Berlinguer non ti voglio bene

Sembra che al terzo piano di viale del Policlinico 131 abbia fatto molto discutere un mio articolo (Caso Penati: l’ipocrisia del Pd ha radici lontane) sull’inchiesta per corruzione, finanziamento illegale e altri reati, che ha coinvolto Filippo Penati, capo della segreteria politica di Luigi Bersani, già sindaco di Sesto san Giovanni, presidente della provincia di Milano, vicepresidente del consiglio regionale della Lombardia, uscito su Liberazione del 28 agosto 2011.
Nei giorni successivi sono arrivate le repliche di Imma Barbarossa, 31 agosto, e Guido Liguori, 4 agosto.

Se Barbarossa ha definito «qualunquista» la mia ricostruzione delle modalità “parallele” di finanziamento a cui era ricorso il Pci, poi Pds-Ds, già prima che terminasse il sostegno economico di Mosca (a quanto pare sono cadute nell’oblio le testimonianze dei dirigenti di primo piano che hanno gestito quella fase e raccontato per filo e per segno come funzionava il sistema di finanziamenti occulti del Pci poi Pds);
per Liguori (autore nel 2009 di un esercizio di storia controfattuale sulla fine del Pci, La morte del Pci, Manifestolibri, interamente votato alla venerazione di Enrico Berlinguer, dipinto come una figura abbandonata ad una tragica solitudine da un ceto empio e traditore di dirigenti che l’attorniavano), la mia sarebbe una «narrazione» distante dai fatti storici e di chiaro segno «berlusconiano».

In attesa di una mia risposta, potete leggere una interessante replica all’intervento di Liguori da parte di Gianluca Schiavon. Per chi non avesse orrore di questa discussione e volesse approfondire (siamo in piena epoca di revival e dal 15 al 17 settembre si terrà alle terme di Caracalla una festa con dibattiti, musica, spettacoli, interamente dedicata al ricordo di Luciano Lama ed Enrico Berlinguer…): tutti gli interventi con relativi commenti sono riportati in basso al post su Penati e su Liberazione.it

Caso Penati, l’ipocrisia del Pd ha radici lontane
La questione morale e la diversità comunista di Imma Barbarossa

Comunisti italiani diversi fino alla morte di Enrico Berlinguer di Guido Liguori
No, la segreteria di Berlinguer fu all’insegna del compromesso non del conflitto di Gianluca Schiavon

No, la segreteria di Berlinguer si svolse all’insegna del compromesso non del conflitto

Gianluca Schiavon
Liberazione.it 8 settembre 2011

Riflettere sulla linea del Pci negli anni 70 non può prescindere dall’evoluzione della sua organizzazione e del suo finanziamento. Sono quindi stato stupito dalla polemica tanto ruvida che un ricercatore confermato, illustre studioso di Gramsci, ha fatto dalle colonne del nostro giornale domenica 4 settembre 2001.
Guido Liguori nell’articolo comparso ha sostenuto la tesi di fondo che la questione morale fosse un problema marginale nel Pci di Berlinguer grazie al suo carisma e, persino, al suo “cesarismo”. Fino alla morte del Segretario «la barra venne tenuta coraggiosamente a sinistra – scrive Liguori – e notevoli furono i frutti raccolti, sul piano del consenso, nella società e anche a livello elettorale». Una tesi certamente suggestiva ma poco aderente ai fatti, che a differenza delle ‘narrazioni’, nutrono la storia. Cominciamo col dire che la segreteria Berlinguer fu quella in cui il Pci espanse al massimo la sua vocazione di governo, non solo in Comuni e Province, ma anche, per la prima volta, in organi legislativi – quali sono le Regioni – in tutto il territorio nazionale. Il Pci per la prima volta espresse nell’ultimo lustro degli anni 70 la maggioranza dei componenti delle giunte delle principali aree metropolitane, delle quattro Regioni del centro Italia, del Lazio, della Liguria, del Piemonte. In quegli stessi anni il Partito riorganizzò la sua presenza largamente maggioritaria nel sistema delle cooperative di consumo, edilizie e agricole, al contempo consolidò una grande compagnia assicurativa e un sistema bancario locale come forze collaterali a sé. La fine dell’esperienza della solidarietà nazionale per nulla condivisibile, ma non ingiustificata, non modificò la linea politica su questo tema. L’idea espressa dal gruppo dirigente quasi nella sua interezza era che il Partito dovesse dirigere i processi economici e sociali sintetizzandone le spinte. In un’intervista televisiva a Giovanni Minoli, Berlinguer il 27 aprile 1983 dichiarava non casualmente «mi dispiace che il nostro potere [del Pci] sia ancora insufficiente sa realizzare i nostri obbiettivi». Non si può dire quindi che il Segretario del Pci subisse passivamente le posizioni più realiste o compromissorie di altri dirigenti a lui vicini. Né si può dire che grazie a Berlinguer il Pci «non si faceva “omologare” nel sistema politico allora vigente, quello del Caf». La prima ragione è che il Caf non esisteva perché la Dc – a parte la brevissima stagione della segreteria di Flaminio Piccoli – era diretta dalla sinistra interna (da Zaccagnini a De Mita, da Prodi a Galloni) e perché il Psi lanciava in quel periodo la sfida alla Dc sul sistema di potere apparendo come una forza di sinistra di governo antidemocristiana e acomunista. La seconda ragione è che fino al referendum sul punto unico di contingenza Berlinguer e il Pci aprirono alle ragioni di alcune vertenze operaie (la FIAT nel 1980) e di alcuni movimenti, ma si guardarono bene dal rompere i rapporti col Psi o le giunte locali con la Dc. In una temperie dei primi anni 80 in cui la ristrutturazione economica stava modificando il sistema industriale e finanziario e in cui le grandi lotte segnavano il passo, un Partito che aveva scelto di ricollocarsi e di rimodulare la sua organizzazione sul governo – lato sensu – molto più che sul conflitto scelse di rafforzare le relazioni, e i compromessi, con alcune strutture economiche. E nella citata intervista del 28 luglio 1981 a Repubblica Berlinguer polemizzò sulla questione morale implicitamente anche con il Partito da lui diretto per alcuni di questi compromessi. Non facendo il poliziotto o il magistrato non so dire se queste relazioni e mediazioni produssero un sistema di illegalità, certamente gli episodi corruttivi sono stati più sporadici degli altri Partiti. Gli episodi ci sono tuttavia stati e per questo l’opinione maggioritaria delle compagne e dei compagni che fondarono il Partito della rifondazione comunista nel 1991 partì dalla consapevolezza di questi episodi negativi per costruire un’intrapresa politica nuova, impresa, almeno sulla questione morale, riuscita.

Caso Penati: l’ipocrisia del Pd ha radici lontane

Tangenti area ex Falk, il Pd convoca la commissione di garanzia.  «Il caso Penati non è isolato», lo afferma il senatore del Pd Felice Casson. «Esiste un problema di corruzione diffusa che riguarda sia la pubblica amministrazione, sia il Pd». Dopo le pressioni Penati annuncia su una lettera pubblicata dall’Unità che rinuncierà alla prescrizione in caso di processo. Intanto l’inchiesta si allarga nel tentativo di portare alla luce l’esistenza di un vero e proprio sistema di raccolta di finanziamenti occulti, sotto forma di tangenti e appalti forniti alle coop, per finanziare il Pd. Come una crudele legge del contrappasso ritorna a galla il nodo irrisolto del finanziamento della politica ipocritamente occultato dagli esponenti dell’ex Pci, oggi Pd, dietro la scelta di cavalcare le campagne populiste agitate dai settori politici giustizialisti

Paolo Persichetti
Liberazione 28 agosto 2011

L’area ex falk

Ci fu un tempo in cui si parlava di «diversità comunista». L’espressione venne coniata da Enrico Berlinguer agli inizi degli anni 80. La diversità cui faceva cenno il leader che si «era iscritto da giovane alla segreteria del partito», come sottolineò una volta Giancarlo Pajetta con il suo consueto sarcasmo, non alludeva certo ad una qualche natura rivoluzionaria o antisistema. La formula trovava origine dalla necessità di prendere le distanze dall’impressionante voracità che il rampante ceto politico craxiano stava mettendo in mostra nei primi anni del Pentapartito. Nei suoi interventi Berlinguer denunciava la presenza di una «questione morale», con esplicito riferimento alla situazione di degrado raggiunta da un sistema politico dominato da corruzione e affarismo. In verità più che morale la questione era sistemica ed investiva la natura strutturale di quella che in quegli anni cominciava ad essere definita la “Prima repubblica”, il sistema dei partiti da altri più polemicamente definito “partitocrazia”.

