I jeans di Giuseppe Uva zuppi di sangue mischiato a dna non suo

Le prime indiscrezioni sugli esami compiuti dai periti dopo la riesumazione del corpo rafforzano i sospetti di violenze commesse contro Uva quando era trattenuto nella caserma dei carabinieri

Checchino Antonini
Liberazione 28  dicembre 2011

I jeans erano zuppi di sangue. E’ ancora Lucia, la sorella di Pino Uva, a fornire le prime indiscrezioni sulle analisi genetiche che il tribunale ha ordinato sui vestiti che aveva indosso Giuseppe la notte del giugno di tre anni fa in cui fu scovato da un paio di carabinieri mentre spostava delle transenne in una strada di Varese. Ne seguì un sanguinoso e misterioso “controllo” di polizia, di quelli che non lasciano scampo. E un transito in ospedale dove, il giorno appresso, sarebbe morto. La versione ufficiale parlò, e parla tuttora, di intossicazine da farmaci. Lucia Uva non c’ha mai creduto. Il 14 giugno del 2008 toccò a lei, in obitorio, scoprire il naso ammaccato di suo fratello e la costola sollevata e il pannolone che lo imbracava. Toccò a lei porsi i primi terrificanti dubbi incredula sulle spiegazioni di autolesionismo o di troppo di vigore nella rianimazione. «Me lo sono toccato tutto, avevo la macchinetta fotografica perché ero partita per le vacanze e ho ripreso tutto: i bernoccoli sulla nuca, un ginocchio fuori posto, il collo del piede gonfio. Gli slip erano spariti», dirà a Liberazione.
Ora ha rivelato ai giornalisti una sintesi di quanto appurato dal perito Adriano Tagliabracci dopo la riesumazione della salma, avvenuta dopo un’aspra battaglia che, nel luglio scorso, ha avuto l’esito della disposizione di una superperizia. Ad assistere Lucia e i suoi c’è Fabio Anselmo, lo stesso legale dei casi Aldrovandi, Cucchi e Ferrulli. Dunque, nei pantaloni dell’uomo c’era molto sangue, e apparteneva a Giuseppe. Vi sarebbero poi delle cellule pavimentose, materiale genetico della zona anale o dalle basse vie urinarie. E c’è anche materiale biologico che il perito avrebbe attributo ad altri soggetti, e che è in alcuni casi frammisto al sangue di Pino Uva.
Per Lucia è la prova che la famiglia ha fatto bene, in questi anni, a chiedere di indagare in tutte le direzioni anche scavando nelle ore in cui Uva fu trattenuto in caserma. I risultati nella loro completezza saranno noti nei prossimi giorni. A questi vanno poi aggiunti i risultati della tac sui resti di Giuseppe. L’unico processo in corso, però, è quello contro due medici, quello del pronto soccorso e lo psichiatra del reparto. Il gup ha rinviato a giudizio prima lo psichiatra ma dicendo che la perizia è troppo generica e indicando la responsabilità dell’altro medico per il quale s’è aperto un secondo processo il 14 luglio. Anche il procuratore generale, opponendosi all’assoluzione, ammette che ci voleva maggiore attenzione. La parte civile, i familiari di Uva credono che la causa di morte sia il politraumatismo di quella notte non la sinergia tra sedativi. Il pm, dall’inizio di questa storia, appare particolarmente ostile alla famiglia di Uva. Ha perfino insinuato che Lucia avesse manomesso il cadavere. E, tra i misteri di quella notte, restano le dichiarazioni degli amici di Pino che aveva raccontato loro di avere avuto una relazione con la moglie di un carabiniere. A diradare la nebbia potrebbero essere le parole di Alberto Biggioggero, l’amico che era con Uva quella notte di giugno. C’era la partita, quella sera. Quando finì andarono al bar di Via Dandolo e, tornando a casa,  videro le transenne che sarebbero servite per la Festa delle Ciliegie. Decisero di chiudere la strada in anticipo per fare una goliardata innocua. Erano quasi le tre. Un carabiniere di pattuglia lo riconosce, lo chiama per nome e cognome, iniziano a discutere. Arriverannno i rinforzi: due pattuglie di polizia che portano i due dai carabinieri in Via Saffi. Un’ora dopo Alberto sente gridare Pino. Invano chiede il perché poi chiama il 118, suo padre e l’avvocato. Per questo s’è salvato. «Pino lo portiamo a casa noi», gli dissero i carabinieri che ”tranquillizzano” il 118: «Sono solo due ubriachi» salvo richiamare l’ambulanza alle 5.30. Il pm non ha mai sentito Alberto.

Link
Giuseppe Uva: dopo tre anni finalmente la superperizia

La telefonata che accusa i carabinieri
Perché Giuseppe Uva fu denunciato dai carabinieri quando era già morto?
La vendetta dei carabinieri contro Giuseppe Uva: “Il racconto choc dell’amico”
Ancora un episodio di violenza e tortura in una caserma dei carabinieri
Le sevizie contro Giuseppe Uva: parla il legale Fabio Anselmo

Torture in Italia: Nicola Ciocia, alias professor “De Tormentis”, è venuto il momento di farti avanti

L’inchiesta – Si fa sempre più esile il velo dietro il quale si nasconde l’identità del capo (conosciuto con l’eteronimo di “De Tormentis”) della squadretta speciale della polizia (chiamata “i cinque dell’ave maria”) che tra il 1978 e i primi anni ’80 torturò i militanti, o supposti tali, delle Brigate rosse per estorcere informazioni da impiegare nelle indagini


