Rivelazioni – Per denunciare un depistaggio è opportuno rivolgersi a un depistatore di professione, condannato per questo dalla giustizia? Per denunciare il presunto ruolo avuto da Servizi segreti occidentali, insieme a massonerie e consorterie varie, è normale chiedere l’aiuto di colui che è ritenuto una delle figure apicali del cosiddetto «Sismi parallelo», stretto collaboratore del generale Santovito, capo del Sismi ufficiale? Sarebbe come se la pecora chiedesse al lupo di scoprire chi ha mangiato i suoi agnellini. Ebbene, è proprio quello che ha fatto Sigfrido Ranucci per confezionare la puntata di Report sul sequestro Moro, andata in onda ieri sera dopo un impressionante battage pubblicitario sulle verità nascoste e finalmente rivelate.
Francesco Pazienza interviene per «dare una mano» a Report Siamo venuti in possesso di uno scambio whatsapp tra Francesco Pazienza e Cristiano Lovatelli Ravarino, giornalista italoamericano, avvenuto nella fase preparatoria della trasmissione. Pazienza, in un inglese alquanto incerto, chiede a Ravarino se può aiutarlo «con particolari mai svelati riguardanti la tragedia di Moro?». Si tratta – prosegue – «di una nuova ricostruzione del rapimento e della morte da parte della televisione italiana. Mi hai accennato ad alcuni particolari riguardanti il luogo di Roma dove era stato ritrovato il corpo di Moro». Pazienza fa riferimento alla parentela di Ravarino con la nobile famiglia Caetani, via nella quale venne fatto trovare Moro all’interno della Renault 4 la mattina del 9 maggio 1978 ed è situato palazzo Caetani.
A quel punto Ravarino chiede se «è un collega giornalista americano che ti sta intervistando?» e Pazienza risponde: «No, Rai e non mi sta intervistando. Se posso cerco sempre di dare una mano», quindi informa Ravarino: «Ti contatterà Sigfrido Ranucci se mi dai l’ok per dargli il tuo numero». Ravarino accetta anche se alla fine non è stato coinvolto nella trasmissione. Ma il punto, diremmo lo scandalo, la vergogna, la presa in giro per tutti gli ascoltatori e utenti della televisione pubblica, è il coinvolgimento di Pazienza nella costruzione della inchiesta. Una inaspettata circostanza che spiega a quale mondo gli autori di Report si sono abbeverati per raccontare i presunti segreti del sequestro Moro. Un mondo di depistatori, fatto di agenti informali dei Servizi, di relazioni ambigue e poco trasparenti, abituati ad agire nell’ombra, dietro le quinte e che secondo i giornalisti di Report avrebbero il dono di fare luce su vicende come il sequestro dello statista democristiano. Singolare paradosso per una trasmissione a tesi che ripropina la versione, ormai screditata, del ruolo giocato nella vicenda dai servizi americani-inglesi-mossad-massoneria-P2-’ndarngheta-fino al commissariato di Montemario per bloccare «l’accordo rivoluzionario tra DC e Pci», come ha detto in trasmissione lo stesso Ranucci. Un po’ come chiedere al leone di raccontare la storia della gazzella, tramanda un vecchio proverbio africano. Una contraddizione inquietante che solleva dubbi sulla genuinità degli intenti e sulla correttezza del lavoro svolto. Potremmo fermarci qui senza aggiungere altro, perché l’ingombrante figura di Francesco Pazienza è già molto, anzi troppo.
Una discarica della dietrologia Su quello che ci ha propinato la puntata di ieri sera, una sorta di discarica dell’ultima dietrologia raccolta tra i rifiuti della commissione Moro 2 e la relazione del magistrato Guido Salvini presentata nella scorsa legislatura per la commissione antimafia, in realtà si è già scritto e detto molto negli anni passati. Ripercorrere ogni questione, punto per punto, richiederebbe lo spazio di uno o più libri già scritti e pubblicati, per questo rinvio ai lavori di Clementi, Satta, Lo Foco, Armeni, e ai miei, nonché alle molte pagine di questo blog dedicate a queste vicende, dove le fake news propinate sono state smontate e chiarite ampiamente.
La memoria scivolosa di Claudio Signorile Ieri sera il succo della trasmissione ruotava attorno alla testimonianza dell’ex segretario del partito socialista Claudio Signorile, personaggio dalla memoria scivolosa che ha cambiato più volte versione nel tempo, arricchendola di particolari mai citati in precedenza e anticipando ogni volta gli orari dell’incontro con Cossiga, la mattina del 9 maggio 1978 al Viminale, e l’arrivo della telefonata che l’avvertiva del ritrovamento del corpo di Moro (leggi qui). Davanti alla corte d’assise del primo processo Moro, quando i fatti non erano lontani e la memoria fresca, Signorile non accennò mai all’episodio. La sua versione è sostanzialmente cambiata tre anni dopo la morte dell’ex presidente della Repubblica (2010), l’unico che poteva smentirlo, e le dichiarazioni di uno degli artificieri chiamati il 9 maggio in via Caetani per aprire la Renault 4. Modificando nel 2013, a distanza di decenni, la sua versione, l’artificiere sostenne che Cossiga sarebbe arrivato sul luogo prima della telefonata dei brigatisti che annunciavano la riconsegna del corpo. Vitantonio Raso, questo il suo nome, dopo una inchiesta che verificò l’inattendibilità della sua nuova versione venne indagato per calunnia e depistaggio dalla magistratura. L’episodio riaccese l’incerta memoria di un Signorile attempato e senile che, dimenticando la ragione politica per cui era andato da Cossiga quella mattina, ovvero perorare la trattativa proprio il giorno in cui Fanfani aveva promesso di dire qualcosa durante i lavori della Direzione democristiana, cosa che non fece tacendo, accusa l’allora ministro dell’Interno di aver saputo in anticipo della morte di Moro e di essere per questo in qualche modo coinvolto nella sua uccisione, non più per mano brigatista o solo brigatista, ma di altre forze, i servizi inglesi, che sarebbero subentrati.
De relato, morti che parlano o non possono replicare La tecnica narrativa impiegata nella puntata e ripresa dai lavori di noti dietrologi e ipercomplottisti è interamente costruita su congetture, ipotesi, periodi ipotetici della irrealtà, de relato di secondo o terzo grado, che hanno come fonte originaria dei defunti, morti che parlano come per la vicenda di via dei Massimi, uno degli ultimi topos della dietrologia, che tanto ha ossessionato i lavori della commissione Moro 2 presieduta dal Giuseppe Fioroni. Un pallino, in realtà, di alcuni suoi consulenti, come il colonnello dei carabinieri Giraudo e il giudice Salvini, abili nel far parlare i defunti, come il portiere del palazzo che avrebbe raccolto le confidenze dell’altro defunto, il generale D’Ascia (sembra un’agenzia funebre), militare del genio, fonte della guardia di finanza con il compito di monitorare una palazzina frequentata dal cardinale Marcinkus (implicato nello scandalo dello Ior) e da altri prelati vaticani e diplomatici. Surreale la testimonianza dei figli del portiere presentata durante la trasmissione. In questa sua veste, D’Ascia, o meglio i suoi de relato riferiti al portiere e riportati dai figli, avrebbero dato sfoggio alla sua mitomania attirando l’attenzione su una giornalista, corrispondente dei più importanti settimanali tedeschi e della televisione pubblica, che aveva avuto una figlia con il parlamentare del Pdup Lucio Magri, ed era amica di Franco Piperno. Le accuse mosse contro la donna dalla commissione Moro 2 hanno dato luogo ad una querela (Leggi qui) contro uno dei suoi membri, Gero Grassi, è oggi sono approdate alla corte europea di Strasburgo, dove è stato depositato un ricorso contro lo Stato italiano (leggi qui). Abbiamo così saputo che Marcinkus amava banchettare in giardino con carni arrostiste sul barbecue e che la prima prigione di Moro sarebbe stata una dépendance abusiva situata sul balcone dell’alloggio dell’ambasciatore dello Scia di Persia, che non era l’Iran di Komeini. In una città super blindata, Moro non sarebbe mai approdato in via Montalcini ma avrebbe trascorso una vacanza nella villa degli Odescalchi a Palo Laziale, passeggiando sulla sabbia che gli rimase nel risvolto dei pantaloni, quindi ricondotto lungo la via Aurelia, dove ogni chilometro c’era un posto di blocco con nido di mitragliatrici, avrebbe transitato per il ghetto per poi essere ucciso in un deposito di via della Chiesa nuova. Anche qui rivelazione ricavata dai de relato di due morti: De Lutiis e Vincenzo Parisi, ex capo della Polizia e del Sisde. Un pezzo da «Blob» è stata invece la lunga testimonianza dell’anonimo travisato nel buio di una stanza, una sorta di teste della corona presentato come un poliziotto esperto a cui venivano fatte raccontare circostanze inverificabili o già note, perché riportate nelle relazioni annuali della Cm2. Insomma un giornalismo che non ha nemmeno il coraggio di presentare le sue fonti in chiaro, accettando il principio della verificabilità. Ne è venuto fuori un racconto obliquo, opaco, immerso nella melma acquitrinosa e malarica del complottismo. E chissà alla fine cosa penserà il povero Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione familiari della vittime della strage di Bologna, per essere intervenuto in una trasmissione che ha visto tra i collaboratori anche Francesco Pazienza, condannato per il depistaggio sulla strage.
Nel corso della trasmissione in onda su Report in questo momento l’ex vice segretario del partito socialista Claudio Signorile afferma di essere stato convocato al Viminale dall’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga la mattina del 9 maggio. Nel corso dell’incontro – afferma – Cossiga sarebbe stato avvisato da una telefonata del ritrovamento del corpo di Aldo Moro. La comunicazione sarebbe giunta, secondo Signorile non oltre le 10.00 del mattino, perché ricorda che prese con un caffé «e il caffé non si prende a tarda mattinata». La telefonata che Valerio Morucci per conto delle Brigate rosse fece al professor Tritto è delle 12.13 minuti. La notizia venne diramata dall’Ansa alle 13.59 mentre il centralinio della sala operativa dei carabinieri riceve comunicazione del ritrovamento di un corpo all’interno di una Ranault 4 in via Caetani alle 13.50 e alle aale 13.59 conferma che si trattava del cadavere di Aldo Moro. La testimonianza di Signorile lascia intendere dunque che apparati dello Stato erano al corrente del rinvenimento del corpo dello statista democristiano prima della telefonata della Brigate rosse. Una ricostruzione che porterebbe a ritenere provato il coinvolgimento di questi apparati nella esecuzione o comunque nella conoscenza delle ultime mosse fatte dalle Brigate rosse in quelle ore.
