Un’estradizione alla chetichella

Recensioni – Esilio e castigo, Paolo Persichetti, La cità del sole 2005

di Davide Steccanella
25 ottobre 2011

Questo libro è uscito qualche annetto fa, “alla chetichella” si dice in gergo, ma fu una “chetichella” in certo senso obbligata perchè la divulgazione massiccia dei retroscena di “questa” estradizione (vd. sottotitolo del libro di Paolo Persichetti) avrebbero inferto un duro colpo alle tante anime belle non tanto di destra ma soprattutto di sinistra, che sono solite raccontarci di quanto la nostra Giustizia costituisca l’ultimo baluardo in difesa della legalità e via discorrendo. La storia, tutta vera, narrata secondo cronologia e rigorosamente documentata, anche con gli stralci degli atti processuali, non a caso è una “storia” che in Italia conoscono in pochi, e racconta di come 9 anni fa il governo italiano si accordò con il governo francese per ottenere, saltando ogni regola procedurale, la unica estradizione a tuttoggi di uno dei tanti condannati per i cosiddetti anni di piombo, e che come altri da anni viveva a Parigi, solo che lui lo faceva senza nascondersi, con il proprio nome sulla targhetta del citofono, insegnando in una scuola e persino pubblicando molti anni prima un libro a due mani con Oreste Scalzone un pò scomodo (Il Nemico inconfessabile) uscito pure in Italia per la Odradek. Ma come fece il nostro paese ad ottenere siffatto brillante risultato da consentire al MInistro pro tempore di puntualmente festeggiarlo trionfalmente in Tivvù, verrebbe da chiedersi, visto che, giusta o sbagliata che fosse, vigeva la cd. dottrina Mitterand a suo tempo si dice concordata con Craxi per mantenere lontani i tanti esuli di quella guerra perduta e che, come noto, non venne mai scalfita, nè prima nè dopo, neppure in casi ben più eclatanti di quello dello sconosciuto Persichetti ?
Semplice, si prende una vecchia richiesta estradizionale rimasta,  a differenza di tante altre, in sospeso da anni causa varie alternanze ministeriali francesi, e la si attualizza di botto dicendo ai cugini di oltralpe che si tratta nientepopodimeno che dell’assassino di Biagi appena avvenuto in Italia, e così, di fronte alla evidente eclatanza di questa accorata richiesta italica che stavolta non chiede a distanza di anni di regolare vecchi conti ma di fermare la pistola fumante di un omicida in azione, dei gendarmi francesi vanno una mattina presto a prelevare sotto casa l’ignaro Persichetti, lo portano nel tunnel di confine ed ivi lo consegnano alla polizia nostrana che tosto lo ingabbia per la esecuzione della vecchia condanna, gabbia dove tuttora ogni sera da allora egli fa rientro, ma transeat. Ovviamente la pista Biagi si dissolve, anche se neppure tanto in breve, come neve al sole, essendo stata il frutto di una mirabile indagine condotta da un solerte sostituto procuratore di Bologna sulla scorta della testimonianza di una signora di Bologna che disse di avere notato la sera del delitto Biagi un tizio vagamente somigliante al Persichetti e soprattutto indossante uno zaino color camoscio uguale uguale, si disse, a quello trovato in possesso del Persichetti a Parigi. Lo zaino era in realtà blu elettrico ma si disse che il blu era anch’esso un colore chiaro come il camoscio e così per un pò di tempo la “fola” resse, anche se il delito Biagi era maturato in ambito politico tutto diverso da quello cui era appartenuto 20 anni prima il Persichetti ma pretendere anche che si conosca la storia di chi si arresta, seppure si tratti di delitto in ambito politico, è forse troppo, quando si affronta una emergenza e così andò. Certo, molti potranno dire che in fondo il Persichetti ha poco da lamentarsi visto che era stato condannato e che quindi oggi trattasi nè più nè meno che di esecuzione di pena regolarmente inflitta etc. etc.
Come sempre, e vale anche per i casi di acclarata tortura ai militanti arrestati nel 1982 così ben descritti dal recente libro di Rao per Sperling&Kupfer, occorre però mettersi d’accordo su un punto. Se deve valere il criterio meramente sostanzialista per cui quando si è in guerra il fine giustifica ogni mezzo va benissimo, è una opinione più che legittima, ma allora lo si dica a chiare lettere anche agli ignari cittadini cui certe cose, chissà perchè, non vengono invece mai dette. Il codice penale, disse qualcuno, è stato scritto per i colpevoli mentre quello di procedura per gli innocenti, è questo il motivo per cui, nel caso raccontato in questo libro (e in quello di Rao), quest’ultimo fu bellamente calpestato? E quante altre volte però mi verrebbe da chiedere a questo punto ? Almeno questo non sarebbe ora di dirlo dopo più di 30 anni invece che fare calare la solita cortina di silenzio intorno al Persichetti di turno e di indignarsi, la stampa tutta, quando magari l’odioso Battisti afferma che non proprio tutto in Italia andò secondo codice ? Chi ha voglia lo legga questo libro, sempre se…lo trova ovviamente (da Feltrinelli et similia è dura però).

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Exil et chatiment
Esilio e castigo

Parla il capo dei “Cinque dell’Ave Maria”, l’ex funzionario Ucigos Nicola Ciocia: «Torture contro i Br per il bene dell’Italia»

Questa intervista realizzata quattro anni fa torna d’attualità dopo l’uscita del libro di Nicola Rao, Colpo al cuore. Dai pentiti ai “metodi speciali”: come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata, nel quale si raccontano tutti i retroscena sulle torture all’algerina praticate contro i militanti delle Br dal 1978 alla fine del 1982. Il funzionario dell’Ucigos a capo della speciale squadretta addetta alle sevizie ammette: «tecniche d’interrogatorio particolari per certi sospettati»