Paolo Persichetti
Liberazione 11 dicembre 2011


Professor De Tormentis», era chiamato così il funzionario dell’Ucigos (l’attuale Polizia di prevenzione) che a capo di una speciale squadretta addetta alle sevizie, in particolare alla tecnica del waterboarding (soffocamento con acqua e sale), tra la fine degli anni ‘70 e i primissimi anni ’80 si muoveva tra questure e caserme d’Italia per estorcere informazioni  ai militanti, o supposti tali, delle Brigate rosse. Di lui, e del suo violento trattamento riservato agli arrestati durante gli interrogatori di polizia, parla diffusamente Nicola Rao in un libro recentemente pubblicato per Sperling&Kupfer, Colpo al cuore. Dai pentiti ai “metodi speciali”: come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata. Rivelazioni che portano un colpo decisivo alla tesi, diffusa da magistrati come Caselli e Spataro (recentemente anche Turone) che vorrebbe la lotta armata sconfitta con le sole armi dello stato di diritto e della costituzione. In realtà alle leggi d’emergenza, alla giustizia d’eccezione e alle carceri speciali, si accompagnò anche il più classico degli strumenti tipici di uno stato di polizia: la tortura. Il velo su queste violenze si era già squarciato nel 2007, quando Salvatore Genova, uno dei protagonisti dell’antiterrorismo dei primi anni ’80, coinvolto nell’inchiesta contro le sevizie praticate ai brigatisti che avevano sequestrato il generale Dozier, cominciò a testimoniare quanto aveva visto: «Nei primi anni ’80 esistevano due gruppi – dichiara a Matteo Indice sul Secolo XIX del 17 giugno – di cui tutti sapevano: “I vendicatori della notte” e “I cinque dell’Ave Maria”. I primi operavano nella caserma di Padova, dov’erano detenuti i brigatisti fermati per Dozier (oltre a Cesare Di Lenardo c’erano Antonio Savasta, Emilia Libera, Emanuela Frascella e Giovanni Ciucci)». Per poi denunciare che «Succedeva esattamente quello che i terroristi hanno raccontato: li legavano con gli occhi bendati, com’era scritto persino su un ordine di servizio, e poi erano costretti a bere abbondanti dosi di acqua e sale. Una volta, presentandomi al mattino per un interrogatorio, Savasta mi disse: “Ma perché continuano a torturarci, se stiamo collaborando?”». Come sempre le donne subirono le sevizie più sadiche, di tipo sessuale.
Genova si salvò grazie all’immunità parlamentare intervenuta con l’elezione in parlamento come indipendente nelle liste del Psdi del piduista Pietro Longo (numero di tessera 2223). In quell’intervista Genova si libera la coscienza: «Ovunque era nota l’esistenza della “squadretta di torturatori” che si muoveva in più zone d’Italia, poiché altri Br (in particolare Ennio Di Rocco e Stefano Petrella, bloccati dalla Digos di Roma il 3 gennaio 1982) avevano già denunciato procedure identiche. Non sarebbe stato difficile individuarne nomi, cognomi e “mandanti” a quei tempi». Ma quando il giornalista Piervittorio Buffa raccontò sull’Espresso del marzo 1982 quella mattanza, “informato” dal capitano di Ps Ambrosini (che vide la porta di casa bruciata da altri poliziotti), venne arrestato per tutelare il segreto su quelle pratiche decise ad alto livello.
Chiamato in causa, una settimana dopo anche il «professor De Tormentis» fece sentire la sua voce. Il 24 giugno davanti allo stesso giornalista disseminava indizi sulla sua reale identità, quasi fosse mosso dall’inconscia volontà di venire definitivamente allo scoperto e raccontare la sua versione dei fatti su quella pagina della storia italiana rimasta in ombra, l’unica – diversamente da quanto pensa la folta schiera di dietrologi che si esercita da decenni senza successo sull’argomento – ad essere ancora carica di verità indicibili. De Tormentis non si risparmia ed ammette “i metodi forti”: «Ammesso, e assolutamente non concesso, che ci si debba arrivare, la tortura – se così si può definire – è l’unico modo, soprattutto quando ricevi pressioni per risolvere il caso, costi quel che costi. Se ci sei dentro non ti puoi fermare, come un chirurgo che ha iniziato un’operazione devi andare fino in fondo. Quelli dell’Ave Maria esistevano, erano miei fedelissimi che sapevano usare tecniche “particolari” d’interrogatorio, a dir poco vitali in certi momenti».
La struttura – rivela a Nicola Rao il maestro dell’annegamento simulato – è intervenuta una prima volta nel maggio 1978 contro il tipografo delle Br, Enrico Triaca. Ma dopo la denuncia del “trattamento” da parte di Triaca la squadretta venne messa in sonno perché – gli spiegarono – non si potevano ripetere, a breve distanza, trattamenti su diverse persone: «se c’è solo uno ad accusarci, lascia il tempo che trova, ma se sono diversi, è più complicato negare e difenderci». All’inizio del 1982 venne richiamato in servizio. Più che un racconto quella di “De Tormentis” appare una vera e propria rivendicazione senza rimorsi: «io ero un duro che insegnava ai sottoposti lealtà e inorridiva per la corruzione», afferma presagendo i tempi del populismo giustizialista. «Occorreva ristabilire una forma di “auctoritas”, con ogni metodo. Tornassi indietro, rifarei tutto quello che ho fatto».

De Tormentis è in questa foto

Oggi l’identità di “De Tormentis” è un segreto di Pulcinella. Lui stesso ha raccontato di aver prestato servizio in polizia per quasi tre decenni, uscendone con il grado di questore per poi esercitare la professione di avvocato. Accanto al questore Mangano partecipò alla cattura di Luciano Liggio; poi in servizio a Napoli sia alla squadra mobile che all’ispettorato antiterrorismo creato da Emilio Santillo (sul sito della Fondazione Cipriani sono indicate alcune sue informative del periodo 1976-77, inerenti a notizie raccolte tramite un informatore infiltrato in carcere), per approdare dopo lo scioglimento dei nuclei antiterrorismo all’Ucigos dove ha coordinato i blitz più «riservati». De Tormentis riferisce anche di essere raffigurato in una delle foto simbolo scattate in via Caetani, tra gli investigatori vicini alla Renault 4 dove si trovava il corpo senza vita di Moro. In rete c’è traccia di un suo articolo scritto nel gennaio 2001, su un mensile massonico (p. 5), nel quale esalta le tesi del giurista fascista Giorgio Del Vecchio, elogiando lo Stato etico («il diritto è il concentrato storico della morale»), e rivendica per la polizia i «poteri di fermo, interrogatorio e autonomia investigativa». Nel 2004 ha avuto rapporti con Fiamma Tricolore di cui è stato commissario per la federazione provinciale di Napoli e, dulcis in fundo, ha partecipato come legale di un funzionario di polizia, tra l’86-87, ai processi contro la colonna napoletana delle Br, che non molto tempo prima aveva lui stesso smantellato senza risparmio di metodi “speciali”. Una singolare commistione di ruoli tra funzione investigativa, emanazione del potere esecutivo, e funzioni di tutela all’interno di un iter che appartiene al giudiziario, che solo in uno stato di eccezione giudiziario, come quello italiano, si è arrivati a consentire.
Forse è venuto il momento per questo ex funzionario, iscritto dal 1984 all’albo degli avvocati napoletani (nel suo profilo si descrive «già questore, penalista, cassazionista, esperto in investigazioni  nazionali e internazionali su criminalità organizzata, politica e comune, sequestri di persona»), di fare l’ultimo passo alla luce del sole.
Sul piano penale “De Tormentis” sa che non ha da temere più nulla. I gravi reati commessi sono tutti prescritti (ricordiamo che nel codice italiano non è contemplata la tortura tortura).
L’ex questore, oggi settantasettenne, ha un obbligo morale verso la società italiana, un dovere di verità sui metodi impiegati in quegli anni. Deve qualcosa anche ai torturati, alcuni dei quali dopo 30 anni sono ancora in carcere ed a Triaca, che subì la beffa di una condanna per calunnia. Restano da sapere ancora molte altre cose: quale fu l’esatta linea di comando? Come l’ordine sia passato dal livello politico a quello sottostante, in che termini sia stato impartito. Con quali garanzie lo si è visto: impunità flagrante. Venne pizzicata solo una squadretta di Nocs capeggiata da Genova. Condannati in primo grado ma prosciolti in seguito. Di loro, racconta compiaciuto “De Tormentis”: «vollero strafare, tentarono di imitare i miei metodi senza essere sufficientemente addestrati e così si fecero beccare». All’epoca Amnesty censì 30 casi nei primi tre mesi dell’82; il ministro dell’Interno Rognoni ne riconobbe 12 davanti al parlamento, ma il fenomeno fu molto più esteso (cf. Le torture affiorate, Sensibili alle foglie, 1998).
La tortura, scriveva Sartre: «Sconfessata – a volte, del resto, senza molta energia – ma sistematicamente applicata dietro la facciata della legalità democratica, può definirsi un’istituzione semiclandestina».

Postscriptum: potete facilmente scovare il nome del professor De Tormentis cliccando sui link presenti all’interno dell’articolo. Se prorpio andate di fretta, il suo nome è Nicola Ciocia

Per approfondire
Anche il professor De Tormentis era tra i torturatori di Alberto Buonoconto
Torture contro i militanti della lotta armata
Torture: Ennio Di Rocco, pocesso verbale 11 gennaio 1982. Interrogatorio davanti al pm Domenico Sica
Le torture della Repubblica 2,  2 gennaio 1982: il metodo de tormentis atto secondo
Le torture della Repubblica 1/, maggio 1978: il metodo de tormentis atto primo

Torture contro le Brigate rosse: il metodo “de tormentis”
Acca Larentia: le Br non c’entrano. Il pentito Savasta parla senza sapere
Torture contro le Brigate rosse: chi è De Tormentis? Chi diede il via libera alle torture?
Parla il capo dei cinque dell’ave maria: “Torture contro i Br per il bene dell’Italia”
Quella squadra speciale contro i brigatisti: waterboarding all’italiana
Il penalista Lovatini: “Anche le donne delle Br sottoposte ad abusi e violenze”
Le rivelazioni dell’ex capo dei Nocs, Salvatore Genova: “squadre di torturatori contro i terroristi rossi”
Salvatore Genova, che liberò Dozier, racconta le torture ai brigatisti
1982, dopo l’arresto i militanti della lotta armata vengono torturati

