Quanto è attuale quel Settantasette

17 febbraio 1977: Lama viene cacciato dall’università di Roma

Lanfranco Caminiti
glialtrionline.it 17 Febbraio 2012

L'aasalto al carro di Lama

Il 17 febbraio del 1977, trentacinque anni fa, Luciano Lama, segretario della Cgil, di buon mattino, arrivò all’università La Sapienza di Roma. Erano in fermento le università, erano occupate le università, da Palermo a Napoli, da Roma a Bologna. Ce l’avevano, gli studenti, con la riforma Malfatti che aboliva la liberalizzazione dei piani di studio. Ce l’avevano, gli studenti, coi comunisti che non si opponevano alla riforma e al governo Andreotti in nome della non-sfiducia (mica solo i democristiani inventavano formule astruse).
È per questo che i comunisti mandano Lama all’università. È una mossa enorme, dal punto di vista politico e dell’immagine. Quando mai il capo del più importante sindacato italiano era andato all’università a parlare agli studenti, al loro movimento? Se uno fa una ricerca su tutta la storia del sindacalismo italiano del dopoguerra non si trova la minima traccia di un episodio simile. Tutta l’autorevolezza «operaia» viene calata come l’asso di briscola. Poteva essere un colpo di genio, un’iniziativa straordinaria, un evento capace di rimescolare le carte e foriero di enormi trasformazioni: il mondo del lavoro, quello delle mani callose, incontrava una nuova figura produttiva, quella del lavoro immateriale, dei lavoretti di sussistenza, destinata a un futuro precario senza diritti. Le Camere del lavoro avrebbero incontrato il non-lavoro, il lavoro nero, invisibile, immateriale. Si fosse dato, questo incontro, si fossero poste le occasioni per discutere, capirsi, interrogarsi reciprocamente, tutta la storia del movimento operaio italiano ne sarebbe uscita trasformata. Le premesse c’erano tutte: da mesi il movimento s’incontrava con i metalmeccanici, che allora erano una federazione ed esprimeva posizioni in contrasto con i vertici sindacali e più aperte alle lotte. Le trasformazioni produttive, l’ingresso della tecnologia in fabbrica, l’intensificazione dei ritmi di produzione per un verso e delle macchine risparmia-lavoro per un altro, stavano cambiando il quadro di riferimento generale. Era lì la crisi, che mordeva selvaggia. Quella del lavoro e quella della produzione industriale. Invece, Lama venne con l’aria del liquidatore a sistemare la pratica, sfastidiato che un cotale monumento dell’unità nazionale fra impresa e produttori – cioè, se stesso – venisse disturbato da quattro sciamannati. Venne, Lama, all’università, arrogante e infastidito, a fare la predica. E, per soprammercato, si portò dietro le truppe del servizio d’ordine. Tanto per capirci. Come andò a finire, si sa. A gambe all’aria. Ancora, oggi, 2012, stiamo qui a parlarne. Ne ha parlato Napolitano, nel suo messaggio di fine anno, per richiamare i sindacati alla responsabilità nazionale, a farsi carico dei sacrifici e della crisi. È una vita che il «grande vecchio» dice ste cose. Ne ha parlato Eugenio Scalfari su Repubblica, in uno scambio di lettere con la Camusso, attuale segretario della Cgil, in cui ha riportato una sua intervista del 1978 in cui Lama – che avrebbe sistematizzato queste idee nel convegno dell’Eur – fa un’apertura di credito alla mobilità del lavoro, invitandola a rispecchiarsi in quelle parole e a lasciar perdere, ne avesse voglia, le barricate sull’articolo 18. È una vita che Scalfari dice ste cose. Torna buono, Lama, in tempi di crisi e di sacrifici per i lavoratori. Ha voglia, la Camusso, a dire che non siamo nel 1977 e le cose sono profondamente cambiate: allora i salari crescevano, allora la forbice tra retribuzioni e profitti era meno larga. Lama torna buono, ai Napolitano e agli Scalfari, non tanto per corroborare il ragionamento su quali margini patteggiare e su quali punti considerare irricevibili, quanto a ricordare e temere quel terribile 1977. La piazza, la furia, la violenza. L’apocalisse. Un ragionamento contorto, questo di Napolitano e Scalfari – d’altronde che vi aspettate, in tempi in cui vogliono convincerci che per aumentare il lavoro e proteggerlo bisogna diminuire l’occupazione e licenziare più facilmente? Contorto perché piuttosto è l’assenza di opposizione, è il compromesso ricattatorio al ribasso che fa ribollire la furia della piazza. Un ragionamento cinico anche: se la furia della piazza scoppia, se chi non ha rappresentanza alcuna, sindacale, politica, non ha altro mezzo per far sentire la propria voce che la piazza, allora, sarà un problema di ordine pubblico. Loro, su questo, hanno già patacche di medaglie appuntate. Dice la Camusso che «senza investimenti, si è scelto di produrre precarietà, in sintesi: lo spostamento sui lavoratori dei rischi del fare impresa». Dice Scalfari che la Camusso sbaglia, perché «il precariato e la disoccupazione sono gli effetti della crisi insieme alla recessione». A occhio, mi sento di stare dalla parte della Camusso. Però, la più grande differenza con gli anni Settanta è che allora il mondo del lavoro si divideva davvero fra «garantiti» e «non garantiti», fra «lavoro» e «non lavoro»; che allora il lavoro era “ubicato” – le fabbriche, gli uffici – e “a tempo” – si entrava al mattino, si usciva la sera – e oggi il lavoro è delocalizzato, è ovunque, è sempre. Oggi, dentro la crisi, la precarizzazione va diffondendosi in tutto il mondo del lavoro, non è circoscritto ai giovani. Le misure adottate da Rajoy in Spagna e da Papademos in Grecia – quelle a cui dovremmo guardare come traguardi da raggiungere – vanno tutte nel senso della destabilizzazione del lavoro, ovvero licenziamenti e licenziabilità. Sarà pure la crisi, ma questa è la ricetta in voga. Non dovrà esistere più il criterio di «posto». Tra un non assunto e un licenziabile la differenza deve assottigliarsi, va assottigliandosi. La classica dicotomia tra forza lavoro impiegata e esercito industriale di riserva, perché quest’ultimo facesse da compressione al salario, viene azzerata nel senso che tutta la forza lavoro deve diventare esercito di riserva. Noi recupereremmo competitività se la nostra forza lavoro verrà a costare e a contare come quella del Burkina Faso o del Guandong, in Cina. Si può investire in Italia, e si possono attrarre investimenti qui, solo se la compressione sui salari e la fisarmonica dell’occupazione diventano appetibili e praticabili “per legge”. Ora, a me questo “progetto” sembra né più né meno che le Poor Laws [ammortizzatori sociali? flexisecurity?] dell’Ottocento inglese, quella che fa da sfondo e da cornice ai grandi romanzi di Dickens. La differenza – e sostanziale – sta che allora la produzione industriale del capitalismo era in impetuosa crescita e aveva tanta prateria davanti, e la mobilità sociale andava verso l’alto, oggi è in rovinoso declino, e la mobilità sociale va verso il basso. La crisi che stiamo vivendo dipende da questo, non tanto e non solo dalle follie finanziarie. Non produciamo più merci “di massa” anche se il nostro know how, la nostra capacità tecnologica, il nostro sapere generale è cresciuto enormemente. È dentro questo scenario che il lavoro va ripensato, si deve ripensare. Qui non c’entra la sovrapproduzione, qui è proprio il collasso di una civiltà, come è accaduto a volte nella storia degli uomini, e se per quello pure delle bestie. Negli anni Settanta, quelli evocati dal «grande vecchio» Napolitano e da Scalfari, la più grande “rivoluzione” fu l’esodo di massa dal lavoro, la rottura soggettiva, la subordinazione mentale al lavoro come condizione di passaggio all’età adulta. Fu questo il Settantasette. Quello che si intuiva – quello che non hanno mai capito i comunisti e i lavoristi – era che dentro la crisi industriale era possibile un passaggio di civiltà che fuoriuscisse dalla condanna biblica al lavoro, alla subordinazione, allo scambio merce-denaro. Sconfitta, perseguitata, repressa quella rivoluzione, trentacinque anni dopo mi ritrovo un presidente del Consiglio che mi rigira la frittata, e sanziona «la noia e la monotonia del posto fisso». La differenza – sostanziale – è che oggi non c’è un soggetto politico in grado di trasformare la noia del posto fisso in libertà di scelte, di occasioni, di opportunità. Di nuova civiltà. Almeno sinora.

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Anni settanta

Un’antica ricetta per la memoria condivisa

Uno sguardo retrospettivo sull’impiego della tortura

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Il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) è un’ultra centenaria organizzazione non governativa che, analogamente ad altre, si occupa di monitorare le condizioni ed il trattamento di detenuti. Tratta in particolare i prigionieri di guerra, in applicazione del diritto umanitario che deriva dalle Convenzioni di Ginevra del 1949.
Le Convenzioni, da cui il CICR deriva il suo mandato da parte della comunità internazionale, non coprono però solo le persone detenute per un conflitto armato internazionale.
La Croce Rossa Internazionale già in occasione della Comune di Parigi (1872), dell’insurrezione carlista in Spagna (1875) e di quella serba in Erzegovina (1876) cominciò ad intervenire nei conflitti interni, non internazionali.
I suoi primi interventi rispetto ai detenuti politici iniziarono con la rivoluzione russa (1917) e soprattutto con quella ungherese (1919).
Quest’ultimo è considerato (Jacques Moreillon, Le Comité international de la Croix-rouge et la protection de détenus politiques, Lausanne, L’age d’homme, 1973) il primo ‘vero’ caso in questo senso. La presa di potere di Bela Kun trovò infatti scarsissima resistenza e fu quasi incruenta; non si trattava quindi di opera di soccorso alle vittime, altrimenti non curate, di un conflitto interno, ma delle prime visite a detenuti ‘puramente politici’.

È oggi acquisito, per la comunità internazionale, che l’organizzazione può domandare l’accesso a persone detenute per motivi legati a situazioni di violenza di intensità minore di quella di un conflitto armato.

A differenza di organizzazioni che svolgono un’attività analoga, in particolare di Amnesty International, la politica del CICR s’incentra, oltre che sui principi di neutralità, imparzialità ed indipendenza, anche su quello di confidenzialità. Questo implica non solo il poter parlare con i detenuti liberamente, cioè senza le autorità di detenzione, ma soprattutto il fatto di esporre e discutere le osservazioni sulle condizioni di detenzione e sul trattamento dei prigionieri in modo diretto e confidenziale con le sole autorità responsabili.
Nella sua visione strategica, il CICR ritiene che proprio questa confidenzialità gli permetta di ottenere e mantenere l’accesso alle persone detenute (in una settantina di paesi) e di conseguire dei risultati di concreto miglioramento del trattamento e della detenzione, grazie ai suoi soli interventi confidenziali con le autorità.

