Francia, ecco la legge che deporta i Rom e toglie la nazionalità ai giovani delle banlieues che prendono parte alle sommosse urbane

Inasprite tutte le norne sull’immigrazione. Dopo la circolare razzista del ministero degli Interni ora viene fuori la nuova banca dati che scheda le minoranze etniche non sedentarizzate

Paolo Persichetti
Liberazione
8 ottobre 2010


I deputati francesi hanno terminato ieri l’esame della legge che introduce nuovi inasprimenti sulle norme che regolano l’ingresso e la presenza sul territorio degli immigrati. Diverse associazioni per la difesa dei diritti umani si sono mobilitate davanti all’Assemblea nazionale per protestare contro i nuovi articoli ritenuti apertamente xenofobi e razzisti. L’approvazione finale è prevista per il prossimo martedì 12 ottobre. Si tratta del quinto testo varato negli ultimi sette anni a riprova della centralità che il tema ha acquisito nell’agenda politica ma anche delle forti controversie che esso suscita. Proprio ieri Le Monde ha rivelato la presenza di una nuova banca dati, l’ennesima, creata per schedare Rom e nomadi la cui presenza sul territorio è considerata dalle autorità illegale e clandestina. Uno schedario etnico ribattezzato Mens, Minoranze etniche non sedentarizzate, gestito dall’ufficio centrale per la lotta alla criminalità itinerante (Ocldi). Dopo la circolare razzista diffusa il 30 luglio scorso dal ministero dell’Interno, nella quale si invitavano «i Prefetti ad avviare in ogni dipartimento una operazione sistematica di smantellamento dei campi illegali, in priorità di quelli Rom», la scoperta del nuovo database ha sconcertato non poco quella parte di opinione pubblica che ha ancora bene in mente la stagione di Vichy, gli anni bui del petainismo, le leggi razziali e la collaborazione con l’occupante-alleato nazista che portò alla famigerate deportazioni di massa delle popolazioni d’origine ebrea e zigana, nonché dei Resistenti nei campi di prigionia e di sterminio del III Reich. Gli avvocati delle quattro principali associazioni Rom e nomadi (gens du voyage) hanno depositato, mercoledì 6 ottobre, presso la procura della repubblica di Parigi una denuncia per «costituzione di uno schedario non dichiarato e conservazione di dati a carattere personale da cui si evincono informazioni sull’origine raziale e etnica delle persone». Reati punibili per la legge francese con una pena fino a 5 anni di carcere e 300 mila euro di multa. Per la stessa ragione Michel Bart, il capo di gabinetto del ministro dell’Interno Brice Hortefeux, che aveva firmato la circolare sullo smantellamento dei campi Rom, è stato convocato dal tribunale il 23 novembre prossimo per verificare la sussistenza negli atti amministrativi del ministero del reato di «incitamento all’odio razziale». L’imbarazzo nelle fila del governo, scrive sempre Le Monde, è notevole. Il ministero dell’Interno ha fatto sapere di non essere a conoscenza dello schedario mentre la gendarmeria ha smentito la sua esistenza. La discussione sulla legge Besson, dal nome del ministro dell’Immigrazione reclutato da Sarkozy nei ranghi del partito socialista, è avvenuto a tamburo battente. 30 ore appena secondo il “tempo contingentato” previsto dal nuovo regolamento parlamentare, suddivise tra i diversi gruppi presenti all’Assemblea e nemmeno impiegate del tutto. Tra le misure più controverse contenute nel nuovo testo c’è il ritiro della nazionalità anche a tutti coloro che, in possesso della naturalizzazione da meno di 10 anni, hanno attentato alla vita di persone depositarie dell’autorità pubblica. Una misura chiaramente rivolta a quei giovani delle banlieues, nati in Francia da genitori stranieri ma che possono acquisire la nazionalità solo con la maggiore età, che prendono parte alle sommosse urbane. Una disposizione esplicitamente richiesta da Sarkozy dopo gli scontri di luglio in una periferia di Grenoble. Le nuove disposizioni prevedono la creazione di “zone d’attesa temporanea” alle frontiere, dove trattenere i richiedenti asilo che fino ad oggi potevano fare liberamente ingresso. Il prolungamento fino a 45 giorni della permanenza nei centri di retenzione, l’equivalente dei nostri Cie e la limitazione del ruolo della giustizia ordinaria nelle procedure d’espulsione. La punizione dei “matrimoni bianchi” con pene fino a 7 anni e 30 mila euro di ammenda, la rigida limitazione dell’accesso alla cure per i cittadini stranieri, il divieto di ingresso sul territorio europeo fino a 5 anni per i migranti che non abbiano rispettato in precedenza l’ordine di lasciare il Paese, l’espulsione di cittadini, comunitari e non, che non abbiano un reddito minimo, una dimora adeguata e siano a carico del sistema sociale del Paese che li ospita. Migranti in cerca di fortuna, nomadi e ribelli sono definitivamente banditi dalla società francese.

