Quella squadra speciale contro i brigatisti: waterboarding all’italiana

Recensioni – «Colpo al cuore» di Nicola Rao, Sperling e Kupfer
Li chiamavano i «Quattro dell’Ave Maria». Le rivelazioni di un ex poliziotto

Aldo Cazzullo
Corriere della Sera
10 ottobre 2011


Nell’Italia di trent’anni fa, al culmine del terrorismo e nello stesso tempo all’inizio della sua fine, una squadra di torturatori si muoveva tra le carceri. Non gli agenti del Nocs finiti sotto processo per il caso Di Lenardo; una squadra di professionisti specializzati nell’ estorcere indicazioni e confessioni. Furono loro a catturare Antonio Savasta. A trovare il nascondiglio di Dozier. A smantellare la colonna napoletana. E ad assestare alle Br quel “colpo al cuore” che nel giro di pochi mesi ne decretò la fine. Si intitola appunto «Colpo al cuore: dai pentiti ai “metodi speciali”, come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata» il saggio-inchiesta di Nicola Rao, che domani Sperling&Kupfer manda in libreria. Un focus sugli ultimi 500 giorni delle Brigate Rosse: dal maggio 1981 all’ottobre 1982. Per la prima volta parla Savasta. Parla il commissario Genova, che lo catturò. E parla il misterioso funzionario dell’Ucigos (l’Ufficio centrale per le investigazioni generali e per le operazioni speciali della polizia di Stato operativo durante gli anni di piombo, ndr) – indicato dai colleghi con il significativo eteronimo di «professor De Tormentis» – che contribuì in maniera determinante a distruggere le Br, praticando una sorta di waterboarding, la tortura del soffocamento con l’ acqua. Una storia che il gergo dell’epoca ha battezzato con nomi da B-movie – la squadra veniva indicata come «i quattro dell’Ave Maria» -, ma che ci riporta in un’epoca drammatica del nostro recente passato, che l’autore indaga con il metodo del suo long-seller dedicato invece all’ estrema destra, «La fiamma e la celtica». Costituita all’indomani della morte di Moro, la squadra in seno all’Ucigos era composta da ex sottufficiali della Mobile di Napoli, che avevano conosciuto il «professor De Tormentis» quando era alla testa di quell’ufficio tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta. Il gruppo d’azione, messo per qualche anno in sonno, viene richiamato in attività quando si fa più violento l’attacco delle Br, con il rapimento del generale Dozier e le pressioni di Washington sull’Italia. Grazie ai «metodi speciali» di quella squadra, nel giro di poche settimane vengono smantellate le due anime delle Br: arrestato Senzani, capo del «Partito guerriglia»; individuato e liberato Dozier, prigioniero del «Partito comunista combattente». Savasta decide di parlare e di distruggere, con le sue rivelazioni, il Pcc, facendo arrestare decine di «rivali». I «metodi speciali» del professore vengono poi introdotti anche a Napoli, nella primavera-estate dell’82, per catturare i superstiti dell’ultima colonna Br ancora in attività. Sempre con questi «trattamenti» la polizia arriva al covo romano dove si trova il terrorista dei Nar Giorgio Vale, che muore nella sparatoria con gli agenti. Il commissario Genova (insieme con altri funzionari) spiega di aver assistito di persona, durante le indagini sul sequestro Dozier, a due «trattamenti» a Verona – il secondo consente di strappare l’ indicazione del covo dov’è rinchiuso il generale americano – e a un altro «trattamento» a Napoli. Il «professor De Tormentis» conferma. E racconta di essersi occupato anche di Enrico Triaca, il tipografo delle Br arrestato subito dopo la morte di Moro, e di due brigatisti che gli indicarono dove era nascosto Senzani. Poi c’è la testimonianza di Savasta. Pagine a volte terribili. Il pentito racconta come uccise il colonnello Varisco. E come partecipò ad altre azioni: il rapimento e l’assassinio dell’ingegner Taliercio; le trasferte sarde per liberare il nucleo storico delle Br detenuto all’Asinara e a Bad’e Carros, con la complicità di banditi-pastori, le traversate notturne nella Barbagia, le sparatorie con i carabinieri e con la polizia. Con rivelazioni inedite sul rapimento Dozier, a cominciare dalla reazione del generale al momento della cattura, quando a pugni e testate stava mettendo fuori combattimento entrambi i brigatisti entrati in casa, e si fermò solo quanto vide Savasta puntare la pistola alla testa della moglie. Neppure il blitz dei Nocs andò nella realtà come fu raccontato: i brigatisti si accorgono dell’ arrivo degli agenti; uno di loro, come prevede il protocollo Br, punta la pistola alla tempia dell’ostaggio; poi ha un attimo di esitazione, non ha il coraggio di andare sino in fondo, e gli uomini dei reparti speciali riescono a liberare il generale; ma l’ operazione passata alla storia come un esempio di azione fulminea stava per trasformarsi in disfatta. Savasta racconta anche delle origini del terrorismo. E indica in un gruppo «proto brigatista» di ex di Potere Operaio i responsabili dell’uccisione del giovanissimo missino Mario Zicchieri al Prenestino. In precedenza Savasta aveva già accusato Morucci, Maccari e Seghetti, che erano stati prosciolti. Ma ora fornisce nuovi particolari. Ad esempio racconta che, la sera dell’omicidio Zicchieri, Seghetti ordinò a lui e a un altro compagno di stare a casa e sintonizzarsi sulle frequenze radio della polizia, per verificare gli spostamenti e le comunicazioni delle forze dell’ordine. E aggiunge, senza farne il nome, che uno dei componenti del gruppo di fuoco era un compagno poi morto in un incidente stradale. Dalla discussione interna alla colonna romana sul pericolo rappresentato dai fascisti della sezione Acca Larenzia, del Tuscolano e di Cinecittà nasce l’assalto alla sezione missina finito in tragedia. Savasta racconta delle armi distribuite dalle Br agli Autonomi durante i cortei del ’77 romano. E dell’ inchiesta che condusse su Aldo Moro, che inizialmente doveva essere ucciso all’ interno dell’università, come poi sarebbe accaduto a Bachelet. Ed ancora: la vita quotidiana all’ interno dell’ organizzazione, le paure dei brigatisti, il terrore delle donne di essere torturate e violentate, le liti, i tradimenti, gli amori, le antipatie. E il suo rapporto conflittuale con il padre: un agente di polizia.

Link
Parla il capo dei cinque dell’ave maria: “Torture contro i Br per il bene dell’Italia”
Torture contro i militanti della lotta armata
Il penalista Lovatini: “Anche le donne delle Br sottoposte ad abusi e violenze”
Le rivelazioni dell’ex capo dei Nocs, Salvatore Genova: “squadre di torturatori contro i terroristi rossi”
Salvatore Genova, che liberò Dozier, racconta le torture ai brigatisti

Usa: non si arresta la protesta degli anti-Wall street

Grande manifestazione davanti alla Borsa di Borsa di New York. Scontri con la polizia

Paolo Persichetti
Liberazione 7 ottobre 2011


«Trasformare Wall street in piazza Tahrir», era questo uno degli slogan più gridati dai manifestanti mercoledì sera davanti al tempio della finanza mondiale. Chissà cosa s’inventeranno ora i teorici del complotto, la solita banda di cospirazionisti che hanno sempre e solo visto nelle rivolte della «primavera araba» la longa manus nord-americana. Balbetteranno qualche scusa, magari come Bush tireranno in ballo la teoria del «danno collaterale», oppure se hanno studiato filosofia cercheranno conforto in concetti come l’eterogenesi dei fini. Comunque vada ora sono nella cacca. La barba del vecchio Marx ha fatto capolino in molte piazze del mondo negli ultimi mesi prendendosi gioco di questi pagliacci che ammorbano lo spazio pubblico, soprattutto in questi anni di grande confusione, sostituendo all’arte del dubbio quella del sospetto, al tentativo d’arrivare alla radice della cose l’ossessione per ciò che si celerebbe dietro ogni evento.

Mercoledì sera
al corteo che si è diretto verso la Borsa di Wall street non partecipavano solo gli attivisti di «Occupy Wall street», che dal 17 settembre occupano Zuccotti Park dove hanno piantato le loro tende e iniziato un grosso lavoro che nel giro di pochi giorni ha allargato il fronte della mobilitazione, scontrandosi già una prima volta con la polizia sabato sera sul ponte di Brooklyn (almeno 700 gli attivisti arrestati). Alla marcia stavolta si sono aggiunti le associazioni studentesche e le Unions, i sindacati degli operai newyorkesi. Un fronte ampio e multicolore che al grido di «End the war, Tax the rich» (Fine alla guerra, tasse ai ricchi) e «Siamo il 99%» ha raccolto l’intero caleidoscopio del proletariato urbano: «insegnanti ispanici, operai filippini,magliette blu degli idraulici del Bronx, insegne rosse delle “famiglie lavoratrici”», definito come una «marea umana» dal corrispondente della Stampa. Diecimila partecipanti secondo i dimostranti, 30mila per i media. La manifestazione è stata un grosso successo, l’altra faccia dell’american way of life.
In serata quando la testa del lungo corteo ha raggiunto la zona transennata intorno alla Borsa la polizia schierata in massa è intervenuta bruscamente. 18 manifestanti sarebbero stati fermati.