Una memoria scivolosa che cambia nel tempo Tuttavia la testimonianza attuale di Signorile contrasta con quanto da lui affermato in passato. A pochi anni di distanza dal ritrovamento del corpo di Moro, nei primi anni 80 davanti alla corte d’assise dove si svolgeva il primo processo sul sequestro dello statista democristiano, Signorile lungamente interrogato dal presidente e dalle parti civili non fece mai riferimento all’incontro conn Cossiga e tantomeno alla telefonata da lui ricevuta con largo anticipo sull’orario ufficiale sul ritrovamento del corpo di Moro. Nel 1980 audito dalla prima commissione Moro accennò per la prima volta all’incontro con Cossiga, dove si era recato per perorare la causa della trattativa. quella mattina infatti si riuniva la direzione della Dc e Fanfani, da lui convinto, avrebbe dovuto prendere la parola in favore di un’apertura verso la trattativa. Disse che intorno alla 11 giunse la telefonata che avvertì Cossiga del ritrovamento del corpo di Moro. In commissione nessuno eccepì sull’orario, in largo anticipo con quello ufficiale, eppure erano presenti i vari Flamigni e compagni. Probabilmente intesero nell’orario inesatto di Signorile che volesse intendere in tarda mattinata o che le 11 era l’ora in cui fosse arrivato all’appuntamento. Nel 1999 davanti alla commissione Pellegrino, Signorile tornò sull’incontro con Cossiga la mattina del 9 maggio 1978 senza riferire della telefonata giunta in anticipo. Nel 2010 Francesco Cossiga è morto. Nel 2013 l’artificiere Vittantonio Raso che la mattina del 9 maggio giunse in vai Caetani per le verifiche di sicurezza e l’apertura del portellone della Renault 4 dove si trovava Moro affermò di esser giunto sul posto con largo anticipo rispetto all’orario poi divenuto ufficiale e disse di aver visto Cossiga giungere una prima volta da solo e poi succesivamente, quando la notizia venne diffusa, con le altre autorità. L’inchiesta che ne seguì però smenti le sue affermazioni tanto da finire indagato per falsa testimonianza. Dopo le parole dell’artificiere, improvvisamente Claudio Signorile ritrovò la memoria per affermare che il 9 maggio era andato da Cossiga, stavolta non più per parlare della trattativa e di Fanfani ma convocato dal ministro dell’Interno che gli sarebbe apparso molto teso. Anche l’orario cambiava, non più le 11 ma tra le 9 e le 10, perché il caffé, che presero insieme, si prende presto e così anche la telefonata, il cicalino che suonò sulla scrivania del minsitro, si fece sentire molto prima. Insomma la polizia e Cossiga avrebbero saputo del ritrovamento del corpo la mattina del 9 maggio e questo perché forze straniere avrebbero agito quel giorno sostituendosi e imponendosi sulle Brigate rosse. Da allora Signorile ha ribadito questa versione in interviste e in davanti la seconda commissione Moro nel 2016. Insomma una memoria scivolosa quella dell’ex segretario del partito socialista che si arricchisce nel tempo di dettagli per decenni dimenticati e soprattutto quando chi potrebbe smentirlo e morto. Forse Signorile ha bisogno di dire queste cose per farsi perdonare il suo convolgimento nel tentativo di dare vita ad una trattativa che salvasse Moro.
Con un pressante battage pubblicitario diffuso sui social Sigfrido Ranucci e i suoi della trasmissione Report, un format d’approfondimento televisivo prodotto da Rai tre che attinge spesso al mondo opaco delle fonti riservate, propone per la prossima domenica 7 gennaio 2024 una inchiesta sulle verità che sarebbero rimaste fino ad oggi nascoste sul sequestro del leader democristiano Aldo Moro, avvenuto nel marzo del 1978 da parte delle Brigate rosse. Ranucci promette grandi novità ma dai promo che annunciano la trasmissione e da quanto lui stesso ha scritto nella sua pagina Fb di nuovo sembra esserci ben poco, comprese le improponibili fake news sostenute dall’ex giudice Imposimato nella sua fase senile e che smentiscono quanto da lui fatto e scritto durante l’inchiesta e nei decenni successivi:
Argomenti infinite volte analizzati, scansionati, scarnificati durante cinque inchieste giudiziarie più altre due ancora in corso, quattro processi e relativi gradi di giudizio, quattro commissioni parlamentari, infinite inchieste giornalistiche, la memorialistica dei protagonisti, una sterminata produzione bibliografica, film, opere teatrali, blog e siti internet. Una mole gigantesca di parole, argomenti, ipotesi, suggestioni, congetture, fatti accertati e inventati, bugie, verità e menzogne, una sorta di aleph infinito e introvabile che mai è approdato a dimostrare il contrario di ciò che è realmente accaduto in quei 55 giorni e in quei diciannove anni, dal 1969 al 1988: il sequestro fu opera delle Brigate rosse, le Brigate rosse erano composte solo da operai, studenti, donne, giovani delle periferie urbane, meridionali migrati nel settentrione, le lettere di Moro erano di Moro, la fermezza, il rifiuto della trattativa chiesta prima da Moro e poi dalla Brigate rosse fu una decisione scellerata e autolesiva delle forze politiche, Dc e Pci in primis. Rievocare aspetti già chiariti, come i pochi nastri registrati dell’interrogatorio poi distrutti per tutelare la voce di chi faceva domande e discuteva con Moro (Moretti) e dopo pochi giorni non più utilizzati perché Moro scriveva tantissimo, senza bisogno di essere sollecitato, o la falsa informazione sulla mancata pubblicazione dell’interrogatorio, sequestrato in realtà dai carabinieri il primo ottobre 1978 in via Monte Nevoso a Milano, quando ancora era in fase di editing. Tirare in ballo l’assenza di una macchina blindata, che Moro non aveva perché non aveva incarichi istituzionali (e che non avrebbe fermato i brigatisti) e i protocolli di sicurezza non erano aggiornati facendosi così cogliere impreparati, tanto che dopo il sequestro furono vagliati in sede Nato dando luogo a un aggiornamento delle misure di sicurezza studiate proprio sull’esempio dell’attacco subito in via Fani (tutto ciò è documentato negli archivi resi accessibili negli ultimi anni e pubblicato anche in un libro), è solo la prova della inconsistenza di una inchiesta che cerca il sensazionalismo senza avere dalla propria parte solide fonti. Per non parlare delle affermazioni del povero Scotti, ex esponente di una corrente Dc (i nuovi dorotei della «corrente del golfo» travolta da inchieste giudiziarie per i rapporti molto stretti con la camorra, il voto di scambio, corruzione e affarismo) da sempre contraria alla politica di Moro, suo avversario di partito, che appare ridicolo nell’evocare un Moro antiatlantista, proprio lui che tra i capi di governo fu uno di quelli che più di ogni altro fece uso del segreto di Stato, gli omissis, per coprire i tentativi di golpe, i dossieraggi contro gli avversari politici, le compromissioni dei servizi segreti (che sapeva maneggiare benissimo) negli anni dell’atlantismo più eversivo che volle coprire più che difendere, animato da un profondo conservatorismo delle istituzioni. Richiamare il ruolo di Kissinger quando l’amministrazione Usa non era più in mano a Nixon, dopo lo scandalo Watergate, ma al democratico Carter con Vance e Brzezinski a governare la politica estera e la sicurezza nazionale. Oppure citare perizie dei carabinieri (del tutto inesistenti) che smentirebbero l’esecuzione di Moro nel garage di via Montalcini, con tanto di testimone che vide il frontalino della R4, come ha fatto Ilaria Moroni, la presidente della Fondazione Flamigni, una delle agenzie più attive nella intossicazione dei fatti e nella produzione di fake news, allorché le prove di tiro e acustiche nonché gli studi sulle macchie di sangue svolte dal Ris, su richiesta della Cm2 nel garage di via Montalcini, sui vestiti di Moro e sulle foto che ritraggono la Renault4, dove venne ucciso e fatto ritrovare, hanno dimostrato la piena compatibilità col racconto dei brigatisti (Moretti, Braghetti, Maccari, Gallinari). Quel poco che abbiamo visto in questi giorni è già sufficiente per ritenere che quella di domani, davanti alle bufale propinate da Report e ripetute da Sigfrido Ranucci, sarà una domenica bestiale.
«Aldo Moro non può essere stato ucciso in via Montalcini e poi portato in via Caetani». Questo dice Ilaria Moroni, direttrice dell’archivio Flamigni, nella puntata di Report che andrà in onda domenica prossima 7 gennaio di cui è stato anticipato il contenuto in un trailer che riguarda la presentazione del libro scritto dall’ex ministro Vincenzo Scotti e dall’economista Romano Benini sulla politica di Aldo Moro. «Sorvegliata speciale» è il titolo. «Le reti di collegamento della Prima Repubblica» il sottotitolo del pomo che racconta l’avversione degli Stati Uniti e soprattutto di Henry Kissinger per la politica di Moro. Scotti spiega che il segretario di Stato americano era nettamente contrario a che Moro assumesse responsabilità specialmente in relazione a Israele e Medio Oriente. Cose trite e ritrite sulle quali si discute da ormai mezzo secolo ma che servono per riproporre tutta la dietrologia possibile e immaginabile sulla strage di Via Fani e sul caso Moro. Le perizie che dimostrerebbero che Moro non fu ucciso in via Montalcini di cui parla Ilaria Moroni non esistono, non hanno nulla da spartire con gli atti di ben cinque processi. Ma la dietrologia non finisce mai, le bufale continuano. E per la fondazione Flamigni, dal nome dell’ex senatore Sergio Flamigni che fu l’antesignano dei misteri inesistenti, le bufale sul caso Moro si sono rivelate da sempre un affare a causa della consistente mole di finanziamenti pubblici dal ministero della Cultura. 40 mila euro il 9 gennaio del 2019, 38 mila euro il 15 aprile, 2000 euro il 15 ottobre. Vanno aggiunti 40 mila euro il 20 maggio dall’istituto centrale per gli archivi, 3491 euro il 7 agosto dall’Agenzia delle Entrate. Dal ministero 49.157 euro il 22 giugno, 8300 euro il 29 dicembre. Poi ancora altri soldi successivamente. Per carità tutto regolare, tutto secondo la legge. Il primo febbraio del 2021 l’archivio viene trasferito presso lo spazio Memo per gentile concessione della Regione Lazio con visita e complimenti del governatore Zingaretti. Per carità tutto regolare, tutto secondo la legge. Il primo febbraio del 2021 l’archivio viene trasferito presso lo spazio Memo per gentile concessione della Regione Lazio con visita e complimenti del governatore Zingaretti. Dietrologia e complottismo vengono incoraggiati. Ogni 16 marzo, ogni 9 maggio, a dire che bisogna ‘cercare la verità’ è per primo il Presidente della Repubblica e del Csm a discapito dei processi dove sono state escluse responsabilità diverse da quelle delle Brigate Rosse. Si tratta di esiti processuali ignorati dalle commissioni parlamentari e dalla procura di Roma che continuano la caccia alle streghe. Tra gli intervistati da Report c’è l’ex procuratore generale Luigi Ciampoli, che si vanta di aver indagato lo psichiatra Steve Pieczenik inviato in Italia dal dipartimento di Stato Usa. L’accusa era di concorso nell’omicidio Moro. Non si sa che fine abbia fatto. Adesso c’è il pm Eugenio Albamonte a continuare la caccia e non ha ancora deciso cosa fare dell’inchiesta chiusa da tempo sul ricercatore indipendente Paolo Persichetti, che il gip aveva definito “indagine senza reato e chissà mai se ci sarà”. La sensazione è che questa dietrologia, nel paese dove la Cassazione ha appena accusato il centro sociale Askatasuna di “pensare alla lotta armata”, serva non tanto per il passato quanto per governare oggi agitando un fantasma che con la realtà attuale c’entra zero.
