolti, o che quanto meno sanno, che ancora oggi ricoprono ruoli Istituzionali, e per contro ci sono ancora prigionieri che sono in carcere dopo 30 anni, dopo aver subito torture dallo Stato che Lei, magnificamente, oggi  rappresenta.
Scrivo a Lei, Presidente, perché convinto che questa storia non è, e non può essere, solo, storia giudiziaria, se è vero, quel che ci dicono gli ex funzionari, questa volta non si può licenziare la cosa con frasi tipo: parti deviate dello Stato, mele marce o schegge impazzite. Questa volta è lo Stato tutto ad essere coinvolto, la politica che ordinò le torture, i “bravi” tutori dell’ordine che le eseguirono, la magistratura che li assolse, i media che li coprirono. E capisco anche le difficoltà alle quali dovete far fronte, per 30 anni avete raccontato al popolo di aver vinto usando, solo, i mezzi e gli strumenti che la legge e la Costituzione vi consentivano, ma è proprio in questi frangenti che si misura la DIGNITA’ e AUTOREVOLEZZA di una persona, di uno STATO.
Lei oltre ad essere l’attuale Presidente della Repubblica è stato, anche, un membro autorevole del Pci, Ministro dell’ Interno e Presidente della Camera, sarebbe quindi logico e coerente un suo intervento; trovo paradossale che in una Società civile, uno Stato di diritto, come si pretende l’Italia, la società civile si interroghi su questi fatti, di cui non serve sottolineare la gravità, mentre la politica e quindi Lei, che ne rappresenta la massima espressione, taccia; la gravità Presidente non risiede solo nel fatto che dei prigionieri 30 anni fa venivano torturati in questo paese, ma nel fatto che tali pratiche si sono succedute nel tempo; ancora oggi  ragazzi vengono massacrati e uccisi nelle caserme, questure, carceri e sui marciapiedi.
Lei poco tempo fa ebbe a dire che “i processi celebrati in quegli anni sono stati processi svolti in uno Stato di Diritto” sottintendendo, così almeno io l’ho letto, processi giusti, equi, ebbene io un dubbio ce lo avrei e credo che anche a Lei dovrebbe venirle leggendo queste righe, ed a maggior ragione, leggendo le confessioni di Nicola Ciocia e Salvatore Genova, ex funzionari di Stato e non “terroristi”.
Signor Presidente, le trascrivo un articolo, sul processo per calunnia ai miei danni, di quello che fu l’organo di informazione del suo partito, il Pci, L’Unità dell’8 novembre 1978: «L’avvocato Alfonso Cascone ha invece avanzato apertamente il sospetto che le accuse di Triaca alla polizia fossero false e che il suo assistito avesse mentito poiché – pensando di essere considerato dalle BR un delatore – temeva rappresaglie. Il reato di calunnia, ha detto quindi il legale, sarebbe stato compiuto in “stato di necessità”. Nonostante i dubbi suscitati dal comportamento della polizia durante il processo, dunque, uno scorcio di verità è arrivata inaspettatamente proprio da uno dei difensori del tipografo delle BR».
L’avvocato Alfonso Cascone presentò una denuncia contro il giornale che venne, immediatamente, archiviata.
Anche l’attuale Esecutivo è stato investito della questione con una interpellanza parlamentare, ma la risposta è stata elusiva e fuorviante, oltretutto affidata ad un personaggio, ironia della sorte,  il cui nome era già, comunque, apparso nella vicenda che mi riguarda.
Ogni volta che una vetrina viene danneggiata in un corteo, politici, magistrati, sindacalisti, opinionisti, intellettuali, si lanciano nella ricerca della frase più di condanna più brillante: fiumi di inchiostro invadono le colonne dei giornali per giorni, per contro solo trafiletti quando ad usare la violenza è un corpo o lo Stato tutto; e la differenza si nota Signor Presidente e rende risibile qualsiasi frase ad effetto pronunciata contro la violenza.
E di frasi “IMPEGNATIVE” ne sono state pronunciate tante, ne riporto solo due:

“Alcuna ragione di Stato può giustificare ritardi nell’accertamento dei fatti e delle responsabilità, l’unica ragione di Stato è la verità” Mario Monti, Presidente del Consiglio (23 maggio 2012) Parole riprese e confermate da Anna Maria Cancellieri, Ministro degli Interni. Con riferimento all’attentato alla scuola di Brindisi.

“Non ci sono ragioni di dissenso politico e tensione sociale che possano giustificare ribellismi, illegalismi, forme di ricorso alla forza destinate a sfociare in atti di terrorismo”.
Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica (09 maggio 2012). In occasione della giornata della memoria delle vittime del terrorismo.
Restando a sua disposizione per ogni eventuale altro chiarimento le invio i miei più Cordiali Saluti.
Enrico Triaca

Per chi vuole approfondire
Torturartori che siedono ancora sulle poltrone del Viminale
L’ordine dall’alto: 8 gennaio 1982, quando il governo Spadolini autorizzò il ricorso alla tortura
Il brigatista torturato vuole sapere tutto sulla squadra speciale guidata da Nicola Ciocia che praticava il waterboarding
Ciocia-De Tormentis: “Torturavo per il bene dell’Italia”
Chi è “Tormentis”?
Condannato per calunnia dopo-aver-denunciato le torture, Triaca chiede la revisione del-processo
Enrico Triaca denunciò le torture ma fu condannato per calunnia. In un libro il torturatore Nicola Ciocia-alias De Tormentis rivela “Era tutto vero”. Parte la richiesta di revisione
Triaca: “De Tormentis mi ha torturato così
Triaca: dopo la tortura l’inferno del carcere/ seconda parte
Che delusione professore! Una lettera di Enrico Triaca a Nicola Ciocia-professor De Tormentis
Processo verso la revisione per il tipografo Br torturato

Il brigatista torturato chiede la revisione del processo. Vuole sapere tutto sulla squadra speciale guidata da Nicola Ciocia che praticava il waterboarding

Dopo le ammissioni di Nicola Ciocia, il funzionario di polizia che lo torturò, e la testimonianza dell’allora commissario Salvatore Genova, Enrico Triaca chiede la revisione del processo che portò alla sua condanna per calunnia. L’istanza depositata dagli avvocati Francesco Romeo e Claudio Giangiacomo davanti alla corte d’appello di Perugia non mira soltanto all’annullamento del processo farsa che finì con una condanna per calunnia ad un anno e quattro mesi di carcere, che si aggiunse a quella per appartenenza alle Brigate rosse ed in un primo momento anche per il sequestro Moro. L’obiettivo è quello di fare luce sull’esistenza di un apparato di polizia parallelo che con il mandato del governo venne messo in piedi per condurre le indagini sulle organizzazioni rivoluzionarie armate ricorrendo alla tortura

di Marco Grasso e Matteo Indice
Il Secolo XIX 12 dicembre 2012

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Nicola Ciocia è l’uomo di spalle, di bassa statura con la chiera

Per piegare il terrorismo lo Stato italiano fece ricorso alla tortura. Un’accusa che allora, quando a lanciarla era Enrico Triaca, tipografo delle Br coinvolto nel sequestro Moro, finì con una condanna per calunnia. Era il 1978. Oggi, a trentaquattro anni di distanza, l’ex brigatista chiede la revisione del processo: «Era tutto vero». Un atto che potrebbe riaprire una delle pagine più oscure degli anni di Piombo: l’attività di alcuni corpi speciali, che agivano sotto copertura, conosciuti come “I cinque dell’Ave Maria” e “I vendicatori della notte”.
A confermare l’esistenza di un nucleo “parallelo” all’interno della polizia, nel corso degli anni, sono stati alcuni ex funzionari. Ne parlò Salvatore Genova, superinvestigatore che nel gennaio del 1982 liberò il generale americano James Lee Dozier, prigioniero delle Brigate Rosse. Poi anche Nicola Ciocia, anche lui ex poliziotto, che in quelle missioni speciali si celava dietro allo pseudonimo “Professor De Tormentis”. Ciocia, convinto che il fine giustificasse in mezzi («era per il bene dell’Italia»), raccontò la sua verità in un’intervista al Secolo XIX. Tra le rivelazioni anche quella di aver praticato ciò che allora veniva chiamato il «trattamento dell’acqua e sale». Una forma di interrogatorio divenuta famosa in tutto il mondo dopo la guerra in Iraq come waterboarding, tortura che simula l’annegamento del detenuto.
Quelli che fino a ieri erano frammenti sconnessi, adesso sono i pezzi di un mosaico coerente. A rimetterli insieme è una corposa indagine difensiva condotta da Francesco Romeo e Claudio Giangiacomo, avvocati di Triaca, e presentata alla Corte d’Appello di Perugia. In gioco non c’è solo l’annullamento di un processo, finito con una condanna a un anno e quattro mesi di carcere, arrivata dopo quella per banda armata.
L’obiettivo dichiarato del ricorso è quello di far luce su una delle pagine più oscure del dopoguerra italiano: «È molto facile indignarsi e criticare la tortura quando viene praticata in altri paesi – spiegano – È molto facile zittire con una condanna per calunnia, chi ha denunciato di essere torturato. È difficile, anzi, impossibile, affrontare la propria cattiva coscienza anche se appartiene al passato».
A descrivere il waterboarding è lo stesso Triaca, al blog Insorgenze, punto di riferimento della sinistra più estrema: «Fui prelevato dalla questura, bendato e caricato su un furgone. Mi introdussero in una stanza, mi spogliarono e mi legarono alle quattro estremità di un tavolo, con la testa fuori. Qui, accesa la radio al massimo, iniziò il “trattamento”. L’istinto è quello di agitarti nel tentativo di prendere aria, ma riesco solo a ingoiare acqua. “De Tormentis” dava gli ordini. Dopo un po’ che tieni la testa a penzoloni i muscoli cominciano a farti male e a ogni movimento ti sembra che il primo tratto della spina dorsale ti venga strappato dalla carne».
L’esistenza di una «struttura organizzata» emerse già in un’inchiesta della Procura di Padova degli anni Ottanta, che indagò sulle sevizie commesse ad alcuni membri delle Br, senza riuscire a individuarne gli autori. A colmare quel vuoto, nel 2007, è il capo della squadra, Nicola Ciocia: «I metodi forti sono stati usati, in emergenza e sempre dopo aver avuto la certezza oggettiva di trovarsi davanti il reo, le cui rivelazioni sarebbero state decisive per salvare delle vite. Ammesso, e assolutamente non concesso, che ci si debba arrivare, la tortura – se così si può definire – è l’unico modo in alcuni casi».
La vicenda è stata anche oggetto di un’interpellanza parlamentare, presentata dalla deputata radicale Rita Bernardini. A rispondere a nome del governo, notano però i difensori di Triaca, si è presentato Carlo De Stefano, sottosegretario agli Interni, all’epoca dei fatti «uno dei poliziotti che parteciparono al suo arresto».


