Quando il passato non è mai quello degli altri

Recensioni – alcuni mesi nella lotta armata e oggi ricercatore indipendente, ha appena pubblicato un nuovo libro sul caso Moro che entra a piedi uniti in un dibattito che negli ultimi tempi si è segnalato soprattutto per il riemergere di letture complottiste. A Paolo Persichetti il passato continua a chiedere il conto

Paolo Morando, Domani 24 maggio 2022

Oltre trent’anni fa, nel 1991, è stato condannato in via definitiva a 22 anni e mezzo di carcere per partecipazione a banda armata (le Brigate rosse – Unione dei comunisti combattenti) e concorso morale in omicidio (il generale dell’aeronautica Licio Giorgieri, ucciso in un agguato a Roma il 20 marzo 1987).
Nel frattempo, dopo che in primo grado era stato assolto, era riparato in Francia, come tanti altri ex militanti delle formazioni armate. E a Parigi si era ricostruito una vita come studioso, laureandosi e conseguendo un dottorato in Scienze politiche, fino a insegnare come docente a contratto all’università. A Paolo Persichetti il passato è tornato però a chiedere il conto la sera del 24 agosto 2002, quando la polizia francese lo ha fermato per poi consegnarlo a notte fonda ai colleghi italiani, in un rendez-vous degno dei migliori film di spionaggio: sotto il traforo del Monte Bianco.
Era stato arrestato una prima volta nel 1993, opponendosi però all’estradizione con successo, grazie a un pronunciamento dell’allora presidente francese François Mitterrand, che ha confermato la validità della propria “dottrina”. Persichetti ha terminato di pagare il conto alla giustizia italiana nel 2014, quando è stato scarcerato definitivamente. Ma già dal 2008 era in semilibertà e aveva iniziato a collaborare prima con Liberazione, l’allora quotidiano di Rifondazione comunista, poi con il Manifesto, Il Garantista, Il Rifomista e il Dubbio.

Il lavoro da storico
Si può dire che oggi Persichetti è uno storico di riconosciuto valore? Si dovrebbe poterlo fare, non fosse altro per la sua curatela di una importante Storia delle Brigate rosse in tre volumi (finora è apparso solo il primo). Si può dubitare della sua impostazione di studioso, per forza di cose caratterizzata dalla precedente militanza? Anche questo è possibile, ma senza dimenticare che la ricerca storiografica vive di contrapposizioni, di revisionismi e contro revisionismi (nel senso nobile del termine, sia chiaro), di confronto tra idee. Ma sempre sulla base di documenti. E Persichetti, da questo punto di vista, è un formidabile cane da tartufo: il suo lavoro di studioso lo dimostra.
Il suo ultimo libro “La polizia della storia. La fabbrica delle fake news nell’affaire Moro”, pubblicato in questi giorni da Derive Approdi entra tra l’altro a piedi uniti in un dibattito, quello su via Fani e i 55 giorni dello statista nella “prigione del popolo”, che negli ultimi tempi si è segnalato soprattutto per il riemergere di letture complottiste che da sempre covano sotto la cenere.
E d’altra parte la pubblicistica in materia è sterminata. Il libro di Persichetti è un ottimo strumento per orientarsi con un minimo di cognizione di causa in un quello che è diventato un autentico ginepraio, sulla base di una vulgata sfornita di prove che ormai sembra essersi fatta inespugnabile. Al punto che in una sentenza importante come quella che, tre anni fa, ha condannato all’ergastolo l’ex Nar Gilberto Cavallini per la strage di Bologna, si parla scorrettamente del covo di via Gradoli come della prigione di Aldo Moro. Un mero lapsus dell’estensore, certo, in una sentenza di oltre 2mila pagine altrimenti formidabile, ma è un lapsus che la dice lunga su quanto in questi anni è avvenuto e continua ad avvenire.

Il passato che ritorna
Lo stile di Persichetti, autore di una memorabile inchiesta giornalistica sempre su Bologna (l’incredibile tentativo da destra di addossare la colpa dell’attentato a un giovane di sinistra vittima della bomba, Mauro Di Vittorio, tesi che l’ex brigatista ha contribuito a confutare), è spesso arrembante. E infatti qualche grana gliel’ha procurata. Ad esempio una querela da parte di Roberto Saviano, a cui però il giudice ha dato torto.
Ma il peggio doveva ancora venire. Ed è venuto dal passato, se così si può dire. Come il postino del celebre film, infatti, la giustizia per Persichetti ha suonato due volte: ormai un anno fa, la procura di Roma gli ha sequestrato l’intero archivio, il telefonino, il pc e ogni altro apparecchio elettronico (e pure il “cloud”), nell’ambito di un’inchiesta che lo vedrebbe come “favoreggiatore” di latitanti coinvolti nel sequestro Moro. Ma inizialmente lo si accusava anche di associazione sovversiva con finalità di terrorismo (e il capo di imputazione è stato modificato addirittura cinque volte). Appunto: il passato che non passa.
La vicenda è ampiamente ripercorsa nel suo libro appena uscito, che sfida il mainstream fin dalla prefazione, firmata dalla filosofa Donatella Di Cesare (incorreggibile Persichetti!). E il sequestro citato, guarda caso, ha a che fare con il sequestro Moro. O meglio: con l’ultima (e contestatissima) commissione parlamentare d’inchiesta, ai cui materiali riservati – così la procura – Persichetti avrebbe attinto. La partita giudiziaria è ancora in corso, con lo studioso che da tempo chiede senza successo di poter tornare in possesso di quel materiale: anche perché, al di là della contestazione delle accuse specifiche, la procura si è portata via anche l’intera documentazione sanitaria relativa a suo figlio disabile. E davvero non si capisce che cosa questo possa avere a che fare con un’inchiesta per terrorismo.

