Libri – stralci da Esilio e Castigo di Paolo Persichetti,
La città del sole edizioni 2005
Capitolo XII
Una recensione ragionata dei libri di
Valerio Morucci, La peggio Gioventù. Una vita nella lotta armata, Rizzoli, Milano 2004
Sergio Segio, Miccia corta. Una storia di Prima linea, DeriveApprodi, Roma 2005
Qualche tempo dopo l’uccisione di Massimo D’Antona, la redazione del Manifesto promosse una tavola rotonda alla quale vennero invitati, per fornire una risposta pubblica agli autori dell’attentato, Mario Moretti insieme a
Prospero Gallinari e Piero Bertolazzi, membri del nucleo storico delle Brigate rosse. In quella circostanza i tre, oltre a ricordare il mutato contesto sociale e la decisiva discontinuità con l’epoca precedente, spiegarono come la lotta armata fosse già largamente in crisi nei primi anni 80, ma che «fu la dissociazione che impedì all’epoca una riflessione seria». Benché inizialmente contrastata dagli ambienti più ottusi dell’emergenza, che concepivano l’antiterrorismo unicamente come confronto militare, l’operazione dissociazione fu presto recepita e appoggiata da quei settori più avvertiti dello Stato, proprio per sferzare un decisivo colpo politico contro i movimenti sovversivi. Il suo effetto su un’area politica in piena crisi si rivelò devastante, poiché sanzionava qualunque approccio critico al bilancio della lotta armata che mantenesse fermi e chiari dei requisiti d’autonomia e indipendenza e che, in ultima istanza, non risultasse recuperabile dall’antiterrorismo. Tolse così ai prigionieri rinchiusi nelle carceri speciali ogni residuo spazio di riflessione poiché immediatamente percepito come una forma di cedimento. 
Quell’incontro non piacque affatto a Sergio Segio, anzi deve essergli andato decisamente di traverso, se è vero che ne parla ancora nel suo libro, Miccia corta. Una storia di Prima linea, DeriveApprodi, 2005. Alla fine del testo, vengono infatti riprodotti diversi materiali d’epoca, tra cui un articolo apparso sulla Repubblica del 1 luglio 1999. Insieme a Susanna Ronconi e Cecco Bellosi, Segio vi critica la mancata «assunzione dell’errore politico e di un’etica della responsabilità» da parte dei tre brigatisti che avevano preso parte al dibattito. Gli argomenti che lì vengono esposti ruotano però attorno ad una insanabile aporia, ovvero un ragionamento ad imbuto secondo il quale non può aversi analisi critica e autocritica degli anni 70 senza approdare alla dissociazione, cioè iscrivendo la propria riflessione all’interno di un dispositivo statuale che ne legittimi la valenza etica e politica, ricevendo in cambio cospicui sconti di pena e vantaggi penitenziari di natura premiale e differenziale. Tant’è che Segio e colleghi, poche righe dopo, definiscono la dissociazione: «l’unico percorso collettivo dei detenuti per gli anni settanta».
Che cosa è stata la dissociazione?