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Processo verso la revisione per il tipografo br torturato

Nella richiesta di revisione del processo una lunga lista di nomi saliti negli anni successivi ai vertici del Viminale e dei Servizi segreti, oltre a Nicola Ciocia, al momento dei fatti funzionario Ucigos, individuato per le sue stesse ripetute rivelazioni come il capo della squadra speciale degli “acquaiuoli”, i cinque dell’Ave Maria, il cui referente era Umberto Improta, Domenico Spinella allora capo della digos, Michele Finocchi, poi al Sisde, Carlo De Stefano attuale sottosegreario agli Interni

Sara Menafra
Il Messaggero 12 dicembre 2012

triacaROMA Lui l’aveva raccontato già nel 1978. Il 17 maggio, subito dopo essere stato arrestato, Enrico Triaca, il tipografo delle Br titolare del negozio di via Pio Foà che stampava buona parte dei documenti dei terroristi, era stato torturato, anche con il waterboarding. Allora, però, nessuno gli aveva creduto e anzi sempre nel 1978 gli era arrivata una condanna per calunnia arrivata fino in Cassazione. Ora, però, le conferme a quella storia sono diventate talmente numerose che il suo avvocato, Francesco Romeo, ha deciso di chiedere la revisione del processo. Basandosi sulle ammissioni degli stessi torturatori di Triaca che di quella storia hanno parlato in libri e interviste.
La storia di quella notte di torture è il cuore dell’istanza depositata ieri: «Verso le 23.30 – si legge nel documento Triaca veniva fatto salire su un furgone, bendato, ed arrivato a destinazione (a lui ignota) veniva legato su un tavolaccio e una volta che gli era stato turato il naso gli si versava acqua in bocca insieme ad una polverina di cui non sapeva indicare il sapore; rimaneva legato per circa 30 minuti mentre le persone intorno a lui lo incitavano a parlare; dopo questo trattamento veniva riportato – sempre bendato – in questura e trasferito in una camera di sicurezza». Il giorno dopo, Triaca firmò una confessione, ma quando provò a parlare delle torture nessuno gli credette. Smentito tra l’altro da un agente del Sisde, Michele Finocchi, che disse di essergli stato accanto mentre decideva di confessare. La prima conferma del suo racconto è arrivata molto tempo dopo, nel 2007, quando il Secolo XIX ha intervistato il «professor De Tormentis». All’interno dell’Ucigos, tra il 1978 e il 1982 ci sarebbe stata una struttura deputata a praticare la tortura. A dirigerla era appunto il dottor De Tormentis, ovvero Nicola Ciocia, oggi 78enne. E’ stato lo stesso Ciocia a confermare che la struttura aveva sperimentato la tortura dell’acqua e sale su Enrico Triaca. Anzi agli avvocati di Triaca che l’hanno contattato, ha raccontato che «il waterboarding era il sistema più leggero»: «Ciocia spiegò anche che il suo gruppo era stato creato per volontà dell’Ucigos, i suoi superiori erano i vertici dell’Ucigos e da questi veniva incaricato di trattare le persone arrestate; delle azioni del suo gruppo erano informati il capo della Polizia ed il ministro dell’Interno dell’epoca».

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Condannato per calunnia dopo aver denunciato le torture subite, Enrico Triaca ha presentato istanza alla corte d’appello di Perugia e una lettera a Napolitano per chiedere la revisione del processo

Fonte www.tmnews.it

Roma, 12 dic. (TMNews) – Una istanza di revisione alla corte d’appello di Perugia e una lettera al presidente della Repubblica per denunciare che lui dopo l’arresto del 17 maggio 1978 fu torturato dalla polizia con la tecnica dell’acqua e sale oggi nota come waterboarding. E’ una richiesta che potrebbe riaprire una pagina di storia della lotta al terrorismo quella presentata ai magistrati umbri dai legali di Enrico Triaca, il cosiddetto “tipografo delle Brigate rosse”.

Dietro le sbarre, per il coinvolgimento nella banda armata, lui è rimasto oltre 15 anni. La pena che contesta, che non gli è mai andata giù, è quella ad un anno 1 anno e 4 mesi per il reato di calunnia a danno proprio di quello Stato che lo aveva torturato. Il riferimento nell’atto firmato dagli avvocati Francesco Romeo e Claudio Giangiacomo, è all’attività dei “cinque dell’ave maria” e del “professor de Tormentis”. E poi da febbraio del 2012 è notorio chi si nascondeva dietro quello pseudonimo, perché quell’ex funzionario di polizia è stato intervistato da un noto quotidiano ed ha dato la sua versione dei fatti.

L’avvocato Romeo aggiunge: “E’ molto facile indignarsi e criticare la tortura quando viene praticata in altri paesi; è molto facile zittire con una condanna per calunnia, chi ha denunciato di essere torturato; è difficile, anzi, impossibile, affrontare la propria cattiva coscienza anche se appartiene al passato. Ci auguriamo, inoltre, che possa contribuire a rompere l’assordante silenzio tenuto dalle istituzioni e dalla magistratura romana dopo che la notizia sulle torture praticate dal ‘professor De Tormentis’ è divenuta di dominio pubblico”.

In una lettera inviata al presidente della Repubblica, Triaca spiega: “Chiedo la revisione di quella condanna per calunnia, perché la verità venga ristabilita, ma visto il silenzio, politico, non nutro molta speranza nell’esito positivo di questa storia. Pur tuttavia, è una strada che sento di dover percorrere, anche perché ci sono personaggi, coinvolti, o che quanto meno sanno, che ancora oggi ricoprono ruoli istituzionali, e per contro ci sono ancora prigionieri che sono in carcere dopo 30 anni, dopo aver subito torture dallo Stato che lei, magnificamente, oggi rappresenta”.

Questa storia – argomenta Triaca – “non si può licenziare la cosa con frasi tipo: parti deviate dello Stato, mele marce o schegge impazzite”. Ora “è lo Stato tutto ad essere coinvolto, la politica che ordinò le torture, i ‘bravi’ tutori dell’ordine che le eseguirono, la magistratura che li assolse, i media che li coprirono. E capisco anche le difficoltà alle quali dovete far fronte, per 30 anni avete raccontato al popolo di aver vinto usando, solo, i mezzi e gli strumenti che la legge e la costituzione vi consentivano, ma é proprio in questi frangenti che si misura la dignità e autorevolezza di una persona, di uno Stato”.


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“De Tormentis” è venuto il momento di farsi avanti

«Non c’è diffamazione». Per la procura la querela di Saviano contro l’ex brigatista in semilibertà va archiviata

«Una querela senza fondamento». La procura chiede l’archiviazione della denuncia per diffamazione a mezzo stampa presentata contro due miei articoli apparsi su Liberazione nell’autunno del 2010. Saviano si oppone. Il 15 gennaio 2013 udienza davanti al Gip

«Questo Pubblico Ministero ritiene che la notizia di reato sia infondata e che non vi siano i presupposti per l’esercizio dell’azione penale».

Non lascia scampo il giudizio espresso dal pubblico ministero Francesco Mìnisci sulla denuncia-querela depositata il 12 gennaio 2011 dall’avvocato Antonio Nobile di Caserta, per conto di Roberto Saviano, nei miei confronti e contro il mio direttore dell’epoca, Dino Greco, nelle rispettive vesti di giornalista e direttore responsabile del quotidiano Liberazione, per due articoli pubblicati il 14 ottobre 2010, “«Non c’è la verità storica». Il centro Peppino Impastato diffida l’ultimo libro di Saviano” (leggi qui) e il 10 novembre 2010 “«Vieni via con me». Ma dove va Saviano?” (leggi qui).

La vicenda l’avevamo anticipata in un articolo apparso su Liberazione del 16 aprile 2011 (“Saviano e il brigatista”, leggi qui). Tuttavia, come spiegavo in quel testo, all’epoca non eravamo esattamente a conoscenza del contenuto della querela e dunque delle motivazioni complete che avevano spinto Saviano a denunciarci. Con un certa difficoltà, e soltanto dopo molte settimane (il pm dell’epoca, dottor di Salvo, oppose insistentemente il segreto istruttorio), venimmo a sapere unicamente quali fossero gli articoli che avevano infastidito l’autore di Gomorra. Da allora più nulla fino alla metà dell’ottobre scorso, quando ci è giunta la notizia della richiesta di archiviazione, presentata dal sostituto procuratore che nel frattempo ha ereditato il fascicolo, e della opposizione depositata il 24 settembre 2012 dal legale di Saviano. Ma per avere tutti gli atti in mano abbiamo dovuto aspettare ancora altro tempo per la digitalizazzione del fascicolo che ci è pervenuto solo il 7 novembre.

