La nuova questione meridionale: il lavoro schiavile dei migranti

Migrazioni a Sud Italia: è troppo tardi per le scuse

Elisabetta Dellacorte

Ci sono migliaia di lavoratori immigrati che, da un decennio e oltre, mandano avanti il settore agricolo al Sud d’Italia, in luoghi che nella storia recente, dopo la seconda guerra mondiale, videro insorgere contro i latifondisti i braccianti agricoli che rivendicavano il diritto alla proprietà della terra. Passano gli anni e per lavorare quelle terre che gli italiani non vogliono più curare arrivano migliaia di migranti, pronti a sfacchinare per noi, per far arrivare sulle nostre tavole frutta e verdura. Questo il primo apparente paradosso, un trabocchetto cognitivo che avvolge il Meridione: il lamento sul ritardo del Sud,  le emergenze ambientali sempre un po’ misteriose, pentiti, complotti, partiti defunti che continuano ad eleggere i loro finti rappresentanti, grande penuria di posti di lavoro per gli autoctoni e un fiume di soldi pubblici sprecati per tamponare la finta emergenza della disoccupazione. Sulla scena di questo teatrino il Sud fa il suo corso, i giovani disoccupati a differenza delle generazioni precedenti hanno studiato, si sono laureati non sono più disposti ad accettare lavori faticosi e sottopagati, si muovono tra lavori precari, protetti in ogni caso dalle relazioni parentali.  Così, resasi indisponibile la forza-lavoro locale, l’avvento dei migranti è stata una vera manna per gli imprenditori meridionali: i migranti costano di meno, lavorano di più, accettano lavori pesanti, si ingaggiano a giornata dribblando oneri sociali e assicurativi. Ad oliare il modello dell’Italia meridionale- che si rispecchia in quello più largo dell’Europa del Sud (King, 2000, Kasismis 2006) – contribuiscono: l’illegalità diffusa, acuita da leggi comunitarie restrittive e pacchetti sicurezza nazionali; la diversità dei luoghi di provenienza dei migranti che facilitano la concorrenza al ribasso tra persone provenienti dai paesi dell’est Europa e l’Africa;  dalla compresenza, a cui si accennava, di migranti e di altri tassi di disoccupazione o sotto-occupazione per gli autoctoni; dall’assenza di politiche di accoglienza a livello locale.
Per molti anni il sistema agricolo meridionale ha succhiato sangue da queste vite senza nome, anche se  molti sapevano delle condizioni disumane di vita dei migranti del Maghreb nel ghetto di san Nicola Varco vicino Eboli, di quelle degli africani alla Cartiera di Rosarno andata in fumo un anno fa, così come di dominio pubblico sono le notizie dei migranti presi a pistolettate, sempre a Rosarno, da due teste calde locali, o ancora gli  omicidi di Castelvolturno, senza contare le angherie quotidiane, quelle meno veicolate dai media. Inattese, invece, sono state  le rivolte dei migranti, i roghi, i cortei che hanno fatto seguito ai fatti di sangue, poi il can can mediatico, le molte promesse,  e infine di nuovo come nel gioco dell’oca il ritorno alla casella di partenza: ghetti, sfruttamento, e cattiva vita.http://www.insutv.it/blog/wp-content/uploads/2008/09/immigrati-castelvolturno-2.jpg

Tutti sanno molti non agiscono
Anche prima delle rivolte queste realtà non erano sconosciute a politici, amministratori, sindacalisti, associazioni di vario tipo, solo che per anni si è deciso di non decidere rimpallando di volta in volta le responsabilità e gli interventi, fino allo sgombro del ghetto di san Nicola Varco che, per quanto sgangherato e inadeguato, pieno di spazzatura e rifiuti, era il luogo dove questi lavoratori, dopo una giornata di  fatica, trovavano un giaciglio per dormire, un fornello per cucinare, un posto per incontrarsi a prescindere dai permessi di soggiorno. Lì, a San Nicola Varco, pochi mesi prima del recente sgombero, si  parlava di un intervento di ristrutturazione del ghetto, un gesto minimo sfumato dinanzi agli interessi economici ed imprenditoriali del ceto politico-affaristico che su quell’area intende costruire un nuovo enorme centro commerciale, l’ennesimo outlet, ovvero, un parco giochi per consumatori, il risultato di un modello di sviluppo insensato, un’ideuzza da beoti che invece di valorizzare le risorse locali, dall’agricoltura alla riconversione “sostenibile” dell’infausto settore turistico, preferisce l’outlet che in termini concreti vuol dire ingorgare ancora di più di camion, auto, merci, imballaggi la piana del Sele.
Per fare questo devono far sparire il ghetto e i migranti. Nella seconda settimana di novembre 2009 interviene la polizia sulla base della dubbia motivazione dell’emergenza ambientale, ma il raid non riesce poiché  la maggior parte delle potenziali prede si dilegua.
Le centinaia di lavoratori migranti, circa millequattrocento, per non farsi trovare all’incontro con i celerini e la carcerazione scappano; e vengono spinti così al vagabondaggio nelle fredde notti novembrine alla ricerca di alloggi di fortuna nei campi o nelle serre. Paradossalmente, per risolvere un’emergenza se ne crea un’altra, che presenta tratti ben più feroci delle temute epidemie,  utili ai politici e ai prefetti per argomentare lo sgombero. A distanza di due settimane, chi è stato o vive in zona sa che i  migranti continuano a lavorare come sempre, anche perché sono indispensabili, poiché senza di loro il settore agricolo entra in crisi nel giro di pochi giorni; certo sono più timorosi, si fanno vedere meno in giro perché la caccia al migrante continua, tanto che gli imprenditori per imbrigliarli nuovamente hanno raddoppiato il salario giornaliero da 25 a 45 euro. Per assurdo l’operazione di sgombro ha fatto temporaneamente levitare i magri salari.

La piana del Sele
Spostandoci dalla piana del Sele a Rosarno, nella Calabria meridionale, la situazione non cambia di molto. Nella piana tra Gioia Tauro, Rosarno e San Ferdinando, circa duemila migranti vivono in condizioni disumane; altri crocifissi viventi, per dirla con l’efficace immagine usata da don Vitaliano della Sala. Anche a Rosarno la presenza dei migranti indispensabili al settore agricolo non è un fenomeno recente, non sono arrivati ieri, ma negli anni ’90, quindi di tempo per riflettere e agire ce n’è stato, ma  visitando i posti in cui vivono, ad esempio le Rognette in centro a Rosarno o gli stabili Arssa sulla statale di fronte all’inceneritore, si apre uno scenario inquietante: centinaia di persone  accampate in stabili che cadono a pezzi; alcuni dormono in piccole tende, altri direttamente nei silos e altri ancora in quel che resta dei magazzini. Alle Rognette, invece, i migranti hanno occupato un vecchio edificio senza tetto e lì vivono in baracche di legno e cartone coperte dalla plastica, tra fango e rifiuti. Sia nel ghetto dell’Arssa che alle Rognette i bagni sono stati costruiti dai migranti all’aperto: una fossa circondata da grossi pneumatici. “Meglio la vita in Africa”- dice un ganese che ci abita. Certo la forza della disperazione non manca e quindi a partire da quelle condizioni inumane, rispetto alle quali chi dovrebbe e potrebbe intervenire ha deciso di chiudere gli occhi, i migranti si sono organizzati, qualcuno ha messo su un recinto per le pecore e uno per  i polli, un piccolo negozietto che vende cibi in scatola e cose per la vita quotidiana. Ma detto questo, dopo aver elogiato la capacità di resistenza di queste persone, rimane il fatto che la situazione di Rosarno in Calabria, come pure quella di Eboli in Campania, mostrano la volontà istituzionale di non intervenire, di lasciare tra color che son sospesi migliaia di persone.