Movimento «open source», così si autodefiniscono gli anti Wall street nei loro testi che viaggiano sulla rete. Tutto è nato nel luglio scorso da un appello lanciato dallo storico collettivo di «artivisti no global» di Adbuster, ripreso successivamente dagli «hacktivisti» di Anonymus che hanno lanciato la proposta di occupare Wall street con una tendopoli permanente: «L’occupazione di Wall Street – scrivono – potrà essere un momento di rottura politica come è accaduto con le prime proteste in Egitto, oppure, come in Spagna, segnerà l’inizio di un processo di democrazia diretta per la costruzione di un nuovo movimento per la giustizia sociale. Ripartiamo da dove i primi no-global si sono fermati, facendo fiorire un nuovo movimento di movimenti». La nuova tattica dovrebbe mettere in piedi «una fusione tra Piazza Tahrir e gli ‘acampados’ di Spagna». L’obiettivo è «vedere 20mila persone riversarsi a Lower Manhattan, tirare su tende, cucine, barricate pacifiche e occupare Wall Street per qualche mese. Una volta lì, ribadiremo incessantemente un’unica, semplice, rivendicazione in una pluralità di voci». La rivendicazione è quella di una vera democrazia e non di una «corporatocrazia» (potere delle multinazionali), il divieto delle dei grandi gruppi privati di finanziare la politica, la tassazione dei loro profitti, un sistema fiscale fortemente progressivo, una commissione d’inchiesta presidenziale sul potere d’influenza delle lobby economiche. Oltreoceano se non altro hanno capito quale è la madre di tutte le caste.

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Speculazione finanziaria

L’uscita di Marchionne da Confindustria mette in grave imbarazzo il Pd

Sergio Marchione alla guida del partito (rivoluzionario) del Capitale

Paolo Persichetti
Liberazione 5 ottobre 2011


Mentre l’intera agenda politica ruota attorno alle inchieste ed alle udienze che ritmano, tra un legittimo impedimento e l’altro, i processi al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, mentre il massimo sforzo oppositivo che le forze parlamentari contrarie all’attuale maggioranza di governo riescono a mettere in campo, dal Pd fino all’Idv, si riduce alla conta sulle mozioni di sfiducia o alle richieste di arresto provenienti dalla magistratura contro deputati della maggioranza o ministri del governo; mentre l’unica strategia che guida l’antiberlusconismo confida nella forza salvifica della spallata giudiziaria e nell’intervento risolutore di un governo tecnico guidato da un banchiere e appoggiato da Confindustria: «La vera partita del Paese», come ha titolato Mario Deaglio sulla Stampa di ieri, si sta giocando altrove.
Accecato dall’agonia del berlusconismo, un intero ceto politico in compagnia di larghi pezzi di società civile non s’accorge che a riscrivere in profondità la costituzione materiale dell’Italia non è più il padrone di Mediaset ma la Fiat di Sergio Marchionne assunta a ruolo di apripista, «partito rivoluzionario» (del capitale), come non ha esitato a qualificarla l’elefantino sul Foglio. La decisione presa dall’Ad di Fiat di uscire dalla Confindustria, annunciata con una lettera inviata ad Emma Marcegaglia lunedì 3 ottobre, è stata subito strumentalizzata da alcuni settori della destra che vi hanno visto una sorta di endorsement del governo, dopo  «il manifesto» con il quale l’organizzazione degli industriali di fatto voltava le spalle all’esecutivo. Ma se è vero che Marchionne può vantare l’appoggio di ministri come Sacconi e Brunetta, che viaggiano sulla sua stessa lunghezza d’onda, l’operazione della Fiat ha una portata strategica che guarda ben oltre qualsiasi contingenza. L’operazione di Marchionne ha il respiro lungo e mira a rideterminare sotto il pieno ed assoluto controllo padronale i rapporti di produzione e più in generale le reazioni sociali nel mondo del lavoro. C’è già chi scommette sullo sfaldamento del fronte confindustriale: un rompete le righe che alletta certamente quei settori padronali in grado di schiacciare facilmente il conflitto, molto meno quelli che preferiscono governare le relazioni industriali con patti concertativi. Marchionne ha trovato il plauso di Carlo Callieri, ex direttore del personale Fiat che organizzò la marcia dei 40 mila, per il quale «la Confindustria non è più rappresentativa e si comporta come una lobby». Sul fronte confindustriale si registra già una prima defezione: escono anche le cartiere Paolo Pigna Spa. La divergenza di vedute, e di interessi, ruota attorno al patto «neocorporativo», siglato il 21 settembre scorso, dove le parti sociali forniscono una loro interpretazione autentica dell’articolo 8, rivendicando «l’autonoma determinazione delle parti» sulle relazioni industriali e la contrattazione. Marchionne è fautore di una rottura culturale contro il «neocorporativismo» nelle relazioni industriali a vantaggio di una nuova realtà dove le regole siano dettate da una parte sola: l’imprenditore. Dove non può esserci più concertazione perché la maggiore flessibilità richiesta non è più un semplice problema di tecnica produttiva, ma ha sostanza politica: chi si oppone al comando padronale non ha diritto di cittadinanza dentro l’impresa. Il conflitto va espunto alla radice secondo un modello autoritario dove ha spazio una sola voce. La fabbrica diventa una società a senso unico. I toni basi e imbarazzati nel Pd la dicono lunga sullo spiazzamento subito da questo partito che fino a poco tempo fa vedeva in Marchionne un «vero socialdemocratico», l’esempio perfetto di campione del «partito dei produttori» di togliattiana e berlingueriana memoria. Il segretario Bersani ha nascosto il proprio pensiero dietro due citazioni di Enrico Letta e Marcegaglia. Piero Fassino, che non molto tempo fa avrebbe volentieri visto in Marchionne un perfetto segretario del Pd, si è limitato a parlare di decisione «negativa» evitando di affrontare la questione nonostante avesse l’Ad Fiat accanto in un appuntamento pubblico. Chiamparino, ex sindaco di Torino, ha letto la decisione come «un passo ulteriore per guardare sempre di più Oltreoceano». Per il responsabile economico del Pd Boccia si tratterebbe di una prova della crisi di rappresentanza dell’organismo confindustriale. Nessun giudizio sul merito. Vuoto d’idee oppure solo un modo per non far sapere che, sotto sotto, al “Botteghino” poi non è che la pensino in modo tanto diverso.

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Cronache operaie
Speculazione finanziaria
Il Marchionne del Grillo e l’operai da Fiat
Il metodo argentino di Marchionne: in fabbrica paura e sfruttamento
Marchionne secondo Marx

Dal Lago, Lampedusa: «Trattati come bestie, è normale che si ribellino»

Intervista ad Alessandro Dal Lago, sociologo dell’univeristà degli studi di Genova

Paolo Persichetti
Liberazione 22 settembre 2011

Metti un’isola persa al centro del Mediterraneo, prima porta d’Europa e rotta privilegiata per migliaia di migranti che giungono dalle rive meridionali. Lascia che sul suo lembo di terra sorga un campo di concentramento e riempilo, uno sbarco dopo l’altro, di disperati. L’isola, un tempo abitata da pescatori e abituata solo ad ospitare turisti, sembra ormai una nuova fortezza Bastiani. All’inizio commercianti e bottegai sono contenti. Il presidio permanente delle Forze di polizia garantisce un bel fisso mensile, ma col tempo crescono i malumori. Gli equilibri saltano. Dalle reti si raccolgono cadaveri di naufraghi, il mare sembra un cimitero liquido che lascia affiorare tracce di vite annegate. La gente è stanca di vedere “tutta la miseria del mondo” approdare sulle proprie spiagge. Il dolore, le tragedie, la facce disperate. Nell’isola non c’è più felicità ma il rombo permanente di una guerra: la guerra alle formiche affamate che cercano speranza. Chi ha pensato tutto questo ha fabbricato una bomba sociale. Dagli alambicchi dell’odio distillato in laboratorio è venuta fuori la caccia all’immigrato che si è scatenata a Lampedusa.

Professor Dal Lago siamo alla guerra tra poveri? Avevano bisogno di queste immagini a cui i media offriranno un potente moltiplicatore simbolico?
Con la catastrofe economica che si sta avvicinando c’è il rischio che situazioni di questo tipo si presentino in serie. Quando l’orizzonte si oscura te la prendi con il primo a portata di mano, il più vicino che ti da fastidio o pensi che per te sia un danno. In queste condizioni era inevitabile, d’altronde non è la prima volta che nei Cpa e Cie scoppiano incidenti del genere. E’ la riprova del fatto che non si possono controllare i flussi migratori semplicemente con le espulsioni, che nemmeno funzionano perché mancano i soldi per pagare gli aerei.