Matteo Indice
Il secolo XIX, 24 giugno 2007

Certo, «i metodi forti sono stati usati, in emergenza e sempre dopo aver avuto la certezza oggettiva di trovarsi davanti il reo, le cui rivelazioni sarebbero state decisive per salvare delle vite. Ammesso, e assolutamente non concesso, che ci si debba arrivare, la tortura – se così si può definire – è l’unico modo, soprattutto quando ricevi pressioni per risolvere il caso costi quel che costi. Se ci sei dentro – racconta il super-poliziotto – non ti puoi fermare o staccare il biglietto, e come un chirurgo che ha iniziato un’operazione, devi andare fino in fondo. Quelli dell’Ave Maria esistevano, erano miei fedelissimi che sapevano usare tecniche “particolari” d’interrogatorio, a dir poco vitali in certi momenti. Negli ultimi anni, la polizia non si è mai trovata in frangenti tanto estremi se non al G8, forse. Ma lì è mancata la professionalità, sono state usate le persone sbagliate, i tempi sbagliati, specie per l’irruzione alla scuola Diaz».
Parla, il capo operativo dei “Cinque dell’Ave Maria”. E la sua testimonianza colma in parte la lacuna evidenziata 25 anni fa dal tribunale di Padova nel primo processo sulle sevizie ai br, quando fu descritta «l’esistenza di una struttura organizzata (non individuabile in quel periodo) destinata al compimento di tali azioni». Il gruppo “parallelo” fu gestito per un certo periodo direttamente dai vertici dell’Ucigos e dal ministero dell’Interno; si muoveva da Nord a Sud per risolvere situazioni “estemporanee” e non se n’è mai occupato alcun procedimento penale.
Del funzionario (che è stato intervistato alla presenza di un’altra persona) viene rispettata la richiesta di anonimato, ma ci sono chiari riferimenti al suo lavoro in seno all’Amministrazione. La fonte ha prestato servizio per quasi tre decenni, entrando in polizia alla fine degli Anni Cinquanta e uscendone con un grado molto elevato. Ha lavorato in Sicilia, partecipando alle inchieste che portarono alla cattura di Luciano Liggio e Totò Riina (il primo arresto di quest’ultimo, nel 1963, prima della lunghissima latitanza), poi a Napoli, sia alla squadra mobile sia all’ispettorato antiterrorismo creato da Emilio Santillo. Infine l’Ucigos (Ufficio centrale per le investigazioni generali e le operazioni speciali), dove ha coordinato i blitz più «riservati». «Alla Mobile del capoluogo campano – spiega – si combatteva una vera e propria guerra contro la camorra. Occorreva invertire i rapporti di forza, la soggezione indotta dai malavitosi sull’intera cittadinanza e ovviamente sugli apparati di sicurezza. Perciò capimmo che prima di tutto bisognava accompagnare alla puntualità degli accertamenti il rispetto ottenuto dai banditi che di volta in volta catturavamo». C’è un riferimento, più emblematico degli altri. «Negli anni ’70 la zona di Pallonetto a Santa Lucia era semplicemente il regno dei contrabbandieri. Nemmeno la Finanza aveva il coraggio di entrarvi e decidemmo che non si poteva andare avanti così. Impiegando metodi forti, alla fine, ogni volta che ci presentavamo per una perquisizione i “notabili” si alzavano in piedi. Venivano colpiti in faccia, con le sedie dei bar dove si radunavano, se apparivano insofferenti alla nostra attività». L’ispettorato antiterrorismo di Emilio Santillo è un passaggio successivo, in qualche modo fondamentale nel forgiare le tecniche e il drappello dei fedelissimi, che poi saranno utilizzati all’Ucigos.
«Dopo tanti anni di lotta alla criminalità organizzata, ebbi la certezza che l’unico modo per debellare la violenza ideologica sarebbe stato mescolare gli investigatori di estrazione “politica” a quelli di provenienza “comune”, cioè impegnati da sempre nel contrasto ai malviventidi professione. Le notizie fornite dai primi, sommate all’efficacia dei secondi, hanno dato risultati importantissimi». I “cinque” si mettono in luce per esempio nell’inchiesta sui Nuclei armati proletari, specie dopo l’arresto di Giuseppe Sofia. «Ci sono due livelli d’interrogatorio, dinnanzi a un terrorista che hai la certezza essere colpevole. All’inizio ponevo una domanda lineare, aspettandomi una risposta. Se la replica risultava evasiva, o proprio non arrivava, ho sempre dato una seconda chance, dicendo sottovoce “mi stai offendendo, riproviamo”. Poi, quando l’intelligenza viene definitivamente offesa, ci sono i modi forti e a quel punto il sospettato ha l’impressione d’essere in tuo completo dominio. Si vuole parlare di torture, ma io direi che si trattava soprattutto d’una messinscena, praticata per garantire la sopravvivenza a decine di persone». La somministrazione di abbondanti dosi di acqua e sale e la finta fucilazione sono emersi con chiarezza, dalle carte degli anni successivi: «Altre situazioni, che magari hanno fatto il bene dello Stato, è meglio portarsele nella tomba».
Nel 1977, quando l’ispettorato antiterrorismo di Santillo viene sciolto, ecco l’ultimo “scatto”. Il funzionario viene chiamato a Roma, direttamente all’Ucigos, con un ruolo di coordinamento. I fedelissimi, invece, restano a Napoli: «Ma di tanto in tanto li reclutavo, quando la presenza era assolutamente necessaria e sapevo che solo un interrogatorio condotto con i loro metodi avrebbe consentito di ottenere le informazioni desiderate. Ero autorizzato e delegato ogni volta a muovermi in questo modo dai miei superiori, che riferivano al capo della polizia e al ministro dell’Interno. Ci dicevano che era necessario andare fino in fondo e noi gli risolvevamo i problemi. L’impiego dei miei investigatori non era troppo ricorrente, ma coincideva sempre con i momenti cruciali delle indagini».
C’erano testimoni da ascoltare durante il sequestro di Aldo Moro (la nostra fonte è in una delle foto simbolo scattata in via Caetani, tra gli investigatori vicini alla “Renault 4” dove si trovava il corpo senza vita del politico) e pure dopo.
«Uno dei pentiti “storici” nella storia delle Br, il “tipografo” Enrico Triaca individuato successivamente alla scoperta del cadavere dello statista, fornì una serie di rivelazioni impressionanti dopo che lo torchiammo». Il metodo è trasversale. «Mi sono occupato
dell’ultradestra, dei Nar (Nuclei armati rivoluzionari), in particolare dell’arresto a Roma di Paolo Signorelli e altri militanti poi sospettati di aver ucciso il 23 maggio 1980 il sostituto procuratore Mario Amato (Signorelli, condannato in primo e secondo grado è stato definitivamente assolto in Cassazione, ndr)».
L’anno topico è però il 1982, il periodo compreso fra gennaio e febbraio. «Prima di partecipare alle indagini per la liberazione del generale Dozier, io e i miei uomini interrogammo a Roma il brigatista Ennio Di Rocco (bloccato il 3 gennaio 1982), militante delle Brigate Rosse-Partito guerriglia. Grazie alle sue dichiarazioni individuammo, sei giorni dopo, il leader di quell’organizzazione, Giovanni Senzani, nella base romana di via Pesci».
Di Rocco fu uno dei primi terroristi a denunciare di aver subito torture. Fu ucciso nel carcere di massima sicurezza di Trani e il suo omicidio venne rivendicato dai “proletari prigionieri per la costruzione dell’organismo di massa del campo di Trani” e fatto proprio anche dal “partito guerriglia”, che non gli perdonò le soffiate. «Dopo Senzani andammo a Padova per Dozier. Il Paese era in preda al panico, io ero un duro che insegnava ai sottoposti lealtà e inorridiva per la corruzione. Occorreva ristabilire una forma di “auctoritas”, con ogni metodo. Tornassi indietro, rifarei tutto quello che ho fatto».

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Torture contro le Brigate rosse: il metodo “de tormentis”
Torture contro le Brigate rosse: chi è De Tormentis? Chi diede il via libera alle torture
Quella squadra speciale contro i brigatisti: waterboarding all’italiana
Torture contro i militanti della lotta armata
Il penalista Lovatini: “Anche le donne delle Br sottoposte ad abusi e violenze”
Le rivelazioni dell’ex capo dei Nocs, Salvatore Genova: “squadre di torturatori contro i terroristi rossi”
Salvatore Genova, che liberò Dozier, racconta le torture ai brigatisti

Quella squadra speciale contro i brigatisti: waterboarding all’italiana

Recensioni – «Colpo al cuore» di Nicola Rao, Sperling e Kupfer
Li chiamavano i «Quattro dell’Ave Maria». Le rivelazioni di un ex poliziotto

