Nuove relazioni industriali: la lotta di classe è legittima solo se la fa il padrone
Elisabetta Della Corte

Da Taylor in poi l’organizzazione della produzione e del lavoro nelle grandi imprese ha volutamente eroso gli spazi di decisione degli operai con la standardizzazione delle operazioni e i tempi dettati dalla catena di montaggio. Comando e controllo ne uscivano amplificati, così come l’obbedienza degli operai. Eppure, proprio come ricorda Tatiana Pipan in un articolo, rintracciabile on line, dal titolo “La disobbedienza come categoria interpretativa”, nello stabilimento di Wattertown gli operai, sfruttati, si ribellarono a Taylor scioperando, e disobbedendo alle richieste manageriali. Fino a qui niente di nuovo, la storia del lavoro coatto, quello eterodiretto, accettato per necessità, è punteggiata da atti di insubordinazione e resistenza, così come ci ricordano gli storici del lavoro. Di nuovo c’è il fatto che, in Italia, dagli anni ’90 del secolo scorso, dopo il fallimento del progetto di automazione totale a Cassino, la Fiat importa dal Giappone il nuovo modello organizzativo basato sulla qualità totale e il coinvolgimento degli operai nei team di lavoro. Si cerca in questo modo di mettere a frutto i vantaggi della cooperazione tra gli individui ricomponendo, almeno in parte, il lavoro frammentato della fase fordista, camuffando con l’autoattivazione nuove responsabilità per i lavoratori. Questo tipo di riorganizzazione è accompagnato da un certo ordine del discorso che si è andato via via costruendo dalla fine degli anni ’70 in poi. Anni decisivi per comprendere lo stato attuale delle relazioni industriali in Italia. Sono gli anni in cui l’acuirsi della conflittualità operaia apre la strada a nuove rivendicazioni e diritti, rinforzando il sindacato, almeno nella prima fase. Poi, però, alla fine degli anni ’70, dopo la crisi petrolifera del ’73, quando in fabbrica iniziano a circolare i volantini delle Brigate Rosse e alcuni operai finiscono nelle patrie galere, non solo il cavallo di troia del terrorismo venne utilizzato per criminalizzare l’intero movimento operaio che aveva fatto tremare la gestione autoritaria del management Fiat di stampo vallettiano, ma si deviò significativamente il percorso delle relazioni tra padronato e forza lavoro, il cui atto finale può essere individuato nella marcia dei quarantamila, per lo più impiegati, ideata da Romiti all’inizio degli anni ’80. Da lì in poi la strada del sindacato e quella delle rivendicazioni operaie è tutta in discesa. Da quel momento, così come non si deve parlare di corda in casa dell’impiccato, alla Fiat ogni atto di ribellione, anche quelli eticamente orientati verso la riduzione dell’intensificazione del lavoro così come le proteste per gli accordi contrattuali non mantenuti sono stati bollati come atti estremi, su cui aleggiava il fantasma dell’estremismo. L’uso strumentale degli anni di piombo, quindi, è servito tanto a destra quanto a sinistra per riportare all’obbedienza gli operai e imporre il nuovo regime di fabbrica. Quando non si faceva uso di questo espediente retorico, il divide et impera veniva agito con altre categorie. In tempi recenti si usa dividere i bravi lavoratori contro i fannulloni che, come a Pomigliano, nel periodo elettorale sceglievano di stare ai seggi, preferendo la vita activa a quella lavorativa. Come si sa, infatti, la classe operaia deve produrre lasciando ai politici di professione l’onere delle questioni pubbliche.
Questo forse aiuta a capire in che direzione tira il vento che soffia da Pomigliano a Melfi fino a Mirafiori, dove chi invia un volantino dalla mail aziendale è un potenziale sovversivo così come chi a Melfi per protestare contro l’aumento disumano dei ritmi di lavoro è da licenziare. Questa è gestione delle risorse umane ha molto di dis-umano, ma forse anche questo non avviene a caso. Il mercato dell’auto in questo periodo non tira e gli scioperi e i blocchi potrebbero tornare utili alla Fiat, che con una sola mossa – le sospensioni e i licenziamenti – può tentare di ammansire i “ribelli” della Fiom e ridurre i costi di una produzione che non tira. Certo più che di relazioni industriali si dovrebbe parlare dei comportamenti di incalliti pokeristi abituati a bluffare e a lasciare il tavolo dopo ricche vincite. Non sappiamo se Marchionne gioca a poker, e non ci importa saperlo, ma ci si chiede: non saranno mica queste le nuove relazioni industriali in tempo di crisi?