Le violenze sui migranti di alcuni lampedusani sono un fatto preoccupante.
E’ inevitabile che ci siano conflitti di prossimità in una situazione così esplosiva, costipata. Solo una settimana fa La Russa è andato a dire che tutto funzionava. Ora i risultati si vedono. Siamo alla conseguenza di leggi demenziali che lasciano la gente rinchiusa a marcire fino a 18 mesi. Non si possono ammassare esseri umani in queste condizioni e poi meravigliarsi perché si ribellano. Queste dinamiche andrebbero spente alla fonte, non una volta che sono esplose. Ora alcuni, come la Lega, ci sguazzeranno dentro. Non abbiamo solo un governo di destra, abbiamo un governo incapace di soddisfare anche il punto di vista della destra. Per questo ceto politico la condizione dei migranti è vissuta come un problema marginale, secondario. Non gliene importa proprio nulla. Un profondo e sotterraneo disprezzo nei confronti di queste popolazioni. In questo senso si può anche dire che sono peggio di chi li ha preceduti. Il governo sta  crollando, Berlusconi è rinchiuso nei suoi palazzi sotto assedio. Nel resto del mondo è visto come il Gheddafi d’Europa: un buffone. Il problema è che sono inetti non solo di destra.

Si è innescata una dinamica pericolosa.
Certo. Attenzione perché questi non solo non sono in grado di controllare nessun meccanismo, ma mancano di qualsiasi strategia. Siamo di fronte a un governo che non ha la cultura politica per portare avanti un discorso sensato sulla migrazione.

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Cronache migranti
Sans papiers impiegati per costruire Cpt
Le figure del paria indizio e sintomo delle promesse incompiute dall’universalità dei diritti
Elogio della miscredenza
Razzismo a Brescia, distribuiti guanti ai passeggeri che salgono  sul bus dei migranti
Ponte Galeria, migranti in rivolta salgono sui tetti
Il nuovo lavoro schiavile
Dopo i fatti di Rosarno manifestazione di protesta al Cie di Crotone

La logica premiale e logica vittimaria ispirano la nuova filosofia penale

Un intervento di Vincenzo Guagliardo sui presupposti della nuova filosofia penale: al vertice della pena tende a non esserci più la pena; il rapporto del reato con essa sparisce, al suo posto subentra il rapporto del suo autore con la presunta sicurezza della “vittima”. Il principio vittimario posto al centro delle nuove procedure giudiziarie mentre  il premio interviene  in sostituzione del diritto, la punizione per chi non merita il premio o non lo chiede

Vincenzo Guagliardo
settembre 2011


Il fallimento del sistema penale è sempre più evidente, ma al tempo si assiste all’impazzimento delle società in cui esso vive, nel senso che si ricorre all’esasperazione penalista per rimediare alla crisi che quella stessa esasperazione aveva già creato negli anni Ottanta. E, del resto, si può aggiungere che anche di fronte alla crisi economica si osserva la stessa cosa: i governi aiutano per esempio le banche che hanno creato il danno per… rimediarvi.

In Italia sono rimasti scandalosamente (e silenziosamente) in piedi i manicomi giudiziari, avendo la legge Basaglia del 1978 abolito solo i manicomi civili, e il numero dei pazzi reclusi persiste tranquillamente (1348 nel 2007, 1550 nel 2011). Ma anche gli ergastoli aumentano (1500 circa), insieme al numero dei detenuti in generale (68.000). Ma, ancora, con una novità: l’ergastolo “ostativo”, in base al quale molti ergastolani sono ormai esclusi da ogni beneficio penitenziario a priori e perciò condannati a morire in carcere detto “duro”, dopo lunga espiazione. A meno che… non ci si “penta”, non ci si trasformi cioè in delatori se si ha ancora qualcosa e qualcuno da vendere. Per tutti infine, l’ottenimento della libertà condizionale (o l’affidamento ai servizi sociali) viene subordinato a una richiesta di perdono del reo da rivolgere ai parenti delle vittime. È una prassi stabilita dai magistrati, non richiesta da alcuna legge, in cui è come se i giudici abdicassero al loro ruolo per rimettersi ai parenti delle vittime quali nuovi esecutori della pena al posto dello Stato. Naturalmente, attraverso questi meccanismi e altri le carceri vivono il cosiddetto “sovraffollamento”, eufemismo dietro al quale gran parte del carcere è uno strumento di tortura vera e propria, l’inferno dei corpi.

L’ultimo esempio, umiliante sia per i rei che per le vittime, segna un chiaro regresso civile alla vendetta personale. È perciò evidente che all’inferno dell’anima contribuisce alla grande l’impulso che, in un simile contesto sovraffollato-torturante dei corpi, ha potuto trovare il dispositivo di lealizzazione delle coscienze già in parte descritto in questo libro: il premio in sostituzione del diritto, la punizione per chi non merita il premio o non lo chiede (“trattamento differenziato”).

Possiamo anzi dire che la nuova logica penale descritta in questo libro ha invaso la società ridefinendola in ciò che Frank Furedi* chiama la “società terapeutica”. In essa, non si è più dei cittadini, ma neanche dei semplici regrediti alla precedente condizione di sudditi; forse, piuttosto, verso qualcosa di peggio: dei “pazienti”, ovvero dei “malati”, fragili persone che si rimettono alle mani pietose di quei nuovi confessori-medici che sono i magistrati e il loro sempre più cospicuo e variegato seguito di “esperti” della mente e del controllo sociale. Ma, i pazienti nel nostro caso sono tali – non dimentichiamolo – perché vittime di qualcosa e, più precisamente, di qualcuno. Il principio vittimario posto al centro delle nuove procedure giudiziarie sulla scia dell’esempio anglo-americano, è stato seguito con esemplare volontà avanguardista dall’Italia grazie al silenzio di verità o meglio alla straparlante esorcizzazione  posta sull’aspro conflitto sociale (anche armato), avvenuto nel paese negli anni Settanta. Il principio vittimario giuridifica progressivamente ogni aspetto delle relazioni sociali, fette sempre maggiori della vita quotidiana perdono la loro autonomia e si cercano e trovano capri espiatori per l’altare vittimario.

Ed è proprio la sinistra europea ufficiale, bisogna dire, e non solo la destra neo-liberista, ad aver dato un’enorme spinta a questa deriva rivendicativa e vittimista verso la rinuncia dello stesso concetto di autonomia personale oltre che delle antiche e autonome regole degli spazi conviviali. Nuove “sindromi” prese dal linguaggio medico presentano fatti fino a ieri lasciati all’autoregolazione sociale come denunce di nuovi reati per fissare nuovi diritti e, inevitabilmente, nuovi reati volti a indicare dei colpevoli da consegnare alla punizione. Si pensi a quante leggi si vogliono oggi far nascere su gravidanza, parto e trauma post-parto invece di farne l’oggetto di pubblica attenzione di una coscienza sociale. Sotto al trionfo del principio vittimario, la base gigantesca del rito di caccia al capro espiatorio si afferma come l’unica vera religione dell’inconscio collettivo nella sua più pura espressione. Mentre lo dico, mi fumo quasi una sigaretta senza per questo denunciare chi produce il tabacco. (Ma un medico mi ha detto che uno come me, in un paese civile come l’Inghilterra, giustamente non verrebbe più curato). Ma c’è già chi riflette sui danni provocati dal vino…