L’ultima beffa
Nei giorni scorsi c’è stata una novità, ed è significativo che sia arrivata proprio nei giorni in cui il nuovo lavoro di Persichetti è approdato in libreria: giustizia a orologeria, verrebbe a dire, ma una volta tanto a favore dell’accusato. Sul blog Insorgenze, animato dallo stesso Persichetti, si dava infatti conto (capirete presto il perché del tempo imperfetto) della relazione tecnica richiesta dal gip sul materiale sequestrato.
E si apprendeva che non c’era nulla di riservato, ovvero di materiale dolosamente trafugato e poi diffuso: l’elenco di pdf, immagini, video e quant’altro è certosino e tutto ciò che proveniva in origine dalla commissione Moro Persichetti se lo è procurato utilizzando fonti aperte, soprattutto il sito dell’ex membro della stessa commissione Gero Grassi, per giunta dopo la chiusura dei lavori dell’organismo. E visto che Persichetti sa come va svolto il lavoro di storico, ecco che la relazione glielo riconosceva, attestando come altra grande parte del materiale arrivi dal Fondo Moro depositato all’Archivio centrale dello stato nell’ambito della direttiva Prodi. Che Persichetti ha dunque diligentemente consultato. Visto però che non c’è due senza tre, ecco l’ultima beffa: cioè il gip che in sostanza decide di non dare seguito all’esito della perizia e, invece di disporre la restituzione almeno parziale del materiale sequestrato, rimanda l’intero fascicolo alla procura, azzerando di fatto mesi di battaglia giudiziaria mossa da Persichetti.
Il quale sabato scorso, via Facebook, ha risposto così: “A seguito degli ultimi sviluppi giudiziari legati al sequestro del mio archivio sono venuti meno anche i residuali spazi di agibilità che mi erano rimasti. Allo stato attuale non esiste più lo spazio minimo per svolgere anche il più ridotto lavoro di tipo storiografico e di ricerca. Non esistono più le condizioni obiettive e la serenità che un ricercatore deve sempre avere per condurre con serietà e misura il proprio lavoro. Pertanto sono sospese tutte le presentazioni del libro La polizia della storia che nonostante la situazione e con grande sforzo ero riuscito a portare a termine. Sono sospesi tutti i miei account social e non risulterà più accessibile al pubblico il blog insorgenze.net”.

Uno stratagemma del potere
Tornando al libro, non aspettatevi benzina sul fuoco delle complotterie. Al contrario. Sul caso Moro, ad esempio, Persichetti smonta una diceria di lunga data: la presenza di una moto Honda di grossa cilindrata in via Fani, da sempre smentita da tutti i brigatisti che presero parte al rapimento, presenza invece dimostrata – così si è sempre detto – dal fatto che dai due motociclisti in sella alla Honda partirono raffiche di spari contro il parabrezza di un motorino.
Ebbene, in un verbale del 1994 il possessore di quel motorino raccontò diversamente la dinamica della rottura del proprio parabrezza, che già era tenuto assieme con del nastro adesivo: avvenne per la caduta del mezzo dal cavalletto (che era parcheggiato all’incrocio tra via Fani e via Stresa: lo attesta una foto scovata in rete dallo stesso autore nel 2014) dopo l’agguato brigatista. “Questa foto – scrive Persichetti – metteva definitivamente a tacere la versione dei colpi sparati dalla Honda contro Marini e che avrebbero distrutto il parabrezza, facendo anche crollare la versione della moto con i brigatisti a bordo che avrebbe partecipato al rapimento e di cui il parabrezza infranto sarebbe stata la prova inconfutabile”.
La vis polemica è evidentemente connaturata a Persichetti, visto che si toglie anche lo sfizio di documentare diverse “violazioni” del segreto compiute proprio da componenti della Commissione Moro. Ma il cuore del suo lavoro sta tutto in queste parole: “L’idea che il mondo sia più comprensibile se visto dal buco della serratura di un ufficio dei servizi segreti piuttosto che dai tumulti che attraversano le strade e i luoghi di lavoro è il segno di una malattia della conoscenza. Attraverso la dietrologia si vuole veicolare l’idea che dietro ogni ribellione non c’è l’agire sociale e politico di gruppi umani ma solo un inganno, una forma di captazione, uno stratagemma del potere”.

L’operazione ombre rosse si perde nella nebbia. Slittano ancora le udienze francesi per decidere sul fondamento delle richieste di estradizione avanzate dall’Italia

Nell’immagine i leggendari corridoi dei sotterranei del tribunale di Parigi, ufficialmente definiti “souricière”, topaia

Le udienze dei 9 fuoriusciti italiani arrestati in Francia ad aprile 2021 e che ieri si sono presentati davanti la Corte di Appello di Parigi sono state rinviate tra fine marzo e fine aprile. Lo slittamento delle udienze è stato concesso per permettere l’esame del complemento di informazioni sulle domande di estradizioni inviato dall’Italia. Documenti che secondo i legali della difesa sarebbero ancora incompleti.
Nonostante le misure anticovid la sala delle udienze era affollata come per le grandi occasioni: erano presenti alcune decine di avvocati/e del SAF, Syndicat des Avocats de France, e numerosi aderenti alla LDH, Ligue des Droits de l’Homme, a testimonianza del profondo disagio e della forte preoccupazione che traversa i settori della società francese più attenti alla difesa dei diritti di fronte al rischio di una rimessa in discussione della politica di accoglienza fornita dalla Francia da almeno quattro decenni nei confronti dei rifugiati italiani perseguiti dalla giustizia per le vicende del conflitto politico-sopciale degli anni 70. Una partecipazione che ha sorpreso la magistrata di collegamento italiana a Parigi, Roberta Collidà.
I giudici della Chambre hanno fisato il calendario delle prossime udienze: l’ex brigatista Enzo Calvitti è stato convocato il 23 marzo prossimo, lo stesso giorno in cui verrà discussa la posizione dell’ex dirigente di Lotta Continua Giorgio Pietrostefani, sempre che le sue precarie condizioni fisiche lo consentiranno. Per l’ex Br Giovanni Alimonti e per l’ex membro dell’organizzazione dei Nuclei armati per il contropotere territoriale Narciso Manenti la nuova udienza è stata fissata al 30 marzo; per le ex Br Roberta Cappelli e Marina Petrella la nuova udienza è prevista per il 6 aprile. L’udienza dell’ex militante di Rosso, Raffaele Ventura, coinvolto nella sparatoria di via De Amicis a Milano, è stata fissata per il 13 aprile, insieme all’ex membro della colonna milanese Walter Alasia, Sergio Tornaghi. Per il 20 aprile sono stati convocati l’ex militante dei Proletari armati per il comunismo, Luigi Bergamin, e l’ex Br Maurizio Di Marzio. Per Di Marzio la Chambre è ancora in attesa del complemento di informazioni richiesto a novembre, nel frattempo il mandato di arresto europeo emesso dall’Italia nei suoi confronti è stato rigettato ma resta ancora in piedi la procedura di estradizione. Per quanto invece la posizione di Luigi Bergamin i giudici francesi attendono la decisione della Corte di Cassazione prevista il prossimo febbraio per capire se verrà confermata la prescrizione deliberata dalla corte d’appello di MIlano. «Abbiamo difficoltà a capire come sia possibile che per dei casi che dovrebbero essere stati preparati da molto tempo non riusciamo ad avere tutti i documenti», ha spiegato all’Adnkronos Irene Terrel, l’avvocata francese di sette dei dieci rifugiati fermati in Francia.