Aldo Cazzullo
Corriere della Sera
10 ottobre 2011


Nell’Italia di trent’anni fa, al culmine del terrorismo e nello stesso tempo all’inizio della sua fine, una squadra di torturatori si muoveva tra le carceri. Non gli agenti del Nocs finiti sotto processo per il caso Di Lenardo; una squadra di professionisti specializzati nell’ estorcere indicazioni e confessioni. Furono loro a catturare Antonio Savasta. A trovare il nascondiglio di Dozier. A smantellare la colonna napoletana. E ad assestare alle Br quel “colpo al cuore” che nel giro di pochi mesi ne decretò la fine. Si intitola appunto «Colpo al cuore: dai pentiti ai “metodi speciali”, come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata» il saggio-inchiesta di Nicola Rao, che domani Sperling&Kupfer manda in libreria. Un focus sugli ultimi 500 giorni delle Brigate Rosse: dal maggio 1981 all’ottobre 1982. Per la prima volta parla Savasta. Parla il commissario Genova, che lo catturò. E parla il misterioso funzionario dell’Ucigos (l’Ufficio centrale per le investigazioni generali e per le operazioni speciali della polizia di Stato operativo durante gli anni di piombo, ndr) – indicato dai colleghi con il significativo eteronimo di «professor De Tormentis» – che contribuì in maniera determinante a distruggere le Br, praticando una sorta di waterboarding, la tortura del soffocamento con l’ acqua. Una storia che il gergo dell’epoca ha battezzato con nomi da B-movie – la squadra veniva indicata come «i quattro dell’Ave Maria» -, ma che ci riporta in un’epoca drammatica del nostro recente passato, che l’autore indaga con il metodo del suo long-seller dedicato invece all’ estrema destra, «La fiamma e la celtica». Costituita all’indomani della morte di Moro, la squadra in seno all’Ucigos era composta da ex sottufficiali della Mobile di Napoli, che avevano conosciuto il «professor De Tormentis» quando era alla testa di quell’ufficio tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta. Il gruppo d’azione, messo per qualche anno in sonno, viene richiamato in attività quando si fa più violento l’attacco delle Br, con il rapimento del generale Dozier e le pressioni di Washington sull’Italia. Grazie ai «metodi speciali» di quella squadra, nel giro di poche settimane vengono smantellate le due anime delle Br: arrestato Senzani, capo del «Partito guerriglia»; individuato e liberato Dozier, prigioniero del «Partito comunista combattente». Savasta decide di parlare e di distruggere, con le sue rivelazioni, il Pcc, facendo arrestare decine di «rivali». I «metodi speciali» del professore vengono poi introdotti anche a Napoli, nella primavera-estate dell’82, per catturare i superstiti dell’ultima colonna Br ancora in attività. Sempre con questi «trattamenti» la polizia arriva al covo romano dove si trova il terrorista dei Nar Giorgio Vale, che muore nella sparatoria con gli agenti. Il commissario Genova (insieme con altri funzionari) spiega di aver assistito di persona, durante le indagini sul sequestro Dozier, a due «trattamenti» a Verona – il secondo consente di strappare l’ indicazione del covo dov’è rinchiuso il generale americano – e a un altro «trattamento» a Napoli. Il «professor De Tormentis» conferma. E racconta di essersi occupato anche di Enrico Triaca, il tipografo delle Br arrestato subito dopo la morte di Moro, e di due brigatisti che gli indicarono dove era nascosto Senzani. Poi c’è la testimonianza di Savasta. Pagine a volte terribili. Il pentito racconta come uccise il colonnello Varisco. E come partecipò ad altre azioni: il rapimento e l’assassinio dell’ingegner Taliercio; le trasferte sarde per liberare il nucleo storico delle Br detenuto all’Asinara e a Bad’e Carros, con la complicità di banditi-pastori, le traversate notturne nella Barbagia, le sparatorie con i carabinieri e con la polizia. Con rivelazioni inedite sul rapimento Dozier, a cominciare dalla reazione del generale al momento della cattura, quando a pugni e testate stava mettendo fuori combattimento entrambi i brigatisti entrati in casa, e si fermò solo quanto vide Savasta puntare la pistola alla testa della moglie. Neppure il blitz dei Nocs andò nella realtà come fu raccontato: i brigatisti si accorgono dell’ arrivo degli agenti; uno di loro, come prevede il protocollo Br, punta la pistola alla tempia dell’ostaggio; poi ha un attimo di esitazione, non ha il coraggio di andare sino in fondo, e gli uomini dei reparti speciali riescono a liberare il generale; ma l’ operazione passata alla storia come un esempio di azione fulminea stava per trasformarsi in disfatta. Savasta racconta anche delle origini del terrorismo. E indica in un gruppo «proto brigatista» di ex di Potere Operaio i responsabili dell’uccisione del giovanissimo missino Mario Zicchieri al Prenestino. In precedenza Savasta aveva già accusato Morucci, Maccari e Seghetti, che erano stati prosciolti. Ma ora fornisce nuovi particolari. Ad esempio racconta che, la sera dell’omicidio Zicchieri, Seghetti ordinò a lui e a un altro compagno di stare a casa e sintonizzarsi sulle frequenze radio della polizia, per verificare gli spostamenti e le comunicazioni delle forze dell’ordine. E aggiunge, senza farne il nome, che uno dei componenti del gruppo di fuoco era un compagno poi morto in un incidente stradale. Dalla discussione interna alla colonna romana sul pericolo rappresentato dai fascisti della sezione Acca Larenzia, del Tuscolano e di Cinecittà nasce l’assalto alla sezione missina finito in tragedia. Savasta racconta delle armi distribuite dalle Br agli Autonomi durante i cortei del ’77 romano. E dell’ inchiesta che condusse su Aldo Moro, che inizialmente doveva essere ucciso all’ interno dell’università, come poi sarebbe accaduto a Bachelet. Ed ancora: la vita quotidiana all’ interno dell’ organizzazione, le paure dei brigatisti, il terrore delle donne di essere torturate e violentate, le liti, i tradimenti, gli amori, le antipatie. E il suo rapporto conflittuale con il padre: un agente di polizia.

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Parla il capo dei cinque dell’ave maria: “Torture contro i Br per il bene dell’Italia”
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Berlinguer non ti voglio bene

Sembra che al terzo piano di viale del Policlinico 131 abbia fatto molto discutere un mio articolo (Caso Penati: l’ipocrisia del Pd ha radici lontane) sull’inchiesta per corruzione, finanziamento illegale e altri reati, che ha coinvolto Filippo Penati, capo della segreteria politica di Luigi Bersani, già sindaco di Sesto san Giovanni, presidente della provincia di Milano, vicepresidente del consiglio regionale della Lombardia, uscito su Liberazione del 28 agosto 2011.
Nei giorni successivi sono arrivate le repliche di Imma Barbarossa, 31 agosto, e Guido Liguori, 4 agosto.

Se Barbarossa ha definito «qualunquista» la mia ricostruzione delle modalità “parallele” di finanziamento a cui era ricorso il Pci, poi Pds-Ds, già prima che terminasse il sostegno economico di Mosca (a quanto pare sono cadute nell’oblio le testimonianze dei dirigenti di primo piano che hanno gestito quella fase e raccontato per filo e per segno come funzionava il sistema di finanziamenti occulti del Pci poi Pds);
per Liguori (autore nel 2009 di un esercizio di storia controfattuale sulla fine del Pci, La morte del Pci, Manifestolibri, interamente votato alla venerazione di Enrico Berlinguer, dipinto come una figura abbandonata ad una tragica solitudine da un ceto empio e traditore di dirigenti che l’attorniavano), la mia sarebbe una «narrazione» distante dai fatti storici e di chiaro segno «berlusconiano».

In attesa di una mia risposta, potete leggere una interessante replica all’intervento di Liguori da parte di Gianluca Schiavon. Per chi non avesse orrore di questa discussione e volesse approfondire (siamo in piena epoca di revival e dal 15 al 17 settembre si terrà alle terme di Caracalla una festa con dibattiti, musica, spettacoli, interamente dedicata al ricordo di Luciano Lama ed Enrico Berlinguer…): tutti gli interventi con relativi commenti sono riportati in basso al post su Penati e su Liberazione.it

Caso Penati, l’ipocrisia del Pd ha radici lontane
La questione morale e la diversità comunista di Imma Barbarossa

Comunisti italiani diversi fino alla morte di Enrico Berlinguer di Guido Liguori
No, la segreteria di Berlinguer fu all’insegna del compromesso non del conflitto di Gianluca Schiavon

No, la segreteria di Berlinguer si svolse all’insegna del compromesso non del conflitto