Un Pci in forte crisi politica e teorica dopo il crepuscolo del compromesso storico aveva fatto dell’etica una barricata ideologica residuale che disegnava l’alterità morale assoluta dell’uomo di sinistra rispetto al resto della società. Il capitalismo, la corruzione, i disfunzionamenti delle amministrazioni potevano trovare soluzione grazie alla tempra morale di quell’uomo nuovo che era “l’amministratore comunista”, finché lo scandalo delle tangenti della metropolitana milanese, arrivato meno di un decennio più tardi, non riportò tutti alla brusca realtà. La diversità non esisteva. Venuti meno i finanziamenti sovietici il Pci aveva cominciato a raccogliere tangenti e finanziamenti occulti come gli altri partiti per sostenere la propria macchina politica.

Prim’ancora che una macchia morale era il segno della definitiva perdita della propria autonomia sociale. Poi venne il “compagno G”, quel Primo Greganti militante d’acciaio incaricato dal vertice del partito di raccogliere denaro sporco, come quello della Ferruzzi, definito «la madre di tutte le tangenti», per rimpinguare le casse dell’organizzazione. Greganti tenne botta e i dirigenti del Pci si salvarono. D’altronde la magistratura non aveva interesse ad approfondire oltre per non alienarsi una sponda politica che l’aveva sempre sostenuta. L’azione repressiva si concentrò su Craxi e la Dc spianando la strada a Berlusconi e il mito della diversità, seppure un po’ scalfito, riuscì a tramandarsi anche negli anni della Seconda repubblica, fino a traghettare con l’alternarsi delle sigle e delle fusioni nel Pd. Poteva finire qui, ma la ruota della storia ha ripreso a girare velocemente giocando brutti scherzi. Così la diversità post-comunista e post-sinistra democristiana inveratasi nel partito democratico è rovinosamente crollata ancora una volta tra le nebbie lombarde, in una roccaforte storica come Sesto san Giovanni.

Filippo Penati, dimessosi di corsa da capo della segreteria politica di Luigi Bersani, vicepresidente del consiglio regionale lombardo, emblema di quel ceto di amministratori incorruttibili, capace di strappare la provincia di Milano alla Lega, è finito nel tritacarne insieme al suo braccio destro Giordano Vimercati. Accusato di aver messo in piedi un sistema di raccolta di tangenti in cambio di appalti concessi per la riqualificazione dei terreni industriali della ex Falck, si è autosospeso dal partito. Il Gip ha rifiutato l’arresto dei due ritenendo prescritti i fatti-reato, derubricati come corruzione. La procura in netto disaccordo ha fatto ricorso. Per i pm di Monza si tratta di concussione, capo d’imputazione con tempi di prescrizione più lunghi. Intanto le indagini puntano ad accertare altri episodi più recenti.

Cosa farà ora il Pd? Si accontenterà di una convocazione davanti alla commissione di garanzia, come se la vicenda fosse solo di natura disciplinare e non politica? Al di là degli esiti giudiziari sul piano politico la vicenda grida di smetterla con l’ipocrisia populista e la demagogia delle macchine del fango.

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Genova G8: Violenze, torture e omertà. La cultura opaca delle forze di polizia

Il formaggio e i vermi di Sebastiano Vassalli, la resistenza operaia di ieri, l’insubordinazione metropolitana dei black bloc di oggi e il corporativismo mafioso dei corpi di polizia

Paolo Persichetti
Liberazione 9 luglio 2011

Quella che il grande storico del movimento operaio Edward Palmer Thompson definì in un’opera celebre, «l’opacità operaia» (in La formazione della classe operaia inglese), è stata per decenni oggetto di approfonditi studi sociologici. L’attenzione degli studiosi era rivolta alla comprensione dei meccanismi che portano i ceti subalterni a frapporre una sorta di schermo protettivo, al coperto del quale riescono a dare vita e riprodurre una cultura resistente, oppositiva, solidale e autonoma, il più delle volte ritenuta illegittima e pericolosa dai ceti dominanti che esercitano il monopolio della legalità. L’opacità è dunque la condizione essenziale per tutelare la propria libertà e sottrarsi ai valori legittimi espressi e imposti dai ceti dominanti. Da questo genere di ricerche hanno preso avvio i Subaltern Studies, che si occupano appunto delle culture oppresse, cancellate, perseguitate. In Italia, nel corso degli anni 70, l’opacità operaia non fu oggetto di studi ma entrò nel mirino delle inchieste giudiziarie condotte dalla magistratura contro la lotta armata sorta nelle fabbriche. Soprattutto divenne un “problema politico” per le forze sindacali e il partito comunista che concentrarono contro di essa ogni tipo di sforzo. Sgretolare l’opacità operaia, fidelizzando la classe lavoratrice alla cultura della legalità istituzionale, fu l’obiettivo portato avanti non solo con mezzi ideologici ma anche ricorrendo alla delazione organizzata, all’infiltrazione condotta in accordo con le forze speciali dell’antiterrorismo guidate dal generale Alberto Dalla Chiesa. La città di Genova, e le sue fabbriche, furono uno dei luoghi dove più aspro divenne questo confronto. Genova, sempre Genova. Una città che con la sua storia ha segnato tante svolte, come quella del luglio 60. Ebbene, sempre a Genova nel 2001, durante le sanguinose giornate del G8, abbiamo visto emergere in modo deflagrante un’altra forma di opacità: quella poliziesca, risvolto cinico e feroce del sovversivismo delle classi dominanti. «Cosa accade nella testa di un uomo perché diventi un poliziotto?». La lungimirante domanda non sarebbe più d’attualità secondo Sebastiano Vassalli, che sul Corriere della sera di pochi giorni fa ricordava come questa frase apparisse su un manifesto del 68 parigino. Se il compito dei giovani è diventare vecchi, come diceva Benedetto Croce, il sessantenne Vassalli c’è riuscito benissimo e dalla sua canuta agiatezza spiega alle malcapitate generazioni precarie di oggi che la polizia non può essere più percepita come il baluardo di ciò che il poeta Pablo Neruda chiamava «il formaggio del capitalismo», con i suoi «pallidi vermi». Oggi il problema sarebbe dato da un altro formaggio, «quello della democrazia» che rende possibile un nuovo genere di vermi, «i black bloc», a suo dire protagonisti dei «fatti tragici e demenziali della Valsusa». Abituato alla cucina della sua casa Vassalli non s’accorge che il formaggio della democrazia è stato divorato da tempo e quello del capitalismo è pieno di buchi provocati dai roditori della finanza internazionale. Contrariamente a quel che sostiene Vassalli quella domanda ha oggi ancora più senso, anche se pure i vermi hanno fame, a partire da quella opacità poliziesca che ci è stata raccontata dalla difficile inchiesta sulle violenze e torture genovesi del G8. Una lunga catena di falsità che dai più alti vertici delle forze dell’ordine scendeva fino agli ultimi gradi della scala gerarchica: dalle ragioni inventate (la presenza dei black bloc) per giustificare l’irruzione e il brutale pestaggio nella scuola Diaz, alla fabbricazione di false testimonianze che hanno visto protagonisti l’allora capo della polizia Giovanni De Gennaro, il capo della Digos genovese Spartaco Mortola e il questore Francesco Colucci; al tentativo di introdurre, sempre nella palestra dove era appena avvenuto il massacro, due bottiglie molotov trovate altrove, ai falsi verbali che attribuivano ai fermati comportamenti violenti o addirittura cambiavano il luogo del fermo in modo da coinvolgerli in situazioni compromettenti; al falso accoltellamento denunciato da un poliziotto, Massimo Nucera, che invece lacerò appositamente il proprio giubbotto per accreditare l’aggressione subita e dunque far passare il pestaggio come una legittima difesa contro dei violenti animati da tentazioni omicide. Atteggiamento menzognero reiterato da Nucera recentemente. Una sentenza del tribunale di Teramo, infatti, l’ha condannato nel maggio 2010 ad un anno e 4 mesi di reclusione per aver fornito falsa testimonianza nel tentativo di scagionare due suoi colleghi che avevano pestato (31 giorni di prognosi) un tifoso durante l’incontro di basket Teramo-Rosetana.
L’opacità poliziesca oggi è un problema anche per la procura genovese che ha chiesto la collocazione ad altro servizio dell’ispettore Antonio Del Giacco, condannato ad otto mesi, insieme ad altri poliziotti, per per aver fabbricato prove false contro alcuni no-global, prima aggrediti e poi arrestati, la mattina del 20 luglio 2001.