Illegittima la richiesta di estradizione di Luigi Bergamin

I bolliti dell’antiterrorismo e la pena prescritta. Ci hanno provato come al solito, la pena stava per prescriversi allora in tutta fretta la procura di Milano ha avuto la geniale di idea di chiedere l’applicazione di una nuova pena, una pena accessoria coniata ai tempi del fascismo e rimasta intatta successivamente. Che cosa è una pena accessoria? Una pena che si commina in assenza di reato. Si tratta di una misura afflittiva tipologica, ovvero applicata sulla base di un giudizio prognostico sulla personalità del reo, una volta che questi ha terminato di scontare la propria condanna. Può essere una pena infinita, detta anche «ergastolo bianco», poiché rinnovabile di volta in volta sulla base di valutazioni sulla indole della persona. Insomma è una pena comminata non per quello che si è fatto ma per l’idea che magistratura e polizia hanno della persona. Torniamo a Bergamin e all’operazione “Ombre rosse”: la procura dopo aver abusivamente chiesto l’applicazione della delinquenza abituale, comma che avrebbe impedito il riconoscimento della prescrizione della pena ma che la corte d’appello ha censurato nel merito, ha ottenuto dal magistrato di sorveglianza l’erogazione di una nuova pena di 2 anni di casa lavoro. Che cosa è una casa lavoro? Una prigione dove l’internato sottoposto ad un normale regime detentivo durante il giorno deve (dovrebbe) la vorare. Insomma dei lavori forzati. Nel caso di Bergamin tuttavia il magistrato di sorveglianza si è dilungato in una particolareggiata descrizione del trattamento restrittivo che gli dovrà essere riservato, una sorta di 41 bis. Su questa decisione pende ora un ricorso che verrà discusso nei prossimi giorni e che alla luce del pronunciamento della corte d’appello ha poche chances di essere confermato. Nel caso ciò avvenisse i giudici francesi della Chambre d’accusation, dove pende la richiesta di estradizione, dovranno pronunciarsi sulla legittimità di una condanna del genere sopravenuta dopo trent’anni dal passato in giudicato. Sarà molto difficile!

Due pesi e due misure

Esilio e castido (due), rubrica contro le estradizioni

Ci sono due argomenti fondamentali che vengono agitati davanti all’opinione pubblica per giustificare le richieste di estradizione dei rifugiati italiani in Francia: accertare finalmente la verità e far cessare l’impunità.
Sul primo punto si potrebbe facilmente obiettare che la verità è sancita nelle sentenze passate in giudicato, perché se così non fosse allora quelle condanne sarebbero infondate e le domande di estradizione illegittime. Quanto all’impunità va detto che è relativa poiché in molti casi larghe porzioni di pena sono già state già scontate con lunghe detenzioni cautelari, circostanza che si omette troppo spesso.
Questa rivendicazione di verità e impunità crea un’asimmetria evidente con altre vicende, per esempio le torture praticate sugli arrestati per fatti di lottarmata, alcune riconosciute anche dalla giustizia, vedi sentenza di Perugia del 2013 sul waterboarding praticato da Nicola Ciocia nei confronti del tipografo delle Brigate rosse romane Enrico Triaca.
Nel caso delle torture non c’è mai stata alcuna ricostruzione giudiziaria dei fatti e permane una manifesta impunità penale, dovuta anche alle prescrizioni intervenute nel frattempo (il reato di tortura nemmeno esisteva) che invece suscitano scandalo quando intervengono per i rifugiati. Due pesi e due misure.

Esilio e castigo (uno), rubrica contro le estradizioni

Parigi 1992

La retata degli esuli dei giorni scorsi e il grande battage mediatico che l’ha seguita mi ha riportato in mente numerosi episodi della mia esperienza personale indissolubilmente legata agli undici anni vissuti a Parigi come rifugiato. Conosco personalmente sette delle dieci persone per cui è stata richiesta l’estradizione, tanti momenti ho condiviso con loro. Capirete quanto voglia loro bene, quanto sia legato alla loro sorte. Questa vicenda mi ha riportato alla mente diversi episodi. Oggi ve ne racconto uno legato agli anni di carcere seguiti alla consegna straordinaria alle autorità italiane dell’agosto 2002.
Quando maturò il tempo dell’accesso ai primi permessi che ovviamente non ottenni, il magistrato di sorveglianza del carcere di Viterbo per prima cosa chiese informazioni a varie questure d’Italia per sapere cosa avessi fatto negli anni, per lei oscuri, di «sottrazione alla pena» – come li definiva.
Ovviamente avevo spiegato agli operatori del trattamento, quelli che secondo quanto recita l’ordinamento portano a termine «l’osservazione scientifica della personalità» (non ridete e non vi impressionate), quello che era stata la mia vita in Francia. L’avvocato aveva raccolto anche la documentazione sugli anni di lavoro in una scuola di formazione continua, dove facevo alfabetizzazione della lingua italiana, l’unico permesso di soggiorno ottenuto, valido un solo anno e il percorso universitario fino al dottorato e al posto di ricercatore e insegnamento raggiunto nel 2001 a Paris 8.
Il magistrato tuttavia non era persuaso, non ci credeva, era molo diffidente. Non era possibile che non avessi commesso reati, che so, fatto rapine, sequestri, traffici o altri illeciti per vivere. Così pensò di chiedere alle questure di mezza Italia informazioni sulla mia persona. Domandò a quella di Torino, dove avevo sostato poche ore quando venni ricondotto in Italia. A Torino c’ero stato ventenne, qualche giorno a trovare una ragazza con cui avevo avuto una breve storia. Poi Bologna, perché in Italia ero stato riportato proprio per iniziativa di quella procura che mi voleva implicato nella vicenda Biagi. Anche lì c’ero stato a sedici anni grazie ad una vacanza di scuola. Niente, nessuna di queste questure aveva notizie sulla mia persona. Vuoto assoluto. Il giudice si innervosì molto, ma come? Allora chiese tramite Interpol informazioni alla polizia francese. Uscì fuori solo la notizia che avevo partecipato ad una iniziativa pubblica nella quale veniva presentato un libro scritto insieme a Oreste Scalzone e niente più. Il giudice non si capacitava proprio. Com’è possibile che non risultino informazioni. Chiese ancora e l’Interpol non rispose più. L’attesa inutile di una risposta che non poteva venire fu un ottimo espediente per bloccare l’iter del permesso e ritardare la risposta, che alla fine dopo un paio di anni fu – come era scontato – negativa.
Per quel magistrato l’assenza di rilievi della polizia sulla mia persona non era una informazione rassicurante ma l’esatto contrario. Si trattava ai suoi occhi di una prova della mia clandestinità, di una esistenza celata, di chissà quali rapporti e contati oscuri che andavano disvelati. Dovevo parlare, dovevo raccontare, dovevo chiarire il mistero che circondava la latitanza. Nella sua testa si agitavano fantasmi.