Tutte le tortuose tecniche della cinquecentesca Inquisizione romana ritornano a galla seppure camuffate da un nuovo linguaggio “tecnico” per non confessare che ri-esistono a pieno regime i vecchi “tribunali della coscienza” (A. Prosperi**).
Per fare, tra i tanti possibili, un esempio ancora tratto fa Furedi, non possiamo stupirci se in Inghilterra un detenuto rimase ad espiare la pena più di altri perché ostinatosi a non riconoscere di essere una vittima, di avere cioè subito violenza dai genitori quando era piccolo e che per questo da grande aveva compiuto reati. Fino a una trentina di anni fa un comportamento del genere avrebbe potuto essere considerato dignitoso dal senso comune, a prescindere ovviamente da ogni altro giudizio sugli atti di quella persona. Ma oggi, nel nuovo contesto, ogni educatore (o psicologo, o psichiatra, o assistente sociale, o direttore eccetera) aggiornato ma ancora umano, un po’ illuminato, aperto, gli dovrà dire in modo… un po’ cinico: “Tu sei troppo moralista, lasciati andare un po’, sii più realista”. E vi garantisco che questo piccolo paradosso della morale odierna è successo più volte. E già qui si è tentati a concludere che non viviamo più soltanto un carcere criminogeno (prima tesi d’ogni abolizionista), ma un intero sistema di vita, anzi, una nuova Weltanshauung.
Per questa via il giudizio si stacca dalla pena e si concentra sul bisogno di “sicurezza” degli ex cittadini-nuove vittime, si allontana dal reato per concentrarsi sulla presunta pericolosità del suo autore: lo straniero, l’arabo, il mafioso, il terrorista, il tossico eccetera, ai posti che furono dell’ebreo, dell’eretico e della strega. In Italia per questa via delle definizioni a priori e astraenti dei soggetti pericolosi, il razzismo è diventato da tempo politica ufficiale  delle istituzioni. Grazie a un governo di centrosinistra che, con una legge (la Turco-Napolitano) del 1998, costruì dei campi di concentramento per gli immigrati, chiamati eufemisticamente “Centri di permanenza temporanea” (CPT). L’eufemismo era anche un ossimoro: per giocare con le parole non sarebbe stato meglio chiamarli centri di temporaneità… permanente? Comunque sia il successivo governo di centro-destra di Berlusconi e dei razzisti della Lega Nord di Bossi fu meno ipocrita, confermò quella decisione e tolse almeno l’ambiguità linguistica spiegando quel che facevano concretamente questi campi: Centri di identificazione e espulsione (CIE). Campi di concentramento, insomma, grazie ai quali avendoti subito dichiarato clandestino appena entri nel paese, se ti becco ti espello, se non ti becco sarai un individuo ricattabile e ti faccio lavorare per una miseria finché mi va. E così i vari nuovi razzisti italiani si fanno una piccola fortuna con questi nuovi schiavi stranieri da affiancare ai nuovi servi inconsci ex cittadini nazionali alla ricerca dello status di vittime. Una prima conclusione si potrebbe così riassumere: il sistema vittimario-penale si inscrive come unica politica sociale riservata ai poveri che in vari modi vengono etichettati come pericolosi a priori, fino al punto di ricorrere al razzismo istituzionale dei CIE ex CPT.

Accanto a tutto ciò – non perdetevi nel labirinto della follia e ricordate quanto detto più sopra  – c’è varia gente in galera da oltre trent’anni: i capri espiatori, appunto, per dare l’esempio. Perché, come dicono i francesi, tout se tient, ogni cosa è legata all’altra. Ma credo pure che questo trionfo della pena, neo-inquisitoriale e  razzista, cominci a essere vagamente sentito e intuito fuori dalle carceri. Forse (: questa nota è piena di forse). Di recente (settembre 2011) in Italia, in una grande manifestazione sindacale si poteva leggere su uno striscione: “Ci volete servi, saremo ribelli” [corsivo mio]. In Spagna un movimento di precari e proletarizzati si dichiara indignado. Indignato è colui che si ritiene offeso nella sua dignità, che non vuole essere trattato da servo. Un tempo questa parola risultava generica e ambigua, era spesso usata a destra. Oggi può assumere un significato profondo, segnare – forse – un inizio epocale della non-collaborazione alla servitù volontaria.

Ma per capire meglio di cosa si tratta, è opportuno riparlare di quella piccola minoranza reclusa nei manicomi giudiziari. Lì, ci dice l’ipocrisia odierna, c’è un pazzo che, in quanto tale, non merita una pena; ma è necessario, per motivi di “sicurezza” tenerlo chiuso a data indefinita, di proroga  in proroga, appunto perché è pazzo. E così la sua pena indefinita (perché non è una pena) può diventare infinita perché sempre rinnovata come permanenza… temporanea. Mi sembra che tutta la giustizia penale aspiri ad allargare l’orizzonte in questo senso, oltre se stessa, verso questo inferno indicibile, come seconda faccia della medaglia del “siamo tutti vittime” della nuova servitù volontaria. Ripetiamoci: al vertice della pena tende a non esserci più la pena; il rapporto del reato con essa sparisce, al suo posto subentra il rapporto del suo autore con la presunta sicurezza della “vittima”. Ma far stare in carcere o in manicomio o in un CIE per quel che si è invece che per quello che si fa, significa aver adottato il primo passo di una logica da lager.

Essere abolizionista è semplicemente essere convinti della irriformabilità del sistema penale. Non può essere estremista sul piano politico perché vuole fare tutto ciò che è possibile nel presente per avere meno carcere e tribunali di coscienza. L’abolizionismo è perciò estremista sul piano culturale perché per attuarsi deve richiedere un cambiamento di mentalità, una messa in discussione di sé stessi, uno sguardo diverso dalla miopia della servitù volontaria: a partire dal rifiuto dell’antichissimo rito del capro espiatorio su cui si fonda la nostra civiltà, che tutti ci acceca in un cammino suicida.
La speranza è tutto ciò che non si fonda sul calcolo, diceva lo storico olandese Huizinga (morto in un lager nazista), e i calcoli creano non pochi disastri e illusioni, ci dice la crisi attuale.

Note

* Frank Furedi, Therapeutic culture. Cultivating vulnerability in an uncertain age, 2004 [trad. it. Il nuovo conformismo. Troppa psicologia nella vita quotidiana, Feltrinelli, Milano 2005].
** Adriano Prosperi, Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari, Einaudi, Torino 2009.

Link
Populismo penale
Il paradigma vittimario
Cronache carcerarie
La polizia del pensiero – Alain Brossat
Kafka e il magistrato di sorveglianza di Viterbo

«Sciopero del debito contro la speculazione»

Prosegue la discussione sulla manovra economica, gli attacchi della speculazione finanziaria e il rischio di default dell’Italia. Andrea Fumagalli, docente di economia presso l’università di Pavia, spiega la proposta avanzata dagli stati generali della precarietà di rivendicare il diritto all’insolvenza per disarticolare il potere dei grandi gruppi speculativi

Paolo Persichetti
Liberazione 15 settembre 2011

La camera non ha fatto in tempo a votare la fiducia sulla manovra correttiva che già si sono fatti avanti i sostenitori di una seconda manovra da varare durante la prossima sessione di bilancio tra un mese esatto. L’operazione, ha sostenuto sul Sole 24 ore  Massimo Corsaro, dovrebbe aggirarsi intorno ai 400-500 miliardi di euro con l’obiettivo di portare il debito al 90% del pil.
Nel mirino l’innalzamento immediato dell’età pensionabile, la privatizzazione del patrimonio pubblico, forse – ma con moderazione – una patrimoniale una tantum. «Non so quanto sia credibile una manovra di tale ampiezza», ci spiega il professor Andrea Fumagalli che il primo settembre sul manifesto ha dato voce ad un brusio di fondo: rivendicare il diritto all’insolvenza. Una proposta elaborata prima dell’estate nel corso degli stati generali della precarietà.

Perché ritieni impraticabile una ulteriore manovra di queste dimensioni?
Negli anni scorsi è stato raschiato il fondo del barile e poi la composizione dell’attuale governo impedirà il ricorso ad una patrimoniale che sarebbe la soluzione più corretta. Buona parte del patrimonio pubblico è stato già ceduto nelle finanziarie degli anni scorsi o delocalizzato. Sarebbero comuni e regioni a farsi carico della privatizzazone delle municipalizzate con benefici per le entrate solo una tantum, mentre le privatizzazioni produrrebbero rincari delle tariffe con effetti immediati sui redditi mediobassi e inevitabili ripercusioni sul potere d’acquisto, il livello dei consumi e della domanda. Con una simile operazione si potrebbe anche arrivare ad un avanzo primario ma si ridurrebbe il pil. Verrebbe meno l’obiettivo prefissato della riduzione del rapporto deficit/pil che al contrario potrebbe ulteriormente accrescersi. Per giunta tutto ciò avverrebbe in un contesto in cui l’aumento dei tassi d’interesse è costante. Nelle ultime aste l’aumento è stato mediamente di due punti più alto dell’asta preestiva. Ciò comporta un aumento dell’onere degli interessi di circa 500 miliomi di euro e quindi un aumento della spea per interesse che va in maniera perversa ad alimentare il debito nonostante i sacrifici imposti agli italiani. La logica di queste manovre che riducono il potere d’acquisto e dall’altro aumentano la polarizzazione dei redditi è fallimentare. Basta vedere cosa è successo in Grecia.

Si parla ormai di un default inevitabile.
Nel 2010 la Grecia ha adottato una politica di manovra finanziaria che non è molto dissimile da quella italiana, è stata solo più pesante: aumento dell’iva, taglio della spesa corrente pubblica (taglio del 10% degli stipendi pubblici e licenziamenti nel settore), aumento dell’età pensionabile.

Con quale risultato?
Dopo un anno i dati Ocse ci dicono che nel primo semestre 2011 il pil è calato del 7,3% vanificando la politica di sacrifici al punto tale che oggi la Grecia si ritrova all’interno di un nuovo attacco speculativo. I rischi di default sono oggi maggiori rispetto al 2010, nonostante nel frattempo sia stata adottata una manovra finanziaria lacrime e sangue. Questo fa capire che l’obiettivo di queste manovre non è il risanamento del bilancio ma dare linfa al solvibilità dei titoli pubblici in possesso degli speculatori, ed obbligare la Bce a fare inniezioni di liquidità per allargare la base dei mercati finanziari e della speculazione.