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L’inchiesta di Cosenza contro Sud Ribelle

Brigate rosse, una storia che viene da lontano. Il libro di Salvatore Ricciardi

Recensioni – Inquieto ralenti di un assalto al cielo: Maelstrom, Scene di lotta di classe in Italia dal 1960 al 1980, di Salvatore Ricciardi, DeriveApprodi 2011

Marco Clementi
il manifesto 3 luglio 2011

Maelstrom di Salvatore Ricciardi, è un salto nella storia sociale e politica del nostro paese vista con gli occhi di chi, per un quindicennio, ha tentato di mutarne gli assetti istituzionali ed economici. Il sottotitolo è esplicativo: si tratta di «scene di rivolta e autorganizzazione di classe in Italia dal 1960 al 1980» (DeriveApprodi, pp. 369, euro 22). Ricciardi è stato un militante delle Brigate rosse, ma il suo non è l’ennesimo libro di ricordi sull’organizzazione armata, «versione del militante» che racconta in soggettiva il proprio cammino. L’autore prova a ricostruire, intrecciando ricerca storica e sociologica, il percorso di almeno due generazioni, trovando negli anni Sessanta i prodromi di quello che poi sarebbe accaduto nel decennio successivo, cosa fino ad ora troppo spesso evitata da quanti si sono occupati dei cosiddetti «anni di piombo». In molte ricerche la complessità dei rapporti sociali e di classe è stata infatti sacrificata in nome di ricostruzioni che passavano da un fatto di sangue all’altro limitandosi all’analisi della spinta personale e usando una categoria, quella di violenza politica, che nulla ha di storico e poco di sociologico. Maelstrom invece corre su un doppio binario, quello dell’esperienza carceraria, che si lega al rapimento del giudice d’Urso operato dalle Br nel 1980 e alla conseguente rivolta nello «speciale» di Trani, e quello delle lotte sociali che toccarono l’Italia a partire dalla crisi del cosiddetto boom economico. Crisi alla quale la classe dirigente non seppe reagire e che innescò una serie di fenomeni inediti che mutarono il volto del paese, dal sindacalismo di base alle rivolte studentesche, fino al periodo delle stragi, segnate dal tragico dicembre 1969. Fu la perdita dell’innocenza, si chiede Ricciardi? La risposta è diretta: «nel paese e in Europa non c’era traccia d’innocenza. Dopo il massacro della guerra ci presentarono l’altra scena, quella della ricostruzione. L’arrivismo egoistico, l’accaparramento senza timore, il profitto sui morti, la borsa nera, l’affamamento e il supersfruttamento, l’arricchimento sulla pelle altrui (…). Era questo ciò che le generazioni precedenti ci avevano lasciato in dote. Dove stava l’innocenza?». Non è l’unico caso nel quale l’autore rovescia il significato di termini entrati oggi nell’immaginario collettivo con un preciso senso. Per esempio, la «memoria» per un carcerato è qualcosa da evitare: «stop ai pensieri sul passato, e se hai una pena lunga o l’ergastolo, anche quelli sul futuro». Lo «scontro di civiltà», espressione divenuta famosa grazie al libro di Samuel Huntigton, viene visto da Ricciardi come la contrapposizione tra chi era sfruttato e chi sfruttava. Anche l’espressione «morti bianche», usata per i caduti sul lavoro, viene rovesciata. Il ricordo di un giovanissimo collega caduto da un’impalcatura, il colpo secco che gli spezza la schiena e il sangue sparso sulla terra (che una volta uscito non rientra più), danno un senso di rabbia al sentire questa locuzione: si tratta dell’ipocrisia di chi vuole addolcire l’accaduto, mentre la verità è che sono persone uccise, «assassinate». Anche il concetto degli opposti estremismi viene criticato. Altro che «rossi» e «neri»: in quegli anni, per l’autore, era in gioco la rivoluzione proletaria, abbattere il capitalismo e costruire una società diversa, senza le galere, la scuola selettiva, le morti sul lavoro, le gerarchie e le guerre. I «neri», i fascisti, entrarono in quella dinamica «con lo stesso ruolo che hanno i guardioni agli ingressi delle discoteche: aggredire chiunque non si conforma alle regole e all’ordine esistente, alle gerarchie e alla proprietà». Da Piazza Statuto ai morti di Reggio Emilia, dalla strage di piazza Fontana alla bomba alla stazione di Bologna, il libro ripercorre gli strappi che l’Italia ha patito con il distacco dello studioso, senza cercare giustificazioni per le scelte dell’autore, il suo impegno nella guerriglia, la parabola prima ascendente e poi impietosamente discendente dell’organizzazione alla quale è appartenuto.
Ricciardi non racconta però la storia delle Br, ma la inserisce all’interno di quella italiana, evitando di cadere nel tranello teso da anni ai lettori italiani dalla dietrologia, che vede in quella organizzazione armata il braccio esecutivo di un grande complotto finalizzato a fermare l’ingresso del Pci al governo. Eppure il Partito comunista italiano in quel governo c’era stato, dal 1944 al 1947; aveva contribuito a ricostruire il paese, governato importanti città e regioni, sostenuto, infine, esecutivi democristiani nella metà egli anni Settanta in cambio della presidenza di commissioni parlamentari. E non perché ci fossero le Brigate rosse ma perché, come disse in più di un’occasione Aldo Moro, dalle urne nel 1976 erano usciti due vincitori, la Dc e il Pci. Non si trattava del compromesso storico berligueriano, visto da Ricciardi come il «punto di arrivo di una strategia elaborata dal Pci fin dal dopoguerra», ma di una visione pragmatica della realtà politica. La Dc non poteva governare da sola e solo il sostegno dei comunisti, mantenuti comunque fuori dal governo, avrebbe garantito quella stabilità necessaria a politiche di sacrifici in un paese con una inflazione a due cifre. Il brigatismo cercò di inserirsi in questa dialettica con il rapimento di Aldo Moro, ma non raggiunse lo scopo di una trattativa con i partiti della maggioranza, che si ritrovarono uniti nel rendere inoffensive le parole che il leader democristiano stava scrivendo dal cosiddetto «carcere del popolo». Fu una grande sconfitta politica per le Br e l’uccisione dell’ostaggio riuscì, forse, a dilazionarne lo sfaldamento per un paio di anni. Per Ricciardi, il 1967 è l’anno mirabilis. Perché venne ucciso il Che, perché Israele vinse la guerra dei sei giorni, perché in Grecia un manipolo di colonnelli sovvertì la democrazia, instaurando un regime terroristico, sebbene non fascista e il 2 Giugno a Berlino Ovest la polizia uccise lo studente Benno Ohnesorg durante le proteste per la visita del golpista persiano Reza Pahlavi. Il Pci non riesce a dare risposte esaustive a tutto ciò e slogan prima portati come vessilli diventano logori. Quando il giovane Ricciardi scoprì l’inganno del falso mito della Resistenza tradita, la sua delusione fu enorme. Lesse più volte con altri compagni che il Pci, durante la lotta di liberazione non voleva condurre a termine una rivoluzione sociale ma collaborare con le altre forze antifasciste per nascita di una nuova Italia. Era tutto vero: nessuno aveva mai avuto intenzione di trasformare quella lotta in qualcosa di diverso, di fare come Tito in Jugoslavia, e il mito nato con lo scoppio della guerra fredda era dovuto esclusivamente alla scelta di mantenere un rapporto privilegiato con l’Unione Sovietica: una bella storia da raccontare ai giovani, nulla di più. Le risposte, dunque, giunsero da fuori: in Viet-Nam gli Stati Uniti stavano incontrando una resistenza inattesa, mentre in Cina, Mao Tze Dong lanciò la rivoluzione culturale. Tutto ciò si tradusse in Italia nella ricerca dell’indipendenza dal sistema del capitale e nella lontananza proprio dalla politica del Partito comunista. Tutto si mise in movimento e nacquero, da lì a pochi anni, molte organizzazioni, alcune armate, altre no. Ricciardi annota solo che tra la crescita quasi esponenziale delle Br e la la loro repentina caduta passarono pochi anni, ma sembrano decenni. Lo Stato reagì con una legislazione speciale e, in alcuni casi circoscritti e giudicati dalla magistratura, con la tortura. Poi vennero le prime delazioni, il fenomeno del pentitismo e quello della dissociazione, una «diarrea di dissociazioni» le definisce Ricciardi. Furono le dissociazioni a dare il colpo di grazia all’organizzazione, portando via con i protagonisti anche le singole storie, che pezzo dopo pezzo hanno demolito la verità storica e la memoria di quella esperienza. Anche per dire no a tutto questo Salvatore Ricciardi ha sentito la necessità di comporre la propria biografia, ma collocandola con accuratezza dentro il risultato di una ricerca sul proprio passato e su quello del suo paese.

