«Gli anni 70? E’ ora di affidarli agli storici»

L’Intervista – Parla Marc Lazar che insieme a Marie-Anne Matard-Bonucci ha diretto, Il libro degli anni di piombo. Storia e memoria del terrorismo in italia, Rizzoli 2010


Paolo Persichetti
Liberazione 30 marzo 2011


La scuola di giornalismo della fondazione internazionale Lelio Basso ha promosso di recente un corso di approfondimento dal titolo, «Lo stragismo in Italia da piazza Fontana a via d’Amelio». Il ciclo di conferenze – hanno spiegato gli organizzatori – ha per obiettivo quello di analizzare «La violenza politica come nodo interpretativo della vicenda repubblicana». Tuttavia volgendo un rapido sguardo al programma si resta colpiti dalla singolare riduzione di significato attribuita alla nozione di “violenza politica”. Non vi è più traccia di legami con le dinamiche dell’azione collettiva e dei conflitti sociali, scompare l’analisi del contesto socio-economico, non si tengono nella dovuta considerazione le influenze di natura culturale e ideologica. Eppure, sarebbe bastato guardare alle ore di sciopero, al numero di manifestazioni e picchetti realizzati in alcuni passaggi salienti del dopoguerra italiano, rileggere giornali e riviste dell’epoca per capire il nesso profondo che lega l’emergere della violenza politica ai conflitti sociali.
Per la fondazione Basso, invece, tutto si riconduce al «fenomeno stragista sviluppatosi come “strategia della tensione” alla fine degli anni 60 e riemerso (caso unico in Europa) in tutta la sua drammaticità dopo la fine della guerra fredda ad inizio anni 90». Si ripropone, in sostanza, l’ennesima vulgata complottista e autoconsolatoria aggiornata agli attentati di mafia dei primi anni 90, al papello di Riina, alla trattativa tra Stato, nella veste del “signor Franco”, e Vito Giancimino per conto di Bernardo Provenzano, almeno stando alle ultime ricostruzioni fornite dal figlio di Giancimino, Massimo, prese sul serio dalla procura di Palermo ma non da quella di Caltanissetta. Una rappresentazione che pretende di racchiudere in un’unica trama criminale fatti lontani, diversi, opposti e conflittuali, per natura, cause, moventi e fenomenologia.
Di questa difficoltà a fare la storia degli anni 70 abbiamo parlato con Marc Lazar, professore di storia e sociologia a Sciences Po-Parigi e alla Luiss, che insieme a Marie-Anne Matard-Bonucci ha curato un interessante lavoro multidisciplinare sugli anni 70 pubblicato nel settembre scorso da Rizzoli: Il libro degli anni di piombo. Storia e memoria del terrorismo italiano (tradotto dall’edizione francese uscita presso l’editore parigino Autrement).

Nella introduzione affermate che «Gli storici studiano il terrorismo italiano da poco». Perché questo ritardo?
All’inizio ci sono state le investigazioni giornalistiche, con inchieste soprattutto interessate a cercare i legami con Kgb, Cia, insomma la cosiddetta “dietrologia”. Poi sono venute le commissioni parlamentari che hanno fatto un lavoro a volte abbastanza interessante. Ma è stato come se gli storici avessero delegato ai politici il proprio mestiere. Una supplenza pericolosa. Successivamente è arrivato il momento delle testimonianze con le autobiografie di alcuni militanti della lotta armata e di chi era sul fronte opposto. Da un po’ di tempo hanno preso la parola i figli delle vittime o degli attori: Calabresi, Tobagi, Rossa, e dall’altra parte Anna Negri. Credo che ora sia giunto il momento degli storici. Anche se non va dimenticato che già in passato ci sono stati lavori importanti che purtroppo sono rimasti confinati nel limbo dei pionieri. Oggi ho l’impressione che si stia aprendo una nuova fase. Sono colpito dalla presenza di giovani ricercatori italiani e francesi che si rivolgono a questo periodo con uno sguardo molto diverso dal nostro. Sicuramente chi ha partecipato a quegli anni proverà un grosso malessere di fronte all’impatto delle nuove ricostruzioni che forniranno questi giovani.