Il CICR evita dunque ogni presa di posizione nello spazio pubblico, mantenendo segrete le sue osservazioni e proteggendo il proprio lavoro perché resti ‘lontano dai riflettori mediatici’. A differenza appunto di Amnesty International, non lancia denunce o campagne pubbliche, né pubblica tempestivamente i propri rapporti, temendo che possano essere utilizzati per finalità politiche.
Si tratta di una posizione certo criticabile, e che del resto non impedisce le indiscrezioni -tanto più quando una situazione è già posta all’attenzione pubblica ed informazioni analoghe a quelle raccolte dai delegati del CICR possono trovare altri percorsi dalle fonti ai media- ma coerente e rispettabile.

La domanda si pone casomai in senso inverso, ovvero quando un rapporto del CICR viene reso pubblico, perché tanta stampa lo ignora?

Il rapporto del CICR
Recentemente il CICR ha pubblicato il suo rapporto ‘strettamente confidenziale’ fatto nel 2007 alle autorità statunitensi, sulle persone detenute segretamente dalla CIA, e non sembra che i media gli abbiano dedicato molto interesse.
Certo arriva oltre due anni dopo, eppure si tratta con grande probabilità della fonte più attendibile e precisa su una questione tanto controversa ed appunto ‘segreta’ come quella dei prigionieri di Guantanamo Bay. Questione inoltre non secondaria, se già il 22 gennaio 2009 il nuovo Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha firmato diversi decreti, che affermano che l’articolo 3 comune alle Quattro Convenzioni di Ginevra è la norma minima che regola il trattamento di ogni persona detenuta dagli USA nel quadro di un conflitto armato.

Sulla stampa italiana, l’esistenza del rapporto è stata letteralmente ignorata. La notizia figura solo su una breve di 15 righe su La Stampa del 17.3.2009.
Il rapporto che descrive il trattamento subito dai quattordici detenuti “high value” (categoria inventata di sana pianta per tentare di sottrarli a qualsiasi legge e giurisdizione normale) vale invece la pena di essere letto, lo si può sfogliare e scaricare qui :

Si noterà il linguaggio utilizzato, molto diplomatico, strettamente incentrato sui fatti, tanto che né sentimenti né emozioni traspaiono dalle stesse testimonianze dei torturati, ed assolutamente privo di toni accusatori: eppure fermo nel definire le condizioni ed il trattamento specifico dei detenuti come ‘tortura’ e/o ‘trattamento inumano o degradante’.

Scriveva Christian Rocca, su il Foglio del 30.1.2009, che Guantanamo “è probabilmente la prigione d’alta sicurezza più rispettosa dei diritti umani di sempre…” (sic). Infatti la Croce Rossa Internazionale, “salvo casi isolati di abusi fisici, ha lamentato soltanto l’assenza di status giuridico dei detenuti.”

Quel che il CICR ha invece constatato, figura appunto nel Rapporto (ed è solo ‘un’ rapporto).
Sul menu del trattamento, con le differenze tra un caso e l’altro, figuravano, oltre all’isolamento assoluto e la totale assenza di informazioni e comunicazioni da e verso l’esterno (“incommunicado detention”):

  • il soffocamento con l’acqua
  • lo stress da prolungata posizione in piedi
  • lo sbattimento al muro tirando il collare
  • le botte con pugni, calci, schiaffi
  • il confinamento in una piccola gabbia chiusa
  • la nudità prolungata
  • la privazione di sonno
  • l’esposizione a temperature fredde
  • l’ammanettamento prolungato di mani e/o piedi
  • la minaccia di riprendere il trattamento, e di applicarlo ai famigliari
  • la rasatura forzata di barba e capelli
  • la deprivazione di cibo solido.

Il soffocamento con l’acqua, ora mondialmente famoso come ‘water boarding’, consiste nell’immobilizzare il prigioniero con la schiena a terra, o su un ripiano che permetta di inclinarlo in modo che i piedi siano più in alto della testa, e di versargli ininterrottamente dell’acqua sul viso, coperto da un telo, impedendogli di respirare. Non provoca dolore, se non per il fatto che la reazione del corpo che vuole naturalmente svincolarsi può provocare ferite, ma un senso di soffocamento e di morte, che fa leva sul profondo timore animale di annegare per provocare il panico.
Questo metodo ha il vantaggio, dal punto di vista degli inquirenti, di non lasciare tracce visibili, rispetto alle sue varianti, che consistono nel fare ingurgitare molta acqua, talvolta salata, anche infilando un tubo in bocca.
Il senso di questo trattamento, come di tutti gli altri, sta nel desiderio degli interroganti di ottenere risposte confacenti alla propria prospettiva. ‘Condividi con noi, che siamo i buoni, la tua memoria’, dicono, ‘e raccontaci chi sono i cattivi’.

Uomini della CIA ed ‘esperti’ hanno più volte affermato l’efficacia del trattamento, cui gli interrogati resisterebbero solo per lassi di tempo dell’ordine di secondi.
In un articolo su Il Giornale del 2.10.2009, Fausto Biloslavo vanta la bontà dei sequestri di persona chiamati “extraordinary renditions”, e cita i casi di Khalid Sheikh Mohammed e di Abu Zubaydah, catturati in Pakistan dalla CIA e poi trasferiti in varie prigioni segrete fino a Guantanamo Bay:

La CIA li ha sottoposti a tattiche di interrogatorio che sfiorano la tortura. Alla fine hanno ottenuto informazioni cruciali sia con le buone che con le cattive maniere.

Nel rapporto si può leggere la testimonianza diretta di Khalid Sheikh Mohammed, che racconta di essere stato sottoposto 5 volte al water-boarding in quel periodo (si veda per il seguito il New York Times, che parla di 183 volte) e che conclude (p. 38) :

Durante il periodo più duro del mio interrogatorio ho dato un sacco di false informazioni per soddisfare ciò che credevo gli interroganti volessero sentire perché il maltrattamento terminasse. In seguito dissi loro che i loro metodi erano stupidi e controproduttivi. Sono certo che le false informazioni che sono stato forzato ad inventare per far smettere il maltrattamento gli ha fatto perdere un sacco di tempo ed ha portato a far annunciare diversi allarmi rossi negli Stati Uniti.


La tortura tra storia e oblio

Il water boarding venne introdotto dall’amministrazione di George W. Bush nella sua ‘guerra al terrorismo’, ed accompagnato dalla favola memoriale che si trattava di un metodo appreso dalla Corea del Nord ai tempi della guerra fredda.

L’immagine all’inizio di questo post riproduce la copertina della rivista Life del 22 maggio 1902. Il disegno rappresenta dei militari statunitensi che praticano il water-boarding su di un prigioniero filippino. Sotto la figura c’è scritto “Chorus in background: Those pious americans can’t throw stone at us anymore”.
Il “coro sullo sfondo” è composto dai rappresentanti delle potenze coloniali europee, che cantano “Questi pii yankees non potranno più scagliarci pietre”, cioè rimproverarci l’uso di metodi inumani che sono anche i loro.
Gli Stati Uniti, dopo aver fatto guerra alla Spagna (1898), in nome della libertà e dell’indipendenza delle sue principali colonie, Cuba e le Filippine, si accorsero che l’indipendenza delle Filippine non conveniva agli interessi imperialisti –che vedevano quelle isole come una testa di ponte per i mercati cinesi- e giunsero a chiederne alla Spagna la cessione della sovranità (negoziandola per 20 milioni di dollari).

Il disegno caricaturale della copertina di Life magazine non è inventato, ma ripreso direttamente da una fotografia (qui accanto) del 1901 ripubblicata recentemente dal New Yorker, che ricorda come il dibattito su tortura e contro-insurrezione sia già vecchio di un secolo. La notizia delle atrocità commesse dai militari USA nelle Filippine –incendi di villaggi, uccisione di prigionieri e appunto water-boarding- trovò modo di riflettersi nello spazio pubblico americano all’inizio del 1900.

Del water-boarding, o supplizio dell’acqua, esistono tracce e testimonianze che coprono quasi tutto il globo e praticamente ogni epoca.

Ancora gli americani, a Da Nang, in Vietnam: la fotografia venne pubblicata sulla prima pagina del Washington Post del 21.1.1968. Il militare USA che fa la supervisione della tortura applicata ad un prigioniero di guerra del Vietnam del Nord, venne portato due mesi dopo davanti alla corte marziale.

In Algeria, durante la guerra per l’indipendenza, i militari francesi utilizzarono tra i diversi metodi di tortura anche il water-boarding; ne ha ampiamente testimoniato il giornalista francese Henri Alleg che lo subì nel 1957.

Ben più indietro nel tempo, il supplizio era già praticato –sempre col fine di ottenere una confessione- dall’Inquisizione; in quella spagnola veniva chiamato ‘toca’. L’incisione qui riprodotta è tratta da J. Damhoudère, Praxis Rerum Criminalium, Antwerp, 1556: oltre agli esecutori sono rappresentati il cancelliere che verbalizza ed i tre giudici dell’inquisizione fiamminga, il cui presidente tiene in mano una pertica che ne simbolizza il potere.

Gli esempi, come s’è accennato, sono numerosissimi, e vanno dalla Cambogia dei Khmer Rossi, all’Africa, e all’America latina, dove il metodo del ‘submarino’ è stato applicato nelle ‘guerre sporche’ contro il terrorismo in Uruguay, Argentina, Brasile, Perù, Cile, San Salvador, Guatemala, ecc.

Il tratto comune è che gli interrogati sono eretici, sovversivi o terroristi, e gli interroganti sono uomini (e donne, come si legge nel rapporto CICR) del potere.

È probabilmente per questo che la tortura è riconosciuta come oggetto della storia -l’elaborazione distaccata del passato- ma rifiutata dalla memoria -l’uso del passato a fini politici attuali.

