Estate romana: Scalzone «Veltroni manipola la memoria di Renato Nicolini e lo arruola nel partito dell’emergenza antiterrorista»

La figura di Renato Nicolini, l’inventore dell’Estate romana recentemente scomparso, l’Effimero, le periferie della capitale negli anni 70. Parla Oreste Scalzone ed è subito tabula rasa del cretinismo veltroniano

 

di Paolo Persichetti
Altri 24 agosto 2012

«Era uno spirito dubbioso e critico con un fondo di timidezza da cui provava a difendersi con una punta di dandismo. Di lui si potrebbe dire che era un poeta libertario e comunista». La figura di Renato Nicolini affiora tra fiotti di ricordi che mischiano vissuto pubblico e personale. Un fatto quasi inevitabile se a raccontare è Oreste Scalzone.
Era l’estate del 1979, da alcuni mesi l’ex esponente di Potere operaio era finito in carcere per la retata giudiziaria del 7 aprile. A fargli compagnia migliaia di altri prigionieri politici. Lucia Martini, sua moglie, conosceva bene Nicolini per aver frequentato la stessa facoltà di architettura a Valle Giulia, nei primi anni 60, ed aver dato vita insieme alla prima occupazione nell’Italia del dopoguerra. «Lucia – spiega Oreste – si ricorda ancora di una cosa che le era sembrata la più grande assemblea del mondo, durante l’Estate romana. Nicolini la chiamò sul palco di piazza di Siena e le fece leggere una lettera che le avevo mandato dal carcere».
Cosa? Ho capito bene? Mi chiedo fra me e me mentre Oreste continua a snocciolare un episodio dietro l’altro, raccontando aneddoti picareschi, surreali, sempre sintomatici, sulla falsa riga di chi ritiene che prendersi sul serio sia in fondo la cosa meno seria che si possa fare nella vita. «Aspetta, aspetta, Ore’, fermati un attimo», non solo glielo dico ma ci riesco pure.
Alla cerimonia ufficiale di commemorazione che si è tenuta alla Protomoteca del Campidoglio, Walter Veltroni, e il suo replicante Gianni Alemanno, hanno sostenuto cose che vanno in direzione esattamente opposta. Oreste però conferma tutto e rincara pure la dose: «Nel 1983 Nicolini venne a Parigi, dove ero rifugiato, per partecipare ad una iniziativa al Beaubourg. Ero andato a curiosare anch’io. Quel giorno c’era pure Rino Serri, che dopo Trivelli e prima di Occhetto era stato segretario della Fgci, quello della mia prima tessera. Renato terminato l’incontro ufficiale venne a casa nostra».

A casa di un latitante? Veltroni ci rimarrà male quando lo verrà a sapere. Alla commemorazione ha detto che l’Effimero «è stata una risposta straordinaria a chi, negli anni di piombo, voleva che vincesse la paura, che la gente restasse chiusa in casa».
La gente chiusa in casa negli anni ‘70? Ormai abbiamo una nomenclatura demenziale. La coppia Veltroni-Alemanno mi ricorda i fratelli de Rege, una coppia di comici famosi negli anni ’60 che ispirò Walter Chiari e Paolo Panelli.

Se non è vero quello che racconta Veltroni o capita di leggere su Repubblica, allora l’Effimero che cosa è stato?
Certo non un capitolo della lotta contro il terrorismo, come ora qualcuno va raccontando pretendendo di arruolare Nicolini nella truppa dell’emergenzialismo. Il termine fu coniato con un intento dispregiativo dai suoi nemici, a destra come a sinistra. La politica culturale di Nicolini fu una rottura che metteva al centro la parola, l’attimo, l’immagine, l’immanenza, perché materialista non è per forza il calcestruzzo e il resto è roba dello spirito. Forse tutto ciò è stato possibile perché il Pci era un partito che tracimava ormai da tempo, dalla morte di Togliatti che probabilmente quella politica non l’avrebbe mai permessa… Nicolini era sì capitato nel Pci, ma prima era stato dissidente, un po’ gauchiste. Perché in fondo il Pci era ciò che passava il convento e dopo per alcuni restava una sorta di fedeltà. Ma il partito non era più una specie di dio, come scrisse una volta Otto Rühle: “la rivoluzione non è affare di partito”.

La prima edizione dell’Estate romana è del 1977. Un anno cruciale. Nicolini con il suo assessorato alla cultura fece scelte molto diverse dalla politica condotta dal Pci a livello nazionale.
Quelli erano gli anni dei divieti di manifestare, dove ogni assembramento era percepito come un’adunata sediziosa e anche ai concerti interveniva la polizia. Che l’Estate romana sia finita, forse oltre gli intendimenti del suo stesso creatore, per andare in controtendenza rispetto al plumbeo dell’emergenza giudiziaria antiterrorista, sostenuta in prima fila proprio dal Pci, è un dato di fatto. Fu come una grande respirazione. La città riprese fiato. Non è vero che la popolazione romana fosse barricata in casa perché c’erano le Brigate rosse. Forse questo era vero per gli esponenti della nomenclatura politico-economica, gli uomini degli apparati o dei grandi media, non più di due-tremila persone. Ma gli altri, i giovani delle borgate, se non potevano andare in centro era perché non avevano una lira in tasca, perché le periferie erano ghetti, perché la città non era fatta per loro, non li gradiva, non prevedeva la loro presenza. C’era uno sfacelo sociale e quello era il piombo del cielo sulla loro vita, non le stupidaggini che racconta oggi Veltroni.

L’anno prima c’era stata la festa del proletariato giovanile al parco Lambro di Milano a cui parteciparono 150mila persone.
Invece di reprimerli Nicolini offrì una risposta a questa espressione di “nuovi bisogni”, come allora si chiamavano, rivendicati da larghi strati del movimento di quegli anni. Va incontro ad una dirompente domanda di convivialità, al desiderio di cultura proveniente dal basso. Pensate al festival dei poeti sulla sabbia di Ostia, davanti a migliaia di giovani col palco che crolla perché ognuno voleva salire a recitare i suoi versi. Capisco che Veltroni si è dovuto confrontare con le veline. In fondo ognuno è portato a misurarsi con l’epoca che si merita. Portando le periferie in centro Nicolini rompe anche il muro di classe che impediva l’accesso alla cultura di massa. L’evento non è più la prima della Scala ma cinquemila persone sedute davanti all’arco di Costantino a vedere la rassegna cinematografica di Massenzio.

Strage di Bologna, la storia di Mauro Di Vittorio: vittima tra le altre vittime che Enzo Raisi e Giusva Fioravanti vorrebbero trasformare in carnefice

Sono tornati gli sciacalli, fanno parte di una razza particolarmente famelica che non s’avventa più sui cadaveri ma dissotterra le salme, come quella di Mauro Di Vittorio, in cerca non più della sua povera carne bruciata ma delle sue ossa da rosicchiare. Sono le nuove jene della memoria, gente senza scrupoli – ieri come oggi – che divora il ricordo, si nutre del passato, mastica il vissuto di chi non può più difendersi.
Questi personaggi non hanno fame di verità, sazi come sono di faziosità e pregiudizio ruttano teoremi accusatori, vomitano cultura del sospetto, la stessa di cui si dicono vittime. Ecco un primo aspetto da segnalare in tutta questa vicenda: c’è chi pensa che basta sostituire un capro espiatorio con un altro e il problema è risolto. Tutto è lecito, tutto è possibile pur di scrollarsi di dosso l’accusa di esser responsabili della strage. L’obiettivo? Diffondere una nuova narrazione che, a partire dalle incertezze che inchieste e processi sulla strage non hanno colmato, capovolga l’intera storia dello stragismo.
Ciò detto, di quanto accadde a Bologna il 2 agosto 1980 bisogna discutere. La sinistra, i compagni, quelli più giovani, lo devono fare a prescindere da queste manovre strumentali, anzi proprio per rinviarle al mittente con un bel calcio nel culo.

Qui sotto alcuni articoli di quotidiani dell’epoca nei quali si possono travare cenni biografici importanti sulla vita di Mauro Di Vittorio, raccolti dai cronisti in tempo reale. Materiali che smontano i deliri complottistici lanciati da Enzo Raisi che ha parlato in proposito di informazioni false diffuse per depistare. Secondo Raisi la cronista dell’Unità, quello del Resto del Carlino e della Stampa, avrebbero agito all’unisono sotto il comando unico di una centrale depistatrice… La cronista dell’Unità, come si può leggere, raccolse informazioni per le strade del quartiere di Torpignattara, tra amici, conoscenti e familiari. Tutti più o meno scrivono le stesse cose. Giudicate voi.

Sull’Unità del 13 agosto la cronista racconta che dopo la morte del padre, Mauro Di Vittorio era diventato il capo famiglia, fratello magggiore con due sorelle e un fratello minore. La madre, vedova, poteva contare su una piccola pensione ed allora Mauro abbandona gli studi dopo la terza media per carcare lavoro. Gran parte dello stipendio lo dava alla madre, grazie a impieghi saltuari. Poi arriva un impiego da trimestrale al distaccamento lombardo del ministero delle Finanze. Infine la scelta di cercare fortuna a Londra. Il viaggio della speranza. Racconta la zia che aveva trovato piccoli lavoretti, come lavapiatti negli alberghi. A inizio luglio rientra in Italia avvertito dalla madre perché a Milano c’era un concorso per entrare nel ministero delle Finanze. Mauro tenta di arrivare il prima possibile, ma purtroppo farà tardi. La data del concorso era passata. Resta a casa vicino alla madre fino al 24 luglio e poi riparte di nuovo. Stavolta però lo fermano alla frontiera inglese, perché privo di mezzi di sostentamento. Episodio che segna il suo destino.

La scheda biografica redatta da Fabio Negro, cronista oggi in pensione, per il Resto del Carlino che verrà poi utilizzata per la scheda presente sul sito dell’associazione familiari vittime della strage di Bologna. Le informazioni riportate riempiono i tasselli vuoti del racconto precedente, soprattutto si riportano stralci del diario del giovane.

La Stampa del 13 agosto 1980:  «Un capitolo dell’inchiesta si è chiuso ieri: è stata identificata l’ultima vittima senza nome all’obitorio. E’ lo studente romano Mauro Di Vittorio, 24 anni, partito a fine luglio per un periodo di vacanze nel Nord Europa. I familiari non sapevano che sarebbe passato per Bologna proprio quel sabato 2 agosto».


Altri articoli sulla vicenda

L’intervista a Daniele Pifano
Strage di Bologna: Daniele Pifano sbugiarda il deputato Fli, Enzo Raisi “Mauro Di Vittorio non ha mai fatto parte del Collettivo del policlinico né  dei Comitati autonomi operai di via dei Volsci
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Il paradigma vittimario
Stazione di Bologna, una strage di depistaggi

Strage di Bologna, Daniele Pifano sbugiarda il deputato Fli Enzo Raisi: «Mauro Di Vittorio non ha mai fatto parte del Collettivo del Policlinico o dei Comitati Autonomi Operai di via dei Volsci». La destra a caccia di un nuovo capro espiatorio

Mauro Di Vittorio, il ventiquattrenne romano originario del quartiere di Torpignattara ucciso dalla bomba che esplose il 2 agosto 1980 nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna, non ha mai fatto parte del Collettivo del Policlinico o dei Comitati Autonomi di via dei Volsci, né di aree politiche a loro vicine. Lo afferma Daniele Pifano, che del Collettivo del Policlinico è stato uno dei responsabili più importanti, in una nota (potete leggere l’integrale in fondo al post) nella quale smentisce seccamente le accuse, «senza nessuna rispondenza reale», lanciate lunedì scorso dal deputato finiano Enzo Raisi. La destra a caccia di un capro espiatorio di sinistra per la strage di Bologna

L’esponente postfascista durante una conferenza stampa tenutasi a Bologna, ipotizzando una diversa verità rispetto a quella processuale (i cui esiti sono da sempre molto discussi), e che ha visto condannati come esecutori materiali tre militanti dei Nar, ha sollevato forti sospetti su Mauro Di Vittorio, indicato come uno dei possibili trasportatori o ricettori della valigia esplosiva. Per Raisi vi sarebbero aspetti oscuri da chiarire sull’autopsia condotta sul corpo del giovane, l’ultimo ad essere identificato e sull’atteggiamento tenuto da due giovani che fuggirono dall’obitorio quando videro il suo corpo. A sostegno di questi elementi, il deputato cita le testimonianze di alcuni medici legisti e di un carabiniere. Per sostanziare il suo castello di sospetti, Raisi ha iscritto d’ufficio Di Vittorio «all’area dell’Autonomia operaia romana, della zona sud della Capitale, legata a via dei Volsci e molto vicina ai palestinesi».
Il parlamentare non lo dice, ma lo scenario che tratteggia s’ispira alla trama di un giallo scritto alcuni anni prima da Loriano Machiavelli.