Lo sciopero del debito sarebbe la soluzione?
Occorre sottrarre linfa alla speculazione obbligandola a non intervenire sul segmento dei titoli pubblici. Questo si può fare non pagando gli iteressi sui titoli oppure spingendo la Bce ad emettere titoli di Stato europeo, chiamiamoli pure eurobond, ma sostitutivi di quelli esistenti a livello nazionale, non in aggiunta come sostiene Tremonti.

Quale è la differenza rispetto alla proposta di Tremonti?
Se creo nuova moneta emettendo titoli in aggiunta a quelli già essitenti aumento la liquidità finanziaria. Soluzione che rende felice solo la speculazione. Tutti gli acquisti fatti dalla Bce nell’ultimo mese col fine di sostenere la solvibilità del debito pubblico italiano, garantendo interessi anche crescenti ai possessori di titoli, hanno agevolato la speculazione finanziaria che si è rafforzata. Il rendimento dei Cds (i derivati che assicurano contro il rischio di default) hanno avuto un tale incremento di valore che le cinque Sim (società di intermediazione immobiliare) proprietarie del 95% dell’intero mercato di questi tipoli hanno incassato plusvalenze finanziarie enormi. I grandi speculatori finanziari, come Goldman Sachs, tanto per fare un nome, impiegano una sorta di strategia da chock economy: gridano all’allarme per il rischio di default della Grecia o dell’Italia, provocando l’immediato aumento delle difficoltà di collocamento dei titoli nei mercati internazionali. In questo modo i derivati che loro possiedono su questi titoli, cioè i cds, aumentano di valore. La Goldman Sachs ha attualmente una liquidità di cassa che è superiore a quella della Federal reserve. Questa strategia ha funzionato lo scorso anno sul mercato delle materie prime: grano, soia, petrolio. Con grossi guadagni sui Futures, prodotti finanziari leagti a queste materie. Passati al’incasso i grandi speculatori si sono spostati sul mercato dei titoli di Stato e i rischi di default e qui sono intervenuti con i derivati che asicurano contro i rischi di crack.

Il diritto all’insolvenza riguarderebbe l’intero ammontare del debito o soltanto il pagamento degli interessi?
Si può procedere in due modi: il primo è quello del dilazionamento del pagamento degli interessi o, nella versione più radicale, addirittura il non pagamento degli interessi. Questo avrebbe degli effetti di riduzione della spesa per interessi. Segnalo che mentre tutte le altre componenti del debito tendono a ridursi, a causa degli interventi draconiani, gli interessi maturati sono in costante aumento.
La seconda modalità è il consolidamento di parte dei titoli di debito pubblico, al di là degli interessi che maturano, in modo da sottrali dallo scambio sui mercati secondari. Quindi obbligando i possessori di questi titoli a mantenerli nel loro portafoglio. Dato che il debito pubblico italiano, secondo i dati di Bankitalia, è detenuto per l’87% da investitori istituzionali, cioè banche, società di intermediazione immobiliare (Sim), assicurazioni, e soltanto per il 15% dalle famiglie. Un intervento di questo del genere andrebbe a colpire i bilanci dei grandi speculatori internazionali innescando un meccanismo di contrattazione con le società finanziarie, garantendo invece solvibilità e rendimento solo a quel 15% di titoli familiari.

Puoi spiegarci meglio questa distinzione?
Fino a 20 anni fa più del 50% del pil del debito pubblico era in possesso del risparmio delle famiglie. Oggi per una serie di ragioni dovute alla contrazione del risparmio, in seguito alla riduzione dei redditi, all’entrata sui mercati fiananziari di opzioni d’ivestimento nuovi, come l’ingresso dei derivati, l’investimento delle famiglie nei titoli di debito pubblico italiano ed europeo si è fortemente ridimensionatoa vantaggio dei grandi gruppi speculativi. E’ chiaro che lo Stato deve garantire la solvibilità, il valore e un certo tasso di rendimento ai titoli in possesso alle famiglie, operando sulla quota di debito pubblico in mano ai grandi gruppi speculativi.

Cosa rispondi a chi obietta che si tratta di una posizione irrealistica perché mancano i rapporti di forza?
E’ chiaro che un discorso radicale sul diritto alla bancarotta è una provocazione politica. Ma indica una direzione che per realizzarsi deve essere accompagnata da una serie di altre condizioni risolutive: la prima è il superamento della sovranità nazionale a livello fiscale come c’è stata a livello monetario. Solo una politica fiscale comune europea è in grado di frenare l’attività speculativa.
La seconda condizione è che una politica del genere deve essere accompagnata da interventi di riequilibrio dei redditi con interventi fiscali più progressivi e meno repressivi. Creare le premese perché ci sia uno stimolo alla domanda, non solo in termini di mera crescita ma di sviluppo ecocompatibile.

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Emiliano Brancaccio: «Il pareggio di bilancio non impedirà il default»

Prosegue il dibattito sulla manovra di bilancio del governo berlusconi, le risposte della speculazione finanziaria e il rischio di bancarotta dell’Italia. Interviene Emiliano Brancaccio, docente di economia politica presso l’università del Sannio

Paolo Persichetti
Liberazione 14 settembre 2011

L’idea di un ricorso ad ipotesi di «default controllato» cominciano a farsi strada. Angela Merkel, decisamente restia a soluzioni del genere anche solo poche settimane fa, ha dichiarato nel corso di una intervista che nell’eurozona «il compito più importante è impedire un default “non gestito” perchè questo non riguarderebbe soltanto la Grecia». La cancelliera tedesca ha auspicato che venga «fatto tutto il possibile per tenere insieme politicamente l’eurozona, perchè altrimenti possiamo ottenere velocemente un effetto domino».

Professor Brancaccio, tra le soluzioni alla crisi greca si fa strada l’ipotesi del fallimento tecnico. La dichiarazione di insolvibilità non sembra più uno spauracchio.
Il fatto che si discuta oggi in maniera più esplicita di fallimento e di regolazione del debito è una cosa che non deve meravigliarci. Nel corso della storia si sono verificati numerosi fallimenti degli Stati sovrani. I fallimenti si sono resi necessari in più circostanze. Si dimentica troppo spesso che il reddito dei creditori dipende dalla spesa dei debitori, per cui se si costringono i debitori a ridurre eccessivamente le spese per rimborsare i debiti si finisce per ridurre il volume generale dei consumi e quindi i redditi degli stessi creditori, scatenando così una spirale perversa che sfocia in una crisi irreversibile.

Sia i mercati che la Bce hanno fatto capire che l’Italia con la manovra correttiva ha appena superato la sufficienza e che presto servirà una terza manovra rivolta soprattutto alle uscite dello Stato: tradotto le pensioni. Se questo è il prezzo, non è forse meglio un default governato anche per noi?
La linea Berlusconi-Draghi tracciata dalle direttive indicate nella famigerata lettera della Bce ci porterà inevitabilmente verso quella spirale perversa cui accennavo prima. Seguendo di questo passo i debiti non verrano pagati e si andrà lo stesso verso il default tecnico che sta paralizzando la Grecia.

Quindi hanno ragione i sostenitori del diritto all’insolvenza che dicono: «il debito non l’abbiamo contratto noi, dunque rifiutiamo di pagarlo a nostre spese»?
E’ la linea degli economisti vicini ai movimenti. Tuttavia se si vuol prendere sul serio la posizione del fallimento occorre intraprendere un percorso politico tra creditori e debitori, che però potrebbe anche non realizzarsi; oppure bisogna avere la forza di non ricorrere più al debito estero per un bel po’ di tempo. Altrimenti i tassi sarebbero esorbitanti e subiremmo un effetto di razionamento.

Esiste un’alternativa al default?
Sì, risolvere politicamente la crisi dei rapporti interni all’Europa tra Paesi debitori e Paesi creditori, cioè tra Grecia, Italia, Spagna, Portogallo e il grande creditore, la Germania, ormai in una posizione insostenibile. La Germania ha accumulato crediti verso l’estero sulla base di una politica che la porta ad esportare molto verso i Paesi fragili e importare poco. Anche in virtù del fatto che i tedeschi hanno adottato politiche fortemente restrittive e di fortissima deflazione salariale competitiva, in totale contraddizione con la sopravvivenza dell’Unione monetaria europea. In altri termini hanno potuto accumulare crediti grazie al fatto che gli altri Paesi assorbivano le loro merci. Affrontare politicamente la crisi dei rapporti tra Paesi creditori e Paesi debitori significa in primo luogo chiamare la Germania alle proprie responsabilità.

Come?
Attraverso l’introduzione di uno «standard salariale europeo», cioè la prima forma di coordinamento delle politiche salariali tra i Paesi dell’Unione che di fatto costringerebbe la Germania a non tenere i salari reali al di sotto della produttività destabilizzando i vicini.