Il mercato delle braccia a Rosarno e la concorrenza tra poveri
Al mattino, tra le cinque e le sei, i migranti si fanno trovare sulla strada che da Rosarno porta a Gioia Tauro, aspettando che qualcuno passi per dargli una giornata di lavoro, 25 euro al giorno per 8 o più ore a secondo del caso, oppure a cottimo 1 euro a cassetta – 3 euro li pagano a chi li accompagna in auto o pullman sul posto di lavoro. Altri, invece, quelli più fortunati finiscono nel settore edile, ma da alcuni anni, dopo l’ingresso della Romania in Europa, gli uomini rumeni sono diventati i diretti competitori degli africani sia in agricoltura che nelle costruzioni. Per le donne provenienti dall’Europa dell’est le cose vanno meglio: sono presenti nei lavori di cura alle persone anziane e alle famiglie, senza competizione, almeno per adesso. “Not work” è il refrain che molti ripetono, ed è anche il conto che la crisi presenta,  alcuni hanno perso il lavoro al Nord d’Italia e non riescono a trovarne un altro al Sud. L’Italia l’hanno girata per anni nei circuiti stagionali della raccolta nel settore agricolo o in quello edile e continuano a muoversi tra  le difficoltà e le possibilità che di volta in volta si aprono. Alle spalle hanno lasciato i loro paesi e le loro vite di prima, alcuni sono rifugiati per motivi umanitari; sulla loro pelle i segni delle torture fisiche e nei ricordi di alcuni la vita lasciata alle spalle, i percorsi universitari interrotti: matematica, letteratura inglese, conoscenze riposte ai margini di questa nuova condizione di vita che li “accoglie” solo come lavoratori manuali, artigiani totali, utili sì, ma ospitati in modo ostile e degradante. Certo la storia, come si sa, procede dal lato del male, e da qui in poi le responsabilità sono comuni.

Il danno e la beffa dei fondi pubblici
Al danno si somma la beffa se si pensa che a Rosarno non è stata ancora trovata una soluzione abitativa decente per i lavoratori stagionali che, così come quelli del tavoliere delle Puglie, della piana del Sele e di Scafati in Campania, da anni vivono nei ghetti del disprezzo.  Intanto, qui la beffa – a segnalarlo è Antonello Mangano in un articolo disponibile on line “Migranti, Rosarno schiavi in un  mare di soldi”- c’è un giro di fondi pubblici già destinato o da destinare all’accoglienza, in uno scenario in cui a beneficiare degli interventi non sono i migranti bensì gli autoctoni, in competizione, anche loro, per la spartizione delle risorse. Gli effetti sono nulli dal momento che le condizioni abitative e di vita dei presunti beneficiari non cambiano.  Quando si cerca di capire quali origini ha l’immobilismo rispetto a situazioni come la Roghetta o il ghetto dell’Arssa, spesso dal cappello dell’interlocutore sbuca il vecchio ritornello della malavita: se non si fa nulla è per la ‘ndrangheta, la camorra, e via così, si tratta di un paravento comodo per ogni stagione o fazione politica: se mancano acqua, luce e bagni è colpa del potere mafioso non di quello istituzionale.
Ma dopo aver fatto un giro tra Eboli e Rosarno ci si dovrebbe confrontare con il principio di realtà. Gli errori percettivi non sono una colpa, tutti a volte possiamo innamoraci o nasconderci dietro un’idea sbagliata credendo che sia quella giusta, quella che mette meglio in luce la situazione, ma dopo il confronto con la realtà, quella fatta di carne e sangue, di presenza e non di virtualità, ci si accorge che  forse quelle analisi sono leggermente sfuocate; e in questo non c’è niente di male, basta non impuntarsi, confrontarsi e rivederle. Dal confronto con il reale emerge bene la grande capacità adattiva di chi gira da un campo all’altro nelle stagioni di raccolta; e un’ostinata abilità nel tirar sangue dalle rape. Questo in presenza di una politica governativa che continua a produrre clandestini utili per il lavoro nero. Se da decenni, in particolare al Sud, i comuni non sono stati in grado di pianificare e organizzare dei sistemi di accoglienza dignitosi per questi utili lavoratori non è per colpa della malavita ma per la brutta abitudine di decidere di non decidere, usando di volta in volta l’alibi dei poteri mafiosi o della clandestinità: “si può  fare qualcosa solo per quelli regolari” è l’altro refrain istituzionale. Così come non mancano altre fandonie più creative, come quelle dell’assessore alle politiche sociali della ricca Cosenza che, per giustificare la totale assenza d’invertenti in un campo rom, dove tra cumuli di spazzatura e topi, senza luce, acqua e bagni vivono circa 250 persone, ha detto che stava aspettando l’apertura di una sede del consolato rumeno in città, ma come si sa il consolato non ha competenze di tipo territoriale, per cui parlare con l’assessora è stato come andare al pronto soccorso con un principio d’infarto per  sentirsi dire dal cardiologo aspettiamo che passi il giro d’Italia, un non senso.

Dal  White Christmas al Big Hug
Certo, in questo giro di vite non mancano le anime belle, quelle che senza chieder niente in cambio ogni domenica si danno da fare per offrire un pasto caldo, o un piccolo riparo affettivo; quelli che nel vedere vite ridotte in sofferenza si rivoltano, ma rimane il fatto che per decenni la logica è stata quella dell’emergenza, dei raid punitivi e degli allontanamenti. In questi giorni a Rosarno, comune che come Gioia Tauro e San Ferdinando, è commissariato per infiltrazioni mafiose, i prefetti stanno pensando l’ennesimo intervento tampone, fatto di container, bagni chimici e un po’ di soldi da spendere per rattoppare un sistema al collasso. E’ l’ennesima ipocrisia della politica del rifiuto che sotto Natale distribuisce qualche coperta, ma non assicura l’assistenza sanitaria, l’acqua calda, la luce, un’abitazione che si possa dire tale e, soprattutto, la libertà di restare o andare. Eppure di soluzioni ce ne sarebbero, la Calabria è punteggiata da paesini spopolati; e allora si potrebbe fare come a Riace in Calabria, o come stanno cercando di fare a Sicignano, Laviano, Contursi in Campania dove la soluzione proposta è stata quella di mettere a disposizione alcune case vuote per rifugiati e i migranti, utilizzando i fondi in modo sensato. Ancora, sul fronte delle università si potrebbero facilitare e non osteggiare la ripresa dei percorsi universitari interrotti.  Come dire, contrapporre al folle White Christmas – il bianco natale dei bianchi che coglie l’occasione per  allontanare i clandestini così come vuole il sindaco leghista di Boccaglio – un Big Hug, un grosso abbraccio solidale dal caldo Sud, per cambiare il corso di una brutta storia fatta di esclusione e disagio, che negli anni a venire pagheremo con odio e disprezzo. Per chiudere senza concludere tocca segnalare che tra pochi giorni, lunedì 30 novembre, si terrà a Cosenza la prima Conferenza regionale sulle migrazioni, a cui parteciperanno Perugini, il sindaco di Cosenza, Oliverio, il presidente della Provincia, e Loiero, il governatore della Regione, insieme ad altri studiosi, analizzeranno il caso migrazioni e chissà come potranno giustificare i ritardi e le omissioni quando è già troppo tardi per le scuse.