Pifano smentisce
Sulla scia dei lavori della commissione Mitrokhin di cui era stato membro, Raisi ha riproposto il lodo Moro come vero movente della strage (l’accordo segreto che in cambio dell’immunità per il territorio italiano dal rischio di attentati autorizzava le formazioni palestinesi ad usare la penisola come base logistica e per il trasporto di armi; a differenza di quanto accadeva per gli Israeliani che hanno sempre potuto commettere azioni militari, contro obiettivi palestinesi e italiani, nella più completa impunità), distinguendosi in parte dalla tesi della rappresaglia per privilegiare la pista dell’incidente e forse, ma questa ipotesi viene appena sussurrata, del sabotaggio da parte israeliana.
Dopo aver chiamato nuovamente in causa i due militanti della sinistra rivoluzionaria tedesca, Thomas Kram e Christa Margot Frolich (ma a che prò? Visto che ora pensa che a portare la valigia era un’altra persona), ha introdotto la vera novità (in realtà già anticipata l’8 aprile scorso in un’intervista al Resto del Carlino, vedi qui) frutto di sue personali indagini: i sospetti di un coinvolgimento (diretto o indiretto, Raisi non sa precisare) di Mauro Di Vittorio.

«Né il sottoscritto – replica Pifano – né gli altri responsabili a suo tempo del Collettivo del Policlinico o dei Comitati Autonomi Operai di via dei Volsci abbiano mai saputo o abbiano mai avuto notizia dell’esistenza di un compagno dell’autonomia tra le vittime dell’orribile strage di Bologna!»

L’iniziativa dell’esponente di Futuro e libertà fa seguito alla presentazione di un’interpellanza parlamentare urgente, firmata insieme a una cinquantina di altri parlamentari del centrodestra, e al deposito in procura di una richiesta di supplemento d’indagini.

La smentita di Pifano è importante poiché dimostra come le affermazioni di Raisi siano prive di rigore, parole lanciate con leggerezza, formulate senza aver fatto prima le opportune verifiche, cariche di un violento pregiudizio e di una smisurata faziosità. Frutto solo del tentativo di sollevare polveroni mediatici, di costruire una nuova narrazione priva di grammatica.

Una pista canovaccio a libera interpretazione
Se l’appartenenza di Di Vittorio all’area dell’Autonomia operaia di via dei Volsci, da sempre solidale con i palestinesi e legata in modo privilegiato all’Fplp di George Habash, non trova conferma, viene meno una delle vie principali per collegarlo all’ipotizzata vicenda del trasporto d’esplosivo. A Raisi rimane solo il biglietto del metrò parigino trovato in una delle sue tasche, circostanza anche questa assai singolare visto che poi si dice che il suo corpo era in gran parte bruciato. Un po’ poco per sostenere che ciò proverebbe il suo legame con l’Ori, il gruppo di Carlos che secondo Raisi (ma non risulta in nessun documento dei servizi, anche di quelli della Mitrokhin sempre citatissimi) nel 1980 faceva ancora base a Parigi nonostante fosse ricercato dalle autorità francesi per tre omicidi.

Raisi, come gli altri sherpa della pista palestinese, Pellizzaro, Paradisi & company (e ovviamente il loro mentore nemmeno tanto occulto), devono decidere una volta per tutte quale tesi sostenere – se ne hanno veramente una certa in testa – e smetterla con questa tecnica dell’aggiustamento progressivo della loro versione che introduce sempre nuove varianti ad ogni smentita o difficoltà che sopravviene. D’altronde è proprio questa la caratteristica dei teoremi.

Non è certo possibile sostenere contemporaneamente due cose contraddittorie. E’ noto come non ci siano mai stati contatti tra i Comitati autonomi romani e il gruppo di Carlos. Anche solo lontanamente ipotizzarlo rasenta la bestemmia vista l’abissale distanza di cultura politica, dimensione mentale, matrici sociali e pratiche concrete. Insomma le due ipotesi non possono viaggiare insieme. Delle due l’una: o si ipotizza che Di Vittorio avesse contatti  con via dei Volsci, ma allora si deve abbandonare l’ipotesi di un legame con Carlos, o viceversa. Ma siccome la prima ipotesi è smentita, oggi da Pifano e all’epoca nei profili che apparvero sul Resto del Carlino e sull’Unità; e la seconda non è supportata da nulla; l’intero castello di sospetti si dissolve in una nuvola di chiacchiere avventate, qualcuno  ha detto di balle di sapone.

Il nuovo capro espiatorio
L’attenzione posta sulla figura di Di Vittorio presenta un risvolto davvero singolare che vale la pena sottolinerare: la  sorella Anna ad un certo punto decise di inviare una lettera di perdono e riconciliazione alla coppia Fioravanti-Mambro. Lettera che aiutò i due ad ottenere la liberazione condizionale e l’uscita dall’ergastolo sulla base di quei criteri premiali esercitati dai tribunali di sorveglianza ed oggi incentrati attorno alla figura della vittima ritenuta metro di giudizio assoluto. Questo comportamento, sfruttato inizialmente per ottenere il beneficio, è ora rovesciato contro la memoria della vittima quasi fosse l’indizio di un rimosso: la presenza di un immenso senso di colpa.

Chi era Di Vittorio ce lo dicono alcune testimonianze e profili tratteggiati sui quotidiani dell’epoca. E qui tocchiamo un secondo aspetto del castello di sospetti dalle fondamenta d’argilla inalzato da Raisi. Secondo il parlamentare, infatti, le informazioni riportate nella scheda su Di Vittorio presente sul sito dell’associazione familiari non sarebbero vere, al punto da chiedersi se non siano frutto di un depistaggio poiché – sostiene – da ricerche effettuate non risulta traccia in nessuno dei verbali degli atti ufficiali del quaderno-diario in cui il giovane raccontava le peripezie del suo viaggio verso Londra.

L’articolo del Resto del Carlino utilizzato per fare la scheda su Di Vittorio
Tuttavia i dubbi di Raisi appaiono infondati poiché i virgolettati del testo contestato sono stati ripresi quasi per intero da un articolo di Fabio Negro, scritto dopo la strage per il Resto del Carlino, che potete vedere qui sotto.

L’articolo del Resto del Carlino ripreso dalla scheda dell’associazione familiari vittime della strage di Bologna

Il testo apparteneva ad uno speciale del quotidiano bolognese, nel quale erano presenti schede biografiche di tutte le vittime della strage, preparato a supporto del “fondo di solidarietà” per le vittime lanciato dopo l’attentato.
Sull’’Unità del 15 agosto si raccontano altri dettagli sulla sua vita e i funerali celebrati a Roma nella cappella del Verano.

Per brevità riprendo un passaggio dell’articolo di Antonella Beccaria, apparso sul Fatto quotidiano edizione bolognese del 30 luglio 2012:

«Era partito per Londra il 28 luglio di quell’anno passando per Friburgo, dove si era separato da un amico scoperto a viaggiare senza biglietto. Giunto in Gran Bretagna, alla frontiera era stato respinto perché senza lavoro e dunque era tornato in Italia, passando per Bologna il mattino della strage e perdendo la vita.
In merito poi alla sua estrazione di sinistra, i giornali dell’epoca la confermano. Ma sono concordi nel dire che “da tempo faceva da capofamiglia. Qualche anno fa, infatti, era morto il padre e la madre e il fratello non ce la facevano a andare avanti con una piccola pensione. Il giovane così abbandonò gli studi e cominciò a lavorare un po’ dappertutto, anche lontano da Roma, ricordandosi sempre di mandare i soldi a casa”. Ai suoi funerali, oltre ai familiari, partecipò l’allora assessore alle politiche educative, Roberta Pinto, deputata fino al 1992 prima per il Pci e poi per il Pds. C’erano anche una ventina di giovani, “i compagni di Torpignattara”, come scrissero su uno dei cuscini di fiori appoggiati sulla bara di Di Vittorio, e un gruppo femminista che appose uno striscione di fronte alla cappella dentro cui si celebrarono le esequie».

Un’altra puntata
Infine nel corso del suo lungo sproloquio Enzo Raisi è riuscito ad evocare persino le Brigate rosse, che ormai sembrano diventate come il prezzemolo: stanno bene un po’ dapertutto insaporendo gli scenari. L’ex membro della Mitrokhin ha parlato degli spostamenti sull’asse Roma-Bologna-Verona per raggiungere i vertici della colonna veneta e Savasta. Cosa c’entrino le Brigate rosse con il lodo Moro, Raisi deve ancora riuscirlo a spiegare, visto che se in Italia ne abbiamo avuto cognizione è grazie al rapimento del presidente democristiano che ne parlò nelle sue lettere e nel memoriale durante la sua prigionia. Ma questo è un’altro capitolo che affronteremo in un’altra occasione.


COMUNICATO STAMPA DI DANIELE PIFANO

Ancora una volta l’onorevole Enzo Raisi, personaggio assai equivoco già membro della Commissione Mitrokhin ed attuale “responsabile immagine di FLI”, spara notizie sensazionali, di grande effetto mediatico…..ma di nessuna rispondenza reale!
Questa volta ha tirato fuori che una delle vittime della bomba alla stazione di Bologna, Mauro Di Vittorio faceva parte dell’Autonomia Operaia, quindi la stessa di Daniele Pifano, quello dei missili dei palestinesi, quindi possibile trasportatore della bomba assassina che avrebbe fatto esplodere per sbaglio o volontariamente. Peccato che né il sottoscritto né gli altri responsabili a suo tempo del Collettivo del Policlinico o dei Comitatio Autonomi Operai di via dei Volsci lo abbiano mai saputo o o abbiano mai avuto notizia dell’esistenza di un compagno dell’autonomia tra le vittime dell’orribile strage di Bologna!
Ancora una volta questa gente senza scrupoli usa le vittime di quella terribile strage fascista per tentare a tutti i costi di rifarsi una nuova verginità.
Per quanto mi riguarda ho dato mandato ai miei avvocati di sporgere denuncia contro quest’individuo pur sapendo che si farà scudo dell’immunità parlamentare per non rispondere di calunnie come questa!

Roma, 31 luglio 2012
Daniele Pifano

L’intervista a Daniele Pifano

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Torturartori che siedono ancora sulle poltrone del Viminale. Chi ha coperto il massacro della Diaz è stato condannato e dimesso dagli incarichi, Oscar Fioriolli che ha torturato negli anni 80 è ancora al suo posto

Oscar Fioriolli, non dimenticate mai questo nome. Nella nota diffusa dopo la conferma definitiva delle condanne pronunciata dalla Cassazione contro i vertici investigativi del ministero dell’Interno, il capo della Polizia Antonio Manganelli dichiarava con parole che si volevano rassicuranti per i citadini :

«Ora, di fronte al giudicato penale, è chiaramente il momento delle scuse. Ai cittadini che hanno subito danni ed anche a quelli che, avendo fiducia nell’Istituzione-Polizia, l’hanno vista in difficoltà per qualche comportamento errato ed esigono sempre maggiore professionalità ed efficienza. Per migliorare il proprio operato, a tutela della collettività, nell’ambito di un percorso di revisione critica e di aperto confronto con altre istituzioni, da tempo avviato, la Polizia di Stato ha tra l’altro istituito la Scuola di Formazione per la Tutela dell’Ordine Pubblico al fine di meglio preparare il personale alla gestione di questi difficili compiti. Il tutto per assicurare a questo Paese democrazia, serenità e trasparenza dell’operato delle forze dell’ordine, garantendo il principio del quieto vivere dei cittadini».

A dirigere questa scuola, nata con decreto del capo della Polizia il 24 ottobre 2008 e operativa dal 1° dicembre successivo «con l’obiettivo – come recita il comunicato del ministero degli Interni – di formare personale specializzato capace di intervenire con professionalità in caso di eventi che possono degenerare dal punto di vista dell’ordine pubblico, come manifestazioni, cortei ed eventi pubblici, per garantire ancor meglio la sicurezza di tutta la collettività», è stato chiamato il prefetto Oscar Fioriolli.

Chi è questo grande esperto a cui il capo della Polizia ha attribuito il compito di formare dirigenti, funzionari e agenti di Ps affinché ricorrano a condotte più “professionali” durante manifestazioni, cortei ed eventi pubblici per evitare quanto accaduto a Genova nel 2001?

Fioriolli è stato questore ad Agrigento, Modena, Palermo, Genova (subito dopo il G8) e poi a Napoli. Risulta anche indagato in una inchiesta sugli appalti Finmeccanica condotta dai pm della procura di Napoli e in una indagine portata avanti dalla procura genovese su una strana vicenda di consulenze per auto blindate richieste da un dittatore della Guinea Conakry e rapporti con un faccendiere siriano che gli avrebbe elargito una somma di 50 mila euro. Questi scarni cenni biografici tuttavia ci dicono ancora molto poco del ruolo avuto da un funzionario che è stato nel cuore del dispositivo antiterrorismo del ministero degli Interni in anni cruciali (dalla metà degli anni 70 in poi).

Per conoscere qualcosa di più del suo passato dobbiamo ricorrere alla testimonianza di un suo collega: l’ex commissario della Digos e poi questore Salvatore Genova, che lo descrive (cf. l’Espresso del 6 aprile 2012;vedi anche la testimonianza video) mentre all’ultimo piano della questura di Verona conduce l’interrogatorio di Elisabetta Arcangeli, una sospetta fiancheggiatrice delle Brigate rosse arrestata il 27 gennaio 1982.

«Separati da un muro, perché potessero sentirsi ma non vedersi, ci sono Volinia e la Arcangeli. Li sta interrogando Fioriolli. Il nostro capo, Improta, segue tutto da vicino. La ragazza è legata, nuda, la maltrattano, le tirano i capezzoli con una pinza, le infilano un manganello nella vagina, la ragazza urla, il suo compagno la sente e viene picchiato duramente, colpito allo stomaco, alle gambe. Ha paura per sé ma soprattutto per la sua compagna. I due sono molto uniti, costruiranno poi la loro vita insieme, avranno due figlie. È uno dei momenti più vergognosi di quei giorni, uno dei momenti in cui dovrei arrestare i miei colleghi e me stesso. Invece carico insieme a loro Volinia su una macchina, lo portiamo alla villetta per il trattamento. Lo denudiamo, legato al tavolaccio subisce l’acqua e sale».