Tremonti negozia con la Cina l’acquisto di titoli di Stato. E’ un’altra soluzione?
L’iniziativa ha una sua logica. I cinesi possono offrire un vantaggio che è importante: la Cina ha sempre gestito i rapporti di debito e credito in chiave politica. Non si sono mai affidati all’andamento erratico dei mercati finanziari. Proprio quello che ci serve: sottrarre ai mercati finanziari i rapporti tra creditori e debitori. Dobbiamo cioè politicizzare questi rapporti. Tuttavia sarebbe molto ingenuo pensare di risolvere la situazione sostituendo il creditore tedesco con quello cinese. Il nostro problema non è trovare un altro creditore. Il debito europeo nasce dal fatto che ancora non abbiamo trovato una nuova fonte di domanda. Essendo ormai chiaramente tramontata l’epoca della domanda trainata dai boom speculativi della finanza privata è tempo che si concepisca un nuovo motore interno della domanda europea fondato sull’azione pubblica.

Sul modello del job act di Obama?
No, Obama l’ha fatto accodandosi al pareggio di bilancio. Per poter realizzare politiche di creazione dell’occupazione attraverso l’azione pubblica servono politiche monetarie e fiscali non vincolate al pareggio di bilancio.

Quale effetto avrebbe questo vincolo se entrasse nella Costituzione?
Dal punto di vista della logica macroeconomica è una emerita idiozia. Non esiste tema economico che possa reggere in presenza di un sistematico pareggio nel bilancio pubblico. In realtà si tratta di una operazione politica: questo tipo di vincolo potrebbe costringere a nuovi processi di privatizzazione che oggi riguarderebbero lo Stato sociale. Emergerebbe infine un elemento di autocontraddizione. Vi sono articoli della costituzione repubblicana del ’48 che sono palesemente antitetici con la filosofia contenuta nel dogma del pareggio di bilancio.

Come ti sentiresti nei panni di docente di economia anticostituzionale?
Gli economisti cosiddetti critici sono abituati a trovarsi in posizioni di minoranza. Anche se oggi i fatti danno loro ragione.

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Le disavventure girotondine nel mondo della finanza

Quando ai familiari delle vittime si chiede di divenire gli esecutori delle pene. Postille ad un articolo di Claudio Magris

«Basta con la parodia del perdono», è il titolo di un intervento di Claudio Magris apparso sul Corriere della sera del 9 settembre 2011. «Si tratta di una scelta della coscienza – spiega l’illustre germanista – che per definizione non può essere pubblica, messa in mostra davanti alle televisioni come accade sempre più di questi tempi».
L’altro importante assunto contenuto nell’articolo afferma che il funzionamento della macchina giudiziaria non può ruotare attorno alla presenza del perdono, esercitando clemenza se questo viene concesso oppure severità se viene a mancare. «E’ inutile coinvolgere i familiari delle vittime – conclude Magris – non spetta a loro fare giustizia».

Non possiamo che salutare positivamente questa presa di posizione da parte di una delle firme più prestigiose del maggiore quotidiano italiano. Tuttavia c’è qualcosa nell’argomentare del professore dell’università di Trieste che lascia trapelare una sottile perfidia.

L’intero ragionamento di Magris è sbilanciato sulla questione del perdono, lasciando in ombra il problema della vendetta. D’altronde il tema del perdonismo sembra essere una delle sue ossessioni: nell’arco degli ultimi 9 anni Magris ha scritto ben tre articoli sul Corriere della sera praticamente identici: il primo del 31 luglio 2002, «Il perdono così facile e vuoto», in risposta ad un intervento di Marrina Corradi sull’Avvenire; il secondo dal titolo «L’arte difficile di chiedere scusa», del 16 dicembre 2007, dove si fustigavano lo «spirito del tempo, il tic mediatico: tutti i risvolti di un atteggiamento mentale sempre più diffuso», legati appunto alla moda della perdonanza che va di pari passo con la repentence esibita in forma quasi narcisistica.
Questa asimmetria tra perdono e vendetta sembra voler suggerire che ci sia in giro una dilagare della clemenza, un eccesso di perdonanza che sta soffocando la giustizia. Ora il paradosso sta proprio nell’esatto contrario.
E’ vero che si parla fin troppo di perdono ovunque, come giustamente documenta Magris, ma lo si fa solo per negarlo. Il vero tema di oggi è infatti il vendettismo.

Quando si chiama in causa con tanta fretta, sciatteria e superficialità un sentimento religioso tanto delicato, profondo e complesso, qual’è il perdono, con tutte le implicazioni che esso racchiude anche nella sua economia narcisistica («Chi perdona si pone al di sopra del perdonato. Assurge ad una posizione etica che lo sormonta facendo mostra di una superiore gerarchia morale. L’odio e la vendetta al contrario pongono allo stesso livello del colpevole», ricorda lo stesso Magris in uno dei suoi articoli linkati), lo si fa per istigare sentimenti esattamente opposti.

L’analisi di Magris perde la sua consuetà sottigliezza e non s’accorge che la tematica del perdono è emersa pubblicamente come risvolto del pentimento, termine improprio, imbastardito, perché utilizzato per definire la condotta dei «collaboratori di giustizia».
Un cinico scambio realizzato in nome della ragion di Stato sul mercato della giustizia penale tra chi vende chiamate di correo, accuse contro terzi, de relato ed altre dichiarazioni utili a costruire ipotesi d’accusa e teoremi di colpevolezza e chi, in cambio, offre indulgenza penale e carceraria. Un comportamento che sul terreno strettamente morale in altre epoche veniva qualificato come delatorio ed ora è diventato invece prova di ravvedimento.

Le procedure istituzionali introdotte dalla legislazione premiale dell’emergenza che hanno codificato, in varie forme e gradi, la collaborazione e il ravvedimento (per intenderci l’ampio ventaglio che va dalla collaborazione piena e totale alla dissociazione), prevedevano per l’appunto “atti pubblici di repentance”: dai documenti alle interviste nelle quali si dovevano declamare il riconoscimento dei propri errori, la natura paradigmatica del male compiuto, agli incontri sollecitati e organizzati dentro le carceri, e via via in modo sempre più pubblico all’esterno, con quei familiari di persone colpite che si rendevano disponibili (perché mossi e in qualche modo strumentalizzati) dalla loro matrice cristiana.

Perdonismo e pentimento figli della ragion di Stato
Il nodo dunque non sta, come suggerisce semplicisticamente Magris, in una sorta di diabolica furberia degli individui sottoposti a condanna ma nel sistema penale speciale instaurato a partire dalla fine degli anni 70 e nella cultura giudiziaria che da allora ha formato migliaia di magistrati.

Il processo di privatizzazione della giustizia, la critica al sistema eccessivamente «reocentrico» del processo penale e dell’escuzione penale, sono i fenomeni che hanno rimesso al centro la vittima, o i suoi familiari, facendone i nuovi arbitri del sistema penale.
In realtà il processo a cui abbiamo assitito a partire dagli anni 90 del secolo scorso è ancora più perfido: il sistema giudiziario usa il paradigma vittimario per legittimarsi. Sulle spalle delle vittime, o dei loro familiari (e qui le parole di Magris, lì dove spiega che un familiare colpito non può essere considerato una proprietà come una macchina, sono esemplari) grava la ragione morale che giustifica l’inasprimento delle pene, la vessazione sui corpi dei rei.
Una delega dietro la quale si cela una comoda deresponsabilizzazione della magistratura. La controprova viene quando i familiari hanno chiesto di sottrarsi a questa trappola, (vedi l’atteggiamento di Sabina Rossa) chiedendo ai magistrati, alle leggi e alla Stato di fare integralmente la propria parte.
E’ lì che un sistema perfettamente congeniato salta.

Quando i familiari si sottraggono, non al perdonismo ma al vendettismo, d’improvviso perdono centralità. La magistratura non li ascolta più. Il re è nudo.

Recentemente una detenuta politica condannata all’ergastolo, e che nel frattempo aveva scontato tre decenni di carcere, ha ottenuto la liberazione condizionale dopo reiterati rifiuti da parte della magistratura di sorveglianza. La condizione posta perché l’accesso a questa misura fosse possibile non era una valutazione del percorso trentennale della detenuta, l’assenza di pericolosità sociale, le mutate condizioni storico-politiche, ma l’incontro con una vittima, una persona ferita nel corso di una delle azioni realizzate dall’organizzazione in cui aveva militato tra gli anni 70-80.
L’episodio è avvenuto in presenza di una “commissione conciliatrice” composta da funzionari ed esperti del ministero della Giustizia che operano nel campo della cosiddetta mediazione penale.
La scena descritta nella stessa ordinanza redatta dai giudici ha assunto toni da melodramma: i due che si parlano e si abbracciano davanti al giury che osserva soddisfatto. Ci mancava l’applauso e il brindisi riconciliatorio.
La teatralizzazione del perdono e delle scuse (o delle spiegazioni), la messa in scena di un qualcosa che, semmai ha un senso, non può che averlo in una sfera non pubblica, meno che mai sotto lo sguardo censorio dei professionisti della correzione.
Insomma una pantomima che si prende gioco dei sentimenti delle persone colpite e dei prigionieri sottoposti ad umilianti cerimonie di degradazione simbolica.