Nelle prossime settimane pubblicheremo tutto perché questa vicenda merita il massimo di pubblicità e trasparenza. Come d’altronde paradigmatica è l’altro episodio, quello della citazione in giudizio (l’apertura di una causa civile dunque), con l’esorbitante richiesta di oltre 4 milioni di euro di risarcimento, che Saviano ha promosso contro Marta Herling, segretario generale dell’Istituto Italiano di Studi storici e nipote di Croce (leggi qui), che aveva osato contestare la ricostruzione fatta da Saviano del salvataggio del filosofo napoletano durante il terremoto di Casamicciola (leggi qui). Causa civile promossa anche contro l’editore e il direttore, Marco Demarco (leggi qui), del Corriere del Mezzogiorno.

La richiesta di archiviazione
Nell’esporre le ragioni del querelante, al pm Mìnisci non è sfuggito uno dei passaggi salienti e rivelatori presenti nella denuncia avanzata da Saviano, lì dove nel tentativo di dimostrare che i testi additati avessero «ampiamente trasceso il diritto di critica e di cronaca», l’estensore della querela afferma che l’obiettivo dei miei articoli non sarebbe stato quello di informare e suggerire elementi di riflessione ma di «aggredire a mezzo stampa» lo scrittore campano, non facendo altro che «vomitare il proprio odio ossessivo e ossessionato nei confronti di un soggetto, del quale non si preoccupa minimamente di commentare, criticare, stigmatizzare le azioni, ma rispetto al quale esprime un ‘verdetto’» (pag. 6 dell’atto di denuncia-querela). Il che è tutto dire per una denuncia dove si lamentano ingiurie e contumelie.
Per il procuratore tuttavia le cose non stanno affatto così: «le critiche rivolte da Persichetti allo scrittore Roberto Saviano – scrive nella richiesta di archiviazione – possono infatti dirsi ampiamente ricompresse entro i limiti di operatività della scriminante» che la Cassazione «esaminando le frequenti interferenze tra l’esercizio dei diritti di cronaca o di critica e il reato di diffamazione a mezzo stampa» ha individuato da diverso tempo.
Ad avviso della Suprema corte – si sottolinea sempre nel testo della procura –  la condotta non è esente da rilievi quando «siano rispettati i limiti di verità del fatto narrato, di pertinenza, costituita dall’oggettivo interesse che detti fatti rivestono per l’opinione pubblica, e di continenza, ossia della correttezza con cui gli stessi vengono riferiti, essendo al contrario estranei all’interesse sociale che giustifica la scriminante in parola ogni inutile eccesso e ogni aggressione alla sfera morale della persona».
Formulazione che – spiega sempre il magistrato – individua il giusto equilibrio tra la tutela costituzionale della libertà di manifestazione del pensiero umano (art. 21 Cost.) e il rispetto degli altri dettati costituzionali posti a garanzia della dignità della persona.

Delineate le linee guida della dottrina in materia di diffamazione ed esercizio della libertà di pensiero, il pm entra nel merito della controversia e spiega perché ritiene di non poter accogliere la querela:

– «In primo luogo, ricorre senza dubbio l’obiettivo interesse pubblico delle questioni sollevate dal giornalista, ove si tenga presente la notorietà di Saviano e la vasta risonanza che già da diversi anni la sua attività letteraria e televisiva incontra nel dibattito italiano. Entrambi gli interventi del giornalista riguardano la dimensione pubblica del querelante, il suo interesse per il fenomeno della criminalità organizzata, le sue analisi e le opinioni affidate a libri e programmi televisivi ad ampia diffusione, destinati, per la natura delle tematiche affrontate, a provocare discussioni e a sollevare inevitabili polemiche».

­– «In secondo luogo, non sembra che le espressioni utilizzate da Persichetti nella formulazione dei suoi giudizi possano considerarsi gravemente lesive della reputazione del querelante. Malgrado il tono dei due articoli (e, in modo particolare, del secondo) sia a tratti aspro, pungente e caustico, non sembrano esserci gli estremi per poter affermare che si sia trasmodato nell’attacco personale e nella pura contumelia. Le valutazioni dell’autore, infatti, attengono e fanno continuo riferimento a circostanze precise e ben definite (i contenuti del libro “La parola contro la camorra”, la querelle che ne è seguita con il Centro Peppino Impastato e le posizioni assunte da Saviano sui temi dell’antimafia, nel primo caso; le sue qualità comunicative e l’impostazione – secondo il giornalista – autocelebrativa del programma televisivo “Vieni via con me”, nel secondo caso) e vengono presentate al lettore come il frutto di interpretazioni soggettive e di opinioni personali, certamente opinabili ma senza alcun dubbio ammissibili e legittime».

«Del resto, non va dimenticato – conclude il dottor Mìnisci – che “in materia di diffamazione a mezzo stampa, il diritto di critica va riconosciuto nei confronti di persone la cui voce e immagine abbia vasta risonanza presso la collettività grazie ai mezzi di comunicazione, anche quando si manifesti in forma penetrante e a volte impietosa” (Cass. pen. Sez. V, n. 11664/1995)».

Saviano non ci sta
Il pupillo della “Roberto Santachiara literary agency” ha accolto male la decisione della procura e tramite il suo legale ha presentato opposizione censurando duramente le conclusioni della procura, accusata di non aver svolto indagini accurate, chiedendo al Gip di «emettere una ordinanza nella quale imporre al rappresentante dell’Ufficio del Pubblico Ministero l’esercizio dell’azione penale» ed in via «meramente subordinata» di «ordinare al magistrato del pubblico ministero lo svolgimento di ulteriori indagini», accogliendo come «ulteriore tema di investigazione l’escussione della persona offesa […] anche allo scopo di ottenere dallo stesso elementi per un, eventuale, ulteriore ampliamento delle indagini».

Vero oggetto del contendere per Saviano non sarebbe la notizia che fu all’origine dell’articolo del 14 ottobre di due anni fa, ovvero la diffida che il Centro Impastato e i familiari di Peppino avevano inviato ad Einaudi, editore di La parola contro la camorra, affinché l’autore ripristinasse un minimo di correttezza storica nella narrazione della battaglia per la verità sull’assassinio di Impastato, ma un episodio “accessorio” nell’economia dell’articolo che tuttavia per Roberto Saviano ha assunto un significato capitale: la presunta telefonata che Felicia Impastato, madre di Peppino, gli avrebbe fatto nell’estate del 2004. Episodio che Saviano racconta con dovizia di particolari in un altro libro, La bellezza e l’inferno, ma che viene smentito da testimoni fondamentali.

Secondo Saviano la frase colpevole è la seguente:

«In un’altra occasione aveva anche raccontato di una telefonata ricevuta dalla madre di Impastato, «che abbiamo verificato non essere mai avvenuta» ha spiegato Umberto Santino».

L’autore di Gomorra ritiene l’affermazione di Santino, presidente del Centro Impastato, «una falsità». Parla di lui come di un personaggio sconosciuto ma che tuttavia non ha avuto il coraggio di querelare, rivolgendo i suoi strali unicamente contro il direttore di Liberazione e me stesso (ritenendomi forse l’anello debole, la figura più vulnerabile e delegittimata della catena) per non aver verificato – a suo dire – il fondamento della notizia (un vero paradosso che Saviano rivolga a me un rimprovero del genere, visto il suo irrisolto rapporto con le fonti) e non averlo interpellato prima di redigere il testo, quando è evidente il riferimento – seppur implicito per ragioni di spazio e pertinenza dell’articolo – ad un suo precedente scritto che nonostante la sintesi estrema riassume correttamente la sua posizione.
Sul merito dell’affermazione di Santino, che è tornato sulla vicenda in un libro, Don Vito a Gomorra. Mafia e antimafia tra papelli, pizzini e bestseller, Editori Riuniti Univ. Press 2011, ne discuteremo, per ora, davanti al Gip.
In questo siamo rispettosi della scelta fatta a suo tempo da Saviano stesso che, se solo avesse voluto, avrebbe potuto scrivere all’epoca a Liberazione per ribadire la sua versione della vicenda. Sarebbe stata un’occasione per appurare la realtà dei fatti, facendo intervenire pubblicamente anche gli altri protagonisti, ma evidentemente è proprio la natura pubblica del confronto che deve infastidirlo, la possibilità di essere contraddetto. Saviano non discute, sentenzia.

Ricorrendo all’intimidazione della querela Saviano ripropone la vecchia disputa tra principio d’autorità, che evidentemente pretende di incarnare e chiede che venga puntellato dalla magistratura, e metodo della verifica delle fonti, che per definizione non guarda in faccia a nessuno.