Gianluca Schiavon
Liberazione.it 8 settembre 2011

Riflettere sulla linea del Pci negli anni 70 non può prescindere dall’evoluzione della sua organizzazione e del suo finanziamento. Sono quindi stato stupito dalla polemica tanto ruvida che un ricercatore confermato, illustre studioso di Gramsci, ha fatto dalle colonne del nostro giornale domenica 4 settembre 2001.
Guido Liguori nell’articolo comparso ha sostenuto la tesi di fondo che la questione morale fosse un problema marginale nel Pci di Berlinguer grazie al suo carisma e, persino, al suo “cesarismo”. Fino alla morte del Segretario «la barra venne tenuta coraggiosamente a sinistra – scrive Liguori – e notevoli furono i frutti raccolti, sul piano del consenso, nella società e anche a livello elettorale». Una tesi certamente suggestiva ma poco aderente ai fatti, che a differenza delle ‘narrazioni’, nutrono la storia. Cominciamo col dire che la segreteria Berlinguer fu quella in cui il Pci espanse al massimo la sua vocazione di governo, non solo in Comuni e Province, ma anche, per la prima volta, in organi legislativi – quali sono le Regioni – in tutto il territorio nazionale. Il Pci per la prima volta espresse nell’ultimo lustro degli anni 70 la maggioranza dei componenti delle giunte delle principali aree metropolitane, delle quattro Regioni del centro Italia, del Lazio, della Liguria, del Piemonte. In quegli stessi anni il Partito riorganizzò la sua presenza largamente maggioritaria nel sistema delle cooperative di consumo, edilizie e agricole, al contempo consolidò una grande compagnia assicurativa e un sistema bancario locale come forze collaterali a sé. La fine dell’esperienza della solidarietà nazionale per nulla condivisibile, ma non ingiustificata, non modificò la linea politica su questo tema. L’idea espressa dal gruppo dirigente quasi nella sua interezza era che il Partito dovesse dirigere i processi economici e sociali sintetizzandone le spinte. In un’intervista televisiva a Giovanni Minoli, Berlinguer il 27 aprile 1983 dichiarava non casualmente «mi dispiace che il nostro potere [del Pci] sia ancora insufficiente sa realizzare i nostri obbiettivi». Non si può dire quindi che il Segretario del Pci subisse passivamente le posizioni più realiste o compromissorie di altri dirigenti a lui vicini. Né si può dire che grazie a Berlinguer il Pci «non si faceva “omologare” nel sistema politico allora vigente, quello del Caf». La prima ragione è che il Caf non esisteva perché la Dc – a parte la brevissima stagione della segreteria di Flaminio Piccoli – era diretta dalla sinistra interna (da Zaccagnini a De Mita, da Prodi a Galloni) e perché il Psi lanciava in quel periodo la sfida alla Dc sul sistema di potere apparendo come una forza di sinistra di governo antidemocristiana e acomunista. La seconda ragione è che fino al referendum sul punto unico di contingenza Berlinguer e il Pci aprirono alle ragioni di alcune vertenze operaie (la FIAT nel 1980) e di alcuni movimenti, ma si guardarono bene dal rompere i rapporti col Psi o le giunte locali con la Dc. In una temperie dei primi anni 80 in cui la ristrutturazione economica stava modificando il sistema industriale e finanziario e in cui le grandi lotte segnavano il passo, un Partito che aveva scelto di ricollocarsi e di rimodulare la sua organizzazione sul governo – lato sensu – molto più che sul conflitto scelse di rafforzare le relazioni, e i compromessi, con alcune strutture economiche. E nella citata intervista del 28 luglio 1981 a Repubblica Berlinguer polemizzò sulla questione morale implicitamente anche con il Partito da lui diretto per alcuni di questi compromessi. Non facendo il poliziotto o il magistrato non so dire se queste relazioni e mediazioni produssero un sistema di illegalità, certamente gli episodi corruttivi sono stati più sporadici degli altri Partiti. Gli episodi ci sono tuttavia stati e per questo l’opinione maggioritaria delle compagne e dei compagni che fondarono il Partito della rifondazione comunista nel 1991 partì dalla consapevolezza di questi episodi negativi per costruire un’intrapresa politica nuova, impresa, almeno sulla questione morale, riuscita.

Il pene della Repubblica. Risposta a Miguel Gotor

Quella che segue è la prima parte della risposta rivolta a Miguel Gotor dopo la sua replica ad un post apparso sul blog Baruda.net nel quale si riportava anche il link di una mia intervista diffusa da Radio Onda Rossa. Intervista nella quale si criticavano le affermazioni negazioniste contenute nel suo articolo uscito su Repubblica del 29 agosto 2011, dove lo storico affermava che non vi erano state torture durante le indagini e l’inchiesta giudiziaria contro i Pac e più in generale si sosteneva che la repressione contro i militanti della lotta armata per il comunismo sarebbe stata condotta sempre nel rispetto dello stato di diritto, negando il ricorso a violenze, torture e l’instaurazione di uno stato di emergenza giudiziaria


Torture con gli elettrodi sui genitali di prigionieri politici. Italia 1982

Gentile Professore,

Mi scuso se mi intrometto nella discussione, ma poiché nella sua replica al post del blog Baruda.net (Tortura e leggi speciali: botta e risposta con Miguel Gotor) lei afferma di aver «ascoltato il link di Radio Onda Rossa», mi sembra di dover intendere che le sue puntualizzazioni riguardino anche quanto da me detto nell’intervista a cui il link rinviava.
Intanto la ringrazio, e le mie non sono parole di rito, per il suo intervento che mi sembra segnali una sua apertura al confronto. Atteggiamento che non può non essere apprezzato.

Veniamo alle questioni della controversia:

Le chiedo la cortesia di poter svolgere in primis alcune considerazioni sul caso Battisti, che pure non sono l’oggetto centrale delle critiche che le rivolgevo nell’intervista a Radio Onda rossa. Ma credo che sia utile a sgomberare il terreno facilitando in seguito un confronto più chiaro.

1)   Nel suo articolo apparso su Repubblica del 29 agosto 2011 lei rivendica una sorta d’imperativo civico nel dover «rispondere colpo su colpo» alle dichiarazioni di Cesare Battisti contenute nell’intervista concessa alla rivista Istoé. Nella sua replica al post aggiunge però una precisazione molto interessante che nell’articolo apparso in prima pagina su Repubblica mancava, ovvero «per come sono state riportate dalle principali agenzie di stampa nei giorni scorsi». Una precisazione che sottolinea un dettaglio non da poco e la cui importanza non devo certo spiegare a chi esercita l’attività di storico come lei. Nella sua puntualizzazione lei riconosce di non aver letto l’originale dell’intervista rilasciata il 26 agosto 2011 alla giornalista Luiza Villanéa (ecco il link della traduzione in italiano, http://italiadallestero.info/archives/12084), ma solo alcune frasi estrapolate dai lanci delle agenzie.
Non voglio farle le pulci, professore, ma dal punto di vista del rigore giornalistico e storico non mi sembra un buon esempio, tanto più se l’intenzione annunciata era quella di voler esercitare un magistero etico-morale su una persona condannata all’ergastolo e stigmatizzata come il peggiore criminale della storia, l’icona del male attuale, ed attraverso la sua figura anatemizzare un’intera vicenda storico-politica: quella degli anni 70 e dei movimenti sociali giunti fino alla lotta armata per il comunismo.
Sottolineo tutto ciò perché credo che avrebbe fato meglio, prima di scrivere il pezzo che le è stato commissionato, a perdere un po’ di tempo su internet per scovarla e leggerla. Si sarebbe reso conto da solo che i toni non erano per nulla “tracotanti” o inopportuni, come invece purtroppo è accaduto in altre occasioni. Semmai – aggiungo – erano inconsistenti. I lanci delle agenzie hanno apertamente manipolato il senso delle risposte estrapolando piccole frasi da interi periodi. Nell’intervista Battisti annuncia propositi saggi (che mi auguro mantenga): «Non voglio creare polemiche, mettermi in mostra», quando afferma che non parteciperà alla rassegna del libro di Rio de Janeiro prevista nelle prossime settimane. Insomma l’intervista a me è parsa piuttosto noiosa, al contrario di quel che lei afferma insieme alla totalità dei commentatori ufficiali; una summa di banalità incentrate tutte su questioni di menage quotidiano: le passeggiate, i bambini, i cefali da cucinare… (bah!). E poi la geografia dei luoghi, la vegetazione (mah!)… Una lunga chiacchierata che scorre inesorabile sulla strada della mediocrità. Come possa definirsi tutto ciò un tentativo di «cesellare la propria immagine maudit», sinceramente non lo capisco. Ho la sensazione che anche lei sia caduto vittima di in un cliché costruito e alimentato dai media. Un bisogno di capro espiatorio che Cesare, per svariate ragioni tra cui anche una sua drammatica incapacità, non è in grado di scrollarsi di dosso. Non ha tutti i torti il Foglio quando in un articolo apparso sul numero del 16 luglio scorso, definisce molto di quanto è ruotato attorno a questa vicenda un «Discount degli anni di piombo». Un circo Barnum delle sottomarche dove ognuno concorre a dare il peggio di sé. Un’efficace fotografia dell’abisso in cui è sprofondata l’Italia attuale.
Nel proseguio dell’intervista, ad una domanda dell’intervistatrice Battisti lamenta di essere continuamente tallonato dai giornalisti ed accenna ad una contestazione, da lui attribuita a militanti di estrema destra, avvenuta: «davanti alla casa del mio avvocato,  Luiz Greenhalgh, dove stavo. Ho preferito lasciare la città». A quel punto la giornalista prova ad approfondire e chiede quale sia stata la nuova accoglienza della gente, e se per caso non avesse paura. E’ lì che Battisti risponde: «non ho paura di niente. Sono libero. Ho molto rispetto per le autorità brasiliane».
Cosa ci sia di strafottente in tutto ciò, vorrei capirlo. Anche perché visti certi commenti usciti sulla stampa italiana dopo la sua liberazione, la domanda non era affatto fuori luogo.
E qui torniamo al discount di cui parlavo prima. Alcuni esempi: l’onirico suggerimento presente nell’articolo di Claudio Antonelli, apparso su Libero 11 giugno 2011, che suggeriva per Battisti una soluzione all’israeliana, metodo Mossad. Cito: «i Servizi ingaggiano due liquidatori che a una settimana dalla sentenza aspettano il terrorista a un angolo di strada a san Paolo e con due Gal fanno fuoco». Spacciando l’esecuzione per un episodio di criminalità comune: «un furto degenerato». Peggio ancora si era comportato Claudio Magris sul Corriere della sera dell’11 giugno 2011. L’insigne germanista chiudeva il suo editoriale di prima pagina sulla “Vacanza dell’assassino” con un elegante invito alla forca per il terrorista che ha usurpato il nome del patriota irredentista. Per una bizzarra ironia della storia, concludeva Magris: «Si è fatta confusione tra due Cesare Battisti, il patriota di cent’anni fa e il killer di oggi, e a finire impiccato a Trento, quella volta non è stato quello che era previsto». Sublime, impicchiamo Battisti perché il Brasile non lo ha estradato! Come vede, gli argomenti utilizzati sono davvero inoppugnabili.
Oppure devo ricordare il geniale Mastella, un vero attore della commedia dell’arte e all’occasione Guardasigilli, che confessò in pubblico di aver provato a fregare i brasiliani raccontando loro la frottola dell’ergastolo virtuale. Uscito dalla dittatura il Brasile ha abolito la pena perpetua e dunque non può estradare in Paesi che mantengono questa sanzione capitale. Ma la furbizia del ministro non fu compresa dai figli di Torregiani e Sabadin che accecati dal furore vendicativo, e spalleggiati da Lega e fascisti, post e attuali, costrinsero il povero Mastella accusato di lassismo a fare marcia indietro e svelare il trucco. Tralasciamo invece il pavido Roberto cuor di leone (detto anche Saviano), che prima mise e poi, quando ormai poteva solo nuocergli all’aureola di martire, ritirò la firma da un appello, anzi negò addirittura di averla mai messa (un po’ come Scajola quando disse: «se scopro chi ha pagato a mia insaputa l’appartamento che ho davanti al Colosseo!»), un po’ troppo corporativo promosso da alcuni scrittori di noir sociale in difesa di un loro collega.
Di uscite del genere ce ne sono state una infinità. Del generone radical chick francese, come della scrittrice Fred Vargas, ho scritto in passato e non mi dilungo di nuovo, aggiungo solo le gesta del ministro della Difesa, quello che non avendo argomenti da obiettare voleva schiaffeggiare il ministro della Giustizia del Brasile Tarso Genro, credo si chiami Ignazio La Russa. Durante un comizio tenuto in una caserma dei Carabinieri spronò i giovanotti dell’Arma ad organizzare una spedizione in Brasile «per andare a riprenderci Battisti».
Ormai è chiaro: anche se Battisti annunciasse di ritirasi a vita monacale in un eremo per espiare interiormente le colpe terrene che gli vengono attribuite, i media italiani troverebbero la maniera di individuarvi atteggiamenti provocatori e arroganti, magari denunciando la pretesa di voler infangare una veste sacra come il saio.
Durante tutta la vicenda estradizionale che ha riguardato Battisti è stata sperimentata una tecnica giornalistica che consiste nell’individuare il personaggio che si presta a maggiori antipatie (l’indifendibile per antonomasia) in un determinato contesto, che in questo caso è il mondo della lotta armata, anzi dei fuoriusciti (i fuggiaschi raffigurati come jene impunite che se la ridono e se la godono), scaricando su di lui e dunque su di loro, e per estensione sull’intera storia della lotta armata, e quindi di chi è ancora in carcere e perciò non dovrà mai uscire anche dopo 30 anni di pena scontata, tutte le forzature e le falsità possibili.
Da quando il caso Battisti è salito alla ribalta delle cronache, due anni dopo la mia estradizione dalla Francia, ho sempre seguito un metodo: separare l’eventuale giudizio sulla persona dagli aspetti prettamente giuridici e storico-politici che le ripetute richieste di estradizione sollevavano.
Le questioni di principio non si affrontano sulla base di possibili simpatie o antipatie.
Dovrebbe sempre tenerlo presente professore.