Questa, caro Magris, è la parodia del perdono ed è tutta opera dello Stato.

Basta con la parodia del perdono
Claudio Magris
Corriere della sera 9 settembre 2011

Si racconta che, durante una guerra civile in Messico, alcuni rivoltosi volessero fucilare un sacerdote, pretendendo però che questi, prima dell’esecuzione, li assolvesse dal peccato che stavano per commettere. Vero o falso, l’aneddoto indica quanto siano radicati nell’animo umano sia la, violenza sia il bisogno di sentirsi perdonati, innocenti, lavati dalla colpa – magari per accingersi poco dopo, col cuore tranquillo, a un’altra azione malvagia.
Anche le cose e i valori più sacri, come il perdono, possono diventare un’empia parodia, quando vengono ostentati con superficiale e oltraggiosa vacuità. Già anni fa alcuni giornalisti avevano sferzato una mania che dilagava negli organi di informazione: appena un tabaccaio, un benzinaio, un gioielliere o chi altro ancora veniva assassinato da un rapinatore, ci si precipitava a chiedere ai genitori o ai figli della vittima se perdonavano l’uccisore del loro caro, magari non ancora catturato o identificato.
La forza di perdonare, di non lasciarsi imprigionare e oscurare dall’odio e dalla vendetta, è un valore altissimo, rivela ima libertà pure dalle più sacrosante pulsioni emotive, che dà senso e dignità alla persona. Tuttavia il perdono è un fatto esistenziale e morale che riguarda soltanto la coscienza di un individuo e il rapporto fra una vittima e il suo persecutore. Non interessa l’opinione pubblica, non è e non dovrebbe essere una notizia e soprattutto non riguarda la legge né i rapporti fra il colpevole e la società.
Dinanzi a un omicidio, la legge non ha né da perdonare né da far vendette; il suo compito consiste nel ricostruire il fatto, qualificarlo giuridicamente, valutarne le eventuali circostanze aggravanti o attenuanti e comminare la pena. La giustizia non ha certo da considerare un assassino con maggior benevolenza perché è stato perdonato dai congiunti della sua vittima né con maggior severità perché questi ultimi chiedono vendetta. Far assistere ad esempio i parenti di un assassinato all’esecuzione dell’assassinò, come accade in alcuni degli Stati Uniti, declassa la giustizia a vendetta.
Ma c’è un’altra ragione che rende ambigua e regressiva questa smania – che ora sembra riprendere vigore, specie alla televisione – di chiedere alla gente, se perdona l’uccisore di un figlio, di un genitore, di un fratello. Si può perdonare solo in nome proprio, per torti fatti a noi, non ad altri, neppure se ci sono cari come la vita. Non siamo i proprietari dei nostri cari, non possiamo decidere per loro. Siamo padroni della nostra automobile: se qualcuno ce la sfascia possiamo – se lo crediamo – perdonarlo e rinunciare a chiedergli un risarcimento. Ma un figlio, una madre, una sorella, un amico non ci appartengono come una macchina; se qualcuno arreca loro violenza, li fa soffrire, li tortura o li uccide, possiamo – e dobbiamo – rinunciare a vendicarci direttamente e personalmente, ma non possiamo certo «perdonare» (che in qualche modo vuol dire assolvere) chi ha ucciso non noi, ma lui o lei.
Soltanto la vittima ha il diritto di perdonare, anche se talora non può più farlo perché la sua vita è stata spenta.
Il perdono di un omicidio che ha colpito la propria famiglia caratterizza le arcaiche società tribali e sopravvive nella società mafiosa, perché in quelle culture è la «famiglia» – in senso stretto o traslato – che conta, non il singolo individuo, il quale le appartiene ed è appunto considerato una sua proprietà. L’omicidio diviene allora un danno, ancorché ingente, subito dalla «famiglia» e, come tale, può essere perdonato mercé un adeguato risarcimento.
La civiltà – almeno la nostra – si fonda invece sul valore insopprimibile, irripetibile e insostituibile del singolo individuo, di ogni individuo; sul suo inalienabile diritto alla dignità e alla vita, la cui infrazione non può essere «perdonata» da nessun altro.
Chiedere, pubblicamente, a chi soffre la morte di una persona amata se perdona o no chi l’ha uccisa è una pacchiana sfacciataggine, che viola il senso della legge e offende l’autentica, non sbandierabile pietà del perdonare.

Link sul paradigma vittimario
De Luna: Andare oltre il paradigma vittimario

Paradigma vittimario e giustizia internazionale
Quando la memoria uccide la ricerca storica
Genesi del populismo penale e nuova ideologia vittimaria
Una storia politica dell’amnistia
Storia e giornate della memoria
Il nuovo pantheon del martirologio tricolore

Uso penale del paradigma vittimario
La liberazione condizionale e la lettera scarlatta
Populismo penale e vittimismo
Retoriche vittimarie e talk show

Sabina rossa e gli ex-terroristi: siano liberi senza il sì di noi vittime (Corriere della sera)
Sabina Rossa, “Cari brigatisti confrontiamoci alla pari”
Prospero Gallinari chiede la liberazione condizionale e lo Stato si nasconde dietro le parti civili

American job act: «Dove prenderà i soldi Obama se resta vincolato al pareggio di bilancio?»

Intervista – parla Luciano Gallino, sociologo, scrittore e docente emerito a Torino

Paolo Persichetti
Liberazione 10 settembre 2011

Il pareggio di bilancio è uno dei dogmi ideologici della destra liberale e monetarista che anche il governo italiano sta provando ad introdurre nella Costituzione. Sul terreno concreto però le cose sono molto più complicate. Guardiamo quel che sta accadendo negli Stati uniti di Obama. Il presidente ha annunciato ieri un job act, un megaprogramma di rilancio del lavoro e dell’economia basato su un investimento di 447 miliardi di dollari. Dove prenderà tutti questi soldi se anche negli Usa vale la regola “aurea” del pareggio? In assenza della possibilità di ricorrere al “deficit spending” rischia di aprirsi una partita decisiva sul terreno della fiscalità. Obama annuncia che «chi guadagna di più, deve pagare di più». Per tutta risposta l’ultradestra che riempie le file del Tea party ha annunciato una feroce opposizione. Davvero le cose andranno in questo modo? Il presidente democratico deve recuperare dopo le concessioni alla destra sulla riforma sanitaria. Con questa mossa ha avviato la campagna elettorale per il secondo mandato.

Professor Gallino, in regime di parità di bilancio per evitare di precipitare in una fase recessiva la fiscalità rischia di diventare una delle poche leve utilizzabili per rilanciare l’economia. E’ davvero questa la strada che sta prendendo Obama?
L’american job act presentato da Obama ha un suo dritto e un suo rovescio. La parte positiva è molto importante e contrasta con le posizioni deboli che il presidente democratico aveva assunto durante la discussione sul deficit di bilancio e il compromesso fatto con i repubblicani, tanto che i gruppi più critici della sinistra americana l’avevano etichettato come «il primo Tea party president». Il programma di Obama prevede il sostegno all’occupazione, la riduzione delle imposte sui salari, un gigantesco programma di modernizzazione dell’infrastruttura primaria necessaria alla collettività in aree urbane e rurali: 35mila scuole pubbliche da rimettere a posto, la costruzione di nuovi laboratori scientifici, il riassetto di strade, aeroporti, ponti, ferrovie e canali. Negli Usa ci sono 50mila ponti a rischio e decine di migliaia di chilometri di binario disastrati. Nella sua articolazione questo piano ricorda molto il new deal.

E il rovescio di cui parlava?
Obama si è impegnato a dimostrare come questi 450 miliardi di interventi saranno interamente pagati con un piano di riduzione a lungo termine del deficit. Questa coda del progetto è reticente, occupa appena una mezza pagina. Quello che si capisce è che i fondi non arriveranno dall’aumento del deficit o chiedendo alla Fed nuovo denaro.

Verranno da un riforma fiscale che graverà sui ricchi o dai tagli alla riforma sanitaria?
Se Obama pensa ad una riduzione del deficit questa può venir fuori soltanto da un taglio all’assistenza sociale e sanitaria per i poveri, al Medicare. Se così fosse vorrà dire che hanno scelto di aiutare i giovani anziché gli anziani.

Una cinica scelta tra poveri?
Sì, una redistribuzione di reddito tra le classi lavoratrici e meno abbienti. Una scelta che ritiene l’entrata nel mondo del lavoro di centinaia di migliaia di disoccupati un giovamento per tutti, anche le famiglie con membri anziani. Negli Usa il dato sull’occupazione è terribile. I centri studi parlano di un american job catastrophe. Ancora oggi nonostante il Medicare decine di milioni di americani sono privi di assistenza medica.