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Ispra, prima vittoria per i precari. Tutti i contratti saranno rinnovati

Intesa al ministero dopo 57 giorni sul tetto della sede. «Ora la stabilizzazione»

Paolo Persichetti
Liberazione 22 gennaio 2010

Dopo 57 giorni passati sul tetto, i precari dell’Ispra, l’ente per la protezione e la ricerca ambientale, hanno siglato un accordo con il ministero dell’Ambiente. Dopo un primo incontro interlocutorio svoltosi l’11 gennaio, seguito da alcuni tavoli tecnici, mercoledì scorso si è aperta la seduta decisiva. Iniziata alle 15, la trattativa è terminata a mezzanotte. «All’inizio le posizioni erano molto distanti», racconta Emma Persia dell’Usi-Rdb. Alla fine nove sono stati i punti su cui si è trovato un compromesso, tra cui il «rinnovo di tutti i contratti a tempo determinato» e nuovi bandi. Nella mattinata di ieri si è tenuta l’assemblea dei lavoratori per discutere i contenuti dell’accordo, al temine della quale gli occupanti hanno deciso di scendere dal tetto. «Sono stati giorni carichi di emozioni intense», spiegava una di loro. Iniziata in sordina a fine di novembre, la protesta ha lentamente guadagnato terreno e visibilità mediatica, soprattutto sotto le feste di fine anno quando il commissario prefettizio messo alla testa dell’ente ha deciso la serrata dei cancelli chiudendo gli occupanti all’interno. Una delegazione di deputati giunti in visita ha dovuto quasi scavalcare i cancelli per entrare. Allora la popolazione del quartiere è venuta incontro ai precari in lotta portando cibo, panettoni, spumante e solidarietà. Pochi giorni dopo, malgrado le intemperie, un incontro pubblico si è tenuto sulla piazza di Casalotti dove ha sede l’Ispra. «L’assemblea – ha riferito Michela Mannozzi, portavoce degli occupanti – ha dato un giudizio positivo sull’intesa con cui abbiamo fatto un passo importante per bloccare il processo di smantellamento dell’ente che passava attraverso il licenziamento dei lavoratori precari». L’accordo stipulato prevede il mantenimento dei livelli occupazionali (i 230 contratti in scadenza fra il 31 dicembre il 31 marzo saranno tutti rinnovati), l’impegno a riassorbire i lavoratori mandati via a giugno e la conversione successiva a forme contrattuali a tempo indeterminato. Tra due mesi sarà eseguita una prima verifica. Incontri periodici sono stati previsti per controllare le modalità di applicazione degli accordi. La ministra Prestigiacomo si è portata garante del protocollo d’intesa. Scesi dal tetto, i precari avviano ora la seconda fase della loro lotta mantenendo lo stato di agitazione. Oltre a vigilare sull’intesa, i ricercatori puntano sul rilancio dell’attività dell’Ispra a partire innanzitutto dall’interruzione del regime commissariale dell’istituto e la nomina di nuovi vertici con competenze scientifiche e una cultura del controllo e della ricerca ambientale. All’interno di questo percorso l’obiettivo è il varo di un nuovo statuto che sfoci anche in un piano triennale di assunzioni. Tra le varie questioni ancora non risolte vi è il mantenimento della sede di Casalotti, che i commissari prefettizi sollevando pretestuosi problemi di sicurezza mai certificati hanno messo sul mercato. Il progetto di smantellamento dell’Ispra prevedeva, infatti, oltre alla dismissione dell’immobile, la cessione del parco della Cellulosa di proprietà dell’ente e unico spazio verde del quartiere. Una cessione che, accompagnata da un cambio di destinazione d’uso, fa gola alla speculazione edilizia molto attiva nella zona, un tempo terreno del piccolo abusivismo edilizio tirato su a “pane e cipolla”, tipico delle borgate della periferia romana, e oggi oggetto delle mire della grande speculazione. Il parco della Cellulosa si trova a ridosso del comprensorio del monte Aurelio, dove è stata proposta la costruzione del nuovo stadio calcistico dell’As Roma, accompagnato da importanti cubature di cemento residenziale e commerciale e opere di urbanizzazione come il prolungamento della metropolitana. Alle 12 di oggi gli ex occupanti del tetto terranno una conferenza stampa presso la sede nazionale delle RdB nella quale annunceranno le prossime tappe della battaglia in difesa della ricerca pubblica.

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«Piano carceri, unica novità i poteri speciali a Ionta»

Parla Patrizio Gonella, presidente di Antigone

Paolo Persichetti
Liberazione 14 gennaio 2010

Stato di emergenza fino al 31 dicembre 2010. È questo il «primo pilastro» del Piano carceri, largamente preannunciato nei mesi scorsi ( Liberazione ha dedicato alla questione l’inserto di domenica 3 gennaio) e illustrato dal ministro della giustizia Angelino Alfano ieri, al termine della riunione del consiglio dei ministri. Gli altri tre «pilastri» sarebbero «il piano edilizio», che prevede la costruzione di 47 nuovi padiglioni nei penitenziari esistenti; l’approvazione in sede di governo di un disegno di legge con «possibilità di scontare in detenzione domiciliare l’ultimo anno di reclusione e l’introduzione della “messa in prova” per le persone passibili di condanne che non superano i tre anni di reclusione in cambio della disponibilità a prestare lavori di pubblica utilità e la sospensione il processo». Infine l’arruolamento in organico di duemila nuovi agenti di polizia penitenziaria. Ma per le associazioni che lavorano nel pianeta carcere, come Antigone, l’Arci e la Vic-Caritas, non si tratta soltanto di un piano inadeguato, incapace di risolvere il problema del sovraffollamento, ma di un progetto portatore di una filosofia pericolosa che pretende di agire velleitariamente sugli effetti trascurando le cause. Il sovraffollamento non è la conseguenza dell’insufficienza del numero di celle, ma di leggi ispirate a pulsioni liberticide e ultrapenali che fabbricano incarcerazione. Secondo Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, l’annuncio fatto dal guardasigilli Alfano non aggiunge nulla di nuovo, si tratterebbe in realtà dell’ennesima gesticolazione mediatica.

Si parla di proclamazione dello stato di emergenza. A ben vedere però si tratta unicamente dell’attribuzione di poteri speciali in materia di edilizia penitenziaria al capo del Dap, Franco Ionta. Non ti sembra un’emergenza monca? Nulla è previsto per fara fronte ad un piano d’intervento complessivo sulle carceri e al tempo stesso troppo viene concesso sul fronte dell’edilizia?
Evocare l’emergenza quantomeno rappresenta la presa di coscienza di una situazione eccezionale. Da questo punto di vista si tratta di una importante assunzione di consapevolezza. Dopo di che non è successo niente di più. Si riciclano promesse di posti letto fatte oltre dieci anni fa, quando ministro della Giustizia era Piero Fassino. In realtà, non c’è alcuna traccia di un piano e i 500 milioni messi in finanziaria non permettono la costruzione di nuove carceri. L’unico vero fatto nuovo sono i poteri speciali attribuiti al capo del Dap sul modello di quelli concessi a Bertolaso per la protezione civile.

Esiste un precedente molto pericoloso. I poteri straordinari concessi al generale Dalla Chiesa furono poi all’origine di uno dei casi di corruzione ai danni dello Stato tra più importanti degli anni 80. La famose carceri d’oro.
In realtà di precedenti ne esistono almeno due: uno riuscito, quello delle carceri d’oro, che vide la corruzione arrivare a termine. E quello più recente della DiKe edifica di Roberto Castelli. Operazione fallita grazie all’opposizione della Corte dei conti. È evidente che la scelta di opacizzare i criteri che ispireranno l’attribuzione dei lavori per chiamata diretta desta molte preoccupazioni. Invece di prevedere la velocizzazione delle gare, riducendo all’osso i termini, garantendo comunque concorrenza e trasparenza, si è scelta la via del segreto. Vi è qui anche una mancanza di coraggio nell’assunzione della responsabilità delle proprie scelte, una fuga dalla trasparenza. Un quando davvero preoccupante, speriamo che ci sia un controllo pubblico.

Forse c’è anche qualcosa di più. Non è singolare questa logica del doppio binario? Poteri straordinari solo in materia edilizia che agevoleranno solo i padrini del calcestruzzo e binari normali per i ddl finalizzati alla deflazione carceraria che per altro scontano già la preannunciata ostilità parlamentare di An e Lega e dunque non avranno alcun margine di riuscita?
Si tratta di una presa in giro, un contentino per indorare la pillola durante la discussione che si è tenuta in parlamento. In quella sede il governo ha chiaramente mostrato le sue vere intenzioni esprimendo parere negativo sui punti più significativi della mozione Bernardini, la più avanzata. Si è opposto all’istituzione del difensore civico nazionale, alla revisione della legge Cirielli sulla recidiva, che è una delle cause dell’ingorgo carcerario. Ha dato parere negativo alla possibilità di aumentare le relazione affettive. Ovviamente ha fatto muro ad ogni modifica del 4 bis e 41 bis, per limitarsi ad una generica dichiarazione di intenti in favore della riduzione del sovraffollamento. È chiaro che non c’è alcuna volontà politica. Come per l’edilizia, il ricorso allo stato d’emergenza poteva giustificare il varo di un decreto legge per introdurre le norme deflattive. Come non serve costruire nuove celle, non servivano nemmeno 2 mila nuovi poliziotti della penitenziaria. Non è incrementando la custodia che si risolve il sovraffollamento e il problema dei suicidi. Al loro posto andava assunto personale civile: educatori e psicologi. Infine ci auguriamo che lo stato di emergenza non venga esteso a dismisura fino a comprendere ragioni di sicurezza per ridurre i livelli di conoscenza e accesso alle strutture carcerarie già aperte. Si aprirebbe un vero problema di democrazia.