L’anticipazione della condanna
Qualunque sia l’esito finale di questa storia un’anticipazione della condanna è già avvenuta, grazie ai meccanismi inquisitori del carcere che alla sola notizia della querela, senza che ancora ne fossero noti i contenuti o che i giudici naturali, previsti dalla legge, si fossero pronunciati sul suo fondamento, si è intromesso. Ho già raccontato altrove l’episodio:

All’epoca il contenzioso riguardava la richiesta di copia degli articoli indicati nella denuncia-querela avanzata contro di me da Roberto Saviano.
Articoli ritenuti – a detta della nuova responsabile di reparto – fondamentali per una compiuta valutazione dell’osservazione trattamentale. E perché non valutare anche le lezioni che tenevo all’università di Paris 8?
Lasciamo correre il manifesto profilo di incostituzionalità di una pretesa del genere. Un fatto di una abnormità gigantesca passato sotto silenzio.
Qualcosa di analogo mi era già accaduto al Mammagialla di Viterbo alcuni anni prima, quando il  magistrato di sorveglianza del posto si oppose ai permessi di uscita per un mio libro, Esilio e castigo, (vedi qui e qui).
Tuttavia nel febbraio 2011 l’oggetto del contendere non poteva nemmeno essere una discussione del genere. In quel momento, infatti, non ero nemmeno a conoscenza del contenuto della querela e quindi degli articoli denunciati (in procura nonostante le ripetute richieste hanno sempre opposto il segreto istruttorio), poiché mi era stato notificato un semplice verbale di elezione di domicilio – di cui avevo fornito copia alla Direzione – nel quale si indicava unicamente il numero di protocollo del procedimento senza altre informazioni.
Per giunta la richiesta della responsabile di reparto (se è vero che gli articoli dovevano essere analizzati per redigere l’osservazione scientifica della personalità) aveva una tale portata formale che non era possibile indicare dei testi prima di averne ricevuto comunicazione ufficiale da parte della procura.
A ben vedere, dunque, è alla procura che la Direttrice avrebbe dovuto rivolgere la sua richiesta, non certo a me.
Di fronte ad una tale oggettiva impossibilità, trattandosi in ogni caso di articoli diffusi nello spazio pubblico, consigliai la Direttrice di recarsi sul sito web di Liberazione, dove allora lavoravo, e cliccare il mio nome per avere completa visione di tutti i miei testi.

Il suggerimento venne recepito come un rifiuto di «rapportarsi correttamente con l’Amministrazione».
Ecco come l’episodio venne raccontato nella Relazione di sintesi sulla osservazione della personalità:

«Si è accennato alla diatriba con lo scrittore Roberto Saviano.
All’inizio del 2011, come riportato sulla stampa e in internet (che ospita vari articoli al riguardo), si è verificata una schermaglia tra il Persichetti ed il suo editore da una parte, ed il Saviano dall’altra, nascente da affermazioni di quest’ultimo sul caso dell’omicidio di Giuseppe Impastato, affermazioni ritenute dalla controparte false o, quanto meno, superficiali.
La vicenda è sfociata nella presentazione di una querela per diffamazione da parte del Saviano nei confronti del Persichetti e del suo editore. La Direzione dell’Istituto ne è stata informata formalmente dalla Polizia di Stato.
Il 02.03.2011 il Persichetti, durante un colloquio col Direttore di Reparto riguardante proprio tale vicenda, è stato invitato a produrre gli articoli relativi alla querelle, al fine di avere un quadro della situazione; ha percepito come atteggiamento “censorio” la richiesta formulatagli dal dirigente e per tutta risposta gli ha detto chiaramente che gli scritti sono liberamente accessibili su internet e che non vedeva la necessità di doverli produrre lui.
Si è pertanto ritenuto di dover informare dell’accaduto e dell’atteggiamento tenuto dal semilibero il Sig. Magistrato di Sorveglianza».

Per dare luogo a questa considerazione finale:

«La forma mentis del Persichetti lo conduce ad avere talora, un atteggiamento “paritario” (anche se tale aggettivo rischia di acquisire una valenza negativa) nei confronti di un’Amministrazione verso la quale, comunque, egli deve rispondere del proprio comportamento e non trattare da pari: il tutto, ovviamente, nel rispetto del diritti della persona. Talora però nel soggetto pare vi sia una difficoltà a rendersi conto che, a differenza di quanto accade in un rapporto tra persone fisiche, rapportarsi con l’Amministrazione richiede una diversa “dialettica”, fatta – anche obtorto collo – di una puntuale esecuzione delle direttive o anche, delle sole indicazioni fornite dalla stessa e dai suoi operatori».

Udienza fissata martedì 15 gennaio 2013 davanti al Gip Barbara Callari, aula 8 edificio A del tribunale di Roma

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La richiesta di archiviazione

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Attenti, Saviano è di destra, criticarlo serve alla sinistra
Non c’è verità storica: il Centro Peppino Impastato diffida l’ultimo libro di Roberto Saviano
Ma dove vuole portarci Saviano
Saviano e il brigatista

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Roberto Saviano, le Pussy Riot e Gioacchino Belli

Roberto Saviano sull’Espresso di questa settimana ha scritto:

A mettere a posto il ridicolo politically correct di Saviano
ci pensa Gioachino Belli che con questo sonetto


La madre de le Sante

Chi vvò cchiede la monna a Ccaterina,
pe ffasse intenne da la ggente dotta
je toccherebbe a ddí vvurva, vaccina, [1]
e ddà ggiú[2] co la cunna[3] e cco la potta

Ma nnoantri fijjacci de miggnotta
dìmo[4] scella,[5] patacca, passerina,
fessa, spacco, fissura, bbuscia, grotta,
fregna, fica, sciavatta, chitarrina,

sorca, vaschetta, fodero, frittella,
ciscia, sporta, perucca, varpelosa,
chiavica, gattarola, finestrella,

fischiarola, quer-fatto, quela-cosa,
urinale, fracoscio, ciumachella,
la-gabbia-der-pipino, e la-bbrodosa.

E ssi vvòi la scimosa,[6]
chi la chiama vergogna, e cchi nnatura,
chi cciufèca, tajjola, [7] e ssepportura.

            
Roma, 6 dicembre 1832

    Note
1. Vagina.
2. Dar giù, cioè: «seguitare».
3. Cunno.
4. Diciamo.
5. Cella.
6. Cimosa: lembo rozzo di drappi: sta per «giunta, un-di-più».
7. Tagliuola.

Se le parole non bastano

1866, L’origine del mondo di Gustave Courbet che sarà il delegato alla cultura della Comune di Parigi del 1871

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Pussy Riot, il femminismo punk e l’etica ultraortodossa del capitalismo russo

Il dogma dell’infallibilità della magistratura: solo un terzo dei risarcimenti per ingiusta detenzione viene accolto

Dalla filosofia del diritto alla teologia giudiziaria. L’istituto del risarcimento per ingiusta detenzione è disatteso nella gran parte dei casi da una magistratura aggrappata al dogma della propria infallibilità

di Paolo Persichetti

giuliopetrilliprimopiano

La vicenda raccontata nel testo è quella Giulio Petrilli

Soltanto un terzo delle richieste di risarcimento per ingiusta detenzione trovano soddisfazione. E’ quanto emerge dagli ultimi dati forniti dall’Eurispes e dall’Unione delle camere penali italiane. Su una media di 2500 domande annuali (nel 2011 ne sono state presentate 2369) appena 800 vengono accolte. Il motivo è semplice e al tempo stesso sconcertante: l’Italia è l’unico paese in Europa dove l’istituto della riparazione per ingiusta detenzione è regolato da una clausola, inserita nel comma 1 dell’articolo 314 cpp, che esclude il risarcimento nei casi in cui il ricorrente «abbia dato o concorso a darvi causa per dolo o colpa grave».
Secondo la norma per avere diritto al risarcimento non è sufficiente avere dalla propria parte una sentenza d’assoluzione irrevocabile, secondo una delle formule previste dal codice: il fatto non sussiste, oppure non è stato commesso o non costituisce reato o non è previsto dalla legge come tale. Non basta nemmeno che la giustizia abbia riconosciuto l’illegittimità della misura cautelare.
Chi ha ingiustamente subito il carcere deve dimostrare di non aver tenuto un comportamento tale da aver tratto in inganno i magistrati con atteggiamenti omissivi o perché non si è avvalso delle funzioni difensive, che pure restano un diritto fondamentale della persona sottoposta a indagini o imputata, ma anche sotto il profilo delle proprie frequentazioni.
Ciò vuol dire che le sentenze assolutorie non sono valutate come tali ma sottoposte ad un nuovo processo che conduce ad esaminare e giudicare sotto il profilo morale la personalità di chi è stato assolto, introducendo un criterio discriminatorio che inanella una serie impressionante di violazioni: dal ne bis in idem, all’invenzione di una sorta di quarto grado di giudizio capace di resuscitare la colpa al di là di ogni assoluzione fino all’inversione dell’onere della prova.
Nel giugno scorso, la quinta sezione penale della corte d’appello di Milano ha rigettato l’istanza di risarcimento per ingiusta detenzione di una persona assolta in via definitiva dopo aver trascorso 6 anni nelle carceri speciali, sostenendo che «nessun diritto alla riparazione spetta a chi, frequentando terroristi, o comunque soggetti appartenenti all’antagonismo politico illegale, abbia colposamente creato l’apparenza di una situazione che non poteva procurare l’intervento dell’Autorità giudiziaria. Poco importa, ai fini che qui interessano, l’esito del giudizio penale. Occorre distinguere – prosegue il collegio – l’operazione logica compiuta dal giudice del processo penale da quella, diversa, del giudice della riparazione. La reciproca autonomia dei due giudizi comporta che una medesima condotta possa essere considerata, dal giudice della riparazione come contributo idoneo ad integrare la causa ostativa del riconoscimento del diritto alla riparazione e, dal giudice del processo penale, elemento non sufficiente ad affermare la responsabilità penale».
I magistrati hanno teorizzato un doppio criterio di giudizio: il primo sottoposto alle vigenti leggi processuali; il secondo che riabilita la colpa tipologica è non si cura degli effetti legali dell’assoluzione, che seppure elimina la colpa mantiene il sospetto e soprattutto conserva la responsabilità. Siamo di fronte ad un perenne “diritto del nemico” che trasforma in un accessorio a geometria variabile la presunzione d’innocenza recepita dall’art. 27 della costituzione.
Chi viene assolto per reati avvenuti in luoghi dove è presente la criminalità organizzata, diventa responsabile del fatto di aver frequentato contesti che brulicano di pregiudicati; chi è assolto da reati di eversione, se ha frequentato luoghi di conflitto, recepito culture antagoniste, anticonformiste e irregolari secondo la norma politico-morale dominante, è ritenuto responsabile di una corrività ambientale che ha indotto la coscienza del giudice a sbagliare. E’ una colpa di natura etico-morale quella che qui viene scovata e sanzionata con il mancato risarcimento.
Non sfugge che attraverso questo dogma dell’infallibilità assoluta del giudice, come fu per il concilio Vaticano I° che nel 1870 introdusse l’infallibilità ex cathedra del pontefice, si opera il passaggio dalla filosofia del diritto alla teologia giudiziaria. Un’arrogante pretesa che spiega l’errore ricorrendo all’alibi della “colpa apparente”, giustificata non da una cattiva valutazione degli elementi probabotori a carico o discarico ma dalla doppiezza e dall’ambiguità della persona sottoposta a indagine o giudizio, alla stregua del maligno che con le sue arti malefiche confonde e trae il mondo in inganno.
Sarebbe tempo di riportare la giustizia dalle sfere della santità celeste ad una più terrestre dimensione profana.

