L’avvocato chiede il ricovero: «Racs ferito al timpano»
La procura: «c’è un nuovo teste». La difesa vuole la scarcerazione
Oggi la decisione del tribunale
Anita Cenci
Liberazione 9 marzo 2009
È prevista per oggi la decisione del Tribunale del riesame che ieri ha esaminato la richiesta di revoca della custodia cautelare presentata dai difensori di Karol Racz e Alexandru Isztoika, i due romeni accusati dello stupro nel parco romano della Caffarella. L’udienza si è aperta con un colpo di scena: l’avvocato La Marca, difensore di Racz, ha depositato una richiesta di ricovero per il suo assistito. «Nel corso del colloquio in carcere – ha spiegato – Racs mi ha informato di avere problemi all’udito e toccandosi l’orecchio sinistro si è macchiato le dita di sangue». Il legale ha chiesto il ricovero per accertare le cause, eventualmente traumatiche, della patologia e affrontare le cure necessarie. La circostanza getta nuove ombre sulle ore che hanno seguito l’arresto dei due romeni. Secondo l’avvocato, Isztoika, il “biondino” che prima ha confessato e poi ritrattato, sarebbe stato «indottrinato» sulla base della versione dei fatti riportata nella querela dell’adolescente aggredita. Dinamica che però sarebbe stata successivamente modificata, almeno in parte, dal fidanzatino.
La procura ha risposto versando nel fascicolo alcune intercettazioni ambientali, realizzate in Questura nei confronti di un gruppo di testimoni citati da Racz per confermare il suo alibi. Si tratta di alcuni ospiti del campo nomadi di Torrevecchia che, con modalità quanto mai discutibili, mentre erano in attesa di deporre sono state appositamente raggruppate in una stanza e microfonate. Un atteggiamento che comprova il pregiudizio discriminatorio della polizia nei confronti dei Rom considerati a priori dei mentitori. Paradossalmente, però, dalle loro conversazioni potrebbero emergere ulteriori elementi favorevoli all’indagato.
Lo stupro della Caffarella da orribile fatto di cronaca si è trasformato in un’inchiesta dalle risonanze politiche molto delicate. L’episodio ha dato il là al decreto sicurezza del governo e al varo delle ronde. Una definitiva smentita della pista romena creerebbe seri imbarazzi ai palazzi della politica che su questo episodio ha investito molto. La ricerca di un responsabile del fallimento potrebbe allora scaricarsi verso il basso come una reazione a catena. I livelli gerarchici inferiori, Questura e squadra mobile, sentono questa pressione che mette a rischio brillanti carriere dopo gli affrettati trionfalismi delle prime ore. Forse sta qui una delle ragioni che spingono la procura ad appiattirsi completamente sulla linea investigativa tenuta dalla polizia. Sembra quasi di assistere a un esperimento anzitempo della riforma che dovrebbe trasformare il pm nel notaio delle forze dell’ordine. Non ha suscitato sorprese, dunque, il rinnovo dalla custodia cautelare chiesto dal pm, Vincenzo Barba: «in prima istanza come autori materiali dello stupro», nonostante il dna lo abbia già escluso. Conferma dell’incriminazione dovuta al fatto che non tutte le analisi sono state ancora esperite; «In subordine come concorrenti morali», poiché in ogni caso i due avrebbero assistito al fatto. Un nuovo teste, infatti, avrebbe riconosciuto i due mentre si aggiravano nel parco in un orario compatibile con la violenza. Si tratterebbe di un medico che intorno alle 17,30 faceva jogging e avrebbe incrociato i due vicino agli attrezzi ginnici che arredano la Caffarella, notando in particolare l’assenza di incisivi in uno di loro. Circostanza già contestata a Racs per lo stupro del Quartaccio. Ma il riconoscimento, avvenuto nei giorni successivi all’arresto, anche in questo caso sarebbe viziato dal rullo compressore mediatico che per settimane ha sparato il volto dei due romeni come quello dei colpevoli, prima che l’esame del Dna cambiasse tutto. Non solo, ma il medico precisa li avrebbe visti «da soli», come d’altronde hanno sempre dichiarato i giovani aggrediti. Circostanza che contrasta con le ultime ipotesi investigative. Se erano soli, non possono essere stati loro perché il dna li scagiona. Ma se erano più di due, come ora sostiene la polizia, allora non torna la versione del teste. Le prove non sono giochi di prestigio.
Link
Quartaccio-Caffarella, l’uso politico dello stupro 1
È razzismo parlare di Dna romeno 2
L’inchiesta sprofonda 3
Quando il teorema vince sulle prove 4
Tante botte per trovare prove che non ci sono 5
Non esiste il cromosoma romeno 6
L’accanimento giudiziario 7
Parlano i conoscenti di Racs 9
Non sono colpevoli ma restano in carcere 10
Racs non c’entra 11
Negativi i test del Dna fatti in Romania 12
Stupro della Caffarella 13
Stupro del Quartaccio, scarcerato Racs 14
Cosa si nasconde dietro la confessione di Loyos? 15
Racs innocente e senza lavoro 16
La fabbrica dei mostri 17
Loyos picchiato dalla polizia per confessare il falso 18
attento studioso di sociologia urbana, per descrivere il sistema penale californiano (Città di quarzo, manifestolibri 1991; Geografie della paura, Feltrinelli 1999; Il pianeta degli Slum, Feltrinelli 2006, sono solo alcune delle sue opere tradotte). Lo ricorda Angela Davis in una sua raccolta di saggi, Aboliamo le prigioni?, da poco pubblicata dalla Minimum fax.