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Castelvolturno: il sindaco e Forza Nuova riesumano il KKK

In vista dello sciopero dei migranti che si terrà venerdì 8 ottobre a Castel Volturno, durante una conferenza stampa il sindaco Antonio Scalzone e Roberto Fiore di Forza nuova riesumano il Ku klux klan

Paolo Persichetti
Liberazione 5 ottobre 2010

Il problema di Castel Volturno sono le tre C: comunisti, clandestini e camorra». E’ questo il succo del pensiero – se così lo si può definire – espresso da Roberto Fiore nella conferenza stampa tenuta sabato scorso nella cittadina domiziana insieme al sindaco Pdl, Antonio Scalzone, in sostituzione della manifestazione indetta dal primo cittadino e dalla sua maggioranza ma poi vietata dalla prefettura per ragioni di ordine pubblico. Divieto che seguiva quello di pochi giorni prima, quando sempre per gli stessi motivi non era stata autorizzata la fiaccolata promossa da Forza nuova per la serata di giovedì 30 settembre. Iniziativa alla quale avrebbe dovuto prendere parte lo stesso sindaco, pronto ad accogliere a braccia aperte gli scalcagnati manipoli del centurione Fiore. «Vengono a portarmi la loro solidarietà ed io li accoglierò volentieri nel mio territorio», ha dichiarato il primo cittadino che pochi giorni prima aveva rifiutato di partecipare alla commemorazione della strage del 18 settembre 2008, nella quale vennero uccisi sei lavoratori ghanesi, cinque dei quali con regolare permesso di soggiorno, mentre il sesto aveva denunciato il datore di lavoro che continuava a sfruttarlo al nero.

La rivolta dei migranti dopo la strage di Castelvolturno

Sei onesti lavoratori trucidati barbaramente da spietati killer della camorra, colpiti a caso nel mucchio per dare l’esempio e sottomettere l’intera comunità migrante al lavoro schiavile. Quel giorno sul luogo dell’eccidio venne posta una stele mentre il sindaco continuava a spargere odio infamando la memoria delle sei vittime, accusate contro ogni evidenza processuale, di «non essere innocenti» ma uccise a causa di un regolamento di conti. Senza dimenticare le vituperate associazioni antirazziste ritenute complici dell’immigrazione clandestina. Difendere i diritti di chi è ridotto a rapporti di semischiavitù lavorativa a causa della clandestinità danneggia gli avidi interessi del gruppo sociale di cui il sindaco è espressione. Così Antonio Scalzone, la cui prima amministrazione venne sciolta nel 1998 per «condizionamenti camorristici», ha trovato man forte in Roberto Fiore, il fascista di dio. L’unto e il manganello. Uno visto male persino dagli altri camerati, quelli  con tendenze turbodinamiche e futuristico-creative. Fiore sembra aver scambiato le rive del Volturno con quelle del Mississippi, ha parlato delle “tre c”, ma sogna le “tre k” di un novello Ku klux klan. Nella conferenza stampa ha dichiarato che la sua organizzazione aprirà una sede a Castel Volturno e si attiverà per la costituzione di comitati popolari misti, composti da militanti di Fn e popolazione locale. Obiettivo: le solite ronde, la caccia all’immigrato e al comunista. Ma i lavoratori si stanno organizzando: l’8 ottobre ci sarà il primo “sciopero delle rotonde”, luogo dove ogni mattina si tiene il mercato spontaneo (e al nero) della forza lavoro immigrata. Per Fiore ci saranno solo tre S: scappa, scompari, sparisci.

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Il sindaco di Castel Volturno, Antonio Scalzone, chiama gli squadristi di Forza nuova per cacciare “immigrati e comunisti”

Un importante chiarimento politico si attende……..

Comitato Promotore delle Manifestazioni antirazziste dell’8 e 9 ottobre
Caserta, 2 ottobre 2010