Perché ci sono voluti 40 anni?
Questo ritardo ha diverse spiegazioni: molte ferite sono ancora aperte, sia da parte dello Stato che di quelli che hanno fatto la scelta della lotta armata. Non dimentichiamo poi le vicende dell’estrema destra, lo stragismo. Il comportamento della giustizia ha mostrato l’esistenza di due pesi e due misure: molto più duro con la sinistra armata, meno con la destra stragista. C’è poi una grossa difficoltà ad accettare l’idea che negli anni 70 la violenza non sia rimasta limitata solo a piccoli gruppi. Al di là dei giudizi negativi che si possono dare, questa violenza politica esprimeva comunque qualcosa che era presente nella società. E’ stata uno specchio dell’Italia, una sorta di autobiografia del Paese. Questa constatazione ha suscitato reazioni molto dure, soprattutto a sinistra. Eppure La storia degli anni 70 non si può ridurre al peso, seppur importante, delle ideologie, o alla scelta strategica dell’uso della violenza da parte di alcuni gruppi. Si tratta di capire le ragioni profonde che hanno favorito quella parte di consenso raccolto dentro la società dalla minoranza armata. In fondo l’Italia è l’unico Paese europeo in cui si è verificato un periodo così lungo di conflitto violento e con dimensioni sociali tanto ampie. Per questa ragione diversi contributi presenti nel libro, come quello di Isabelle Sommier, cercano di ripensare il rapporto tra violenza sociale e politica non solo negli anni 60-70 ma anche in una prospettiva più lunga. La nostra ambizione era di fare una storia politica, sociale e culturale, mettendo assieme i vari aspetti.

Come spieghi questo perdurare delle teorie dietrologiche?
C’è una grande difficoltà a capire che una protesta sociale può avere un rapporto con la violenza e avere sbocchi politici. E’ un po’ la stessa incapacità a comprendere la natura del berlusconismo, il suo essere ormai un fenomeno sociale profondo e non il semplice risultato di una manipolazione dei media. Con questo lavoro abbiamo posto la prima pietra sulla necessità di fare storia dopo tanta dietrologia e letteratura scandalistica. Anche perché sono passati 30-40 anni e cominciano ad esserci un po’ di archivi disponibili. Non tutti sfortunatamente.

Questa presenza francese, prima con la dottrina Mitterrand ora con la scrittura della storia, non potrebbe suscitare qualche malumore?
Anche in Francia è accaduto qualcosa del genere con la storia di Vichy. Solo grazie al contributo dello storico americano Robert Paxton è stato possibile il rinnovamento completo dell’interpretazione storiografica di quel periodo. Forse un contributo straniero può essere utile quando c’è una situazione così intrecciata. La verità è che noi francesi ci siamo ritrovati dentro questa storia, siamo stati attraversati da queste vicende. Era quindi necessario tentare di andare oltre i malintesi franco-italiani. Nel volume diversi contributi spiegano come i francesi abbiano interpretato a caldo gli anni 70, sia sul piano politico che intellettuale. C’è un saggio di François Dosse su Gilles Deleuze e Felix Guattari che appoggiarono il movimento del ’77 e il convegno di Bologna contro la repressione. Abbiamo poi cercato di conoscere la visione dei giuristi francesi sullo stato di diritto in Italia e tentato di ricostruire la cosiddetta dottrina Mitterrand.

Cosa è emerso?
Mancano ancora gli archivi italiani e buona parte di quelli francesi, tuttavia possiamo dire che non si è trattato di una dottrina giuridica ma di una politica. A seconda delle fasi e dell’interlocutore che aveva davanti, Mitterrand ha assunto posizioni contraddittorie. Disse che la Francia avrebbe fornito protezione senza introdurre esclusioni tra i militanti italiani degli anni 70, se questi nel frattempo avessero abbandonato la violenza politica; in altre occasioni aggiunse che questa protezione non riguardava chi era accusato di crimini di sangue. All’inizio si sono manifestati contrasti nel governo. Alcuni avevano posizioni “più comprensive”, altri “più dure” perché temevano il possibile legame tra militanti italiani e componenti del terrorismo corso o basco. Circostanza che dimostra come la “dottrina Mitterrand” abbia preso le mosse da problemi di gestione dell’ordine pubblico interno prim’ancora che da questioni diplomatiche. La vera novità arriva tuttavia dalla scoperta del ruolo decisivo giocato dal presidente del consiglio Bettino Craxi che, come ha documentato Jean Musitelli che ha avuto a disposizione l’archivio Mitterrand, per ragioni di politica interna invitò in più occasioni Mitterand a tenersi i latitanti italiani.