Ps: Riguardo all’opera di negazionismo delle torture praticate in Italia in modo sistematico che le fa, la rinvio alla lattura del libro di Nicola Rao, Colpo al cuore. Dai pentiti ai “metodi speciali”: come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata, Sperling & Kupfer 2011 ed hai seguenti link:

Le torture contro i militanti della lotta armata
Quella squadra speciale contro i brigatisti: waterboarding all’italiana
Torture contro le Brigate rosse: chi è De Tormentis? Chi diede il via libera alle torture?
Parla il capo dei cinque dell’ave maria: “Torture contro i Br per il bene dell’Italia”
Torture contro le Brigate rosse: il metodo “de tormentis”
Le torture della Repubblica 1/, maggio 1978: il metodo de tormentis atto primo

Le torture della Repubblica /2,  2 gennaio 1982: il metodo de tormentis atto secondo

Paolo Persichetti


Link
Miguel Gotor diventa negazionista sulle torture e lo stato di eccezione giudiziario praticato dallo stato per fronteggiare la lotta armata
Miguel Gotor risponde alle critiche

Cronache sulla latitanza e altre storie di esuli
Lo stato di eccezione giudiziario

 

Miguel Gotor risponde alle critiche contro il suo articolo su Battisti

Dal blog http://baruda.net riprendiamo la risposta che lo storico Miguel Gotor fornisce al post dell’autrice che aveva linkato l’intervista diffusa da Radio onda rossa a proposito di un articolo apparso su Repubblica del 20 agosto nel quale si sostenevano tesi negazioniste sulla esistenza del ricorso alla tortura e alla edificazione di uno stato di emergenza giudiziaria alla fine degli anni 70


Autore: Miguel Gotor (IP: 94.37.43.72 , dynamic-adsl-94-37-43-72.clienti.tiscali.it)

Commento:

Gentile V. P.,
ho letto le tue affermazioni che riguardano il mio articolo su Cesare Battisti, uscito su «la Repubblica» il 29 agosto 2011 e ascoltato il link di «Radio Onda Rossa». Consentimi due puntualizzazioni, a partire dal fatto che nell’articolo mi riferisco solo alle dichiarazioni di Battisti contenute nell’intervista «Istoé» per come sono state riportate dalle principali agenzie di stampa nei giorni scorsi:

1) Battisti avrebbe dichiarato che «i responsabili degli omicidi di cui è stato accusato» (ossia Santoro, Sabbadin, Torreggiani, Campagna) sono stati torturati. A me non risulta e l’ho scritto in buona fede, ma se mi sbagliassi non avrei difficoltà a fare ammenda del mio errore. A quanto ne so subirono gravi maltrattamenti un gruppo di autonomi della Barona che furono però scagionati dalle accuse e dunque non possono essere considerati i responsabili di quegli omicidi. Con questo, naturalmente, non intendo negare che nelle carceri italiane, tra gli anni Settanta e Ottanta, siano avvenuti episodi di tortura e di sevizie come mi viene attribuito impropriamente da te e dalla radio. Sarebbe impossibile farlo. Nel mio volume «Il memoriale della Repubblica» a cui si fa riferimento, cito proprio a questo proposito alle pagine 56 e 126 l’impressionante libro-denuncia a cura di Franca Rame, «Non parlarmi degli archi parlami delle tue galere» del 1984 dedicato alla tragica e umanissima vicenda di Alberto Buonoconto che contiene la foto di Cesare Di Lenardo da te riportata e altre drammatiche immagini che provano quella pratica.

2) nel mio articolo sostengo che non ci siano stati «tribunali straordinari» (ad esempio militari), il che è vero. Altra è la questione delle carceri speciali (che ci furono eccome) e delle cosiddette leggi di emergenza, la cui realtà è fuori discussione. Del resto, che in Italia ci sia stato durante il sequestro Moro uno stato di emergenza non dichiarato, è un asse portante del mio lavoro che si è proposto di indagare proprio il funzionamento di un sistema democratico-parlamentare nei cosiddetti «stati di eccezione» non formalizzati.

Ti ringrazio per l’ospitalità.