La storia di Forza Nuova da sempre è segnata da quel bagaglio di ignoranza che produce la solita retorica. Stavolta si fa demagogia parlando di “comitati popolari per liberare Castel Volturno dal male” e accostando i clandestini alla camorra.
L’insania di essere l’incarnazione del Bene ha sempre caratterizzato la pretesa legittimazione sia di “programmi” discutibili sia di atteggiamenti e azioni violente da parte di FN.
In una fase del genere non crediamo che gli autoctoni e gli immigrati di Castel Voltuno abbiano bisogno di chi mira ad esasperare ulteriormente le situazioni affrontandole con mentalità da bande di strada o peggio ancora da squadracce in azione.
In un territorio dove a comandare è la violenza imposta dalla criminalità organizzata, solo un’azione consapevole delle radici dei problemi può contribuire ad un cambiamento in positivo. Chi crede che a Castel Volturno, oltre alla camorra, le piaghe sociali siano “comunisti e clandestini” forza la realtà ad un suo schema mentale perché incapace di osservare e trarre conclusioni.
Cosa sarebbe l’economia sul litorale domitio senza i cosiddetti “clandestini”? Come si farebbe a sostenere una produzione dai costi così bassi senza di loro? Chi altri se non loro, costretti alla clandestinità da vuoti legislativi, farebbe risparmiare così tanto sul costo del lavoro? Chi pagherebbe i fitti delle tante case del litorale?
Dei tanti immigrati che grazie al lavoro delle associazioni hanno ottenuto un permesso di soggiorno e sono andati altrove a cercare un lavoro regolare, quanti sarebbero ancora sfruttati a Castel Volturno?
Ma più ancora della superficialità e della sterilità delle proposte di FN, ci stupisce l’atteggiamento del Sindaco di Castel Volturno Scalzone. Di lui certo non si può dire che non conosce il territorio e che è piombato come un “marziano” con le sue ricette preconfezionate.
La Questura e la Prefettura gli hanno vietato la manifestazione per motivi di ordine pubblico e sicurezza e Scalzone prima si offende e poi le ringrazia perchè “i centri sociali e le associazioni  che si occupano degli immigrati avrebbero potuto sfruttare anche questo momento di aggregazione della gente del litorale per destabilizzare il territorio.”
Di destabilizzazione, effettivamente, Scalzone se ne intende: non si è mai tirato indietro quando era possibile lanciare una provocazione, tirare un sasso, scaldare gli animi in una situazione già accesa. L’idea di “fare come a Rosarno”, l’ammiccamento ad un partitino di chiara matrice fascista-nazista, l’accusa alle associazioni di sopravvivere sulle sofferenze degli immigrati, le insinuazioni sulla commemorazione dei morti della strage di S.Gennaro: Scalzone ha sempre perso tutte le occasioni per riflettere sul peso delle sue dichiarazioni che nulla di buono e di concreto hanno reso sia agli autoctoni che agli immigrati.
Invitiamo, dunque, il Sindaco Scalzone a invertire questa tendenza, a chiarire le sue posizioni e dunque a partecipare alle mobilitazioni promosse dalla Rete Antirazzista di Caserta: l’8 ottobre ci sarà il primo sciopero del lavoro nero, ossia un blocco delle rotonde del caporalato tra Napoli e Caserta.
Il 9 ottobre, invece, ci sarà una manifestazione a Castel Volturno contro le camorre e il razzismo e per promuovere solidarietà e diritti per tutti.
Siamo curiosi di sapere se Scalzone, oltre a “compiacersi dell’attenzione” che FN dedica a Castel Volturno, sosterrà la lotta contro lo sfruttamento, il razzismo e le camorre che la rete Antirazzista sta promuovendo o se anche stavolta gli basterà la demagogia con cui ha conquistato l’attenzione dei giornali.
Ci permettiamo, dal basso della nostra esperienza, di dare un consiglio al Sindaco Scalzone: c’è una linea chiara e inaggirabile tra le soluzioni consapevoli dei problemi e la giustizia “fai da te”, sempre parziale e spesso violenta. Scalzone si sta divertendo a saltellare aldiquà e aldilà di questa linea, invocando l’aiuto istituzionale e incitando ad una “nuova Rosarno”, organizzando manifestazioni contro gli immigrati e congratulandosi con la Questura e la Prefettura che l’hanno vietata per motivi di ordine pubblico, ringraziando FN per l’attenzione e rivendicando il ruolo istituzionale della Repubblica nella risoluzione dei disagi. Da questo gioco nessuno esce vincitore: né i castellani né gli immigrati, e prima o poi queste due posizioni inconciliabili andranno in un pericoloso corto circuito.
E infine una domanda! Cosa dicono i partiti, i sindacati e le associazioni sul territorio circa le “strane” posizioni di Scalzone? Cosa dicono circa la sua vicinanza all’organizzazione Forza Nuova? Cosa dice l’opposizione politica in questa provincia? Ed il Partito di governo? Il Pdl cosa dice? Il sindaco Scalzone è stato eletto con i voti di Forza Nuova? Risponde a Forza Nuova? Ci siamo persi qualcosa sulla nuova linea politica del Pdl? E cosa dicono i Finiani di Futuro e Libertà?
Un importante chiarimento politico si attende……..

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Castelvolturno, posata una stele per ricordare il massacro ma Saviano non c’era e il sindaco era contro

A due anni dalla strage in cui vennero uccisi dalla camorra sei lavoratori ghanesi per sottomettere l’intera comunità migrante al lavoro schiavile, una stele è stata posta sul luogo dell’eccidio mentre il sindaco Pdl, Antonio Scalzone, spargeva ulteriore odio contro i migranti. L’8 ottobre prossimo verrà organizzato per la prima volta uno “sciopero delle rotonde”, luogo dove ogni mattina si tiene il mercato spontaneo (e al nero) della forza lavoro immigrata