coinvolgimento dell’impresa privata all’interno del sistema penitenziario. In parte ciò accade già. Alcuni servizi sono stati esternalizzati per ridurre costi e rendere maggiormente efficienti le prestazioni. Per esempio, in alcuni istituti penitenziari le cucine sono state date in gestione a cooperative sociali di ex detenuti. Nella casa circondariale di Velletri si produce addirittura del vino, il fuggiasco, ricavato da vitigni lavorati con cura da una cooperativa di detenuti. A Rebibbia e san Vittore sono attivi dei call center della Telecom. Niente a che vedere, ancora, con lo sfruttamento che le grandi privates corporation americane fanno della manodopera reclusa. L’idea è quella di favorire l’autoimprenditorialità sociale come uno dei percorsi di recupero e integrazione previsti dalla legge Gozzini, dove il lavoro è ritenuto un passaggio verso l’uscita graduale dal carcere, grazie alle misure alternative (lavoro esterno, semilibertà, affidamento in prova). Anche le condizioni contrattuali rispettano i parametri sindacali minimi previsti all’esterno: contributi, ferie, malattia. Ma la difficoltà di stare sul mercato va lentamente snaturando queste esperienze, risucchiate da logiche molto lontane dai loro presupposti iniziali. La pratica dei subappalti e il controllo del mercato da parte d’imprese più grandi condannano nel tempo queste esperienze locali. Il capitalismo ha le sue leggi.





E come ignorare che l’esportazione della “democrazia” americana esporta anche questo cancro, che esso ne fa parte… “di brutto”? Ecco: un discorso semplice, lineare. Siamo arrivati a un momento chiave, possiamo ripercorrere a ritroso il cammino del cancro, giungere alla logica conclusione del discorso (la «democrazia dell’abolizione»). Ma immagino che l’intellettuale italiano medio qualificherà questa analisi come rozza: slogan pietrificati, detriti sociologici… E se fosse evangelica chiarezza? Il futuro che già vediamo in atto anche qui? Beh, se non lo riconosceremo, sarà allora difficile capire il successo ottenuto nel 1998 dagli studenti americani con sit-in e manifestazioni in cinquanta campus. Avevano visto in un filmato che «Le guardie del Brazoria County Detention Center usavano pungoli elettrici per il bestiame e altre forme d’intimidazione per ottenere il rispetto e costringere i prigionieri a dire: Amo il Texas». A guadagnare in quel carcere privatizzato era la Sodexho (con sede a Parigi!): tra le università che hanno rinunciato ai servizi della Sodexho figurano la Suny di Albany, il Goucher College e la James Madison University. La Sodexho ha ceduto, ha mollato il Brazoria… Se non lo riconosceremo, faremo girotondi.
tempio di marmo. Grandi moltitudini passavano davanti a lei, sollevando la faccia per implorarla. Nella mano sinistra teneva una spada. Brandiva quella spada colpendo a volte un bimbo, a volte un operaio, ora una donna che tentava di sottrarsi, ora un folle. Nella destra teneva una bilancia; nella bilancia venivano gettati pezzi d’oro da quelli che schivavano i colpi della spada. Un uomo con la toga nera lesse da un manoscritto: “Ella non rispetta gli uomini”. Poi un giovanotto col berretto rosso balzò al suo fianco e le strappò la benda. Ed ecco, le ciglia erano corrose dalle palpebre imputridite; le pupille bruciate da un muco latteo; la follia di un’anima morente le era scritta sul volto – ma la moltitudine vide perché portava la benda.
A Verona la giunta comunale ha istituito gli «assistenti civici», ad Udine la Lega ha annunciato la creazione di ronde entro il mese. A Milano come a Napoli agiscono da tempo i City angels e i Blue berets. A Torino e Ferrara giovani di An sono scesi in strada, mentre a Trieste Fiamma tricolore sta organizzando ronde intitolate alla memoria di Ettore Muti. A Bologna ci sono state iniziative episodiche di An, Forza nuova e Lega. A Forlì la Lega ha creato delle «ronde civiche». A Roma invece è molto attiva la Destra di Storace che ha sguinsagliato i propri militanti e annunciato la nascita di «ronde rosa» nel quartiere dell’Eur. Il più delle volte si tratta d’effetti d’annuncio, scimmiottamenti mediatici con pettorine colorate di fronte a tv e fotografi, ma la tendenza a strutturare “squadrette”, camuffando un rinnovato squadrismo sotto le vesti delle milizie cittadine volontarie, è ormai avviata, al punto che anche La Russa, il ministro della Difesa che inizialmente aveva dato voce alle perplessità dell’arma dei carabinieri, ora si è detto favorevole. Anche lui prevede che i civili possano far parte dei cosiddetti «pattuglioni», ovvero una militarizzazione del territorio allargato non solo alla presenza di polizia e carabinieri, ma all’esercito, che già sorveglia i semafori, e alla polizia penitenziaria, guardia di finanza, forestale (e perché no anche ai guardiacaccia e guardiapesca?). Un’Italia, insomma, che assomigli sempre più al piazzale di una caserma con adunate e alzabandiera mattutini.