Lunedì 4 DICEMBRE, ORE 16 presso Associazione della Stampa Estera via dell’Umiltà 83c, 00187 Roma la giornalista Brigit M. Kraatz presenterà il suo ricorso contro lo Stato italiano per averla sistematicamente calunniata in due relazioni parlamentari, Pellegrino (Comm su stragi e terrorismo) e Fioroni (Comm Moro 2) e nella recente sentenza di condanna contro Bellini per la strage di Bologna
Quando nel 2014 il democristiano Giuseppe Fioroni, allora parlamentare del Pd, si insediò alla presidenza della seconda commissione d’inchiesta parlamentare sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro non pensava certo che l’attività della sua commissione sarebbe finita sotto giudizio davanti alla corte europea di Strasburgo. Gli auspici erano ben altri: l’inevitabile gloria politica che gli sarebbe venuta per aver “finalmente disvelato” – come prometteva – la verità sul sequestro dello statista democristiano catturato dalle Brigate rosse nel marzo 1978 e ucciso dopo 55 giorni perché il suo partito, la Dc, insieme al Pci, non vollero trattare, e il conseguente inarrestabile slancio politico per la sua ulteriore carriera istituzionale. Niente di tutto questo è accaduto. La Commissione si è persa in un labirinto infinito di ipotesi complottistiche senza esiti e senza produrre una relazione finale. Al fallimento politico della sua missione parlamentare si sono aggiunte polemiche e una serie di querele per calunnia contro alcuni suoi membri. L’onta finale è stata la stroncatura politica che ha messo fine alla carriera parlamentare di Fioroni. Ed oggi, come se non bastasse, arriva anche il ricorso davanti alla corte di giustizia europea di Strasburgo, presentata dalla signora Birgit M. Kraatz, una giornalista tedesca molto nota in Italia tra gli anni 70 e 90, corrispondente delle maggiori testate giornalistiche della Germania e della Tv pubblica Zdf. Una giornalista che per un intero trentennio ha coperto l’informazione politica italiana intervistando tutti i maggiori esponenti politici della penisola: segretari di partito, figure di primo piano dell’industria e della economia. Come abbiamo già raccontato in passato (vedi qui, qui, qui e qui), il nome della signora Kraatz è indicato nell’ultima relazione che chiudeva il terzo anno di lavori della commissione come esponete di una formazione sovversiva tedesca, il «movimento politico 2 giugno» (Bewegung 2 Juni), responsabile di varie azioni armate e del rapimento dell’esponente della Cdu Peter Lorenz nel febbraio del 1975. Una intensa attività investigativa è stata condotta da diversi consulenti della commissione Moro 2 per assecondare questa tesi, un incidente clamoroso, una gaffe gigantesca ostinatamente ripetuta nonostante tutte le evidenze mostrassero il contrario. L’identità politica artefatta attribuita alla giornalista Kraatz serviva a dimostrare che Aldo Moro nei momenti successivi al sequestro sarebbe stato condotto nel complesso residenziale di via dei Massimi 91, nel quartiere della Balduina vicino alla zona del rapimento, dove all’epoca viveva anche Kraatz, per sostarvi in quella che sarebbe stata la sua prima prigione e successivamente essere trasferito.
Nulla di tutto questo è mai avvenuto, come mai la giornalista Kraatz è appartenuta al «movimento politico 2 giugno». Una calunnia contro la sua persona utile ad alimentare una gigantesca fake news. A ribadirlo ci sono due documenti della Bka, la Bundeskriminalamt, l’Ufficio della polizia criminale, ovvero la più alta autorità di polizia tedesca, che in due diverse occasioni su sollecitazione della signora Kraatz e dei suoi legali ha precisato la più totale estraneità della donna con le vicende della formazione politica sovversiva «2 giugno». I due documenti sono stati inviati, tra il febbraio e l’ottobre 2018, alla Commissione con richiesta di correggere quanto affermato nella relazione finale. Brigit M. Kraatz ha anche scritto all’allora presidente della Cm 2 Fioroni e a tutte le più alte cariche dello Stato, i due presidenti della camere e il Presidente della Repubblica, senza mai ottenere risposta e senza che la sua richiesta di correzione ottenesse soddisfazione. Oltre al danno si è infine aggiunta una beffa clamorosa: nelle motivazioni della sentenza di primo grado che condannava all’ergastolo il neofascista, legato ai “Servizi”, Paolo Bellini per la strage di Bologna, il nome della Kraatz è stato indicato nuovamente come esponente del «movimento 2 giugno». Non solo le sue richieste di correzione non sono mai state prese in considerazione, ma la calunnia è stata reiterata, estesa fino ad esser inclusa in una sentenza, sigillo di una nuova “verità giudiziaria” che va ad aggiungersi a quella politico-parlamentare. Due verità che tuttavia contrastano con quella storica. Tra l’altro, solo in questi giorni, dopo le richieste pressanti della Kraatz e un articolo che dencunciava la vicenda (qui), i documenti della polizia tedesca che scagionavano la giornalista, inizialmente scomparsi dall’archivio della commissione, sono “improvvisamente riapparsi”. Il savraitendente all’archivio storico della Camera dei deputati, dottor Paolo Massa, ha comunicato che i due documenti e la lettera all’allora presidente Fioroni sono stati ritrovati nella sezione corrispondenza della Commissione anziché in quella documentale dove sono raccolti tutti i documenti prodotti o acquisiti dalla Commissione. Una collocazione che li ha invisibilizzati nonostante l’importanza del loro contenuto, impedendo ai ricercatori – che si avvalgono del portale dove è caricata la documentazione – non solo di poterli leggere ma di conoscerne l’esistenza. Una esistenza decisiva che inficia completamente quanto sostenuto nella terza relazione della Commissione a proposito del ruolo che avrebbe avuto il sito di via dei Massini 91. Il ricorso davanti alla Corte europea di Strasburgo solleva una questione rilevante e dalle possibili conseguenze molto importanti per lo Stato italiano. Non si tratta solo di ripristinare l’onorabilità di una persona, tacciata di essere stata altro da quella che era effettivamente; in ballo ci sono le procedure che conducono alla costruzione delle “verità politiche deliberate” all’interno delle Commissioni parlamentari e del loro rapporto con la verità storica. Il tema è quello della intangibilità delle asserzioni contenute nelle relazioni parlamentari una volta deliberate con il voto dei commissari e del parlamento. Se delle successive acquisizioni storico-documentali vengono a smentire quanto affermato all’interno di queste relazioni perché mai queste non possono essere corrette?
Il 9 giugno del 2021 su mandato del procuratore di Roma Eugenio Albamonte e dell’allora Procuratore capo Michele Prestipino, la polizia di prevenzione ha sequestrato il mio archivio di lavoro raccolto in anni di ricerca storica, l’intera documentazione digitale presente in casa e negli storage online, computer e telefono nonché l’archivio familiare, con materiali di mia moglie e medico-scolastici dei miei figli. Un anno fa, il 7 ottobre 2022, il Gip del tribunale di Roma Valerio Savio nella sua ultima ordinanza emessa sulla vicenda (potere leggere qui le diverse puntate) riteneva che l’accusa non fosse stata ancora chiaramente formulata, tanto da scrivere: «ancora non c’è e addirittura potrebbe non esserci mai». Sedici mesi di indagini non erano riuscite a focalizzare una contestazione precisa, un reato da perseguire. Da allora sull’inchiesta è calato il silenzio più assoluto. Riconsegnatomi il materiale sequestrato, dopo molteplici richieste e denunce, la procura ha trattenuto per sé l’intera copia forense, praticamente un clone del mio materiale digitale, nonostante il perito del Gip avesse individuato, come attinenti ai temi della indagine nella enorme mole dei giga sequestrati, solo 750 file: tutti di provenienza «legale», tratti da archivi pubblici o scaricati da siti aperti presenti in rete.
Superati tutti i termini di legge Dopo l’ultima risposta del Gip sono trascorsi altri 12 mesi. Dal momento dell’irruzione nella mia casa e del sequestro ne sono passati in tutto 28, dal momento della mia iscrizione nel registro degli indagati oltre 30. Tutti i termini di legge sono stati di gran lunga oltrepassati. Ad una sollecitazione avanzata dal mio avvocato, Francesco Romeo, prima dell’estate scorsa, il procuratore Albamonte aveva risposto che la polizia di prevenzione non aveva ancora consegnato il suo rapporto conclusivo sull’analisi del materiale. L’enormità del tempo impiegato dimostra che l’interesse dell’intelligence di polizia non si è riversato sui 750 file estrapolati dal perito del tribunale, valutabili rapidamente (leggi qui), ma sul resto dell’archivio. Una curiosità comprensibile ma priva di giustificazione legale. Nei giorni scorsi, dopo aver presentato in procura una formale richiesta di informazioni sulla mia posizione giuridica, ai sensi dell’articolo 335, comma 3 del codice di procedura penale, mi è stato risposto che risulto indagato per il reato di «favoreggiamento, art. 378 cp per fatti criminosi avvenuti in data 8 dicembre 2015». La girandola di accuse continuamente riformulate nei mesi passati: «associazione sovversiva», «violazione di segreto d’ufficio», «violazione di notizia riservata», si è ora cristallizzata sul «favoreggiamento».
Favoreggiamento di chi e per cosa? E’ la domanda molto semplice che rivolgo al dottor Albamonte.
La relazione della commissione Moro 2 del dicembre 2015 La data dell’8 dicembre più volte richiamata dalla procura nel corso delle udienze di ricorso mi lascia pensare che l’accusa poggi su un invio, da me realizzato in quella data tramite posta elettronica, di un breve stralcio della prima bozza di relazione annuale della commissione Moro 2 relativo alla vicenda dell’abbandono in via Licinio Calvo delle macchine del commando brigatista che aveva rapito Moro. Testo che sarebbe stato pubblicato dall’organo parlamentare meno di 48 ore dopo, il 10 dicembre 2015 (vedi qui). Pagine destinate a un gruppo di persone coinvolte nel lavoro di preparazione di un libro sulla storia delle Brigate rosse, poi uscito nel 2017 per l’editore Deriveapprodi, Brigate rosse dalle fabbriche alla campagna di primavera, scritto insieme a Marco Clementi ed Elisa Santalena. Tra i destinatari della mail c’erano uno dei coautori e alcune fonti orali ripetutamente interpellate nel corso dell’opera. Nel testo che accompagnava uno degli invii scrivevo: «Hanno fatto il calco del testo di Flamigni e rifiutano di tener conto delle ultime indagini della polizia che diffidando del racconto dei testimoni ha cercato di verificare gli unici elementi che si pretendevano oggettivi: ovvero le immagini riprese dalla Rai in via Licinio Calvo dopo il ritrovamento della Fiat 132 in cui si sosteneva non si vedesse la presenza delle Fiat 128. Sono andati sul posto, hanno verificato che dal punto di ripresa dove era situata la telecamera non era possibile scorgere l’altezza della via dove furono trovate le 128. Dunque quelle immagini contrariamente a quanto sempre sostenuto, Flamigni in testa, non provavano nulla». Quali intenti illeciti o criminosi si possano ricavare da questo messaggio lo lascio decidere a chi legge.