Paolo Persichetti
Liberazione
19 settembre 2010

Per ricordare i due anni dalla strage di Castelvolturno, dove vennero massacrati sei lavoratori ghanesi per volontà di Giuseppe Setola, capo della cosiddetta “ala militarista” del clan dei casalesi, una stele è stata posta davanti al luogo dell’eccidio. Circa 200 persone si sono raccolte ieri intorno alla 11 all’altezza del chilometro 43 della strada domiziana. C’erano studenti di un istituto superiore del posto, amici e familiari delle vittime, lavoratori immigrati, il vescovo di Capua monsignor Schettino, monsignor Nogaro, vescovo emerito di Caserta, l’imam di una moschea da poco aperta a Catelvolturno, varie associazioni tra cui il csa ex Canapificio, i padri Comboniani, ecc. Non si è fatto vedere invece Roberto Saviano, forse perché ai suoi occhi l’iniziativa non rivestiva un sufficiente omaggio alla dea della legalità. I presenti, infatti, hanno montato la stele contro la volontà del sindaco, Antonio Scalzone, che ha apertamente osteggiato l’iniziativa insultando la memoria dei lavoratori uccisi. A suo dire, «forse non erano innocenti», nonostante le dichiarazioni rese durante l’inchiesta da uno degli autori del massacro abbiano dimostrato che si è trattato di una strage con finalità di odio razziale. La camorra voleva terrorizzare l’intera comunità immigrata per ottenere la loro piena sottomissione allo sfruttamento economico e così ha scelto un luogo a caso per colpire. Negli atti processuali è emerso che i killer per addestrarsi sparavano sulla gambe degli immigrati africani.
La scultura in ferro, simbolo di fratellanza, solidarietà, lotta al razzismo e alla camorra – due fili intrecciati che sostengono una targa con i nomi delle sei vittime e dell’unico sopravvissuto – è stata istallata senza che le forze dell’ordine intervenissero per impedirlo. Ai morti di Castelvolturno, già dimenticati, Saviano ha preferito Fini e Veltroni che incontrerà il prossimo 25 settembre a Pollica-Acciaroli, dove si terrà una manifestazione per la legalità dopo l’omicidio del sindaco Angelo Vassallo – a dire il vero dal movente tuttora incerto – nel corso di una cerimonia che consacrerà le “convergenze parallele” del bipolarismo neomoderato. Tuttavia questa assenza non ha per nulla turbato i presenti che tra canti, balli, preghiere e discorsi hanno accompagnato la cerimonia in un clima che stonava con l’apatia generale di una popolazione dispersa lungo un unico asse stradale senza un centro, senza un luogo, esempio degradato di spazio inurbano. Indifferenza che segnala una difficoltà: la solidarietà può vincere solo se coniugata con la questione del lavoro. A Castelvolturno c’è una sottoclasse di lavoratori ridotta ad una condizione di sfruttamento semischiavile. Contro di loro non c’è solo la camorra ma anche pezzi di società legale, egoista e cinica, ingrassata da questo lavoro sottopagato, a cui da voce il sindaco che raggiunto dai giornalisti dopo la commemorazione ha rincarato le accuse, «la nostra comunità farà la fine degli indiani d’America. Morirà sotto il peso dell’immigrazione». Peccato che il sindaco non si accorga che, a differenza di quel che accadeva nelle praterie del Nord America, a portare le giacche blu stavolta sono i nativi, non i migranti vessati dalla militarizzazione del territorio. Il modello Caserta, i controlli a tappeto delle forze dell’ordine e la presenza dell’esercito, al di là degli annunci di maggiore severità contro le attività della camorra, si sono risolti in una ulteriore stretta contro i più deboli, i più vulnerabili, i lavoratori senza permesso di soggiorno fermati su pulman e autobus. «Chiedo allo Stato la loro l’espulsione, così come dispone la legge», ha proseguito il primo cittadino di Castelvolturno, che per allontanare da sè il sospetto di razzismo ha aggiunto, aggravando ulteriormente la propria situazione, «Qui i neri sono di casa a cominciare da quelli delle basi Nato [i militari e gli impiegati statunitensi]».
Parole che non fermeranno comunque le iniziative: l’8 ottobre prossimo, in occasione della settimana nazionale di mobilitazione indetta dalle reti antirazziste, è previsto un inedito “sciopero delle rotonde” (luoghi di raccolta dove ogni mattina si tiene il mercato spontaneo della forza-lavoro immigrata), mentre il 9 si terrà un corteo dentro Castelvolturno.

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Ma dove vuole portarci Saviano?

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I nuovi figli di Pétain: le ordinanze razziste emanate dal governo francese contro i Rom

La circorale razzista diffusa
dal ministero degli Interni francese contro i Rom

Il testo della circolare del ministero degli Interni francese del 5 agosto 2010

Il testo è esplicito

«Il Presidente della Repubblica ha fissato degli obiettivi precisi, il 28 luglio scorso, per l’evacuazione degli accampamenti illegali: 300 accampamenti o istallazioni illecite dovranno essere state evacuate da qui a tre mesi, in priorità quelli dei Rom»

Pagina 2 della circolare razzista emanata il 5 agosto dal ministero degli Interni francese

«Sarà compito dei Prefetti di avviare, in ogni dipartimento, sulla base dello stato della situazione del 21 e 23 luglio, una operazione sistematica di smantellamento dei campi illegali, in priorità di quelli Rom. Ciò implica che per ciascuno dei siti individuati vanno determinate senza ritardo alcuno le misure giuridiche e operative necessarie al raggiungimento dell’obiettivo ricercato siti per sito».

Pagina 3 della circolare razzista del 5 agosto emessa dal ministero degli Interni francese

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Italia-Libia, quando l’immigrazione è un affare di Stato