L’oblio generalizzato su questo tema porterebbe a credere che in Italia l’uso del water-boarding sia sconosciuto. Non è così, e non solo perché ogni sbirro al mondo ne conosce l’esistenza. Il metodo ‘della cassetta’ era già praticato dagli Ispettorati di PS sotto il fascismo, e riappare regolarmente:

12 dicembre 1951 

A Lucera, si svolge il processo per i fatti di San Severo del 23 marzo 1950, nei quali la polizia ha ucciso il giovane Di Nunzio e ferito decine di manifestanti. Diversi testimoni dichiarano che i rastrellamenti avvennero prima degli scontri ed alcuni imputati denunciano le torture subite: Pietro Forte denuncia la tortura dell’acqua, praticata con un tubo mentre gli era stato messo uno scarafaggio sul ventre, D’Errico dichiara di essere stato appeso ad un uncino, Matteo De Florio di aver avuto i denti spezzati durante l’interrogatorio a causa delle percosse.
24 febbraio 1979
A Milano, sono scarcerati per mancanza di indizi 3 dei 9 componenti del ‘collettivo autonomo della Barona’ arrestati in relazione all’omicidio Torregiani, Umberto Lucarelli, Roberto Villa, Fabio Zoppi. I tre denunciano subito dopo che Roberto è stato torturato mediante ustioni ai testicoli e picchiato e la stessa sorte è toccata a Sisino Bitti, ricoverato al Niguarda per le botte subite e ad Angelo Franco, costretto a ingerire litri d’acqua e bastonato. Anche Anna Casagrande, arrestata per ‘favoreggiamento’ denuncia di essere stata presa a schiaffi durante gli interrogatori.
11 gennaio 1982
A Roma, dinanzi al sostituto procuratore della repubblica Domenico Sica, il brigatista rosso Ennio Di Rocco denuncia di essere stato torturato da agenti di polizia con il metodo della ‘cassetta’ ed altri ancora. All’inizio dell’interrogatorio, su richiesta del suo avvocato Edoardo Di Giovanni, viene dato atto che “l’imputato è stato condotto con le mani ammanettate dietro la schiena, e che ha il polso sinistro sanguinante”. A conclusione dell’interrogatorio, “i difensori chiedono accertamenti medici urgenti e l’immediato trasferimento in carcere dell’imputato”.
2 agosto 1985 
A Palermo, sulla spiaggia di Sant’Erasmo, è trovato seminudo il cadavere di un uomo che sarà identificato, poche ore più tardi, come Salvatore Marino. L’uomo si era presentato spontaneamente in Questura, il giorno precedente, accompagnato dal proprio avvocato di fiducia dopo aver saputo che la polizia lo cercava per interrogarlo nell’ambito delle indagini sull’omicidio del commissario di Ps Giuseppe Montana. Trattenuto in Questura, il giovane viene interrogato nel corso della notte con il metodo della cassetta: sdraiato, con un tubo infilato in bocca attraverso il quale gli fanno bere acqua salata. Il tubo, però, sfonda la trachea e provoca la morte del torturato per insufficienza cardiaca. A quel punto, i poliziotti fanno scomparire i documenti del giovane e ne trasportano il corpo sulla spiaggia di Sant’Erasmo dove lo abbandonano nel tentativo di depistare le indagini.


Su questa pagina si trovano estratti della Sentenza di rinvio a giudizio del 17 marzo 1983 per il water-boarding su Cesare di Leonardo e del verbale in cui Ennio Di Rocco racconta ciò che ha subito.
Vale ancora la pena di ricordare che gli episodi citati del 1979, il trattamento degli arrestati in relazione all’omicidio Torregiani, sono parte del procedimento che ha portato alla condanna di Cesare Battisti, che viene oggi venduta, per ottenerne l’estradizione, come un atto perfettamente rispettoso dello Stato di diritto.

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Torture contro i militanti della lotta armata

Nicola Ciocia, alias De Tormentis, risponde al Corriere del Mezzogiorno – prima parte


«Ho un concetto chiaro dell’interrogatorio.
Una persona deve sentirsi nel potere di colui il quale interroga.
Quando ciò avviene, cede».
Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis
in Valerio Lucarelli, Vorrei che il futuro fosse oggi.
Ribellione, rivolta e lotta armata
, (Una storia dei Nap)

Ancora del mediterraneo 2010, pagina 182

Paolo Persichetti
11 febbraio 2012

Intervistato da Fulvio Bufi sul Corriere della sera di venerdì 10 febbraio scorso, Nicola Ciocia ha ammesso di essere la persona indicata con lo pseudonimo di «professor De Tormentis». A dargli quel lugubre soprannome (1) – spiega il giornalista del Corriere – fu Umberto Improta del quale Ciocia fu sempre uno stretto collaboratore, sia a Napoli nei primi anni 70, quando era impegnato nei Nuclei speciali antiterrorismo creati da Emilio Santillo, mentre Improta dirigeva la squadra politica della Questura, che all’Ucigos di De Francisci sul finire di quel decennio e l’inizio del successivo. Per dirla più chiaramente: non c’è passo che Ciocia abbia fatto senza che Improta non lo sapesse.

Oggi Ciocia ha 78 anni e racconta a Gianluca Abate del Corriere del Mezzogiorno, in una intervista apparsa questa mattina (11 febbraio 2012), che resta a casa «quasi tutto il giorno» per colpa «del cuore e di un ictus», dovuti – dice lui – ad una vita «tribolata, e ora sto pagando il conto».
Sarà pure rimbambito, come vuol far credere, ma Nicola Ciocia non ha certo perso l’abitudine allo slalom, sa ancora scivolare come un’anguilla tra una mezza ammissione, subito seguita da una denegazione indignata per rimangiarsi quel che aveva detto prima. Dire e non dire, ammettere a mezza bocca per poi negare, blandire e minacciare; insomma un’intera teatralità della menzogna appresa nei lunghi anni del mestiere di sbirro.
Ciocia è fatto così, è l’emblema di un’Italia che non ha il coraggio di metterci la faccia, che si nasconde dietro la ragion di Stato. C’è forse un timbro da qualche parte che ha apposto il segreto? Sono passati trent’anni e gli storici, ne esistono davvero pochi in questo Paese che hanno un po’ di coraggio, hanno tutta la possibilità di andare a cercare negli archivi. Vedremo se accadrà.
Intanto Ciocia prova ad attenuare ancora una volta il suo ruolo: «Ma via, quello è stato un soprannome che mi avranno affibbiato per scherzo, quando ci si rilassa nei tempi morti».
– «Quelli tra una tortura e un’altra?», gli chiede il giornalista.
– «Guardi, io ho fatto il mio dovere nell’interesse dello Stato, e metto in conto anche le critiche in malafede. Perché Rino Genova mi accusa solo trent’anni dopo? Non lo so, vorrei che avesse il coraggio di venire a dirmelo in faccia. È strano che si permetta di parlare di certe cose, è un collega che non ha la cognizione di quello che significa stare in polizia. Quando si parla dello Stato ci sono delle questioni, che non appartengono al soggetto ma a interessi superiori, sulle quali sarebbe meglio tacere. Ammesso e non concesso che siano vere le cose che dice, io ho la coscienza a posto: le Br ammazzavano le persone, io ho fatto il mio dovere».
– «Cos’è, un’implicita ammissione di colpa?», ribatte ancora il cronista.
– «Macché, forse quelle cose Rino Genova le avrà viste da altre parti. Io assolutamente non ho mai fatto quello che dice. Ho sempre tenuto condotte lecite, rispettando le regole della polizia giudiziaria. E poi di questa tecnica dell’annegamento ne ho sentito parlare, ma neppure so come si metta in pratica».
– E qualcun altro lo sa?
– «Siamo in quella sfera delle cose che appartengono allo Stato. E delle quali non parlo. So solo di essermi comportato sempre onestamente: provate a chiederlo ai magistrati con cui ho lavorato».

Facciamo un passo indietro: secondo Nicola Ciocia, Rino Genova, ex commissario coinvolto nel processo per le torture inferte a Cesare Di Lenardo, direbbe cose false perché mosso da risentimento. Anche se fosse vero (Genova è l’unico rimasto impigliato nell’unica inchiesta portata avanti contro le torture), qui non contano le intenzioni ma l’eventuale veridicità dei fatti.
Ma il punto è che a parlare di sevizie tra le file della polizia furono anche altri, come l’allora capitano Ambrosini che per questo venne espulso dall’appena nato Siulp, quello che doveva essere il sindacato democratico di polizia. Ma quel che più conta ad ammettere “i metodi forti” è stato lo stesso De Tormentis in un’intervista a Matteo Indice del 24 giugno 2007, apparsa sul Secolo XIX: «Ammesso, e assolutamente non concesso, che ci si debba arrivare, la tortura, se così si può definire – disse allora il professore – è l’unico modo, soprattutto quando ricevi pressioni per risolvere il caso, costi quel che costi. Se ci sei dentro non ti puoi fermare, come un chirurgo che ha iniziato un’operazione devi andare fino in fondo. Quelli dell’Ave Maria esistevano, erano miei fedelissimi che sapevano usare tecniche “particolari” d’interrogatorio, a dir poco vitali in certi momenti».

Questa struttura speciale – rivela sempre De Tormentis nel libro di Nicola Rao – è intervenuta una prima volta nel maggio 1978 contro il tipografo delle Br, Enrico Triaca. Ma dopo la denuncia del “trattamento” da parte di Triaca la squadretta venne messa in sonno perché – spiega sempre De Tormentis – non si potevano ripetere, a breve distanza, trattamenti su diverse persone: «se c’è solo uno ad accusarci, lascia il tempo che trova, ma se sono diversi, è più complicato negare e difenderci». Infine, riferendosi al commissario Salvatore Genova e alla squadra dei Nocs processati per le torture a Cesare Di Lenardo, un compiaciuto De Tormentis racconta sempre a Rao: «vollero strafare, tentarono di imitare i miei metodi senza essere sufficientemente addestrati e così si fecero beccare».

A questo punto però subentra la logica aristotelica, il cosiddetto principio dell’identità transitiva: se A risulta uguale a B, e B è uguale a C, secondo la proprietà transitiva A non è diversa da C.

Ricapitoliamo: Se Nicola Ciocia (A) è De Tormentis (B), come da lui stesso riconosciuto al Corriere della sera e al Corriere del mezzogiorno, e De Tormentis ha detto quelle cose di cui sopra che noi denominiamo (C): la «tortura – se così si può definire – è l’unico modo, soprattutto quando ricevi pressioni per risolvere il caso»; «Quelli dell’Ave Maria esistevano, erano miei fedelissimi che sapevano usare tecniche “particolari” d’interrogatorio, a dir poco vitali in certi momenti»; «Questa struttura speciale – rivela sempre De Tormentis nel libro di Nicola Rao – è intervenuta una prima volta nel maggio 1978 contro il tipografo delle Br, Enrico Triaca»; «vollero strafare, tentarono di imitare i miei metodi senza essere sufficientemente addestrati e così si fecero beccare».

Se ne conclude che (A), ovvero Nicola Ciocia, non è diverso da (C), le torture commesse.

Signor Ciocia, non ci prenda per il culo!
Vede a noi non piacciono le mute dei cani che rincorrono la preda, disciplina che lei invece ha praticato per lunghi anni nel corso della sua carriere in polizia.
Non ci piace nemmeno infierire su una persona indebolita dalla vecchiaia, ormai al crepuscolo della vita, per abietta che possa essere stata.
Io che dopo tredici anni e svariati mesi torno ancora in prigione ogni sera e incrocio prima di entrare in cella lo sguardo di persone torturate dai suoi uomini, non chiedo carcere per lei.
Non condivido l’opinione di quelli che vorrebbero lanciare contro persone come lei l’accusa di violazione dei diritti umani, facendo appello a normative internazionali, lo jus cogens, che consentirebbero di far valere la retroattività contro la prescrizione che oggi fa scudo alle sue, sul piano giudiziario ancora presunte, responsabilità. Penso che il principio di storicità debba prevalere sulla logica penale che ispira l’imprescrittibilità.
Penalmente lei non ha nulla da temere, sul piano della conoscenza storica e delle responsabilità politiche, delle scelte e delle condotte reali che furono assunte in quegli anni dalle forze di polizia, sulle coperture della politica che lei stesso implicitamente ammette evocando la ragion di Stato e della stessa magistratura che non a caso chiama a sua difesa, invece ha molto da chiarire.