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Doppio Stato, teorie del complotto e dietrologia
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Doppio Stato e dietrologia nella narrazione storiografica della sinistra italiana – Paolo Persichetti
Doppio Stato? Una teoria in cattivo stato – Vladimiro Satta
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Lotta armata e teorie del complotto
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Anni Settanta

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7 aprile 1979 quando lo Stato si scatenò contro i movimenti
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Enzo Traverso, années de plomb entre tabou et refoulement
Mario Moretti, Brigate rosse une histoire italienne
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Segio e l’ideologia del ravvedimento
I Ravveduti
Il merlo, il dissociato e il fuoriuscito

Anni 70: L’odiosa rivoluzione

Libri – da Il Nemico inconfessabile, Paolo Persichetti e Oreste Scalzone, Odradek 1999


L’odiosa rivoluzione – Capitolo primo

Nuove generazioni in rivolta, figlie di epoche curiose, ritroveranno la traccia delle rivoluzioni sconfitte, dimenticate, estradate dalla storia. Ai loro occhi la potenza del passaggio rivoluzionario ritroverà il suo vigore, la sua energia, i suoi saperi. Quest’oblio è un destino migliore della sorte riservata a quelle rivoluzioni vittoriose, trasfigurate in icone di Stato, disseccate in vuoti simboli paradossali e derisorii del «movimento reale che trasforma le cose presenti».9788886973083g Nondimeno, le rivoluzioni sconfitte subiscono a lungo l’insulto della denigrazione e della criminalizzazione. Ogni strumento è utile per trascinarle nel fango e sottoporle al linciaggio. L’obiettivo è sempre lo stesso: minarne la potenza e stroncare non solo il diritto, ma l’idea stessa della possibilià della rivolta. La dimensione e la profondità sociale, l’estensione temporale e geografica, l’intensità politica della rivolta che ha traversato l’Italia nel corso degli anni Settanta, fino agli echi giunti ben oltre la metà degli anni Ottanta, ne hanno fatto l’episodio rivoluzionario più significativo dell’Europa occidentale dal ’45 a oggi. Ciò spiega anche le ragioni dell’implacabile offensiva denigratrice, potente e sistematica, cui è ancora sottoposta. Il Sessantotto fu «la bella rivoluzione, la rivoluzione della simpatia generale, perché gli antagonismi che si erano manifestati non erano ancora sviluppati, si limitavano all’esistenza della frase, del verbo». Gli anni Settanta furono quelli della «rivoluzione odiosa e ripugnante» perché al posto della «frase subentrò la cosa»(1).  Il Segretario generale del Pci, Enrico Berlinguer, in risposta alla cacciata al grido di «via, via, la nuova polizia!» del Segretario generale della Cgil, Luciano Lama, e del suo servizio d’ordine dall’Università di Roma, definì «untorelli» i protagonisti di quel movimento(2). Fu quello il segnale dello scontro aperto, dichiarato, tra il sommovimento sociale e il partito della classe operaia dentro lo Stato, trasformatosi in partito dello Stato dentro la classe operaia, alla stregua dei suoi fratelli dell’est, al potere nei paesi del «socialismo reale». Allora il più grande Partito comunista d’Occidente dismise l’azione di recupero attraverso il sindacato delle forme di autorganizzazione autonoma delle lotte operaie dei primi anni Settanta, e ostentò l’intenzione di sedare la rivolta a tutti i costi e con ogni mezzo. La strategia del «compromesso storico» – presentato come alleanza tra le masse popolari d’ispirazione comunista, socialista e cattolica, e sul quale il Paese avrebbe dovuto risorgere dalla crisi economica – da mesi aveva partorito una funesta alleanza di governo con gli “avversari” della Democrazia cristiana, annunciandosi come «politica dei sacrifici e dell’austerità», cioè di sistematica concertazione subalterna al padronato. L’atteggiamento di apertura, di mediazione e recupero, verso la contestazione del Sessantotto politico e culturale era finito. Il nuovo ceto politico dei gruppi extraparlamentari era chiamato a entrare per la porta di servizio, nell’area istituzionale, confinato al ruolo di satellite del Pci, oppure sciogliersi o essere criminalizzato. Si apriva una competizione frontale che estendeva ora a ogni angolo della società la contesa che fino ad allora sembrava riguardare solo i luoghi alti del conflitto capitalistico, le fabbriche, dove la si voleva contenere. La «politica dei sacrifici» trovava ostacoli e nemici su tutto il territorio e vedeva di fronte a sé, incontenibile, una pluralità di movimenti sociali ammutinati, autorganizzati (disoccupati, precari, donne, studenti, senza casa, prigionieri) cresciuti attorno all’esempio delle lotte operaie.  