Campi di respingimento italiani in territorio libico

Paolo Persichetti
Liberazione
11 giugno 2009

Se da un decennio a questa parte gli sbarchi d’immigrati sulle nostre isole sono diventati il maggiore strumento di politica estera impiegato dalla Libia nei rapporti con Italia e comunità europea, da parte italiana si è assistito a un singolare slittamento di competenze. Il ruolo preponderante nella cooperazione con l’altra sponda del Mediterraneo è ormai da alcuni anni nelle mani del ministero degli Interni. È quanto emerge da un’analisi dei rapporti di cooperazione italo-libica riattivati ufficialmente nel 1998, dopo lo stop imposto dall’isolamento internazionale (che tuttavia non aveva mai interrotto le immi2relazioni economiche soprattutto nel settore dell’energia). Si tratta degli anni in cui l’Italia fa ammenda, anche se in modo superficiale, del proprio passato coloniale e tenta di reinserire la Libia nella comunità internazionale, riconoscendole un ruolo di ponte tra Africa ed Europa. È in questo contesto che comincia a divenire centrale nei rapporti bilaterali il tema dell’immigrazione, nodo che assume nel tempo un aspetto del tutto sproporzionato rispetto alla sua dimensione reale. Il grosso dell’immigrazione, infatti, non passa per Lampedusa, anche se la via del mare è una vera emergenza umanitaria che ha trasformato il mediterraneo in un cimitero liquido. Nel dicembre 2000 viene firmato un primo accordo che stipula una collaborazione globale nelle politiche di lotta contro terrorismo, criminalità organizzata, traffico di stupefacenti e immigrazione clandestina. Il fatto che un fenomeno a carattere multidimensionale come l’immigrazione, che investe clima, agricoltura, geopolitica, economia mondiale, processi socioculturali, sia apparentato a fenomeni di natura criminale o di violenza politica (nella fattispecie internazionale), confina da subito la questione all’interno di rigidi binari sicuritari che investono l’ordine pubblico, la difesa del territorio e la sicurezza dello Stato. A questo punto, se la politica estera è sempre più legata al tema dell’immigrazione e, questa, essendo gestita unicamente secondo un’ottica sicuritaria attiene alle competenze delle forze di polizia, diventa inevitabile che le relazioni mediterranee finiscano in misura crescente nelle mani del ministero degli Interni piuttosto che in quello degli Esteri. A occuparsene saranno nuove burocrazie, come la Direzione generale dell’Immigrazione e della polizia delle frontiere (istituita dalla Bossi-Fini), portatrice di una cultura d’apparato poco incline a una comprensione multidimensionale del problema e delle soluzioni, con l’effetto di ingenerare preoccupanti stravolgimenti in IMG_0216materia di funzionamento dello Stato e di equilibrio dei poteri, oltre a ledere le convenzioni internazionali sui diritti umani e i principi costituzionali. Spostare le tensioni di là delle frontiere non significa essere immuni dalle conseguenze, ma solo ampliare l’area e l’intensità dell’impatto che ne deriva. Tutti i successivi patti bilaterali stipulati tra Italia e Libia sono figli di questa impostazione iniziale. Accordi di polizia e di gestione delle frontiere che rivoluzionano la stessa nozione di confine. La filosofia contenuta in questi trattati, caratterizzati per altro da una sistematica segretezza sui loro contenuti, senza che il Parlamento sia mai stato chiamato a pronunciarsi, è quella di delocalizzare oltrefrontiera i nostri originari Cpt. Tra il 2004 e il 2005, il governo italiano finanzia la costruzione di tre campi di «trattenimento» in territorio libico. Si tratta di un vero e proprio outsourcing. L’informazione trapela dal rendiconto annuale della corte dei conti del 2004. Quella dell’anno successivo dettaglia ulteriormente la voce: si tratta probabilmente della costruzione di un centro di accoglienza in località Gharyan (Tripoli), del costo di 6,6 milioni di euro, dell’appalto per un secondo centro a Kufra e di un terzo campo previsto nella zona di Sebha, principale punto d’arrivo dei flussi transahariani in provenienza dal Niger. Campi costruiti ricorrendo a capitoli di spesa del ministero dell’Interno previsti per l’edificazione di Cpt in territorio nazionale. Da parte libica emerge, invece, l’abile e cinico utilizzo dei flussi migratori, aperti e chiusi come un rubinetto, trasformati così in uno strumento di pressione e ricatto diplomatico da mettere sul tavolo delle trattative bilaterali. Uno degli obiettivi principali della Jamahiriya è la fine dell’embargo sulle armi. L’interventismo estero del nostro ministero degli Interni ha come risvolto inevitabile quello di rendere un fatto di politica interna le scelte della politica estera libica. L’ipercentralità assunta dalla questione della migranza nella politica italiana ha modificato anche l’approccio libico, fino a indurlo al clamoroso tradimento degli originari ideali panafricani che avevano mosso la rivoluzione verde del colonnello Gheddafi.

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Sans papiers impiegati per costruire Cpt
Le figure del paria indizio e sintomo delle promesse incompiute dall’universalità dei diritti
Elogio della miscredenza

Rom: lo chiamano “rimpatrio” ma è deportazione

Vaticano e Onu intervengono contro le espulsioni di massa decise dal governo di Parigi