Torturartori che siedono ancora sulle poltrone del Viminale. Chi ha coperto il massacro della Diaz è stato condannato e dimesso dagli incarichi, Oscar Fioriolli che ha torturato negli anni 80 è ancora al suo posto

Oscar Fioriolli, non dimenticate mai questo nome. Nella nota diffusa dopo la conferma definitiva delle condanne pronunciata dalla Cassazione contro i vertici investigativi del ministero dell’Interno, il capo della Polizia Antonio Manganelli dichiarava con parole che si volevano rassicuranti per i citadini :

«Ora, di fronte al giudicato penale, è chiaramente il momento delle scuse. Ai cittadini che hanno subito danni ed anche a quelli che, avendo fiducia nell’Istituzione-Polizia, l’hanno vista in difficoltà per qualche comportamento errato ed esigono sempre maggiore professionalità ed efficienza. Per migliorare il proprio operato, a tutela della collettività, nell’ambito di un percorso di revisione critica e di aperto confronto con altre istituzioni, da tempo avviato, la Polizia di Stato ha tra l’altro istituito la Scuola di Formazione per la Tutela dell’Ordine Pubblico al fine di meglio preparare il personale alla gestione di questi difficili compiti. Il tutto per assicurare a questo Paese democrazia, serenità e trasparenza dell’operato delle forze dell’ordine, garantendo il principio del quieto vivere dei cittadini».

A dirigere questa scuola, nata con decreto del capo della Polizia il 24 ottobre 2008 e operativa dal 1° dicembre successivo «con l’obiettivo – come recita il comunicato del ministero degli Interni – di formare personale specializzato capace di intervenire con professionalità in caso di eventi che possono degenerare dal punto di vista dell’ordine pubblico, come manifestazioni, cortei ed eventi pubblici, per garantire ancor meglio la sicurezza di tutta la collettività», è stato chiamato il prefetto Oscar Fioriolli.

Chi è questo grande esperto a cui il capo della Polizia ha attribuito il compito di formare dirigenti, funzionari e agenti di Ps affinché ricorrano a condotte più “professionali” durante manifestazioni, cortei ed eventi pubblici per evitare quanto accaduto a Genova nel 2001?

Fioriolli è stato questore ad Agrigento, Modena, Palermo, Genova (subito dopo il G8) e poi a Napoli. Risulta anche indagato in una inchiesta sugli appalti Finmeccanica condotta dai pm della procura di Napoli e in una indagine portata avanti dalla procura genovese su una strana vicenda di consulenze per auto blindate richieste da un dittatore della Guinea Conakry e rapporti con un faccendiere siriano che gli avrebbe elargito una somma di 50 mila euro. Questi scarni cenni biografici tuttavia ci dicono ancora molto poco del ruolo avuto da un funzionario che è stato nel cuore del dispositivo antiterrorismo del ministero degli Interni in anni cruciali (dalla metà degli anni 70 in poi).

Per conoscere qualcosa di più del suo passato dobbiamo ricorrere alla testimonianza di un suo collega: l’ex commissario della Digos e poi questore Salvatore Genova, che lo descrive (cf. l’Espresso del 6 aprile 2012;vedi anche la testimonianza video) mentre all’ultimo piano della questura di Verona conduce l’interrogatorio di Elisabetta Arcangeli, una sospetta fiancheggiatrice delle Brigate rosse arrestata il 27 gennaio 1982.

«Separati da un muro, perché potessero sentirsi ma non vedersi, ci sono Volinia e la Arcangeli. Li sta interrogando Fioriolli. Il nostro capo, Improta, segue tutto da vicino. La ragazza è legata, nuda, la maltrattano, le tirano i capezzoli con una pinza, le infilano un manganello nella vagina, la ragazza urla, il suo compagno la sente e viene picchiato duramente, colpito allo stomaco, alle gambe. Ha paura per sé ma soprattutto per la sua compagna. I due sono molto uniti, costruiranno poi la loro vita insieme, avranno due figlie. È uno dei momenti più vergognosi di quei giorni, uno dei momenti in cui dovrei arrestare i miei colleghi e me stesso. Invece carico insieme a loro Volinia su una macchina, lo portiamo alla villetta per il trattamento. Lo denudiamo, legato al tavolaccio subisce l’acqua e sale».

Era in corso il sequestro del generale americano James Lee Dozier, vicecomandante della Fatse (Comando delle Forze armate terrestri alleate per il sud Europa) con sede a Verona, da parte delle Brigate rosse-partito comunista combattente. Sempre secondo la testimonianza fornita da Salvatore Genova, nel corso di una riunione convocata dall’allora capo dell’Ucigos Gaspare De Francisci presso la questura di Verona, presenti Improta, il poliziotto cui De Francisci aveva affidato il coordinamento del gruppo di super investigatori, Oscar Fiorolli, Luciano De Gregori e Salvatore Genova, si decise il ricorso alle torture. A svolgere il lavoro sporco venne chiamato insieme alla sua squadretta di esperti “acquaiuoli” (profesionisti del waterboarding, la tortura dell’acqua e sale) Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, funzionario proveniente dalla Digos di Napoli, già responsabile per la Campania dei nuclei antiterrorismo di Santillo, in forza all’Ucigos. De Francisci fece capire che l’ordine veniva dall’alto, ben sopra il capo della polizia Coronas. Il semaforo verde giungeva dal vertice politico, dal ministro degli Interni Virginio Rognoni. Via libera alle «maniere forti» che in cambio forniva anche chiare garanzie di copertura. Fu lì che lo Stato decise di cercare Dozier nella vagina di una sospetta brigastista.

Roma – Il giardino dei torturatori tra via dell’Amba Aradam e via della Ferratella in Laterano

Giovanni Coronas e Umberto Improta sono morti nel frattempo. Un giardino in ricordo di Improta, capo della squadra di investigatori che praticarono le torture sistematiche impiegate da varie squadre di poliziotti in un arco di tempo che riveste almeno 11 mesi, è sorto non lontano da piazza san Giovanni, a Roma, tra via dell’Amba Aradam e via della Ferratella in Laterano.
Salvatore Genova è in pensione ed è l’unico che ha deciso di raccontare la verità. Nicola Ciocia, il mago del waterboarding, vive nascosto in una casa del Vomero a Napoli. Non ha più il coraggio di uscire di casa, braccato dai fantasmi del suo passato di aguzzino. L’ex guardasigilli Virginio Rognoni mantiene profilo basso, mostra di ricordare con difficoltà sperando di non essere coinvolto nella riapertura del caso; Oscar Fioriolli è invece ancora al suo posto di dirigente della scuola di polizia. Una scelta davvero rasicurante: l’uomo giusto al posto giusto!

Sentito al telefono da Piervittorio Buffa, il giornalista che è riuscito a sfilare organigrammi e nomi degli autori delle torture dalla bocca di Salvatore Genova, che fino ad allora aveva solo denuciato i fatti senza mai indicare i corresponsabili (una prima volta nel 2007 davanti a Matteo Indice del Secolo XIX, poi nel libro di Nicola Rao, Colpo al cuore, Sperling & Kupfer 2011, infine in una puntata di Chi l’ha visto?), Oscar Fioriolli ha rifiutato qualsiasi incontro per chiarire il ruolo avuto in quelle vicende e negato le circostanze riferite da Genova.
Gratteri, Luperi, Calderozzi, Mortola, Ferri, ed altri funzionari sono stati dimessi dai loro incarichi per le loro responsabilità accertate nel tentativo di depistare e coprire il massacro perpetrato all’interno della scuola Diaz.
Oscar Fioriolli, chiamato in causa con una testimonianza dettagliata per il ruolo avuto nelle torture e in una violenza sessuale, praticate durante gli interrogatori contro persone accusate di appartenere alla Brigate rosse, è sempre al suo posto.