Era in corso il sequestro del generale americano James Lee Dozier, vicecomandante della Fatse (Comando delle Forze armate terrestri alleate per il sud Europa) con sede a Verona, da parte delle Brigate rosse-partito comunista combattente. Sempre secondo la testimonianza fornita da Salvatore Genova, nel corso di una riunione convocata dall’allora capo dell’Ucigos Gaspare De Francisci presso la questura di Verona, presenti Improta, il poliziotto cui De Francisci aveva affidato il coordinamento del gruppo di super investigatori, Oscar Fiorolli, Luciano De Gregori e Salvatore Genova, si decise il ricorso alle torture. A svolgere il lavoro sporco venne chiamato insieme alla sua squadretta di esperti “acquaiuoli” (profesionisti del waterboarding, la tortura dell’acqua e sale) Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, funzionario proveniente dalla Digos di Napoli, già responsabile per la Campania dei nuclei antiterrorismo di Santillo, in forza all’Ucigos. De Francisci fece capire che l’ordine veniva dall’alto, ben sopra il capo della polizia Coronas. Il semaforo verde giungeva dal vertice politico, dal ministro degli Interni Virginio Rognoni. Via libera alle «maniere forti» che in cambio forniva anche chiare garanzie di copertura. Fu lì che lo Stato decise di cercare Dozier nella vagina di una sospetta brigastista.

Roma – Il giardino dei torturatori tra via dell’Amba Aradam e via della Ferratella in Laterano

Giovanni Coronas e Umberto Improta sono morti nel frattempo. Un giardino in ricordo di Improta, capo della squadra di investigatori che praticarono le torture sistematiche impiegate da varie squadre di poliziotti in un arco di tempo che riveste almeno 11 mesi, è sorto non lontano da piazza san Giovanni, a Roma, tra via dell’Amba Aradam e via della Ferratella in Laterano.
Salvatore Genova è in pensione ed è l’unico che ha deciso di raccontare la verità. Nicola Ciocia, il mago del waterboarding, vive nascosto in una casa del Vomero a Napoli. Non ha più il coraggio di uscire di casa, braccato dai fantasmi del suo passato di aguzzino. L’ex guardasigilli Virginio Rognoni mantiene profilo basso, mostra di ricordare con difficoltà sperando di non essere coinvolto nella riapertura del caso; Oscar Fioriolli è invece ancora al suo posto di dirigente della scuola di polizia. Una scelta davvero rasicurante: l’uomo giusto al posto giusto!

Sentito al telefono da Piervittorio Buffa, il giornalista che è riuscito a sfilare organigrammi e nomi degli autori delle torture dalla bocca di Salvatore Genova, che fino ad allora aveva solo denuciato i fatti senza mai indicare i corresponsabili (una prima volta nel 2007 davanti a Matteo Indice del Secolo XIX, poi nel libro di Nicola Rao, Colpo al cuore, Sperling & Kupfer 2011, infine in una puntata di Chi l’ha visto?), Oscar Fioriolli ha rifiutato qualsiasi incontro per chiarire il ruolo avuto in quelle vicende e negato le circostanze riferite da Genova.
Gratteri, Luperi, Calderozzi, Mortola, Ferri, ed altri funzionari sono stati dimessi dai loro incarichi per le loro responsabilità accertate nel tentativo di depistare e coprire il massacro perpetrato all’interno della scuola Diaz.
Oscar Fioriolli, chiamato in causa con una testimonianza dettagliata per il ruolo avuto nelle torture e in una violenza sessuale, praticate durante gli interrogatori contro persone accusate di appartenere alla Brigate rosse, è sempre al suo posto.


Link

Torture contro i militanti della lotta armata

* * *


Qui sotto potete leggere l’articolo di Piervittorio Buffa, recentemente pubblicato sul Venerdì di Repubblica del 20 luglio 2012, che rievoca i passaggi più importanti su questa vicenda.

Quando in Italia si seviziavano i brigatisti. Nel 1982, per liberare il generale Usa James Lee Dozier, la polizia decise di passare alle maniere forti con i primi arrestati. Ma chi diede l’ordine? «venne dall’alto»

di Pier Vittorio Buffa
Il Venerdì di Repubblica, 20 luglio 2012

Roma. «La ragazza è legata, nuda, la maltrattano, le tirano i capezzoli con una pinza, le infilano un manganello nella vagina, la ragazza urla, il suo compagno la sente e viene picchiato duramente, colpito allo stomaco, alle gambe». Salvatore Genova racconta così quello che accadde nella questura di Verona, nella notte tra il 27 e il 28 gennaio 1982. La ragazza è Elisabetta Arcangeli. Il suo compagno è Ruggero Volinia. Salvatore Genova è uno dei poliziotti che guidarono le indagini sul caso James Lee Dozier, il generale americano rapito dalle Brigate rosse il 17 dicembre 1981. Genova sarà arrestato insieme ad alcuni suoi uomini con l’accusa di aver usato violenza su dei terroristi catturati, ma quella notte, in questura, è solo un testimone: conduce l’interrogatorio il suo collega Oscar Fiorolli.
I poliziotti capiscono che Volinia sta per cedere. «Fu uno dei momenti più vergognosi di quei giorni» dice Genova, «avrei dovuto arrestare i miei colleghi e me stesso. Invece, caricammo Volinia su una macchina e lo portammo alla villetta per il trattamento. Lo denudiamo, legato al tavolaccio subisce l’acqua e sale e, dopo pochi minuti, parla, ci dice dov’è il generale Dozier».
A coordinare il tutto e a eseguire il trattamento De Tormentis con acqua e sale, una tortura già usata dai francesi e la squadretta nella guerra di Algeria, è una squadretta speciale guidata da un alto funzionario di polizia, Nicola Ciocia e composta da quattro poliziotti chiamati i Quattro dell’Ave Maria. La tecnica è all’apparenza semplice, ma bisogna essere molto esperti per praticarla in modo sicuro ed efficace. D prigioniero è legato a un tavolo, con un tubo gli vengono fatte ingurgitare grandi quantità di acqua e sale che provocano, oltre alla nausea, un forte senso di soffocamento.
Ciocia è in via Caetani a Roma quando, il 9 maggio 1978, viene trovato il corpo di Aldo Moro nella Renault rossa Lo si distingue di spalle, nelle foto, dietro Francesco Cossiga. La sua squadra entra in azione pochi giorni dopo, già con i primi arresti del dopo Moro. All’«acqua e sale» è infatti sottoposto, lo racconta lui stesso nei dettagli, Enrico Triaca, il tipografo delle Br. Ma Ciocia, che Umberto Improta, capo degli investigatori durante il sequestro Dozier, soprannominò dottor De Tormentis, non agì certo di sua iniziativa. Lo si capì già allora, nel 1982, che c’era un piano preciso, venuto dall’alto. Se ne è avuta la conferma ora, a distanza di trent’anni. Ciocia, pur non ammettendo le torture con l’acqua e il sale, ha detto di essere lui il dottor De Tormentis. Salvatore Genova, a sua volta, è stato molto preciso. Ha raccontato della riunione che si tenne in questura a Verona all’indomani del sequestro di Dozier: un via libera all’uso delle maniere forti con terroristi e fiancheggiatori, il timbro ai metodi di Ciocia-De Tormentis.
La riunione fu convocata dall’allora capo dell’Ucigos Gaspare De Francisci. Nella stanza c’erano anche Improta, il poliziotto cui De Francisci aveva affidato il coordinamento del lavoro, Oscar Fiorolli, Luciano De Gregori e Salvatore Genova. Ascoltarono De Francisci dire, così ricorda Genova, che l’indagine su quel sequestro era «delicata e importante» e che bisognava fare «bella figura». E dare il via libera all’uso delle maniere forti per risolvere il caso. «Ci guardò uno a uno e con la mano destra» rievoca Genova «indicò verso l’alto. Ordini che vengono dall’alto, spiegò: quindi non preoccupatevi, se restate con la camicia impigliata da qualche parte, sarete coperti, faremo quadrato. Improta fece sì con la testa e disse che si poteva stare tranquilli, che per noi garantiva lui. Il messaggio era chiaro e, dopo la riunione, cercammo di metterlo ulteriormente a fuoco. Fino a dove arriverà la copertura? Fino a dove possiamo spingerci? Dobbiamo evitare ferite gravi e morti? Fu questo che ci dicemmo tra di noi funzionari. E di far male agli arrestati senza lasciare il segno».
Ciocia, con i quattro dell’Ave Maria, arrivò il giorno dopo quella riunione e poi tornò in Veneto negli ultimi giorni del sequestro, quando le indagini portarono ai primi arresti dei fiancheggiatori. E quindi alla necessità di farli parlare. Tutti gli uomini di Improta assistettero alla prima «acqua e sale» di Verona, quella praticata a Nazareno Mantovani, che svenne durante il trattamento.
L’adrenalina scatenata dal successo dell’operazione Dozier (il generale liberato, i brigatisti catturati senza sparare un colpo) e i risultati ottenuti con le tecniche di Ciocia scatenarono lo spirito di emulazione. Nella caserma della Celere di Padova, dove furono portati i terroristi, non si andò tanto per il sottile. Genova e i suoi, infatti, furono arrestati con l’accusa di aver organizzato, tra l’altro, la finta fucilazione del br Cesare Di Lenardo.
In quelle settimane, il ministro dell’Interno Virginio Rognoni disse: «Possiamo respingere, con assoluta fermezza e grande tranquillità di coscienza, l’accusa adombrata in alcune interrogazioni e sicuramente presente in certa campagna di stampa, di avere trasferito la lotta contro il terrorismo su un terreno diverso da quello dell’ordinamento giuridico mediante una pratica sistematica e violenta del rapporto fra Stato e cittadino al momento dell’arresto…».
I giornali ai quali faceva riferimento il ministro erano soprattutto L’Espresso e la Repubblica.

Link
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Le torture della Repubblica 2, 2 gennaio 1982: il metodo de tormentis atto secondo
Le torture della Repubblica 1/, maggio 1978: il metodo de tormentis atto primo

Torture contro le Brigate rosse: il metodo “de tormentis”

Dopo le pesanti condanne per devastazione e saccheggio confermate dalla Cassazione torniamo a parlare di amnistia

Le lotte sociali hanno sempre marciato su un crinale sottile che anticipa legalità future e dunque impatta quelle presenti. Per questa ragione le organizzazioni del movimento operaio, i movimenti sociali e i gruppi rivoluzionari hanno storicamente fatto ricorso alla rivendicazione di amnistie per tutelare le proprie battaglie, salvaguardare i propri militanti, le proprie componenti sociali. Garantire una lotta vuole dire serbare intatta la forza e la capacità di riprodurla in futuro.
Le amnistie politiche sono sempre state degli strumenti di governo del conflitto, un mezzo per sanare gli attriti tra costituzione legale e costituzione materiale, tra le fissità e i ritardi della prima e l’instabilità e il movimento della seconda. Le amnistie sanano la discordanza di tempi tra conservazione e cambiamento. Esse rappresentano dei passaggi decisivi nel processo d’aggiornamento della giuridicità


Un Libro per riflettere – Amedeo Santosuosso e Floriana Colao, Politici e Amnistia, Tecniche di rinuncia alla pena per i reati politici dall’Unità ad oggi, Bertani editore, Verona 1986

di Paolo Persichetti

 

Negli ultimi anni ripetuti cicli di lotte hanno ridato smalto all’azione collettiva. Questo nuovo clima d’effervescenza sociale non ha coinvolto soltanto tradizionali settori dell’attivismo politico più radicale, ma parti intere di popolo, pezzi di società. Le vaste dimensioni della rappresaglia giudiziaria stanno lì a dimostrarlo. Si è parlato di circa novemila persone sottoposte a procedimenti penali.
Scomponendo il dato ci accorgiamo che le figure sociali coinvolte riguardano lavoratori e sindacalisti degli stabilimenti Fiat di Melfi, Termini Imerese, Cassino, personale degli aeroporti, dipendenti del trasporto urbano, precari. Ci sono militanti antiguerra coinvolti nei blocchi ferroviari, le popolazioni meridionali di Scanzano e Acerra. I senzatetto, gli attivisti antiCpt e dei Centri sociali che hanno partecipato ad azioni contro l’esclusione, il carovita, il lavoro interinale, per il diritto alla casa. Militanti noglobal che hanno preso parte alle mobilitazioni di Napoli e Genova, gli attivisti No Tav, i manifestanti denuciati e condannati per le manifestazioni del 14 dicembre 2010 e del 15 ottobre 2011 a Roma.
Le lotte sociali hanno sempre marciato su un crinale sottile che anticipa legalità future e dunque impatta quelle presenti. Per questa ragione le organizzazioni del movimento operaio hanno storicamente fatto ricorso alle amnistie per tutelare le proprie battaglie, salvaguardare i propri militanti, le proprie componenti sociali. Garantire una lotta vuole dire serbare intatta la forza e la capacità di riprodurla in futuro.
Le amnistie politiche sono sempre state degli strumenti di governo del conflitto, un mezzo per sanare gli attriti tra costituzione legale e costituzione materiale, tra le fissità e i ritardi della prima e l’instabilità e il movimento della seconda. Le amnistie sanano la discordanza di tempi tra conservazione e cambiamento. Esse rappresentano dei passaggi decisivi nel processo d’aggiornamento della giuridicità.
È stato così per oltre un secolo, ma in Italia non accade da più d’un trentennio. Le ultime amnistie politiche risalgono al 1968 e al 1970, dopo più nulla perché alla fine degli anni 70 hanno prevalso scelte favorevoli all’autonomia del politico contro le insorgenze sociali, col risultato di dare vita ad un divorzio drammatico tra sinistra storica e movimenti, per questo sarebbe ora di chiudere quella disastrosa parentesi. Si tratta di salvaguardare il dissenso di massa che si è espresso in questi ultimi tempi e chiudere gli strascichi penali di stagioni ormai concluse che con il loro protrarsi ipotecano pesantemente il futuro.