Paolo Persichetti
Liberazione 28 agosto 2010


«Basta con le espulsioni dei Rom già vittime di un olocausto», lo dice monsignor Agostino Marchetto, segretario del Pontificio consiglio per i migranti e gli itineranti, di fronte alle deportazioni di intere comunità Rom messe in atto dalle autorità francesi. I governi preferiscono definirli rimpatri, dimenticando l’aggettivo “forzato”, concedono al massimo il termine “espulsioni”. Ma le espulsioni di massa su base etnica hanno precedenti storici che rimandano ai momenti più bui della storia europea, alla politica condotta dal Terzo Reich, al collaborazionismo della Francia di Vichy, alle leggi razziali del regime mussoliniano. Le parole dell’alto prelato non sono fuori misura bensì commisurate ad una realtà che diviene ogni giorno più torva. Il nostro governo, per bocca del ministro degli Interni Roberto Maroni, ha applaudito il nuovo impulso impresso alla politica sicuritaria dal presidente francese Nicolas Sarkozy. In una intervista apparsa sul Corriere della sera del 10 agosto scorso, il responsabile del Viminale si è guadagnato i galloni di nuovo ministro della xenofobia. Oltre a rallegrarsi del fatto che la Francia si è allineata alla politica delle espulsioni già avviata da tempo in Italia, ha annunciato l’adozione di misure ulteriori, come «l’espulsione di cittadini comunitari che non abbiano un reddito minimo, una dimora adeguata e siano a carico del sistema sociale del Paese che li ospita». Se ne discuterà il 6 settembre prossimo a Parigi durante una riunione dei ministri dell’Interno dei Paesi europei. L’obiettivo è quello di aggirare con uno stratagemma formale gli ostacoli normativi che impediscono il ricorso a politiche discriminatorie. I Nomadi, Rom e Sinti, provengono da Paesi comunitari. Rendendo generale il potere di espulsione, senza più riferimenti alle origini etniche ma delineando in altro modo l’identikit dei futuri perseguitati, in questo caso su base censitaria ed amministrativa, sarà possibile procedere con grande disinvoltura, e un raggio d’azione ancora più largo, ad espulsioni a catena. Eppure questa radicalizzazione della politica sicuritaria, questa invenzione dell’insicurezza programmatica trasformata in progetto elettorale e politico, in linea ideologica di rottura, in faglia permanente costruita pescando nei classici del pensiero razzista, fascista e segregazionista, non sembra raccogliere il pieno dei consensi sperati. Crisi economica e inchieste sui finanziamenti occulti ricevuti dai grandi padroni di Francia, hanno tolto splendore alla stella di Sarkozy, in forte calo nei sondaggi al punto da temere per la propria ricandidatura. La scelta di rilanciare sul terreno della xenofobia e della repressione sociale nelle periferie risponde dunque a un progetto politico-ideologico attentamente ponderato che, secondo alcuni osservatori, prevede l’abbandono dell’apertura a gauche e lo sdoganamento del Fronte nazionale. Come? C’è chi pensa ad operazioni simboliche come fu il viaggio in Israele di Gianfranco Fini. Un bagno rigenerante che si liberi degli orrori del passato per meglio mettere in campo le politiche xenofobe della modernità. Sarkozy guarda al modello italiano e forse pensa ad una Fiuggi del post-lepenismo. Intanto però i sondaggi, quelli seri, non manipolati con domande orientate che suggeriscono parte della risposta, dicono che la deportazione dei Rom non piace ai Francesi. Solo il 48% restano favorevoli. Un crollo di oltre il 20% in poche settimane. Mentre il New York Times gli ricorda di essere figlio di un profugo ungherese e sposo di una cittadina italiana naturalizzata francese. La legge dovrebbe essere uguale per tutti, non solo per i suoi familiari. Lo stesso discorso vale per la nazionalità che non è questione di classe o di status. Perché toglierla a «qualunque persona di origine straniera che abbia volontariamente attentato» alla vita di un poliziotto, un gendarme o altro depositario della pubblica autorità – come recita una misura legislativa che verrà varata nel prossimo Consiglio dei ministri – trascurando invece quella di chi, depositario della pubblica autorità, deputato della Repubblica, sindaco, amministratore locale, Comis d’Etat, ministro dello Stato, manager d’impresa, abbia raccolto fondi neri, evaso le tasse, corrotto o intascato tangenti?

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Sarko-choc, “Via la cittadinanza ai francesi di origine straniera autori di reati”
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Francia, crociata del governo contro Gitani e Sinti

Sarko-choc: «Via la cittadinanza ai francesi di origine straniera autori di reati»

Dietro l’attacco ai «troppi diritti», portato dal presidente francese, c’è l’intensione di smantellare l’assistenza medica universale

Paolo Persichetti
Liberazione 31 luglio 2010


«La nazionalità francese deve poter essere ritirata a tutte le persone di origine straniera che hanno volontariamente attentato alla vita di un poliziotto o di chiunque altro rappresenti l’autorità pubblica». E’ la proposta choc lanciata ieri da Nicolas Sarkozy durante la cerimonia d’insediamento del nuovo prefetto dell’Isère, incaricato di riportare l’ordine dopo le settimane di violenze urbane che hanno contrapposto giovani della banlieue di Grenoble alle forze dell’ordine. «Non dobbiamo esitare a rivedere le condizioni per ottenere il diritto ad acquisire la cittadinanza francese», ha dichiarato ancora il presidente francese, spiegando che bisogna «avere il coraggio di togliere la nazionalità a quelle persone nate all’estero che abbiano intenzionalmente cercato di uccidere un agente di polizia, un gendarme o qualunque altro rappresentante dell’autorità pubblica». L’inquilino dell’Eliseo ha poi ulteriormente rincarato la dose con un’altra proposta: per i minori nati in Francia da genitori stranieri una volta raggiunti i 18 anni di età l’acquisizione della nazionalità non deve essere più un diritto, qualora questi commettano dei crimini.
Accompagnato dalla ministra della Giustizia Alliot-Marie e dal responsabile dell’Interno Hortefeux (condannato pochi mesi fa per aver pronunciato frasi razziste contro un militante d’origine araba del suo stesso partito), Sarkozy ha nuovamente sfoderato la retorica sicuritaria. Nomadi e giovani delle periferie sono diventati così i capri espiatori dopo lo scandalo suscitato dall’inchiesta giudiziaria sui finanziamenti illegali che il candidato presidenziale avrebbe ricevuto durante la campagna elettorale dalla vedova Bettencourt, la ricca ereditiera della L’Oréal nota per le sue simpatie fasciste. Per risalire la china Sarkozy sta ripescando tutti gli argomenti contro la delinquenza che gli erano valsi la vittoria nelle presidenziali del 2007. Discorsi muscolari e annunci roboanti per invocare il pugno di ferro contro le periferie, gli stranieri, le popolazioni nomadi. La questione sociale, l’irrisolto disagio delle periferie, la disoccupazione (per gli stranieri non comunitari siamo ad un tasso del 24%, cioè il doppio della media nazionale), il fallimento dell’integrazione, l’esplosione degli identarismi comunitari, si riassumono in un’unica dimensione criminale, un fatto d’ordine pubblico, un problema che chiama in causa solo l’intervento delle forze di polizia. Non a caso a riportare l’ordine a La Villeneuve, quartiere sensibile della periferia di Grenoble teatro di una sommossa, è stato chiamato il prefetto Eric Le Douaron, una lunga carriera nella polizia fino a divenire nel 1999 direttore generale della pubblica sicurezza. Sotto la sua gestione entrò in funzione la nuova figura del “poliziotto di quartiere”. Il presidente ha infine concluso il suo discorso attaccando i «troppi diritti» conferiti alle persone straniere in situazione irregolare, auspicando la revisione delle prestazioni a cui hanno accesso. In poche parole Sarkozy mira a smantellare l’assistenza medica universale e magari, perché no, anche le mense per poveri.