Il compromesso storico – strategia che rispondeva al regime di «democrazia a sovranità limitata» attribuito all’Italia – con le sue politiche accomodanti e supine, di contenimento del protagonismo sociale di fronte alle compatibilità economiche, apparve inaccettabile. L’urto tra la situazione dinamica della realtà sociale e le soluzioni statiche messe in piedi dall’alto del sistema politico divenne inevitabile. La risposta alla rivolta sociale fu l’edificazione del sistema dell’emergenza. La nozione di «emergenza»3, concepita inizialmente come esigenza economica, divenne una categoria dello spirito, per poi estendersi al campo giuridico, sociale e politico. Si trasformò in uno strumento per governare il conflitto all’interno di una nuova concezione della democrazia come spazio blindato composto da territori recintati oltre i quali non era consentito fuoriuscire. La legalità era il nuovo filo spinato che designava in modo assolutamente rigido lo spazio dell’agire legittimo. Il conflitto veniva messo a nudo, spogliato di ogni rappresentanza che ne tentasse un recupero in termini di dialettica sociale e politica, per divenire una questione di ordine pubblico, di codice penale. Per avere legittimità i movimenti sociali dovevano rientrare nel recinto stabilito dalle rappresentanze istituzionali, oppure subire la criminalizzazione. Il Pci elaborò la linea di attacco ideologico contro il sommovimento sociale di opposizione facendosi propugnatore di uno «Stato democratico forte» e fu la punta di diamante della risposta statale cercando di costruire il consenso sociale attorno all’azione repressiva delle forze di polizia e magistratura. Una nuova disciplina, la «dietrologia»(4), designò nella figura dell’agente provocatore il profilo di un nemico – particolarmente criminale e pericoloso per la democrazia – attore di un «complotto di destabilizzazione»(5) del processo di ulteriore democratizzazione dell’Italia, cioè l’arrivo al potere del Pci(6). L’assalto sociale armato al cielo della politica, la «critica delle armi», divenne allora la forma espressiva progressivamente dominante della moltitudine del rifiuto e della rivolta, che non volle restare rinchiusa nel recinto della marginalità politica. Nel caso dell’Italia, la contro-insurrezione è andata ben oltre la congiuntura connessa alla necessità di delegittimare l’avversario, attraverso l’uso di menzogne, distorsioni e intossicazioni della realtà, per combatterlo con maggiore efficacia. Si è trattato di una offensiva “totale” che ha raggiunto una dimensione molto più inquietante fino a diventare una specie di “auto-illusione”, di “auto-accecamento”, una catastrofe del mentale, un indizio dell’alienazione del politico che ha colpito nel profondo il pensiero critico. L’ossessione di voler nascondere il carattere politico del nemico interno è uno degli aspetti maggiori delle politiche controrivoluzionarie moderne, recepito in modo unanime oramai in tutti i codici, accordi internazionali e convenzioni sulle estradizioni(7). L’Italia ha dato prova di notevole capacità nell’esercizio di questa ipocrisia. Una lunga serie di norme e leggi speciali, aggravanti e nuove figure di reato, reati associativi, modificazioni procedurali, uso speciale di leggi normali, procedure in deroga, introduzione di un diritto differenziato che premia comportamenti processuali favorevoli alle tesi accusatorie (pentimento e dissociazione), la moltiplicazione dei trattamenti differenziati su base tipologica, a livello penitenziario e giudiziario, hanno di fatto costituito l’edificio di una giustizia reale di eccezione contro i comportamenti di sovversione, e per estensione, di opposizione politica e sociale. Ciò che è definito il sistema delle garanzie – le libertà civili, alcune libertà costituzionali – ha subito molte limitazioni dando luogo a un vero stato d’eccezione opportunamente camuffato. Fin dall’inizio il movimento italiano degli anni Settanta è stato protagonista di una rivoluzione negata, una rivoluzione occultata, e le figure sociali che vi presero parte – gli operai, le donne, i giovani, i disoccupati – apparvero da subito come il nemico inconfessabile.