L’amnistia del 1968 e del 1970
Le amnistie del 1968 e del 1970, spiegano Amedeo Santosuosso e Floriana Colao in un volume apparso a metà degli anni Ottanta, sanciscono la fine del dopoguerra. Per la prima volta, infatti, scompare ogni riferimento agli strascichi della guerra civile per far fronte unicamente ai problemi posti dal conflitto moderno. Politici e amnistia era il titolo del libro, dove per «politici» non s’intendono certo i condòmini del Palazzo, come la vulgata populista affermatasi più tardi potrebbe indurre a credere, ma quei «militanti di strada», protagonisti delle battaglie sociali più aspre che hanno fatto avanzare il Paese.
Il progressivo mutamento di senso che ha investito questo termine dimostra quanto forte sia stata la volontà di spoliticizzare il sociale. Senza dubbio una delle ragioni che hanno ostacolato la promulgazione di nuove misure amnistiali per fatti politici.
La definizione più ampia di amnistia si trova nel provvedimento del 1970, rivolto a quei delitti «commessi, anche con finalità politiche, a causa e in occasione di agitazioni o manifestazioni sindacali o studentesche, o di agitazioni o manifestazioni attinenti a problemi del lavoro, dell’occupazione, della casa e della sicurezza sociale». Le tipologie di reato investite vanno dallo sciopero del pubblico servizio, alla resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, interruzione di servizio pubblico, istigazione a commettere reati e disobbedire alle leggi, boicottaggio, occupazione d’azienda, sabotaggio, violenza privata e danneggiamento.
Nell’amnistia del 1968 sono inclusi anche il blocco stradale e ferroviario, la devastazione, l’incendio, la detenzione d’armi da guerra. Illuminanti appaiono gli argomenti avanzati per giustificarne la necessità. Nel giugno 1968, il relatore, senatore Codignola, richiamava «il divario crescente fra alcune norme penali e di sicurezza tuttora in vigore, e la diversa coscienza che si è venuta maturando fra i giovani. I procedimenti giudiziari che ne sono seguiti ne costituiscono la logica conseguenza, ma riconfermano la necessità e l’urgenza di una radicale revisione del Codice penale, della legge di Pubblica sicurezza e di altre leggi, la cui ispirazione autoritaria risale al fascismo o comunque ad una concezione repressiva dello Stato».
Da rilevare come quella normativa, allora tanto biasimata, non solo è ancora in vigore, ma è stata ulteriormente irrigidita. Alla Camera, Giuliano Vassalli difendeva l’amnistia del 1970 sostenendo che tali dispositivi «sono adottati quando si tratti di por fine a procedimenti penali propri e caratteristici d’una determinata situazione storicamente superata e della quale non è pensabile una riproduzione a breve scadenza o a procedimenti penali instaurati per reati che sono il frutto particolare di eccezionali rivolgimenti politici, economici e sociali arrivati a positiva conclusione, della quale taluni eccessi sono il prezzo fatale, ed un prezzo del quale pertanto non appare giusto esigere il pagamento fino alle estreme conseguenze del processo e della condanna».

Perché l’amnistia oggi
Nel 2001 con l’introduzione del Mae (il mandato di arresto europeo che ha reso quasi automatiche le estradizioni all’interno dello spazio Shengen, abolendo l’immunità e le garanzie che un tempo tutelavano le infrazioni di natura poltica) e le direttive europee che hanno invitato i paesi membri ad estendere la nozione di terrorismo a condotte politiche e sociali ritenute un tempo normale espressione della conflittualità sociale e sindacale, oltre a designare come un possibile movente «terrorista» il dissenso politico contro i governi, si è sempre più affievolita la distinzione tra reati e atti illeciti tipici delle lotte sociali e dei movimenti di contestazione interni al sistema e reati di natura apertamente sovversiva e insurrezionale. I margini di tolleranza dei governi e gli spazi di agibilità democratica si sono drasticamente ridotti con effetti paradossali, dovuti alla disproporzione tra la forza immensa dei mezzi repressivi impiegati e le forme d’illegalità politica a bassa intensità tipiche del dissenso sociale diffuso, quasi a voler imporre una sorta di domesticazione cimiteriale d’ogni possibilità di critica che ha trovato sostegno in quella cultura della legalità che La Boètie non avrebbe esitato a designare come una una tragica prova di servitù volontaria.
In Italia il codice Rocco, arricchito della legislazione speciale antisovversione varata sul finire degli anni 70, si è rivelato un’eredità molto proficua con la sua dottrina del nemico interno. La presenza di questo potente arsenale giuridico repressivo ha permesso alla magistratura di avvalersi d’un ventaglio d’ipotesi d’accusa estremamente ampio e insidioso, come la molteplice presenza di reati di natura associativa:

– dall’originario 270 cp previsto dal guardasigilli del regime fascista Alfredo Rocco, al successivo 270 bis introdotto con la legislazione d’eccezione antissoversione, ai successivi 270 ter, quater, quinques e sexties, situati nel famigerato capitolo secondo dei delitti contro la personalità interna dello Stato;

– all’impiego del 419 cp (devastazione e saccheggio, con pene che variano da un minimo di 8 ad un massimo di 15 anni, che si è tornati ad impiegare dopo i fatti del G8 genovese per sanzionare tradizionali scontri di piazza, conflitti di strada che rientrano nell’ambito della gestione dell’ordine pubblico e non certo all’interno di condotte con finalità insurrezionali). Un reato recepito dalle corti di giustizia in 51 anni di storia repubblicano-costituzionale (dal 1948 al 1999) solo 10 volte. E ben 13 dal 2000 ad oggi, cioè più di un processo all’anno nonostante sia del tutto evidente che il decennio 2000 non può essere paragonato per intesità di violenza politica e presenza di culture politiche rivoluzionarie al trentennio precedente, o anche solo agli anni 70. A dimostrazione che il rinnovato ricorso a questo tipo di imputazione è frutto di una torzione autoritaria della cultura giuridica della magistratura e più in generale del sistema politico italiano;

– o ancora la riesumazione in alcune inchieste recenti del 304 cp, “Cospirazione politica mediante accordo”, norma travasata dal codice Zanardelli all’interno del codice Rocco, impiegata in origine per colpire il diritto di sciopero, tant’è che la corte costituzionale è dovuta intervenire con sentenza n. 123 del 28 dicembre 1962 dichiarando che «compete al giudice di merito disapplicare le norme ricordate artt. 330, 304, 305 cod. pen. in tutti quei casi rispetto ai quali l’accertamento degli elementi di fatto conduca a far ritenere che lo sciopero costituisca valido esercizio del diritto garantito dall’Articolo 40 Cost.».

Evocare il rapporto di forza sfavorevole per liquidare il problema rappresentato dall’amnistia, serve a poco, anzi in genere è la prova della codardia e dell’immensa dose di opportunismo che cova in chi ne fa ricorso. 
«
Spesso – scriveva Seneca a Lucilio – non è perché le cose sono difficili che non si osa, ma è perché non si osa che diventano difficili»
.
Il rapporto di forza sfavorevole è il presupposto di ogni ragionamento sull’amnistia, altrimenti le soluzioni chiamerebbero in causa la scienza ingegneristica delle demolizioni. La vera novità negativa è che se anche oggi ci fosse un rapporto di forza favorevole, l’amnistia non sarebbe percepita come un’ipotesi legittima. Dunque il problema sta nella testa, perché se da un lato il giustizialismo è dilagato dall’altro l’unica alternativa sembra il vittimismo martiriologico.

Ogni movimento futuro avrà davanti questo problema: riassorbire la legislazione d’emergenza nella quale si annidano le tipologie di reato più insidiose, abolire il codice Rocco, la pena dell’ergastolo, la legislazione premiale in ogni suo aspetto, decarcerizzare, sprigionare, aprire una vertenza per l’indulto e l’amnistia in favore dei reati politici, sociali e per sfollare le carceri.

Per approfondire
L’inchiesta di Cosenza contro Sud Ribelle
Tolleranza zero, il nuovo spazio giudiziario europeo
L’amnistia Togliatti
Una storia politica dell’amnistia

La fine dell’asilo politico
Il caso italiano: lo stato di eccezione giudiziario
Giorgio Agamben, Europe des libertes ou Europe des polices?

Oggi l’ideologia della società civile è il nuovo embrione dello Stato etico

Non può esserci teoria e prassi critica senza una serrato regolamento di conti con le ideologie che si richiamano alla società civile, al cittadinismo, alla teoria de valori, a concezioni penali e legalitarie della politica

Paolo Persichetti
Altri 29 giugno 2012


Da circa tre decenni a questa parte l’impiego nel dibattito pubblico del termine società civile è divenuto sempre più insistente. Tuttavia il richiamo a questo concetto non appare sempre in sintonia con le definizioni che di esso hanno dato filosofi e teorici della politica. Sempre meno strumento concettuale d’analisi e sempre più tema mobilizzatore iscritto a pieno titolo nel repertorio dei nuovi riferimenti ideologici legittimi dell’azione collettiva.

Già, all’inizio degli anni Ottanta, con l’affermarsi dell’ideologia della fine delle ideologie la società civile è stata proposta come il luogo da dove emergevano opzioni innovative, non ideologizzate e depoliticizzate, rispetto al tradizionale sistema dei partiti e delle correnti ideologiche che avevano accompagnato la nascita della Repubblica, e che aveva fatto dire a Togliatti: «i partiti sono la democrazia che si organizza». Erano le prime avvisaglie di quelle forme di populismo che prenderanno l’avvento nel decennio successivo, quando assisteremo al crollo della Prima Repubblica ed alla fine dello scricchiolante sistema dei partiti.

L’emergere della nozione di società civile è un processo della modernità che descrive, anzi sarebbe più corretto dire: riempie, popola, la sfera dello spazio pubblico che viene a formarsi con il recedere progressivo della sfera totalitaria del potere monarchico-feudale che occupava l’intero spazio sociale restante oltre la sfera privata (Habermas).

Il Leviatano era la societas civitas che Hobbes opponeva al primordiale stato di natura; la burgerliche gesellshaft, dove burgerliche sta per borghese nel senso di civile, è la definizione kantiana che riassume società politica e Stato contrapposti allo stato di natura o alla società religiosa.

Dobbiamo ad Hegel, invece, la radicale separazione tra società civile, luogo dell’immediatezza degli interessi di ogni individuo e dell’organizzazione dei bisogni e della vita familiare, e lo Stato momento separato e autonomo. Una contrapposizione insufficiente secondo Marx, che invita a fare la necessaria anatomia della società civile per individuarvi quelle relazioni sociali e quei rapporti economici che animano i molteplici conflitti tra gruppi e classi con finalità per nulla armoniche. Questo perché la società civile non è un organismo compatto ma un conglomerato d’interessi contrapposti, alcuni persino inconciliabili.

Non deve stupire dunque se la natura antinomica di questo concetto, che nel pensiero filosofico-politico – come abbiamo visto – si è dato per contrapposizione, ne ha fatto da sempre una categoria utilizzata a scopi polemici per affermare, ad esempio – come spiegava Norberto Bobbio in una celebre definizione – «che la società civile si muove più rapidamente dello Stato, che lo Stato non è in grado di cogliere tutti i fermenti che provengono dalla società civile, che nella società civile si forma continuamente un processo di delegittimazione che lo Stato non sempre è in grado di arrestare», al punto che «nei momenti di rottura si predica il ritorno alla società civile, come i giusnaturalisti predicavano il ritorno allo stato di natura».

La novità che abbiamo visto emergere a partire dagli anni Novanta non è dunque la presenza, caratteristica perfettamente sistemica, di nuovi movimenti dall’interno della società civile: dal popolo delle partite iva, alle rivolte antifiscali del nord leghista, ai family day, al ceto medio riflessivo di volta in volta raccoltosi nei Girotondi, nei raduni del Palascharp o nel popolo viola, fino al fenomeno delle Cinque stelle; quanto la volontà, espressa con sfumature e forza diverse da ognuna di queste realtà, di parlare a nome di una società civile compatta, anzi di essere la società civile tout court. Una circostanza che permette di dire che con alcuni di questi movimenti nasce un’ideologia propria della società civile. Ideologia che ha trovato una sponda determinante, sia per il rilancio mediatico che per la capacità di metterla in forma e orientarla, nell’azione politico-editoriale del gruppo Repubblica-Espresso che non disdegna di presentarsi come il partito della società civile.