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Francia, riesplode la banlieue. Guerriglia urbana a Grenoble
Francia, crociata del governo contro Gitani e Sinti

Francia, crociata del governo contro Gitani e Sinti. Con il placet Ue

Sarko (ri)mostra i muscoli. Presto chiusi 300 campi Rom

Paolo Persichetti
Liberazione 30 luglio 2010


In Francia le uniche Gitanes ammesse saranno d’ora in poi soltanto le sigarette. Non ha detto proprio così il presidente della repubblica Sarkozy, ma il senso delle severe misure repressive decise dal consiglio dei ministri riunitosi mercoledì scorso non si discosta molto da questa radicale soluzione. Niente più nomadi Rom e Sinti in situazione irregolare. Il governo francese intende smantellare più della metà dei 300 campi considerati illegali installati nel Paese dalle Gens du voyage, come vengono chiamati da quelle parti. Il ministro degli Interni, Brice Hortefeux, ha annunciato che le autorità procederanno parallelamente alla espulsione con ricondotta «quasi immediata» in Romania e Bulgaria dei nomadi che avrebbero commesso azioni contro l’ordine pubblico. Una volta tanto gli Zingari si ritrovano messi all’indice non per essere sospettati di aver commesso furti e ruberie, oppure per aver messo in piedi un sistema organizzato di accattonaggio insieme a traffici vari o, peggio ancora, come narrano inossidabili leggende metropolitane, per aver «rubato bambini». No, stavolta contro i nomadi ricade un’accusa che ha l’odore sulfureo della perdizione politica, qualcosa che ormai per le culture statuali rasenta l’anticamera del terrorismo. I Rom sono colpevoli di essersi ribellati. Nella notte tra il 17 e il 18 luglio scorso hanno dato vita ad una sommossa nel villaggio di Saint-Aignan, 3500 anime perdute nelle campagne del Loir-et-Cher, dipartimento situato nel centro della Francia. La dinamica dei fatti è identica alla gran parte delle altre rivolte che si sono svolte negli ultimi decenni nelle banlieues delle maggiori metropoli francesi.
Prima l’aria diventa satura di rabbia. La comunità gitana sente montare sulle proprie spalle un clima di stigmatizzazione che si traduce in atteggiamenti sempre più oppressivi e vessatori da parte delle forze dell’ordine a cui le autorità hanno dato briglia sciolta. Quindi c’è l’innesco che provoca l’esplosione della rivolta. In genere un episodio cruento in cui sono coinvolte le forze di polizia, come fu per Clichy sous-bois dove trovarono la morte Zyed e Bouna, due adolescenti di 15 e 17 anni fulminati da una scarica elettrica partita da una centralina dietro la quale si erano riparati per sfuggire alle mani di alcuni poliziotti che li rincorrevano soltanto perché erano in strada. Un classico è l’intoppo ad un posto di blocco, come è accaduto ancora una volta poche settimane fa a Grenoble. In questi casi la versione dei fatti fornita dalle autorità e quella riportata dalle popolazioni locali appaiono ogni volta diametralmente opposte. In quest’ultima vicenda la gendarmeria riferisce un tentativo di sfondamento di un posto di blocco che avrebbe messo a rischio la vita dei militari, i quali avrebbero così sparato per legittima difesa uccidendo uno dei passeggeri. Il giovane deceduto apparteneva alla comunità nomade del posto, si chiamava Luigi e aveva solo 22 anni. Ovviamente chi era al suo fianco a bordo di una sgangherata R19 con 300mila chilometri nel motore, il cugino Miguel Duquenet consegnatosi più tardi alle autorità, ha riportato una versione completamente diversa, denunciando addirittura una esecuzione a freddo della gendarmeria, con modalità da vero e proprio «agguato». L’episodio ha scatenato una rivolta senza precedenti. Due caserme della gendarmeria prese d’assalto a colpi d’ascia e barre di ferro da una cinquantina di nomadi infuriati, alberi sradicati, vetture incendiate, semafori e arredo urbano distrutto, una panetteria saccheggiata. Notevoli i danni materiali ma nessun ferito da registrare. Inammissibile per il governo. Se anche i nomadi hanno imparato a ribellarsi la situazione diventa davvero pericolosa. E allora cacciamoli tutti, anche se vivono in Francia da decenni. Da qui il via allo smantellamento dei campi improvvisati «entro i prossimi tre mesi», come ha spiegato il ministro degli Interni. Una decisione avallata dalla Commissione europea che ieri, attraverso la portavoce della commissaria alla Giustizia e ai diritti, Viviane Reding, ha sottolineato come «le leggi europee sulla libera circolazione danno il diritto agli Stati membri di controllare il territorio e lottare contro la criminalità». La soluzione è semplice, basta criminalizzare l’intera comunità.