(1) Ripreso dal celebre Tractatus De Tormentis scritto da un anonimo criminalista di scuola bolognese sul finire del 1200 (la datazione tuttavia resta incerta secondo altri studiosi), ultracitato dal Manzoni nella sua Storia della colonna infame, e nel quale si inquadra la tortura all’interno di un sistema di minuziose regole procedurali funzionali a dare corpo alla «regina delle prove»: la confessione del reo.

 1/ continua

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Torture, anche il Corriere della sera fa il nome di De Tormentis si tratta di Nicola Ciocia
Nicola Ciocia, alias De Tormentis, è venuto il momento di farti avanti
Cosa accomuna Marcello Basili, pentito della lotta armata e oggi docente universitario a Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, ex funzionario Ucigos torturatore di brigatisti
Triaca:“Dopo la tortura, l’inferno del carcere – 2
Enrico Triaca; “De Tormentis mi ha torturato così” – 1
1982 la magistratura arresta i giornalisti che fanno parlare i testimoni delle torture
Novembre 1982: Sandro Padula torturato con lo stesso modus operandi della squadretta diretta da “de tormentis”
Anche il professor De Tormentis era tra i torturatori di Alberto Buonoconto
Caro professor De Tormentis, Enrico Triaca che hai torturato nel 1978 ti manda a dire
Le torture ai militanti Br arrivano in parlamento
Nicola Ciocia, alias “De Tormentis” è venuto il momento di farti avanti
Torture: Ennio Di Rocco, processo verbale 11 gennaio 1982. Interrogatorio davanti al pm Domenico Sica
Le torture della Repubblica 2,  2 gennaio 1982: il metodo de tormentis atto secondo
Le torture della Repubblica 1/, maggio 1978: il metodo de tormentis atto primo

Torture contro le Brigate rosse: il metodo “de tormentis”
Torture contro le Brigate rosse: chi è De Tormentis? Chi diede il via libera alle torture?
Parla il capo dei cinque dell’ave maria: “Torture contro i Br per il bene dell’Italia”
Quella squadra speciale contro i brigatisti: waterboarding all’italiana
Il pene della Repubblica: risposta a Miguel Gotor 1/continua
Miguel Gotor diventa negazionista sulle torture e lo stato di eccezione giudiziario praticato dallo stato per fronteggiare la lotta armata
Miguel Gotor risponde alle critiche
Il penalista Lovatini: “Anche le donne delle Br sottoposte ad abusi e violenze”
Le rivelazioni dell’ex capo dei Nocs, Salvatore Genova: “squadre di torturatori contro i terroristi rossi”
Tortura: quell’orrore quotidiano che l’Italia non riconosce come reato
Salvatore Genova, che liberò Dozier, racconta le torture ai brigatisti
1982, dopo l’arresto i militanti della lotta armata vengono torturati

Proletari armati per il comunismo, una inchiesta a suon di torture
Torture: l’arresto del giornalista Piervittorio Buffa e i comunicati dei sindacati di polizia, Italia 1982
L’énnemi interieur: genealogia della tortura nella seconda metà del Novecento
Ancora torture
Torture nel bel Paese


Cosa accomuna Marcello Basili, pentito della lotta armata e oggi docente universitario, a Nicola Ciocia (alias professor De Tormentis), ex funzionario dell’Ucigos torturatore di brigatisti?

mercoledì 1 febbraio 2012

Professore-BRLa voglia d’oblio. Il tentativo di restare anonimi, di nascondersi tra le rughe del passato sperando di poter cancellare la propria storia. A Marcello Basili, oggi professore associato di Economia politica presso l’Università di Siena, il passato pesa come un macigno.
Nel 1982 fu arrestato per appartenenza alle Brigate rosse, brigata di Torre spaccata. Non attese molto per pentirsi. Vestì subito i panni del collaboratore di giustizia e da bravo «ravveduto» si adoperò nell’arte dell’autocritica degli altri scaricando sui suoi coimputati accuse e chiamate di correo. Mentre parlava molti dei suoi ex compagni venivano torturati con le stesse modalità impiegate da quel Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, capo di una squadra (i cinque dell’Ave Maria) specializzata negli interrogatori con l’acqua e sale, la tecnica del waterboarding impiegata per estorcere dichiarazioni.

Il pentito che vuole farsi dimenticare
Scrive Giovanni Bianconi sul Corriere della sera di oggi, 1° febbraio, che Basili ha chiesto attraverso il suo avvocato che il suo passato di militante della lotta armata sia cancellato dagli archivi telematici, invocando la legge sulla privacy e il «diritto all’oblio» per «non vedere incrinata o distrutta la propria riconquistata considerazione sociale».
Questione seria quella del diritto all’oblio che avrebbe meritato ben altro dibattito ma che appare del tutto inappropriata in casi come quello di Marcello Basili o di Nicola Ciocia.
Sempre secondo quanto rivela il Corriere, Basili si è rivolto al Centro di documentazione della Fondazione Flamigni intimando di eliminare il suo nome dagli indici e comunicando di opporsi «al trattamento dei dati» connessi ai suoi trascorsi sovversivi. Precedenti che, sostiene sempre l’insegnante universitario, «appartengono ormai al passato, sono già stati resi noti all’epoca e hanno perso quel carattere di attualità che ne potrebbe giustificare l’ulteriore pubblicazione».
A dire il vero la Fondazione Flamigni andrebbe stigmatizzata per altre ragioni, essendo il più grande collettore delle teorie del complotto, la più grande banca dati della menzogna storica sulla lotta armata per il comunismo.
Ma torniamo a Basili: se i dati in questione fossero impiegati con uno scopo discriminatorio, il docente dell’università di Siena avrebbe tutte le ragioni per lamentarsene. Tuttavia non sembra, fino a prova contraria, che Basili ne abbia ricevuto fino ad oggi un qualche svantaggio. I reati per cui subì un processo e la condanna prevedono, per chi non collabora con la giustizia, oltre ad una lunga reclusione in carceri speciali anche l’interdizione automatica dai pubblici uffici una volta terminata la pena.
Basili al contrario, grazie allo status di pentito che gli ha permesso di esportare ogni responsabilità sulle spalle altrui, mandando in galera altri, ha avuto da parte dello Stato un trattamento di tutto favore: una reclusione breve e l’interdizione venuta meno. Circostanze che gli hanno consentito di svolgere una brillante carriera universitaria mentre i suoi compagni di brigata erano, e in alcuni casi sono tuttora, in carcere.
Certo Basili potrebbe ricordare le tante amnesie e rimozioni che hanno avvolto e avvolgono le biografie dei molti padri della patria, la lunga fila di redenti con militanze giovanili infrequentabili che riempiono i ranghi della prima e della seconda Repubblica, compreso il nostro attuale capo dello Stato. Ma l’essersi buttato pentito, purtroppo per lui, non gli dà comunque il diritto di vantare un posto di prima classe sul carro dei vincitori.

La storia non si imbavaglia e tantomeno si rimuove: si elabora
La richiesta avanzata da Basili, anche se ha qualcosa di abietto, non deve tuttavia sorprendere più di tanto perché resta coerente con quella cultura del ravvedimento contenuta nella legislazione premiale introdotta dallo Stato per fronteggiare i movimenti sociali sovversivi. Nel corso degli anni 80 e 90 pentiti e dissociati ricevettero il mandato di amministrare la memoria degli anni 70, scritta e divulgata attraverso un fiume di delazioni, ricostruzioni ammaestrate e testimoninaze ammansite.
La magistratura, che ha gestito in Italia lo stato di emergenza, si è servita di questo personale fatto di ex militanti ravveduti e collaboranti trasmettendo loro un irrefrenabile sentimento d’impunità che oggi porta quelli come Basili, o i funzionari di polizia addetti al lavoro sporco come Ciocia, privi del coraggio delle loro idee e delle loro azioni, a pretendere che la storia resti muta, senza traccia del loro passaggio.
Questa richiesta di trasformare un passato pubblico in un fatto privato è la conseguenza anche di quel processo di privatizzazione della giustizia che ha portato nell’ultimo decennio magistratura e sistema politico a delegare, sovraccaricare sulle spalle delle parti civili, la gestione della sanzione penale nei confronti dei prigionieri politici.

Il torturatore di Stato che continua a nascondersi
Esiste un parallelo tra l’atteggiamento di Marcello Basili è il comportamento di Nicola Ciocia, già funzionario dell’Ucigos e capo del gruppo di torturatori che per tutto il 1982 (ma anche prima per sua stessa ammissione, vedi il caso di Enrico Triaca nel maggio 1978 e ancora prima quello di Alberto Buonoconto nel 1975), ha imperversato tra caserme, questure e chiese sconsacrate d’Italia praticando l’acqua e sale contro persone arrestate con imputazioni di banda armata.
Questo signore, ora pensionato settantasettenne, nonostante sia stato chiamato in causa da un suo collega (Salvatore Genova), nonostante diversi articoli e un libro recente che ne hanno raccontato l’attività di seviziatore agli ordini dello Stato, indicandolo sotto l’eteronimo di professor De Tormentis, copertura sotto la quale lui stesso ha riconosciuto a mezzabocca le sevizie commesse, pur non rischiando più nulla sul piano penale non vuole venire allo scoperto.
Recentemente, dopo un esposto inviato all’ordine, il suo nome è scomparso anche dall’albo degli avvocati napoletani (attività a cui si era dedicato dopo aver lasciato il ministero dell’Interno con la qualifica di questore), dove compariva regolarmente fino a poche settimane fa.
Di “Nicola Ciocia-De Tormentis” ci siamo diffusamente occupati in questo blog (per gli approfondimenti rinviamo ai diversi link) e continueremo a farlo ancora. C’è infatti molto da raccontare: dall’organigramma delle torture, alla filiera di comando, al decisivo ruolo di copertura svolto dalla magistratura fino ad un illuminante dibattito sull’opportunità del ricorso alla tortura e sulla particolare forma di stato di eccezione che si è avuto in Italia sul finire degli anni 70. Discussione che si è tenuta alcuni anni fa sui maggiori quotidiani italiani.
La vicenda Basili-Ciocia (alias De Tormentis) dimostra come l’Italia abbia dato forma ad un singolare paradosso: alla memoria storica svuotata dei fatti sociali è stata sostituita la memoria giudiziaria; all’oblio penale si è sovrapposto l’oblio dei fatti sociali. Così un decennio di speranze e di lotte è divenuto l’icona del male contemporaneo, un simbolo negativo che cristallizza odii e risentimenti, sofferenze e malintesi.