Il «favoreggiamento» Secondo la procura nelle bozze – rese pubbliche dalla commissione Fioroni poche ore dopo – si riportavano «degli accertamenti in corso da parte della predetta commissione, relativi a fatti reato, ancora non completamente chiariti, che coinvolgono anche le loro responsabilità penali». Pertanto – si lasciava intendere – nel brevissimo lasso di tempo intercorso tra il mio invio di posta elettronica e la pubblicazione ufficiale della commissione avrei favorito qualcuno. Chi? Alcuni dei destinatari interpellati? Impossibile visto che le loro posizioni giuridiche sono cristallizzate da decenni con condanne all’ergastolo passate in giudicato. Eventuali fatti-reato nuovi, per altro di ridotto peso penale, sarebbero stati assorbiti dalle condanne ricevute per il sequestro Moro o largamente prescritti e non avrebbero potuto rivestire alcuna rilevanza penale ma solamente storica. Allora qual è il problema? Forse la presenza di altri complici mai individuati, come sostenuto dal presidente della commissione Moro 2, Giuseppe Fioroni, che ascoltato come teste non ha esitato a lanciare subdole insinuazioni? Si da il caso però che il teorema del garage compiacente e di una base brigatista prossima al luogo dove vennero lasciate le vetture utilizzate nella prima fase della fuga e addirittura – secondo alcuni oltranzisti – prima prigione di Moro, è un clamoroso falso che circola da diversi decenni. Ne parlò per la prima volta, il 15 novembre del 1978, un quotidiano romano, Il Tempo, che anticipò un articolo dello scrittore Pietro Di Donato apparso nel dicembre successivo sulla rivista erotica-glamourPenthouse, divenuta una delle maggiori referenze del presidente Fioroni. Nel suo racconto Di Donato sosteneva che la prigionia di Moro si era svolta nella zona della Balduina, quartiere limitrofo alla scena del rapimento e al luogo dove era avvenuto il trasbordo del prigioniero ed erano state abbandonate le macchine impiegate in via Fani. Diversi controlli e perquisizioni vennero effettuate senza esito dalle forze di polizia in alcune palazzine e garage dei dintorni. La sortita di Di Donato venne ripresa nel gennaio 1979 da Mino Pecorelli sulla rivista Osservatorio politico. Entrò quindi nella sfera giudiziaria quando il pm Nicolò Amato ne parlò durante le udienze del primo processo Moro, agli inizi degli anni 80. Più tardi se ne occupò, sempre senza pervenire a risultati, la prima commissione Moro e venne consacrata nelle pagine del libro di Sergio Flamigni, La tela del ragno, pubblicato per la prima volta nel 1988 (Edizioni Associate pp. 58-61), divenendo uno dei cavalli di battaglia della successiva pubblicistica dietrologica.
Un pericoloso attacco alla ricerca storica Non si comprende quindi quale sia il fondamento investigativo e penale dell’accusa che mi viene mossa. Perché ci sia favoreggiamento – recita il codice penale – deve esserci prova del sostegno fornito alla fuga o al riparo di una persona latitante, oppure del sostentamento o della fornitura di mezzi tecnici. Come avrei potuto favorire nel 2015 una persona fuggita dall’Italia nel 1981, quando avevo 19 anni, che vive, lavora, ha famiglia, in un Paese dove ha residenza e nazionalità? In che modo avrei potuto favorire delle persone già condannate all’ergastolo in via definitiva per quei medesimi fatti? Ma anche se fosse, interrogare una fonte storica, ricostruire quel che ha fatto o non ha fatto integrando o divergendo dalle conclusioni giudiziarie sarebbe forse un reato? Zola era complice di Dreyfus? O per venire ai tempi nostri, il professor Carlo Ginzburg era colpevole di favoreggiamento quando ha scritto Il giudice e lo storico, in difesa di Adriano Sofri? Di fatto, siamo di fronte a un precedente molto pericoloso per la libertà e l’indipendenza della ricerca storica.
di Pino Narducci, presidente della sezione riesame del Tribunale di Perugia Questione giustizia, 9 giugno 2023 Rivista trimestrale di Magistratura democratica
La vicenda del testimone mendace Alessandro Marini, la fonte primigenia di tutte le dietrologie su via Fani, la moto Honda e l’invenzione degli spari contro il parabrezza del suo Boxer, le venticinque condanne per un tentato omicidio mai avvenuto,approdano sulla rivista di Magistratura democratica
Le ricerche di una moto Honda blue con due brigatisti a bordo iniziano, attraverso le comunicazioni della Sala Operativa della Questura di Roma, non più tardi delle 9:10, quando è appena terminata l’operazione militare delle BR che, in via Fani, conduce al sequestro di Aldo Moro e all’uccisione di tutti gli uomini della sua scorta. Gli inquirenti ritroveranno, abbandonate in via Licinio Calvo, le tre auto usate dal gruppo brigatista in fuga. Tuttavia, la moto non salta fuori e non sarà rinvenuta nemmeno nelle settimane successive, mentre il sequestro si consuma nell’appartamento di via Montalcini. Parallela a questa scorre un’altra vicenda, non meno importante e che anzi si intreccia, come una matassa quasi inestricabile, a quella della Honda e alla identificazione dei suoi due passeggeri. È la storia non di una moto di grossa cilindrata, ma di un motorino, anche abbastanza malmesso, un ciclomotore Boxer verde con parabrezza in plastica, nel marzo ‘78 di proprietà del più importante e longevo testimone dell’agguato di via Fani, Alessandro Marini. I primi ad accorrere sul luogo ove è stata appena trucidata la scorta di Moro, verso le 9:05, sono i poliziotti Marco Di Berardino e Nunzio Sapuppo, componenti dell’autoradio Monte Mario. Quando scendono dall’auto di servizio, Marini si avvicina ai due agenti e fornisce le primissime, rudimentali, informazioni su quello che è appena accaduto. Sinteticamente, racconta di aver visto una moto Honda blue seguire il gruppo dei brigatisti che si è dileguato lungo via Stresa in direzione di piazza Monte Gaudio. I primi ad accorrere sul luogo ove è stata appena trucidata la scorta di Moro, verso le 9:05, sono i poliziotti Marco Di Berardino e Nunzio Sapuppo, componenti dell’autoradio Monte Mario. Quando scendono dall’auto di servizio, Marini si avvicina ai due agenti e fornisce le primissime, rudimentali, informazioni su quello che è appena accaduto. Sinteticamente, racconta di aver visto una moto Honda blue seguire il gruppo dei brigatisti che si è dileguato lungo via Stresa in direzione di piazza Monte Gaudio.
Già alle 10:15, trascorsa solo un’ora dal sequestro Moro, Marini viene sentito dagli uomini della Digos romana. Racconta di aver visto la scena in cui l’on. Aldo Moro viene prelevato dalla Fiat 130, su cui stava viaggiando, per essere messo all’interno di una Fiat 132 (l’auto è quella condotta da Bruno Seghetti e sulla stessa salgono Mario Moretti, Raffaele Fiore e il sequestrato) che si allontana, poi, su via Stresa in direzione Primavalle-Montemario. Il veicolo è seguito da una Honda di grossa cilindrata di colore bleu, a bordo della quale ci sono due individui. Quello seduto sul sedile posteriore, con un passamontagna scuro calato sul viso, esplode vari colpi di mitra nella sua direzione, praticamente ad altezza d’uomo, ma lui non viene colpito. Poi il tiratore, proprio all’incrocio di via Fani con via Stresa, perde il caricatore che resta a terra. Il teste descrive i due soggetti che hanno attentato alla sua vita: se quello seduto sul sellino posteriore ha il passamontagna, Marini, invece, ha visto distintamente il conducente. Ha 20-22 anni, è molto magro, il viso lungo e le guance scavate, insomma somiglia molto all’attore Eduardo De Filippo. Trascorre un mese circa e, il 5 aprile ‘78, Marini fornisce una nuova versione al Pubblico Ministero di Roma. Questa volta, nel suo racconto, il passamontagna scuro “passa” dal volto del passeggero a quello del conducente e così il “sosia” di De Filippo diventa il brigatista seduto sul sellino posteriore. Poi, aggiunge un particolare di non poco conto che non ha riferito la mattina del 16 marzo. Specifica che, quando il passeggero esplode la raffica di mitra, un proiettile colpisce il parabrezza del suo motorino. Così, nel volgere di appena 21 giorni, tra il 16 marzo e il 5 aprile, la ondivaga progressione narrativa di Marini ha il seguente andamento: 1) il conducente, a volto scoperto, è il sosia di De Filippo mentre il passeggero calza un passamontagna; 2) mi correggo, il conducente ha il passamontagna mentre il passeggero è a volto scoperto ed è lui il sosia di De Filippo; 3) il passeggero esplode contro di me una raffica di mitra, ma i proiettili non mi colpiscono; 4) mi correggo, un proiettile esploso dal mitra colpisce il parabrezza del mio motorino. Due mesi dopo, Alessandro Marini viene convocato dal Giudice Istruttore e, in maniera sbalorditiva, racconta che gli è rimasta impressa solo la immagine del conducente della moto Honda, un individuo sui 20-22 anni con il viso lungo e le guance scavate. A distanza di tre mesi dai fatti di via Fani, il teste torna sui propri passi ed anzi, all’insegna del motto “un passo avanti e due indietro”, smentendo seccamente la dichiarazione resa appena due mesi prima, colloca di nuovo «il brigatista con il volto di Eduardo de Filippo» alla guida della moto. Nel settembre ‘78, modifica di nuovo la propria narrazione. Al Giudice riferisce di aver visto bene i terroristi a volto scoperto, tranne quello che è alla guida della Honda bleu. Il passeggero della moto spara alcuni colpi di arma da fuoco ed uno di essi colpisce la parte superiore del parabrezza, rompendolo. Marini informa il Giudice che, a casa, conserva i frammenti del parabrezza. Ma se Marini, come lui racconta, ha visto il volto di tutti i brigatisti presenti in via Fani, ad eccezione di quello di colui che guida la moto, in realtà implicitamente dichiara che quest’ultimo indossa il passamontagna! La Digos procede al sequestro di due frammenti del parabrezza del ciclomotore Boxer. In questa occasione, Marini è puntiglioso nel precisare che i terroristi hanno colpito il parabrezza del motorino mandandolo in pezzi. Nel gennaio ’79, di nuovo convocato dal Giudice Istruttore, Marini conferma che il parabrezza viene colpito dalla raffica esplosa dal passeggero della Honda. Sostiene di aver ricevuto minacce telefoniche e rifiuta di sottoscrivere il verbale. Infine, depone nel corso del processo Moro 1 davanti la Corte di Assise di Roma. I giudici riportano fedelmente la sua deposizione nella sentenza di primo grado: «…Al di là dell’incrocio, fermi sull’angolo di Via Fani, c’erano quattro individui indossanti una divisa bicolore, ed esattamente giacca bleu e pantaloni grigi, con berretto. Per terra, a fianco di costoro, una grossa borsa nera. Dall’altro lato della strada si trovavano tre autovetture. Dalla Fiat 128 targata CD uscirono l’autista e la persona che gli sedeva accanto e, avvicinatosi alla macchina dell’on. Moro, scaricarono le loro pistole lunghe sull’autista e sul carabiniere accanto. Contemporaneamente i quattro vestiti da aviatori aprirono il fuoco violentemente. Dall’Alfa Romeo di scorta uscì fuori un uomo con la pistola in mano: contro quest’ultimo continuarono a sparare due individui che, oltre a quelli vestiti da aviatori, erano in borghese ed avevano quasi contemporaneamente già aperto il fuoco. In conclusione sino ad ora operarono otto persone, tutti maschi. Poi arrivò, quasi comparendo dal nulla, una Fiat 132 bleu, seguita da una Fiat 128 chiara: dalla Fiat 132 scura uscirono due uomini che, calmissimi, si avvicinarono alla macchina di Moro e lo tirarono fuori dalla portiera posteriore sinistra. L’onorevole era in uno stato di abulia, inerme e non mi pare che fosse in alcun modo ferito. Lo caricarono sul sedile posteriore e si allontanarono per Via Stresa andando a sinistra. Nella 128 bianca che tallonava la 132 vi erano altri due individui. Fino ad ora di tutte le dodici persone nessuna era mascherata. In quel frangente mi accorsi di una moto Honda di colore bleu di grossa cilindrata sulla quale erano due individui, il primo dei quali era coperto da un passamontagna scuro e quello dietro che teneva un mitra di piccole dimensioni nella mano sinistra, sparò alcuni colpi nella mia direzione, tanto che un proiettile colpiva il parabrezza del mio motorino. Il mitra si inceppò, cadde un caricatore che finì a terra quasi all’angolo tra Via Fani e Via Stresa davanti al bar Olivetti. Mi colpì il fatto che l’uomo che teneva il mitra sulla moto, pur essendo giovane, somigliava in maniera impressionante a Eduardo De Filippo». La circostanza raccontata da Marini è incontestabilmente vera. In via Fani un mitra si inceppa ed un caricatore perso da un brigatista viene effettivamente rinvenuto sul luogo del delitto. Se si osservano le foto scattate durante la fase del sopralluogo, è ben visibile, sulla pavimentazione stradale, un caricatore accanto ad un berretto da aviere. Tuttavia, non è quello perso dall’equipaggio della Honda. Si tratta del caricatore del mitra M12 usato dal brigatista Raffaele Fiore durante l’azione. Fiore, però, non è a bordo di una moto, ma, vestito da aviere, è posizionato in via Fani, dietro le fioriere del bar Olivetti, accanto a Morucci, Gallinari e Bonisoli. Il suo ruolo consiste nell’esplodere colpi di arma da fuoco contro i componenti della scorta dell’on. Moro, ed il suo mitra si inceppa, per due volte.