Piuttosto che un’etica della responsabilità, qualcuno, in realtà, potrebbe intravedervi l’assenza assoluta d’etica e morale, ovvero un atteggiamento di mero opportunismo. Il problema però non è quello del processo alle intenzioni, quanto l’assunto concettuale. La dissociazione non è stata un gesto equanime dello Stato nei confronti dei suoi nemici sconfitti, ma un proseguimento dello scontro. Un diritto di guerra, una clemenza concessa al nemico in cambio della sua sottomissione, un passaggio alla guerra civile fredda per completare quella calda. La dissociazione è stata la forma moderna del “processo connivenza”, grazie al quale l’impiego della convenzione giuridica si è trasformata da
strumento di difesa a mezzo per la contrattazione e lo scambio politico. Una scelta priva di libero arbitrio, poiché direttamente legata alla necessità di un riconoscimento da parte dell’autorità giudiziaria e penitenziaria. Non solo, ma come in ogni forma di rendita parassitaria, essa ha tratto e trae senso e forza contrattuale solo dal protrarsi (reale o fittizio) del fenomeno da cui ha preso cinicamente le distanze: “la lotta armata per il comunismo”. Per questo è un qualcosa d’assolutamente opposto al divenire politico del fenomeno stesso, al suo approdare altrove, al suo oltrepassarsi attraverso un tragitto sottratto a qualsiasi forma di connivenza, intelligenza o compiacenza col potere. L’effetto finale che un tale dispositivo ha introdotto è stato quello di trasformare l’intero arco della punizione in un processo permanente, rivolto a dei parametri soggettivi che si insinuano nella coscienza del singolo, soppesandone le idee, la visione del mondo, le intenzioni (spesso supposte o attribuite). In effetti, la dissociazione ha contribuito a riportare in auge quella vecchia tipologia d’autore
che, soffermandosi sull’identità del soggetto, trasforma quest’aspetto nel vero oggetto della sanzione finale. Non si resta più imprigionati per delle responsabilità che molti anni prima una corte di giustizia ha ritenuto di poter individuare, ma per quello che si è o si è diventati e che non piace al singolo arbitrario giudizio di un giudice, o di un collegio di magistrati, divenuti i sovrani assoluti di ciò che è legittimo e corretto pensare. Negli anni passati non si è mai voluto seriamente riflettere sui danni giuridici e sullo sfarinamento della cultura critica che l’assunzione del modello dissociativo ha contribuito a diffondere, facendo della repentance un paradigma sempre più alla moda, insieme alla delegittimazione della radicalità, alla mistificazione della storia. Dispositivo infido, poiché non opera minimamente il superamento filosofico del problema, ma unicamente un’esportazione della responsabilità altrove.
La dissociazione dalla lotta armata
Nella dissociazione ostentata da Segio s’intravede la rivendicazione di una sorta di primato: l’aver in precedenza commesso l’errore giusto, distinto dall’errore ingiusto che egli ritualmente annovera tra i brigatisti, ed in seguito l’aver ripudiato nel modo più giusto, la giustezza dell’errore passato. Ne emerge un desiderio di primazìa etica, una sorta d’eccellenza assoluta che, al di là delle stagioni della vita, resta sempre la stessa, immutata. Per il personaggio
l’importante è mantenere, quali che siano state le posture, le pieghe, gli inchini, i valzer, i veri e propri strisciamenti assunti nel tempo, l’ambìto status di persona non comune che un tempo si diceva persino comunista. In fondo, chi sfoggia biasimo per se stesso, più che umiltà esprime una giubilazione del negativo. Come spiegava Nietzsche, chi disprezza se stesso continua pur sempre ad apprezzarsi come disprezzatore. Vittima dunque o piuttosto infermo dell’ipertrofia di un super-io, il cui crollo ha provocato la messa in scena del lamento, della derelizione e del risentimento.
La dissociazione della lotta armata
Sulla stessa linea si pone Valerio Morucci con, La peggio Gioventù. Una vita nella lotta armata, Rizzoli, 2004. Va comunque riconosciuto ai due d’aver quantomeno tentato un’argomentazione, sia pur inevitabilmente vulnerabile. Ma c’è chi ha fatto di peggio, come nel caso di Toni Negri che la dissociazione l’ha concepita, coniata e teorizzata, ma una volta tornato libero, completamente rimossa. Né rivendicata, né rinnegata, tanto meno criticata o superata, semplicemente nascosta. Lui non c’entra con quella storia. Parlava d’altro. C’è poi l’abominio di chi è passato in un batter di ciglia dalla firma in calce alle sentenze di morte, pronunciate nei “Kampi” (lager come il carcere speciale di Nuoro) contro i “traditori”, colpevoli di essere stati torturati, e gli “arresi”, colpevoli di pensarla diversamente, alla mesta firma della letterina al giudice in cui dichiarava di «prendere le distanze dal metodo della violenza politica». Tra questi, Alberto Franceschini, aspirante ministro degli Interni del futuro governo rivoluzionario. Fu grazie all’azione di killeraggio di personaggi della sua natura che s’ingrossarono le fila della dissociazione e persino della collaborazione, per giungere ad uno strabiliante paradosso che vedeva riuniti nello stesso fronte, e magari sotto il tetto di una medesima “area omogenea”, figure da sempre in odio tra loro e che poco tempo prima si sarebbero fatte la pelle vicendevolmente.