Per saperne di più
Le torture contro i militanti della lotta armata

 

 

Il consociativismo non è mai finito

La recensione – «Il consociativismo infinito» di Mauro Fotia, Dedalo editore 2011

di Bruno Amoroso
il manifesto
17 gennaio 2012


Nello sforzo di comprendere le dinamiche della situazione economica e politica italiana della seconda metà del Novecento si è sovente fatto ricorso alla metafora del calabrone, cioè di un animale che riesce a tenersi in volo a discapito delle leggi di gravità. A sorpresa di tutti, infatti, la continua instabilità del sistema politico italiano ha sempre ritrovato momenti di ricomposizione, smentendo tutte le tesi ricorrenti della crisi e del collasso.
Questa situazione, applicata alla politica, è continuata nel nuovo secolo fino ai nostri giorni. Nella ricerca delle cause di tutto ciò – a parte i pochi arditi che hanno perseverato nel tentativo di ricercarne le cause nel quadro dei cambiamenti strutturali e sociologici della società – ha sempre prevalso l’approccio giuridico-istituzionale. Una forma tipicamente italiana, che pensa di risolvere i problemi della frammentazione del tessuto politico mediante le leggi elettorali, le norme di funzionamento delle Camere e le regole varie di registrazione del consenso, tra le quali si possono annoverare i referendum e anche l’ultima diavoleria delle primarie. A fasi alterne si sostiene la bontà del pluralismo dei partiti, espressione della ricchezza politica e culturale delle posizioni in campo, oppure del bipolarismo assunto a simbolo della maturità politica degli italiani capaci di accantonare localismi territoriali e mentali per concentrarsi sulle grandi scelte.
Ovviamente le ragioni dell’una e dell’altra posizione sono sostenute da esempi di altri Paesi, presi a sproposito e confondendo i livelli di consenso reale, politico e culturale esistenti nella società con l`ombra delle istituzioni. Nei fatti il pluralismo degenera in un frammentarismo fonte di una miriade di microformazioni partitiche estremamente perniciose per la fisiologia democratica. Il bipolarismo si incarna in coalizioni sì eterogenee da rendere impossibile che quella vincente governi veramente; si risolve, in pratica, in una mera apparenza, anzi, in una mistificazione. Mette in scena false contrapposizioni, fittizie alternanze o ricambi di ceti politici al potere, ingannevoli alternative di indirizzi e di programmi di governo, mentre nella realtà opera come una vera e propria consociazione tra maggioranza e minoranza, con i conseguenti fenomeni spartitori, corruttivi e clientelari.
Insomma, è la tesi sottesa da questa mia lettura, la frammentazione della politica italiana è una sceneggiata ben diretta che serve a mascherare – dietro l’affermata rigidità e continuità delle posizioni in campo e degli interessi che rappresentano – una sostanziale disponibilità al compromesso. L’aspetto “italiano” di questa vicenda che la Seconda Repubblica ha aggravato e reso cronico è che il compromesso non viene raggiunto prima sui grandi temi della politica, per poi trasmettersi ai vantaggi partitici delle spartizioni del potere e delle lottizzazioni, ma sono i secondi a motivare e canalizzare il consenso verso i primi. Da qui la sostanziale immutabilità delle scelte di politica economica e di politica estera – le variabili indipendenti del sistema Italia- e il continuo vociare dei e nei partiti e coalizioni che somiglia molto alle “grida” del mercato del pesce di Palermo.
Per un approfondimento critico di queste tesi sono preziose le ricerche di Mauro Fotia sulle forme di rappresentanza del potere in Italia e il sistema dei partiti, tra le quali meritano menzione, Le lobby in Italia (Dedalo, 2002), e il suo recente lavoro, Il consociativismo infinito (Dedalo, 2011). Quest’ultimo è una secca e dura critica del trasformismo dei partiti della sinistra condotta in modo analitico e rigoroso nelle diverse fasi storiche: il centrismo degasperiano (1947-1962), l’esperienza di centrosinistra (1962-1972), i governi di solidarietà nazionale (1976-1979), le coalizioni di pentapartito (1983-1992) fino alle vicende più note della Seconda Repubblica e al berlusconismo. Il fallimento dei tentativi fatti di arginare il berlusconismo, con l’Ulivo fino al Partito democratico, è da attribuire, secondo l’autore, al rafforzarsi e generalizzarsi dello spirito consociativo e trasformista che ha ucciso l’idea stessa dell’alternativa e che ha poi spinto la sinistra nelle braccia di un “governo tecnico” appoggiato da Bersani e Berlusconi con l’applauso dei “centristi”. L’analisi di Fotia sul formarsi della cultura dell’Ulivo e del Partito Democratico è pregnante è impietosa. Nasce da una rielaborazione dell’idea della sinistra sull’eguaglianza, piegata all’interpretazione blairiana dell’«uguaglianza delle opportunità», dall’accettazione del concetto di «società di individui» i cui rapporti sono regolabili non dai principi di solidarietà e dai loro legami sociali ma da «relazioni contrattuali soggettive», dall’abbandono della «centralità del lavoro», e infine dal forte affievolimento dei diritti di cittadinanza. Passaggi che rendono estremamente incerte e confuse le nuove concezioni della sinistra sul nesso che lega la cittadinanza civile alla cittadinanza sociale e mettono in forse la dignità del lavoro come valore costituente della democrazia. A conferma, sottolinea Fotia, del fatto che il consociativismo politico s’accompagna sempre col consociativismo socio-economico. L’immagine della socialdemocrazia, presentata come la nuova frontiera della sinistra italiana, si dissolve rapidamente in quella della liberal-democrazia, che fa riesplodere le mai sopite contraddizioni tra la componente laica e quella cattolica del Pd. La presenza di Berlusconi sulla scena politica, a ritmi alterni corteggiato e condannato, favorisce l’occultamento dietro il polverone della questione morale sulla sua persona, del procedere di un rapporto di adesione sostanziale alla politica estera ed economica dell’Italia. Berlusconi traghetta di fatto la sinistra verso il programma del governo tecnico di Monti, intorno al quale si realizza, in una fase storica molto difficile per l’Italia e l’Europa, un blocco consociativista sinistro-conservatore fin qui inimmaginabile.

Link
L’inutile eredità del Pci tra consociativismo e compromesso storico
Caso Penati: l’ipocrisia degli ex Pci-Pds, oggi Pd difronte ai costi della politica/

Le torture sui militanti Br arrivano in Parlamento

Una interrogazione al ministro dell’Interno e della Giustizia è stata presentata dalla deputata radicale Rita Bernardini


Paolo Persichetti
Liberazione 17 dicembre 2011

De Tormentis è in questa foto

Approdano in parlamento le torture impiegate da alcune squadre speciali del ministero dell’Interno, tra la fine fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, per fronteggiare i gruppi che praticavano la lotta armata. Su iniziativa della deputata radicale Rita Bernardini è stata depositata una interrogazione parlamentare rivolta al ministero dell’Interno e della Giustizia. Il testo prende spunto dalle rivelazioni contenute nel libro di Nicola Rao, Colpo al cuore. Dai pentiti ai metodi speciali: come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata, nel quale si riportano le ammissioni del funzionario dell’Ucigos (l’attuale polizia di prevenzione), conosciuto con l’eteronimo di “professor De Tormentis”, che guidava una squadra di poliziotti provenienti dalla mobile napoletana addestrati a varie tecniche di tortura e violenze psico-fisiche, tra le quali il waterboarding, l’annegamento con acqua e sale.
In alcune interviste rilasciate al Secolo XIX nel 2007 e nel libro di Rao, l’ex commissario della Digos Salvatore Genova (oggi questore), uno degli autori delle indagini contro le Brigate rosse nei primi anni ’80, rivela l’esistenza di due gruppi – indicati col nome di alcuni cult movie (“I cinque dell’ave maria” e “I vendicatori della notte”) – che intervenivano dopo i fermi di persone sospette di appatenenza alle Br per estorcere informazioni ricorrendo a violenze e sevizie che seguivano una procedura messa a punto dal “professor De Tormentis”. Genova racconta in questo modo il trattamento riservato a Nazareno Mantovani, uno dei primi fermati durante le indagini per il rapimento del generale Nato Dozier: «Fu spogliato, disteso supino su un tavolo di legno e legato alle quattro estremità, con la testa e la parte superiore del tronco che uscivano fuori. Le persone che lo circondavano erano tutte incappucciate. Urlavano, minacciavano, annunciavano cose terribili […] uno teneva la bocca del prigioniero aperta e gli chiudeva il naso, un altro gli teneva la testa, mentre un terzo cominciò a versare in maniera sistematica, ritmica e controllata acqua e sale, attraverso una cannula inserita in gola in maniera sapiente. Mezzo litro, si fermava qualche decina di secondi per dar modo a Mantovani di non soffocare e poi ricominciava […] Mantovani non parlò. Dopo un’ora e mezzo di trattamento il professore decise di sospenderlo. Il sospetto brigatista era già svenuto due volte e c’era il rischio che ci rimettesse la pelle». Alla fine dello spettacolo – riporta Rao – un paio di uomini di Genova dissero al loro capo che se ne tornavano a casa. Non se la sentivano di assistere ad una cosa del genere.

Un articolo scritto dal “Professor De Tormentis” per una rivista massonica

L’interrogazione della parlamentare del partito radicale si avvale anche dell’inchiesta pubblicata da Liberazione l’11 dicembre scorso riportandone ampi stralci, in particolare la testimonianza e soprattutto la dettagliata descrizione del curriculum professionale, culturale e politico del personaggio, di facile identificazione, che si cela dietro il lugubre soprannome ripreso dal celebre Tractatus De Tormentis, scritto da un anonimo criminalista di scuola bolognese sul finire del 1200 (la datazione tuttavia resta incerta secondo altri studiosi), ultracitato dal Manzoni nella sua Storia della colonna infame, e nel quale si inquadra la tortura all’interno di un sistema di minuziose regole procedurali funzionali a dare corpo alla «regina delle prove»: la confessione del reo.
Nel testo si chiede se il ministro di competenza «non intenda verificare l’identità e il ruolo svolto all’epoca dei fatti dal funzionario dell’Ucigos conosciuto come “professor De Tormentis”» ed ancora se non si ritenga opportuno «promuovere, anche mediante la costituzione di una specifica commissione d’inchiesta», ogni utile approfondimento «sull’esistenza, i componenti e l’operato dei due gruppi addetti alla sevizie, ai quali fanno riferimento gli ex funzionari della polizia di Stato citati nelle interviste».
Rita Bernardini vuole anche sapere dal governo se intenda «adottare con urgenza misure volte all’introduzione nell’ordinamento italiano del reato di tortura e di specifiche sanzioni al riguardo, in attuazione di quanto ratificato in sede Onu» e se non vi sia l’intenzione di «assumere iniziative, anche normative, in favore di risarcimenti per le vittime di atti di tortura o violenza da parte di funzionari dello Stato, e per i loro familiari».
L’obiettivo è quello di arrivare all’adozione urgente di provvedimenti che contrastino ogni manifestazione di violenza non giustificabile sui cittadini da parte di funzionari delle Forze di polizia nell’esercizio delle loro funzioni. Un fenomeno in netta recrudescenza come dimostrano i molti casi di cronaca recenti.