Marini, però, non è l’unico teste oculare dell’agguato.
Giorgio Pellegrini, dopo aver sentito colpi di arma da fuoco, esce sul terrazzo ed assiste alla sparatoria. Agli inquirenti offre questo racconto: «…Mentre i citati individui erano nel crocevia sopra riferito ed uno di essi sparava, ho visto una persona, che non so descrivere, a bordo di una motoretta, mi pare una moto vespa, percorrere l’ultimo tratto di via Stresa in direzione del citato crocevia. L’uomo che era alla guida, vista la scena davanti a sè, si è fermato, ha buttato la moto per terra ed è fuggito. Dalla posizione in cui io mi trovavo non posso dire se abbia proseguito a piedi, se sia ritornato sui suoi passi o si sia nascosto nelle vicinanze». §Appare realmente difficile ipotizzare che la persona che, atterrita, butta la moto a terra e fugge, senza peraltro che nessuno abbia sparato contro di lui, sia diversa da quella che corrisponde al teste Alessandro Marini. Giovanni Intrevado, giovanissimo poliziotto del Reparto Celere, fuori dal servizio, arriva con la propria Fiat 500 all’intersezione di via Fani con via Stresa proprio nel momento in cui i brigatisti stanno sparando contro le auto della scorta di Moro. Barbara Balzerani – che svolge le mansioni di “cancelletto” inferiore per impedire che l’operazione possa essere intralciata dal passaggio casuale di estranei – gli punta contro il mitra Skorpion che ha nelle mani e gli intima di fermarsi. Intrevado osserva la scena del prelevamento di Moro e la fase della fuga delle auto dei brigatisti. Si trova, quasi esattamente, nello stesso posto in cui dovrebbe trovarsi Marini, ma il testimone non fa mai cenno alcuno ad una persona a bordo di un motorino contro la quale vengono esplosi colpi di mitra. Solo dopo, quando si avvicina ai corpi del maresciallo Leonardi e dell’agente Iozzino, passa accanto a lui, a bassa velocità, una moto di grossa cilindrata di marca giapponese, con due giovani a bordo, a volto scoperto, che infine si dirige verso via Stresa. Alcuni anni dopo, Intrevado precisa che, tra i due giovani della moto, era posizionato un mitra. Ma il racconto del giovane poliziotto, che ricorda il passaggio di un mezzo di grossa cilindrata, non collima affatto con quello di Marini: la moto non è presente durante la fase dell’agguato, ma compare sulla scena solo quando l’azione di fuoco è già terminata.
I giudici che, nel marzo 1985, scrivono la sentenza di appello del processo Moro 1 e bis non esitano ad esprimono perplessità sulla testimonianza di Marini: «…Invero, per quanto riguarda il numero, solo il teste Marini parla di un numero di persone superiore a nove. Ma, la versione fornita dal predetto teste appare essere più una ricostruzione “a posteriori” del fatto. Se egli fosse stato presente all’intero svolgimento della vicenda – come afferma – sarebbe stato notato da qualcun altro dei testi. Tutti gli altri testimoni, invece, riferiscono ognuno o un momento o parte del fatto, e le loro testimonianze, collegate, offrono una ricostruzione dell’azione che, nel numero dei partecipanti e nelle modalità di svolgimento, corrisponde di più a quella data da Morucci». Tra il 1983 e il 1994, vengono pronunciate le sentenze di condanna definitive nei confronti di ventiquattro persone responsabili, a vario titolo, di concorso nel tentato omicidio di Alessandro Marini. Ma la definitività delle sentenze non significa affatto la fine delle dichiarazioni del testimone che anzi, dal 1994 al 2015, fornisce altre importanti informazioni sulla propria vicenda, di fatto facendo in modo che, progressivamente, la verità giudiziaria cominci a discostarsi, sempre più sensibilmente, dalla verità storica. Proprio nel ‘94, fornisce una clamorosa nuova versione dei fatti di cui è stato, al tempo stesso, vittima e protagonista ben 15 anni prima. Dopo aver osservato i due frammenti del parabrezza del suo motorino, Marini ricorda che, nei giorni precedenti il 16 marzo ’78, il mezzo è caduto dal cavalletto ed il parabrezza si è incrinato. Prima di sostituirlo, ha messo dello scotch per tenerlo unito. Però, in via Fani, il parabrezza si infrange cadendo a terra e si divide in due pezzi. Venti anni dopo, nel maggio 2014, torna a sedersi davanti ad un magistrato per riferire testualmente: «L’uomo che era alla guida della moto indossava un passamontagna, l’uomo che si trovava dietro, quello che sparò verso di me, era a volto scoperto e somigliava ad Eduardo de Filippo». Effettuando una ennesima torsione narrativa, il teste sconfessa le sue precedenti dichiarazioni e sostiene che il conducente della Honda indossa il passamontagna mentre il brigatista seduto dietro è quello che somiglia a Eduardo De Filippo.
Questa, però, non è ancora l’ultima dichiarazione di Marini.
Il 16 marzo 1978, in via Fani angolo via Stresa, vengono scattate, non solo ad opera degli inquirenti, centinaia di fotografie ed effettuate riprese filmate dei luoghi dell’agguato brigatista. A partire dagli anni ’90, foto e filmati vengono pubblicati in decine di siti web. Alcuni studiosi della vicenda Moro fanno così una singolare scoperta. In diverse immagini di via Fani e di via Stresa, è possibile vedere nitidamente un motorino con il parabrezza attraversato da una vistosa fascia di scotch di colore marrone. Il parabrezza è integro ed è attraversato in diagonale dalla fascia di scotch marrone. In tutte le immagini, il ciclomotore Boxer è parcheggiato sul marciapiede, in corrispondenza della insegna “Snack Bar-Tavola Calda” del bar Olivetti, tra un’auto Alfa sud di colore giallo (si accerterà che si tratta dell’auto con la quale Domenico Spinella, dirigente la DIGOS romana, è arrivato in via Fani) ed una volante della Polizia di Stato. Nel giugno 2015, nel corso di una audizione, lo storico Marco Clementi – autore di rigorosi saggi sulla vicenda Moro e sulla storia delle BR – consegna ai parlamentari della Commissione Moro proprio una di queste foto. Anche il procuratore aggiunto della Repubblica di Roma, Franco Ionta, ha occasione di esprimere le proprie convinzioni ai parlamentari e, a proposito del Marini, di manifestare sfiducia sulla affidabilità del teste: «…si, che sosteneva che gli avessero sparato con una mitraglietta; prima diceva che a sparare fosse stato il passeggero e poi diceva che fosse stato il conducente della moto. La mia sensazione…deriva dalla sedimentazione di tuto questo lavoro pluridecennale che ho fatto al riguardo sulle metodiche di funzionamento delle BR, su come facevano le inchieste e su come facevano gli attentati. Io ho maturato la convinzione che una presenza spuria rispetto a che aveva organizzato l’agguato di via Fani sia proprio incompatibile con lo schema di funzionamento delle BR…». La Commissione parlamentare affida al Servizio della Polizia Scientifica il compito di ricostruire la dinamica dell’agguato di via Fani. Federico Boffi, dirigente del Servizio, espone le conclusioni dell’attività svolta. Quando passa a valutare le dichiarazioni dei principali testimoni, segnala che l’osservazione del teste Marini «non è del tutto coerente con i dati in nostro possesso. La presenza di un’altra persona che esplode dei colpi qui per noi non è compatibile». Boffi è ancor più preciso: «la moto può essere passata, ma non ha lasciato per noi tracce evidenti. Per noi, per la ricostruzione della dinamica, è impossibile posizionare questa motocicletta. Rispetto alle traiettorie che abbiamo determinato non c’è alcuna traiettoria che potrebbe essere compatibile con dei colpi esplosi da un veicolo in movimento rispetto alle posizioni che abbiamo già identificato». Ed ancora: «…tutte le armi utilizzate hanno espulsioni verso destra. Se la moto, come sembra, anzi come è, si muoveva in direzione di via Stresa venendo da via del forte Trionfale, l’espulsione dei bossoli a destra li avrebbe dovuti mandare verso le autovetture ferme, se dalla moto avessero sparato in direzione di Marini. In realtà i bossoli…appartengono a queste sei armi…se un’arma è stata utilizzata sulla moto, doveva essere una di queste sei, perché non ci sono bossoli estranei…». Se ancora residuano dubbi, a questo punto molto pochi in verità, questi vengono fugati proprio dal testimone che compare davanti ai parlamentari della Commissione di inchiesta. La relazione della Commissione, approvata il 10 dicembre 2015, contiene ampi riferimenti alla testimonianza: «…Ad Alessandro Marini sono state mostrate alcune immagini estrapolate da un video dell’epoca, che raffigurano un motociclo verde, modello Boxer, con il parabrezza tenuto unito con dello scotch posto trasversalmente, con una guaina copri gambe di colore grigio, parcheggiato in via Fani, sul marciapiedi, all’altezza del bar Olivetti, accanto a un’Alfa sud e a una volante. Marini, osservando le fotografie, ha riconosciuto senza esitare il proprio motoveicolo e ha affermato che sicuramente lo scotch era stato applicato da lui prima del 16 marzo 1978, come aveva già affermato in occasione di dichiarazioni rese il 17 maggio 1994 dinanzi al pubblico ministero Antonio Marini. Alessandro Marini ha aggiunto di ricordare che il 16 marzo, di ritorno dalla Questura dove era stato portato per rendere dichiarazioni, nel riprendere il motociclo si era accorto che mancava il pezzo superiore del parabrezza che era tenuto dallo scotch e di aver perciò ritenuto che fosse stato colpito da proiettili». La relazione poi prosegue: «…Per il fatto che quel giorno l’ho trovato senza un pezzo di parabrezza, io ho ritenuto che fosse stato colpito dalla raffica esplosa nella mia direzione dalla moto che seguiva l’auto dove era stato caricato l’onorevole Moro. Non ho ricordo della frantumazione del parabrezza durante la raffica; evidentemente quando poi ho ripreso il motorino e poiché mancava un pezzo di parabrezza ho collegato tale circostanza al ricordo della raffica. Tali considerazioni le faccio solo ora e non le ho fatte in passato perché non avevo mai avuto modo di vedere le immagini fotografiche mostratemi oggi, da cui si nota che il parabrezza appare nella sua completezza, seppur con lo scotch…».