Link
Il pene della Repubblica: risposta a Miguel Gotor 1/continua
Miguel Gotor diventa negazionista sulle torture e lo stato di eccezione giudiziario praticato dallo stato per fronteggiare la lotta armata

Cronache sulla latitanza e altre storie di esuli

Le torture contro i militanti della lotta armata
Lo stato di eccezione giudiziario

Miguel Gotor diventa negazionista sulle torture e lo stato di eccezione giudiziario praticato dallo Stato per fronteggiare la lotta armata

Lo storico Miguel Gotor, recente autore di un saggio sugli arcani del potere, fatti e misfatti di un potere extralegale ed extragiudiziale che ha agito per attenuare, censurare, ritardare la conoscenza pubblica delle dichiarazioni e degli scritti di Aldo Moro durante il periodo di prigionia in mano alla Brigate rosse, interviene con uno sconcertante articolo sulla vicenda Battisti negando l’estistenza del ricorso alle torture e la creazione di uno stato di eccezione giudiziario negli anni in cui lo Stato fronteggiò la lotta armata per il comunismo

31 agosto, 2011 – 11:49

Corrispondenza con Paolo Persichetti, (ex esponente delle BR e detenuto in semilibertà) di commento ad un articolo dello storico Miguel Gotor apparso il 29 agosto sulle pagine di Repubblica in cui lo storico, autore de “Il memoriale della Repubblica” smentisce categoricamente che in Italia sia stata praticata la tortura ai danni degli esponenti della lotta armata e che vi siano state leggi speciali ed emergenziali. Un vergognoso atto di negazionismo storico su una verità più che documentata, anche nelle stesse aule di tribunale.

«Le bugie di Battisti terrorista non pentito»
di Miguel Gotor
la Repubblica 29 agosto 2011

Ancora un’intervista di Cesare Battisti, questa volta alla rivista brasiliana «Istoé», l’ultima di una serie che si immagina lunga. Forse la soluzione migliore sarebbe ignorarlo, lasciandolo cuocere nella sua gaglioffa mediocrità. Ma poi si pensa alle vittime senza giustizia delle sue azioni, lo si sorprende su una spiaggia brasiliana a cesellare, tra una battuta di pesca e l’altra, la propria immagine di scrittore maudit e allora non si riesce a sfuggire all’esigenza civile di rispondere colpo su colpo alle menzogne da lui rilasciate a mezzo stampa.

La prima bugia riguarda l’affermazione che le autorità italiane avrebbero torturato i responsabili degli omicidi per i quali ora Battisti si dichiara innocente. Non è vero, ma in questo modo si vuole accreditare davanti all’opinione pubblica internazionale una visione distorta dell’Italia negli anni Settanta. Nel nostro Paese la lotta contro il terrorismo è stata condotta in difesa della libertà e delle istituzioni democratiche e ciò è avvenuto nel rispetto dello Stato di diritto e senza ricorrere a tribunali straordinari, nonostante le tante pressioni e vere e proprie provocazioni che provenivano in tal senso dalla società civile, dalla destra reazionaria come dalla sinistra estremista, affinché fossero adottate leggi speciali con l’obiettivo di radicalizzare vieppiù lo scontro politico e sociale. Battisti è stato condannato non per le sue opinioni politiche, ma per avere ucciso esponenti delle forze dell’ordine e cittadini inermi e per i reati di banda armata, rapina e detenzione di armi che nel corso degli anni ha persino rivendicato in pubbliche interviste. Le sentenze che lo riguardano sono passate in giudicato, dopo giusti processi celebrati davanti a corti popolari che hanno superato il vaglio della Cassazione. Essendo latitante, l’imputato è stato condannato in contumacia, ma non ha mai rinunciato al diritto di difesa degli avvocati da lui nominati che gli è stato garantito in ogni grado di giudizio. Presentarsi come un perseguitato della giustizia italiana «torturatrice» è un ulteriore schiaffo alle sue vittime e al popolo italiano, in nome del quale quelle sentenze sono state emesse.

La seconda menzogna consiste nell’avere affermato che egli, quando sono stati commessi i reati per cui è stato condannato, non faceva più parte dei Proletari armati per il comunismo, un gruppuscolo sanguinario che tra il 1977 e il 1979 ha fluttuato tra l’aria di autonomia e quella delle Brigate rosse, dentro la galassia composita del «partito armato». Un simile atteggiamento rientra nella spregiudicata difesa adottata da Battisti, un delinquente comune politicizzatosi in carcere nel 1977 e che, in seguito, ha disinvoltamente rivendicato o rinnegato la propria adesione alla lotta armata in base alle sue convenienze. L’ha rivendicata quando si trattava di sfruttare a proprio favore l’ondata di sostegno che ampi settori del mondo culturale e politico parigino hanno offerto ai fuorusciti italiani in Francia, i quali hanno trasformato Battisti nell’icona del ribelle indignato in lotta contro l’Italia corrotta; ha dismesso quei panni dopo che ha raggiunto il Brasile, quando ha capito che ciò avrebbe potuto ostacolare la sua libertà. Battisti è un assassino che ha nobilitato le proprie azioni rivestendole di motivazioni ideologiche e letterarie prêt-à-porter, senza però mai rinunciare a un abito giustizialista e superomista che ha costituito il filo conduttore della sua azione. Oggi gode del grottesco status di rifugiato politico, il primo offerto a un italiano dai tempi del fascismo, un’offesa grave perché equipara la democrazia italiana a uno Stato che nega le libertà politiche e civili.

La terza menzogna è quella più sgradevole: egli afferma che alla maggioranza degli italiani non importa nulla della sua posizione e che dietro la campagna contro di lui ci sarebbero gruppi di estrema destra manipolati. Non è così, gran parte dell’opinione pubblica italiana è indignata per la mancata estradizione di un condannato a 4 ergastoli, a partire dal presidente della Repubblica fino all’ultimo dei suoi cittadini dotato di ragionevolezza e senso dell’equilibrio: una richiesta propria anche della cultura progressista di questo Paese per cui è intollerabile che tale impunità si accompagni ad atteggiamenti tanto provocatori.

Gli anni Settanta sono stati un decennio ricco e complesso, caratterizzato non solo dalla violenza politica, ma anche da una serie di importanti riforme civili: l’aspetto più grottesco di questa storia è che debbano trovare come simbolo mediatico una caricatura estetizzante come quella di Battisti. Chissà se il senso di colpa sia entrato in lui come un tarlo nel legno e lo stia corrodendo lentamente, un giorno dopo l’altro: almeno il suo silenzio ci aiuterebbe a pensarlo.

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Il pene della Repubblica: risposta a Miguel Gotor 1/continua

Miguel Gotor risponde alle critiche
Cronache sulla latitanza e altre storie di esuli
Le torture contro i militanti della lotta armata
Lo stato di eccezione giudiziario

Stazione di Bologna, una strage di depistaggi

Strage di Bologna

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Link sulla strage di Bologna
Storia di Mauro Di Vittorio vittima della strage di Bologna che Raisi e Fioravanti vorrebbero trasformare in carnefice
Daniele Pifano sbugiarda il deputato Fli Raisi: “Mauro Di Vittorio non ha mai fatto parte del Collettivo del policlinico, né dei Comitati autonomi operai di via dei Volsci
Il nuovo depistaggio: Raisi, Fli, tira in ballo una delle vittime nel disperato tentativo di puntellare la sgangherata pista palestinese
Strage di Bologna, i depistaggi sono la continuazione dello stragismo con altri mezzi. Risposta a Enzo Raisi
Strage di Bologna, in arrivo un nuovo depistaggio. Enzo Raisi, Fli, tira in ballo una delle vittime nel disperato tentativo di puntellare la sgangherata pista palestinese
Giovanni de Luna, “Golpismo e stragismo non sono proponibili come un paradigma esaustivo della storia degli anni 70”
lapattumieradellastoria.blogspot.it: Un Valpreda per Bologna
Strage di Bologna, i palestinesi non c’entrano
Strage di Bologna, la montatura della pista palestinese
Strage di Bologna, l’ultimo depistaggio


Link strage di Brescia

Strage di Brescia: la grande ingenuità di chi ha creduto che la magistratura potesse arrivare alla verità senza cambiamenti politici profondi nelle istituzioni coinvolte
Giovanni de Luna, “Golpismo e stragismo non sono proponibili come un paradigma esaustivo della storia degli anni 70”
De Luna: “Senza verità giudiziaria il passato non passa”


Link sulle teorie del complotto

I limiti della dietrologia
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
Lotta armata e teorie del complotto – Paolo Persichetti
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico – Paolo Persichetti
Il caso Moro – Paolo Persichetti
Stato e dietrologia – Marco Clementi
Doppio Stato, una teoria in cattivo stato – Vladimiro Satta