In passato i movimenti politici, ideologici, economici, sociali o categoriali, pur se interpretati come espressione di settori consistenti della società civile non si muovevano in nome di questa. In uno dei momenti in cui è stata più alta la mobilitazione dei gruppi sociali, “movimenti e soggetti” come si definivano negli anni Settanta, quei gruppi avevano ben chiara quale era la geografia delle relazioni sociali, l’asimmetria dei rapporti economici e di dominazione. Ciò gli impediva di parlare a nome di un’ipocrita interclassismo, di una trasversalità che non c’era e non poteva esserci. Per questo rivendicavano percorsi di liberazione, nuovi diritti e conquiste sociali e politiche per i meno forti, i più indifesi e deboli.

Al contrario, chi oggi agita l’ideologia della società civile come richiamo ad una fonte pura e incontaminata, lo fa schermando conflitti e rapporti di dominazione in nome di un interesse comune che non esiste. Questa tendenza, che in genere ha la pretesa di presentarsi come a-ideologica, ha avuto nel tempo declinazioni diverse: nel decennio 90, per esempio, era d’uso corrente il riferimento al “gentismo”, inteso come “la gente”. Oggi invece prevale una sorta di “cittadinismo”, imbevuto di un’ideologia normativa che somma in modo confuso tematiche diverse e di segno opposto: tutela dei territori, in taluni casi accenno ai beni comuni, insieme a posizioni xenofobe e fobiche contro le economie criminali. Il tutto condito da un’“ideologia dell’indignazione” verso il cinismo diffuso e il minimalismo etico messo in mostra dal ceto politico (vedi la polemica anticasta che tende ad addossare ad un ceto politico, ormai spoliato di sovranità reale dalle dinamiche del capitalismo finanziario, tutte le colpe. Un diversivo che non intacca minimamente i gestori del potere reale: imprenditori, banche, corporation, il sistema della finanza globale). Una pulsione ideologica che spinge verso concezioni disciplinari della società animate dalla tirannia dei valori, da forme di Stato etico e legalitarismo claustrofobico che non a caso individuano nella magistratura, ovvero in una delle componenti essenziali dell’apparato statale, una sorta di portavoce, di rappresentante delle proprie istanze purificatrici. Operazione che muove nei due sensi e trova nella compagine giudiziaria settori che teorizzano apertamente questa funzione guida. In questo modo la società civile si fa Stato, una milizia dello Stato.

Se è vero, come spiegava il già citato Bobbio, che la società civile dovrebbe essere «anche tutto ciò su cui non si esercita il potere statale: non-statale come pre-statale (associazioni), anti-statale (nel significato assiologico di gruppi per l’emancipazione del potere politico, contropoteri), post-statale (nel significato insieme assiologico e cronologico di ideale che sorge dalla dissoluzione dello Stato)», il fatto che oggi ogni forma di critica antisistema non sia più percepita da questi nuovi teorici della società civile come una fisiologica produzione interna alla società ma esterna ad essa, non solo quindi extralegem, ma al di fuori addirittura della stessa umanità, per questo bandita fin da subito come terrorista, il richiamo alla società civile in chi lo esercita assume connotati normativi molto chiari e paradossali, in totale contrasto con il significato originario del termine.
In questo modo la società civile viene a coincidere con una sorta di Stato dei cittadini in azione, un embrione dello Stato etico.

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La biblioteca del brigatista

Cosa leggeva un brigatista nel settembre 1978?

Nonostante la semplicità della domanda pochi se la sono posta. Eppure la risposta avrebbe aiutato a comprendere meglio la storia di una delle componenti politiche più importanti che hanno dato vita alla lotta armata in Italia tra gli anni 70 e 80. I materiali ci sono, una documentazione immensa, repertata nelle migliaia di procedimenti penali e verbali di sequestro realizzati nel corso di oltre 20 anni di inchieste, operazioni di polizia e processi. Basterebbe andarli a cercare, leggerli, studiarli. Quanti lo hanno fatto? Io ne conosco solo due che hanno lavorato in questo modo: Marco Clementi e Miguel Gotor. Agli antipodi, ma non importa.
Cosa si ricava dal ricorso al metodo storiografico? Si smontano molte leggende, fandonie, luoghi comuni, crolla l’intera impalcatura dietrologica. La presenza di un libro della Kollontaj ridimensiona persino la critica femminista che tacciava la lotta armata di “machismo” nonostante nei gruppi armati di sinistra la presenza femminile sia stata di gran lunga più alta di qualsiasi altra formazione politica, extraparlamentare o istituzionale. Nell’appartamento di via Montenevoso 8, a Milano, c’erano i libri (sarebbe stato interessante poterli riavere tra le mani per osservarne le sottolineature, i commenti a margine, ma molto probabilmente saranno finiti al macero o forse in qualche armadio dei reparti antiterrorismo, i cui membri saccheggiavano senza scrupoli le librerie dei militanti arrestati)
impiegati come fonti per la realizzazione dei comunicati scritti durante il sequestro (il ritratto biografico-politico di Aldo Moro ripreso da un volume di Aniello Coppola, pubblicato da Feltrinelli due anni prima del rapimento) ed altri utilizzati per redigere le domande al prigioniero. Spiccano due assenze: non c’era L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato di  Engels, il libro de chevet dell’ex maoista Marco Bellocchio infilato come i cavoli a merenda in una scena demenziale del suo film (quella del mantra) sul rapimento Moro, Buongiorno notte (2003); non c’erano neanche liriche innegianti al calibro ben oliato o le bottiglie di Veuve Clicquot che riempivano i frigoriferi della case dove si nascondeva Sergio Segio.
Ancora più interesante è la genealogia della cultura politica brigatista che si può ricavare da queste letture. Certo è solo un primo elemento che andrebbe sovrapposto ad un lavoro di analisti dei testi. E’ l’inizio di una possibile, anzi utile pista di ricerca. In ogni caso è evidente come l’album di famiglia stalino-togliattiano richiamato come immagine dalla Rossanda, a dire il vero per polemizzare con chi diceva che i brigatisti erano dei “fascisti travestiti di rosso”, “agenti provocatori sotto controllo della Cia”, non era esatto. Altri dati poco studiati, le rilevazioni sociologiche sulle biografie politiche, ci dicono che la provenienza degli imputati per appartenenza alle Br non è riconducibile all’image d’Épinal del gruppo di fuoriusciti dalla Fgci di Reggio Emilia o agli studenti un po’ cattolici dell’università di sociologia di Trento. Ci sono le fabbriche milanesi, torinesi e genovesi. La diaspora di Potere operaio e di altre formazioni che operavano nelle borgate romane. L’onda lunga del 77. Pezzi di Autonomia veneta, Porto Marghera. L’area napoletana. E poi ancora le periferie romane degli anni 80.
Basta avere voglia di fare ricerca vera, libera, fuori dai preconcetti delle baronie universitarie lottizzate, dagli anatemi di re Giorgio e da chi ha messo in piedi quella rete di controllo della memoria che è il portale promosso dall’archivio Flamigni con la bendizione del Quirinale.

Ma torniamo al questito iniziale: cosa leggevano i brigatisti?

Via Montenevoso, 8: il nascondiglio segreto dietro un pannello rimosso nell’ottobre 1990 da un muratore

E’ la domanda a cui risponde Miguel Gotor esaminando con gli occhi dello storico il materiale repertato dai nuclei speciali del generale Dalla Chiesa dopo l’irruzione nell’appartamento di via Montenevoso 8, a Milano, il 1° ottobre 1978. Quella di Montenevoso era una base importante, una sorta di archivio delle Brigate rosse, scelta per conservare e preparare l’opuscolo che avrebbe dovuto raccogliere i materiali dell’interrogatorio (il cosiddetto “memoriale”) del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro. Al suo interno vivevano due esponenti dell’esecutivo nazionale della Brigate rosse: Lauro Azzolini e Francesco Bonisoli, entrambi “clandestini”. Il primo, trentacinquenne ex operaio della Lombardini di Reggio Emilia; il secondo, ventitreenne ed anche lui di Reggio Emilia, aveva preso parte nel marzo precedente all’azione di via Mario Fani, dove venne prelevato Aldo Moro. Insieme a loro da pochi giorni era arrivata anche Nadia Mantovani, venticinquenne, originaria di Padova e studentessa in medicina, latitante da poche settimane dopo che si era sottratta al domicilio coatto (confino) a cui era stata assegnata dopo un primo arresto. L’appartamento era stato individuato in agosto e tenuto sotto stretta sorveglianza per alcune settimane, il tempo di agganciare gli altri contatti, scoprire altre basi e farvi irruzione.

Dalle sessanta fitte pagine del verbale di sequestro, redatto dai carabinieri dei reparti speciali che occuparono l’appartamento nei  5 giorni successivi, prima di essere sloggiati con modi alquanto bruschi da altro personale dell’Arma appartenente alla struttura territoriale di Milano che faceva capo alla caserma Pastrengo (1), si ricava un interessante profilo della bibliografia brigatista che Miguel Gotor (2) descrive in questo modo (cfr. Il memoriale della Repubblica, Einaudi 2011, pp. 51-54):

Il lungo elenco consente di scattare una radiografia della vita quotidiana dei militanti delle Brigate rosse e di catalogare oggetti «comuni a un’intera generazione di giovani: non marziani, come sono diventati lentamente nel ricordo obliquo e reticente dei loro compagni di strada, man mano che costoro si separavano da quell’esperienza umana e politica che li aveva lambiti come un’onda improvvisa, senza travolgerli. Più che dalle intenzioni, spesso salvati dal puro caso: un appuntamento mancato, un amore improvviso, un figlio inatteso, la cartolina del servizio militare».

Nella base i militi «trovano centinaia di dattiloscritti fitti di analisi economiche e numerose rassegne stampa, in particolare sulla realtà industriale lungo l’asse Milano-Torino, non solo auto, ma anche chimica e siderurgia. Diari mensili riguardano lo stabilimento della Lancia di Chiasso (maggio e giugno 1978), una Relazione Fiat Mirafiori carrozzeria e presse, uno scritto intitolato La Fiat degli Agnelli, un documento politico sull’Ansaldo, il cui stabilimento è adesso a Milano uno spazio espositivo per l’alta moda (3). E poi i libri: non molti, ma ben scelti. Una piccola biblioteca portatile di edizioni recenti. Un vero e proprio campionario dell’internazionalismo rivoluzionario operaio e studentesco, oggi sopravvissuto tra le bancarelle dei bibliofili o negli scomparti virtuali di eBay a testimonianza di un’antica vitalità ormai dispersa; ieri strumenti preziosi per capire un mondo in ebollizione tra rivolte anticapitaliste, resistenze a regimi dittatoriali neofascisti e processi di decolonizzazione in atto con le loro speranze di giustizia e di riscatto: un altro socialismo sembrava ancora possibile».

Il mobiletto di via Montenevoso 8, dietro il quale si celava il pannello-nascondiglio come venne fotografato dai carabinieri nei primi giorni dell’ottobre 1978

Tupamaros, Kollontaj, Pisacane, Weather Underground, Bettelheim , Brecht, Mao…
Lotta armata in Iran di Bizhan Jazani, teorico socialista iraniano morto nel 1975;  La resistenza eritrea di Piero Gamacchio e, dentro un baule, Prateria in fiamme, ossia il programma politico dei «Weather Underground» il movimento di ispirazione marxista statunitense; Tupamaros: libertà o morte di Oscar José Dueñas Ruiz e Mirna Rugnon de Dueñas; La rivoluzione in Italia di Carlo Pisacane, eroe risorgimentale che la riscoperta resistenziale di Giaime Pintor (4) aveva riportato alla considerazione dei movimenti rivoluzionari italiani in maniera ben più radicale di quanto la scolastica Spigolatrice di Sapri avrebbe mai lasciato supporre con la sua apparentemente innocua cantilena. E poi l’edizione einaudiana del Dialoghi di profughi di Bertolt Brecht a cura di Cesare Cases e il classico del femminismo Vassilissa: l’amore, la coppia, la politica. Storia di una donna dopo la rivoluzione dell’eroina sovietica Aleksandra Kollontaj. Non manca l’attenzione al tema delle partecipazioni statali e della riorganizzazione dell’impresa pubblica italiana (Lo Stato padrone, La borghesia di Stato), al mondo della nuova televisione (L’antenna dei padroni), alla realtà delle multinazionali quando il termine globalizzazione non era ancora entrato in voga (Multinazionali: tutto il loro potere in Europa, a cura di Stephen Hugh-Jones, e Multinazionali e comunicazioni di massa del sociologo francese Armand Mattelart). In camera, in un comodino di fianco al letto, «numerose riviste pornografiche», una Settimana enigmistica, la «Lotta di classe in Urss con annotazioni» del marxista critico Charles Bettelheim e le Opere scelte di Mao Tse-tung. Occhieggia persino «un libro dal titolo Carabinieri (di barzellette)», come registra con involontario senso dell’umorismo il verbalizzante, quello illustrato da Bertellier e pubblicato da Samonà e Savelli, forse come omaggio all’abusato slogan di quegli anni: «una risata vi seppellirà» (5).