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Dopo i fatti di Rosarno, manifestazione di protesta al Cie di Crotone

Sono circa 20 e non 4 i richiedenti asilo fuggiti ai pogrom di Rosarno, si trovano adesso all’interno del centro. Gli altri hanno lasciato Crotone tra molte difficoltà, poichè le promesse sul pagamento dei biglietti per altre destinazioni non è stata mantenuta. Altri immigrati provenienti da Rosarno sono ancora in attesa dei dei salari che gli imprenditori non hanno ancora pagato

Rete antirazzista di Cosenza
12 Gennaio 2010

Dopo le tragiche giornate di Rosarno il bilancio è pesantissimo: decine di feriti, almeno 5 arrestati e numerosi dispersi ancora nelle campagne. A Rosarno gli africani non ci sono più, non ci sono più nemmeno i ruderi diroccati, vergogne a cielo aperto dove per anni migliaia di lavoratori hanno vissuto in condizioni disumane. Come se, insieme ai ruderi, le ruspe potessero cancellare tempestivamente ogni traccia della loro ingombrante presenza sul territorio. Come se si volessero cancellare sangue e sudore di chi per anni ha sostenuto l’economia agricola della Piana di Gioia; come se si volesse rimuovere il coraggio dei ragazzi africani, gli unici ad aver dimostrato la forza di ribellarsi all’arroganza e alle angherie dei clan mafiosi locali.
Gli africani non salveranno più Rosarno!
La nostra presenza oggi davanti al Cpa S’Anna di Isola Capo Rizzuto vuole essere un gesto di solidarietà e vicinanza a quei migranti reclusi nel campo di Crotone come in quello di Bari dove circa 1200 degli africani di Rosarno sono stati confinati in seguito alla loro cacciata. È assurdo che dopo anni di vessazioni, sfruttamento, riduzione in schiavitù e indifferenza, queste persone oggi rischino di essere espulse dal territorio e vengano ulteriormente criminalizzate. “Siamo stati troppo tolleranti”, ha dichiarato il ministro leghista, ed è vero! Lo sono stati nei confronti di chi da tempo lucra sulla pelle degli indifesi a spregio dei più elementari diritti della persona. Le pesanti condizioni di vita in cui versavano i migranti a Rosarno erano conosciute da tempo: dalle forze dell’ordine ai sindacati di categoria, dai partiti politici alla società civile. Rosarno era una polveriera pronta da tempo ad esplodere ma che nessuno ha concretamente provato a disinnescare. Si è preferito fomentare l’odio sociale e la guerra tra poveri, anziché raccogliere la sfida della ribellione contro chi nel nostro territorio detta le leggi a suon di Kalasnikov, forti delle complicità istituzionali, sia esse locali che nazionali. I governi si susseguono, le maggioranze si rovesciano e le porte continuano a chiudersi in faccia a questa umanità dolente che ha provato ad alzare la testa. La mafia ringrazia!

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Cronache migranti
Il nuovo lavoro schiavile

Khadim, arrestato mentre lasciava l’Italia perché… in passato non aveva lasciato l’Italia

Manette in aereoporto. Non sapeva della condanna a 7 mesi per non aver lasciato l’Italia. Voleva tornare a casa ma è clandestino

Paolo Persichetti
Liberazione 6 gennaio 2010

Nemmeno Kafka sarebbe arrivato a congeniare una storia tanto assurda. Assurda al punto da raggiungere il sublime, se non fosse che un uomo che non ha mai rubato nulla, trafficato sostanze illecite, esercitato violenza o truffato alcuno, ma al contrario ha sempre lavorato, lasciandosi sfruttare al nero, giace nel fondo di una prigione. Khadim, un cittadino senegalese quarantunenne che da otto anni viveva in Italia in situazione amministrativa irregolare aveva deciso di rientrare nel suo Paese. Notizie non buone sullo stato di salute di alcuni suoi familiari l’avevano finalmente spinto a mettere fine alla sua esperienza di migrante, mai pervenuta al raggiungimento dell’agognato permesso di soggiorno. Otto anni di vita da clandestino sono pesanti anche se alla fine chi ti è vicino ti vuole bene, hai saputo crearti degli amici, hai l’impressione di vivere tra la gente una esistenza quasi normale, sempre che non ti capiti di incontrare una uniforme, di dover varcare un ufficio amministrativo o un ospedale. Khadim era stanco e così aveva acquistato di tasca propria un biglietto per Dakar. Giunto all’imbarco dell’aereo che doveva riportarlo a casa è stato arrestato e condotto in carcere perché sulla sua testa pesava, a sua insaputa, una condanna a 7 mesi di carcere. In passato non aveva ottemperato ad alcune misure di espulsione dal territorio pronunciate nei suoi confronti. La procedura era andata avanti fino a trasformarsi in una condanna penale. Khadim ignorava tutto ciò, aveva un passaporto regolare e pensava di poter lasciare tranquillamente l’Italia. Non poteva immaginare che sarebbe stato arrestato proprio perché non aveva lasciato l’Italia.
Su due piedi si fa un po’ fatica a capire che una persona possa essere arrestata perché una legge dice che, data la sua situazione amministrativa irregolare, deve lasciare il territorio e ciò accade proprio quando lui sta lasciando il territorio. Ma la legge, come si dice, è cieca. E così, invece si di salire sul volo per Dakar, Khadim si è ritrovato nel carcere laziale di Civitavecchia. Era l’11 ottobre scorso. La notizia è stata resa nota dal garante dei detenuti della regione Lazio, Angiolo Marroni, allertato a sua volta da alcuni conoscenti italiani di Khadim, proprio quelli che l’avevano accompagnato all’aeroporto romano di Fiumicino. Questi credevano il loro amico in Senegal e invece si sono visti recapitare una sua lettera dal carcere. Una volta imprigionato, Khadim non si è perso d’animo, anche se i primi giorni sono stati duri. Senza effetti personali, trattenuti al momento dell’arresto, e recuperati anche grazie all’intervento del garante. Ha subito avviato le pratiche per l’espulsione. Ipotesi prevista come misura alternativa per diversi reati con condanna inferiore ai due anni. Tuttavia la sua istanza è stata respinta dai magistrati perché la legge “Bossi-Fini” non consentirebbe questo tipo di soluzione per chi non ha ottemperato all’espulsione. Peccato che Khadim stesse ottemperando da solo. Ora dovrà restare in carcere fino allo scadere dei 7 mesi previsti. Difficilmente potrà accorciare la sua permanenza usufruendo dei 45 giorni di liberazione anticipata previsti in caso di buona condotta. Questo beneficio scatta solo dopo ogni semestre e i tempi tecnici per il suo riconoscimento sono abbastanza farraginosi. In ogni caso, dopo il carcere, Khadim non sarà subito libero. Non potrà salire sul primo aereo per Dakar ma finirà dritto in un Cie, dove dovrà attendere settimane e forse mesi, fino a un massimo di altri sei, perché le pratiche della sua espulsione vengano portate a termine e la polizia possa ricondurlo forzatamente alla frontiera. Peccato che Khadim, se lo lasciassero andare, partirebbe tranquillamente da solo. Questa storia è emblematica dei livelli di oscena stupidità che possono essere raggiunti dalle burocrazie repressive. Appena 9 mila sono gli immigrati espulsi, ha detto il ministro dell’Interno. Ciò dimostra che le leggi contro l’immigrazione più che a scacciare i migranti, servono a cacciarli in una condizione di clandestinità che li trasforma in una sottoclasse ipersfruttata. Chi predica la lotta alla clandestinità, vuole in realtà ripristinare lo schiavismo.