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Torture contro i militanti della lotta armata

* * *


Qui sotto potete leggere l’articolo di Piervittorio Buffa, recentemente pubblicato sul Venerdì di Repubblica del 20 luglio 2012, che rievoca i passaggi più importanti su questa vicenda.

Quando in Italia si seviziavano i brigatisti. Nel 1982, per liberare il generale Usa James Lee Dozier, la polizia decise di passare alle maniere forti con i primi arrestati. Ma chi diede l’ordine? «venne dall’alto»

di Pier Vittorio Buffa
Il Venerdì di Repubblica, 20 luglio 2012

Roma. «La ragazza è legata, nuda, la maltrattano, le tirano i capezzoli con una pinza, le infilano un manganello nella vagina, la ragazza urla, il suo compagno la sente e viene picchiato duramente, colpito allo stomaco, alle gambe». Salvatore Genova racconta così quello che accadde nella questura di Verona, nella notte tra il 27 e il 28 gennaio 1982. La ragazza è Elisabetta Arcangeli. Il suo compagno è Ruggero Volinia. Salvatore Genova è uno dei poliziotti che guidarono le indagini sul caso James Lee Dozier, il generale americano rapito dalle Brigate rosse il 17 dicembre 1981. Genova sarà arrestato insieme ad alcuni suoi uomini con l’accusa di aver usato violenza su dei terroristi catturati, ma quella notte, in questura, è solo un testimone: conduce l’interrogatorio il suo collega Oscar Fiorolli.
I poliziotti capiscono che Volinia sta per cedere. «Fu uno dei momenti più vergognosi di quei giorni» dice Genova, «avrei dovuto arrestare i miei colleghi e me stesso. Invece, caricammo Volinia su una macchina e lo portammo alla villetta per il trattamento. Lo denudiamo, legato al tavolaccio subisce l’acqua e sale e, dopo pochi minuti, parla, ci dice dov’è il generale Dozier».
A coordinare il tutto e a eseguire il trattamento De Tormentis con acqua e sale, una tortura già usata dai francesi e la squadretta nella guerra di Algeria, è una squadretta speciale guidata da un alto funzionario di polizia, Nicola Ciocia e composta da quattro poliziotti chiamati i Quattro dell’Ave Maria. La tecnica è all’apparenza semplice, ma bisogna essere molto esperti per praticarla in modo sicuro ed efficace. D prigioniero è legato a un tavolo, con un tubo gli vengono fatte ingurgitare grandi quantità di acqua e sale che provocano, oltre alla nausea, un forte senso di soffocamento.
Ciocia è in via Caetani a Roma quando, il 9 maggio 1978, viene trovato il corpo di Aldo Moro nella Renault rossa Lo si distingue di spalle, nelle foto, dietro Francesco Cossiga. La sua squadra entra in azione pochi giorni dopo, già con i primi arresti del dopo Moro. All’«acqua e sale» è infatti sottoposto, lo racconta lui stesso nei dettagli, Enrico Triaca, il tipografo delle Br. Ma Ciocia, che Umberto Improta, capo degli investigatori durante il sequestro Dozier, soprannominò dottor De Tormentis, non agì certo di sua iniziativa. Lo si capì già allora, nel 1982, che c’era un piano preciso, venuto dall’alto. Se ne è avuta la conferma ora, a distanza di trent’anni. Ciocia, pur non ammettendo le torture con l’acqua e il sale, ha detto di essere lui il dottor De Tormentis. Salvatore Genova, a sua volta, è stato molto preciso. Ha raccontato della riunione che si tenne in questura a Verona all’indomani del sequestro di Dozier: un via libera all’uso delle maniere forti con terroristi e fiancheggiatori, il timbro ai metodi di Ciocia-De Tormentis.
La riunione fu convocata dall’allora capo dell’Ucigos Gaspare De Francisci. Nella stanza c’erano anche Improta, il poliziotto cui De Francisci aveva affidato il coordinamento del lavoro, Oscar Fiorolli, Luciano De Gregori e Salvatore Genova. Ascoltarono De Francisci dire, così ricorda Genova, che l’indagine su quel sequestro era «delicata e importante» e che bisognava fare «bella figura». E dare il via libera all’uso delle maniere forti per risolvere il caso. «Ci guardò uno a uno e con la mano destra» rievoca Genova «indicò verso l’alto. Ordini che vengono dall’alto, spiegò: quindi non preoccupatevi, se restate con la camicia impigliata da qualche parte, sarete coperti, faremo quadrato. Improta fece sì con la testa e disse che si poteva stare tranquilli, che per noi garantiva lui. Il messaggio era chiaro e, dopo la riunione, cercammo di metterlo ulteriormente a fuoco. Fino a dove arriverà la copertura? Fino a dove possiamo spingerci? Dobbiamo evitare ferite gravi e morti? Fu questo che ci dicemmo tra di noi funzionari. E di far male agli arrestati senza lasciare il segno».
Ciocia, con i quattro dell’Ave Maria, arrivò il giorno dopo quella riunione e poi tornò in Veneto negli ultimi giorni del sequestro, quando le indagini portarono ai primi arresti dei fiancheggiatori. E quindi alla necessità di farli parlare. Tutti gli uomini di Improta assistettero alla prima «acqua e sale» di Verona, quella praticata a Nazareno Mantovani, che svenne durante il trattamento.
L’adrenalina scatenata dal successo dell’operazione Dozier (il generale liberato, i brigatisti catturati senza sparare un colpo) e i risultati ottenuti con le tecniche di Ciocia scatenarono lo spirito di emulazione. Nella caserma della Celere di Padova, dove furono portati i terroristi, non si andò tanto per il sottile. Genova e i suoi, infatti, furono arrestati con l’accusa di aver organizzato, tra l’altro, la finta fucilazione del br Cesare Di Lenardo.
In quelle settimane, il ministro dell’Interno Virginio Rognoni disse: «Possiamo respingere, con assoluta fermezza e grande tranquillità di coscienza, l’accusa adombrata in alcune interrogazioni e sicuramente presente in certa campagna di stampa, di avere trasferito la lotta contro il terrorismo su un terreno diverso da quello dell’ordinamento giuridico mediante una pratica sistematica e violenta del rapporto fra Stato e cittadino al momento dell’arresto…».
I giornali ai quali faceva riferimento il ministro erano soprattutto L’Espresso e la Repubblica.

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Nicola Ciocia, alias De Tormentis, è venuto il momento di farti avanti
Le torture ai militanti Br arrivano in parlamento
Torture di Stato: i nomi di chi diede l’ordine ed eseguì le torture le rivelazioni di Salvatore Genova all’Espresso
Massimo Germani,“La tortura non serve solo ad estorcere informazioni, mira a distruggere l’identità e ridurre al silenzio
Cercavano Dozier nella vagina di una brigatista
8 gennaio 1982, quando il governo Spadolini autorizzò il ricorso alla tortura
Le bugie del governo: le “torture legittime” del sottosegretario all’Interno, prefetto Carlo De Stefano
Enrico Triaca si rivolge al sottosegretario all’Interno Carlo De Stefano: “Lei che mi ha arrestato nel maggio 1978 dovrebbe sapere come sono finito nelle-mani-di-De Tormentis
De Tormentis, il fantasma del Viminale
Virginio Rognoni, le torture“l’emotivita era forte”
Cossiga: Un dirigente del Pci mi disse “date una strizzatina ai brigatisti”
Dozier incontra i giornalisti per il trentennale della sua liberazione: tranquilli nessuno parlerà delle torture!
Il generale Dozier alla cerimonia in ricordo di Umberto Improta, uno dei funzionari di polizia coinvolti nelle torture
Torture della Repubblica: il movimento argentino degli escraches, un esempio di pratica sociale della verità
Adriano Sofri, l’uso della tortura negli anni di piombo
«Che delusione professore!». Una lettera di Enrico Triaca a Nicola Ciocia-professor De Tormentis
Nicola Ciocia, Alias De Tormentis risponde al Corriere del Mezzogiorno 1
Torture, anche il Corriere della sera fa il nome di De Tormentis si tratta di Nicola Ciocia
Cosa accomuna Marcello Basili, pentito della lotta armata e oggi docente universitario a Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, ex funzionario Ucigos torturatore di brigatisti
Triaca:“Dopo la tortura, l’inferno del carcere – 2
Enrico Triaca; “De Tormentis mi ha torturato così” – 1
1982 la magistratura arresta i giornalisti che fanno parlare i testimoni delle torture
Novembre 1982: Sandro Padula torturato con lo stesso modus operandi della squadretta diretta da “de tormentis”
Anche il professor De Tormentis era tra i torturatori di Alberto Buonoconto
Caro professor De Tormentis, Enrico Triaca che hai torturato nel 1978 ti manda a dire
Nicola Ciocia, alias “De Tormentis” è venuto il momento di farti avanti
Torture: Ennio Di Rocco, processo verbale 11 gennaio 1982. Interrogatorio davanti al pm Domenico Sica
Le torture della Repubblica 2, 2 gennaio 1982: il metodo de tormentis atto secondo
Le torture della Repubblica 1/, maggio 1978: il metodo de tormentis atto primo

Torture contro le Brigate rosse: il metodo “de tormentis”

Dopo le pesanti condanne per devastazione e saccheggio confermate dalla Cassazione torniamo a parlare di amnistia