Materiali e libri che servirono da fonti per redigere i comunicati e preparare le domande a Moro
Alla luce della lettura dei comunicati brigatisti divulgati nel corso dei cinquantacinque giorni non meraviglia la presenza della biografia di Aldo Moro scritta da Aniello Coppola (6), dal momento che il profilo dell’uomo politico contenuto nel secondo messaggio sembrò agli osservatori più attenti ripreso proprio da quel libro. E neppure stupisce, se si fa riferimento alle parti dell’interrogatorio in cui Moro fu costretto a rispondere sulle attività di antigueriglia della Nato in Italia e sulla cosiddetta strategia ella tensione, il rinvenimento di una relazione sulla «Rosa dei Venti», e di una copia del libro Il sangue dei leoni, edito nel 1969 da Feltrinelli (7). Il volume pubblicava nella prima parte un lungo discorso del leader congolese Édouard-Marcel Sumbu, ma dissimulava al suo interno il ben più intrigante «Manuale delle Special Forces», in cui erano riassunte le principali tecniche di antiguerriglia e di sabotaggio messe in pratica dai «Berretti verdi» statunitensi nei quadri bellici non convenzionali della guerra fredda. Desta interesse la copia di un discorso di Umberto Agnelli del 1976, poiché una delle domande a cui Moro dovette rispondere riguardò proprio i meccanismi che portarono alla sua elezione nelle file della Dc in quell’anno. Una serie di riscontri occasionali che confermano i rapporti organizzativi  intercorsi lungo la linea Roma-Milano, via Firenze, tra il nucleo operativo che gestì il sequestro e l’interrogatorio di Moro e il comitato esecutivo di cui facevano parte anche Azzolini e Bonisoli, ossia gli occupanti di via Montenevoso.

Genealogia politico-culturale della rivoluzione brigatista: non c’erano Togliatti e Zdanov, anzi non c’era nemmeno “l’album di famiglia”, di cui scrisse Rossanda, ma le correnti del neomarxismo degli anni 60 del Novecento
Si tratta di un pachetto di libri assai lontani dall’armamentario tipico del militante comunista iscritto al Pci, piuttosto sono letture tipiche della nuova sinistra extraparlamentare di quel decennio, con suggestioni anticapitalistiche, terzomondiste, trockjiste, maoiste, guevariste, genericamente rivoluzionarie e libertarie, di sicura ispirazione antistalinista. Ben lungi quindi dall’immagine dell’«album di famiglia» – il sapore staliniano e zadnoviano degli anni Cinquanta avvertito da Rossana Rossanda nel linguaggio del secondo comunicato delle Br dopo il rapimento di Moro (8) – un’immagine che tanto consenso trasversale e duraturo ebbe presso l’opinione pubblica italiana da cui fu utilizzata per accreditare la tesi di una filiazione diretta della Brigate rosse dal Pci. La formula ebbe un successo propagandistico duplice che meriterebbe di essere approfondito nel suo sviluppo e radicamento nel dibattito nazionale: alla destra del Pci, perché amplificava una generale ossessione anticomunista e permetteva di riattualizzare lo stereotipo della doppiezza togliattiana; alla sinistra di quel partito, in quanto consentiva di rimuovere, o almeno stemperare in una vaga aria di famiglia, il nodo centrale del rapporto di contiguità culturale e generazionale tra il variegato  mondo extraparlamentare, la lotta armata e la pratica della violenza politica nel suo complesso. Un nodo intricato e scivoloso, strettosi  sempre più nel corso degli anni anche grazie  a una serie di ambiguità, reticenze, omissioni e qualche indulgente connivenza. Zdanov e il Moloch sovietico degli anni Cinquanta, in realtà c’entravano assai poco  e rischiavano di trasformarsi in un comodo alibi catarchico per non guardare in faccia la realtà[…].
Anzi , quei libri sono lì a ricordare che quel manipolo di giovani brigatisti era a modo suo, con granitica intransigenza e allucinata coerenza, dentro la cultura, le letture, le pratiche politiche e valoriali del movimento, come se le due realtà fossero attraversate da uno stesso sistema di vasi comunicanti.

Quanto accadeva in Italia rifletteva un contesto sovversivo insurrezionale di dimensione europea. Non a caso, due fitte pagine del verbale raccolgono i documenti della tedesca «Rote Armee Fraktion», ad attestare la solidità dei rapporti con le Br (9): strutture del gruppo, atti relativi al processo di Stammheim, dichiarazioni dei detenuti dell’organizzazione del 1977 fra cui Andreas Baader, lettere dattiloscritte di Ulrike Meinhof e altri, una pubblicazione in lingua tedesca datata settembre-ottobre 1977, una cartella contenente documenti relativi alla storia della Raf (memoriali, verbali dibattimentali, strategie di guerriglia), due «cassette di cui una iniziata con una voce femminile che parla lingua tedesca» (10).

Note

1. La rivendicazione della competenza sull’inchiesta, che ebbe conseguenze disciplinari interne, fece emergere le forti tensioni e rivalità tra fazioni opposte che si confrontavano dentro l’Arma dei Carabinieri e nei Servizi. Il repentino avvicendamento tra gli uomini di Dalla Chiesa e quelli della Pastrengo fu una delle probabili cause – a meno che non si voglia ritenere valida la tesi avanzata (ma non suffragata ancora da elementi totalmente convergenti) da Miguel Gotor, della mancata scoperta del nascondiglio celato dietro un pannello di gesso, a sua volta coperto da un mobiletto posto sotto il davanzale di una finestra, nel quale dodici anni dopo un muratore napoletano scoprì, mentre stava realizzando dei lavori di ristrutturazione, le fotocopie del manoscritto di Aldo Moro insieme a copie fotostatiche di altre lettere,  soldi e delle armi avvolte in giornali del 1978. Materiale, la cui “scomparsa”, la mancata verbalizzazione nel carte del sequestro giudiziario, era stata ripetutamente denunciata in sede processuale e di fronte ai magistrati nel corso degli anni successivi dai brigatisti che occupavano l’appartamento, Franco Bonisoli e Lauro Azzolini.

2. Miguel Gotor in più occasioni ha dimostrato di avere uno sguardo per nulla compiacente nei confronti della storia delle Brigate rosse e più in generale della Lotta armata e delle formazioni rivoluzionarie degli anni 70, come dimostrano i diversi libri, saggi e articoli dedicati al sequestro Moro, in particolare alla produzione scritta del dirigente democristiano (lettere e memoriale).

3. Acss, Legione carabinieri di Milano, Processo verbale di perquisizione e sequestro di via Monte Nevoso di Milano, 1° ottobre 1978, ore 10, pp. 8, 15-17, 22, 31, 42, 45.

4. Carlo Pisacane, Saggio su la Rivoluzione, a cura di Giaime Pintor, Einaudi, Torino  1942.

5. Si tratta delle seguenti edizioni: Bizhan Jazani, Lotta armata in Iran, Calusca, Milano 1977; Piero Gamacchio, La resistenza eritrea, Lerici, Cosenza 1978; Prateria in fiamme: il programma politico dei Weather Underground, Collettivo editoriale libri rossi, Milano 1977; Oscar José Dueñas Ruiz e Mirna Rugnon de Dueñas, Tupamaros: libertà o morte, isapere edizioni, Milano-Roma 1974; Carlo Pisacana, La rivoluzione italiana, a cura di Aurelio Lepre, Editori Riuniti, Roma 1975; Bertolt Brecht, Dialoghi di profughi, prefazione di Cesare Cases, Einaudi, Torino 1977; Aleksandra Kollontaj, Vassilissa: l’amore, la coppia, la politica: storia di una donna dopo la rivoluzione, Savelli, Roma 1978; Pietro Guizzetti, Stato padrone. Le partecipazioni statali in Italia, Mondadori, Milano 1977; Antonio Mutti, La borghesia di Stato: struttura e funzioni dell’impresa pubblica in Italia, G. Mazzetta, Milano 1977; Francesco Siliato, L’antenna dei padroni: radiotelevisione e sistema di informazione, G. Mazzetta, Milano 1977; Stephen Hugh-Jones (a cura di), Multinazionali tutto il loro potere in Europa, Poligrafico G. Colombi, Milano 1977; Armand Mattelart, Multinazionali e comunicazioni di massa, prefazione di Ivano Cipriani, Editori riuniti, Roma 1977; Mao Tse-tung, Opere scelte, Casa editrice in Lingue Estere, Beijing 1969-75; Bertellier, Carabinieri: le più celebri barzellette sulla “Benemerita” per la prima volta raccolte e illustrate, introduzione di Sandro Medici, Savelli, Roma, Milano 1977.

6. Aniello Coppola, Moro, Feltrinelli, Milano 1976.

7. É-M. Sumbu, Il sangue dei leoni: appello politico a tutto il popolo congolese per una riscossa in massa contro la reazione Kinshasa. Discorso al Congresso culturale dell’Avana. Cultura e indipendenza nazionale. Manuale delle Special forces, Feltrinelli, Milano 1969.

8. Per l’espressione si veda Rossana Rossanda, Discorso sulla Dc, in il manifesto 28 marzo 1978, p. 1, e Id., L’album di famiglia, ivi, 2 aprile 1978, pp.1-2. Sul dibattito di quei giorni si rinvia a Gotor, Processo all’album di famiglia, pp. 53-58.

9. Sul processo, iniziato il 21 maggio 1975, cfr. Aust, Rote Armee Fraktion, pp. 283-370.

10. ACSS, Legione carabinieri di Milano, Processo verbale di perquisizione e sequestro di via mOntenevoso di Milano, 1° ottobre-5 ottobre 1978, ore 10, a firma Giovanni Scirocco e altri, ff. 7, 33-34. 39, 41, 49. 56, 58, 60 anche per le seguenti citazioni.

Problemi di storia della lotta armata per il comunismo
Brigate rosse, una storia che viene da lontano: il libro di Salvatore Ricciardi
Per amore della storia lasciate parlare gli ex brigatisti
L’eresia brigatista
Marc Lazar: “Gli anni 70 è ora di affidarli agli storici”
Steve Wright: per una storia dell’operaismo
Gli angeli e la storia
Giustizialismo e lotta armata
Neanche il rapimento Sossi fu giudicato terrorismo
Storia della dottrina Mitterrand
Enzo Traverso, années de plomb entre tabou et refoulement
Solo Cossiga ha detto la verità sugli anni 70
Etica della lotta armata
Ma quali anni di piombo: gli anni 70 sono stati anni d’amianto
Francesco Cossiga, “Eravate dei nemici politici, non dei criminali”
Francesco Cossiga, “Vous étiez des ennemis politiques pas des criminels”
Quando la memoria uccide la ricerca storica – Paolo Persichetti
Storia e giornate della memoria – Marco Clementi

Brigate rosse
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
Mario Moretti, Brigate rosse une histoire italienne
Vincenzo Tessandori, “Ci chiameremo la Brigata rossa
La vera storia del processo di Torino al “nucleo-storico” delle Brigate rosse: il Pci intervenne sui giurati popolari

Teorie del complotto
Dietrologia: chi spiava i terroristi
Doppio Stato, teorie del complotto e dietrologia
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
Lotta armata e teorie del complotto
Doppio Stato, teorie del complotto e dietrologia
Doppio Stato e dietrologia nella narrazione storiografica della sinistra italiana – Paolo Persichetti
Doppio Stato? Una teoria in cattivo stato – Vladimiro Satta
La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori – Pierluigi Battista
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi
Italie, le theme du complot dans l’historiographie contemporaine – Paolo Persichetti
I marziani a Reggio Emilia – Paolo Nori

Indro, Moro e la politica del Palazzo

Ricorrenze – Il nove maggio del 1978 veniva rinvenuto il cadavere di Aldo Moro, ucciso dalle BR. La DC continuava a pensare alla politica del Palazzo, come testimoniato da Indro Montanelli nel libro postumo I conti con me stesso, Rizzoli


Misteri e dietrologia continuano a rappresentarci il rapimento Moro come l’azione di un gruppo criminale eterodiretto, ideologicamente povero e moralmente abietto. Dietro l’ostinata ricerca di protagonisti invisibili si sono persi di vista quelli realmente esistiti. Queste pagine di Indro Montanelli riproproste da Marco Clementi ci ricordano chi erano veramente i protagonisti reali di quella vicenda, il ceto politico democristiano in primis, ma non solo. La mattina del 16 marzo 1978, diverse agenzie avevano associato il nome di Moro a quello dell’«antilope Kobbler», il mai identificato collettore dell’enorme tangente Lockeed. Il riferimento scomparve dalle edizioni speciali dei quotidiani non appena si diffuse la notizia del rapimento, sostituita da ipocriti ritratti che suonavano già come coccodrilli a futura memoria.
L’illibatezza etica è l’ultima delle virtù che può essere rintracciata in quello che fu il fronte del rigor mortis


Dal blog di Marco Clementi

primadellapioggia.blogspot.it

da p. 254:

«9 maggio. Il cadavere di Moro, lasciato su una macchina fra Botteghe Oscure e piazza del Gesù, ci coglie di sorpresa. Siamo stati duri nei suoi confronti [in precedenza Montanelli aveva scritto che Moro, ‘anche se torna è politicamente finito e deve ritirarsi’: p. 252]. La sua fine miseranda c’ispira un sentimento di pietà, ma fa sorgere altri pericoli contro cui occorre mettere in guardia: in nome del ‘martire’, i suoi cercheranno di spingere avanti la sua ‘linea’. Mazzotta è d’accordo, ma mi raccomanda di dirlo a tempo giusto. I Cento si preparano ad approfittare del rimescolamento di carte, ma non capisco più chi e quanti sono. […] Ora i Cento si sono accordato gli hiltoniani di Umberto Agnelli, dei cui soldi evidentemente hanno bisogno, ma che si trascina dietro De Mita e altri ‘basisti’. Puntano su Formali, e così tutto il giuoco si capovolge. Ho avuto a Torino una franca spiegazione con Gianni e Umberto Agnelli. Per la prima volta Gianni mi ha parlato e mi ha lasciato parlare per un’ora dello stesso argomento senza annoiarsi com’è solito. ma vuole la rottura della Dc, mentre Umberto ne vuole la conquista. Romiti mi assicura che accetterà la proposta di Venini per il ‘Giornale’. Si comincia a respirare».