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Le torture contro i militanti della lotta armata
“De Tormentis” è venuto il momento di farsi avanti
Torture: Ennio Di Rocco, processo verbale 11 gennaio 1982. Interrogatorio davanti al pm Domenico Sica
Le torture della Repubblica /2,  2 gennaio 1982: il metodo de tormentis atto secondo
Le torture della Repubblica 1/, maggio 1978: il metodo de tormentis atto primo

Torture contro le Brigate rosse: il metodo “de tormentis”
Torture contro le Brigate rosse: chi è De Tormentis? Chi diede il via libera alle torture?
Parla il capo dei cinque dell’ave maria: “Torture contro i Br per il bene dell’Italia”
Quella squadra speciale contro i brigatisti: waterboarding all’italiana
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Le rivelazioni dell’ex capo dei Nocs, Salvatore Genova: “squadre di torturatori contro i terroristi rossi”
Tortura: quell’orrore quotidiano che l’Italia non riconosce come reato
Salvatore Genova, che liberò Dozier, racconta le torture ai brigatisti
1982, dopo l’arresto i militanti della lotta armata vengono torturati

Torture contro le Brigate rosse: il metodo “De Tormentis”

«De Tormentis» è l’eteronimo sotto il quale si nasconde l’identità dell’ex funzionario Ucigos (oggi denominata Polizia di prevenzione) che era a capo della speciale squadretta addetta alle sevizie, in particolare alla tecnica del waterboarding, utilizzate per estorcere informazioni durante gli interrogatori contro i militanti, o supposti tali, delle Brigate rosse. In una intervista rilasciata al secolo XIX il 24 giugno 2007, sotto anonimato, “De Tormentis” raccontava di aver prestato servizio in polizia per quasi tre decenni, dove era entrato alla fine degli anni Cinquanta uscendone con il grado di questore per poi esercitare la professione di avvocato (un vero insulto alla categoria) presso il foro di Napoli. Pare, dicono alcune voci, con pessimi risultati; il che non deve certo sorprendere visto il curriculum del personaggio.
Sempre “De Tormentis” aggiungeva di aver lavorato in Sicilia, partecipando alle inchieste che portarono alla cattura di Luciano Liggio e Totò Riina (il primo arresto di quest’ultimo, nel 1963, prima della lunghissima latitanza), poi a Napoli, sia alla squadra mobile sia all’ispettorato antiterrorismo creato da Emilio Santillo per approdare dopo lo scioglimento dei nuclei antitetrrosismo di Santillo all’Ucigos (Ufficio centrale per le investigazioni generali e le operazioni speciali), dove ha coordinato i blitz più «riservati».
Nella stessa intervista riferiva di essere raffigurato in una delle foto simbolo scattate in via Caetani, tra gli investigatori vicini alla “Renault 4″ dove si trovava il corpo senza vita di Moro

De Tormentis è in questa foto

De Tormentis è in questa foto


Nicola Rao nel suo libro,  Colpo al cuore: dai pentiti ai “metodi speciali”, come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata, Sperling&Kupfer 2011, racconta così l’incontro con De Tormentis:

[…]

Nella hall di un albergo di Napoli un sabato pomeriggio, il 12 febbraio 2011. Accompagnato dalla sua signora, che ha preferito rimanere in disparte, il «professor de tormentis» (che, dopo essere stato nominato questore, abbandonò la polizia e oggi fa l’avvocato) ha deciso di affrontare la situazione, accettando di rispondere (anche se alla sua maniera) alle mie domande.

Prima di cominciare, gli ho chiesto se avesse nulla in contrario a che il colloquio fosse registrato, e lui ha acconsentito.

Il personaggio ha una sua dignità e un suo mondo. Nel suo esordio c’è tutto: «Io sono stato un combattente, perché quella contro le Brigate Rosse era una guerra. Una vera e propria guerra». E in guerra ogni mezzo è lecito per concluderla e vincerla.

Entro subito nel merito: «Quando è stato deciso di procedere al trattamento? Quando le è stata delegata la gestione di questa pratica? Quando ha cominciato a mettere su la sua squadra? Perché solo dopo il rapimento di un generale americano e non prima?»

Ecco la sua risposta: «Lo avevamo fatto anche prima… con Triaca [esponente delle Br arrestato subito dopo il delitto Moro, N.d.A.]. Comunque il trattamento è anche una cosa molto razionale. Non solo fisica. Nel senso che, se viene davanti a te una persona arrestata che tu, per l’esperienza che hai, ritieni uno che offende la tua intelligenza, perché nega l’evidenza e magari dice evidenti cazzate, non ha senso dirgli: ‘Scusi, è stato lei a commettere quel delitto?’ Così non si ottiene niente. Allora gli chiedi: ‘Ma perché vuoi offendere la mia intelligenza? Non si offende l’intelligenza di un rappresentante dello Stato’. E allora il… ehm… come dire… il contrasto, ecco, sì, il contrasto fra noi e loro entra nella fase… importante».

E ancora: «Se le Br non fossero state affrontate in certi modi, avrebbero continuato ad ammazzare. Più che trattamento, io la chiamerei ‘decisione’».

Gli domando: «Il ministro dell’Interno dell’epoca, Virginio Rognoni, ha più volte detto che il governo italiano ebbe pesanti pressioni dall’amministrazione statunitense, anche perché non era mai accaduto prima che un generale americano venisse rapito in Europa. Immagino che a quel punto il governo abbia a sua volta fatto forte pressione sulle forze dell’ordine per cercare di risolvere la questione…»

Il professore: «Tu (inizialmente aveva esordito chiedendomi se potessimo darci del tu) sei una persona intelligente. Non hai bisogno che te lo dica io. Ma oltre quello che ti ho detto non posso andare, perché non sono segreti che riguardano la mia persona, sono segreti che riguardano qualcosa di ben più grande e di molto più importante: sono segreti che riguardano lo Stato. Devi andare oltre. Sono segreti dello Stato. Quelle richieste ci sono state, ma sono cose che non si possono raccontare… Molto importante è l’ultimo gradino dello Stato, quello che sta in trincea. In casi del genere è l’ultimo gradino, chi fa le investigazioni, che avverte se alle sue spalle c’è qualcuno a coprirlo o non c’è nessuno. E quando si agisce per lo Stato e hai le spalle coperte, la ‘decisione’ aumenta…»

Insisto: «Ma l’acqua e sale, il panno sul viso…»

Mi interrompe subito: «Nooo. Senti, Nicola, non sono cose mie, ma sono cose che riguardano lo Stato, non posso dire nulla di più di quello che ho detto. Me le porterò nella tomba. E poi non è quello che aggiunge qualcosa. E tutto il complesso che deve creare il funzionario responsabile di un’operazione…»

Faccio un ultimo tentativo: «E vero che due funzionari della Cia hanno assistito ad alcuni trattamenti e sono rimasti addirittura meravigliati dalla vostra tecnica?»

«Gli italiani sono i migliori del mondo», mi risponde. «Tu avrai avuto a che fare con tuoi colleghi giornalisti stranieri, immagino. Erano alla tua altezza? Secondo me no. Siamo i migliori, a cominciare da come mangiamo, da come ci vestiamo. Non sono stati gli americani a insegnarci certe cose. Siamo i migliori. Se quindi eravamo autodidatti? Io sono cresciuto in mezzo alla strada, sono abituato a certi discorsi, a certi ragionamenti. Lì, nell’attività di polizia ci vuole stomaco. E gli altri Paesi lo stomaco non ce l’hanno come ce l’abbiamo noi italiani. Siamo i migliori. I migliori! A un certo momento i nostri lacciuoli, che ci comprimono e ci condizionano, sono delle scuse per quelle persone che non hanno stomaco. Questa è la verità.»

Dopo due ore e mezzo di duello dialettico, il «professor de tormentis» mi saluta in compagnia della moglie. Pur non dicendomi niente di esplicito, mi ha detto molto. Mi ha confermato l’esistenza del trattamento da lui gestito. Mi ha confermato che qualche apparato superiore glielo ordinò e che si sentiva coperto dai suoi superiori. Mi ha ribadito che certe cose sono accadute perché era l’unico modo per porre fine, al più presto, alla follia omicida delle Br. Un po’ come gli Stati Uniti, che decisero di ricorrere alla bomba atomica per anticipare la fine della guerra ed evitare altre migliaia di morti nelle proprie file.

Terminato il libro, le domande senza risposta si sono moltiplicate. Chi decise di ricorrere a mezzi non convenzionali per distruggere definitivamente le Br? A quale livello? In quale sede? Chi sapeva e chi non sapeva? E perché fu deciso soltanto quando le Br rapirono un generale americano? Come mai le denunce di decine di brigatisti «trattati» sono cadute nel dimenticatoio, mentre le uniche che hanno avuto una conseguenza processuale sono quelle relative a una brutta imitazione del trattamento vero e proprio? Quanto avrebbero ancora ucciso le Br se non si fosse deciso di ricorrere in alcuni casi al waterboarding? Quanto sangue avrebbero ancora versato? E ancora: Dozier sarebbe stato liberato comunque? E gli americani che ruolo ebbero in questa vicenda?

Molti di tali quesiti, probabilmente, sono destinati a rimanere senza risposta per sempre. Ma può anche darsi che qualcun altro, dopo di me, avrà l’interesse, la curiosità, la voglia, la pazienza, gli strumenti per approfondire questa vicenda, e magari anche la fortuna di poterla ricostruire fino in fondo.

[…]

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Le torture della Repubblica /2,  2 gennaio 1982: il metodo de tormentis atto secondo
Le torture della Repubblica 1/, maggio 1978: il metodo de tormentis atto primo

Torture contro i militanti della lotta armata
Acca Larentia: le Br non c’entrano. Il pentito Savasta parla senza sapere
Torture contro le Brigate rosse: chi è De Tormentis? Chi diede il via libera alle torture?
Parla il capo dei cinque dell’ave maria: “Torture contro i Br per il bene dell’Italia”
Quella squadra speciale contro i brigatisti: waterboarding all’italiana

Acca Larentia, le Br non c’entrano. Il pentito Savasta parla senza sapere

Torno ancora una volta a parlare del libro di Nicola Rao, Colpo al cuore. Dai pentiti ai “metodi speciali“: come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata, Sperling & Kupfer, sul quale non mancheranno altri post in futuro.