Proletari armati per il comunismo, una inchiesta a suon di torture
Torture: l’arresto del giornalista Piervittorio Buffa e i comunicati dei sindacati di polizia, Italia 1982

Torture contro le Brigate rosse: il metodo “De Tormentis”

«De Tormentis» è l’eteronimo sotto il quale si nasconde l’identità dell’ex funzionario Ucigos (oggi denominata Polizia di prevenzione) che era a capo della speciale squadretta addetta alle sevizie, in particolare alla tecnica del waterboarding, utilizzate per estorcere informazioni durante gli interrogatori contro i militanti, o supposti tali, delle Brigate rosse. In una intervista rilasciata al secolo XIX il 24 giugno 2007, sotto anonimato, “De Tormentis” raccontava di aver prestato servizio in polizia per quasi tre decenni, dove era entrato alla fine degli anni Cinquanta uscendone con il grado di questore per poi esercitare la professione di avvocato (un vero insulto alla categoria) presso il foro di Napoli. Pare, dicono alcune voci, con pessimi risultati; il che non deve certo sorprendere visto il curriculum del personaggio.
Sempre “De Tormentis” aggiungeva di aver lavorato in Sicilia, partecipando alle inchieste che portarono alla cattura di Luciano Liggio e Totò Riina (il primo arresto di quest’ultimo, nel 1963, prima della lunghissima latitanza), poi a Napoli, sia alla squadra mobile sia all’ispettorato antiterrorismo creato da Emilio Santillo per approdare dopo lo scioglimento dei nuclei antitetrrosismo di Santillo all’Ucigos (Ufficio centrale per le investigazioni generali e le operazioni speciali), dove ha coordinato i blitz più «riservati».
Nella stessa intervista riferiva di essere raffigurato in una delle foto simbolo scattate in via Caetani, tra gli investigatori vicini alla “Renault 4″ dove si trovava il corpo senza vita di Moro

De Tormentis è in questa foto

De Tormentis è in questa foto


Nicola Rao nel suo libro,  Colpo al cuore: dai pentiti ai “metodi speciali”, come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata, Sperling&Kupfer 2011, racconta così l’incontro con De Tormentis:

[…]

Nella hall di un albergo di Napoli un sabato pomeriggio, il 12 febbraio 2011. Accompagnato dalla sua signora, che ha preferito rimanere in disparte, il «professor de tormentis» (che, dopo essere stato nominato questore, abbandonò la polizia e oggi fa l’avvocato) ha deciso di affrontare la situazione, accettando di rispondere (anche se alla sua maniera) alle mie domande.

Prima di cominciare, gli ho chiesto se avesse nulla in contrario a che il colloquio fosse registrato, e lui ha acconsentito.

Il personaggio ha una sua dignità e un suo mondo. Nel suo esordio c’è tutto: «Io sono stato un combattente, perché quella contro le Brigate Rosse era una guerra. Una vera e propria guerra». E in guerra ogni mezzo è lecito per concluderla e vincerla.

Entro subito nel merito: «Quando è stato deciso di procedere al trattamento? Quando le è stata delegata la gestione di questa pratica? Quando ha cominciato a mettere su la sua squadra? Perché solo dopo il rapimento di un generale americano e non prima?»

Ecco la sua risposta: «Lo avevamo fatto anche prima… con Triaca [esponente delle Br arrestato subito dopo il delitto Moro, N.d.A.]. Comunque il trattamento è anche una cosa molto razionale. Non solo fisica. Nel senso che, se viene davanti a te una persona arrestata che tu, per l’esperienza che hai, ritieni uno che offende la tua intelligenza, perché nega l’evidenza e magari dice evidenti cazzate, non ha senso dirgli: ‘Scusi, è stato lei a commettere quel delitto?’ Così non si ottiene niente. Allora gli chiedi: ‘Ma perché vuoi offendere la mia intelligenza? Non si offende l’intelligenza di un rappresentante dello Stato’. E allora il… ehm… come dire… il contrasto, ecco, sì, il contrasto fra noi e loro entra nella fase… importante».

E ancora: «Se le Br non fossero state affrontate in certi modi, avrebbero continuato ad ammazzare. Più che trattamento, io la chiamerei ‘decisione’».

Gli domando: «Il ministro dell’Interno dell’epoca, Virginio Rognoni, ha più volte detto che il governo italiano ebbe pesanti pressioni dall’amministrazione statunitense, anche perché non era mai accaduto prima che un generale americano venisse rapito in Europa. Immagino che a quel punto il governo abbia a sua volta fatto forte pressione sulle forze dell’ordine per cercare di risolvere la questione…»

Il professore: «Tu (inizialmente aveva esordito chiedendomi se potessimo darci del tu) sei una persona intelligente. Non hai bisogno che te lo dica io. Ma oltre quello che ti ho detto non posso andare, perché non sono segreti che riguardano la mia persona, sono segreti che riguardano qualcosa di ben più grande e di molto più importante: sono segreti che riguardano lo Stato. Devi andare oltre. Sono segreti dello Stato. Quelle richieste ci sono state, ma sono cose che non si possono raccontare… Molto importante è l’ultimo gradino dello Stato, quello che sta in trincea. In casi del genere è l’ultimo gradino, chi fa le investigazioni, che avverte se alle sue spalle c’è qualcuno a coprirlo o non c’è nessuno. E quando si agisce per lo Stato e hai le spalle coperte, la ‘decisione’ aumenta…»

Insisto: «Ma l’acqua e sale, il panno sul viso…»

Mi interrompe subito: «Nooo. Senti, Nicola, non sono cose mie, ma sono cose che riguardano lo Stato, non posso dire nulla di più di quello che ho detto. Me le porterò nella tomba. E poi non è quello che aggiunge qualcosa. E tutto il complesso che deve creare il funzionario responsabile di un’operazione…»

Faccio un ultimo tentativo: «E vero che due funzionari della Cia hanno assistito ad alcuni trattamenti e sono rimasti addirittura meravigliati dalla vostra tecnica?»

«Gli italiani sono i migliori del mondo», mi risponde. «Tu avrai avuto a che fare con tuoi colleghi giornalisti stranieri, immagino. Erano alla tua altezza? Secondo me no. Siamo i migliori, a cominciare da come mangiamo, da come ci vestiamo. Non sono stati gli americani a insegnarci certe cose. Siamo i migliori. Se quindi eravamo autodidatti? Io sono cresciuto in mezzo alla strada, sono abituato a certi discorsi, a certi ragionamenti. Lì, nell’attività di polizia ci vuole stomaco. E gli altri Paesi lo stomaco non ce l’hanno come ce l’abbiamo noi italiani. Siamo i migliori. I migliori! A un certo momento i nostri lacciuoli, che ci comprimono e ci condizionano, sono delle scuse per quelle persone che non hanno stomaco. Questa è la verità.»

Dopo due ore e mezzo di duello dialettico, il «professor de tormentis» mi saluta in compagnia della moglie. Pur non dicendomi niente di esplicito, mi ha detto molto. Mi ha confermato l’esistenza del trattamento da lui gestito. Mi ha confermato che qualche apparato superiore glielo ordinò e che si sentiva coperto dai suoi superiori. Mi ha ribadito che certe cose sono accadute perché era l’unico modo per porre fine, al più presto, alla follia omicida delle Br. Un po’ come gli Stati Uniti, che decisero di ricorrere alla bomba atomica per anticipare la fine della guerra ed evitare altre migliaia di morti nelle proprie file.