Moro ancora nella Renault 4 e già si pensa alle cose pratiche. In politica non si può perdere tempo. Lo dimostra una successiva pagina, datata 11 maggio 1978, due giorni più tardi:

«Bernabei mi chiama a Roma per comunicazioni urgenti e riservatissime. Gli mando Melani. Bernabei gli dice, a nome – si capisce – di Fanfani, che occorre liquidare Andreotti, il quale si propone di mandare Zaccagnini al Quirinale e Forlani alla segreteria del partito per spingere a fondo l’accordo coi comunisti.  […]. Ma Fanfani s’illude. il vero padrone è ormai Andreotti. Nemmeno le dimissioni di Cossiga lo hanno scosso perché i comunisti lo sostengono. Tutto sta a vedere se vorrà comandare dal Quirinale, da Palazzo Chigi o da piazza del Gesù».

Sono ancora sostenibili le tesi che con la morte di Moro è finita la prima Repubblica? E se sì, con quanti distinguo? E, infine, una piccola notazione. In Italia si stampano circa 60.000 libri l’anno. Quasi la metà non arriva in libreria. Il fatturato complessivo dell’editoria del 2010 è stato 3.4 miliardi di Euro. 24 milioni gli italiani che leggono almeno un libro in un anno. Un lettore è considerato “forte” se ne legge dai cinque in su. Montanelli lo comprano, ma non lo leggono.

Link
Il caso Moro
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi
Italie, le theme du complot dans l’historiographie contemporaine – Paolo Persichetti
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
Lotta armata e teorie del complotto

Massimo Germani: «La tortura non serve solo ad estorcere informazioni, mira a distruggere l’identità e ridurre al silenzio»

L’intervista – Parla Massimo Germani, medico e terapeuta del centro di cure per i disturbi da stress post-traumatico dell’ospedale san Giovanni di Roma. Coordinatore nazionale del Nirast, una rete nata nel 2007 e che raccoglie 10 centri ospedalieri universitari diffusi nel territorio e specializzati per i richiedenti asilo che hanno ricevuto torture e traumi estremi


Paolo Persichetti

Gli Altri
27 aprile 2012

In Italia c’è stata e continua ad esseci la tortura. Non è una novità anche se recentemente sono emerse circostanze nuove che portano a rileggere in modo più compiuto quanto è accaduto. Per esempio nel 1982, quando il governo allora guidato da Giovanni Spadolini decise di ricorrervi per contrastare la lotta armata. Libri, inchieste giornalistiche e televisive, blog, le rivelazioni per la prima volta senza reticenze di Salvatore Genova (un funzionario di polizia in forza alla squadra speciale dell’Ucigos, creata nel dicembre 1981 dal ministro della Giustizia Virginio Rognoni per condurre le indagini sul sequestro Dozier) apparse sull’Espresso del 6 aprile, hanno aperto squarci importanti. Oggi conosciamo i nomi dei torturatori, di chi ha dato gli ordini e di chi li ha coperti. Un film, Diaz, ci reintroduce nell’atmosfera del massacro nella palestra della scuola di Genova e delle sevizie nella caserma di Bolzaneto durante il G8 del 2001. Tuttavia siamo portati sempre a soffermarci sugli aspetti politici e giuridici che il ricorso alla tortura implica all’interno della società. Una riflessione che non deve cessare ma anzi va ancora di più approfondita. Questa volta però vogliamo proporvi uno sguardo diverso, quello di un medico-terapeuta che cura i torturati. Questo anche perché esiste un risvolto ancora sconosciuto: nelle carceri Italiane ci sono da più decenni persone che hanno subito torture, non hanno visto riconosciuto questo trattamento violento subito, non sono state curate.
E’ venuto il momento di cominciare a parlarne e soprattutto esigere la loro scarcerazione.

Che cosa accade nella psiche di una persona torturata?
Negli ultimi dieci anni si è capito che la tortura, come ogni tipo di violenza interpersonale, soprattutto se ripetuta e prolungata nel tempo, provoca degli effetti assolutamente specifici che vanno molto al di là della classica sindrome da stress post-traumatico.

Che tipo di effetti?
Si assiste ad una frantumazione dell’identità che da luogo a patologie della personalità di tipo dissociativo. La nostra identità è fatta di tante cose messe insieme che vanno a costruire quello che si vede all’esterno e quello che sentiamo dentro. Una composizione complessa di fattori con molte facce: culturale, politica, religiosa, sociale… che ad un certo punto si frammentano e si dissociano dando vita ad una serie di fenomeni clinici, spesso purtroppo non riconosciuti, che se non sono trattati in modo specifico possono divenire cronici aggravandosi nel tempo, anche lontano dall’episodio di tortura e di violenza.

Come si scatena questo sfaldamento della personalità?
La tortura produce conseguenze che investono la profondità della psiche. Rispetto ai traumi dovuti ad incidenti, catastrofi naturali, qui si tratta dell’incontro con qualcosa di negativo che viene portato da un altro uomo e che dal punto di vista analitico è chiamato il “male incarnato”. E’ il ritorno ad un’angoscia primitiva che ognuno di noi ha nella fase infantile ma che impariamo ad allontanare con un rapporto genitoriale sufficientemente buono. Quest’angoscia può ricomparire se ci si ritrova completamente inermi nelle mani di qualcuno che vuole distruggerci. L’idea di un io stabile e unitario ci sembra un fatto acquisito. In realtà non è così. Si tratta di un equilibrio fragile. Ce ne accorgiamo solo in determinati momenti della nostra vita, quando subiamo dei lutti, dei contraccolpi, ma in genere si tratta di brevi esperienze. Questa percezione stabile e unitaria dell’io può andare completamente in frantumi proprio nei momenti in cui incontriamo un essere umano che ci tiene in pugno e vuole annientarci.

Parli di “fenomeni non riconosciuti”. Soffermiamoci un momento su questo punto. In un contesto dove la tortura è stata praticata ma non riconosciuta, il perdurare di questa menzogna che effetti ha? Siamo abituati a riflettere sugli effetti politici e storici ma sulla singola persona quali conseguenze si ripercuotono?
Uno dei problemi nelle persone che hanno subito torture è proprio il dopo. Si è visto nelle ricerche compiute sui sopravvissuti ai campi di concentramento che quanto accade dopo, soprattutto nell’immediato, quando sembra che è finita, si è scampati, fuggiti, è molto importante. Se viene meno il riconoscimento da parte dei riferimenti che c’erano prima si incrementata in modo esponenziale la violenza subita. In questo caso la tortura raggiunge il suo scopo primario, anche se implicito: non solo estorcere informazioni ma distruggere l’identità e indurre al silenzio civile, politico e sociale. L’effetto finale della tortura è far sì che le persone non siano più tali e si trasformino in fantasmi che sopravvivono nel mondo. In modo che attraverso questo silenzio e questa sofferenza siano testimoni del potere, siano monito a tutti di cosa può succedere a chi prende posizioni diverse da quelle possibili o richieste dal potere stesso.

Dunque il riconoscimento ha una doppia valenza, storico-politica ma anche clinico-sociale?
Certo, se c’è un riconoscimento da parte della collettività, che può essere più o meno allargata, come poter tornare in un gruppo sociale di riferimento, in qualche modo sentire una condivisione e un sostegno da parte del gruppo in cui si è reinseriti, l’effetto è positivo. Aiuta a ritrovare le proprie radici, la possibilità di ritornare a quelle che precedentemente erano le proprie identità. Questo ovviamente è un qualcosa che non prelude automaticamente alla possibilità di un recupero.

Fino ad ora mi hai descritto la condizione dell’inerme, quella che per definizione è definita “vittima assoluta”. Tuttavia nei militanti che hanno subito torture si tende a rifiutare questa identità. Esiste una differenza?
Questo è un punto molto importante. La ricerca clinica ha dimostrato che la consapevolezza del rischio a cui si va incontro facendo certe cose, sapere che si può essere presi, messi in carcere, subire delle violenze, nella maggioranza dei casi è un fattore di protezione importante. Aiuta rispetto a quello che può essere il risultato finale di una esperienza di tortura o di violenza. Questo è possibile perché si ha la consapevolezza che quello che sta accadendo, la sofferenza subita, è legato ad un significato. Questo significante può svolgere una funzione di protezione, come tutte le credenze condivise che riescono a sopravvivere alla esperienza della tortura: siano esse religiose, sociali o politiche. Naturalmente questo non significa che chi ha una fede politica o religiosa sia esente dalle conseguenze della tortura. Ho in mente tante persone che nonostante questo sono uscite distrutte e hanno dovuto fare percorsi lunghi prima di ritrovare un senso di sè, una certa soddisfazione e fiducia negli altri.

In Italia, i militati della lotta armata torturati, e che nel frattempo non sono diventati “collaboratori di giustizia”, sono rimasti in carcere per molti decenni. Ancora oggi ci sono almeno due casi che hanno oltrepassato i 30 anni. Come è definibile questa situazione?
Anche questa è un’altra cosa importante dal punto di vista umano e clinico. Le persone che hanno subito trattamenti inumani e degradanti, o di vera e propria tortura, soprattutto se sono in regime carcerario avrebbero dovuto subire accertamenti sulle loro condizioni di salute psico-fisiche in strutture specializzate nel riconoscimento e nella cura di questo tipo di patologie. Le patologie dissociative sono fenomeni ed hanno sintomi che spesso sfuggono anche a psicologi o medici, o anche a psichiatri che non hanno una grossa esperienza di questo tipo. Possono quindi essere facilmente sottovalutati o presi per altri tipi di problematiche e non riconosciuti. Inoltre non siamo di fronte a patologie che volgono spontaneamente verso una guarigione nel tempo. Lasciate a se stesse nella maggior parte dei casi evolvono verso un peggioramento e una cronicizzazione.

Farlo sarebbe stato un riconoscimento implicito delle torture. In realtà la macchina giudiziaria e quella carceraria hanno lavorato per seppellire ogni prova. Subito dopo le torture c’è stato l’articolo 90, la sospensione della riforma carcerario e l’ulteriore inasprimento delle condizioni detentive.
Spiegaci un’altra cosa: hai riscontrato un uso e degli effetti specifici della tortura sul corpo delle donne?

Se pensiamo alle sevizie sessuali, non c’è differenza. Ci siamo resi conto che durante le torture anche la maggior parte degli uomini ha subito forme di abuso sessuale. Se già le donne, soprattutto all’inizio, non raccontano le sevizie perché se ne vergognano, per gli uomini è ancora più difficile. Pensiamo a chi, attraversando il Sahara, è passato per le carceri libiche o in quelle afgane. Esistono invece differenze importanti per quanto riguarda gli effetti. Sono in corso delle ricerche (tra qualche anno ne sapremo di più). Oggi si sa che nelle donne è più alta l’incidenza dei fenomeni dissociativi e l’incidenza delle sindromi depressive gravi, che si presentano come fenomeno secondario. Se oltre l’80% di chi ha subito tortura va incontro a sindromi depressive, insieme a quadri clinici che presentano iperattivazione continua, sensazione di pericolo imminente, stati ansiogeni, tensione interna molto forte che spesso porta ad avere scoppi di rabbia, nelle donne si arriva al 90% con forme ancora più gravi.

Il tuo lavoro ti ha messo davanti a tanti racconti di torture che arrivano da Paesi lontani. Che effetto ti hanno fatto le testimonianze delle torture italiane?
Sul piano emotivo mi hanno toccato di più. Faccio fatica a dirlo perché in questi anni molte cose che ho sentito mi hanno colpito in un modo incredibile, tuttavia devo sottolineare questa piccola ma significativa differenza. Quando ho letto della caserma di Castro Pretorio, ad esempio, un luogo che conosco, ci passo davanti, sentire questa cosa… Ecco, penso che questo vada colto, vada valorizzato per far capire che queste cose possono succedere veramente vicino a noi. E’ importante cercare di comunicarle nel modo giusto, che non è quello di far scandalo ma di avere una sensibilità più diffusa su qualcosa che altrimenti può essere sentita come lontana. Poi ovviamente sopravviene la riflessione e allora voglio dire che ogni tanto c’è un dibattito sul ricorso all’uso della tortura da impiegare magari solo in casi eccezionali, “se c’è il terrorista con la bomba che vuol far saltare in aria una scuola”. Questi discorsi che hanno la pretesa di essere realisti sono invece molto pericolosi. Guai a cedere alla tentazione di cominciare a contrattare. Ci deve essere un tabù della tortura. Non deve esistere, non va fatta. Questo ci impone di lottare contro di essa concretamente, al di là delle parole. In Italia è arrivato il momento, perché non è mai troppo tardi, di approvare una legge contro il reato di tortura.