Le lotte sociali hanno sempre marciato su un crinale sottile che anticipa legalità future e dunque impatta quelle presenti. Per questa ragione le organizzazioni del movimento operaio, i movimenti sociali e i gruppi rivoluzionari hanno storicamente fatto ricorso alla rivendicazione di amnistie per tutelare le proprie battaglie, salvaguardare i propri militanti, le proprie componenti sociali. Garantire una lotta vuole dire serbare intatta la forza e la capacità di riprodurla in futuro.
Le amnistie politiche sono sempre state degli strumenti di governo del conflitto, un mezzo per sanare gli attriti tra costituzione legale e costituzione materiale, tra le fissità e i ritardi della prima e l’instabilità e il movimento della seconda. Le amnistie sanano la discordanza di tempi tra conservazione e cambiamento. Esse rappresentano dei passaggi decisivi nel processo d’aggiornamento della giuridicità


Un Libro per riflettere – Amedeo Santosuosso e Floriana Colao, Politici e Amnistia, Tecniche di rinuncia alla pena per i reati politici dall’Unità ad oggi, Bertani editore, Verona 1986

di Paolo Persichetti

 

Negli ultimi anni ripetuti cicli di lotte hanno ridato smalto all’azione collettiva. Questo nuovo clima d’effervescenza sociale non ha coinvolto soltanto tradizionali settori dell’attivismo politico più radicale, ma parti intere di popolo, pezzi di società. Le vaste dimensioni della rappresaglia giudiziaria stanno lì a dimostrarlo. Si è parlato di circa novemila persone sottoposte a procedimenti penali.
Scomponendo il dato ci accorgiamo che le figure sociali coinvolte riguardano lavoratori e sindacalisti degli stabilimenti Fiat di Melfi, Termini Imerese, Cassino, personale degli aeroporti, dipendenti del trasporto urbano, precari. Ci sono militanti antiguerra coinvolti nei blocchi ferroviari, le popolazioni meridionali di Scanzano e Acerra. I senzatetto, gli attivisti antiCpt e dei Centri sociali che hanno partecipato ad azioni contro l’esclusione, il carovita, il lavoro interinale, per il diritto alla casa. Militanti noglobal che hanno preso parte alle mobilitazioni di Napoli e Genova, gli attivisti No Tav, i manifestanti denuciati e condannati per le manifestazioni del 14 dicembre 2010 e del 15 ottobre 2011 a Roma.
Le lotte sociali hanno sempre marciato su un crinale sottile che anticipa legalità future e dunque impatta quelle presenti. Per questa ragione le organizzazioni del movimento operaio hanno storicamente fatto ricorso alle amnistie per tutelare le proprie battaglie, salvaguardare i propri militanti, le proprie componenti sociali. Garantire una lotta vuole dire serbare intatta la forza e la capacità di riprodurla in futuro.
Le amnistie politiche sono sempre state degli strumenti di governo del conflitto, un mezzo per sanare gli attriti tra costituzione legale e costituzione materiale, tra le fissità e i ritardi della prima e l’instabilità e il movimento della seconda. Le amnistie sanano la discordanza di tempi tra conservazione e cambiamento. Esse rappresentano dei passaggi decisivi nel processo d’aggiornamento della giuridicità.
È stato così per oltre un secolo, ma in Italia non accade da più d’un trentennio. Le ultime amnistie politiche risalgono al 1968 e al 1970, dopo più nulla perché alla fine degli anni 70 hanno prevalso scelte favorevoli all’autonomia del politico contro le insorgenze sociali, col risultato di dare vita ad un divorzio drammatico tra sinistra storica e movimenti, per questo sarebbe ora di chiudere quella disastrosa parentesi. Si tratta di salvaguardare il dissenso di massa che si è espresso in questi ultimi tempi e chiudere gli strascichi penali di stagioni ormai concluse che con il loro protrarsi ipotecano pesantemente il futuro.

L’amnistia del 1968 e del 1970
Le amnistie del 1968 e del 1970, spiegano Amedeo Santosuosso e Floriana Colao in un volume apparso a metà degli anni Ottanta, sanciscono la fine del dopoguerra. Per la prima volta, infatti, scompare ogni riferimento agli strascichi della guerra civile per far fronte unicamente ai problemi posti dal conflitto moderno. Politici e amnistia era il titolo del libro, dove per «politici» non s’intendono certo i condòmini del Palazzo, come la vulgata populista affermatasi più tardi potrebbe indurre a credere, ma quei «militanti di strada», protagonisti delle battaglie sociali più aspre che hanno fatto avanzare il Paese.
Il progressivo mutamento di senso che ha investito questo termine dimostra quanto forte sia stata la volontà di spoliticizzare il sociale. Senza dubbio una delle ragioni che hanno ostacolato la promulgazione di nuove misure amnistiali per fatti politici.
La definizione più ampia di amnistia si trova nel provvedimento del 1970, rivolto a quei delitti «commessi, anche con finalità politiche, a causa e in occasione di agitazioni o manifestazioni sindacali o studentesche, o di agitazioni o manifestazioni attinenti a problemi del lavoro, dell’occupazione, della casa e della sicurezza sociale». Le tipologie di reato investite vanno dallo sciopero del pubblico servizio, alla resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, interruzione di servizio pubblico, istigazione a commettere reati e disobbedire alle leggi, boicottaggio, occupazione d’azienda, sabotaggio, violenza privata e danneggiamento.
Nell’amnistia del 1968 sono inclusi anche il blocco stradale e ferroviario, la devastazione, l’incendio, la detenzione d’armi da guerra. Illuminanti appaiono gli argomenti avanzati per giustificarne la necessità. Nel giugno 1968, il relatore, senatore Codignola, richiamava «il divario crescente fra alcune norme penali e di sicurezza tuttora in vigore, e la diversa coscienza che si è venuta maturando fra i giovani. I procedimenti giudiziari che ne sono seguiti ne costituiscono la logica conseguenza, ma riconfermano la necessità e l’urgenza di una radicale revisione del Codice penale, della legge di Pubblica sicurezza e di altre leggi, la cui ispirazione autoritaria risale al fascismo o comunque ad una concezione repressiva dello Stato».
Da rilevare come quella normativa, allora tanto biasimata, non solo è ancora in vigore, ma è stata ulteriormente irrigidita. Alla Camera, Giuliano Vassalli difendeva l’amnistia del 1970 sostenendo che tali dispositivi «sono adottati quando si tratti di por fine a procedimenti penali propri e caratteristici d’una determinata situazione storicamente superata e della quale non è pensabile una riproduzione a breve scadenza o a procedimenti penali instaurati per reati che sono il frutto particolare di eccezionali rivolgimenti politici, economici e sociali arrivati a positiva conclusione, della quale taluni eccessi sono il prezzo fatale, ed un prezzo del quale pertanto non appare giusto esigere il pagamento fino alle estreme conseguenze del processo e della condanna».

Perché l’amnistia oggi
Nel 2001 con l’introduzione del Mae (il mandato di arresto europeo che ha reso quasi automatiche le estradizioni all’interno dello spazio Shengen, abolendo l’immunità e le garanzie che un tempo tutelavano le infrazioni di natura poltica) e le direttive europee che hanno invitato i paesi membri ad estendere la nozione di terrorismo a condotte politiche e sociali ritenute un tempo normale espressione della conflittualità sociale e sindacale, oltre a designare come un possibile movente «terrorista» il dissenso politico contro i governi, si è sempre più affievolita la distinzione tra reati e atti illeciti tipici delle lotte sociali e dei movimenti di contestazione interni al sistema e reati di natura apertamente sovversiva e insurrezionale. I margini di tolleranza dei governi e gli spazi di agibilità democratica si sono drasticamente ridotti con effetti paradossali, dovuti alla disproporzione tra la forza immensa dei mezzi repressivi impiegati e le forme d’illegalità politica a bassa intensità tipiche del dissenso sociale diffuso, quasi a voler imporre una sorta di domesticazione cimiteriale d’ogni possibilità di critica che ha trovato sostegno in quella cultura della legalità che La Boètie non avrebbe esitato a designare come una una tragica prova di servitù volontaria.
In Italia il codice Rocco, arricchito della legislazione speciale antisovversione varata sul finire degli anni 70, si è rivelato un’eredità molto proficua con la sua dottrina del nemico interno. La presenza di questo potente arsenale giuridico repressivo ha permesso alla magistratura di avvalersi d’un ventaglio d’ipotesi d’accusa estremamente ampio e insidioso, come la molteplice presenza di reati di natura associativa:

– dall’originario 270 cp previsto dal guardasigilli del regime fascista Alfredo Rocco, al successivo 270 bis introdotto con la legislazione d’eccezione antissoversione, ai successivi 270 ter, quater, quinques e sexties, situati nel famigerato capitolo secondo dei delitti contro la personalità interna dello Stato;

– all’impiego del 419 cp (devastazione e saccheggio, con pene che variano da un minimo di 8 ad un massimo di 15 anni, che si è tornati ad impiegare dopo i fatti del G8 genovese per sanzionare tradizionali scontri di piazza, conflitti di strada che rientrano nell’ambito della gestione dell’ordine pubblico e non certo all’interno di condotte con finalità insurrezionali). Un reato recepito dalle corti di giustizia in 51 anni di storia repubblicano-costituzionale (dal 1948 al 1999) solo 10 volte. E ben 13 dal 2000 ad oggi, cioè più di un processo all’anno nonostante sia del tutto evidente che il decennio 2000 non può essere paragonato per intesità di violenza politica e presenza di culture politiche rivoluzionarie al trentennio precedente, o anche solo agli anni 70. A dimostrazione che il rinnovato ricorso a questo tipo di imputazione è frutto di una torzione autoritaria della cultura giuridica della magistratura e più in generale del sistema politico italiano;

– o ancora la riesumazione in alcune inchieste recenti del 304 cp, “Cospirazione politica mediante accordo”, norma travasata dal codice Zanardelli all’interno del codice Rocco, impiegata in origine per colpire il diritto di sciopero, tant’è che la corte costituzionale è dovuta intervenire con sentenza n. 123 del 28 dicembre 1962 dichiarando che «compete al giudice di merito disapplicare le norme ricordate artt. 330, 304, 305 cod. pen. in tutti quei casi rispetto ai quali l’accertamento degli elementi di fatto conduca a far ritenere che lo sciopero costituisca valido esercizio del diritto garantito dall’Articolo 40 Cost.».