La deposizione all’organismo presieduto dall’On. Fioroni, chiude, in maniera definitiva, l’infinita vicenda del testimone Marini. Se il parabrezza del ciclomotore – come dimostrano in maniera inoppugnabile le fotografie – nelle ore successive alla consumazione dei fatti terribili accaduti in via Fani intorno alle 9:02 del 16 marzo 1978 è ancora tenuto insieme con lo scotch, cioè è ancora integro, esattamente come quando Marini era uscito di casa, è impossibile sostenere che qualcuno, seduto su una Honda, abbia esploso una raffica di mitra contro il testimone. La deposizione alla Commissione Moro segna l’epilogo di una vicenda, iniziata alle 10:15 del 16 marzo ’78, e poi dipanatasi per ben 37 anni! La deposizione alla Commissione Moro segna l’epilogo di una vicenda, iniziata alle 10:15 del 16 marzo ’78, e poi dipanatasi per ben 37 anni! Un arco temporale smisuratamente ampio, qualcosa che, prendendo in prestito la celebre definizione che del ‘900 ha dato il grande storico inglese Eric Hobsbawm, potremmo definire il “secolo breve” della testimonianza più lunga e controversa della storia giudiziaria italiana.
E l’epilogo non sembra essere particolarmente brillante per il suo protagonista.
Via Gradoli, al posto di Moro un paio di stivali con il dna della brigatista Faranda e dentro la 128 bianca con targa diplomatica, che bloccò in via Fani il convoglio dello statista, il dna del proprietario. Daniele Zaccaria riprende su il Dubbio le ultime novità presenti nel volume La polizia della storia, Derviveapprodi, maggio 2021, sulla sesta inchiesta aperta dalla procura romana sul rapimento e l’uccisione del leader democristiano da parte delle Brigate rosse.
Daniele Zaccaria, Il Dubbio 19 marzo, 2023
Sono passati quarantacinque anni esatti dal sequestro di Aldo Moro e dalla strage della sua scorta, ma i dietrologi e gli illusionisti di ogni risma non riescono proprio ad accettare il fatto che a rapire e a uccidere il presidente della Democrazia cristiana furono le Brigate rosse e nessun altro. A quasi mezzo secolo di distanza da quei tragici eventi continuano infatti ad evocare cospirazioni, manipolazioni, regie occulte, disturbati dal pensiero che un piccolo manipolo di operai e studenti di bassa estrazione sociale abbia tenuto sotto scacco lo Stato e i suoi apparati per così tanto tempo. La chiamavano “geometrica potenza” delle Br una bella suggestione letteraria, in altri termini il nome che lo Stato aveva dato alla sua incapacità di comprendere e contrastare il fenomeno brigatista, ma quell’immagine di efficienza militare attribuita dalla politica e dal circo mediatico all’organizzazione comunista armata ha alimentato con enorme successo il filone del complottismo.
Un flusso di opinione qualunquista e gelatinoso alimenta la dietrologia Non stiamo parlando solamente del flusso di opinione qualunquista e gelatinoso che scorre sui social, dei discorsi da bar o delle ossessioni degli “specialisti” della congiura come Sergio Flamigni o Paolo Cucchiarelli che su questi giochetti di ombre cinesi agitate attorno all’affaire Moro hanno costruito una discreta carriera. La caccia ai fantasmi di via Fani è purtroppo uno sport ancora in voga anche ai più alti livelli politici e istituzionali. Illuminante in tal senso è stato il lavoro della Commissione Moro II con la sua fissazione di voler scovare a tutti i costi il Dna di individui estranei alle Br sul luogo dell’attentato per suffragare l’ipotesi di complotto. Come nel plot twist di un film hollywoodiano i commissari di Palazzo San Macuto speravano di far emergere verità scottanti e inconfessabili, magari illuminando la longa manus dei servizi segreti, o addirittura quella delle centrali di intelligence straniere: la Cia, il Kgb, e persino gli israeliani del Mossad come sostenne l’ex Pubblico Ministero di Genova Luigi Carli in una memorabile audizione davanti alla Commissione. Un fronte di indagine, quello genetico, affidato al Reparto investigazioni speciali dei carabinieri, il celebre Ris, che ha messo a confronto le tracce biologiche rinvenute in via Fani con quelle presenti nel covo brigatista di via Gradoli 96. Le analisi però non confermano nessun sospetto evocato dalla Commissione, al contrario denudano diverse fake news che negli anni hanno tentato di smontare senza successo la “versione ufficiale”.
Via Gradoli, al posto di Moro un paio di stivali con il dna della Faranda In primo luogo nel covo non è stato ritrovato nessun frammento del Dna di Moro ( i quattro profili genetici isolati dal Ris, due maschili e due femminili, non coincidevano con quelli prelevati ai familiari dello statista Dc), il che smentisce chi afferma che il leader democristiano fosse stato imprigionato o comunque avesse transitato anche per via Gradoli: in tutti i 55 giorni del sequestro rimase nella “prigione del popolo” di via Montalcini come hanno sempre affermato i brigatisti coinvolti. Inoltre nei reperti di via Gradoli emerge una «compatibilità biologica» con il l Dna della brigatista Adriana Faranda, un’altra conferma di quanto sostenuto dai protagonisti: nella base avevano vissuto infatti tre coppie, Carla Maria Brioschi e Franco Bonisoli, Adriana Faranda e Valerio Morucci, Barbara Balzerani e Mario Moretti, questi ultimi proprio durante i giorni del rapimento dopo che l’appartamento di Piazzale Vittorio Poggi in cui vivevano si era “bruciato”. Anche l’inseguimento dei “tabagisti” sulla scena del delitto si è rivelato un flop: le analisi dei 39 mozziconi ritrovati nella Fiat 128 targata corpo diplomatico utilizzata in via Fani per bloccare le automobili di Moro e della sua scorta isolano infatti le tracce genetiche di Nando Miconi, il proprietario del mezzo rubato, su alcuni mozziconi ci sono invece le tracce miste di Miconi e di un ignoto, con ogni probabilità un suo amico o conoscente. Sono soltanto dieci i mozziconi riconducibili a sei ignoti, ma poiché nessuno ha mai visto uscire sei persone dalla Fiat 128 la mattina del 16 marzo 1978, con tutta evidenza le tracce sui mozziconi appartenevano anch’esse a conoscenti del proprietario. Nel 2021 il fascicolo sui tabagisti viene ereditato dalla procura di Roma la quale convoca quei brigatisti che inizialmente si erano rifiutati di fornire alla Commissione i loro profili genetici. Un accanimento che secondo Enrico Triaca, il “tipografo” delle Br «è un tentativo di distrarre l’attenzione dalle vere verità come le torture». Arrestato il 17 maggio del 1978, otto giorni dopo la morte di moro, Triaca venne in effetti torturato dal funzionario di polizia Nicola Ciocia, il cosiddetto “professor De Tormentis” che lo sottopose al waterboarding, la stessa tecnica utilizzata dalla Cia per far parlare i sospetti jihadisti e proibita da qualsiasi convenzione internazionale. Convocazioni pittoresche quelle della procura romana, basti pensare a Corrado Alunni, fuoriuscito dalle Br addirittura nel 1974 o a Giovanni Senzani che non è mai stato un fumatore. In tutto furono una dozzina abbondante gli ex Br convocati, la maggior parte condannati in via definitiva per il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro. Cercando di comprendere l’utilità di simili test, siamo ancora in attesa degli esiti dei nuovi accertamenti genetici visto che l’inchiesta della procura è ancora in corso. Un altro brutto autogol della Commissione riguarda il testimone Alessandro Marini: nessuno aveva sparato contro di lui in via Fani e il parabrezza del suo motorino Boxer Piaggio si era rotto a causa di una caduta dal cavalletto avvenuta nei giorni precedenti. Peraltro, e questo particolare la dice lunga su quanto il furore cospirazionista flirti con il cinismo, il presidente della Commissione Fioroni non hai mai contattato la procura perché avviasse la revisione delle condanne per il tentato omicidio di Marini, tentato omicidio che logicamente non è mai avvenuto.
E’ stata diffusa ieri la relazione della commissione antimafia sul sequestro Moro. Consulente il giudice Guido Salvini. Un’orgia di dietrologia
E’ stata resa pubblica la relazione prodotta nella scorsa legislatura dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere, «sulla eventuale presenza di terze forze, riferibili ad organizzazioni criminali, nel compimento dell’eccidio di via Fani». A conclusione della legislatura la relazione non era ancora pronta, anche se alcune indiscrezioni erano filtrate verso giornalisti amici che ne avevano subito diffuso una velina il 6 maggio 2022 e le bozze preparatorie erano state sintetizzate nel settembre successivo (senza turbare minimamente la magistratura), sempre su The post internationale.
Una commissione omnibus Presieduta dal 5stelle Nicola Morra, la commissione aveva suddiviso le sue attività d’inchiesta in 24 sezioni che si sono occupate degli argomenti più disparati, molti dei quali distanti anni luce dalle vicende mafiose o di criminalità organizzata: la morte del ciclista Marco Pantani, il massacro di due minori a Ponticelli nel 1983, l’omicidio di Simonetta Cesaroni in via Poma a Roma, i delitti del mostro di Firenze, la morte di Pasolini. Fatti di cronaca nera in parte rimasti irrisolti. Sulle attività mafiose invece si è lavorato sulla strage di via dei Georgofili, le infiltrazioni negli enti locali, massoneria, usura, strage di Alcamo marina, presenza e cultura mafiosa nelle università e nell’informazione. Infine, ciliegina sulla torta, non poteva mancare – come si è visto – via Fani e il rapimento Moro. Insomma una commissione omnibus, aperta a tutte le vicende giudiziarie e non, una sorta di supplemento politico dell’attività investigativa delle forze di polizia e della magistratura. Non solo, ma con ampio utilizzo discrezionale, quasi personale, dello strumento d’inchiesta, che sembra essere sfuggito al mandato e al controllo parlamentare.