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La lunga notte di Parigi dove la Cgt da l’assalto ai migranti
Parigi, la Cgt sgombera la bourse du travail occupata dai migranti

Ispra, la Prestigiacomo si impegna a riassumere i precari

Lunedì prossimo nuovo incontro. I lavoratori senza più contratto attendono la verifica concreta

Paolo Persichetti
Liberazione 5 gennaio 2010

Si è tenuto ieri presso il ministero dell’Ambiente, presente anche il capo dipartimento della Funzione pubblica, l’incontro tra la ministra Stefania Prestigiacomo e i lavoratori precari dell’Ispra, l’istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale, che da 43 giorni occupano il tetto della loro sede in via di Casalotti a Roma. Inizialmente previsto per le 11, il tavolo con i precari accompagnati dal rappresentante dell’Usi-RdB si è aperto solo alle 13 ed è durato fino alle 14,30 circa. Nella mattinata la ministra aveva ricevuto i sindacati confederali, insieme all’Anpri (sindacato dei dirigenti). I lavoratori in lotta hanno preso atto della volontà politica positiva espressa dalla responsabile del dicastero dell’Ambiente che durante l’incontro ha escluso qualsiasi «volontà di abbandono» ma piuttosto «l’intenzione di valorizzare e promuovere la ricerca». In una nota diffusa nel primo pomeriggio, la Prestigiacomo ha fatto sapere che per ripianare la situazione di «forte anomalia» presente tra i lavoratori dell’Ispra, in una condizione di precariato cronico che raggiunge il 38% dell’intero personale, con contratti atipici che spaziano lungo l’intero arco dei modelli di flessibilità congeniati, dal tempo determinato (nella migliore delle ipotesi) ai Co.co.co., agli assegni di ricerca, alle borse di studio, sarebbe pronto «un piano di assunzioni volto a portare nel prossimo triennio alla stabilizzazione a tempo indeterminato per quasi 400 unità e a ridurre l’area del precariato a una percentuale fisiologica». Pur apprezzando queste dichiarazioni, i lavoratori hanno comunque rilevato alcune incongruenze importanti, costatando con un certo sconcerto che la struttura commissariale ai vertici dell’Ente di ricerca non ha fornito al ministero le cifre esatte. Nel corso della seduta, infatti, la Prestigiacomo avrebbe parlato «solo di 21 persone a rischio». Numeri immediatamente contestati dai lavoratori, come la cifra dei 534 lavoratori precari complessivi indicata sempre dal ministro al posto dei 618 reali. D’altronde dopo il mancato rinnovo dei contratti, almeno 480 lungo tutto il 2009, all’interno dell’Ispra vige il caos più assoluto tanto che i commissari hanno diramato un ridicolo ordine di servizio nel quale si trovano inclusi nomi di persone senza più contratto. L’incontro si è concluso con la decisione di aprire un tavolo tecnico dal prossimo lunedì 11 gennaio, sede nella quale i lavoratori faranno valere in modo documentato le cifre esatte della situazione e presenteranno «soluzioni tecniche ed economiche nel rispetto delle normative vigenti», tenendo anche conto degli impegni già annunciati dalla provincia di Roma e dalla regione Lazio venute incontro alle richieste dei precari. Oltre ai rinnovi contrattuali scaduti, l’obiettivo è quello della graduale stabilizzazione del personale attraverso il riconoscimento della natura «subordinata» delle prestazioni fornite. Dopo 12 anni di contratti atipici è giunta l’ora di includere stabilmente i lavoratori in azienda. Nell’attesa che il tavolo tecnico previsto la prossima settimana traduca gli impegni di principio in risultati concreti, i precari hanno deciso di rimanere sul tetto. «La mobilitazione – sottolinea un comunicato diffuso dalla coordinatrice sindacale dell’Usi-RdB – andrà avanti con nuove iniziative, oltre a proseguire con l’occupazione del tetto. In particolare, l’Usi-RdB Ricerca ha avviato le procedure per lo sciopero del comparto ricerca a sostegno della vertenza dei precari dell’Ispra e per un piano di rilancio e di investimenti a favore della ricerca pubblica nazionale». L’obiettivo è quello di arrivare per la fine della prossima settimana a un’assemblea cittadina per dibattere sul tema della ricerca e i controlli ambientali, alla quale saranno invitati rappresentanti politici, cittadini, istituzioni, associazioni, università ed esperti del settore.

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Cronache operaie

Ispra, licenziati sul tetto: «Non sparate sulla ricerca»

Un mese e mezzo di protesta contro il Ministero che vuole cacciare tutti i precari dell’Istituto

Paolo Persichetti
Liberazione
2 gennaio 2010

La lotta ha bisogno di vertigine. È una vecchia legge fisica, non quella che descrive i moti celesti ma quella che si occupa dei moti sociali. Un vecchio esperto della questione, uno dei massimi teorici del problema, non a caso parlava di «assalto al cielo». Erano gli albori del Novecento, da allora l’uomo è arrivato sulla luna, ha spedito navicelle e satelliti nello spazio. Il cielo è diventato molto più vicino; il «cielo della politica» invece è miseramente precipitato in mare. Nell’epoca del disincanto, della fine delle grandi narrazioni rivoluzionarie ha ripreso vigore il «cielo mistico», quello delle religioni, che però ci racconta un al di là, un altrove diverso dalle leggi della fisica sociale. Tuttavia chi lotta non ha smesso di guardare in alto e da un po’ di tempo ha preso l’abitudine di arrampicarsi sui tetti. La vertigine aiuta il conflitto, non foss’altro perché ricorda che in questa società esiste una contraddizione decisiva che segue una linea verticale, dall’alto in basso: quella tra capitale e lavoro. I ricercatori precari dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale, tutta gente che la fisica la conosce bene, l’hanno capito al volo e dal 24 novembre occupano il tetto della sede di Casalotti, una ex borgata situata nella periferia nord-ovest di Roma che ospita laboratori e uffici dell’ente. Dopo gli operai dell’Innse di Sesto san Giovanni, saliti questa estate sui carri-gru della loro azienda, sui tetti sono saliti un po’ tutti. Lo hanno fatto gli operai della Cim, ditta di materiali per l’edilizia di Marcellina, piccolo paese in provincia di Roma, che hanno puntato davvero in alto fino a scalare una torre di lavorazione alta circa 50 metri. Sono seguiti mesi di arrampicate operaie: nei cantieri navali di Pesaro, alla Lasme di Melfi che produce per la Fiat, nello stabilimento Yamaha Italia di Lesmo (Monza). La lista è davvero lunga. I tetti sono diventati la punta dell’Iceberg della crisi economica e del prezzo da pagare, che come al solito si riversa sulla forza lavoro: personale messo in mobilità, contratti a termine non rinnovati, licenziamenti secchi, smantellamenti della produzione e delocalizzazioni.