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Tortura, quell’orrore quotidiano che l’Italia non riconosce come reato

Parla Massimo Germani, medico e terapeuta del centro di cure per i disturbi da stress post-traumatico del san Giovanni di Roma. Coordinatore nazionale del Nirast, una rete nata nel 2007 e che raccoglie 10 centri ospedalieri universitari diffusi nel territorio e specializzati per i richiedenti asilo che hanno ricevuto torture e traumi estremi

 

Paolo Persichetti
Liberazione
25 giugno 2011

Dalla perizia del medico legale Mario Marigo, 3 febbraio 1982 Padova. Tracce di tortura compiuta con elettrodi sui genitali di Cesare Di Lenardo, militante dell Brigate rosse in carcere da 29 anni

Tortura con elettrodi, carcere di Abu Ghraib, Iraq 2004

Parlare di tortura non è facile. L’orrore che suscita crea in genere uno sdegno unanime di cui però è meglio diffidare poiché spesso cela solo ipocrisia. Pensiamo al fatto che metà della popolazione mondiale, circa tre miliardi e mezzo di persone, vive in Paesi che praticano la tortura. I paradossi non finiscono qui: nella sua carta dei diritti fondamentali l’Europa afferma che «nessuno può essere sottoposto a tortura, né a pene o trattamenti inumani o degradanti». Per questo all’interno dei suoi confini si offre riparo alle persone fuggite da violenze e torture. Al tempo stesso il vecchio continente è stato anche il laboratorio della tortura contemporanea, quella applicata e diffusa dopo la seconda guerra mondiale. La storia è abbastanza nota e nasce in Francia, anzi in Indocina, dove le truppe coloniali francesi applicarono queste tecniche contro i guerriglieri comunisti. La tortura era un corollario di quella che gli stati maggiori francesi definivano «dottrina della guerra rivoluzionaria». La definizione verrà poi corretta dagli statunitensi. La counterinsurgency americana altro non è infatti che la rielaborazione delle tesi che i generali francesi avevano ulteriormente perfezionato in Algeria. Alla base di tutto c’è un manuale scritto dal generale Paul Aussaresses, il macellaio di Algeri. Il suo testo segue un percorso ben preciso: traversa l’Oceano e finisce a Fort Bragg, nella famigerata “Scuola delle Americhe” che forma negli anni 60 gli ufficiali dei corpi antiguerriglia Usa e i quadri militari delle dittature sudamericane. L’abecedario del bravo torturatore, tradotto e riversato nei manuali dell’esercito statunitense, ritorna poi in Europa attraverso la Nato e serve a formare tutte le polizie d’Occidente. Metodi come l’annegamento simulato (conosciuto a Guantanamo come waterboarding), o l’uso degli elettrodi sui genitali verranno, diffusamente impiegati in Italia anche da Ucigos e Nocs nel biennio 1982-83 contro i militanti della lotta armata. Non deve stupire dunque se questo Paese ancora oggi non riconosce il reato di tortura nel proprio codice penale, e se queste pratiche sono riemerse per governare l’ordine pubblico nella caserma di Bolzaneto durante le contestazioni al summit del G8 genovese del 2001.
Domenica 26 giugno verrà celebrata la giornata internazionale contro la tortura. Diverse iniziative sono state promosse per sensibilizzare l’opinione pubblica attorno alla questione: dalla denuncia dell’ergastolo ostativo che condanna alla pena capitale fino alla morte la gran parte degli attuali 1500 ergastolani italiani, all’occupazione organizzata dal Cir (Consiglio italiano per i rifugiati) di alcune piazze di Roma con statue umane raffiguranti le vittime di Abu Ghraib. Lunedi invece andranno in scena al teatro Ambra Jovineli un gruppo di 12 rifugiati, tutti reduci da torture pesanti. Si tratta di un «laboratorio riabilitativo», ci spiega Massimo Germani, psichiatra e psicanalista, direttore del centro per le patologie post-traumatiche da stress (conosciuto nella letteratura clinica con la sigla Dpts, disturbo post-traumatico da stress) presso l’ospedale san Giovanni di Roma. Germani è anche Coordinatore nazionale del Nirast, una rete nata nel 2007 e che raccoglie 10 centri ospedalieri universitari diffusi nel territorio e specializzati per i richiedenti asilo che hanno ricevuto torture e traumi estremi ed a cui vengono fornite cure specialistiche organiche e psicoterapeutiche. Si tratta di centri all’avanguardia che intervengono sulle conseguenze dei traumi di natura interpersonale.
Quando abusi e violenze avvengono in luoghi chiusi, come carcere e famiglia o altre condizioni costrittive, ed hanno natura continuativa e ripetuta, danno luogo a traumi estremi, «non solo nell’immediato», nella carne, sottolinea il dottor Germani, ma «per la gravità duratura nel tempo delle conseguenze a livello della psiche. Subentra infatti una profonda disfunzione di quella che chiamiamo la psiche di base: la memoria, l’identità personale». Il vissuto postraumatico da luogo ad «episodi dissociativi della personalità, come passare davanti allo specchio e non riconoscersi, oppure a spaesamenti, depersonalizzazione e derealizzazione». La persona – prosegue sempre Germani – diventa una specie di fantasma, «una parte del suo essere è dissociato dall’altro. C’è una dimensione che vive un quotidiano apparentemente normale, mentre l’altra resta inglobata nell’esperienza traumatica». La tortura incrina le fondamenta della persona, è una umiliazione estrema che sgretola l’io, fa venir meno la fiducia in sé e nell’altro. Per questo «i percorsi di riabilitazione psicosociale puntano alla riattivazione del gruppo per ritrovare la fiducia negli altri e in se stessi. Più della parola, che può riattivare il trauma, è utile la relazione».
In un report appena stilato si apprende che oltre 3000 richiedenti asilo hanno subito forme di tortura grave o abusi, il 25% donne e il 75 uomini, in prevalenza Eritrei, Somali, Afgani, Kurdi sotto regime Turco, e poi Centroafricani del Congo, della Costa d’Avorio, della Nigeria. Parecchi quelli che arrivano dalla Libia dopo aver attraversato il deserto. Durante il viaggio spesso vengono fatti oggetto di altri abusi e torture, specie le donne, trattenute e sottoposte a pedaggi sessuali e stupri sistematici da bande di predoni che controllano l’accesso nelle regioni di confine. Non finisce qui, perché poi c’è la traversata del Mediterraneo, con altre tragedie, naufragi. Veri e propri viaggi del massacro e della morte. Chi riesce a scamparla porta con sé la memoria di chi è annegato, di bimbi scivolati in mare. Questi rifugiati dopo la lunga e penosa, ed anche qui non esente da ulteriori violenze, trafila nei Cie (centri di identificazione e accoglienza) e poi nei Cara (centri di assistenza per richiedenti asilo), entrano nel circuito dell’assistenza e del trattamento terapeutico. Si tratta di un percorso – spiega sempre Germani – che «richiede tempi lunghi, che per avere successo deve avvalersi sempre di sostegni sociali, di una qualità di vita dignitosa e un supporto legale che faccia avere loro giustizia, il riconoscimento dello status. Essere creduti fa parte del trattamento. Il medico da solo non basta. Occorre ridare dignità, giustizia, una vita con relazioni sociali, una casa, un lavoro. Senza il consiglio italiano, i legali e l’assistente sociale non si va da nessuna parte».

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Torture: l’arresto del giornalista Piervittorio Buffa e i comunicati dei sindacati di polizia, Italia 1982

Ancora torture
Torture nel bel Paese
L’énnemi interieur: genealogia della tortura nella seconda metà del Novecento
Italia-Libia: quando-l’immigrazione è un affare di Stato
I dannati della nostra terra

Sans papiers impiegati per costruire Cpt
Le figure del paria indizio e sintomo delle promesse incompiute dall’universalità dei diritti


L’eresia brigatista e il suo inquisitore

Biblioteca della spazzatura  – Alessandro Orsini, Anatomia delle Brigate Rosse. Le radici ideologiche del terrorismo rivoluzionario, Rubbettino 2010