Una indagine doppione Nel caso della relazione sui fatti di via Fani appare evidente l’entrata a gamba tesa sulle inchieste in corso condotte della Procura della repubblica e dalla Procura generale di Roma che hanno ereditato dalla precedente Commissione Moro 2, presieduta da Giuseppe Fioroni, alcuni filoni d’indagine sulla vicenda Moro. Un doppione d’indagine che sembra quasi voler imporre la “giusta linea politica” all’inchiesta condotta dalla magistratura capitolina. Non solo, emergono ulteriori criticità sulla competenza territoriale: basti pensare al coinvolgimento come consulente del magistrato Guido Salvini, già collaboratore della precedente commissione Moro 2. Insoddisfatto del lavoro svolto nella precedente commissione – senza successo è bene sottolineare – Salvini si è ritrovato tra le mani una commissione tutta per sé, dando sfogo alla propria irrisolta libidine complottista che tormenta la sua esistenza. Questo magistrato, che svolge le proprie funzioni giudiziarie come Gip al settimo piano del tribunale di Milano, in questo modo è riuscito a dotarsi di una competenza sull’intero territorio nazionale per svolgere indagini, interrogatori e altro, senza possedere le dovute conoscenze e competenze sulla materia, e si vede dal risultato dei lavori. Un vero aggiramento politico delle norme e delle procedure giustificato da una sorta di stato d’eccezione complottista perseguito con fanatica voracità.
Il supermercato dei testimomi A suscitare imbarazzo sono anche i metodi di indagine e le risorse impiegate: per esempio il tentativo di pilotare il ricordo di alcuni testimoni, trascelti perché ritenuti più comodi: tra questi Cristina Damiani che crede di vedere sei persone armate sulla scena, oltre all’agente Iozzino sceso dall’Alfetta di scorta, o ancora il ripescaggio dell’eterno ingegner Marini, uno che è riuscito a raccontare più bugie di Saviano, ricordatevi la storia del parabrezza del suo motorino. O ancora Luca Moschini che parla di una motocicletta vista prima dell’agguato cavalcata da uno dei quattro brigatisti in divisa da stewart dell’Alitalia, in contrasto con le dichiarazioni di tutti gli altri testimoni e con la moto descritta ad azione conclusa da altri due testi, Marini e Intrevado. Insomma la regola è quella del supermercato: mi scelgo i testi che meglio aggradano la mia teoria e ignoro quelli che la smentiscono e così diventa più facile far spuntare la presenza di un quinto sparatore in abiti civili, fuggito a piedi e in direzione opposta agli altri, nonostante sulla scena manchino i bossoli della sua arma, che poi sono l’unico dato obiettivo, e la sua fuga con un’arma lunga in mano (una canna di almeno 30 cm) non sia stata intercettata da nessun altro testimone che era sullo stesso lato del marciapiede nella parte alta di via Fani. E come si sarebbe allontanato dal luogo questo individuo, se non era salito in nessuna delle tre macchine del commando brigatista? Attendendo un mezzo pubblico ad una fermata dell’autobus di via Trionfale con un mitra in mano mentre vetture della polizia confluivano sul posto e l’intero quartiere si riversava in strada? Infine ci sono i soliti Pecorelli, De Vuono, Nirta, i calabresi, l’anello, persino lo stragista fascista Vinciguerra, uno dei cocchi adorati del giudice Salvini che non esita a metterlo dappertutto come il prezzemolo. Una specie di festival canoro di vecchie glorie del complottismo. Mentre chi c’era, i brigatisti, sono sempre dei bugiardi buoni a prendersi solo raffiche di ergastoli.
Il club dei dietrologi digitali Ancora più problematico appare il ricorso ad alcune «consulenze esterne» del tutto prive di valenza scientifica: amichetti del quartierino complottista, dietrologi digitali, giornaliste da velina, amici della domenica che si dilettano del caso Moro come fosse un gioco di società. Insomma un circo Barnum, roba da avanspettacolo, un vero specchio del livello infimo della politica e delle istituzioni parlamentari attuali.
Se non sei complottista sei ancora un brigatista Scorrendo le pagine della relazione ho scoperto persino di esser citato, il che devo dire mi suscita solo vergogna. A pagina 37 si richiama il mio ultimo libro, La polizia della storia, La fabbrica delle fake news nell’affaire Moro (Deriveaprodi 2021). Nel testo mi si attribuisce l’appartenenza alle Brigate rosse che rapirono Moro, di cui parlerei come un conoscitore interno, «facendo mostra di un’adesione ancora attuale al pensiero brigatista». Il 16 marzo 1978 non avevo ancora compiuto 16 anni, ero un ginnasiale e mi trovavo nel mio liceo “sgarrupato” di via Bonaventura Cerretti, quartiere Aurelio di Roma. Era un magazzino di un palazzo sotto il livello stradale, buio, alcune aule piene di scritte del ’77 e dei bagni da dove uscivano i topi. Non c’era altro. Mancavano laboratori, aula magna, palestra. Non era una scuola ma un cesso di periferia. L’avevamo occupato e facevamo autogestione. Eravamo a due passi da Valle Aurelia e il convoglio che portava Moro verso la prigione di via Montalcini al Portuense transitò a due passi da lì, in via Baldo degli Ubaldi. Per parlare della mia esperienza in una delle ultime branche che si separarono da quel che restava delle Brigate rosse, a loro volta figlie della scissione in tre tronconi dei primi anni 80, bisogna attendere ancora otto anni. Altri tempi, altre storie.
Il secondo furgone e le parole ignorate di Moretti Gli estensori mi citano per la presenza il giorno del sequestro di un secondo furgone, un Fiat 238 di colore chiaro, tenuto di riserva e parcheggiato lungo la via di fuga nella zona di Valle Aurelia. Mezzo da impiegare per un eventuale secondo trasbordo dell’ostaggio ma poi inutilizzato e spostato da uno dei brigatisti che parteciparono all’azione di via Fani. Di questa circostanza parlammo già nel libro uscito nel 2017, Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera (Deriveapprodi). Ne La Polizia della storia ho solo aggiunto il nome di chi realizzò quello spostamento. Aggiungono gli autori della relazione che «la circostanza della suo mancato utilizzo proviene solo, e anche in forma impersonale, dal racconto dei brigatisti in contatto con Persichetti», ciò – proseguono ancora gli esponenti della commissione – «E’ esempio, come in altri casi, di una logica di verità a rate». A questo punto sarebbe il caso di sottolineare che a rate c’è solo il cervello a fette dei dietrologi, perché del secondo mezzo aveva parlato Mario Moretti nel libro con Rossanda e Mosca nel lontano 1994, «Oltrepassiamo senza fermarci il luogo dove avevamo messo una macchina per un cambio di emergenza qualora non fosse riuscita la prima operazione di trasbordo: è pericolosissima l’eventualità che sia stato notato il furgone col quale ci avviciniamo alla base, perché una segnalazione anche a distanza di giorni consentirebbe di circoscrivere la zona in cui ci troviamo. Ma non è necessario cambiare macchina», (Mario Moretti, Brigate rosse, una storia italiana, Anabasi 1994, p. 131). Punto.
Recensioni – La Polizia della storia, la fabbrica delle fake news dall’affaire Moro, Paolo Persichetti, Deriveapprodi aprile 2022, pp. 281
Vincenzo Morvillo, 14 dicembre 2022 Contropiano
«Qualcuno doveva aver diffamato Josef K. perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne arrestato». Si tratta, com’è noto, del celebre incipit de Il Processo di Franz Kafka. E queste parole ci tornano alla mente sin dalle prime righe di La Polizia della Storia, il libro-denuncia scritto dal compagno ed amico Paolo Persichetti:
«La mattina dell’8 Giugno, dopo aver lasciato i miei figli a scuola,sono stato fermato per strada da una pattuglia della Digos e scortato nella mia abitazione, dove ad attendermi c’erano altri agenti appartenenti a tre diversi servizi della Polizia di Stato: Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione, Digos e Polizia Postale».
Da quel momento, la vita di Paolo si è trasformata in una traslazione realistica e angosciante della vicenda di Josef K, narrata dallo scrittore praghese. Accusato in prima istanza di “associazione sovversiva”, senza che abbia messo in atto alcuna azione tesa al sovvertimento dello Stato. Poi, di aver divulgato fantomatico “materiale secretato” della Seconda Commissione Moro: materiale che secretato non era, considerato che le bozze delle diverse relazioni stese dalla Commissione circolavano tra le redazioni dei giornali e che tutta la documentazione dell’inchiesta era destinata alla divulgazione pubblica. Infine, di “favoreggiamento” per aver tenuto contatti con ex brigatisti – nella fattispecie Alvaro Loiacono che a sua volta conversava con Alessio Casimirri – condannati per il sequestro Moro oltre quarant’anni fa. Il primo ha scontato la pena in Svizzera in quanto cittadino elvetico. Il secondo è fuggito in Nicaragua fin dall’inizio degli anni ’80, dove vive da uomo libero. Il primo ha scontato la pena in Svizzera in quanto cittadino elvetico. Il secondo è fuggito in Nicaragua fin dall’inizio degli anni ’80, dove vive da uomo libero. Ex Br oramai settantenni, che Persichetti utilizza come “fonti vive” per il suo lavoro di ricercatore e storico. Ma che per la Polizia della Storia e per la Magistratura italiana altro non sarebbero che sovversivi “in servizio attivo” che Paolo starebbe “favorendo”, passando loro informazioni. Ex Br oramai settantenni, che Persichetti utilizza come “fonti vive” per il suo lavoro di ricercatore e storico. Ma che per la Polizia della Storia e per la Magistratura italiana altro non sarebbero che sovversivi “in servizio attivo” che Paolo starebbe “favorendo”, passando loro informazioni. Informazioni di cui, naturalmente, l’intera cittadinanza italiana può venire a conoscenza, semplicemente con un click su Google. Una trama grottesca e surreale, come quella del kafkiano processo intentato ai danni di Josef K. Ed infatti, a Persichetti, nel narrare la sua assurda vicenda – nella prima parte del libro – non difettano toni ironici e sarcastici, indirizzati agli organi repressivi e di prevenzione di uno Stato che, francamente, si fa fatica a definire “democratico”. Organi inquirenti, repressivi e di prevenzione i quali, più che individuare una fattispecie di reato, sembrano andare all’astratta ricerca di una qualsivoglia colpa da addebitare a Paolo. Una colpa che andrebbe ricercata, ça va sans dire, tra le carte e i documenti del suo archivio. Archivio nel quale, tenetevi forte, sarebbe celato l’ultimo dei misteri sul Caso Moro. La madre di tutte le cospirazioni. La Verità di tutte le Verità. Difficile evitare un po’ di sarcasmo nei confronti dell’azione di Polizia e Magistratura, leggendo le pagine in cui Paolo racconta questa sua surreale vicenda. Come quelle in cui scrive del modo in cui gli inquirenti siano addirittura arrivati a clonare il cellulare dell’avvocato Davide Steccanella. Importante penalista meneghino, scrittore, autore di un corposo volume sulla storia della lotta armata in Italia, difensore di Cesare Battisti, Steccanella si è trovato intercettato sol perché in contatto con Persichetti. Come quelle in cui scrive del modo in cui gli inquirenti siano addirittura arrivati a clonare il cellulare dell’avvocato Davide Steccanella. Importante penalista meneghino, scrittore, autore di un corposo volume sulla storia della lotta armata in Italia, difensore di Cesare Battisti, Steccanella si è trovato intercettato sol perché in contatto con Persichetti. Conclusione, come scrive lo stesso Paolo: «Digos e Polizia di Prevenzione ascoltavano le nostre conversazioni telefoniche che riferivano al Pm. Per tutti quei mesi, l’intera strategia difensiva costruita dall’avvocato Steccanella è stata intercettata permettendo alla Procura di conoscerla in anticipo ed entrare nei segreti della difesa». Tecniche da Stato totalitario. Strategie da Stato di Polizia. Vietate espressamente da ogni codice di procedura, perché invalidano ogni possibile difesa giudiziaria; ossia legale. Altro che Urss e Ddr, Le vite degli altri sono qui. Sono le nostre!