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relazioni economiche soprattutto nel settore dell’energia). Si tratta degli anni in cui l’Italia fa ammenda, anche se in modo superficiale, del proprio passato coloniale e tenta di reinserire la Libia nella comunità internazionale, riconoscendole un ruolo di ponte tra Africa ed Europa. È in questo contesto che comincia a divenire centrale nei rapporti bilaterali il tema dell’immigrazione, nodo che assume nel tempo un aspetto del tutto sproporzionato rispetto alla sua dimensione reale. Il grosso dell’immigrazione, infatti, non passa per Lampedusa, anche se la via del mare è una vera emergenza umanitaria che ha trasformato il mediterraneo in un cimitero liquido. Nel dicembre 2000 viene firmato un primo accordo che stipula una collaborazione globale nelle politiche di lotta contro terrorismo, criminalità organizzata, traffico di stupefacenti e immigrazione clandestina. Il fatto che un fenomeno a carattere multidimensionale come l’immigrazione, che investe clima, agricoltura, geopolitica, economia mondiale, processi socioculturali, sia apparentato a fenomeni di natura criminale o di violenza politica (nella fattispecie internazionale), confina da subito la questione all’interno di rigidi binari sicuritari che investono l’ordine pubblico, la difesa del territorio e la sicurezza dello Stato. A questo punto, se la politica estera è sempre più legata al tema dell’immigrazione e, questa, essendo gestita unicamente secondo un’ottica sicuritaria attiene alle competenze delle forze di polizia, diventa inevitabile che le relazioni mediterranee finiscano in misura crescente nelle mani del ministero degli Interni piuttosto che in quello degli Esteri. A occuparsene saranno nuove burocrazie, come la Direzione generale dell’Immigrazione e della polizia delle frontiere (istituita dalla Bossi-Fini), portatrice di una cultura d’apparato poco incline a una comprensione multidimensionale del problema e delle soluzioni, con l’effetto di ingenerare preoccupanti stravolgimenti in
materia di funzionamento dello Stato e di equilibrio dei poteri, oltre a ledere le convenzioni internazionali sui diritti umani e i principi costituzionali. Spostare le tensioni di là delle frontiere non significa essere immuni dalle conseguenze, ma solo ampliare l’area e l’intensità dell’impatto che ne deriva. Tutti i successivi patti bilaterali stipulati tra Italia e Libia sono figli di questa impostazione iniziale. Accordi di polizia e di gestione delle frontiere che rivoluzionano la stessa nozione di confine. La filosofia contenuta in questi trattati, caratterizzati per altro da una sistematica segretezza sui loro contenuti, senza che il Parlamento sia mai stato chiamato a pronunciarsi, è quella di delocalizzare oltrefrontiera i nostri originari Cpt. Tra il 2004 e il 2005, il governo italiano finanzia la costruzione di tre campi di «trattenimento» in territorio libico. Si tratta di un vero e proprio outsourcing. L’informazione trapela dal rendiconto annuale della corte dei conti del 2004. Quella dell’anno successivo dettaglia ulteriormente la voce: si tratta probabilmente della costruzione di un centro di accoglienza in località Gharyan (Tripoli), del costo di 6,6 milioni di euro, dell’appalto per un secondo centro a Kufra e di un terzo campo previsto nella zona di Sebha, principale punto d’arrivo dei flussi transahariani in provenienza dal Niger. Campi costruiti ricorrendo a capitoli di spesa del ministero dell’Interno previsti per l’edificazione di Cpt in territorio nazionale. Da parte libica emerge, invece, l’abile e cinico utilizzo dei flussi migratori, aperti e chiusi come un rubinetto, trasformati così in uno strumento di pressione e ricatto diplomatico da mettere sul tavolo delle trattative bilaterali. Uno degli obiettivi principali della Jamahiriya è la fine dell’embargo sulle armi. L’interventismo estero del nostro ministero degli Interni ha come risvolto inevitabile quello di rendere un fatto di politica interna le scelte della politica estera libica. L’ipercentralità assunta dalla questione della migranza nella politica italiana ha modificato anche l’approccio libico, fino a indurlo al clamoroso tradimento degli originari ideali panafricani che avevano mosso la rivoluzione verde del colonnello Gheddafi.