Morucci ricorda che nel 1982, all’inizio del primo processo Moro, si erano create le condizioni minime per avviare un’iniziativa politica dalle carceri che, partendo da una dichiarazione unilaterale di «cessate il fuoco», avrebbe potuto aprire un varco per una trattativa politica. E, in effetti, la partita si giocò nell’arco dei quattro anni che vanno dall’82 all’86. Tant’è – spiega sempre Morucci – «poiché i topi avevano già cominciato a saltare giù dalla barca. Ed essendo surmolotti, lo facevano in modo assai velenoso, scaricandosi il morbo della peste», bisognava fare qualcosa. Che cosa? La risposta ch’egli fornisce non si discosta da quella adottata da Segio: rincorrere i topi. La questione viene riproposta allo stesso modo, lasciando intendere che tra dissociazione e amnistia vi fosse una sorta d’equivalenza, attenuata solo da qualche sfumatura, come se la prima fosse l’anticamera dell’altra, uno suo stadio incompiuto, e quindi fosse naturale che in assenza dell’amnistia, a seguito di colpe e ritardi degli altri prigionieri e delle organizzazioni esterne, allora tanto valeva optare per la dissociazione. Ma la dissociazione non era l’anticamera dell’amnistia e viceversa. Non si trattava d’ipotesi intercambiabili o solubili l’una nell’altra, ma di due opposti inconciliabili. Più che la ricerca di una soluzione politica, allora par di capire che il vero problema fosse quello di non perdere l’ultimo treno disponibile, perché – come afferma senza grandi giri di parole Morucci – «Toni Negri, visto l’appiattimento del codice penale, tra i suoi reati e quelli delle Br, aveva pensato bene di creare dei distinguo». Distinzioni – sia ben chiaro – fondate politicamente, anche se entrambe violavano il codice penale e l’una non era meno sovversiva o più innocente dell’altra. Si trattava però d’organizzazioni diverse con concezioni e pratiche della violenza politica differenti e che all’inizio il famoso “teorema Calogero”, dal nome pubblico ministero dell’inchiesta 7 aprile, negava esplicitamente, attribuendo addirittura al professore dell’università di Padova il ruolo di capo occulto delle Br e di telefonista del sequestro Moro. Ma non erano queste le diversità intese da Negri, il quale, con la sua operazione operava «un serrato sillogismo politico». Isolate le Br come uniche artefici della lotta armata, identificate come i «terroristi», trasformate in icona del male assoluto, bastava dire: «Noi dell’Autonomia ci dissociamo dalle Br», per decretare furbescamente ogni estraneità alla lotta armata, solo perché la loro lotta armata si poggiava su scelte organizzative che escludevano la clandestinità strategica, ma riprendevano la tradizione kominternista dei doppi livelli, uno di massa e legale, l’altro occulto. Questa doppiezza, l’assenza di un’immediata evidenza tra dire e fare, tra testa politica e braccio militare, consentiva a Negri di designare le Br nel ruolo dei cattivi e se stesso in quello del buono. Quindi i brigatisti potevano essere serviti «in un piatto d’argento. Isolati e impacchettati. In cambio di un occhio di riguardo», il che voleva dire un trattamento giudiziario e carcerario differenziato e avvantaggiato.