Evocare il rapporto di forza sfavorevole per liquidare il problema rappresentato dall’amnistia, serve a poco, anzi in genere è la prova della codardia e dell’immensa dose di opportunismo che cova in chi ne fa ricorso. 
«
Spesso – scriveva Seneca a Lucilio – non è perché le cose sono difficili che non si osa, ma è perché non si osa che diventano difficili»
.
Il rapporto di forza sfavorevole è il presupposto di ogni ragionamento sull’amnistia, altrimenti le soluzioni chiamerebbero in causa la scienza ingegneristica delle demolizioni. La vera novità negativa è che se anche oggi ci fosse un rapporto di forza favorevole, l’amnistia non sarebbe percepita come un’ipotesi legittima. Dunque il problema sta nella testa, perché se da un lato il giustizialismo è dilagato dall’altro l’unica alternativa sembra il vittimismo martiriologico.

Ogni movimento futuro avrà davanti questo problema: riassorbire la legislazione d’emergenza nella quale si annidano le tipologie di reato più insidiose, abolire il codice Rocco, la pena dell’ergastolo, la legislazione premiale in ogni suo aspetto, decarcerizzare, sprigionare, aprire una vertenza per l’indulto e l’amnistia in favore dei reati politici, sociali e per sfollare le carceri.

Per approfondire
L’inchiesta di Cosenza contro Sud Ribelle
Tolleranza zero, il nuovo spazio giudiziario europeo
L’amnistia Togliatti
Una storia politica dell’amnistia

La fine dell’asilo politico
Il caso italiano: lo stato di eccezione giudiziario
Giorgio Agamben, Europe des libertes ou Europe des polices?

Il 13 luglio la cassazione dovrà dirci se le merci contano più delle persone

Se la gestione dell’ordine pubblico condotta durante il G8 del luglio 2001 è quella riconosciuta appena una settimana fa dalla quinta sezione penale della corte di cassazione, allora vuol dire che esiste un nesso molto forte con il verdetto che un’altra sezione della cassazione dovrà pronunciare il prossimo 13 luglio.
I giudici sono chiamati a decidere sulla pertinenza del reato di “devastazione e saccheggio” contestato nei confronti di dieci manifestanti condannati a pene molto pesanti per un totale di quasi 100 anni di reclusione.
Dagli atti processuali emerge come la contestazione di questo reato sia stata il  frutto di una scelta politica fatta a tavolino dai vertici dell’ordine pubblico. Quegli stessi vertici condannati e rimossi pochi giorni fa dagli incarichi di direzione investigativa più importati del Viminale per il ruolo svolto nella catena di comando che portò all’assalto e al massacro dentro la Diaz e alla successiva attività di falsificazione delle prove nel tentativo di depistare e coprire le brutali violenze commesse.
All’indomani dei fatti di Genova il capo della Polizia diede incarico a tre prefetti di condurre un’inchiesta amministrativa sul comportamento delle forze di polizia. Da questa ricostruzione si venne a sapere che Francesco Gratteri, allora capo dello Sco, su incarico diretto dello stesso De Gennaro dalla mattina del 21 luglio smise di occuparsi della sicurezza dentro la zona rossa per seguire in prima persona ciò che accadeva all’esterno. Le nuove direttive erano molto chiare: «bisognava fare più arresti, si chiedeva un cambio di passo, una maggiore incisività nella gestione della piazza». In fondo il giorno prima c’era stato solo un morto. Evidentemente non bastava, dalla politica giungevano altre pressioni.
Ricevuto il nuovo mandato, Gratteri mette subito in campo una strategia molto più aggressiva: fin dal mattino dirige personalmente la perquisizione nella scuola Paul Klee, dove vengono effettuati 23 arresti. «Si tratta di un episodio fondamentale per comprendere l’esito successivo degli eventi», spiega l’avvocato Francesco Romeo. E’ la prova generale del dispositivo che verrà impiegato in serata con la famigerata irruzione nelle scuole Diaz e Pascoli. «Le persone fermate alla Paul Klee vengono arrestate utilizzando lo stesso schema di accusa che sarà poi impiegato per la Diaz: ovvero associazione a delinquere finalizzata alla devastazione saccheggio». A dimostrazione che fin dal mattino era stato congeniato un modello operativo che prevedeva la contestazione di un capo d’imputazione confezionato ancora prima che alcuni degli episodi contestati dovessero accadere. Altre contestazioni – come fu per le molotov e le armi improprie rinvenute alla Diaz – vennero inventate di sana pianta.

L’indeterminatezza e la geometria variabile del capo d’accusa
Il reato di devastazione e saccheggio è una eredità dal codice Zanardelli. Faceva parte delle imputazioni che attentavano alla sicurezza interna dello Stato, tant’è vero che in un unico articolo erano previste insieme «guerra civile, devastazione, saccheggio e strage». Reato politico per definizione, la sua applicazione richiedeva una violenza politica organizzata sotto il profilo associativo. Con il varo del codice Rocco, “devastazione e saccheggio” perde una parte della sua estensione e politicità. Le condotte incriminate vengono suddivise: alla vecchia “devastazione, saccheggio e strage finalizzati alla sovversione dello Stato”, reato punito con l’ergastolo si affianca il semplice danneggiamento. In mezzo c’è il 419 cp, ovvero la sola “devastazione e il saccheggio”, punita con pene che oscillano da 8 a 15 anni. Si tratta di un reato contro l’ordine pubblico, privo però di una precisa definizione per quanto riguarda l’estensione, l’intensità e la gravità dei fatti incriminati.
Indeterminatezza che contrasta con l’esigenza, prevista dalla costituzione, di indicare condotte «determinate e precise» per ogni reato. «Lo strumento era pronto e predisposto dal regime fascista – spiega sempre l’avvocato Romeo – ma chi lo ha raffinato e reso efficiente ai fini della repressione dei movimenti sociali di piazza è stata certamente la magistratura repubblicana che ha ridotto l’ambito di estensione delle condotte di danneggiamento e di furto per poter ritenere compiuto il reato più grave di devastazione, anche di fronte ad episodi circoscritti sia nel tempo che nello spazio». Tutto ciò in totale contrasto con il significato letterale dei due termini: devastazione vuole dire rendere deserto, distruggere totalmente; saccheggio significa depredazione totale. Per cui si è arrivati al punto di qualificare come atti di devastazione e saccheggio anche leggeri danneggiamenti, vetrine rotte o bancomat danneggiati, allineandosi in questo modo alle direttive europee che fin dal 2001 raccomandavano di introdurre i tradizionali scontri di piazza all’interno di una definizione estensiva dellla nozione di terrorismo.
Questa incertezza ha lasciato ampio spazio alle interpretazioni arbitrarie degli investigatori e della magistratura, come è accaduto per Genova. Tant’è che a parità di comportamenti altri manifestanti coinvolti in scontri, anche più duri, avvenuti in altre zone della città hanno visto derubricata la devastazione a semplice danneggiamento. E’ avvenuto per il corteo delle Tute bianche. Tuttavia lo stesso giudizio non è stato applicato per questi dieci manifestanti. Perché? La brutta sensazione è che si sia utilizzato un metro politico: i buoni da una parte e i cattivi, i soliti Black bloc, dall’altra (anche se alcuni di loro nemmeno vi facevano parte).

Le merci valgono più delle persone?
La Cassazione dovrà dirci anche se ritiene ammissibile un diritto processuale asimmetrico e diseguale. Per esempio tra il trattamento riservato al personale di polizia coinvolto nelle brutali violenze di Bolzaneto, e quello toccato agli imputati di devastazione e saccheggio. Perché i manifestanti che si trovavano nelle vicinanze di una vetrina rotta hanno dovuto rispondere di “compartecipazione psichica” con le violenze commesse contro le cose, mentre il personale di polizia che ha assistito alle sevizie contro i fermati dentro la caserma di Bolzaneto non si è visto contestare nessuna compartecipazione, nonostante il loro status di pubblici ufficiali imponesse l’obbligo di intervenire per interrompere la consumazione di qualsiasi reato?
Alla fine le violenze e le sevizie fisiche e morali esercitate contro le persone, con l’aggravante del loro stato di fermo, derubricate in assenza del reato di tortura a semplici lesioni e abuso di autorità sono cadute in prescrizione mentre il danneggiamento di vetrine, bancomat ed autovetture rubricati come atti di devastazione e saccheggio restano tuttora passibili di condanne che oscillano tra gli 8 e i 15 anni. La cassazione dovra dirci anche questo: se l’integrità delle merci conta più di quella delle persone.

Link
2001, Nuovo spazio giudiziario europeo e estensione della nozione di terrosismo
Genova G8, Diaz, Bolzaneto, piazza Alimonda, il silenzio di Gianfranco Fini e la cerimonia delle ipocrisie
Genova G8, violenze, torture e omertà: la cultura opaca dei corpi di polizia
Carlo Giuliani, quel passo in più mentre gli altri andavano indietro
L’inchiesta di Cosenza contro Sud Ribelle