di Paolo Persichetti


Alessandro Orsini, autore di una tesi sulla «mentalità religiosa presente nel terrorismo moderno», è convinto che la vicenda delle Brigate rosse possa essere spiegata con le lenti della sociologia delle religioni. I brigatisti – afferma – «si ritenevano detentori di una conoscenza superiore destinata a pochi eletti: un manipolo di giusti, possessori della verità ultima sul significato della storia». In questo tipo di letteratura il brigatista è descritto come un rozzo portatore d’odio, raffigurato come un settario, un dottrinario, un fanatico imbevuto d’idee fin troppo semplici, espressione di un “pensiero dicotomico”.
«La mentalità del brigatista – sostiene – è elementare, istintiva, brutale nella sua immediatezza». Il suo scopo è diffondere una «pedagogia dell’intolleranza». Secondo questa vulgata, chi ha fatto la lotta armata sarebbe nemico della complessità e del dubbio, ostile al ragionamento, inadeguato alla modernità. Se aggiungiamo la coda e le corna il ritratto appare completo.
Nella prosa di questo giovane studioso, insignito del premio Acqui sulla saggistica socio-politica, che ha visto il suo lavoro apprezzato e tradotto negli Stati uniti dove è normale sovrapporre i fenomeni politici radicali alle dinamiche del settarismo religioso, riproducendo quella che è stata la genealogia della nazione americana, si ritrovano gli stessi dispositivi inquisitoriali utilizzati dai frati domenicani che esercitavano il ruolo dell’accusa nei tribunali dell’Inquisizione.
Le Brigate rosse, ci fa sapere Orsini, sarebbero colpevoli di eresia gnostica: «una setta nella tradizione dello gnosticismo rivoluzionario, di cui possiedono tutte le caratteristiche: l’ossessione per la purezza personale; un catastrofismo radicale, secondo cui il mondo sarebbe immerso nel dolore e nella sofferenza; di conseguenza la concezione salvifica della rivoluzione come un’apocalisse che squarcia le tenebre e instaura una “società perfetta”; l’identificazione del nemico come il maligno, un mostro responsabile dell’infelicità umana e dunque da sterminare; infine la mentalità “a codice binario” che riduce tutti gli aspetti della realtà alla contrapposizione tra forze del Bene e forze del Male». Dei monaci giustizieri, insomma.
Rovesciare lo sguardo manicheo portato dal mondo delle istituzioni e dei media sugli anni 70, attribuendolo ai brigatisti, è un atteggiamento concettuale molto elementare. Quella proposta da Orsini è una operazione di rilettura storica priva di qualsiasi sofisticata elaborazione intellettuale. Più che un’analisi assomiglia ad un anatema. Più che un saggio di sociologia politica pare un trattato di demonologia moderna. Orsini ruba il posto agli esorcisti.
Questa analisi della lotta armata sorprende per il suo contenuto arcaico che riporta indietro nei secoli lo studio del conflitto e dei meccanismi dell’azione collettiva. Vi riecheggiano i lavori di fine Ottocento avviati da Gustave Lebon sulla psicologia delle folle, sui timori che cominciavano a permeare i ceti borghesi e le autorità costituite di fronte all’emergere sulla scena pubblica delle masse popolari e del movimento operaio nelle sue prime forme organizzate. Il nuovo protagonismo delle classi lavoratrici, fino allora silenziose, solo perché disturbava il monopolio borghese dello spazio pubblico e ne infrangeva la quiete, era ritenuto pericoloso, percepito come l’ingresso dell’irrazionale e dell’inconscio nel comportamento collettivo, espressione di una violenza atavica e bruta. D’altronde basterebbe scorrere la letteratura e la pubblicistica successiva alla Comune di Parigi per rintracciarvi alcuni stilemi assolutamente tipici e ripetitivi nei secoli della demonizzazione rivolta nei confronti di chi è stato protagonista di episodi rivoluzionari (Cf. Paul Lidsky, Les Écrivains contre la Commune, La Découverte, 1999).
Posizione che tuttavia già la scuola positivista di fine Ottocento aveva superato classificando la violenza politica come una manifestazione “evolutiva” del divenire sociale, tesa cioè ad affrettare il futuro anticipando i sistemi politici-sociali a venire. A distanza di oltre un secolo ci saremmo attesi, dunque, un confronto su modelli interpretativi più aggiornati. Peraltro, contrariamente a quanto sostiene l’autore, all’interno di tutte le ribellioni e i percorsi insorgenti viene a formarsi sempre una componente autocritica e autoriflessiva che s’interroga costantemente sulla sua logica (Cf. (Vincenzo Ruggiero, La violenza politica, Laterza, 2006). Insomma se non c’è dubbio non c’è ribellione. L’esatto contraio di quel che racconta Orsini.

Dall’esilio con furore. Cronache dalla latitanza e altre storie di esuli e ribelli

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Foto Baruda

Link
Radio radicale: intervista a Paolo Persichetti sul caso Cesare Battisti e sulla politica italiana rispetto agli anni di piombo
Intervista a : http://www.radiondadurto.org
Il Brasile non si fa intimidire: “Da Lula decisione sovrana”
Franco Corleone: “Per essere credibile sul caso Battisti l’Italia deve abolire l’ergastolo”
Mozione bipartizan in parlamento: “Ridateci Battisti”. La lega: “Rapitelo”
Perché il Brasile non ha estradato Battisti. Intervista a Radio radicale
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Battisti: condiserazioni di carattere umanitario dietro il rifiuto della estradizione
“Ridacci Battisti e riprenditi i trans”, finisce così il sit-in contro Lula

Lula orientato a non estradare Battisti, il Supremo tribunale fa ostruzionismo e Berlusconi rimanda la visita ufficiale in Brasile
E’ tempo di prendere congedo dall’emergenza antiterrrorista contro i rivoluzionari del Novecento
Il faut prendre congé de l’urgence antiterroriste contre le siècle des révolutions
Trentanni dopo ancora due estradizioni. La vicenda di Sonja Suder e Christian Gauger
Battisti è il mostro, impiccatelo
Battisti, la decisione finale resta nelle mani di Lula. Fallisce il golpe giudiziario tentato dal capo del tribunale supremo, Gilmar Mendes
Tarso Genro, “inaccettabili ingerenze da parte dell’Italia”
Caso Battisti, voto fermo al 4 a 4. Prossima udienza il 18 novembre
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Caro Lula, in Italia di ergastolo si muore

Le consegne straordinarie degli esuli della lotta armata
Caso Battisti fabula do ergastolo

Governo italiano so obtem-extradicoes

Ora l’Italia s’inventa l’ergastolo virtuale pur di riavere Battisti
Cesare Battisti, un capro espiatorio

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Scontro tra Italia e Brasile per l’asilo politico concesso a Battisti

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Testo integrale della lettera di Lula a Napolitano
Caso Battisti: una guerra di pollaio
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Storia della dottrina Mitterrand
Dalla dottrina Mitterrand alla dottrina Pisanu
La fine dell’asilo politico
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Il caso italiano: lo stato di eccezione giudiziario
Giorgio Agamben, Europe des libertes ou Europe des polices?
Francesco Cossiga, “Eravate dei nemici politici, non dei criminali”
Francesco Cossiga, “Vous étiez des ennemis politiques pas des criminels”
Tolleranza zero, il nuovo spazio giudiziario europeo
Il Nemico inconfessabile, sovversione e lotta armata nell’Italia degli anni 70
Il nemico inconfessabile, anni 70
Un kidnapping sarkozien


La Francia rinuncia all’estradizione di Marina Petrella

La Francia ha deciso di scarcerare Marina Petrella
Scalzone, “Quando si parla di confini dell’umanita vuol dire che se ne sta escludendo una parte”
Marina Petrella ricoverata in ospedale ma sempre agli arresti
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Peggiorano le condizioni di salute di Marina Petrella
Lettera da Parigi della figlia di Marina Petrella
Marina Petrella sarà estradata, addio alla dottrina MitterrandD

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Giovanni De Luna, «Serve un nuovo patto memoriale che vado oltre il punto di vista vittimario»

L’intervista – Giovanni De Luna, Storico, autore di La Repubblica del dolore. Le memorie di un’Italia divisa, Feltrinelli

«Lo spazio pubblico – spiega Giovanni De Luna – è colonizzato dal lutto e dal dolore. La centralità delle vittime alimenta una fortissima carica rivendicativa, un’inesausta richiesta di risarcimento e di riparazione. E poi ancora la soffocante presenza delle emozioni: odio, vendetta, perdono, pietà, compassione». Dopo l’analisi proposta alcuni anni fa da Enzo Traverso in Passato, modi d’impiego, sul peso che la nuova centralità vittimaria ha assunto nel discorso storiografico, Giovanni De Luna approfondisce lo sguardo critico sul fenomeno adeguandolo al contesto italiano.

Per una genealogia italiana del paradigma vittimario

Il paradigma vittimario tracima ampiamente la questione storiografica, la sua diromppenza ha stravolto l’intero modo di funzionamento dell’impianto giudiziario ed è divenuta centrale anche nei nuovi modelli di affermazione politica come il populismo penale. Per restare, però, ad una genealogia italiana della “centralità delle vittime” nel discorso pubblico, a nostro avviso occorre fare un passo indietro. Prima che si affermasse oltre Oceano come aspetto decisivo del populismo penale, e che arrivasse in Europa sull’onda del neoliberismo, della destrutturazione dello Stato Keynesiano, della privatizzazione sempre più estesa dello spazio sociale, in Italia era stato il partito comunista a salire sul cavallo di battaglia del vittimismo in funzione “antiterrorista”. Il patrocinio legale offerto dai legali ufficiali del pci alle parti civili nei maxi-processi contro la lotta armata, la retorica costruita sulla stampa e gli organi di comunicazione influenzati dal partito di Berlinguer, hanno gettato le prime basi ideologiche del discorso vittimario.

Il secondo passaggio, tra la fine degli anni 80 e buona parte dei 90, fu gestito invece dal partito editorial-finanziario di Repubblica. Fu Eugenio Scalfari a promuovere le “vittime del terrorismo” a nuovi arbitri della politica in funzione antiamnistia. Vennero gettate allora le basi del successivo processo di “privatizzazione della giustizia”, negli ultimi tempi rifiutato nettamente da una minoranza di familiari delle vittime (vedi la battaglia condotta da Sabina Rossa). Un processo che condusse la magistratura, dopo la funzione di supplenza antiterrorista svolta per conto del sistema politico, ad adossare ai familiari l’ultima supplenza, questa svolta in materia di conclusione dell’esecuzione penale con l’introduzione del rito della richiesta di perdono come requisito necessario alla concessione delle liberazioni condizionali per i prigionieri politici.