Privatizzare la tutela ambientale
Sui tetti dell’Ispra è di scena invece la forza lavoro intellettuale: biologi, geologi, chimici, tecnici, impiegati fino al mancato rinnovo dei loro contratti in settori di punta della ricerca applicata. Per intenderci sono loro che sorvegliano le nostre coste e i nostri mari (per esempio, recentemente sono stati impegnati nelle ricerche sulla nave dei veleni), controllano il territorio dai dissesti idrogeologici, dai rischi industriali e nucleari, realizzano il monitoraggio delle discariche, sono loro che forniscono le valutazioni sull’impatto ambientale e offrono agli enti locali le mappe necessarie per poter pensare qualsiasi tipo di sviluppo urbanistico, industriale, turistico e paesaggistico nel territorio. In sostanza sono loro che vigilano sulla qualità della nostra vita. Un bene prezioso, un bene comune. Donne e uomini che dovremmo difendere con le unghie e con i denti. E invece c’è chi vorrebbe disperdere questo capitale umano e intellettuale formato nelle nostre università pubbliche, animato da tanta passione civile, per svenderlo al mercato privato delle consulenze ambientali, certamente più malleabile e orientabile. In questo modo serietà, scientificità, autonomia e indipendenza delle ricerche verrebbero meno. Nei loro interventi i lavoratori dell’Ispra tengono a sottolineare come la loro battaglia non sia rivolta soltanto alla difesa dei posti di lavoro, ma riguardi la tutela generale della ricerca pubblica e dell’ambiente. L’istituto, nato con la legge (133/2008) di riordino dei vari enti che operavano sotto la tutela del ministero dell’ambiente, ha raccolto in un’unica struttura l’ex agenzia per la protezione ambientale (Apat), l’istituto nazionale per la fauna selvatica (Infs) e l’istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare (Icram). Al momento della sua nascita il nuovo ente contava 926 lavoratori di ruolo e circa 618 precari, legati da rapporti di lavoro i cui modelli ricoprono l’intero arco delle forme contrattuali atipiche che il cinismo sadico dell’ingegneria della precarietà sociale è arrivato congeniare (tempo determinato, collaborazioni continuative, assegni di ricerca e borse di studio). Non lontani dunque da forme di lavoro nero legalizzato. Che il riordino del settore non rispondesse affatto a criteri di razionalità e rilancio, lo si è capito appena costituita la struttura commissariale posta alla guida del nuovo ente. Nessun esperto in materia ambientale ma tre funzionari di carriera prefettizia, con un passato solo al ministero degli Interni. Spontanea è sorta la domanda: perché piazzare al comando di una struttura di ricerca gente che di mestiere sa fare solo il controllo dell’ordine pubblico? Forse perché il mandato era uno solo: smantellare l’ente di ricerca, gestire con il dovuto polso gli eventuali contraccolpi sociali. Certo è che le cose fin dall’inizio sono andate in questo modo. Non solo la nuova dirigenza in un anno e mezzo di gestione non ha mai prodotto un regolamento di organizzazione, come previsto dalla norma istitutiva, ma non ha più rinnovato i contratti in scadenza: a fine 2008 i primi 50 (tutti ex Infs); altri 200 a fine giugno 2009 (ex Apat), gli ultimi 200 il 31 dicembre (ex Icram). Nonostante questa opera di smantellamento risultano comunque iscritti nel bilancio 2010 diversi milioni di euro. La circostanza lascia strada al legittimo sospetto che vi sia, in realtà, l’intenzione di esternalizzare le attività.

Capodanno sul tetto
Si danno il cambio con thermos e sacchi a pelo per ripararsi dal freddo. Dormono in tende igloo, altri su materassi allungati lungo un corridoio. Hanno fatto della trasparenza la loro arma migliore, chiunque può vederli 24 su 24 sul sito web che hanno creato, www.nonsparateallaricerca.org. Sotto un tendone che li ripara dalla pioggia e dal vento hanno montato una postazione web che li collega al mondo. Webcam fissa, due computer, chat, chiunque può interloquire con loro. Sul sito c’è anche un clip girato sul prato del piazzale antistante l’edificio. Dei manager in doppiopetto fucilano i ricercatori in camice e maschera bianca sul viso. I dirigenti non hanno apprezzato e il regista, un tecnico dell’Ispra, si è visto resiliare il contratto per un vizio stranamente scoperto all’ultimo momento. I prefetti-sbirri hanno svolto egregiamente il loro lavoro fino a rinchiudere gli occupanti dentro l’istituto nei giorni di Natale. Una serrata vecchia maniera. Ma gli abitanti del quartiere sono venuti in aiuto dei ragazzi lanciando oltre il cancello viveri, panettoni e bottiglie di spumante. Il giorno di capodanno un’assemblea, con la popolazione e una delegazione di lavoratori dell’Eutelia e del comitato di lotta per la casa, si è tenuta nella piazza centrale di Casalotti. Poi una fiaccolata di cittadini ha riaccompagnato i ricercatori sul tetto. Il quartiere guarda con simpatia alla mobilitazione anche perché è previsto che il parco della cellulosa, unico spazio verde della zona dove ha sede l’Ispra, dovrebbe finire nelle mani del comune, ma il sindaco Alemanno pare intenzionato a cambiarne la destinazione d’uso. Il timore è che voglia darlo in pasto alla speculazione del cemento. Quaranta giorni sul tetto hanno obbligato il governo ad aprire la trattativa. Domani ci sarà un doppio incontro: alle 10 presso il ministero dell’Ambiente e a mezzogiorno al ministero della Funzione pubblica. Inizia la partita delle trattative, ma i ricercatori dell’Ispra ribadiscono che non scenderanno dal tetto senza garanzie di rinnovo e stabilizzazione dei contratti lasciati scadere.

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Cronache operaie

Stato d’eccezione carcerario, strada aperta alla speculazione

I responsabili del sistema penitenziario chiedono poteri speciali

Paolo Persichetti
Liberazione 3 gennaio 2010 – speciale Cemento e castigo

Il capo del Dap Franco Ionta ha chiesto lo scorso novembre l’apertura dello stato d’emergenza per le carceri. Secondo l’ex pm antiterrorismo, salito ai vertici dell’amministrazione penitenziaria nel luglio 2008, i «poteri straordinari» conferitigli all’inizio del 2009, in qualità di «commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria», non sarebbero più sufficienti per fronteggiare la gravità della situazione carceraria. In una lettera inviata a Settembrino Nebbioso, attuale capo di gabinetto del ministro della Giustizia Angelino Alfano, il massimo responsabile del carceri ha chiesto poteri speciali da «commissario delegato». Un ampliamento delle competenze simile a quelle attribuite a Guido Bertolaso nel campo della protezione civile. Un potere d’eccezione che gli consentirebbe di aggirare le normali procedure in materia di edilizia penitenziaria prospettati, a più riprese, nel piano carceri annunciato dal governo. Ionta chiede di fare a meno delle gare pubbliche di appalto per l’attribuzione dei lavori alle ditte costruttrici e di avere in cambio la facoltà di affidare in via riservata, con modalità arbitrarie e discrezionali, i contratti per la costruzione di 47 nuovi padiglioni nei penitenziari già esistenti, e per i quali la finanziaria ha stanziato 500 milioni di euro (in buona parte presi dalla “cassa ammende”, circa 350 milioni, in precedenza utilizzati per finanziare programmi di trattamento e rieducazione che in questo modo verranno meno). Il piano indica anche la costruzione di 24 nuovi penitenziari a struttura modulare, di cui 9 «flessibili» (vale a dire carceri di “prima accoglienza” destinati a governare l’enorme flusso di ingressi/uscite rappresentato da quella fascia di persone arrestate, o detenute con pene lievi, che soggiornano in prigione per pochi giorni), da costruire nelle grandi aree metropolitane o in aree considerate “strategiche”, e di altre 7 strutture “pesanti”, a pianta architettonica tradizionale; progetti per i quali manca la copertura finanziaria. Il project financing si è infatti arenato di fronte all’indisponibilità dei costruttori privati ad anticipare il costo dei lavori in cambio di contratti di lising poco remunerativi a breve termine. Un emendamento alla finanziaria, che consentiva la permuta di aree demaniali e delle sedi di vecchie carceri situati nei centri storici urbani, molto appetiti dagli speculatori del cemento, in cambio di nuove carceri da costruire nelle periferie, è stato fortunatamente bocciato. La richiesta del capo del Dap ha un precedente pericoloso, estremamente evocativo delle mire speculative che si nascondono dietro il piano carceri. Si tratta dei poteri speciali attribuiti nel maggio del 1977 al generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa. Con un decreto interministeriale ripetutamente prorogato, il responsabile dei nuclei speciali antiterrorismo venne nominato Comandante dell’ufficio di coordinamento per la sicurezza esterna degli stabilimenti penitenziari. A Dalla Chiesa fu affidato il compito di individuare i penitenziari destinati alla creazione di un nuovo circuito di massima sicurezza: le famose “carceri speciali”. In soli due giorni, con l’ausilio anche di elicotteri bimotore, vennero trasferiti sulle isole e da un capo all’altro del Paese circa 600 detenuti. Ma i poteri eccezionali conferiti al generale non si limitavano solo a questo. Dalla Chiesa aveva assunto anche competenze di intelligence che gli consentivano di entrare senza problemi all’interno degli istituti ed esercitare un forte potere gerarchico sui direttori. Nell’ambito di questi poteri d’eccezione, il Parlamento approvò, sempre nel dicembre del 1977, una legge recante «disposizioni relative a procedure eccezionali per lavori urgenti ed indifferibili negli istituti penitenziari». Si tratta del precedente legislativo a cui si ispirano le pretese dell’attuale capo del Dap. Questa legge attribuiva al ministero della Giustizia ampi poteri discrezionali in materia di lavori pubblici e di appalti per la realizzazione di interventi che andavano ben oltre l’ordinaria manutenzione. Da quella operazione prese origine uno dei più importanti episodi di corruzione e truffa ai danni dello Stato. Scandalo scoperto nel febbraio 1988 e che travolse un ministro, il socialdemocratico Nicolazzi. La chiamata nominativa delle imprese di costruzione e l’opacizzazione dei protocolli, oltre all’avvio di un vasto programma di nuova edilizia penitenziaria basato su impressionanti colate di calcestruzzo e ferro in poco tempo divenute fatiscenti, diede origine allo scandalo delle carceri d’oro. Ogni “posto detenuto” venne a costare circa 250 milioni di lire, il prezzo di un appartamento in una grande città dell’epoca. Come allora, la banda del calcestruzzo, sponsor di questo governo, sarà il vero fruitore del piano carceri. Cemento e castigo, ecco l’Italia di Berlusconi.