* * *

Nei capitoli che seguono verranno affrontate alcune matrici, sovradeterminazioni e macrocontesti che hanno caratterizzato lo spazio di azione e di espressione politica delle figure sociali che hanno costituito il nemico inconfessabile. Ne saranno descritte le molteplici originalità, la ricchezza e la potenza del discorso sovversivo, la modernità delle rivendicazioni, l’intuizione di tematiche e contraddizioni che s’imporranno nei decenni successivi. In modo particolare saranno tratteggiati quegli aspetti specifici che hanno contraddistinto i limiti cronici e al tempo stesso le capacità di sviluppo della società italiana, al punto da essere considerati da alcuni come una «anomalia» nel quadro europeo.

Ben al di là di ventimila furono le persone denunciate, oltre quattromila quelle condannate per una cifra globale dell’area sociale sovversiva che il ministero degli Interni stimava oltre le centomila. L’evidenza delle cifre della rivolta toglie sostanza a ogni tentativo di riduzionismo storico. Un’analisi veloce delle cartografie che descrivono la nascita e il rapido sviluppo delle formazioni politiche, classificate dalla giustizia come sovversive, mostra come la violenza politica fosse un elemento endogeno di questa rivolta in un contesto sociale, politico e statale, che già largamente ricorreva al suo impiego. Di fronte all’offensiva sociale, la società politica, in difficoltà, ha risposto severamente a ciò che le sembrava essere (non a torto) la premessa di una catastrofica destabilizzazione. La sua azione si Ë posta all’insegna di una emergenza nata sotto la forma di una eccezione mascherata. L’ipertrofia dell’azione giudiziaria sovraccaricata di compiti morali e politici, la rottura degli equilibri costituzionali tra poteri e contro-poteri, dovuta all’apparizione di un modello di democrazia giudiziaria, ha dato luogo a uno stato d’eccezione permanente. Vero paradigma inconfessato, esso si è imposto come un modello di governo della società, la cui esportazione ha aperto la strada al rischio di una deriva europea. La crescente giudiziarizzazione” della società solleva un dibattito che ormai oltrepassa i confini italiani e le stesse ragioni storiche della sua origine.

La sconfitta, il riflusso e la repressione dei movimenti sociali degli anni 70 hanno suscitato reazioni divergenti. La ricerca affannosa di differenziazioni, nell’intenzione di attenuare le proprie posizioni processuali, ha portato alcuni a esportare le proprie responsabilità politiche. Atteggiamento che sotto l’offensiva inesorabile della giustizia d’eccezione si è trasformato in uno slittamento della colpa giuridica verso altri. La “dissociazione politica dal terrorismo” ha avuto ripercussioni culturali, politiche e giudiziarie ben pi profonde del fenomeno dei “pentiti”. La capacità di critica e di autonomia rispetto all’ordine costituito sono state indebolite da questa stagione del rinnegamento. Il giudizio penale ha mutato natura non rivolgendosi pi all’identificazione delle responsabilità personali ma alla verifica e al sanzionamento delle opinioni della persona giudicata.

Prima di concludere affronteremo le ragioni talvolta sorprendenti, molteplici e complesse, che hanno ostacolato, finora, la realizzazione di una amnistia per tutte le condanne legate alla sovversione sociale e politica che ha attraversato l’Italia tra gli anni 70 e 80. Gli effetti perversi dell’emergenza hanno avuto un ruolo fondamentale nella strutturazione di un blocco sociale trasversale oggettivamente nemico della chiusura di questa epoca. Dagli apparati dello Stato, attori della macchina della giustizia d’eccezione, a certi settori integralisti dell’antagonismo sociale, dalle divisioni dei prigionieri politici all’inconsistenza del ceto politico-istituzionale, dal protagonismo di una magistratura travestita nei panni di cavalieri post-moderni garanti della morale e dell’etica, a certi gruppi editorial-finanziari che fabbricano il mentale e strutturano l’opinione pubblica; tutti da sinistra a destra, sulla base di motivazioni ideologiche e politiche diverse, convergono sulla stessa posizione di boicottagio o di timore dell’amnistia.


Note

1 Il riferimento è a Marx: “La rivoluzione di febbraio era stata la bella rivoluzione, la rivoluzione della simpatia generale, perché gli antagonismi che erano scoppiati in essa contro la monarchia, sonnecchiavano tranquilli l’uno accanto all’altro, non ancora sviluppati; perché la lotta sociale che formava il loro sostrato aveva soltanto raggiunto una esistenza vaporosa, l’esistenza della frase, della parola. La rivoluzione di giugno è la rivoluzione brutta, la rivoluzione repugnante, perché al posto della frase è subentrata la cosa”, Karl Marx Lotte di classe in Francia dal1848 al 1850, Opere, vol. X, Roma, Editori Riuniti, 1977, p. 65.