Terminato il libro, le domande senza risposta si sono moltiplicate. Chi decise di ricorrere a mezzi non convenzionali per distruggere definitivamente le Br? A quale livello? In quale sede? Chi sapeva e chi non sapeva? E perché fu deciso soltanto quando le Br rapirono un generale americano? Come mai le denunce di decine di brigatisti «trattati» sono cadute nel dimenticatoio, mentre le uniche che hanno avuto una conseguenza processuale sono quelle relative a una brutta imitazione del trattamento vero e proprio? Quanto avrebbero ancora ucciso le Br se non si fosse deciso di ricorrere in alcuni casi al waterboarding? Quanto sangue avrebbero ancora versato? E ancora: Dozier sarebbe stato liberato comunque? E gli americani che ruolo ebbero in questa vicenda?

Molti di tali quesiti, probabilmente, sono destinati a rimanere senza risposta per sempre. Ma può anche darsi che qualcun altro, dopo di me, avrà l’interesse, la curiosità, la voglia, la pazienza, gli strumenti per approfondire questa vicenda, e magari anche la fortuna di poterla ricostruire fino in fondo.

[…]

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Le torture della Repubblica /2,  2 gennaio 1982: il metodo de tormentis atto secondo
Le torture della Repubblica 1/, maggio 1978: il metodo de tormentis atto primo

Torture contro i militanti della lotta armata
Acca Larentia: le Br non c’entrano. Il pentito Savasta parla senza sapere
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Parla il capo dei cinque dell’ave maria: “Torture contro i Br per il bene dell’Italia”
Quella squadra speciale contro i brigatisti: waterboarding all’italiana

Caso De Cupis, un testimone avrebbe assistito al pestaggio del giovane da parte di alcuni agenti della Polfer

Dopo il caso Cucchi ancora una morte oscura all’interno di un centro clinico penitenziario

Un avvocato che la mattina del 9 novembre si trovava a passare per la stazione Termini di Roma sarebbe stato testimone del pestaggio a cui è stato sottoposto Cristian De Cupis, il 36enne romano denunciato per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale e deceduto il 12 novembre all’interno del reparto penitenziario dell’ospedale Belcolle di Viterbo. Autori dell’episodio sarebbero stati alcuni agenti della polizia ferroviaria intervenuti per bloccare il giovane dopo una lite con un’altra persona. L’indiscrezione confermerebbe quanto denunciato dallo stesso De Cupis ai sanitari del santo Spirito, l’ospedale dove venne condotto immediatamente dopo l’arresto. La presenza di escoriazioni sul volto venne accertata dagli stessi sanitari del nosocomio romano. Dopo la visita De Cupis fu trasferito in ambulanza e sotto scorta presso il reparto clinico dell’ospedale Belcolle di Viterbo. Anche il legale della famiglia ha fatto sapere che le tracce sospette riscontrate sul suo corpo, quando era ancora all’obitorio, sono state fotografate a titolo cautelativo. La presenza di escoriazioni ed ecchimosi è stata confermata anche dai primi risultati dell’autopsia che tuttavia a escluso l’esistenza di lesioni interne mortali.
Oltre all’accertamento delle violenze esercitate sul corpo di De Cupis, la cui salute era resa cagionevole dalle complicazioni cliniche provocate dai lunghi anni di tossicodipendenza, l’inchiesta della magistratura dovrà appurare la presenza di eventuali concause che ne abbiano provocato la morte oltre al motivo del ricovero nel reparto penitenziario dell’ospedale viterbese. I familiari hanno saputo dell’arresto solo il giorno della sua morte.
Anche il presidente della Commissione d’inchiesta sul Servizio sanitario nazionale Ignazio Marino, che ha svolto un ruolo determinante sul caso Cucchi, ha annunciato l’avvio di una istruttoria per fare chiarezza sulla vicenda.

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Cronache carcerarie

Parla il capo dei “Cinque dell’Ave Maria”, l’ex funzionario Ucigos Nicola Ciocia: «Torture contro i Br per il bene dell’Italia»

Questa intervista realizzata quattro anni fa torna d’attualità dopo l’uscita del libro di Nicola Rao, Colpo al cuore. Dai pentiti ai “metodi speciali”: come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata, nel quale si raccontano tutti i retroscena sulle torture all’algerina praticate contro i militanti delle Br dal 1978 alla fine del 1982. Il funzionario dell’Ucigos a capo della speciale squadretta addetta alle sevizie ammette: «tecniche d’interrogatorio particolari per certi sospettati»