Seconda parte

Il libro di Rao contiene anche la testimonianza di Antonio Savasta, collaboratore di giustizia.  Il racconto del più importante pentito delle Brigate rosse dopo Patrizio Peci è molto scadente. Dopo aver riempito migliaia di pagine di verbali Savasta poteva risparmiarsi questa ulteriore fatica. Delle sue parole colpiscono due cose:

1) il tentativo di minimizzare le violenze subite dopo l’arresto nelle ore in cui rimase nelle mani dei Nocs. “De Tormentis” nega di averlo torturato. Le violenze furono opera di altri, impressionante la scena del calcio scagliatogli in piena faccia con rottura del setto nasale, nonostante stesse collaborando da quasi 24 ore, solo perché la base dell’esecutivo nazionale situata a Milano e di cui aveva rivelato l’indirizzo venne trovata vuota.

2) il vizio di riferire fatti che nemmeno conosce formulando ricostruzioni sulla base di proprie convinzioni personali, come il tentativo di coinvolgere la brigata di Torre Spaccata nei fatti di Acca Larentia. In questo caso sospinto anche dalla curiosità di Nicola Rao, autore di numerosi libri sulla storia dell’estrema destra. E’ un po’ di tempo che da più parti si assiste al singolare tentativo di coinvolgere le Brigate rosse nelle uccisioni, rimaste non chiarite, di militanti dell’estrema destra. Se andate su Wikipedia troverete che l’omicidio di Mario Zicchieri, giovane militante del Fronte della Gioventù ucciso davanti alla sua sezione nel quartiere Prenestino di Roma, viene attribuita ad un commando brigatista nonostante nell’ottobre 1975 non esistesse ancora nessuna colonna romana delle Brigate rosse. E quando questa nacque nel corso del 1976, dopo un laborioso lavorio di contatti e discussioni, le basi politiche della sua azione furono molto chiare e nette distinguendosi, come nel resto delle altre colonne, dalla pratica dell’antifascismo militante. Le Br erano veute a Roma per colpire il cuore dello Stato, non certo per alzare il tiro in un sterile guerra tra giovani di opposti colori politici. Al centro della loro azione c’era il sistema politico democristiano ed il 7 gennaio 1978 erano impegnate in ben altre faccende. Stavano mettendo a punto il rapimento del presidente della democrazia cristiana Aldo Moro, preso in via Fani 78 giorni dopo.

Pubblichiamo di seguito una documentata risposta alle inesatte affermazioni di Savasta.

Torture, “pentimenti” e falsità. Recensione del libro di Nicola Rao “Colpo al cuore”

di Sandro Padula

Il “professor de tormentis” e il “pentito” Antonio Savasta ricordano e rivendicano rispettivamente le torture e le delazioni per combattere le Brigate Rosse nell’Italia degli ultimi anni ’70 e dei primi anni ‘80. Questo, in sintesi, è il contenuto del saggio-inchiesta di Nicola Rao «Colpo al cuore: dai pentiti ai “metodi speciali”, come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata» (casa editrice Sperling&Kupfer, ottobre 2011), un libro utile per conoscere meglio il clima da Santa Inquisizione determinatosi in quel periodo storico della società italiana.

Il “professor de tormentis”, poliziotto “anonimo” esperto in torture con acqua e sale, a dire il vero non inventò proprio nulla.
La tortura chiamata “algerina”, meglio nota nel XXI secolo con il termine waterboarding perché praticata dagli Usa a Guantanamo, in Italia venne usata diverse volte dai carabinieri e dalla polizia.
Negli ultimi mesi del 2007, un ex brigadiere dell’Arma dei Carabinieri, Renato Olino, membro del nucleo “anti-terrorismo” di Napoli, che in provincia di Trapani partecipò alle prime indagini sulla “strage di Alcamo Marina” del 27 gennaio 1976, quando furono uccisi due carabinieri all’interno di una casermetta, ha raccontato di aver visto usare questo tipo di tortura per estorcere delle confessioni. Sia Giuseppe Vesco –  ragazzo dalle idee anarchiche e principale imputato poi “suicidatosi” in carcere il 26 ottobre 1976 –  che altri giovani accusati furono costretti ad ingoiare numerosi quantitativi di acqua e sale tramite degli imbuti inseriti in bocca.
Senza dubbio l’uso più sistematico della tortura a suon di acqua e sale, magari condita da scosse elettriche e sigarette spente sui corpi,  avvenne dopo il decreto legge del 21 marzo 1978 n. 59 che autorizzava gli interrogatori delle persone arrestate senza la presenza dell’avvocato e del magistrato.
Grazie a quella misura legislativa i governanti, i partiti di supporto alla maggioranza parlamentare denominata “solidarietà nazionale” e il Consiglio Superiore della Magistratura, agente come consigliere delle leggi speciali da introdurre, si assunsero la responsabilità politica di tutte le successive torture usate dalle forze dell’“ordine” contro le Br e le altre organizzazioni sovversive.

Neppure l’ex br Antonio Savasta, con le confessioni estorte durante l’”algerina”a cui fu sottoposto dopo il suo arresto del 28 gennaio 1982, inventò qualcosa di nuovo. Da quando mondo è mondo si sa che le persone torturate spesso dicono cose vere e cose false insieme.
Il fatto curioso è che oggi, spinto dalle sole domande di Nicola Rao, Savasta da un lato  racconti qualcosa di autentico e indiscutibile del proprio percorso politico degli anni ’70, ad esempio ricordando le lotte per la casa nella borgata romana di  San Basilio, e dall’altro senta il bisogno di sparare giudizi su fatti di cui non conosce letteralmente nulla e, fra una congettura e l’altra, di attribuire alle Br romane, e in particolare alla brigata di Torre Spaccata, una sorta di probabile responsabilità politica dell’azione sanguinaria avvenuta il 7 gennaio 1978 contro i neofascisti del Msi di via Acca Larentia.
Nicola Rao, giornalista esperto dei fenomeni di destra e di destra radicale, cercava forse di fare uno scoop e quindi non si è per niente preoccupato di verificare l’attendibilità sul piano storico di tale ipotesi prodotta dal “pentito” in questione.

Facciamo allora un salto all’indietro nel tempo per capire come stanno davvero le cose.
Il 7 dicembre del 1976 le Br romane rivendicarono gli attentati contro le autovetture di uomini politici come Vittorio Ferrari, consigliere democristiano alla quinta circoscrizione, e Umberto Gioia, segretario della Dc di Torre Spaccata.
(http://www.archivio900.it/it/documenti/doc.aspx?id=277).
Pensavano che attaccando il regime democristiano sarebbe stato possibile mettere in crisi il sistema politico, leggi liberticide comprese, ed aprire nuovi spazi politici ai movimenti di lotta del proletariato.
In maniera opposta ragionavano i neofascisti che nella Roma del 1977 ferirono Guido Bellachioma e uccisero Walter Rossi. E in maniera diversa operavano i militanti dei Nuclei Armati di Contropotere territoriale che il 7 gennaio 1978 realizzarono un assalto contro la sede del Movimento Sociale Italiano (MSI) a via Acca Larentia, nella zona romana dell’Appio-Tuscolano, che provocò la morte di Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta.
Dopo quest’ultima tragedia nella capitale si intensificarono le azioni armate dei neofascisti contro i giovani di sinistra ma in quel periodo, com’è riconosciuto da tutti gli storici degni di questo nome, le Br cercarono sempre di canalizzare il sovversivismo rosso nella lotta contro il regime democristiano.
Per tutte queste ragioni è priva di fondamento l’idea di Antonio Savasta, riportata nel saggio-inchiesta di Nicola Rao, secondo cui dietro l’agguato di Acca Larentia forse ci sarebbe stata la colonna romana delle Br e in particolare la brigata di Torre Spaccata.
Antonio Savasta entrò nelle Br nei primi mesi del 1977, quando la colonna romana delle Br e la brigata di Torre Spaccata già esistevano in termini logistici e operativi. Non sapeva nulla, se non qualcosa di vago e solo per sentito dire da altri sentito dire, a proposito della strutturazione della colonna romana avvenuta nel biennio 1975-1976 e in riferimento alla composizione assunta nel corso degli anni dalla brigata di Torre Spaccata.
Pensava di essere entrato nella colonna romana prima della nascita della brigata di Torre Spaccata ma questa convinzione è sbagliata. Riteneva inoltre che ci sarebbe stata equivalenza fra un gruppo di 7 presunti ex militanti di Viva il comunismo confluiti nelle Br, fra cui inserisce addirittura un ex militante di base del Partito Socialista Italiano, e la brigata di Torre Spaccata. Anche questa idea risulta però priva di fondamento.
La brigata di Torre Spaccata, oltre a non svolgere le proprie attività nell’area dell’Appio-Tuscolano,  non effettuò mai delle riunioni interne con i 7 presunti ex militanti di Viva il comunismo elencati da Savasta, anche perché una brigata poteva essere composta dai 3 ai 5 aderenti, nelle Br non si entrava in gruppo ma singolarmente e i brigatisti rossi abitanti nel quartiere non avevano mai fatto parte di Viva il comunismo.
Nel 1978 le brigate romane seguirono sempre la linea ufficiale e nazionale delle Br. Già dall’estate del 1977 avevano discusso i documenti preparatori della Risoluzione Strategica del febbraio 1978. Sapevano in termini politici che l’organizzazione stava preparando un fortissimo attacco alla Democrazia Cristiana. Condivisero quella linea politica e se ne assunsero la responsabilità.

Tutto questo significa che il saggio-inchiesta di Nicola Rao merita di essere letto sapendo ben distinguere, fra le sue righe, il vero dal falso!

2/Fine

Link
Torture contro le Brigate rosse: il metodo “de tormentis”
Torture contro le Brigate rosse: chi è De Tormentis? Chi diede il via libera alle torture?
Parla il capo dei cinque dell’ave maria: “Torture contro i Br per il bene dell’Italia”
Quella squadra speciale contro i brigatisti: waterboarding all’italiana
Torture contro i militanti della lotta armata
Il penalista Lovatini: “Anche le donne delle Br sottoposte ad abusi e violenze”
Le rivelazioni dell’ex capo dei Nocs, Salvatore Genova: “squadre di torturatori contro i terroristi rossi”
Salvatore Genova, che liberò Dozier, racconta le torture ai brigatisti

Torture contro le Brigate rosse: chi si nasconde dietro l’eteronimo “De Tormentis”? Chi diede il via libera alle torture?