Insomma, veniva proposta una subdola lettura manichea, fondata su una interpretazione binaria del decennio Settanta, che tanto successo ha avuto in seguito e continua ad avere, perché ha consentito una declinazione infinita d’adattamenti e comodi escamotage generazionali e personali. Da quella fondata su una distinzione temporale e che, con buona pace di Calabresi e Ramelli, ritiene gli anni precedenti al 75-76 emanazione di un movimento sociale e quelli successivi solo terrorismo. Ma ce ne sono, in realtà, molte altre: come quella che oppone le trasgressioni colorate, festose e irriverenti degli alternativo-libertari-creativi, ai violenti senza distinzioni di sorta tra autonomi, brigatisti e piellini. I primi “vero movimento”, i secondi estranei. C’è poi la lettura che antepone l’irruenza magmatica degli autonomi e dei creativi, questa volta saldati in un unico movimento di massa, dunque vera questione sociale che per questo implicava un trattamento politico e non giudiziario, ai clandestini lottarmisti, nei confronti dei quali si potevano opporre risposte anche solo poliziesche. Negri ne fu uno dei massimi propugnatori, riusciendo nella mirabile impresa di farsi rifardito e sceriffo al tempo stesso, accondiscendente e connivente con lo Stato, ma pur sempre detentore del monopolio della corretta linea rivoluzionaria. Con ciò dimostrava di non essersi mai arreso, ma di aver solo consegnato i rivali al nemico, liquidando i sostenitori di una linea politica sbagliata e sgomberando finalmente il campo da deviazionismi pericolosi. Qualcuno chiamerebbe tutto ciò stalinismo e forse non avrebbe torto. Ma conviene lasciar perdere simili etichette fin troppo abusate, anche perché chi troppo le usa vuol dire che le ha di molto frequentate.
Infine, da non dimenticare, la pittoresca posizione della caleidoscopica area piellina e dintorni: i poeti armati, l’esercito scapigliato, la tribù del “mucchio selvaggio”, gli sturm und drang del settantasette nostrano, come essi stessi amano tanto dipingersi. Bohémiens e cultori del calibro ben oliato, militaristi ma anche sognatori impazienti, adepti del carpe diem, «i nostri attimi sono eterni e ci ripagano di tutto». Quelli del nonostante tutto, fiori appassiti più che fiori del male, maledetti mancati ma redenti riusciti. Quelli che narrano di se l’appartenenza «al novero dei destinati alla sconfitta, che non scelgono l’esilio ma di andare sino in fondo, pagando quel che bisogna pagare al sogno a lungo coltivato». Esteti del combattimento, ma anche «anime capaci di tenerezza» che sceglievano «di morire non nella lenta emorragia della vita ma di fretta, senza risparmio, come candele accese dai due lati[…] non per malattia del corpo ma per quella della coerenza, per un’inguaribile infezione dell’anima». Anche se poi a morire non toccava sempre a loro, ma che importa, quel che conta era il rimirar la poesia del gesto, la metrica dell’intenzione, lasciandosi trasportare, inebriati da bottiglie di Veuve Cliquot e Brut valdo, da quell’eroico «andar incontro alla bella morte» di saloina memoria, cercando di recitare un ingiallito copione dannunziano ma con l’inevitabile lieto fine holliwoodiano, che li ha visti inesorabilmente condannati a vivere ravveduti e contenti.
Anche per Prima linea, o quanto meno secondo l’opinione di quello che fu un loro capo, si ripropone più che mai lo schema binario. Come degli Enrico Toti di massa lanciati all’assalto dalle affollate trincee del movimento, condivise con creativi, libertari, anarchici, femministe e quant’altro, essi si auto-rappresentavano come «la linea di combattimento più avanzata» di quel vasto schieramento. Fuori restavano soltanto le tanto odiate, quanto imitate, Brigate rosse. Ma la memoria e la storia successiva non ne hanno tenuto conto, oscurando l’impresa dell’armata brancaleone, almeno così lamenta Segio con grande disappunto (una volta tanto gli si può dar ragione. In termini relativi, ovvero proporzionali alla durata del gruppo, 1976-1981, pari a meno di un terzo della vita della famiglia brigatista, Prima linea ha avuto un numero superiore di militanti inquisiti), spiegando ciò come l’ennesimo malefico frutto del brigatismo, troppo speculare ai suoi avversari nel modo di pensare e concepire il potere e quindi da questi meglio riconoscibile. Magari, però, ad averli messi in ombra non è stata solo la vicenda Moro e l‘effetto dirompente che essa ha avuto nell’immaginario nazionale, ma anche la storia della dissociazione, nata come un’operazione di smarcamento proprio dalle Brigate rosse, designate così – non solo dall’avversario – come interpreti assolute e nefaste della lotta armata. Ma «l’eresia comporta il non avere patria e chiese» , chiosa in fine Segio, col tono un po’ depresso di chi è consapevole della propria sfiga. Ma che eretico è chi si concede all’abbraccio dell’inquisitore, fino ad indossare l’abito domenicano del sacro censore? Apostata ma convertito, apatride ma nazionalizzato, eretico ma ravveduto, egli appare sempre in bilico, consumato dall’eterno dilemma del “vorrei ma non posso”. 