L’appello contro l’estradizione dei rifugiati italiani degli anni 70 firmato da personalità del mondo della cultura francese

Libération 29 aprile 2021

Signor Presidente,
E’ grazie alla volontà di un presidente della Repubblica, François Mitterrand, che dei militanti dell’estrema sinistra italiana coinvolti nella violenza politica degli anni 70 sono stati accolti nel nostro Paese sotto l’espressa condizione di abbandonare ogni attività illegale. E’ probabile che Lei non avrebbe mai preso questa decisione. Ma il contesto era molto diverso da quello attuale, la «strategia della tensione» ancora presente, i giuristi francesi sovente perplessi di fronte alle «leggi speciali» che ispiravano le procedure italiane. E quale che sia oggi l’opinione su questa eredità, lei converrà che non si può risalire il corso del tempo né cambiare gli avvenimenti del passato.
Ormai da quarant’anni diverse decine di persone sono uscite dalla clandestinità, hanno deposto le armi, hanno visto i loro fascicoli esaminati dalle più alte autorità dei Servizi segreti, della polizia e della giustizia francese: la loro permanenza in Francia è stata accettata, in seguito ufficializzata attraverso il riconoscimento di permessi di soggiorno. Alcuni si sono sposati creando anche coppia binazionali, molti hanno avuto dei figli che sono oggi cittadini francesi, a volte anche dei nipoti, anche loro francesi. Hanno contribuito alla ricchezza nazionale attraverso il loro lavoro nel corso di diversi decenni, alcuni sono stati persino impiegati nel servizio pubblico. Tutti hanno rispettato il loro impegno di rinuncia alla violenza.
Ora che queste persone hanno un’età che oscilla tra i 65 e gli 80 anni, hanno problemi con l‘età, di salute, di dipendenza e invecchiamento, c’è qualcuno in Italia che vuole utilizzarli come dei comodi spaventa passeri per fini di politica interna che non ci appartengono. La loro campagna consiste nell’accusare decine di nostri funzionari dei li uffici pubblici, della polizia, dell’amministrazione della Repubblica francese, di avere per quarant’anni protetto degli assassini.

Una forma di relativismo storico
Comportandosi come se il tempo fosse rimasto fermo a cinquant’anni fa, alcuni fingono di credere che queste persone siano rimaste ferme in un eterno presente, allorché la Francia e l’esperienza dolorosa dell’esilio lontano dal Paese natale ha permesso loro, al contrario, di avanzare sulla strada della vita, di diventare altre persone. Per la Francia ha voluto dire dare fiducia all’essere umano, alle sue capacità di trasformazione e di progresso, e questa fiducia è stata onorata.
Nell’agosto 2019, su istigazione di Salvini l’Italia ha ratificato la convenzione europea relativa all’estradizione tra Stati membri dell’Unione europea, atto che l’Italia non aveva voluto portare a termine fin dal 1996. Questa iniziativa aveva come unico obiettivo quello di vanificare le decisioni adottate dalla Francia nei confronti di queste persone. Secondo il nostro diritto, infatti, le loro posizioni sono tutte prescritte e non possono dare luogo a estradizioni quaranta o cinquanta anni dopo i fatti.
Ricordiamo che in Francia soltanto i crimini contro l’umanità sono imprescrittibili. Ora considerare degli omicidi alla strega di un genocidio, assimilare delle persone accolte dalla Repubblica francese a dei nazisti nascosti da qualche dittatura del Medioriente, è fare prova di un relativismo che può giovare soli ai circoli negazionisti e ai loro amici d’estrema destra.