Matteo Indice
Il secolo XIX, 24 giugno 2007

Certo, «i metodi forti sono stati usati, in emergenza e sempre dopo aver avuto la certezza oggettiva di trovarsi davanti il reo, le cui rivelazioni sarebbero state decisive per salvare delle vite. Ammesso, e assolutamente non concesso, che ci si debba arrivare, la tortura – se così si può definire – è l’unico modo, soprattutto quando ricevi pressioni per risolvere il caso costi quel che costi. Se ci sei dentro – racconta il super-poliziotto – non ti puoi fermare o staccare il biglietto, e come un chirurgo che ha iniziato un’operazione, devi andare fino in fondo. Quelli dell’Ave Maria esistevano, erano miei fedelissimi che sapevano usare tecniche “particolari” d’interrogatorio, a dir poco vitali in certi momenti. Negli ultimi anni, la polizia non si è mai trovata in frangenti tanto estremi se non al G8, forse. Ma lì è mancata la professionalità, sono state usate le persone sbagliate, i tempi sbagliati, specie per l’irruzione alla scuola Diaz».
Parla, il capo operativo dei “Cinque dell’Ave Maria”. E la sua testimonianza colma in parte la lacuna evidenziata 25 anni fa dal tribunale di Padova nel primo processo sulle sevizie ai br, quando fu descritta «l’esistenza di una struttura organizzata (non individuabile in quel periodo) destinata al compimento di tali azioni». Il gruppo “parallelo” fu gestito per un certo periodo direttamente dai vertici dell’Ucigos e dal ministero dell’Interno; si muoveva da Nord a Sud per risolvere situazioni “estemporanee” e non se n’è mai occupato alcun procedimento penale.
Del funzionario (che è stato intervistato alla presenza di un’altra persona) viene rispettata la richiesta di anonimato, ma ci sono chiari riferimenti al suo lavoro in seno all’Amministrazione. La fonte ha prestato servizio per quasi tre decenni, entrando in polizia alla fine degli Anni Cinquanta e uscendone con un grado molto elevato. Ha lavorato in Sicilia, partecipando alle inchieste che portarono alla cattura di Luciano Liggio e Totò Riina (il primo arresto di quest’ultimo, nel 1963, prima della lunghissima latitanza), poi a Napoli, sia alla squadra mobile sia all’ispettorato antiterrorismo creato da Emilio Santillo. Infine l’Ucigos (Ufficio centrale per le investigazioni generali e le operazioni speciali), dove ha coordinato i blitz più «riservati». «Alla Mobile del capoluogo campano – spiega – si combatteva una vera e propria guerra contro la camorra. Occorreva invertire i rapporti di forza, la soggezione indotta dai malavitosi sull’intera cittadinanza e ovviamente sugli apparati di sicurezza. Perciò capimmo che prima di tutto bisognava accompagnare alla puntualità degli accertamenti il rispetto ottenuto dai banditi che di volta in volta catturavamo». C’è un riferimento, più emblematico degli altri. «Negli anni ’70 la zona di Pallonetto a Santa Lucia era semplicemente il regno dei contrabbandieri. Nemmeno la Finanza aveva il coraggio di entrarvi e decidemmo che non si poteva andare avanti così. Impiegando metodi forti, alla fine, ogni volta che ci presentavamo per una perquisizione i “notabili” si alzavano in piedi. Venivano colpiti in faccia, con le sedie dei bar dove si radunavano, se apparivano insofferenti alla nostra attività». L’ispettorato antiterrorismo di Emilio Santillo è un passaggio successivo, in qualche modo fondamentale nel forgiare le tecniche e il drappello dei fedelissimi, che poi saranno utilizzati all’Ucigos.
«Dopo tanti anni di lotta alla criminalità organizzata, ebbi la certezza che l’unico modo per debellare la violenza ideologica sarebbe stato mescolare gli investigatori di estrazione “politica” a quelli di provenienza “comune”, cioè impegnati da sempre nel contrasto ai malviventidi professione. Le notizie fornite dai primi, sommate all’efficacia dei secondi, hanno dato risultati importantissimi». I “cinque” si mettono in luce per esempio nell’inchiesta sui Nuclei armati proletari, specie dopo l’arresto di Giuseppe Sofia. «Ci sono due livelli d’interrogatorio, dinnanzi a un terrorista che hai la certezza essere colpevole. All’inizio ponevo una domanda lineare, aspettandomi una risposta. Se la replica risultava evasiva, o proprio non arrivava, ho sempre dato una seconda chance, dicendo sottovoce “mi stai offendendo, riproviamo”. Poi, quando l’intelligenza viene definitivamente offesa, ci sono i modi forti e a quel punto il sospettato ha l’impressione d’essere in tuo completo dominio. Si vuole parlare di torture, ma io direi che si trattava soprattutto d’una messinscena, praticata per garantire la sopravvivenza a decine di persone». La somministrazione di abbondanti dosi di acqua e sale e la finta fucilazione sono emersi con chiarezza, dalle carte degli anni successivi: «Altre situazioni, che magari hanno fatto il bene dello Stato, è meglio portarsele nella tomba».
Nel 1977, quando l’ispettorato antiterrorismo di Santillo viene sciolto, ecco l’ultimo “scatto”. Il funzionario viene chiamato a Roma, direttamente all’Ucigos, con un ruolo di coordinamento. I fedelissimi, invece, restano a Napoli: «Ma di tanto in tanto li reclutavo, quando la presenza era assolutamente necessaria e sapevo che solo un interrogatorio condotto con i loro metodi avrebbe consentito di ottenere le informazioni desiderate. Ero autorizzato e delegato ogni volta a muovermi in questo modo dai miei superiori, che riferivano al capo della polizia e al ministro dell’Interno. Ci dicevano che era necessario andare fino in fondo e noi gli risolvevamo i problemi. L’impiego dei miei investigatori non era troppo ricorrente, ma coincideva sempre con i momenti cruciali delle indagini».
C’erano testimoni da ascoltare durante il sequestro di Aldo Moro (la nostra fonte è in una delle foto simbolo scattata in via Caetani, tra gli investigatori vicini alla “Renault 4” dove si trovava il corpo senza vita del politico) e pure dopo.
«Uno dei pentiti “storici” nella storia delle Br, il “tipografo” Enrico Triaca individuato successivamente alla scoperta del cadavere dello statista, fornì una serie di rivelazioni impressionanti dopo che lo torchiammo». Il metodo è trasversale. «Mi sono occupato
dell’ultradestra, dei Nar (Nuclei armati rivoluzionari), in particolare dell’arresto a Roma di Paolo Signorelli e altri militanti poi sospettati di aver ucciso il 23 maggio 1980 il sostituto procuratore Mario Amato (Signorelli, condannato in primo e secondo grado è stato definitivamente assolto in Cassazione, ndr)».
L’anno topico è però il 1982, il periodo compreso fra gennaio e febbraio. «Prima di partecipare alle indagini per la liberazione del generale Dozier, io e i miei uomini interrogammo a Roma il brigatista Ennio Di Rocco (bloccato il 3 gennaio 1982), militante delle Brigate Rosse-Partito guerriglia. Grazie alle sue dichiarazioni individuammo, sei giorni dopo, il leader di quell’organizzazione, Giovanni Senzani, nella base romana di via Pesci».
Di Rocco fu uno dei primi terroristi a denunciare di aver subito torture. Fu ucciso nel carcere di massima sicurezza di Trani e il suo omicidio venne rivendicato dai “proletari prigionieri per la costruzione dell’organismo di massa del campo di Trani” e fatto proprio anche dal “partito guerriglia”, che non gli perdonò le soffiate. «Dopo Senzani andammo a Padova per Dozier. Il Paese era in preda al panico, io ero un duro che insegnava ai sottoposti lealtà e inorridiva per la corruzione. Occorreva ristabilire una forma di “auctoritas”, con ogni metodo. Tornassi indietro, rifarei tutto quello che ho fatto».

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Recensioni – «Colpo al cuore» di Nicola Rao, Sperling e Kupfer
Li chiamavano i «Quattro dell’Ave Maria». Le rivelazioni di un ex poliziotto

Aldo Cazzullo
Corriere della Sera
10 ottobre 2011


Nell’Italia di trent’anni fa, al culmine del terrorismo e nello stesso tempo all’inizio della sua fine, una squadra di torturatori si muoveva tra le carceri. Non gli agenti del Nocs finiti sotto processo per il caso Di Lenardo; una squadra di professionisti specializzati nell’ estorcere indicazioni e confessioni. Furono loro a catturare Antonio Savasta. A trovare il nascondiglio di Dozier. A smantellare la colonna napoletana. E ad assestare alle Br quel “colpo al cuore” che nel giro di pochi mesi ne decretò la fine. Si intitola appunto «Colpo al cuore: dai pentiti ai “metodi speciali”, come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata» il saggio-inchiesta di Nicola Rao, che domani Sperling&Kupfer manda in libreria. Un focus sugli ultimi 500 giorni delle Brigate Rosse: dal maggio 1981 all’ottobre 1982. Per la prima volta parla Savasta. Parla il commissario Genova, che lo catturò. E parla il misterioso funzionario dell’Ucigos (l’Ufficio centrale per le investigazioni generali e per le operazioni speciali della polizia di Stato operativo durante gli anni di piombo, ndr) – indicato dai colleghi con il significativo eteronimo di «professor De Tormentis» – che contribuì in maniera determinante a distruggere le Br, praticando una sorta di waterboarding, la tortura del soffocamento con l’ acqua. Una storia che il gergo dell’epoca ha battezzato con nomi da B-movie – la squadra veniva indicata come «i quattro dell’Ave Maria» -, ma che ci riporta in un’epoca drammatica del nostro recente passato, che l’autore indaga con il metodo del suo long-seller dedicato invece all’ estrema destra, «La fiamma e la celtica». Costituita all’indomani della morte di Moro, la squadra in seno all’Ucigos era composta da ex sottufficiali della Mobile di Napoli, che avevano conosciuto il «professor De Tormentis» quando era alla testa di quell’ufficio tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta. Il gruppo d’azione, messo per qualche anno in sonno, viene richiamato in attività quando si fa più violento l’attacco delle Br, con il rapimento del generale Dozier e le pressioni di Washington sull’Italia. Grazie ai «metodi speciali» di quella squadra, nel giro di poche settimane vengono smantellate le due anime delle Br: arrestato Senzani, capo del «Partito guerriglia»; individuato e liberato Dozier, prigioniero del «Partito comunista combattente». Savasta decide di parlare e di distruggere, con le sue rivelazioni, il Pcc, facendo arrestare decine di «rivali». I «metodi speciali» del professore vengono poi introdotti anche a Napoli, nella primavera-estate dell’82, per catturare i superstiti dell’ultima colonna Br ancora in attività. Sempre con questi «trattamenti» la polizia arriva al covo romano dove si trova il terrorista dei Nar Giorgio Vale, che muore nella sparatoria con gli agenti. Il commissario Genova (insieme con altri funzionari) spiega di aver assistito di persona, durante le indagini sul sequestro Dozier, a due «trattamenti» a Verona – il secondo consente di strappare l’ indicazione del covo dov’è rinchiuso il generale americano – e a un altro «trattamento» a Napoli. Il «professor De Tormentis» conferma. E racconta di essersi occupato anche di Enrico Triaca, il tipografo delle Br arrestato subito dopo la morte di Moro, e di due brigatisti che gli indicarono dove era nascosto Senzani. Poi c’è la testimonianza di Savasta. Pagine a volte terribili. Il pentito racconta come uccise il colonnello Varisco. E come partecipò ad altre azioni: il rapimento e l’assassinio dell’ingegner Taliercio; le trasferte sarde per liberare il nucleo storico delle Br detenuto all’Asinara e a Bad’e Carros, con la complicità di banditi-pastori, le traversate notturne nella Barbagia, le sparatorie con i carabinieri e con la polizia. Con rivelazioni inedite sul rapimento Dozier, a cominciare dalla reazione del generale al momento della cattura, quando a pugni e testate stava mettendo fuori combattimento entrambi i brigatisti entrati in casa, e si fermò solo quanto vide Savasta puntare la pistola alla testa della moglie. Neppure il blitz dei Nocs andò nella realtà come fu raccontato: i brigatisti si accorgono dell’ arrivo degli agenti; uno di loro, come prevede il protocollo Br, punta la pistola alla tempia dell’ostaggio; poi ha un attimo di esitazione, non ha il coraggio di andare sino in fondo, e gli uomini dei reparti speciali riescono a liberare il generale; ma l’ operazione passata alla storia come un esempio di azione fulminea stava per trasformarsi in disfatta. Savasta racconta anche delle origini del terrorismo. E indica in un gruppo «proto brigatista» di ex di Potere Operaio i responsabili dell’uccisione del giovanissimo missino Mario Zicchieri al Prenestino. In precedenza Savasta aveva già accusato Morucci, Maccari e Seghetti, che erano stati prosciolti. Ma ora fornisce nuovi particolari. Ad esempio racconta che, la sera dell’omicidio Zicchieri, Seghetti ordinò a lui e a un altro compagno di stare a casa e sintonizzarsi sulle frequenze radio della polizia, per verificare gli spostamenti e le comunicazioni delle forze dell’ordine. E aggiunge, senza farne il nome, che uno dei componenti del gruppo di fuoco era un compagno poi morto in un incidente stradale. Dalla discussione interna alla colonna romana sul pericolo rappresentato dai fascisti della sezione Acca Larenzia, del Tuscolano e di Cinecittà nasce l’assalto alla sezione missina finito in tragedia. Savasta racconta delle armi distribuite dalle Br agli Autonomi durante i cortei del ’77 romano. E dell’ inchiesta che condusse su Aldo Moro, che inizialmente doveva essere ucciso all’ interno dell’università, come poi sarebbe accaduto a Bachelet. Ed ancora: la vita quotidiana all’ interno dell’ organizzazione, le paure dei brigatisti, il terrore delle donne di essere torturate e violentate, le liti, i tradimenti, gli amori, le antipatie. E il suo rapporto conflittuale con il padre: un agente di polizia.