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Sarko-choc, “Via la cittadinanza ai francesi di origine straniera autori di reati”
Francia, riesplode la banlieue. Guerriglia urbana a Grenoble

Francia, riesplode la banlieue. Guerriglia urbana a Grenoble

La morte di un giovane dopo un inseguimento con la polizia scatena la rivolta

Paolo Persichetti
Liberazione 18 luglio 2010


Quest’anno non verranno comunicate cifre sul numero delle vetture bruciate nella notte tra il 13 e il 14 luglio». Brice Hortefeux, il muscolare ministro dell’Interno francese, aveva dato mercoledì scorso precise consegne alle prefetture affinché non diffondessero più il numero delle macchine bruciate in ogni dipartimento il giorno della festa nazionale. «Occorre mettere fine – aveva spiegato il titolare dell’ordine pubblico – alla malsana tradizione che consiste nel valorizzare ogni anno e sempre nello stesso momento degli atti criminali». Secondo i servizi di polizia – ma anche ad avviso degli studiosi delle banlieues – il 14 luglio e il 31 gennaio sono date utilizzate dai giovani delle periferie per «farsi vedere» e dare vita ad una competizione con le altre banlieues della Francia intera. D’ora in poi – aggiungeva la nota del ministero – verrà diffuso solo un bilancio annuale delle vetture bruciate. Nel 2009 i veicoli incendiati erano stati circa 500. Quest’anno invece, secondo le parole del ministro, tutto si sarebbe svolto «senza incidenti maggiori da segnalare», fatta eccezione per le «392 persone fermate e la 306 deferite per direttissima davanti alla giustizia». Molte di più delle 190 dello scorso anno, il che mostra come il silenzio non sia servito un granché. Come accade da un quindicennio a questa parte l’anniversario della presa della Bastiglia è stato illuminato da una notte di fuochi. Tuttavia la cappa del silenzio è saltata quando nella notte tra giovedì e venerdì nel popolare quartiere di La Villeneuve, a Grenoble, si è scatenata una vera e propria guerriglia urbana. «Sembrava Beirut. Lo giuro, sembrava Beirut», ha raccontato un abitante testimone degli scontri tra giovani e forze di polizia in assetto antisommossa. Macchine del commissariato correvano all’impazzata a sirene spiegate mentre sulle torri degli Hlm, le case popolari, il cielo era squarciato dal faro di un elicottero che riprendeva con una telecamera infrarossi gli assembramenti di giovani a torso nudo e magliette sul capo per non farsi riconoscere. All’origine degli scontri la rabbia per la morte di un giovane del quartiere, Karim Boudouda, 27 anni, con alle spalle diverse rapine, ucciso la sera precedente alla fine di un inseguimento con le forze di polizia che l’avevano intercettato all’uscita di un Casinò appena svaligiato. Gli abitanti del quartiere hanno reagito in massa alla morte del ragazzo dopo lo scontro a fuoco con gli inseguitori. Molti hanno denunciato indignati le modalità dell’episodio. «L’hanno lasciato crepare sull’asfalto. I soccorsi non l’hanno rianimato», gridava uno di loro. La sommossa sarebbe scoppiata dopo la preghiera recitata da un imam in ricordo del defunto in un parco del quartiere davanti ad una cinquantina di giovani. Armati di mazze di baseball e barre di ferro i presenti hanno cominciato a distruggere tutto ciò che incontravano al loro passaggio: pensiline, tram, vetrine. Tra le 50 e le 60 automobili, molte delle quali si trovavano in una concessionaria, sarebbero state bruciate, insieme a due negozi, mentre la polizia soffocava il quartiere di gas lacrimogeni e sparava pallottole di gomma. Secondo fonti del commissariato verso le 2 e 30 della notte dalle fila dei rivoltosi un uomo avrebbe esploso diversi colpi di pistola. Per almeno quattro volte la polizia ha dichiarato di avere «risposto al fuoco con pallottole vere». Due giovani, uno di 17 l’altro di 18 anni, sono stati fermati. Come accade nei campi di battaglia la calma è tornata alle prime luci dell’alba. Scortato dai corpi speciali della polizia Hortefeux ha visitato sabato mattina i luoghi della rivolta. «E’ impressionante», si è limitato a dire, poi è corso via. La notte torna presto in certi posti.

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Sarko-choc, “Via la cittadinanza ai francesi di origine straniera autori di reati”
Francia, crociata del governo contro Gitani e Sinti