Paolo Persichetti
Liberazione 8 maggio 2011


Un profluvio di leggi memoriali ha accompagnato l’avvio del nuovo secolo. Ne parliamo con Giovanni De Luna, autore di un volume fresco di stampa, La Repubblica del dolore. Le memorie di un’Italia divisa, Feltrinelli. Dal luglio 2000 al novembre 2009 il parlamento italiano ha istituito tra i nuovi riti pubblici della nazione un gran numero di “giornate della memoria”. Si è partiti nel 2000 con la giornata dedicata al ricordo dei deportati nei campi di concentramento e di sterminio nazisti. La data prescelta è caduta sul 27 gennaio, giorno dell’apertura dei cancelli di Auschwitz da parte dell’armata rossa, anziché sul 16 ottobre, quando i nazisti rastrellarono il ghetto di Roma. Ricordare è selezionare, spiegano gli storici che hanno lavorato sulle memorie pubbliche. Non a caso Marc Bloch invitava a diffidare del presente quando si proietta sul passato. Declinare la data del 16 ottobre, sottolinea Giovanni De Luna, «voleva dire assumersi la responsabilità italiana della Shoa, perché senza la repubblica di Salò, la complicità delle Ferrovie italiane, dell’infrastruttura italiana, quei mille ebrei romani non sarebbero finiti ad Auschwitz». E così ogni 27 gennaio va in scena il rito dell’autoassoluzione, la stigmatizzazione di un male tanto assoluto quanto poco circostanziato, per nulla storicizzato. Le scolaresche d’Italia ricordano per meglio dimenticare. «La Francia dopo un acceso dibattito, ha scelto il luglio del 1944, quando vi fu la deportazione del “Vel d’hiv”, proprio perché con quella data intendeva assumere la sua parte di responsabilità nella Shoa». Un ragionamento analogo potrebbe essere svolto per ogni altra giornata prescelta, come quella del 10 febbraio in memoria delle vittime delle foibe, o del 9 novembre che ricorda la caduta del muro di Berlino, fino alla scelta del 9 maggio, giorno in cui venne ucciso Aldo Moro, come giornata dedicata al ricordo delle vittime del terrorismo, al posto del 12 dicembre, data della prima grande strage di Stato avvenuta 9 anni prima. In questo caso ricordare diventa rovesciare. La memoria vittimaria si è dunque imposta come il paradigma centrale delle narrazioni pubbliche e dei riti ufficiali.

Professore, quali sono state le tappe di questa trasformazione?
«Quando 20 anni fa è crollata la prima Repubblica i partiti che hanno ereditato il potere politico sono stati chiamati a rifondare non solo il sistema politico ma anche quella che possiamo definire la “religione civile”. Questo tentativo è fallito. All’inizio si provò ad affiancare la memoria di Salò alla memoria della Resistenza con il famoso discorso d’insediamento alla presidenza della Camera pronunciato da Luciano Violante nel 1996. Si cercò di allargare lo spazio pubblico in cui chiamare i cittadini a riconoscersi all’interno di una cittadinanza condivisa attraverso l’inclusione della memoria di Salò.

Perché questo progetto fallisce?
Perché si rivela sterile, impossibile da portare avanti. A quel punto lì si sceglie di riorganizzare le fila di un discorso sulla religione civile a partire dalla memoria delle vittime. Questa dimensione diventa straripante: c’è la Shoa, le vittime delle foibe, le vittime del terrorismo, le vittime della mafia… Ma anche questa soluzione si rivela molto fragile perché la memoria delle vittime è una memoria carica di sentimenti, è una memoria risarcitoria, rivendicativa, una memoria non pacificata soprattutto in un Paese come il nostro in cui molte delle vittime aspettano ancora giustizia e verità per l’assenza di istituzioni virtuose in grado di rasserenare e raccogliere questa memoria. L’idea di aver puntato prima sulla memoria condivisa e poi sulla memoria vittimaria, è una idea che si è rivelata fragile. La memoria vittimaria è una memoria insufficiente, non può servire a recintare uno spazio pubblico.

Questa tendenza spesso viene descritta come un processo generale.
Certo, si tratta di una tempesta memoriale che l’Italia condivide con l’Europa occidentale, con gli Stati uniti. Siamo di fronte ad uno scenario complessivo che rinvia al modo con cui lo Stato nazione è stato svuotato dall’alto dai flussi della globalizzazione e dal basso dai particolarismi, dai localismi che si sono affermati. In Italia questa crisi dello Stato potente ha coinciso anche con la crisi del sistema politico, in più la nostra religione civile è stata sempre molto fragile, priva di tradizione accettata e conclamata. Nella religione civile dello Stato liberale non si riconoscevano i socialisti, i comunisti ma neanche i cattolici. Tuttavia la classe dirigente liberale si era assunta la responsabilità di indicare nel culto della dinastia dei Savoia, nei padri della patria del Risorgimento, dei paletti che potessero delimitare spazio pubblico. Il fascismo, a sua volta, si è assunto fin troppo la funzione di indicare una religione civile legata al culto del Duce, alla militarizzazione del Paese, certo escludendo gli antifascisti, escludendo gli ebrei. La stessa Italia della prima Repubblica, almeno a partire dagli anni 70 in poi, intorno all’antifascismo, al patto costituzionale, indicava dei nuovi paletti che delimitavano lo spazio pubblico della condivisione, seppure contestati dall’estrema sinistra e dai fascisti di Salò. La  classe politica della seconda Repubblica questa responsabilità non se l’è assunta perché non ha nessun rapporto con il passato, con la memoria. La Lega ha inventato un passato fantasmatico di ritualità celtico-pagana che non ha nessuna radice reale. Forza italia e Pdl non hanno un passato, sono culture usa e getta senza storia. Gli ex del Pci o del Msi hanno un passato ingombrante che preferiscono dimenticare. Nel sistema politico attuale l’interesse verso il passato, verso la memoria, verso una ritualità celebrativa si è totalmente disciplinata a vantaggio del mercato. L’unico agente che oggi perimetra appartenenze e ritualità. Esemplare è stata la discussione sulla data del 17 marzo o sul primo maggio. L’unica cosa che interessava era sapere se i negozi dovessero restare aperti o chiusi, quanta percentuale di pil si rischiava di perdere introducendo un nuovo festivo. insomma una dimensione puramente mercantile che poi è la religione civile oggi egemone.

Professore però qui sembra di finire come nella canzone “Contessa”. Ma il nostro compito non era stato sempre quello di decostruire qualsiasi religione, comprese quelle civili? In fondo altro non è che un uso pubblico della storia?
C’è un dibattito fortissimo attorno a questo termine, me ne rendo conto. Quando uso questo concetto mi riferisco ad una cosa storicamente definita: ovvero tutto quello che riguarda ritualità, simboli, cerimonie che in qualche modo rendono uno Stato nazionale non soltanto un apparato burocratico-amministrativo ma qualcosa che abbia anche dei valori da trasmettere. Uno Stato capace di perimetrale i luoghi della memoria e in qualche modo di legittimare i programmi scolastici, di legittimare i musei, di legittimare tutta la dimensione della ritualità pubblica in cui la politica moderna si è riconosciuta quando ha dovuto prendere le distanze dall’ancien régime, da una visione confessionale della religione civile. Questo spazio è tutto quello che disintegra i vecchi caratteri del “tengo famiglia, mi faccio i fatti miei”, un qualcosa che sia spirito civico, spirito comunitario, spirito di appartenenza.

Nel suo libro valorizza molto il ruolo di supplenza della presidenza della Repubblica. Non le sembra però che questa autorità, ed in particolare l’interpretazione che ne da Napolitano, sia totalmente interna al paradigma vittimario come dimostra il particolare impegno profuso nella giornata del 9 maggio?
Il paradigma vittimario è egemone in tutto il mondo, difficile che possa sottrarsene il Quirinale. Anche gli ambienti più sensibili ai temi della lotta sociale ormai sono totalmente assorbiti da questo paradigma. Si pensi alla battaglia che fanno i ragazzi di “Libera”, l’associazione di don Ciotti. La giornata del 21 marzo, quella che loro propongono per le vittime della mafia, perché non è semplicemente la giornata della lotta contro la mafia? Non serve la testimonianza delle vittime per rendere credibile la lotta alla mafia. Eppure è così. Questo fatto mostra una subalternità culturale alla centralità delle vittime. Nel caso della presidenza della repubblica mi sembra che questa subalternità sia temperata. Si tratta dell’unica istituzione che pur restando all’interno di questa deriva culturale si preoccupa di recintare un territorio di valori, sferzando la classe politica a creare un nuovo pantheon in cui riconoscersi senza appiattirsi sulla dimensione vittimaria. Merito sia di  Ciampi che di Napolitano.