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Dal Lago, Lampedusa: «Trattati come bestie, è normale che si ribellino»

Intervista ad Alessandro Dal Lago, sociologo dell’univeristà degli studi di Genova

Paolo Persichetti
Liberazione 22 settembre 2011

Metti un’isola persa al centro del Mediterraneo, prima porta d’Europa e rotta privilegiata per migliaia di migranti che giungono dalle rive meridionali. Lascia che sul suo lembo di terra sorga un campo di concentramento e riempilo, uno sbarco dopo l’altro, di disperati. L’isola, un tempo abitata da pescatori e abituata solo ad ospitare turisti, sembra ormai una nuova fortezza Bastiani. All’inizio commercianti e bottegai sono contenti. Il presidio permanente delle Forze di polizia garantisce un bel fisso mensile, ma col tempo crescono i malumori. Gli equilibri saltano. Dalle reti si raccolgono cadaveri di naufraghi, il mare sembra un cimitero liquido che lascia affiorare tracce di vite annegate. La gente è stanca di vedere “tutta la miseria del mondo” approdare sulle proprie spiagge. Il dolore, le tragedie, la facce disperate. Nell’isola non c’è più felicità ma il rombo permanente di una guerra: la guerra alle formiche affamate che cercano speranza. Chi ha pensato tutto questo ha fabbricato una bomba sociale. Dagli alambicchi dell’odio distillato in laboratorio è venuta fuori la caccia all’immigrato che si è scatenata a Lampedusa.

Professor Dal Lago siamo alla guerra tra poveri? Avevano bisogno di queste immagini a cui i media offriranno un potente moltiplicatore simbolico?
Con la catastrofe economica che si sta avvicinando c’è il rischio che situazioni di questo tipo si presentino in serie. Quando l’orizzonte si oscura te la prendi con il primo a portata di mano, il più vicino che ti da fastidio o pensi che per te sia un danno. In queste condizioni era inevitabile, d’altronde non è la prima volta che nei Cpa e Cie scoppiano incidenti del genere. E’ la riprova del fatto che non si possono controllare i flussi migratori semplicemente con le espulsioni, che nemmeno funzionano perché mancano i soldi per pagare gli aerei.

Le violenze sui migranti di alcuni lampedusani sono un fatto preoccupante.
E’ inevitabile che ci siano conflitti di prossimità in una situazione così esplosiva, costipata. Solo una settimana fa La Russa è andato a dire che tutto funzionava. Ora i risultati si vedono. Siamo alla conseguenza di leggi demenziali che lasciano la gente rinchiusa a marcire fino a 18 mesi. Non si possono ammassare esseri umani in queste condizioni e poi meravigliarsi perché si ribellano. Queste dinamiche andrebbero spente alla fonte, non una volta che sono esplose. Ora alcuni, come la Lega, ci sguazzeranno dentro. Non abbiamo solo un governo di destra, abbiamo un governo incapace di soddisfare anche il punto di vista della destra. Per questo ceto politico la condizione dei migranti è vissuta come un problema marginale, secondario. Non gliene importa proprio nulla. Un profondo e sotterraneo disprezzo nei confronti di queste popolazioni. In questo senso si può anche dire che sono peggio di chi li ha preceduti. Il governo sta  crollando, Berlusconi è rinchiuso nei suoi palazzi sotto assedio. Nel resto del mondo è visto come il Gheddafi d’Europa: un buffone. Il problema è che sono inetti non solo di destra.

Si è innescata una dinamica pericolosa.
Certo. Attenzione perché questi non solo non sono in grado di controllare nessun meccanismo, ma mancano di qualsiasi strategia. Siamo di fronte a un governo che non ha la cultura politica per portare avanti un discorso sensato sulla migrazione.

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Cronache migranti
Sans papiers impiegati per costruire Cpt
Le figure del paria indizio e sintomo delle promesse incompiute dall’universalità dei diritti
Elogio della miscredenza
Razzismo a Brescia, distribuiti guanti ai passeggeri che salgono  sul bus dei migranti
Ponte Galeria, migranti in rivolta salgono sui tetti
Il nuovo lavoro schiavile
Dopo i fatti di Rosarno manifestazione di protesta al Cie di Crotone

Boia che non mollano: Cina e Stati uniti in testa alle classiche della pena di morte

Il Rapporto annuale di “Nessuno tocchi Caino”: aumentano le esecuzioni anche se calano i Paesi che ricorrono alla pena capitale