Istituti fondamentali della giustizia
Signor Presidente, la premura mostrata verso il punto di vista dei nostri partner europei non può condurre al confusionismo storico né all’abbandono di istituti fondamentali della giustizia.
Nell’Orestea di Eschilo, un omicida vaga nell’esilio braccato dalle dee della vendetta che reclamano riparazione in nome della vittima. Ma Oreste dice questa cosa curiosa: «Non sono più un supplicante con mani impure: la mia macchia si è cancellata a contatto con gli uomini che mi hanno accolto nelle loro case o che ho incontrato per strada». Come se il tempo, l’esilio, il commercio degli uomini avessero un potere purificatore, e che Oreste non poteva ridursi più a colui che fece la cosa più terribile di tutte: uccidere la madre. Alla fine dell’opera, Atena, dea protettrice della Città, prende una decisione più simile ad un’amnistia che ad un’assoluzione. Le Erinni, invitate ad abitare Atene per riaffermare il rispetto delle vittime, accettano la fondazione del tribunale dell’Areopago, la fondazione del diritto moderno. Il ciclo della vendetta si chiude, viene quello della giustizia.
Com’è possibile che si dimentichi così spesso questo mito fondatore della nostra comune cultura europea?
La vendetta è di nuovo a l’ordine del giorno. La colpa che non si cancella mai, che riduce il criminale al suo crimine, sempre presente, mai passato, è uno strumento per manipolare l’opinione e confondere le coscienze. E l’estrema destra italiana, responsabile dei due terzi dei morti di quelli che vengono definiti «anni di piombo» e che osa parlare in nome delle vittime, non potrà che rallegrarsi di questo risultato.
Signor Presidente, ci vorrebbe senza dubbio Atena per convincere il Parlamento italiano a votare la legge d’amnistia attesa da troppo tempo, e che consentirebbe alla società italiana di voltare pagina e volgersi finalmente verso il futuro. Lei tuttavia ha per intero la possibilità di confermare l’impegno della Francia nei confronti degli esiliati italiani, dei loro figli e delle loro famiglie. La decisione di estradarli non può essere solo una questione tecnica. Si tratta di una questione politica che dipende dalla sua persona. Vorrebbe forse fare quel che al suo posto farebbe sicuramente un rappresentante del Rassemblement national  (la destra lepenista)?
Vogliamo credere invece che lei vorrà confermare che la ragione e l’umanesimo sono un fondamento delle nostre democrazie, che non è buona cosa aggiungere sofferenza alla sofferenza, e forse citare ai suoi interlocutori transalpini quel verso che Eschilo faceva pronunciare ad Atena: «Tu vuoi passare per giusto piuttosto che agire con giustizia».

Firmatari: Agnès b., Jean-Christophe Bailly, Charles Berling, Irène Bonnaud, Nicolas Bouchaud, Valeria Bruni-Tedeschi, Olivier Cadiot, Sylvain Creuzevault, Georges Didi-Huberman, Valérie Dréville, Annie Ernaux, Costa-Gavras, Jean-Luc Godard, Alain Guiraudie, Célia Houdart, Matthias Langhoff, Edouard Louis, Philippe Mangeot, Maguy Marin, Gérard Mordillat, Stanislas Nordey, Olivier Neveux, Yves Pagès, Hervé Pierre, Ernest Pignon-Ernest, Denis Podalydès, Adeline Rosenstein, Jean-François Sivadier, Eric Vuillard, Sophie Wahnich, Martin Winckler

Le marché de la vérité

La recherche d’une vérité manquant encore à l’appel aura été une des justifications les plus rappelées dans l’orgie de commentaires ayant accompagné la nouvelle de la rafle des exilés italiens des années 1970, à Paris ces jours-ci. Parmi les voix les plus autorisées, on aura remarqué celle du nouveau ministre de la Justice, Mme Marta Cartabia, accompagnée de nombreux représentants du “parti des victimes du terrorisme”. La page historique des années 1970 ne peut être encore fermée -soutiennent ces nouveaux soldats de la vérité- sans que ne soit d’abord fait la lumière sur les faits de la lutte armée. Cet établissement de la vérité ne peut du même coup être séparé de l’exécution de la peine, unique moyen -à ce qu’on comprend de leurs arguties- d’arriver à la vérité.
Affirmation à la portée implicite inquiétante : rappeler que la vérité serait ontologiquement liée à la punition ouvrirait des scenarii totalitaires qui ne semblent pourtant pas avoir déclenché d’alarmes. Qui demande la vérité de cette façon ne promeut en aucune façon un parcours de connaissance mais cherche une confirmation de ses propres préjugés, par addition autoritaire. Une vérité préconçue dont les présumés coupables devraient s’accommoder. Soit l’exact inverse de la vérité historique, qui est, au contraire, un processus libéré des conditionnements, où l’on creuse à la recherche de sources nouvelles, et où se réélaborent et se confrontent dans l’espace publique les sources les plus dignes d’intérêt. Ce qui est en revanche proposé par les milices de la vérité punitive est un marché des vérités, le marché des vérités opposables, vérités qui changent avec les changements de majorités électorales et de couleurs politiques.
La chose la plus absurde consistant à voir la plus haute autorité de la Justice promouvoir la demande d’extraditions, en utilisant pour ce faire tous les subterfuges possibles pour contourner les prescriptions là où l’inexorable écoulement du temps les a déjà sanctionnées (au vu de l’invention de la délinquance habituelle), sur la base de sentences qui reconstruisent une vérité judiciaire avec de lourdes conséquences pénales, et, immédiatement après, entendre dire que ces coupables doivent encore dire la vérité, une vérité qui ne peut donc être différente de celles qui ont été sanctionnées dans les sentences rendue (quand on pense au fait qu’il soit illégal de discuter publiquement de décisions de Justice, une fois celles-ci rendues).
Mais s’il est ainsi que vont les choses, quelle légitimité ont donc les demandes d’extraditions fondées sur des sentences de justice établies sur des semblants de vérités?
Une fois en prison après mon extradition de l’été 2002, je rétorquai la même question au magistrat de surveillance qui, en s’érigeant en 4° degré de jugement, me demandait la vérité, qui se serait, à défaut, toujours opposée à la concession de quelque mesure alternative que ce soit. «Si vous me formulez cette demande -répondis-je-, je voudrais bien savoir sur la base de quelle vérité judiciaire ai-je été condamné?». Cela ressemblait à une de ces pages de Lewis Carrol, dans Alice au pays des Merveilles, «d’abord la condamnation, puis l’établissement des faits». Evidemment, ça s’est terminé de la pire des façons. 
Qui prétend qu’il y ait encore des mystères ait au moins la cohérence de briguer l’annulation des vieilles condamnations et des vieux procès. On ne peut pas demander à la fois une vérité nouvelle et s’entêter à maintenir d’aussi vieilles accusations de culpabilité. 