2

3 Il termine emergenza designa il ricorso a pratiche di eccezione in campo giuridico e politico che si differenziano dalla forma classica dello stato di eccezione. Il termine emergenza, inteso come “stato d’emergenza”, “modello” o “sistema dell’emergenza”, “politica dell’emergenza”, “giustizia dell’emergenza”, “post-emergenza” si è affermato in Italia all’interno del linguaggio politico e giuridico a partire dalla metà degli anni Settanta. Secondo alcuni autori la nozione di emergenza ha costituito una vera e propria ideologia di sostegno al processo di modernizzazione autoritaria della giustizia penale. L’intenzione di perseguire i movimenti armati ha accompagnato la volontà di normalizzare la conflittualità sociale. L’emergenza ha contribuito alla legittimazione degli equilibri politici e del sistema penale.

4

5 Secondo questa logica, la storia d’Italia, dal dopoguerra fino alla vittoria elettorale, nel 1996, del Pds, oggi Ds ed ex Pci, è interpretata come la trama di un “doppio Stato”: l’uno corrotto e con propaggini occulte, che ha criminalmente detenuto il potere nella prima Repubblica; l’altro leale e legale che avrebbe fatto da baluardo al sovversivismo atavico delle classi dominanti. Inutile precisare che il Pci-Pds-Ds ne sarebbe sempre stato il pilastro essenziale. Sulla natura del complotto si sono confrontate due “dottrine”: la prima, anche in ordine di tempo, che ha ipotizzato il “ruolo consapevole e diretto” giocato dai movimenti sociali e in particolare dalla lotta armata, il “partito armato”, contro il Pci; la seconda che ha ipotizzato “l’eterodirezione”, la “complicità inconsapevole”, delle Brigate rosse in particolare, come se esse fossero state nient’altro che delle pedine manovrate da potenze occulte. Per chi voglia documentarsi sugli stati modificati della coscienza, suscitati dalla frequentazione eccessiva con queste flatulenze cerebrali, suggeriamo come testo esemplare, per comprendere gli effetti devastanti a cui possono condurre alcune forme irreparabili di psicopatologia della menzogna storica: Sergio Flamign, La tela del ragno. Il delitto Moro, Roma, Edizioni Associate, 1988. Sospinto da oscuri mandanti Sergio Flamigni replica dieci anni dopo in Convergenze parallele, Milano, Kaos edizioni, 1998. Un altro testo che testimonia dei risultati suscitati da queste turbe legate alla sindrome maniacale da ossessione del complotto e metacomplotto è quello di Guy Debord, Préface à la quatrièmme édition italienne de la Société du spectacle, in Commentaires sur la société du spectacle, Gallimard folio, 1997, pp. 133-147; nonché Gianfranco Sanguinetti, Del terrorismo e dello Stato. La teoria e la pratica del terrorismo per la prima volta divulgate, Milano, 1979.

6 Berlinguer, riflettendo sui fatti del Cile, osservava che le sovradeterminazioni geopolitiche avrebbero impedito all’opposizione di governare anche se il Pci avesse da solo raggiunto il 50 % più uno dei suffragi. Lo scenario del golpe cileno, che aveva visto stroncato nel sangue il governo d’Unitad popular di Salvador Allende, era interpretato come l’anticipazione di un possibile scenario italiano che andava evitato. Il Pci, dunque, teorizzava autonomamente l’impossibilità di andare al governo, anche vincendo le elezioni, in assenza di un preventivo accordo con la Dc, di una alleanza con i ceti medi e di un patto col padronato. In realt?, appare evidente come l’ipotesi dello “scenario cileno” abbia favorito una lettura rovesciata (cioé, “mai più senza fucile”) di quella posta a fondamento del “compromesso storico”. Interpretazione che motivava ulteriormente la scelta della rottura rivoluzionaria di quel vuoto simulacro rappresentato da una democrazia a sovranit? limitata che era la Repubblica italiana. Per tutto questo si veda il famoso saggio berlingueriano: “Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile”, in Rinascita, 28 settembre, 5 e 9 ottobre 1973.

7 Convenzione europea per la repressione del terrorismo, Strasburgo, 1977, ratificata dalla Francia solo nel dicembre 1987; “Convenzione per le estradizioni dell’Unione Europea”, Dublino, settembre 1996.