Paolo Persichetti
Liberazione 5 agosto 2011

Nel 2010 le esecuzioni capitali sono aumentate rispetto ai due anni precedenti. I giustiziati sono stati 5.837. Ben 96 in più rispetto al 2009 e 102 rispetto al 2008. L’aumento, secondo quanto spiega il rapporto sulla pena di morte nel mondo pubblicato dall’associazione “Nessuno tocchi Caino”, sarebbe dovuto all’escalation di pene capitali eseguite in Iran: passate dalle almeno 402 del 2009 alle almeno 546 del 2010. Quell’«almeno» sta a significare che i dati riportati peccano, semmai, per “difetto”. E che dunque c’è da dubitare che le morti di Stato, gli omicidi per legge, sono molti di più.
L’incremento delle uccisioni legali contrasta tuttavia con un altro dato, questa volta più confortante: i Paesi che continuano a praticare la pena di morte sono scesi di numero: 42 a fronte dei 45 del 2009. Un decremento che conferma una tendenza graduale in atto da alcuni anni. Dodici Paesi hanno abbandonato la pena di morte dal 2005 e oggi.
Gli Stati o territori che hanno abolito per legge le esecuzioni capitali sono 155. All’interno di questi, 97 risultano totalmente abolizionisti, altri 8 sono parzialmente abolizionisti, cioè hanno eliminato la pena capitale solo per i crimini ordinari mantenendola per crimini politici, terroristici o nei codici di guerra. Una moratoria sulle esecuzioni vige in 6 Stati, mentre 44 sono i Paesi che di fatto non eseguono più sentenze capitali da almeno 10 anni o che si sono impegnati a livello internazionale ad abolire la pena di morte tuttora in vigore nei loro ordinamenti penali.
Dei 42 Paesi che mantengono la pena capitale, 35 sono catalogati come «dittatoriali, autoritari o illiberali». Il grosso delle esecuzioni, 5.784, circa il 99% del totale mondiale, viene praticato in 18 di questi Paesi. A guidare la classifica sono Cina, Iran e Corea del Nord. Peccato che il rapporto fornisca le cifre solo in termini assoluti. Sarebbe stato interessante osservare l’incidenza anche rispetto alla densità di popolazione.
Tra i Paesi che mantengono in vigore la pena capitale, 7 di loro vengono classificati tra i sistemi politici a «democrazia liberale», sulla base – spiegano sempre gli autori del rapporto – «non solo del sistema politico del Paese, ma anche del sistema dei diritti umani, del rispetto dei diritti civili e politici, delle libertà economiche e delle regole dello stato di diritto». Le democrazie liberali che hanno applicato la pena di morte nel 2010 sono state 4 ed hanno effettuato 53 esecuzioni. Il fatto che si tratti dell’appena 1% del totale mondiale ci dice ancora poco senza un raffronto basato sul tasso percentuale delle esecuzioni. In ogni caso svettano gli Stati uniti con 46 giustiziati, uno ogni 680mila cittadini. Un bel record negativo per la più grande democrazia del pianeta, culla del populismo penale. Il resto sono briciole: Taiwan 4, Giappone 2 e Botswana 1. Anche qui si segnala un calo rispetto alle 60 uccisioni legali del 2009. Le Americhe sarebbero un territorio incontaminato dalla pena di morte se non ci fossero proprio gli Stati uniti, unico Paese del continente a praticare la pena capitale. Bisognerebbe ricordarsene un po’ più spesso.
In Europa solo la Bielorussia continua a giustiziare i suoi detenuti: 2 uccisi nel 2010. Nel continente Africano martoriato dalle guerre sono state registrate almeno 43 esecuzioni capitali legali, meno degli Stati uniti. L’Asia, a causa della Cina che vanta circa 5 mila esecuzioni (una ogni 267mila cittadini), è il continente nero (non più giallo) della giustizia capitale. Il rapporto non ci offre uno studio comparato sulla natura dei reati colpiti dalla pena di morte: quali sono presenti nei codici penali e quali sono quelli contestati con più frequenza.

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Cronache carcerarie

Carlo Giuliani, quel passo in più

Quel passo in più mentre gli altri andavano indietro, la tua vita è tutta lì
Per questo ti vogliamo bene

I tratti addolciti del viso tradivano la sua giovane età. Si era staccato dal gruppo e in una mano teneva una pietra che scagliò con tutta la sua forza contro un drappello d’uomini bardati con scudi e mazze, caschi e stivali, armi da fuoco alla cintola. Quasi appagato da quell’incosciente gesto di sfida s’era voltato per riguadagnare le fila dei suoi compagni. Teneva larghe le braccia mentre le mani erano nude come in quella foto dell’anarchico diventata un manifesto, quando l’eco d’alcuni colpi di pistola risuonò nell’aria. I suoi compagni urlavano, mentre un poliziotto aveva preso la mira per fucilarlo alle spalle. Il suo sorriso s’era trasformato in una smorfia di dolore. Colpito alla schiena ma ancora incredulo continuava a camminare ma le sue falcate sembravano ormai passi di danza. Cadde sull’asfalto solo dopo aver compiuto una piroetta. Era il giugno del 2001, a Gotebörg. Il “movimento dei movimenti” solo per poco era scampato al suo primo morto. Un presagio maledetto che si avverò qualche settimana più tardi a Genova, in piazza Alimonda, dove un altro giovane, all’incirca della stessa età, venne ucciso da un coetaneo in divisa con un colpo in mezzo agli occhi.
Carlo Giuliani la morte l’ha vista in faccia mentre gli altri manifestanti avevano avuto il tempo d’indietreggiare di fronte a quell’arma spianata. Forse era troppo tardi per fermarsi o forse non voleva arretrare, ma andare fino in fondo per impedire a quel braccio teso, armato e in divisa di Stato, di continuare la sua minaccia. Due colpi, una quiete irreale cadde d’improvviso sul campo di battaglia rotta poi da nuove grida, mentre il corpo di Carlo veniva oltraggiato dalle ruote del Defender dei carabinieri.
“Fiori velenosi venuti solo per sfasciare”(1), non trovò migliore espressione una dirigente dell’organizzazione antimondialista Attac per liquidare i fatti di Gotebörg. Secca e adirata contro quella che ai suoi occhi sembrava una teppaglia neoluddista, madame Susan George, trovò più che normale che una pietra valesse un colpo di pistola tirato alle spalle. Autoconvocate, quelle orde d’insorti in cerca di sommosse non erano gradite. Disturbavano le ordinate kermes internazionali, i carnevali di strada, i convegni compunti dei professionisti dell’associazionismo, una nuova burocrazia della società civile che pensava di poter fronteggiare gli irruenti spiriti animali del capitalismo ultraliberale attraverso forme di regolazione economica, strumenti procedurali e regole etiche. Misure inadeguate quanto l’idea di poter fermare l’Oceano in tempesta con dei sacchetti di sabbia. Nello stesso periodo, un appello sottoscritto da intellettuali italiani e francesi, tra cui spiccavano le firme d’alcuni ex partecipanti ai movimenti politici degli anni Settanta, censurava le violenze e gli scontri di piazza, in modo particolre le brutalità commesse nei confronti di merci come “i cassonetti bruciati e le vetrine rotte”. Costoro invocavando manifestazioni ordinate e ottenevano nient’altro che forze dell’ordine. Decisamente la storia non è intenzionata a smentire quell’adagio che vuole ogni tragedia ripresentarsi in farsa. Per nulla appagati da tanta stigmatizzazione etica prim’ancora che politica, prendiparola del Forum sociale genovese e leaders d’alcune componenti noglobal, sponsorizzati dai loro grandi elettori mediatici, lanciarono il ritornello infinito, e per giunta dopo un anno ancora non provato, degli infiltrati. Lo fecero a caldo, sopraffatti dal pregiudizio e da servile paura, quando il corpo straziato di Carlo Giuliani non aveva ancora un nome. Nei salotti volanti delle dirette Rai di prima serata che seguivano il G8 circolava ancora la voce che il giovane ucciso fosse uno spagnolo, di certo un basco, un black bloc in ogni caso. Gli invitati (2), ancora accaldati per aver sfilato nei cortei del pomeriggio, attaccarono le forze di polizia colpevoli d’inerzia per aver lasciato devastare la città da bande di facinorosi vestiti di nero. Le forze dell’ordine avevano assalito i cortei quando questi sfilavano ancora lungo i percorsi autorizzati, in diversi punti della città i carabinieri avevano fatto uso d’armi da fuoco, in risposta gli acuti esponenti noglobal invece di pretendere meno forze dell’ordine invocavano più forza pubblica in piazza. Sollecitati con tanto ardore, il sabato successivo le forze di polizia eseguirono con zelo il loro mandato fin dentro alla Diaz. Immemore o forse ignaro che solo nei paesi dove vi è un controllo autoritario dello spazio pubblico le forze di polizia organizzano e svolgono il servizio d’ordine nei cortei, l’arrogante e mai pago presidente della Lila, Vittorio Agnoletto, pretendeva la tutela poliziesca per le sue sfilate nonviolente. Solo in tarda serata, sopraggiunta la notizia che quel manifestante deceduto altri non era che il figlio di un noto sindacalista della Cgil genovese, il “reprobo” Carlo Giuliani divenne finalmente un ragazzo da difendere, un imbarazzante martire da far proprio.