Traduit de l’italien par Boudjemaa Sedira, samedi 1er mai 2021

Il mercato della verità

La richiesta di una verità ancora mancante è stata una delle giustificazioni più richiamate nell’orgia di commenti che hanno accompagnato la notizia della retata degli esuli degli anni 70 a Parigi. Tra le voci più autorevoli si è distinta quella del nuovo ministro della Giustizia Marta Cartabia, accompagnata da numerosi esponenti del partito delle vittime. La pagina storica degli anni 70 non può ancora essere chiusa – sostengono questi nuovi soldati della verità – senza che prima non sia fatta chiarezza sui fatti della lotta armata. Di pari passo questo accertamento della verità non può essere separato dalla esecuzione della pena, unico modo – par di comprendere – per arrivare alla verità. Affermazione dalla portata inquietante: ritenere che la verità sia ontologicamente legata alla punizione apre scenari totalitari che non sembrano tuttavia aver creato allarme. Chi chiede verità in questo modo non sta promuovendo un percorso di conoscenza ma semplicemente una conferma, per giunta autoritaria, del proprio pregiudizio. Una verità precostituita a cui i colpevoli dovrebbero adeguarsi. L’esatto contrario della verità storica che invece è un processo libero da condizionamenti, dove si scava alla ricerca di fonti nuove e si rielaborano e si confrontano nello spazio pubblico quelle note. Quello che invece viene proposto dalle milizie della verità punitiva è un mercato della verità, il mercato delle verità contrapposte, verità che cambiano col cambiar delle maggioranze e dei colori politici.La cosa più assurda è vedere la massima autorità della Giustizia promuovere la richiesta di estradizioni, per giunta utilizzando tutti i sotterfugi possibili per aggirare le prescrizioni lì dove l’inesorabile decorso del tempo le ha già sancite (vedi l’invenzione della delinquenza abituale), sulla base di sentenze che ricostruiscono una verità giudiziaria con pesanti conseguenze penali, e subito dopo sentir dire che quei colpevoli devono ancora dire la verità, una verità che dunque non può che essere diversa da quanto sancito nelle sentenze. Ma se così stanno le cose, che legittimità hanno delle richieste di estradizione fondate su sentenze che non dicono il vero?
In carcere, dopo la mia estradizione, rivolsi la stessa domanda al magistrato di sorveglianza che erigendosi a quarto grado di giudizio mi chiedeva la verità, altrimenti si sarebbe sempre opposta alla concessione di qualsiasi misura alternativa. «Se lei mi fa questa domanda – risposi – vorrei sapere in base a quale verità giudiziaria sono stato condannato?». Sembrava una di quelle pagine di Lewis Carrol in Alice e il paese delle meraviglie, «prima la condanna poi l’accertamento dei fatti». Ovviamente finì nel peggiore dei modi. Chi dice che ci sono ancora misteri abbia almeno la coerenza di pretendere l’annullamento delle vecchie condanne e dei vecchi processi. Non può al tempo stesso chiedere una nuova verità e confermare quelle vecchie colpe.

Vogliono cancellare l’esilio perché è stato la prova di un’alternativa possibile alla pena, alla sanzione e alla repressione

Paolo Persichetti, Adnkronos 28 aprile 2021

“Questo Paese appena cinque anni dopo la guerra ha dato amnistia e indulto a membri delle bande di fascisti che torturavano. E vogliamo parlare dell’armadio della vergogna? Sembra che solo i reati degli anni ’70 siano imprescrittibili, perché i protagonisti di quegli anni sono i vinti della storia”. A parlare all’Adnkronos è Paolo Persichetti, negli anni ’80 nelle Brigate Rosse-Unione dei Comunisti, primo (e unico, al momento) ex terrorista estradato in Italia dalla Francia, che, commentando gli arresti di oggi, sottolinea: “La messa in discussione dello Stato, il crimine rivoluzionario, è quello che non perdonano, anche se quella rivoluzione è fallita e tutti lo sanno, dunque non c’è nemmeno un pericolo di ‘memoria’”.

“L”esilio’ – dice Persichetti, parlando di una esperienza che ha vissuto in prima persona – non dico che è una forma di pena ma è certamente un percorso di difficoltà, di sofferenza: vivi senza permessi, senza lavoro, non è che sei lì a fare la bella vita, anche se poi magari la propaganda ti dipinge a mangiare ostriche e champagne. In Francia non ho mai avuto assistenza medica, non avevo i soldi per fare nulla, quando vivi sans papier è così”. E tuttavia, racconta l’ex terrorista parlando dei fuoriusciti, “quelle persone anche restando lì sono riuscite a dare un valore aggiunto alla loro vita. Roberta Cappelli, ad esempio, lavora da tanti anni come educatrice in una scuola per bimbi disabili: era un architetto, si è riconvertita, ha acquisito nuove competenze ed è diventata una riabilitatrice, una figura fondamentale per tante mamme con figli in difficoltà. Marina Petrella, invece, ha un’associazione che fa un lavoro sociale enorme, si occupa di anziani e persone in difficoltà, fa attività di sostegno sul territorio”.
“Che senso ha ora distruggere tutto ciò? La pena deve avere una funzione socializzante, riabilitativa. E in qualche modo l”esilio’ ha avuto lo stesso effetto – sottolinea Persichetti, oggi ricercatore storico -: è stata la prova di un’alternativa possibile alla pena, alla sanzione e alla repressione, e una prova vincente. Il problema è che questo dimostra l’inutilità del sistema sanzione e del sistema giustizia come lo concepiamo. Ecco allora che dopo 40 anni lo Stato riafferma un potere su persone di 65 anni e più, che minimo dovranno fare 10 anni di carcere per avere benefici. Che senso ha? Il rapporto tra il tempo e la giustizia non può essere infinito”.