Dietrologia e doppio Stato nella narrazione storiografica della sinistra italiana – Paolo Persichetti
La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori – Pierluigi Battista
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi
Le thème du complot dans l’historiographie italienne – Paolo Persichetti
I marziani a Reggio Emilia – Paolo Nori

Link sulla strage di Ustica
Ustica trentanni dopo l’anniversario delle verità contrapposte


Link sul rapporto tra storia e memoria
Quando la memoria uccide la ricerca storica – Paolo Persichetti
Storia e giornate della memoria – Marco Clementi

La liberazione condizionale e la “lettera scarlatta”

Fonte: davidesteccanella.postilla.it
12 luglio 2011

Qualche volta capita che sia il legislatore a scrivere male la legge ma qualche altra volta capita invece che sia il suo interprete designato a male applicare una legge scritta bene, è il caso, lo diciamo subito, della più recente tendenza giurisprudenziale in materia di liberazione condizionale, ovvero di quella speciale causa di estinzione della pena prevista all’art. 176 del capo II del titolo VI del Codice Penale.
La indicazione della “collocazione” sistematica di tale norma è fondamentale per comprendere preliminarmente che se è vero che la competenza a decidere in subiecta materia spetta, ai sensi dell’art. 682 Cpp, al Tribunale di Sorveglianza, ciò non significa affatto che la liberazione condizionale (introdotta, seppure in seguito modificata, ancora nel 1930) possa in alcun modo essere inquadrata tra tutte quelle norme extra codice (vd. legge Gozzini) di più recente introduzione che prevedono il ricorso a forme alternative alla detenzione per la esecuzione della pena inflitta, e che, come noto, costituiscono l’abituale alveo decisionale del Tribunale citato.

In altri termini e per meglio chiarire quello di cui si sta parlando, non si tratta di un “beneficio” o di una diversa modalità carceraria, bensì di un vero e proprio diritto stabilito dal Codice Penale. Il che comporta la necessità di affrontare l’art. 176 Cp seguendo due fondamentali e peculiari principi di base che regolano l’intero sistema generale del nostro Ordinamento penale. Il primo è che trattandosi di causa di estinzione di pena, e come tale collocata insieme alle altre cause estintive di reato o di pena nel citato titolo VI (sospensione condizionale, prescrizione, indulto, grazia, morte del reo, remissione querela, riabilitazione etc.) e non già di sua modalità esecutiva alternativa, la funzione del Giudice che la deve applicare si presenta più di natura accertativo-dichiarativa che valutativa o premiale.

Il secondo è che trattandosi di norma penale sostanziale occorre necessariamente rifarsi ai noti principi di certezza e tassatività (con conseguente divieto di analogia) nonché di irretroattività eccezion fatta per l’applicazione del principio del favor rei, il che sostanzialmente significa il dovere da parte del Giudice di applicare nulla di più e nulla di meno di quanto era scritto al momento in cui ha avuto inizio la commissione del reato.
A seguito dell’ultima modifica del 1986, l’attuale art. 176 Cp stabilisce che “il condannato a pena detentiva che durante il tempo di esecuzione della pena abbia tenuto un comportamento tale da far ritenere sicuro il suo ravvedimento può essere ammesso alla liberazione condizionale se ha scontato almeno la metà della pena inflittagli qualora il rimanente pena non superi i 5 anni” e con specifico riferimento ai condannati all’ergastolo al terzo comma che “il condannato all’ergastolo può essere ammesso alla liberazione condizionale quando abbia scontato almeno 26 anni di pena”.

La norma pertanto, anche per il condannato all’ergastolo, è molto chiara, per accedere alla causa estintiva di cui all’art. 176 Cp occorre che si siano verificate due precise e tassative condizioni di cui una sola delle due risulta affidata alla valutazione del Giudice, essendo l’altra meramente temporale, e pertanto del tutto oggettiva (almeno 26 anni di pena scontata).
Quindi una volta ritenuta, a seguito di rapido conteggio matematico della pena già eseguita, per così dire “ammissibile” la richiesta in oggetto, il Tribunale adito dovrà solo valutare la sussistenza o meno dell’ulteriore requisito, ovvero che il comportamento del condannato durante la esecuzione possa fare ritenere sicuro il suo “ravvedimento”.

Fermo restando che il concetto di “ravvedimento” non può certo richiamare concetti meta-giuridici è necessario capire, attraverso una lettura sistematica del Codice Penale, cosa il legislatore del 1930 avesse inteso allorché ebbe ad inserire, quale condizione necessaria a questa ipotesi di estinzione di pena, l’accertamento del sicuro ravvedimento del condannato.
Posto che da nessuna altra parte del codice è dato di ravvisare siffatto termine, cominciamo da un semplice ragionamento ad excludendum per ricavare che non ci si può richiamare nè a quella previsione di “recesso attivo” di cui all’ultimo comma dell’art. 56 Cp o di cui all’art. 605 Cp et similia, né al diverso concetto di “risarcimento” della vittima di cui alla speciale attenuante ex art. 62 n. 6 Cp che oltretutto richiede, come peraltro nel caso di recesso, che la condizione si verifichi prima del Giudizio di cognizione.

Tornando quindi alla norma in oggetto risulta di immediata evidenza l’inserimento di un duplice e fondamentale richiamo di natura temporale sia con riferimento al momento in cui il comportamento previsto viene richiesto, sia con riferimento al momento in cui detto comportamento deve essere valutato quale ravvedimento ai fini imposti dall’art. 176 Cp, momenti che, come è evidente, non coincidono affatto. Il comportamento del detenuto infatti viene valutato in un momento di molto successivo al suo effettivo verificarsi, giacchè, nel caso dell’ergastolano, il Giudice è chiamato a valutare come prova di odierno “ravvedimento” un comportamento progressivo ed assai lungo tenuto dal condannato nel corso dei suoi precedenti 26 anni di detenzione.
Potremmo dire che si tratti di una sorta di “coda” e di molto successiva a quella precedente valutazione fatta dal Giudice di cognizione al momento di quantificare la giusta pena secondo il disposto di cui all’art. 133 Cp che richiede, come noto, alla lett c) di valutare anche la condotta susseguente al reato, giacchè al Giudice della esecuzione viene in questo caso richiesto di valutare molti anni dopo la condotta susseguente all’inizio della detenzione.
In pratica il Tribunale di sorveglianza deve ricostruire il solo precorso carcerario del condannato e solo sulla base di quello decidere poi se ricorra o meno il requisito dell’intervenuto ravvedimento, nulla di più e nulla di meno.

Ecco quindi che al solo e limitato detto fine possono ben soccorrere, e non già quale similare alveo applicativo bensì quale utile strumento di valutazione, tutte quelle precedentemente citate norme che facoltizzano misure alternative alla detenzione, giacchè, tanto per dire, se il condannato all’ergastolo beneficia proficuamente da anni del regime della semilibertà (ovvero si reca al lavoro durante il giorno e fa ritorno in cella per la notte), la certezza dell’intervenuto ravvedimento è già belle che… raggiunta e comprovata in modo concreto, mentre più approfondita dovrà invece essere la indagine del Tribunale di sorveglianza in caso di reclusione mai interrotta, ma anche a tale fine si ritiene che gli incidentali provvedimenti in materia di liberazione anticipata (beneficio che abbuona ogni 6 mesi 15 giorni di condanna in caso di corretto comportamento carcerario) potrebbero fornire utili elementi di valutazione in tal senso.

Tutto questo appare a chi scrive di preclara chiarezza al punto da non richiedere la stesura della presente nota se non fosse che è risultato che ad alcuni condannati all’ergastolo per i cd. delitti politici degli anni settanta venga da qualche tempo richiesta dai vari Tribunali di sorveglianza italiani una condizione in più per accedere dopo 26 anni di carcere alla prevista estinzione, ossia la prova dell’avvenuto invio da parte del condannato di una lettera di contatto o di scuse alle vittime del delitto per il quale oltre 30 anni fa era intervenuta condanna (???).