Potremmo proseguire a lungo questa disamina perché lo schema binario è facilmente intercambiabile, almeno fino all’esaurimento delle combinazioni possibili. Ci premeva, in realtà, sottolineare ciò che sottende l’astuta volontà di negare il carattere poliedrico e sfaccettato delle insorgenze che traversarono quegli anni, ovvero il tentativo di precostituirsi sempre un quadro negoziale, attraverso una differenziazione sistematica che offrisse valore aggiunto alla propria posizione. La dissociazione, come le riscritture del passato, hanno seguito questa china. Inutile constatare come esse abbiano rappresentato l’opposto di una soluzione unitaria e collettiva, per tutti e per ciascuno, ma cercato unicamente dei capri espiatori su cui esportare ogni responsabilità. Non a caso – chiarisce Morucci – «Il nostro ripensamento andava accelerato per contrastare il progetto pernicioso di Negri». Per questo, la soluzione fu «passare dalla sua dissociazione dal terrorismo», detta anche «dissociazione degli innocenti», alla «nostra dissociazione del terrorismo», ovvero «la dissociazione dei colpevoli». Non cambiava soltanto la preposizione ma soprattutto il soggetto che veniva a dissociarsi. Non più chi si dichiarava estraneo alla lotta armata, ma anche chi se ne era dichiarato totalmente partecipe. Un’abile sortita che consentì d’acquisire una notevole utilità marginale, capace di accrescere il potere negoziale nel mercato dei benefici e delle indulgenze. E così, davanti allo specchio di quella che fu un tempo la loro vita, cominciarono a sputare tutti i giorni, sulla faccia di quel che erano stati, lo scaracchio di ciò che erano diventati.
Link
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domanda generata dalle rapide forme di sviluppo del capitalismo italiano. Il vecchio operaio professionale, a forte spessore ideologico, dotato di una memoria storica legata alla Resistenza, si fuse progressivamente con la nuova figura dell’«operaio massa». I nostri «arabi» alla Fiat erano loro, con la differenza che essi possedevano una carta d’identità italiana e non erano dunque sottomessi al ricatto dell’espulsione, e inoltre potevano comunicare alla catena di montaggio con lo stesso medium linguistico. Questa «rude razza pagana», massa arrabbiata di giovani meridionali sottratta al tradizionale controllo della Chiesa esercitato nelle campagne, incontrò la scuola della lotta di classe nelle fabbriche del nord e la tradizione del sovversivismo rivoluzionario della Resistenza. S’innescò così una miscela esplosiva(
stagione degli anni 60, sotto la spinta di un clima internazionale caratterizzato dallo sviluppo di numerosi «movimenti di liberazione nazionale», anticolonialisti e antimperialisti, di fronte all’effervescenza teorica e ideologica legata alla nascita o alla ripresa di diverse scuole marxiste, aveva visto formarsi numerosi gruppi e organismi marxisti-leninisti, operaisti, trotzkisti, consiliaristi, situazionisti, bordighisti, anarchici e maoisti. Il ‘68 e sopratutto l’offensiva operaia del ‘69, danno vita a un nuovo «ceto politico» che si struttura nella decisione di fondare l’«organizzazione rivoluzionaria». Ha origine così un’inflazione di «partitini» in rivalità aperta sullo stesso terreno sociale e nello stesso spazio politico. Le ragioni della loro rapida ascesa e soprattutto della folgorante caduta sono molteplici e