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Antigone: “Piano carceri, unica novita i poteri speciali a Ionta”
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«Dietro al piano carceri i signori del calcestruzzo»

Intervista a Cesare Burdese Architetto, esperto di progettazione carceraria ispirata ai modelli riabilitativi della pena

Ermanno Gallo
Liberazione 3 gennaio 2010 – speciale Cemento e castigo

Cesare Burdese è un architetto torinese che da vent’anni si occupa di progettazione carceraria in stretto rapporto con la concezione istituzionale della pena. Recentemente è stato relatore in un seminario tenuto presso il carcere di Sollicciano (13 giugno 2009) con un intervento critico rivolto alla tipologia di edilizia penitenziaria contemplata dal piano carceri proposto dal governo.

Esiste un modello architettonico di carcere trattamentale e riabilitativo distinto dal penitenziario afflittivo di mera custodia?
I vecchi modelli penitenziari, diciamo ideologici, a volte di matrice utopistica, sono tramontati o vanno rinominati.

Intende che quei laboratori sperimentali per la modificazione del comportamento dei detenuti, come Pentonville, o il carcere-paradigma di Filadelfia (isolamento diurno e notturno del detenuto) e di Auburn (lavoro collettivo di giorno agli affidabili, isolamento notturno), o ancora il Panottico del controllo invisibile “interiorizzato”, non hanno più corso storico?
Oggi siamo di fronte a “derivati” ottocenteschi, con prigioni a pianta crociata e radiale oppure a strutture moderne a palo telegrafico. Per fare fronte alla cosiddetta “emergenza” vengono evocate carceri galleggianti, veri modelli protostorici, o carceri grattacielo, strutture obsolete e futuriste al contempo. In ogni caso ogni tipologia dovrebbe essere contestuale, posto che sia replicabile fuori del suo tempo.

Il sovraffollamento attuale, che enfatizza il carattere afflittivo e patogeno della pena, non inficia qualsiasi visione architetturale che si proponga il cambiamento dell’essenza reale del castigo, attraverso la modificazione delle strutture murarie, della camicia di pietra del sistema cellulare, in funzione, ad esempio, del “carcere democratico”, della “dolcezza delle pene”?
Il ritardo casuale o colpevole dell’edilizia rispetto alla legge penitenziaria non può che aggravare lo stato presente delle cose. Constato, oggi più di ieri, che anche nella facoltà di Architettura, dove tengo seminari e ho seguito tesi sull’argomento, per non parlare delle sedi decisionali, pochi considerano l’architettura carceraria una materia di studio e ricerca.

Il circuito carcerario italiano è obsoleto ed esplosivo. Nel piano carceri proposto dal governo esiste una visione architettonica adeguata che potrebbe trasformare questa situazione degradata?
La promessa di 22 mila posti cella in più nel 2012, può essere solo un tappabuchi. Il carcere ha paura del vuoto. Più aumentano i posti – oggi li chiamano “posti letto”, come se fosse un albergo o un dormitorio – tanto più aumenta la bulimia penale e penitenziaria. Un detenuto tira l’altro.

Fino ad oggi sembra che siano stati stanziati in finanziaria solo 500 milioni di euro per l’ampliamento della capienza.
Si prevedono circa cinque mila posti come primo intervento di sostegno. Celle ricavate da ristrutturazioni, ampliamenti o costruzioni di nuovi padiglioni nelle strutture esistenti. Cpt riconvertiti, oppure riutilizzo di strutture prerecintate, come ex caserme, fabbriche dismesse ecc. 150 milioni sarebbero stanziati dal ministero della Giustizia, altri contributi sono attesi dal fondo unico della giustizia e dalle cassa ammende. Mancherebbero al momento oltre 600 milioni, non attingibili dalla casse pubbliche. Stando così le cose, è impossibile creare entro il 2012 i 22 mila posti promessi. D’altronde il settore privato non sembra particolarmente allettato dalle promesse dello Stato.

Come si presentano gli schemi  architettonici del piano?
Le premesse di progettazione e costruzione, avallate dal ministro Alfano, con la supervisione del commissario plenipotenziario Ionta, non fanno prevedere grandi innovazioni. Nell’allegato D del documento ministeriale c’è lo schema di un penitenziario-tipo per circa 400 posti detentivi. Si tratta di un prototipo ad aggregazione radiale. Un modello derivato dai vecchi sistemi di fine ‘800. Questo modello tipologico rappresenta l’immagine della regressione dell’edilizia penitenziaria italiana. E dimostra che la progettazione carceraria è estromessa dal circuito del libero mercato della progettazione.

Pensa che sia tutto riconducibile ad una mancanza di “concorrenza progettuale?”
La circostanza incide molto perché il progetto è demandato acriticamente agli uffici tecnici ministeriali, che non sembrano molto competenti. Poi gli stessi schemi approvati a occhi chiusi passeranno ai cartelli delle imprese di costruzione, che  sono puri comitati di affari Quanto meno lo Stato appare ingenuo, in contraddizione con i suoi stessi organi legislativi, rendendo pubblico uno schema tipologico assurdo.

Non le pare che si vada verso un idealtipo di carcere-cubo, gestito dal settore  privato che capitalizza lucrando sul detenuto e il  lavoro coatto. Insomma una industria-carcere, o come dicono gli americani: un «complesso carcerario industriale»?
Finora, in Italia, la componente produttiva è sempre stata trascurabile nella gestione delle pene. La carenza di personale, l’articolazione degli spazi nel carcere cellulare, hanno permesso solo piccole attività di riproduzione interna, manutenzione e lavori artigianali appaltati da piccole imprese. Difficile parlare di lavoro industriale.

Quindi non è in vista una forma-carcere caratterizzata dalla produttività incentivata dal privato?
Non direi, tenuto conto della legge vigente e della dislocazione cellulare esistente. Casomai vedo la potenziale capitalizzazione a monte della carcerazione.