Obama resta dunque prigioniero del pareggio di bilancio?
Del «terrorismo del deficit» come lo definiscono alcuni economisti. Siamo in presenza di un’enorme ipocrisia. Il deficit è sempre stato uno dei principali strumenti di politica economica degli Stati. Nella loro storia gli Stati uniti hanno avuto il bilancio in pareggio solo per due anni, se ricordo bene tra il 1836-38 con Jackson. Altrimenti hanno avuto sempre il bilancio in debito e in deficit. E ciò non ha impedito loto di diventare, nel bene e nel male, la prima potenza mondiale. Il vincolo del pareggio è dunque un suicidio.

Nel ddl del governo italiano sono previste delle deroghe in situazione di avversità economica e di fronte a stati di necessità.
Posto in termini assoluti il vincolo del bilancio è un suicidio economico; se si mettono delle postille è una cosa poco seria. Alla fine si governa in stato di eccezione permanente.

Non è un paradosso mettere vincoli alle politiche pubbliche mentre l’economia privata può tranquillamente ricorrere al debito per investire?
Uno dei problemi di fondo di questa crisi è che le banche hanno contratto enormi debiti a causa di errate iniziative borsistiche come l’acquisto di titoli tossici. Debito che si è riversato sui deficit dei governi grazie ai salvataggi pubblici. Dal 2008 tanto negli Stati uniti quanto in parecchi Paesi europei, certamente nel Regno unito, in Germania e Francia, si sono fatte fior di politiche keynesiane “imbastardite” per salvare le banche. L’economia è stata salvata grazie all’intervento massiccio degli Stati, valutato tra soldi spesi e impegnati intorno ai 12-15 trilioni di dollari. Il solo salvataggio di alcune banche nel Regno unito è costato 1,3 trilioni di euro. Lo dice il governatore della banca d’Inghilterra Mervyn King. Molti governi sono stati dei formidabili attori keynesiani, ma di un keynesismo distorto perché ha fatto da volano al sostegno della finanza e delle banche con i soldi del contribuente per fare quello che l’economia privata non era in grado di fare.

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Le disavventure girotondine nel mondo della finanza

Berlinguer non ti voglio bene

Sembra che al terzo piano di viale del Policlinico 131 abbia fatto molto discutere un mio articolo (Caso Penati: l’ipocrisia del Pd ha radici lontane) sull’inchiesta per corruzione, finanziamento illegale e altri reati, che ha coinvolto Filippo Penati, capo della segreteria politica di Luigi Bersani, già sindaco di Sesto san Giovanni, presidente della provincia di Milano, vicepresidente del consiglio regionale della Lombardia, uscito su Liberazione del 28 agosto 2011.
Nei giorni successivi sono arrivate le repliche di Imma Barbarossa, 31 agosto, e Guido Liguori, 4 agosto.

Se Barbarossa ha definito «qualunquista» la mia ricostruzione delle modalità “parallele” di finanziamento a cui era ricorso il Pci, poi Pds-Ds, già prima che terminasse il sostegno economico di Mosca (a quanto pare sono cadute nell’oblio le testimonianze dei dirigenti di primo piano che hanno gestito quella fase e raccontato per filo e per segno come funzionava il sistema di finanziamenti occulti del Pci poi Pds);
per Liguori (autore nel 2009 di un esercizio di storia controfattuale sulla fine del Pci, La morte del Pci, Manifestolibri, interamente votato alla venerazione di Enrico Berlinguer, dipinto come una figura abbandonata ad una tragica solitudine da un ceto empio e traditore di dirigenti che l’attorniavano), la mia sarebbe una «narrazione» distante dai fatti storici e di chiaro segno «berlusconiano».

In attesa di una mia risposta, potete leggere una interessante replica all’intervento di Liguori da parte di Gianluca Schiavon. Per chi non avesse orrore di questa discussione e volesse approfondire (siamo in piena epoca di revival e dal 15 al 17 settembre si terrà alle terme di Caracalla una festa con dibattiti, musica, spettacoli, interamente dedicata al ricordo di Luciano Lama ed Enrico Berlinguer…): tutti gli interventi con relativi commenti sono riportati in basso al post su Penati e su Liberazione.it

Caso Penati, l’ipocrisia del Pd ha radici lontane
La questione morale e la diversità comunista di Imma Barbarossa

Comunisti italiani diversi fino alla morte di Enrico Berlinguer di Guido Liguori
No, la segreteria di Berlinguer fu all’insegna del compromesso non del conflitto di Gianluca Schiavon

No, la segreteria di Berlinguer si svolse all’insegna del compromesso non del conflitto

Gianluca Schiavon
Liberazione.it 8 settembre 2011

Riflettere sulla linea del Pci negli anni 70 non può prescindere dall’evoluzione della sua organizzazione e del suo finanziamento. Sono quindi stato stupito dalla polemica tanto ruvida che un ricercatore confermato, illustre studioso di Gramsci, ha fatto dalle colonne del nostro giornale domenica 4 settembre 2001.
Guido Liguori nell’articolo comparso ha sostenuto la tesi di fondo che la questione morale fosse un problema marginale nel Pci di Berlinguer grazie al suo carisma e, persino, al suo “cesarismo”. Fino alla morte del Segretario «la barra venne tenuta coraggiosamente a sinistra – scrive Liguori – e notevoli furono i frutti raccolti, sul piano del consenso, nella società e anche a livello elettorale». Una tesi certamente suggestiva ma poco aderente ai fatti, che a differenza delle ‘narrazioni’, nutrono la storia. Cominciamo col dire che la segreteria Berlinguer fu quella in cui il Pci espanse al massimo la sua vocazione di governo, non solo in Comuni e Province, ma anche, per la prima volta, in organi legislativi – quali sono le Regioni – in tutto il territorio nazionale. Il Pci per la prima volta espresse nell’ultimo lustro degli anni 70 la maggioranza dei componenti delle giunte delle principali aree metropolitane, delle quattro Regioni del centro Italia, del Lazio, della Liguria, del Piemonte. In quegli stessi anni il Partito riorganizzò la sua presenza largamente maggioritaria nel sistema delle cooperative di consumo, edilizie e agricole, al contempo consolidò una grande compagnia assicurativa e un sistema bancario locale come forze collaterali a sé. La fine dell’esperienza della solidarietà nazionale per nulla condivisibile, ma non ingiustificata, non modificò la linea politica su questo tema. L’idea espressa dal gruppo dirigente quasi nella sua interezza era che il Partito dovesse dirigere i processi economici e sociali sintetizzandone le spinte. In un’intervista televisiva a Giovanni Minoli, Berlinguer il 27 aprile 1983 dichiarava non casualmente «mi dispiace che il nostro potere [del Pci] sia ancora insufficiente sa realizzare i nostri obbiettivi». Non si può dire quindi che il Segretario del Pci subisse passivamente le posizioni più realiste o compromissorie di altri dirigenti a lui vicini. Né si può dire che grazie a Berlinguer il Pci «non si faceva “omologare” nel sistema politico allora vigente, quello del Caf». La prima ragione è che il Caf non esisteva perché la Dc – a parte la brevissima stagione della segreteria di Flaminio Piccoli – era diretta dalla sinistra interna (da Zaccagnini a De Mita, da Prodi a Galloni) e perché il Psi lanciava in quel periodo la sfida alla Dc sul sistema di potere apparendo come una forza di sinistra di governo antidemocristiana e acomunista. La seconda ragione è che fino al referendum sul punto unico di contingenza Berlinguer e il Pci aprirono alle ragioni di alcune vertenze operaie (la FIAT nel 1980) e di alcuni movimenti, ma si guardarono bene dal rompere i rapporti col Psi o le giunte locali con la Dc. In una temperie dei primi anni 80 in cui la ristrutturazione economica stava modificando il sistema industriale e finanziario e in cui le grandi lotte segnavano il passo, un Partito che aveva scelto di ricollocarsi e di rimodulare la sua organizzazione sul governo – lato sensu – molto più che sul conflitto scelse di rafforzare le relazioni, e i compromessi, con alcune strutture economiche. E nella citata intervista del 28 luglio 1981 a Repubblica Berlinguer polemizzò sulla questione morale implicitamente anche con il Partito da lui diretto per alcuni di questi compromessi. Non facendo il poliziotto o il magistrato non so dire se queste relazioni e mediazioni produssero un sistema di illegalità, certamente gli episodi corruttivi sono stati più sporadici degli altri Partiti. Gli episodi ci sono tuttavia stati e per questo l’opinione maggioritaria delle compagne e dei compagni che fondarono il Partito della rifondazione comunista nel 1991 partì dalla consapevolezza di questi episodi negativi per costruire un’intrapresa politica nuova, impresa, almeno sulla questione morale, riuscita.