complesse; un nodo decisivo fu certamente quello che venne a costituirsi verso la metà degli anni 70. La radicalizzazione estrema delle lotte sociali aveva generato, per effetto anche del «compromesso storico», una unipolarizzazione dello spazio politico. Il ventaglio delle opzioni strategiche percorribili si era assai ridotto. La rottura violenta, l’approfondimento di un tragitto radicalmente sovversivo – linea che al tempo stesso teorizzava e assecondava una spinta sociale violenta, di rottura, proveniente dal basso, dalle fabbriche e dalle periferie urbane – fu il progetto, l’elemento di demarcazione e di selezione (che si manifestò in forme diverse e concorrenziali), scelto dalle formazioni che intendevano ancora proseguire un percorso politico autonomo, non subalterno e incisivo. Il Collettivo politico metropolitano (a partire dalla quale nasceranno le Br) sarà il primo a intraprendere in modo risolutivo questa strada; qualche anno dopo, sull’onda dell’occupazione di Mirafiori del 1973 sarà la volta di Potere operaio, che aveva già una importante struttura di «lavoro illegale» attiva fin dai primi momenti degli anni 70. Lotta continua, il gruppo con più forte séguito di massa, resta invece lacerata da un contrasto di fondo. Una linea che radicalizza lo scontro, sostenuta dalla frazione operaia e da parte del servizio d’ordine – attratti dalla scelta combattente – si oppone a quella del gruppo dirigente che, una volta superate le oscillazioni del ‘72-’73, spinge per trasformare il movimento in partito, teorizzando l’ingresso nell’area istituzionale. Lotta continua traverserà una lunga crisi che si concluderà con il suo scioglimento nell’autunno del 1976. I maoisti di Servire il popolo, l’organizzazione-sètta, una struttura tra le più burocratiche e verticali degli anni 70 (essa programmava la vita dei suoi militanti, la morale, persino i comportamenti sessuali), con un certo séguito proletario nel meridione, si sfalderà sotto l’insorgenza della «nuova soggettività militante»(
dell’intera istituzione sociale, di ogni relazione di potere, avevano prodotto una situazione preinsurrezionale. La risposta alle aggressioni brutali della polizia aveva permesso di verificare la possibilità della violenza collettiva. A quel punto essa fu considerata come inevitabile e propria delle epoche rivoluzionarie. Per alcuni gruppi divenne l’atto costitutivo della propria azione politica. In ogni caso essa partecipò alla radicalizzazione delle forme di lotta. Potere contro potere, a lungo andare è la forza che decide. Non sarebbe necessario ritornare ai classici della teoria politica(


Bolognina, anche i più restii convenivano, almeno a parole. Da quel 12 dicembre 1991 sono passati 18 anni, età in cui si diventa maggiorenni. Ma l’ingresso nell’età adulta è arrivato proprio quando la forza politica di Rifondazione è scesa al suo minimo storico. Una crisi che rischia di metterne in discussione la stessa sopravvivenza: l’uscita dal parlamento prima, un congresso devastante poi, quindi l’ennesima lacerante scissione, la crisi di Liberazione, la riforma elettorale con soglia del 4% che rischia di relegare il suo peso politico nel limbo della marginalità e dell’insignificanza, pongono interrogativi enormi. Dov’è approdata allora quella rifondazione che nelle sue premesse conteneva ambiziose intenzioni teoriche, culturali e politiche?