Cioè attraverso la progettazione e costruzione di nuove strutture carcerarie?
L’Italia è un grande cementificio. Per questo, più che fare dei containers o dei cubi prefabbricati, ai costruttori conviene costruire con colate di cemento. In questo modo, edificando strutture fotocopia, l’edilizia penitenziaria diventa particolarmente redditizia.

E chi potrebbe vincere  queste gare di appalto?
I signori del calcestruzzo.

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L’abolizionismo penale è possibile ora e qui

L’abolizionismo penale è possibile, ora e qui

Vincenzo Ruggiero
Liberazione 3 gennaio 2010 – speciale Carcere e castigo


L’abolizionismo è stato paragonato a un vascello carico di esplosivo che naviga nei mari della giustizia penale. Non sono d’accordo. In maniera molto semplice l’abolizionismo, direi piuttosto, è una corrente di pensiero che considera il sistema della giustizia criminale, nel suo complesso, come uno dei maggiori problemi sociali. Rassicuriamoci, quindi, e lasciamo in disparte, per altre occasioni, le immagini di deflagrazione. Forme di abolizionismo penale sono già in funzione, ad esempio, tutte le volte che alcuni segmenti dell’amministrazione centralizzata della giustizia vengono sostituiti da modalità decentrate, autonome, di regolazione dei conflitti. E va chiarito immediatamente che gli autori più noti comunemente associati con questa scuola di pensiero non hanno mai propugnato la chiusura di tutte le carceri domani o dopodomani. L’abolizionismo non è un semplice programma di smantellamento dell’esistente sistema punitivo, un programma che del resto troverebbe non pochi alleati tra chi prova vergogna di fronte alla stragrande maggioranza degli istituti di pena nel mondo.
L’abolizionismo consiste in un approccio, una prospettiva, una metodologia, insomma in un modo diverso di guardare al crimine, alla legge e alla punizione. Osservando i presupposti e studiando le matrici culturali dalle quali prende vita, si può rimanere addirittura imbarazzati nello scoprire che una simile ‘esplosiva’ corrente di pensiero si colloca comodamente nella cultura occidentale convenzionale, che guida i comportamenti di ognuno e che ognuno potrebbe mobilitare a giustificazione della propria condotta. Cominciamo da un modo ‘diverso’ di guardare al crimine. Gli abolizionisti sono consapevoli che alcuni atti generano danno, ma che non tutti gli atti dannosi vengono ritenuti criminali. A loro modo di vedere, lo sviluppo delle società porta con sé delle forme di patologia e i sistemi non possono fiorire se alcuni settori che ne sono parte mostrano evidenti segni di fallimento. E’ questa una nozione aristotelica, che ribadisce un’idea condivisa da molti, vale a dire che l’ineguaglianza crescente crea ostacoli alla realizzazione del bene comune. Non sento deflagrazioni in questa idea. Sento piuttosto una critica alle elaborazioni platoniane secondo cui il bene e il male si distinguono in quanto chi pratica il primo dimostra di ‘ignorare’ i precetti della ‘vita buona’, chi persegue il secondo rivela di conoscerne i principi fondamentali. Gli abolizionisti, al contrario, suggeriscono che l’ignoranza caratterizza le istituzioni della giustizia criminale, nel senso che i professionisti che la popolano non conoscono le circostanze, le interazioni e le dinamiche che producono le situazioni problematiche definite in fretta come crimini. Vedo anche molto Rousseau in questo suggerimento, segnatamente il Rousseau critico della concorrenza che genera ‘inganni violenti’, e che al declino della moralità pubblica fa corrispondere la crescita degli strumenti artificiali del controllo delle condotte.
Nel discorso abolizionista c’è posto addirittura per Hegel, il quale vede gli individui, isolati e competitivi, allontanarsi dalla sfera pubblica e smarrire ogni sentimento di obbligo verso gli altri. La patologia che ne risulta porta ognuno a delimitare la propria area intima e a delegare alle autorità la soluzione dei problemi sociali. Una volta designati i guardiani della moralità, gli individui possono curarsi dei propri interessi e permettere nell’indifferenza che il successo venga premiato e il fallimento severamente castigato. Veniamo all’universo sacro della legge. L’equità giuridica può essere definita come il diritto di ognuno a mobilitare le istituzioni statali per la protezione e la salvaguardia del proprio benessere. In altri termini, la legge potrebbe essere interpretata come diritto alla mutua coercizione. Chi non rispetta la libertà degli altri nega a costoro lo statuto di persone libere. La legge, in simili casi, interverrebbe per negare questo diniego e per restaurare la situazione iniziale. Gli abolizionisti rispondono che una simile astrazione potrebbe soltanto applicarsi in società nelle quali eguale accesso alla legge viene accompagnato da eguale accesso alle risorse. Nelle società che conosciamo, al contrario, la legge non fa altro che negare la libertà a coloro che ne posseggono veramente poca, i quali vengono così doppiamente colpiti. Leggo in questa argomentazione un pensiero consolidato nella cultura occidentale, vale a dire un’idea di conflitto e una nozione distributiva della giustizia che attraversano tutta la filosofia e il pensiero sociologico che conosco, da Weber a  Durkheim, da Marx a Galbraith, da Simmel a Bauman.
Abbiamo, insomma, numerose coordinate entro le quali collocare il pensiero abolizionista, e se esaminiamo l’analisi abolizionista della punizione le coordinate si affollano, si sovrappongono, al punto che ognuno può scegliere quelle più vicine alla propria sensibilità. Abbiamo in Louk Hulsman un abolizionismo che riflette il suo Cristianesimo sociale, che si ispira all’ecumenismo di San Francesco, ma anche alle sacre scritture, al Vangelo di Luca e Marco, e particolarmente al rivoluzionario Paolo, il quale nega ogni validità alla legge umana, quella divina essendo sufficiente a farci discernere il bene collettivo dal benessere dei pochi. In Hulsman troviamo l’eco della teologia radicale e della teologia della liberazione, ma anche dell’anarchismo di Bakunin, secondo il quale la realizzazione della libertà richiede azione condotta religiosamente. Tolstoy e Hugo fanno capolino nelle sue argomentazioni, specialmente quando vengono riferite ai temi della redenzione e del castigo, dell’autogoverno, la misericordia e la pietà. Questo sincretismo caratterizza anche il pensiero di Thomas Mathiesen, il quale si schiera a favore di una sociologia del diritto pluralista e interdisciplinare. Allora, i suoi referenti sono Marx e Engels, ma i suoi compagni di strada sono i detenuti e gli emarginati, che il marxismo ortodosso escluderebbe dai processi di emancipazione e mutamento sociale. Da eretico, Mathiesen crede che la ricerca sociale debba coinvolgere i soggetti che la ispirano, quegli attori coinvolti nel conflitto che, attraverso la conoscenza acquisita, sono in grado di perpetuare la conflittualità collettiva.
Pensiamo infine a Nils Christie, che  raccomanda a chiunque si accinga a comporre un testo scritto di avere in mente la propria zia preferita. Ebbene, Kropotkin raccomandava altrettanto, chiedendo ai militanti politici di tenere sempre in mente a chi erano destinati i loro opuscoli. La critica mossa da Christie verso i professionisti della legge e della pena ricorda le invettive anarchiche contro la proliferazione delle leggi, che abituano gli individui alla delega e ne atrofizzano la capacità di giudizio etico e politico. Il suo apprezzamento del conflitto come ‘risorsa da tenere a cuore’ rimanda all’idea secondo cui i problemi possono essere risolti solo se chi vi è coinvolto possiede risorse autonome sufficienti a risolverli. Dobbiamo solo rallegrarci se troviamo difficoltà nel collocare l’abolizionismo in un quadro di riferimento unico e coerente in termini politici, sociologici o filosofici. I suoi tratti sono inclusivi, non esclusivi, permettendo a chiunque sia dotato di spirito critico di individuarvi almeno un aspetto del proprio pensiero.

Vincenzo Ruggiero è professore di sociologia presso la Middlesex University di Londra. Il suo prossimo libro, Penal Abolitionism: A Celebration, verrà pubblicato quest’anno da Oxford University Press.


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