1 aprile 2008, finisce la lotta di Roberto Silvi per una società senza galere

Per me Roberto Silvi vuol dire l’esilio. L’ho conosciuto poche settimane dopo il mio arrivo a Parigi, quando ancora spaesato mi aggiravo per le vie di quella città. Roberto aveva appena deciso di rientrare in Italia. Rientrare voleva dire consegnarsi e finire in carcere. Da qualche anno aveva scoperto di avere una forma di Sla. Lui, che ogni mattina correva, aveva scoperto di avere un andamento instabile. L’ho salutato una sera d’autunno che stava ancora in piedi. Nonostante la diagnosi e la sedia a rotelle scontò per intero la condanna, piccola per fortuna, pochi anni per reato associativo. Gli chiesero ripetutamente di dissociarsi, il requisito per uscire non era lo stato di salute, la possibilità di avviare da subito cure adeguate che in carcere non erano possibili, ma la presa di distanza dal suo passato militante, lontano decenni. Declinò ogni offerta, come era suo stile. Eppure Roberto quel suo passato lo aveva lungamente rielaborato approdando su posizioni radicalmente nonviolente. Ma le sue nuove convinzioni in nessun modo potevano divenire merce di scambio.
Dopo il carcere fece alcuni viaggi per il mondo nel tentativo di capire qualcosa di più della sua malattia. Soggiornò nella sua amata Napoli ma alla fine ritornò a Parigi. Era quello il suo posto, tra noi fuoriusciti, latitanti, sanspapiers, senza tetto ne legge, senza capo ne coda, un mondo di sospesi. Non te la togli di dosso quella identità, resti sempre a mezz’aria, con «le radici all’insù» come ci disse una donna senegalese che occupava insieme ad altre donne della sua terra una piazza parigina per rivendicare papiers, dignità, diritti, la vita. Eravamo e restiamo così, con le radici rivolte verso quel cielo che provammo un tempo a conquistare.
Roberto era tornato, vederlo scendere con le stampelle dalla macchina di un compagno ci raggelò il sangue. La malattia era avanzata ancora. Tornammo a frequentarci, a litigare di nonviolenza, a stare insieme. Poi Roberto stregò una nostra amica, nacque una lunga storia mentre cominciò a bloccarsi sempre più. Lasciate le stampelle era ormai stabilmente in sedia. Cominciammo a prenderci cura di lui, eravamo caregiver senza saperlo, un giorno a settimana a turno. Quando lei andava al liceo per tenere i suoi corsi di filosofia, andavamo al mattino per alzarlo dal letto, aiutarlo ad andare in bagno, vestirlo, preparargli la colazione. Non dimentico quella mattina che arrivai davanti alla casa di Belleville, sul piano strada, era una vecchia bottega, e non potetti entrare perché avevo dimenticato le chiavi, mentre Roberto era bloccato al letto ed io che imprecavo contro la mia sbadataggine.
Roberto fu il primo che si accorse della mia cattura e diede l’allarme la mattina del 25 agosto di qualche anno dopo. Ma ero già in Italia in quel momento. Dopo una folle corsa nella notte, all’alba mi avevano consegnato all’uscita del tunnel del Monte Bianco.
Sono passati altri anni, nel frattempo la sua malattia avanzava inesorabile. Janie, la sua cara compagna, lo riportò a Napoli. Ho fatto appena in tempo a risentire la sua voce, un soffio di vita leggero, nel mio primo permesso all’inizio del 2008, poi ci ha lasciato

1 Aprile 2020 by Ugo Maria Tassinari

Roberto Silvi, nasce il 31 maggio del 1952 a Napoli dove vive fino al 1977. Consegue il diploma di perito chimico presso l’Istituto Tecnico Leonardo da Vinci e si iscrive alla Facoltà di Scienze presso l’Università Federico II, ma interrompe gli studi al terzo anno a causa del suo crescente impegno nell’attività politica. Si trasferisce a Milano nel 1977 e vi resta fino al 1982. Per sfuggire ai procedimenti giudiziari a suo carico dovuti al suo coinvolgimento nel ciclo della lotta armata, si rifugia in Francia, dove rimane dall’ ’82 al ’92.
A Parigi riprende gli studi, insegna Italiano e studia Letteratura e Linguistica Comparata di italiano e francese. Dopo l’insorgere di una paralisi progressiva, malattia mai precisamente diagnosticata, rientra in Italia nel ’92 per scontare la sua pena detentiva (tre anni) rimanendo in carcere un’anno e mezzo e scontando l’altra metà come lavoro esterno a causa del suo stato di salute. In seguito divide il suo tempo tra Napoli e Parigi dove si trasferisce definitivamente nel 2000. Traduce il libro di psico-meccanica del linguaggio di Gustave Guillaume Principi di linguistica teorica, Liguori, Napoli, 2000. Con Cecilia Calvi scrive il testo drammaturgico Le ragioni dell’altro, Colibri, 2004.
Muore a Parigi il 1 aprile del 2008.
La scheda dell’autore pubblicata da Colibrì, la casa editrice del suo testo postumo “La memoria e l’oblio“, mi riporta alla memoria un particolare che avevo completamente rimosso: Roberto l’avevo conosciuto quasi 50 anni fa. Dal 1971, infatti, io giocavo a rugby nella squadra del suo istituto tecnico, il da Vinci, che dopo aver vinto una serie di campionati provinciali studenteschi aveva deciso di partecipare ai tornei federali. Il boss della squadra era mio padre, vicepreside della scuola. Roberto era uno dei pochi compagni in un istituto tecnico assolutamente marginale nell’onda di piena del movimento di quegli anni. E avevamo subito simpatizzato, perché aveva sin da giovane una cifra di distacco quasi aristocratico (il fisico elegante e slanciato lo aiutava sicuramente) e di autoironia implacabile che lo rendeva unico e irresistibile in un ambiente umano vitalissimo e appassionato ma anche caciarone e approssimativo.
Negli anni seguenti ci incrociammo spesso per evidenti ragioni di prossimità politica: io militante dell’Autonomia nel centro storico, lui vicino al gruppo umano che da Lotta continua promosse l’esperienza dei Nap, amico del cuore di Nicola Pellecchia, ma anche legatissimo ad altri due compagni “morti giovani”: Sergio Romeo e Alberto Buonoconto. Il giornale contro il carcere a cui diede vita quando si trasferì a Milano “Senza galere” era uno strumento prezioso di controinformazione per noi impegnati nelle attività di solidarietà con i detenuti politici.
Ci ritrovammo dieci anno dopo a Parigi, dove si era rifugiato per sfuggire ai mandati di cattura che lo avevano colpito per la militanza nei Pac. In quell’hub straordinario che era casa di Oreste, riconnessi dal comune impegno nella battaglia per l’amnistia. Fu quindi una scelta naturale per me essergli vicino quando lui decise che un passaggio decisivo nella lotta alla malattia che lo aveva colpito (una forma di sclerosi mai precisamente definita) era il chiudere i conti per il passato. Mentre era detenuto a Bellizzi Irpino ci vedevamo tutte le settimane, perché avevo accettato di fare volontariato in carcere e quindi assunsi l’incarico di redattore capo del giornale dei detenuti.
Quando uscì, progressivamente, la frequentazione si diradò. Non reggevo emotivamente il procedere della malattia e lui, che aveva patito ben altri “cedimenti” umani, non me lo fece mai pesare. E fu decisamente contento quando mi vide comparire a una sua festa di compleanno, quando già si era trasferito a Parigi da qualche anno.
Il mio è, in tutta evidenza, un ricordo puramente sentimentale e mi tocca quindi, per provare a restituire la ricchezza umana e politica di Roberto, qualche “traccia di lettura”