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Torture contro i militanti della lotta armata

Strage di Bologna, “I depistaggi sono la continuazione dello stragismo con altri mezzi”. Risposta a Enzo Raisi

Pubblichiamo la risposta di Sandro Padula alla replica e alle malevole insinuazioni che il deputato di Futuro e Libertà Enzo Raisi, amico della coppia Mambro-Fioravanti, gli aveva rivolto sul sito www.fascinazione.info (oppure qui), dopo un articolo che lo stesso Sandro aveva pubblicato su Ristretti orizzontirispreso su questo blog.

Nella replica Raisi fa apertamente il nome della vittima della strage di Bologna che a suo avviso poteva essere coinvolta in qualche modo nell’attentato: si tratta di Mauro Di Vittorio, 24 anni, originario del quartiere di Torpignattara a Roma. Un ritratto del giovane con simpatie di sinistra è stato proposto da Ugo Maria Tassinari sul suo blog (vedi qui). Ne consigliamo la lettura poiché dimostra quanto infondato, cinico e strumentale, sia stato il sospetto lanciato dal deputato finiano.

Aggiungiamo unicamente una postilla: troviamo davvero singolare il fatto che due persone che si fregiano di lavorare per un’associazione denominata “Nessuno tocchi Caino”, si dimenino al punto da sfoggiare un cinismo senza limiti che, pur di approdare (pretesa ovviamente legittima) alla revisione della propria condanna, si mostra disponibile a seminare senza scrupoli sul proprio cammino ulteriori capri espiatori. La ricerca della verità non consiste nel sostituire un capro espiatorio con un altro. Un simile atteggiamento dimostra che, almeno sul piano etico, la distanza con la cultura stragista è inesistente

 

Strage di Bologna: la ricerca della verità completa non giustifica l’avallo di nuovi depistaggi

di Sandro Padula
21 aprile 2012

Dopo il mio articolo intitolato “Fascicolo bis sulla strage di Bologna: la “pista palestinese” non regge e Raisi accusa la Procura” (Ristretti Orizzonti, 16 aprile 2012)  si è aperto un dibattito su diversi siti Internet al quale ha partecipato, attraverso una replica articolata in cinque punti (vedasi sito www.fascinazione.info e qui), lo stesso parlamentare di Futuro e Libertà di cui avevo criticato il teorema.
Rispondo perciò punto per punto a Enzo Rasi, amico e portavoce della coppia Mambro & Fioravanti che a sua volta, nel quadro della battaglia per ottenere la libertà condizionale della donna ex militante dei Nar (vedasi «Le lettere (e una cena) a Giusva e Mambro: vi perdoniamo», Corriere della sera del 3 agosto 2008), alcuni anni fa fece amicizia con Anna Di Vittorio, sorella di Mauro, la vittima della strage di Bologna che oggi secondo lo stesso Raisi potrebbe aver avuto qualcosa a che fare con quel crimine.

Primo punto
Le Br, organizzazione in cui ho militato nella seconda metà degli anni ’70 e fino al momento del mio arresto avvenuto nel novembre 1982, non hanno mai intrattenuto rapporti politici o d’altra natura con il gruppo di Carlos e neppure con il Fplp. Ciò premesso, per semplice amore della verità vanno corrette le numerose informazioni false e le inesattezze sostenute da Raisi.
Il parlamentare di Futuro e Libertà afferma che “all’interrogatorio con Cieri nel 2009 Carlos ha fatto scena muta e ha detto che parlava solo di fronte ad una commissione parlamentare”.
In realtà, pur non firmando nulla, Carlos fece un discorso al pm Cieri in riferimento alla strage di Bologna, poi riportato dalla stampa italiana, nel quale dichiarò in sintesi quanto segue:  «….  è roba della Cia, i servizi segreti italiani e tedeschi lo sanno bene». (Corriere della Sera, 26 aprile 2009). Questo fatto, cioè l’assenza di una “scena muta”, è dato per certo a pagina 158 del “Dossier strage di Bologna”, un libro scritto da Gabriele Paradisi, Gian Paolo Pelizzaro, François de Quengo de Tonquédec, persone amiche di Enzo Raisi e pubblicizzato da quest’ultimo il 10 settembre 2011 nel corso di un meeting di Futuro e Libertà a Mirabello.

Secondo punto
L’onorevole Raisi asserisce che nessun paragone sarebbe mai stato fatto sulla compatibilità del materiale sequestrato alla Frolich all’aeroporto di Fiumicino nel 1982 e quello usato nella strage di Bologna del 2 agosto 1980.
Una recente notizia di stampa, pubblicata proprio sul quotidiano bolognese al quale Raisi spesso rilascia delle interviste, fornisce sulle indagini condotte una versione molto diversa: “dalla comparazione tra i documenti sulla qualità degli esplosivi utilizzati dal gruppo del terrorista Carlos e le perizie sull’esplosivo usato per l’attentato del 2 agosto 1980 non è, al momento, risultata alcuna immediata compatibilità. Quella della comparazione sulla qualità degli esplosivi era una delle strade che vengono seguite nell’inchiesta bis sulla strage della stazione. Una strada che al momento quindi non registra novità. Il pm Enrico Cieri aveva chiesto ed ottenuto delle autorità francesi i documenti sulla qualità dell’esplosivo utilizzato dal gruppo dello Sciacallo. Parimenti negativa sarebbe stata la comparazione fatta con la qualità dell’esplosivo che Margot Frohlich (indagata nell’inchiesta assieme a Thomas Kram) aveva in una valigia quando fu arrestata a Fiumicino nell’82.” (Resto del Carlino, 6 aprile 2012).
Come se non bastasse, la natura dell’esplosivo trovato alla Frolich è nota da molto tempo anche ai principali teorici della “pista palestinese”. In una interpellanza urgente si affermava: “il 18 giugno 1982, quindi due anni e mezzo dopo le stragi di Ustica e Bologna e due anni prima della strage del 904, all’aeroporto di Fiumicino veniva fermata per un controllo la cittadina tedesca Christa Margot Frolich trovata in possesso di una valigia contenente due detonatori e tre chili e mezzo di miccia detonante, contenente esplosivo ad alta velocità di tipo Pentrite, una sostanza detonante che entra nella composizione del Semtex”. (Interpellanza urgente 2-01636 presentata giovedì 28 luglio 2005 da Vincenzo Fragalà nella seduta n.664).
Come è altresì noto, l’ordigno impiegato per la strage di Bologna non era costituito da esplosivo di tipo Pentrite ma “da un esplosivo contenente gelatinato e Compound B” (sentenza secondo processo di Appello sulla strage di Bologna, 16 maggio 1994). E il Compound B, una miscela di tritolo e T4, è roba della Nato.

Terzo punto
Smentito anche dal suo amico Gabriele Paradisi sulla circostanza che avrebbe visto Carlos vivere a Parigi nel 1980, come aveva affermato sul Resto del Carlino dell’8 aprile 2012, il parlamentare futurista dieci giorni dopo tenta di salvarsi in corner sostenendo che Carlos  “a Parigi aveva un gruppo operativo della sua organizzazione denominata Separat.”
Una presenza stabile in Francia di un nucleo del gruppo Carlos, per altro già ristretto ad un numero molto limitato di componenti, non ha mai trovato conferma nelle lunghe indagini condotte dalla polizia francese. Forse Raisi, sbagliando comunque le date, voleva fare riferimento al periodo di detenzione nel carcere di Fresnes di due esponenti del gruppo Carlos: Bruno Breguet e Magdalena Kopp, detenuti dal febbraio 1982 al maggio e settembre 1985.
Fin qui nulla di nuovo dunque. Si tratta della solita rimasticatura di alcuni elementi utilizzati per dare corpo al depistaggio che vorrebbe orientare le nuove indagini verso la “pista palestinese”. A tale proposito va ricordato che l’Olp, di cui faceva parte integrante il pur critico e marxista Fplp, considerava un piccolo passo positivo la dichiarazione del Consiglio europeo di Venezia del 13 giugno 1980, contestata solo dagli Usa e dal governo israeliano, a favore dell’autodeterminazione del popolo palestinese. Non vi era dunque alcuna ragione di colpire obiettivi italiani da parte di chi aderiva all’Olp.

Quarto punto
La vera novità stavolta è il cinico coinvolgimento da parte di Raisi e dei suoi mandanti di una delle vittime della strage: Mauro Di Vittorio.
Perché proprio Di Vittorio? Semplice: era romano e simpatizzava col “Movimento” di quegli anni. Attribuendogli una precisa identità politica, ovvero quella di militante di Autonomia operaia romana, Raisi intende richiamare ancora una volta la “pista palestinese” che si regge sull’assunto che qui cito: “Ricordo che Pifano e altri componenti del gruppo di Via dei Volsci, autonomia romana, furono arrestati con Abu Saleh ad Ortona per i famosi missili che appartenevano all’Fplp e al gruppo Separat, cioè al gruppo di Carlos.
A quanto risulta, tre autonomi del collettivo del Policlinico (Daniele Pifano, Giorgio Baumgartner e Lusiano Nieri) furono arrestati nel novembre 1979 e poi condannati per il trasporto di due lanciamissili (non i missili) che appartenevano esclusivamente all’Fplp, erano smontati e dovevano essere spediti in Medioriente.
Inoltre il cosiddetto gruppo di Carlos si chiamava Ori (Organizzazione dei rivoluzionari internazionalisti) e non certo Separat (vedasi “A Bologna a colpire furono Cia e Mossad”, Corriere della sera del 23 novembre 2005 ).
Infine, a differenza di quanto sostiene Raisi, quei tre autonomi non “furono arrestati con Abu Saleh ad Ortona”. Abu Anzeh Saleh fu “fermato a Bologna una settimana dopo l’arresto degli autonomi” (pagina 25 del “Dossier strage di Bologna” scritto dagli amici di Raisi).
La vicenda è sufficientemente nota e chiara come quella connessa allo strumentale tentativo del generale Dalla Chiesa che, tanto per produrre un nuovo teorema accusatorio corollario del 7 aprile, fece pressioni su Saleh affinché dichiarasse che quei lanciamissili servivano ad Autonomia in Italia. Ciò detto, non risulta minimamente che il ventiquattrenne Mauro Di Vittorio avesse mai fatto parte del Collettivo del Policlinico in cui militavano i tre autonomi arrestati ad Ortona.
Dalle cronache dell’epoca si evince che era un giovane del Movimento di quegli anni. Al funerale venne salutato dai compagni e dalle femministe del suo quartiere, Tor Pignattara. Una scheda biografica è presente sul sito dell’associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna. Il tentativo di coinvolgerlo è dunque una volgare azione di sciacallaggio, in particolare se si tiene conto del fatto che la sorella di Di Vittorio fece passi significativi in favore della coppia Mambro-Fioravanti. Il livello di strumentalizzazione a questo punto raggiunge vertici di cinismo abissale.
Perché tutto questo? Pur di arrivare alla revisione del processo, i due ex militanti dei Nar insieme a Raisi sono disposti a gettare fango in ogni direzione, creando così ennesimi capri espiatori.

Quinto punto
Nel 1983, quasi un anno dopo il mio arresto, conobbi la detenuta Christa Margot Frolich tramite posta controllata dalla censura del carcere. Lei si trovava in cella con una mia coimputata, non parlava affatto bene la lingua italiana, non era mai stata una ballerina, non aveva figli e nel 1980 aveva 38 anni. In altre parole, Christa Margot Frolich non era per niente l’ex ballerina e donna madre tedesca che nell’agosto 1980 fu vista frequentare un albergo di Bologna e che, secondo i testimoni, conosceva alla perfezione la lingua italiana.
Lo stesso discorso vale per Kram. A parte le sue idee politiche antitetiche allo stragismo, un tipo come lui – secondo i documenti anagrafici ben conosciuti da teorici della “pista palestinese” come gli autori di “Dossier strage di Bologna” – non sarebbe certo passato inosservato nella stazione di Bologna del 2 agosto 1980 se avesse lasciato la valigia della strage nella sala d’attesa della seconda classe in cui scoppiò.
“Poco prima dell’esplosione — ha detto Rolando Mannocci alla figlia e al fratello accorsi al suo capezzale — ho notato due giovani aggirarsi nella sala. Li ho seguiti per un po’ con lo sguardo. Ho visto che hanno posato un qualche cosa, forse una valigia, proprio nell’angolo dove dieci minuti dopo è avvenuta l’esplosione. Non mi sono insospettito, non c’era alcun motivo perché lo dovessi essere. Erano due come tanti altri. Invece forse…». (La Stampa del 4 agosto 1980).
I giovani, per essere tali, debbono almeno avere un’età sotto i 30 anni. Per poi considerarli “come tanti altri” dovrebbero avere un’altezza media di circa 1 metro e 65 per le ragazze e di circa 1 metro e 75 per i ragazzi.
Tutto ciò significa, a rigor di logica, che Thomas Kram – alto quasi due metri e allora trentaduenne – non era certo uno dei “giovani” – “due come tanti altri” – visti da Rolando Mannocci all’interno della stazione di Bologna il 2 agosto 1980 mentre posavano qualcosa nell’angolo in cui avvenne l’esplosione.
Infine vorrei ricordare a Raisi che la legittima ricerca della verità completa sulla strage di Bologna, che persone come me hanno sempre appoggiato, è cosa diversa dall’avallare depistaggi che di fatto sono la continuazione dello stragismo con altri mezzi.

Link
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