Dopo soli 13 minuti il primo goal, con un raddoppio dopo altri 14. Robinho ubriaca l’intera difesa italiana, dribla tutto quello che gli si para davanti, fa passare la palla tra le orecchie degli azzurri e infila Buffon. Il Brasile stravince a ritmo di samba per 2 a 0 contro Frattini e la schiera di politicanti che volevano giocare col lutto al braccio.
nto il relatore del tribunale federale supremo brasiliano non accoglie la richiesta italiana di annullamento preliminare dell’asilo politico concesso a Battisti. Ora il ministro della Giustizia Tarso Gendro e la difesa di Battisti hanno 10 giorni per deporre delle contro memorie in risposta a quella depositata dallo Stato italiano.
Poi però quando si squarcia il velo dell’informazione costruita, spiattellata bella e pronta dalle agenzie che affogano le redazioni dove un giornalismo sempre più pigro ha ridotto la propria professione al copia e incolla, si precipita nel gorgo del paese reale.
«Vita dorata», «intellettuale della rive gauche»? Battisti in realtà conduceva una vita precaria, dal tenore modesto. Portinaio di un immobile, tirava a campare con meno di 800 euro al mese e viveva in una soffitta. Nei ritagli di tempo si dedicava alla sua passione, la scrittura di gialli che certo non gli davano da vivere. Tutto ciò è stato deformato fino a ridisegnarlo come una delle maschere più odiose degli anni 70: l’icona del male, l’assassino dal ghigno feroce. Sorpassato dagli eventi non ha fatto molto per impedire tutto ciò. E gli scrittori alla Bernard Henri Levy e alla Fred Vargas l’hanno schiacciato sotto il peso del loro narcisismo vittimista, eleggendolo ad emblema della persecuzione contro la casta intellettuale. Parlavano di lui ma vedevano se stessi. La vicenda è uno di quei casi in cui la storia trascende i suoi protagonisti. Come lui stesso ha riconosciuto in una sua recente intervista su un quotidiano brasiliano, Battisti non riesce a comprendere come e perché si sia ritrovato al centro di un affaire internazionale, oggetto di tante polemiche, odio e accanimento. Questa incapacità di comprendere ciò che gli accade la dice lunga sugli strumenti culturali del personaggio che sembra vivere in una dimensione separata, nella trama di uno dei suoi “gialli” piuttosto che nella realtà. Da qui il gusto per le trame, i Servizi che intervengono, i toni guasconi, le semplificazioni che rasentano grettezza.


pensiamo che questa delirante logica del «tutto o niente», che si è posta come obiettivo il riconoscimento di un’innocenza non solo in punto di verità storica, ma anche e soprattutto di identità – innocenza come non-colpevolezza anche in senso agostiniano, innocenza quella vera, quella dell’anima –, lo ha perduto come ha perduto già altri. In buona logica, la presunzione d’innocenza e l’onere della prova all’accusa, è motivato dal fatto che l’innocenza, come la non-esistenza di un fatto o una cosa, non è quasi mai dimostrabile. Di fronte a questi nodi, Battisti dev’essere affondato nelle sabbie mobili di un misto di “legittimismo”, di vittimismo, che si gonfia di risentimento mortale. Solo così si spiega l’odio riversato in certe interviste, prima contro “i brigatisti”, poi “gli ex-compagni”; e da ultimo – nell’intervista a Isto è – dove si taglia col coltello una sorta di sordo rancore contro Marina Petrella, come di gelosìa perché la battaglia su di lei ha avuto successo… Non voglio parlare di invidia, o cosciente malanimo. Parlo della sensazione di esser stato proditoriamente usurpato di un qualcosa che gli era dovuto: questo è rivelato da formule del tipo «io l’unico ancora perseguito…». Naturalmente, in una sindrome di questo tipo, non si guarda a chi sta peggio – basti evocare la vicenda di Paolo Persichetti o Rita Algranati, che, loro sì, potrebbero ritenersi gli unici capri espiatori. Battisti – credo che la cosa più terribile sia che se ne sia autoconvinto – si considera, nel picco, nella fase “ipomaniaca”, megalomane di una sua sorta di bipolarità: essere il “Nemico pubblico numero uno” insieme al suo irovescio “down”, depressivo, cioè considerarsi Il perseguitato numero uno, L’innocente assoluto: l’unico, e per questo il più conculcato.