La seconda parte del libro, volutamente più rapsodica, discontinua, non sempre coerente sul piano formale, ma disseminata di notizie fondamentali, dettagli storiografici significativi ed essenziali spunti di riflessione, è interamente dedicata al cosiddetto Caso Moro. Paolo sembra voler dar fondo a tutta la sua intensa attività di ricerca, sembra quasi grattare la crosta della memoria per riversare sul foglio ogni micro-frammento storiografico riguardante quella vicenda. La sua ci appare un’opera di resistenza e di sfida democratica ad istituzioni totalitarie, che vorrebbero mettere il bavaglio a lui e alla Storia. Istituzioni orwelliane che pretenderebbero di tacitare la libera espressione del pensiero, soprattutto se essa riguarda un passato che il Potere deve necessariamente porre nell’oblio dei tempi. Pena il riconoscimento politico di una forza rivoluzionaria che mise in crisi le fondamenta stesse dello Stato borghese. Ricercatore e Storico, Paolo è dunque vittima, dal giugno 2021, di un attacco concentrico e senza precedenti, portato da Polizia di Prevenzione, Digos e magistratura inquirente, contro la sua persona e la propria famiglia. Il sequestro di tutto il materiale documentale, dell’archivio, delle fonti storiografiche, dei dispositivi elettronici e addirittura delle cartelle cliniche riguardanti Sirio, il figlio tetraplegico di Paolo e della compagna Valentina Perniciaro – anch’essa non risparmiata dal sequestro – costituiscono un intollerabile attentato alla libertà personale e alla ricerca storiografica, sciolta dai vincoli oppressivi imposti dal pensiero dominante. Un attacco repressivo, il cui unico scopo “razionale” sembra quello di mettere il guinzaglio all’attività di ricostruzione della Verità storica – che Paolo conduce tenacemente da anni, insieme ad altri validi studiosi – incentrata sull’insorgenza degli anni ’70 e sul più clamoroso evento rivoluzionario, messo a segno da una organizzazione guerrigliera nel cuore dell’Occidente capitalista: il rapimento del Presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, ad opera delle Brigate Rosse. Un evento che, da quaranta e più anni, è diventato la pietra angolare per la costruzione di una narrazione artificiosa della Repubblica Italiana, da cui viene espunto il conflitto di classe e completamente cancellato il quindicennio che – dall’inizio degli anni ’70 alla prima metà degli anni ’80 – ha visto un’intera generazione sollevarsi, anche in armi, contro il regime democristiano, lo Stato, la cultura borghese e contro il modello produttivo del Capitale imperante. Un attacco repressivo, insomma, per continuare ad imporre una narrazione mistificante, preda del senso di colpa e dei deliri auto-vittimizzanti escogitati, dopo la morte di Moro, dagli ex dirigenti di Pci e Dc. Una narrazione costruita a tavolino, con il piglio ottuso dell’ossessione cospirazionista, da parte di politici di basso profilo ma con l’ambizione di apparire, come il senatore Sergio Flamigni, il presidente della Seconda e inutile Commissione Moro – Giuseppe Fioroni – il senatore Gero Grassi. Narrazione perpetuata anche da parte di magistrati posseduti dall’ideologia del complotto. Da parte di “storici” al servizio di un partito. E di una pletora infinita di giornalisti – un paio di generazioni almeno, con poche ma molto apprezzabili eccezioni – tutti attratti dai facili guadagni (le “consulenze” con la trentennale “commissione parlamentare di inchiesta”), nonché dalla notorietà che la stesura di un libro o un surreale docufilm, infarciti di dietrologia sull’affaire Moro, hanno fin qui garantito. Una narrazione, infine, il cui vero obiettivo è di natura eminentemente politica: il controllo dalla memoria collettiva rispetto a quel passato rivoluzionario, allo scopo di ipotecare presente e futuro. Un presente e un futuro che – il potere spera – non abbiano mai più a confrontarsi con genuine aspirazioni o istanze di sovversione e di conflitto, contro l’impero della merce e del profitto. Contro il conformismo dell’intelletto e dell’anima. Affinché sia il Capitale l’unico orizzonte di senso. Il libro di Paolo, come dicevamo, è quindi un coraggioso atto di testimonianza e di resistenza personale contro tutto questo. E contro la repressione storiografica preventiva messa in campo dallo Stato Italiano.
* Il libro sarà presentato a Napoli, presso i locali del Civico7 Liberato, Giovedì 15 Dicembre, a partire dalle ore 18:30. Saranno presenti, con l’autore, il giornalista Fulvio Bufi (Corriere della Sera) e l’avvocato penalista Biagio Gino Borretti. Introduzione di Vincenzo Morvillo, della redazione di Contropiano
«L’accusa ancora non c’è e addirittura potrebbe non esserci mai» è questo il passaggio decisivo che riassume la sostanza di un’inchiesta che ha messo sotto accusa la libertà di ricerca storica. Lo scrive il Gip del Tribunale di Roma Valerio Savio in chiusura del provvedimento in cui si nega per il momento la riconsegna delle copie forensi, ovvero il clone digitale del mio archivio sequestrato ormai 16 mesi fa: «rilevato ancora come non si pongano questioni in ordine alla riservatezza dei dati, tuttora coperti da segreto investigativo; laddove per altro profilo ogni questione di “utilizzabilità“ dei dati medesimi è semplicemente prematura e allo stato non importabile, in assenza di una imputazione che tuttora potrebbe ancora non essere mai formulata».
La procura inizialmente aveva contestato il reato associativo Il 9 giugno del 2021 una nutrita truppa di poliziotti di tre diversi servizi della polizia di Stato aveva occupato il mio appartamento con un mandato di perquisizione e sequestro dei miei strumenti di lavoro: l’archivio di materiali storici raccolto in anni di ricerche, computer, tablet, telefoni, pendrive, hard disk e schede di memoria di ogni tipo. Sotto la guida di funzionari della Polizia di prevenzione, gli agenti della Digos e della Polizia postale in realtà portarono via anche l’intero archivio di famiglia: cartelle scolastiche e cliniche dei miei figli di cui uno disabile, l’archivio amministrativo, l’intero archivio fotografico della mia compagna. Le imputazioni iniziali, mosse dalla Procura della repubblica e dalla Procura generale, erano l’associazione sovversiva con finalità di terrorismo (270 bis cp), rapidamente evaporata dall’inchiesta, e il favoreggiamento (378 cp).
La giostra delle accuse Nel corso dell’inchiesta si sono succedute ben 5 imputazioni: prima della perquisizione l’indagine si era aperta ipotizzando una violazione di segreto d’ufficio (prima imputazione), successivamente lievitata in associazione sovversiva a scopo di terrorismo (seconda imputazione) e favoreggiamento (terza imputazione). Nel luglio del 2021 il Tribunale della libertà, sollevando dubbi sulle precedenti incolpazioni, evocate – a suo dire – «senza indicare precise condotte di reato», suggerì una nuova accusa: «violazione di notizia riservata» (quarta imputazione), che si sarebbe consumata l’8 dicembre 2015, quando attraverso la posta elettronica avevo inviato alcuni stralci della prima bozza di relazione annuale della commissione Moro 2. Testo che sarebbe stato pubblicato dall’organo parlamentare meno di 48 ore dopo e sul quale non era mai stato posto alcun segreto, nemmeno funzionale. Pagine destinate a un gruppo di persone coinvolte insieme a me nel lavoro di preparazione di un libro sulla storia delle Brigate rosse (leggi qui), poi uscito nel 2017 con Deriveapprodi (Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera). Nell’ottobre successivo, cioè un anno fa, il Gip scrisse in uno dei suoi provvedimenti che, in realtà, mancava «una formulata incolpazione anche provvisoria» (leggi qui). Insomma le uniche certezze dell’indagine erano il sequestro del mio archivio, le intercettazioni della posta elettronica, ma non l’esistenza di un reato per cui tutto ciò avveniva. A quel punto la procura sposando la richiesta di incidente probatorio sul materiale sequestrato, avanzato in precedenza dal mio avvocato, si attestò nuovamente sull’accusa di favoreggiamento (quinta imputazione).
La perizia accerta l’assenza di materiale riservato ma la procura non si arrende A fine aprile 2022 il perito del tribunale dopo aver clonato i 27 supporti sequestrati estrae 725 elementi attinenti all’indagine: 589 pdf, 117 immagini, 1 video, 13 files testo e 5 folder, per buona parte scaricati dal sito di un ex membro della Commissione Moro (i (https://gerograssi.it/b131-b175/#B131). In nessuno di essi è presente materiale riservato. Per la procura è un clamoroso buco nell’acqua (leggi qui) ma nonostante ciò il pm si oppone alla riconsegna dell’archivio e il Gip lo appoggia. La procura chiede alla Polizia di prevenzione di analizzare il materiale estratto dal perito e a fine maggio dispone la riconsegna dei 23 supporti nei quali il perito non aveva trovato elementi attinenti all’indagine ma trattiene le copie forensi.
La Procura riconsegna il materiale sequestrato ma trattiene le copie forensi dell’archivio Nel frattempo la Polizia di prevenzione analizza il materiale individuato dal perito e il 9 luglio 2022 invia una informativa alla pubblico ministero Albamonte, titolare dell’indagine, nel quale «si da riscontro dei contenuti dei file estrapolati dal perito nel corpo dell’incidente probatorio». In seguito a questa informativa il 26 luglio il pm dispone la riconsegna dei due telefonini, del tablet e del computer e dello spazio cloud ancora sequestrati ma anche in questo caso trattiene le copie forensi, ovvero il clone digitale dell’intero materiale presente nei quattro supporti, «in quanto – scrive il pm – costituiscono necessario compendio del fascicolo fino alla sua definizione e risultano tutt’ora utili ad approfondire le indagini circa la provenienza del materiale riservato trovato nella disponibilità del Persichetti».
Un’inchiesta senza più reato L’avvocato Francesco Romeo chiede la visione dell’informativa della Polizia di prevenzione che aveva provocato l’improvviso cambio di atteggiamento della Procura ma la Procura oppone un rifiuto. A quel punto solleva un nuovo ricorso contro la decisone del pm per riavere le copie forensi dell’intero materiale portato via il 9 giugno 2021. L’impugnazione viene discussa lo scorso 30 settembre, per il Gip nonostante «l’assenza di una imputazione», che addirittura «potrebbe non essere mai formulata», le copie forensi dell’archivio devono restare in mano alla procura fino alla conclusione dell’indagine. Con buona pace della libertà di ricerca storica.