  • Le parole e la lotta armata: l’intervento al convegno del 1997 di Roberto Silvi è alle pagine 142 e 143 del volume curato da Primo Moroni e dedicato a “Storia vissuta e sinistra militante in Italia, Germania e Svizzera”. Se il link funziona lo potete leggere qui. Se no vi tocca cercarlo su Google books.
  • La recensione di Sandro Padula, la prefazione di Fred Vargas e la presentazione del convegno su “La memoria e l’oblio” di Antonio Piedimonte

Il saluto di Oreste

Il saluto finale tocca, ovviamente a Oreste, che, pas par hazard, era proprio a Napoli mentre Roberto si spegneva a Parigi. E’ poi toccato a Oreste e a Nicola Pellecchia l’ultimo commiato: la dispersione delle sue ceneri nelle acque di Procida.

Roberto “Roberto senza galere” questo il soprannome che si portava dietro da Napoli, dalle nebbie lombarde da immigrato…- è morto oggi per un ultimo sorriso tra le lacrime, verrebbe da dire che ha “tirato l’anima coi denti” per lasciarci un primo aprile, come tra il serio e il faceto, come lasciare un dubbio, tra realtà e simulazione. Sulla linea d’ombra, crinale di confine tra il vivere comunemente, corporalmente inteso era vissuto gli ultimi 25 anni. Un quarto di secolo, ça fait un bail, nu contratto `e locazione, quasi una vita-di-lavoro, cioè una semi-vita, attendendo il <<parco umano>> dei sopravvissuti, esuberi dal lavoro, che quando sono operai, o nemmeno, muoiono in fretta, che una derisoria “libertà-dal-lavoro”, uno scampolo residuo, una nostalgia di vita intera irrompe nei polmoni come l’aria dolorosa alla nascita e i polmoni dal lavorio salariato sono così avvelenati e “cirrotici” che possono morire di aria fresca, mitridatizzati dal lavoro coatto per forza di bisogno anche quando è giuridicamente “liberamente” cercato, trovato, il prezzo della forza che lo sprigiona, forza creatrice trasmuta in merce, è contrattato.
Roberto, la vita gliela ha mangiata non già il ritmo lavoro / “tempolibero”, cioè scampoli di vita di risulta, (semi-vita affannata e ipotecata dall’ombra dell’altra mezza, come una voce ventriloqua o un fratello siamese crudele, come il controllore di ogni controllato, nell’incubo visionario e reale di Orwell)…
Roberto, la vita gliela era andata mangiando un nome nosologico, nelle cartografie, nelle tassonomie, nomenclature di male di vivere ulteriore, a oltranza, definito “sclerosi multipla bilaterale”, o “amiotrofica”, o “a placche”. Aveva cominciato con l’incespicare, e poi la discesa per questi 25 anni era stata lenta, continua e, come sul dirsi, inesorabile.
La resistenza di Roberto (e da poco dopo l’inizio di questo millennio, con le superstizioni progressiste, o il misto di superstizioni e realtà apocalittiche, che il sommarsi dell’effetto fin-de-siècle e passaggio di millennio propaga, quella “mostruosamente” simbiotica, a due, a noio, di Roberto&Jeanie, Rob&Jany ) era stata, appunto, “mostruosa”, nel senso proprio del monstrum mirabilis.
Ancora dal 24 agosto dell’anno scorso fino a dicembre, non avevano mancato un’udienza della Chambre, una riunione, un sit-in, un volantinaggio a una manifestazione, nella scommessa disperata, con troppo aria di causa persa per strappare la persona demonizzata di turno, Marina Petrella a un’estradizione che sarebbe l’inizio di una traiettoria di agonia vestita da ergastolo.[…]
Come per coincidenza, come per un saluto estremo, già ricordo, nostalgia del presente, ieri mattina a Napoli al banco dei libri di “Sensibili alle foglie” con Renato, Nicola, Nicola, Rafele e un po’ di altri e altre di noialtri “avanzi di galera” o scampativi di misura; ieri sera al Corto Circuito a Roma con Franco e Robertaccio, Barbara, Bruno e poi altri, sopravvenuti più di recente per età, avevamo riparlato di Roberto, di questa sua condizione di recluso nel corpo che tenta e ritenta incessantemente l’evasione, come di una sorta di homo sacer, di un soprassalto della potenza che persiste in nuda vita.
[…] Noi, noi, Orest’&Complici, siamo costretti a interrompere il giro, i canti e i ragionamenti, le chiacchiere, i sussurri e le grida…non serve nemmeno scusarsene, se una qualche ubiquità ce lo permettesse, continueremmo accelerando proprio per Roberto, come fosse la forma migliore di quella che nei rituali (da non irridere perché la consolazione si cerca come l’aria), è abbassare le bandiere, rosse come quelle della Sociale, nere come grembiali da lavoro dei Canuts, operai delle fabbriche tessili della Croix-Rousse a Lione schiacciati nel 31 – milleottocentotrentuno, come in una anticipazione del massacro versagliese di 40 anni dopo contro i comunardi – … bandiere rosse, nere ross&nere de La Comune. Contiamo di ripartire, con una infinita tristezza di più, il 7 prossimo, dallo Ska. Comme par hazard, – e, vorremmo aggiungere – come per caso, Robbè!
Il fiotto delle cose da dire di Roberto è tale che per ora restiamo un lungo attimo senza parole. Lo cominceremo a fare domani e sarà comunque iscritto in una insurrezione di voci, dal profondo. Ci sale alle labbra la banalità del “non ho parole”. Ma un attimo di silenzio è forse il solo adeguato,come l’attimo prima del colpo di inizio di uragano o di coro.
Oreste Scalzone &C 1 aprile 2008
Napoli, Roma, Parigi.