Non le sembra che la centralità del discorso vittimario sia in Italia anche una conseguenza del ruolo preponderante assunto dalla magistratura nella scena politica e sociale? Una conseguenza di quella che gli specialisti hanno definito “giudiziarizzazione”?
Per me è l’era del testimone quella all’interno del quale il paradigma vittimario diventa l’approdo. Certo il testimone comincia in un’aula giudiziaria, quella del processo ad Adolf Eichmann all’inizio degli anni 60, però coinvolge tutti. Anche noi storici, non soli i giudici, siamo dentro questa sorta di grande giudiziarizzazione della storia. Si tratta di una temperie culturale dell’Occidente. Tra l’altro anche questa dimensione va storicizzata: agli inizi l’era del testimone è dinamica, irrompe nella storia e ne rivivifica anche i metodi, i percorsi di ricerca, perché ridà voce ai protagonisti, agli emarginati. La storia orale nasce lì. E’ una storia che non guarda più al potere ma alle classi subalterne. La stessa memoria familiare delle vittime negli anni 80, almeno in Italia era totalmente declinata verso l’interesse pubblico. La verità e la giustizia, per cui lottavano negli anni 80 i familiari delle vittime di Ustica, non sono dei patrimoni privati ma delle virtù pubbliche propedeutiche alla democrazia. Il paradigma vittimario va storicizzato individuandone le varie fasi. Oggi è certamente egemone un altro aspetto meno legato alle virtù pubbliche e che ha assunto delle caratteristiche puramente recriminatorie, ma nella sua evoluzione non è sempre stato così.

Link sul paradigma vittimario
Paradigma vittimario e giustizia internazionale
Quando la memoria uccide la ricerca storica
Genesi del populismo penale e nuova ideologia vittimaria
Una storia politica dell’amnistia
Storia e giornate della memoria
Per amore della storia lasciate parlare gli ex brigatisti
Il nuovo pantheon del martirologio tricolore

Uso penale del paradigma vittimario
Populismo penale e vittimismo
Retoriche vittimarie e talk show

Tranquilli Vincenzo Guagliardo dopo 33 anni resta in carcere
Ancora ergastolo per Vincenzo Guagliardo
Sabina rossa e gli ex-terroristi: siano liberi senza il sì di noi vittime (Corriere della sera)
Sabina Rossa, “Cari brigatisti confrontiamoci alla pari”
Sabina Rossa,“Scarcerate l’uomo che ha sparato a mio padre”
La battaglia di Sabina Rossa per l’uomo che sparò al padre
Prospero Gallinari chiede la liberazione condizionale e lo Stato si nasconde dietro le parti civili

Interviste a Giovanni De Luna
Giovanni de Luna, “Golpismo e stragismo non sono proponibili come un paradigma esaustivo della storia degli anni 70”
Strage di Brescia: “Senza verità giudiziaria il passato non passa”

Omicidio Verbano, recapitato davanti alla porta di casa della madre un nuovo dossier sui fascisti

Novità nelle indagini sull’assassinio rivendicato dai Nar di Valerio Verbano. Fatta ritrovare in un borsone una nuova schedatura dell’estrema destra romana aggiornata fino al 1982

Paolo Persichetti
Liberazione 13 aprile 2011


Dopo la riapparizione in un armadio dei carabinieri di una copia, non si sa bene ancora se parziale o integrale, del vecchio dossier scomparso da decenni, un nuovo colpo di scena interviene nell’inchiesta sulla morte di Valerio Verbano, il giovane militante dell’Autonomia ucciso il 22 febbraio di 31 anni fa nella sua abitazione da un commando di suoi coetanei di fede fascista, che si firmò con la sigla dei Nuclei armati rivoluzionari. Un nuovo schedario sull’estrema destra romana è stato consegnato alla madre di Valerio, dopo che dal suo blog, e su Facebook, il 24 marzo scorso aveva lanciato un appello ai vecchi compagni del figlio: «Se avete della documentazione, vi prego fatemela avere, è molto importante per le indagini». Carla Verbano aggiungeva che avrebbe mantenuto il più stretto riserbo su chi gliel’avrebbe fatta pervenire. E così, il primo aprile, un giovane ha suonato al citofono di casa: «Signora le devo consegnare una cosa». Il ragazzo è salito fino alla porta ed ha lasciato un grosso borsone: «E’ per lei». Poi è subito sgusciato via. Che ci fossero in giro più versioni dell’archivio Verbano era emerso dopo la pubblicazione sul Corriere della sera e su Liberazione di alcuni estratti della copia del dossier depositato nell’attuale fascicolo delle indagini. Proprio Liberazione aveva segnalato questa circostanza a partire da un raffronto con altri documenti citati nel libro di Valerio Lazzaretti, Valerio Verbano, ucciso da chi, come e perché, Odradek. I carabinieri del Ros lo stavano cercando da giorni, una perquisizione era stata condotta di recente in un box legato alla famiglia di un vecchio amico di Valerio, morto nel frattempo. Nella borsa c’erano due grossi raccoglitori e una rubrica marrone che all’interno, sulla prima pagina, riporta la scritta «onore al compagno Valerio Verbano caduto sulla strada che porta al comunismo». Il materiale risulta aggiornato fino al 1982. Un lavoro molto pulito. Le singole schede, dei fogli A4, sono conservate in camicie di plastica e le note sono dattilografate in modo ordinato. La data è impressa con un timbro. Gli aggiornamenti sono battuti con un’altra macchina, il che lascia pensare che vi abbiano lavorato più persone in tempi diversi. Nessun appunto è a mano. Un lavoro da veri professionisti. La sensazione è che si tratti di un archivio nel quale sono confluiti differenti dossier sui fascisti presenti nella piazza romana, compreso quello meno ordinato che venne sequestrato a Verbano. Altre infomazioni forse risalgono addirittura alla madre di tutti gli schedari sui fascisti preparati dalla sinistra extraparlamentare, quello sullo «squadrismo romano» realizzato da Lotta continua nel lontano 1972. Anche se la prima schedatura su larga scala dei militanti di destra – come ricorda Guido Panvini in, Ordine nero, guerriglia rossa, Einaudi – fu elaborata dalla sezione “Problemi dello Stato” del Pci, diretta da Ugo Pecchioli, mentre a destra, negli apparati dello Stato o in aziende come la Fiat, l’attività di schedatura dei “rossi” andava avanti fin dagli albori della Repubblica.
Alcune schede contengono informazioni con la dicitura: «Tratto dal lavoro del compagno Valerio Verbano». Tono deferente che porta a ritenere questo dossier successivo alla sua morte, messo in piedi per dare una risposta risolutiva all’attivismo aggressivo dei neofascisti romani. I due raccoglitori contengono dei sottofascicoli suddivisi per zone della Capitale: Roma Est, Sud, Nord, Colle oppio, Monteverde, Eur, Centro, Testaccio-Aventino, Parioli, piazza Tuscolo, piazza Bologna, piazza Indipendenza. Nella rubrica un indice indica la presenza di nomi (circa 900 con relative zone di provenienza), numeri di targa e proprietari corrispondenti, luoghi di ritrovo, storia e vita dei Nar, approfondimenti su piazza Tuscolo, aggiornamenti sul quartiere Trieste relativi al periodo tra il 1980-82.
Per volere di Carla Verbano l’intero materiale è stato consegnato alla procura dal legale, Flavio Rossi Albertini, che nel frattempo si è visto rifiutare la richiesta di copia delle parti del vecchio dossier Verbano allegate nel fascicolo, perché in questa fase sarebbero «ancora coperte da segreto istruttorio» nonostante fossero già filtrate all’esterno.
Questa mole di carte, riemerse da un passato lontano, almeno su un punto comincia a fare chiarezza: il dossier Verbano c’entra molto poco con la sua morte. La dietrologia, le connessioni tra apparati e ambienti della criminalità, più volte evocate negli anni passati, non trovano conferme se non su aspetti già ampiamente noti. Sull’omicidio i carabinieri hanno un’ipotesi investigativa molto diversa dalla cortina fumogena di nomi e ambienti apparsi sui media nelle scorse settimane. La pista imboccata da via Inselci è quella della vendetta legata alla morte di Cecchetti. Le loro indagini si concentrano attorno ad un gruppo di neofascisti che frequentavano un noto locale di Talenti.
Ma c’è dell’altro, l’inchiesta sulla morte di Verbano rischia di trasformarsi in una sorta di matrioska che al suo interno può riservare altri sviluppi d’indagine, questa volta sul fronte opposto. Non a caso nell’area dell’antagonismo romano cominciano a farsi strada, anche se con notevole ritardo, le prime perplessità. C’è chi comincia a prendere coscienza che “l’antifascismo giustizialista” – che ormai sembra aver preso il sopravvento nella gestione politica del caso Verbano – non porti da nessuna parte, se non al rischio di nuovi arresti a distanza di oltre 30 anni sulla base di indizi labili di persone distanti anni luce da quelle vicende. La via penale per cercare la verità su quelle morti irrisolte comincia a non essere più vista come la migliore delle soluzioni.