In pratica, solo la allegazione di un tale invio, ed a prescindere ovviamente dal suo successivo esito (non trattandosi di domanda di grazia), consentirebbe, secondo le più recenti pronunce, di ritenere sicuro quel ravvedimento richiesto all’art. 176 Cp. Questa è la altrimenti incomprensibile ragione per cui oggi, pur in presenza di identici destini giudiziari, alcuni condannati all’ergastolo hanno ottenuto la liberazione condizionale ed altri no, né risulta, mi si dice, pendente una loro istanza in tal senso.
Ora, fermo restando che anche dal punto di vista “etico” (che peraltro qui di certo non rileva) imporre ad una vittima a distanza di anni la odiosa invasività anche solo della ricezione di uno scritto proveniente da chi anni addietro ha sconvolto la sua esistenza e per di più al dichiarato fine di consentire a quest’ultimo di ottenere la libertà dallo Stato, è fatto invero increscioso e di raro cinismo (e non a caso contro tale assurda giurisprudenza si è mossa da tempo, e con commendevole impegno, la parlamentare Sabina Rossa, figlia di quel Guido Rossa a suo tempo assassinato da un nucleo armato delle BR), occorre osservare che dal punto di vista giuridico tale “prassi” appare del tutto in contrasto sia con lo spirito che con il dettato della norma de quo.
La liberazione condizionale infatti non è un “premio” che lo Stato concede a chi ha chiesto 30 anni dopo scusa alla parte civile o si è dissociato, bensì una precisa e codificata causa di estinzione di una pena che, dopo un determinato (e ragionato e calibrato) lasso di tempo ha, secondo lo Stato (e non altri…) cessato di dispiegare i propri effetti afflittivi e sanzionatori per il reo.

Residuando quindi da valutarsi il secondo aspetto per cui lo Stato ha previsto (e comminato) una pena, ovverosia quello “recuperatorio” al tessuto sociale della collettività, a questo e solo a questo e non ad altro, occorre fare riferimento per l’accertamento della citata estinzione.
Chiedere inopinatamente alle vittime di “togliergli le castagne dal fuoco” appare, da parte dello Stato, non solo fortemente ipocrita e dimostrativo di una inaccettabile perdita di autorità, ma anche e più semplicemente, a mio modesto avviso, palesemente disapplicativo di una precisa disposizione di legge del Codice Penale che peraltro, al momento del fatto per cui è intervenuta condanna, nessuno poteva prevedere avrebbe successivamente sofferto di siffatta inopinata “aggiunta” giurisprudenziale che fino a qualche anno fa non aveva mai fatto la sua comparsa nei tanti provvedimenti in tal senso.

Mi domando sinceramente come sia possibile che sul punto non intervenga una buona volta la Suprema Corte di Cassazione.

www.avvocatosteccanella.it

Link
Quando ai familiari delle vittime si chiede di divenire gli esecutori delle pene. Postille ad un articolo di Claudio Magris
Populismo penale e vittimismo
Retoriche vittimarie e talk show

Sabina rossa e gli ex-terroristi: siano liberi senza il sì di noi vittime (Corriere della sera)
Sabina Rossa, “Cari brigatisti confrontiamoci alla pari”
Prospero Gallinari chiede la liberazione condizionale e lo Stato si nasconde dietro le parti civili
Emergenza giudiziaria e logica premiale
Il paradigma vittimario

Genova G8: Violenze, torture e omertà. La cultura opaca delle forze di polizia

Il formaggio e i vermi di Sebastiano Vassalli, la resistenza operaia di ieri, l’insubordinazione metropolitana dei black bloc di oggi e il corporativismo mafioso dei corpi di polizia

Paolo Persichetti
Liberazione 9 luglio 2011

Quella che il grande storico del movimento operaio Edward Palmer Thompson definì in un’opera celebre, «l’opacità operaia» (in La formazione della classe operaia inglese), è stata per decenni oggetto di approfonditi studi sociologici. L’attenzione degli studiosi era rivolta alla comprensione dei meccanismi che portano i ceti subalterni a frapporre una sorta di schermo protettivo, al coperto del quale riescono a dare vita e riprodurre una cultura resistente, oppositiva, solidale e autonoma, il più delle volte ritenuta illegittima e pericolosa dai ceti dominanti che esercitano il monopolio della legalità. L’opacità è dunque la condizione essenziale per tutelare la propria libertà e sottrarsi ai valori legittimi espressi e imposti dai ceti dominanti. Da questo genere di ricerche hanno preso avvio i Subaltern Studies, che si occupano appunto delle culture oppresse, cancellate, perseguitate. In Italia, nel corso degli anni 70, l’opacità operaia non fu oggetto di studi ma entrò nel mirino delle inchieste giudiziarie condotte dalla magistratura contro la lotta armata sorta nelle fabbriche. Soprattutto divenne un “problema politico” per le forze sindacali e il partito comunista che concentrarono contro di essa ogni tipo di sforzo. Sgretolare l’opacità operaia, fidelizzando la classe lavoratrice alla cultura della legalità istituzionale, fu l’obiettivo portato avanti non solo con mezzi ideologici ma anche ricorrendo alla delazione organizzata, all’infiltrazione condotta in accordo con le forze speciali dell’antiterrorismo guidate dal generale Alberto Dalla Chiesa. La città di Genova, e le sue fabbriche, furono uno dei luoghi dove più aspro divenne questo confronto. Genova, sempre Genova. Una città che con la sua storia ha segnato tante svolte, come quella del luglio 60. Ebbene, sempre a Genova nel 2001, durante le sanguinose giornate del G8, abbiamo visto emergere in modo deflagrante un’altra forma di opacità: quella poliziesca, risvolto cinico e feroce del sovversivismo delle classi dominanti. «Cosa accade nella testa di un uomo perché diventi un poliziotto?». La lungimirante domanda non sarebbe più d’attualità secondo Sebastiano Vassalli, che sul Corriere della sera di pochi giorni fa ricordava come questa frase apparisse su un manifesto del 68 parigino. Se il compito dei giovani è diventare vecchi, come diceva Benedetto Croce, il sessantenne Vassalli c’è riuscito benissimo e dalla sua canuta agiatezza spiega alle malcapitate generazioni precarie di oggi che la polizia non può essere più percepita come il baluardo di ciò che il poeta Pablo Neruda chiamava «il formaggio del capitalismo», con i suoi «pallidi vermi». Oggi il problema sarebbe dato da un altro formaggio, «quello della democrazia» che rende possibile un nuovo genere di vermi, «i black bloc», a suo dire protagonisti dei «fatti tragici e demenziali della Valsusa». Abituato alla cucina della sua casa Vassalli non s’accorge che il formaggio della democrazia è stato divorato da tempo e quello del capitalismo è pieno di buchi provocati dai roditori della finanza internazionale. Contrariamente a quel che sostiene Vassalli quella domanda ha oggi ancora più senso, anche se pure i vermi hanno fame, a partire da quella opacità poliziesca che ci è stata raccontata dalla difficile inchiesta sulle violenze e torture genovesi del G8. Una lunga catena di falsità che dai più alti vertici delle forze dell’ordine scendeva fino agli ultimi gradi della scala gerarchica: dalle ragioni inventate (la presenza dei black bloc) per giustificare l’irruzione e il brutale pestaggio nella scuola Diaz, alla fabbricazione di false testimonianze che hanno visto protagonisti l’allora capo della polizia Giovanni De Gennaro, il capo della Digos genovese Spartaco Mortola e il questore Francesco Colucci; al tentativo di introdurre, sempre nella palestra dove era appena avvenuto il massacro, due bottiglie molotov trovate altrove, ai falsi verbali che attribuivano ai fermati comportamenti violenti o addirittura cambiavano il luogo del fermo in modo da coinvolgerli in situazioni compromettenti; al falso accoltellamento denunciato da un poliziotto, Massimo Nucera, che invece lacerò appositamente il proprio giubbotto per accreditare l’aggressione subita e dunque far passare il pestaggio come una legittima difesa contro dei violenti animati da tentazioni omicide. Atteggiamento menzognero reiterato da Nucera recentemente. Una sentenza del tribunale di Teramo, infatti, l’ha condannato nel maggio 2010 ad un anno e 4 mesi di reclusione per aver fornito falsa testimonianza nel tentativo di scagionare due suoi colleghi che avevano pestato (31 giorni di prognosi) un tifoso durante l’incontro di basket Teramo-Rosetana.
L’opacità poliziesca oggi è un problema anche per la procura genovese che ha chiesto la collocazione ad altro servizio dell’ispettore Antonio Del Giacco, condannato ad otto mesi, insieme ad altri poliziotti, per per aver fabbricato prove false contro alcuni no-global, prima aggrediti e poi arrestati, la mattina del 20 luglio 2001.

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