Torno ancora una volta a parlare del libro di Nicola Rao, Colpo al cuore. Dai pentiti ai “metodi speciali“: come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata, Sperling & Kupfer, sul quale non mancheranno altri post in futuro

De Tormentis è in questa foto

Prima parte

L’outing del capo della squadra speciale del ministero dell’Interno addestrata all’uso del waterboarding per interrogare gli arrestati accusati di appartenere alle Brigate rosse è uno dei pochi fatti nuovi venuti fuori dalla mole di pubblicazioni sulla lotta armata, il sequestro Moro e la storia delle Br, apparse negli ultimi mesi e in gran parte caratterizzate dai soliti approcci dietrologici.
Il funzionario dell’Ucigos, che appare sotto l’eteronimo di “professor De Tormentis”, accompagnato anche dal racconto del commissario della Digos Salvatore Genova, inquisito per aver partecipato alla tortura di Cesare Di Lenardo ma “salvato” dall’immunità parlamentare ottenuta grazie all’elezione come deputato nelle file del partito socialdemocratico, che in quegli anni vantava come segretario Pietro Longo, affiliato alla loggia P2, riconosce che una struttura ad hoc era stata creata nel 1978, quando venne impiegata durante il sequestro Moro contro il tipografo delle Br, Enzo Triaca.
Struttura che – afferma “De Tormentis” –  venne messa in sonno dopo la denuncia di Triaca nella quale si raccontava in modo dettagliato il “trattamento” subito. Denuncia che costò a Triaca una ulteriore condanna per calunnia, anche se quei fatti – oggi sappiamo grazie alla circostanziata conferma di “De Tormentis” – erano veri.
La struttura speciale, spiega ancora il maestro della tortura che simula l’annegamento con acqua e sale, fu riattivata durante il sequestro, da parte delle Br-pcc del generale americano James Lee Dozier. Una riunione del comitato interministeriale per la sicurezza presieduto dall’allora capo del governo, il repubblicano e ultra-atlantista Giovanni Spadolini, diede il via libera all’uso della tortura per estorcere informazioni durante gli interrogatori. La struttura operò per due anni fino alla fine del 1982 non solo contro le Brigate rosse ma almeno in un caso anche contro un arrestato di destra.

La confessione di “De Tormentis” e il riscontro incrociato con le parole di Genova non chiariscono però tutto. Restano da sapere ancora molte altre cose: quale fu l’esatta filiera di comando? Nel libro viene tirato in ballo Umberto Improta, allora dirigente Ucigos, poi promosso questore e successivamente prefetto. Di lui già si sapeva. Ma chi c’era ancora più su?
Sarebbe interessante sapere come l’ordine sia passato dal livello politico a quello sottostante, in che termini sia stato impartito. Con quali garanzie lo si è visto: impunità flagrante. Venne pizzicata solo una squadretta dei Nocs capeggiata da Genova, che nel libro di Rao si racconta come il buono, uno che assisteva soltanto alle torture, quasi schifato dai metodi di “De Tormentis”. Quei Nocs, condannati in primo grado per violenza privata (in Italia il reato di tortura non esiste) ma prosciolti in seguito, racconta un compiaciuto “De Tormentis”: «vollero strafare, tentarono di imitare i miei metodi senza essere sufficientemente addestrati e così si fecero beccare».

Queste rivelazioni portano un colpo decisivo alle tesi apologetiche propagandate da magistrati come Giancarlo Caselli e Armando Spataro (cf. Il libro degli anni di piombo, Aa.Vv. curato da Marc Lazar, Rizzoli, oppure Ne valeva la pena, Laterza) o da ex giudici come Sergio Turone in, Il caso Battisti, Garzanti), secondo i quali la lotta armata per il comunismo sarebbe stata affrontata dallo Stato italiano con le sole armi dello stato diritto e l’applicazione alla lettera della costituzione, eccetera.

Allo stato d’emergenza, alle leggi speciali e alla giustizia d’eccezione si accompagnò invece anche il più classico degli strumenti tipici di uno stato di polizia: la tortura impiegata in modo sistematico nel corso del biennio cruciale 1981-82 contro i militanti catturati, per giunta ricorrendo alla lezione dell’indiscusso maestro della tortura nel dopoguerra, quel Paul Aussaresses il cui manuale sperimentato in Algeria servì da libro di testo nella scuola delle Americhe che formò tutti gli ufficiali torturatori delle dittature sudamericane.

1/continua

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Torture contro le Brigate rosse: il metodo “de tormentis”
Acca Larentia: le Br non c’entrano. Il pentito Savasta parla senza sapere
Parla il capo dei cinque dell’ave maria: “Torture contro i Br per il bene dell’Italia”
Quella squadra speciale contro i brigatisti: waterboarding all’italiana
Torture contro i militanti della lotta armata
Il penalista Lovatini: “Anche le donne delle Br sottoposte ad abusi e violenze”
Le rivelazioni dell’ex capo dei Nocs, Salvatore Genova: “squadre di torturatori contro i terroristi rossi”
Salvatore Genova, che liberò Dozier, racconta le torture ai brigatisti

Quella squadra speciale contro i brigatisti: waterboarding all’italiana

Recensioni – «Colpo al cuore» di Nicola Rao, Sperling e Kupfer
Li chiamavano i «Quattro dell’Ave Maria». Le rivelazioni di un ex poliziotto

Aldo Cazzullo
Corriere della Sera
10 ottobre 2011


Nell’Italia di trent’anni fa, al culmine del terrorismo e nello stesso tempo all’inizio della sua fine, una squadra di torturatori si muoveva tra le carceri. Non gli agenti del Nocs finiti sotto processo per il caso Di Lenardo; una squadra di professionisti specializzati nell’ estorcere indicazioni e confessioni. Furono loro a catturare Antonio Savasta. A trovare il nascondiglio di Dozier. A smantellare la colonna napoletana. E ad assestare alle Br quel “colpo al cuore” che nel giro di pochi mesi ne decretò la fine. Si intitola appunto «Colpo al cuore: dai pentiti ai “metodi speciali”, come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata» il saggio-inchiesta di Nicola Rao, che domani Sperling&Kupfer manda in libreria. Un focus sugli ultimi 500 giorni delle Brigate Rosse: dal maggio 1981 all’ottobre 1982. Per la prima volta parla Savasta. Parla il commissario Genova, che lo catturò. E parla il misterioso funzionario dell’Ucigos (l’Ufficio centrale per le investigazioni generali e per le operazioni speciali della polizia di Stato operativo durante gli anni di piombo, ndr) – indicato dai colleghi con il significativo eteronimo di «professor De Tormentis» – che contribuì in maniera determinante a distruggere le Br, praticando una sorta di waterboarding, la tortura del soffocamento con l’ acqua. Una storia che il gergo dell’epoca ha battezzato con nomi da B-movie – la squadra veniva indicata come «i quattro dell’Ave Maria» -, ma che ci riporta in un’epoca drammatica del nostro recente passato, che l’autore indaga con il metodo del suo long-seller dedicato invece all’ estrema destra, «La fiamma e la celtica». Costituita all’indomani della morte di Moro, la squadra in seno all’Ucigos era composta da ex sottufficiali della Mobile di Napoli, che avevano conosciuto il «professor De Tormentis» quando era alla testa di quell’ufficio tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta. Il gruppo d’azione, messo per qualche anno in sonno, viene richiamato in attività quando si fa più violento l’attacco delle Br, con il rapimento del generale Dozier e le pressioni di Washington sull’Italia. Grazie ai «metodi speciali» di quella squadra, nel giro di poche settimane vengono smantellate le due anime delle Br: arrestato Senzani, capo del «Partito guerriglia»; individuato e liberato Dozier, prigioniero del «Partito comunista combattente». Savasta decide di parlare e di distruggere, con le sue rivelazioni, il Pcc, facendo arrestare decine di «rivali». I «metodi speciali» del professore vengono poi introdotti anche a Napoli, nella primavera-estate dell’82, per catturare i superstiti dell’ultima colonna Br ancora in attività. Sempre con questi «trattamenti» la polizia arriva al covo romano dove si trova il terrorista dei Nar Giorgio Vale, che muore nella sparatoria con gli agenti. Il commissario Genova (insieme con altri funzionari) spiega di aver assistito di persona, durante le indagini sul sequestro Dozier, a due «trattamenti» a Verona – il secondo consente di strappare l’ indicazione del covo dov’è rinchiuso il generale americano – e a un altro «trattamento» a Napoli. Il «professor De Tormentis» conferma. E racconta di essersi occupato anche di Enrico Triaca, il tipografo delle Br arrestato subito dopo la morte di Moro, e di due brigatisti che gli indicarono dove era nascosto Senzani. Poi c’è la testimonianza di Savasta. Pagine a volte terribili. Il pentito racconta come uccise il colonnello Varisco. E come partecipò ad altre azioni: il rapimento e l’assassinio dell’ingegner Taliercio; le trasferte sarde per liberare il nucleo storico delle Br detenuto all’Asinara e a Bad’e Carros, con la complicità di banditi-pastori, le traversate notturne nella Barbagia, le sparatorie con i carabinieri e con la polizia. Con rivelazioni inedite sul rapimento Dozier, a cominciare dalla reazione del generale al momento della cattura, quando a pugni e testate stava mettendo fuori combattimento entrambi i brigatisti entrati in casa, e si fermò solo quanto vide Savasta puntare la pistola alla testa della moglie. Neppure il blitz dei Nocs andò nella realtà come fu raccontato: i brigatisti si accorgono dell’ arrivo degli agenti; uno di loro, come prevede il protocollo Br, punta la pistola alla tempia dell’ostaggio; poi ha un attimo di esitazione, non ha il coraggio di andare sino in fondo, e gli uomini dei reparti speciali riescono a liberare il generale; ma l’ operazione passata alla storia come un esempio di azione fulminea stava per trasformarsi in disfatta. Savasta racconta anche delle origini del terrorismo. E indica in un gruppo «proto brigatista» di ex di Potere Operaio i responsabili dell’uccisione del giovanissimo missino Mario Zicchieri al Prenestino. In precedenza Savasta aveva già accusato Morucci, Maccari e Seghetti, che erano stati prosciolti. Ma ora fornisce nuovi particolari. Ad esempio racconta che, la sera dell’omicidio Zicchieri, Seghetti ordinò a lui e a un altro compagno di stare a casa e sintonizzarsi sulle frequenze radio della polizia, per verificare gli spostamenti e le comunicazioni delle forze dell’ordine. E aggiunge, senza farne il nome, che uno dei componenti del gruppo di fuoco era un compagno poi morto in un incidente stradale. Dalla discussione interna alla colonna romana sul pericolo rappresentato dai fascisti della sezione Acca Larenzia, del Tuscolano e di Cinecittà nasce l’assalto alla sezione missina finito in tragedia. Savasta racconta delle armi distribuite dalle Br agli Autonomi durante i cortei del ’77 romano. E dell’ inchiesta che condusse su Aldo Moro, che inizialmente doveva essere ucciso all’ interno dell’università, come poi sarebbe accaduto a Bachelet. Ed ancora: la vita quotidiana all’ interno dell’ organizzazione, le paure dei brigatisti, il terrore delle donne di essere torturate e violentate, le liti, i tradimenti, gli amori, le antipatie. E il suo rapporto conflittuale con il padre: un agente di polizia.

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Parla il capo dei cinque dell’ave maria: “Torture contro i Br per il bene dell’Italia”
Torture contro i militanti della lotta armata
Il penalista Lovatini: “Anche le donne delle Br sottoposte ad abusi e violenze”
Le rivelazioni dell’ex capo dei Nocs, Salvatore Genova: “squadre di torturatori contro i terroristi rossi”
Salvatore Genova, che liberò Dozier, racconta le torture ai brigatisti