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Fascisti su Marte

«Gli anni 70? E’ ora di affidarli agli storici»

L’Intervista – Parla Marc Lazar che insieme a Marie-Anne Matard-Bonucci ha diretto, Il libro degli anni di piombo. Storia e memoria del terrorismo in italia, Rizzoli 2010


Paolo Persichetti
Liberazione 30 marzo 2011

La scuola di giornalismo della fondazione internazionale Lelio Basso ha promosso di recente un corso di approfondimento dal titolo, «Lo stragismo in Italia da piazza Fontana a via d’Amelio». Il ciclo di conferenze – hanno spiegato gli organizzatori – ha per obiettivo quello di analizzare «La violenza politica come nodo interpretativo della vicenda repubblicana». Tuttavia volgendo un rapido sguardo al programma si resta colpiti dalla singolare riduzione di significato attribuita alla nozione di “violenza politica”. Non vi è più traccia di legami con le dinamiche dell’azione collettiva e dei conflitti sociali, scompare l’analisi del contesto socio-economico, non si tengono nella dovuta considerazione le influenze di natura culturale e ideologica. Eppure, sarebbe bastato guardare alle ore di sciopero, al numero di manifestazioni e picchetti realizzati in alcuni passaggi salienti del dopoguerra italiano, rileggere giornali e riviste dell’epoca per capire il nesso profondo che lega l’emergere della violenza politica ai conflitti sociali.
Per la fondazione Basso, invece, tutto si riconduce al «fenomeno stragista sviluppatosi come “strategia della tensione” alla fine degli anni 60 e riemerso (caso unico in Europa) in tutta la sua drammaticità dopo la fine della guerra fredda ad inizio anni 90». Si ripropone, in sostanza, l’ennesima vulgata complottista e autoconsolatoria aggiornata agli attentati di mafia dei primi anni 90, al papello di Riina, alla trattativa tra Stato, nella veste del “signor Franco”, e Vito Giancimino per conto di Bernardo Provenzano, almeno stando alle ultime ricostruzioni fornite dal figlio di Giancimino, Massimo, prese sul serio dalla procura di Palermo ma non da quella di Caltanissetta. Una rappresentazione che pretende di racchiudere in un’unica trama criminale fatti lontani, diversi, opposti e conflittuali, per natura, cause, moventi e fenomenologia.
Di questa difficoltà a fare la storia degli anni 70 abbiamo parlato con Marc Lazar, professore di storia e sociologia a Sciences Po-Parigi e alla Luiss, che insieme a Marie-Anne Matard-Bonucci ha curato un interessante lavoro multidisciplinare sugli anni 70 pubblicato nel settembre scorso da Rizzoli: Il libro degli anni di piombo. Storia e memoria del terrorismo italiano (tradotto dall’edizione francese uscita presso l’editore parigino Autrement).

Nella introduzione affermate che «Gli storici studiano il terrorismo italiano da poco». Perché questo ritardo?
All’inizio ci sono state le investigazioni giornalistiche, con inchieste soprattutto interessate a cercare i legami con Kgb, Cia, insomma la cosiddetta “dietrologia”. Poi sono venute le commissioni parlamentari che hanno fatto un lavoro a volte abbastanza interessante. Ma è stato come se gli storici avessero delegato ai politici il proprio mestiere. Una supplenza pericolosa. Successivamente è arrivato il momento delle testimonianze con le autobiografie di alcuni militanti della lotta armata e di chi era sul fronte opposto. Da un po’ di tempo hanno preso la parola i figli delle vittime o degli attori: Calabresi, Tobagi, Rossa, e dall’altra parte Anna Negri. Credo che ora sia giunto il momento degli storici. Anche se non va dimenticato che già in passato ci sono stati lavori importanti che purtroppo sono rimasti confinati nel limbo dei pionieri. Oggi ho l’impressione che si stia aprendo una nuova fase. Sono colpito dalla presenza di giovani ricercatori italiani e francesi che si rivolgono a questo periodo con uno sguardo molto diverso dal nostro. Sicuramente chi ha partecipato a quegli anni proverà un grosso malessere di fronte all’impatto delle nuove ricostruzioni che forniranno questi giovani.


Perché ci sono voluti 40 anni?
Questo ritardo ha diverse spiegazioni: molte ferite sono ancora aperte, sia da parte dello Stato che di quelli che hanno fatto la scelta della lotta armata. Non dimentichiamo poi le vicende dell’estrema destra, lo stragismo. Il comportamento della giustizia ha mostrato l’esistenza di due pesi e due misure: molto più duro con la sinistra armata, meno con la destra stragista. C’è poi una grossa difficoltà ad accettare l’idea che negli anni 70 la violenza non sia rimasta limitata solo a piccoli gruppi. Al di là dei giudizi negativi che si possono dare, questa violenza politica esprimeva comunque qualcosa che era presente nella società. E’ stata uno specchio dell’Italia, una sorta di autobiografia del Paese. Questa constatazione ha suscitato reazioni molto dure, soprattutto a sinistra. Eppure La storia degli anni 70 non si può ridurre al peso, seppur importante, delle ideologie, o alla scelta strategica dell’uso della violenza da parte di alcuni gruppi. Si tratta di capire le ragioni profonde che hanno favorito quella parte di consenso raccolto dentro la società dalla minoranza armata. In fondo l’Italia è l’unico Paese europeo in cui si è verificato un periodo così lungo di conflitto violento e con dimensioni sociali tanto ampie. Per questa ragione diversi contributi presenti nel libro, come quello di Isabelle Sommier, cercano di ripensare il rapporto tra violenza sociale e politica non solo negli anni 60-70 ma anche in una prospettiva più lunga. La nostra ambizione era di fare una storia politica, sociale e culturale, mettendo assieme i vari aspetti.

Come spieghi questo perdurare delle teorie dietrologiche?
C’è una grande difficoltà a capire che una protesta sociale può avere un rapporto con la violenza e avere sbocchi politici. E’ un po’ la stessa incapacità a comprendere la natura del berlusconismo, il suo essere ormai un fenomeno sociale profondo e non il semplice risultato di una manipolazione dei media. Con questo lavoro abbiamo posto la prima pietra sulla necessità di fare storia dopo tanta dietrologia e letteratura scandalistica. Anche perché sono passati 30-40 anni e cominciano ad esserci un po’ di archivi disponibili. Non tutti sfortunatamente.

Questa presenza francese, prima con la dottrina Mitterrand ora con la scrittura della storia, non potrebbe suscitare qualche malumore?
Anche in Francia è accaduto qualcosa del genere con la storia di Vichy. Solo grazie al contributo dello storico americano Robert Paxton è stato possibile il rinnovamento completo dell’interpretazione storiografica di quel periodo. Forse un contributo straniero può essere utile quando c’è una situazione così intrecciata. La verità è che noi francesi ci siamo ritrovati dentro questa storia, siamo stati attraversati da queste vicende. Era quindi necessario tentare di andare oltre i malintesi franco-italiani. Nel volume diversi contributi spiegano come i francesi abbiano interpretato a caldo gli anni 70, sia sul piano politico che intellettuale. C’è un saggio di François Dosse su Gilles Deleuze e Felix Guattari che appoggiarono il movimento del ’77 e il convegno di Bologna contro la repressione. Abbiamo poi cercato di conoscere la visione dei giuristi francesi sullo stato di diritto in Italia e tentato di ricostruire la cosiddetta dottrina Mitterrand.

Cosa è emerso?
Mancano ancora gli archivi italiani e buona parte di quelli francesi, tuttavia possiamo dire che non si è trattato di una dottrina giuridica ma di una politica. A seconda delle fasi e dell’interlocutore che aveva davanti, Mitterrand ha assunto posizioni contraddittorie. Disse che la Francia avrebbe fornito protezione senza introdurre esclusioni tra i militanti italiani degli anni 70, se questi nel frattempo avessero abbandonato la violenza politica; in altre occasioni aggiunse che questa protezione non riguardava chi era accusato di crimini di sangue. All’inizio si sono manifestati contrasti nel governo. Alcuni avevano posizioni “più comprensive”, altri “più dure” perché temevano il possibile legame tra militanti italiani e componenti del terrorismo corso o basco. Circostanza che dimostra come la “dottrina Mitterrand” abbia preso le mosse da problemi di gestione dell’ordine pubblico interno prim’ancora che da questioni diplomatiche. La vera novità arriva tuttavia dalla scoperta del ruolo decisivo giocato dal presidente del consiglio Bettino Craxi che, come ha documentato Jean Musitelli che ha avuto a disposizione l’archivio Mitterrand, per ragioni di politica interna invitò in più occasioni Mitterand a tenersi i latitanti italiani.

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