(1) Le Courrier d’information, n. 246, Martedi 19 giugno 2001.
(2) Un isterico Vittorio Agnoletto e un fin troppo incauto Fausto Bertinotti.

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Caso Giuseppe Uva, dopo tre anni finalmente la superperizia

Parla la sorella di Giuseppe Uva: «Ho visto il corpo di mio fratello, aveva le costole rotte, perdeva sangue dal retto, gli avevano messo un pannolone, aveva ematomi ovunque.

Checchino Antonini

Liberazione 7 luglio 2011
Si chiama superperizia il colpo di scena nel caso Uva, tre anni dopo la morte del gruista di 43 anni per cause da chiarire dopo essere transitato in una caserma varesina per approdare al pronto soccorso cittadino. La versione ufficiale, di una morte per allergia ai farmaci, non ha mai persuaso sua sorella Lucia che si batte da allora per riesumare il cadavere e capire, finalmente, cosa accadde quella notte. A seguirla c’è Fabio Anselmo, lo stesso legale delle famiglie di Aldrovandi, Cucchi, Bianzino. E l’altroieri, a Varese, hanno giurato i tre periti a cui «finalmente», spiega Anselmo a Liberazione, è stata data la possibilità di compiere ogni esame ritengano opportuno. Dunque quella riesumazione chiesta decine di volte e finora sempre ignorata da Lucia Uva e pure le analisi sulle macchie ematiche sul cavallo dei calzoni.

Autolesionismo incredibile
Suo fratello è morto il 14 giugno 2008, a Varese, dopo essere stato fermato da una pattuglia dei carabinieri per «ubriachezza molesta». Che però è un reato per il quale non è previsto il fermo e per il quale anche il Tso, che giustifica il suo ricovero, appare incomprensibile a chi racconta questa storia che, invece, comincia con una notte in caserma che termina con una versione ufficiale che narra di traumi da autolesionismo. «Perché carabinieri e poliziotti non lo hanno saputo proteggere da se stesso?». Sono tre anni che Lucia Uva formula dove può questa e altre domande. Malapolizia e malasanità, a volte, si mescolano come la carne e la metaldeide nelle polpette avvelenate: impossibile separare la verità dalla menzogna.
Tre anni dopo la storia di Giuseppe sembrava almeno capace di bucare lo schermo dopo un cenno sul recente rapporto di Amnesty International. Doveva andare in onda sulle Iene ma all’ultimo minuto, tre settimane fa, il servizio – «troppo forte» – è saltato. Chi vive alle prese con storie del genere vive appeso alla possibilità che si accenda un riflettore, che qualcuno ne scriva. E che tutto ciò produca una svolta nella battaglia per verità e giustizia. Perché è questo che Lucia vuole e in questo non solo è sorella di Ilaria Cucchi, Patrizia Aldrovandi e Maria Ciuffi, la madre di Stefano Lonzi, una storia archiviata con ostinazione. Ma è sorella e compagna di chi vive sull’Isola dei cassintegrati, di chi aveva occupato l’Eutelia, di chiunque si arrampichi su un tetto.

Il carabiniere lo conosceva
Lucia è un’artigiana tessile. Lavora spesso all’estero. Pino spostava le gru. Anche l’ultima sera. Stacca alle sei si fa la doccia e va a cena a casa dei genitori di Alberto. Alberto, Pino e la ragazza di Alberto vivevano insieme. C’era la partita, quando finisce vanno al bar di Via Dandolo. Tornando a casa si imbattono nelle transenne che sarebbero servite per la Festa delle Ciliegie. Così decidono di chiudere la strada in anticipo per fare una goliardata innocua. Erano quasi le tre. Arriva una pattuglia di carabinieri che girava in zona, un militare lo riconosce, lo chiama per nome e cognome, iniziano a discutere. Poi intervengono in rinforzo due pattuglie di polizia che portano i due dai carabinieri in Via Saffi. «Un’ora dopo Alberto sente gridare Pino. Chiede invano il perché poi chiama il 118, suo padre e l’avvocato. Per questo s’è salvato. «Pino lo portiamo a casa noi», gli dissero i carabinieri che “tranquillizzano” il 118: «Sono solo due ubriachi», salvo richiamare l’ambulanza alle 5.30. Mezz’ora dopo è al pronto soccorso con il Tso arrivando con un corteo di pantere e gazzelle.
Pino conosce il vigilante: «Diglielo tu che sono allergico alle punture. Da 13 anni si curava un’allergia ai pollini, era cliente fisso dell’ospedale. E’ per quello che mi incazzo ancora di più – continua Lucia – ci andava una volta al mese, bastava schiacciare un bottone…».
Invece lo riempiono di calmanti bucandolo almeno quattro-cinque volte. Pino si assopisce, i carabinieri si alternano al capezzale. «Dalle 7.30 alle 9.30 non sappiamo dov’è stato parcheggiato. Le sorelle lo trovano che russa in reparto. Viene detto loro che alle tre gli potranno parlare. Un medico del pronto soccorso chiama per chiedere se facesse uso di stupefacenti, un carabiniere insinua al fratello di Pino che era uno spacciatore e che era “fatto”. Nelle analisi ci sarà traccia solo dei narcotici che gli erano stati iniettati. Alle 10.10 le sorelle erano nello studio del medico che viene chiamato per un’emergenza. Alle 11 torna e comunica la morte di Pino.
Lucia, appena partita per le vacanze, rientra di corsa: alle 15.30 è nell’obitorio di Varese. Il naso, fuori dal lenzuolo, presenta una botta visibile. «Autolesionismo», si sente dire, «sbatteva sul tavolo, per terra, era furioso. Ma perché ha il pannolone?». Lucia fa uscire tutti, glielo toglie, scopre la costola sollevata, le dicono che è successo per rianimarlo ma lei pensa che gli si siano buttati addosso, vede segni anche sotto le piante dei piedi, ha la forza di guardare e vede che perde sangue dal retto. «Me lo sono toccato tutto, avevo la macchinetta fotografica perché ero partita per le vacanze e ho ripreso tutto: i bernoccoli sulla nuca, un ginocchio fuori posto, il collo del piede gonfio». Gli slip sono spariti. Si sente dire: «Si sa che in questi momenti si lasciano andare». L’autopsia è piena di sviste e di errori, perfino nei dati biografici. Il 30 settembre 2008, dopo un lungo esposto di Lucia Uva, si apre un fascicolo sulla notte in caserma ma da allora è ancora senza indagati.

Alberto mai sentito dal pm
L’unico processo, per lungo tempo, sarà contro due medici, quello del pronto soccorso e lo psichiatra del reparto. Il gup rinvia a giudizio solo lo psichiatra ma dice che la perizia è troppo generica e indica la responsabilità di un altro medico per il quale si aprirà un secondo processo il 14 luglio. Anche il procuratore generale, opponendosi all’assoluzione, ammette che ci voleva maggiore attenzione. La parte civile però crede che la causa di morte sia il politraumatismo di quella notte non la sinergia tra sedativi. Il pm, che non ha mai sentito Alberto, dall’inizio di questa storia, appare particolarmente ostile alla famiglia di Uva, cacciata dall’aula prima ancora che il giudice entrasse. Ha perfino insinuato che Lucia avesse manomesso il cadavere. E, tra i misteri di quella notte, restano le dichiarazioni degli amici di Pino che aveva raccontato loro di avere avuto una relazione con la moglie di un carabiniere.

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