Enrico Triaca si rivolge al sottosegretario all’Interno Carlo De Stefano: «Lei che mi ha arrestato nel maggio 1978 dovrebbe sapere come sono finito nelle mani di quel “Nicola Ciocia-De Tormentis” che mi ha torturato»

Dott. Carlo De Stefano,

IL prefetto Carlo De Stefano

ho letto la sua risposta all’interrogazione dell’On. Bernardini, che dire?
Una risposta sobria! In linea col nuovo corso, ma un tantino carente, lacunosa. Una risposta che si potrebbe attribuire a chi, in quegli anni, era estraneo al mondo delel Forze di polizia. Ma Lei Dottore non era estraneo, giusto? Lei c’era! Lei molte cose dovrebbe saperle!
Lei mi ha arrestato il 17 maggio 1978 ed oggi il suo collega Nicola Ciocia dice di avermi torturato quella notte, come io denunciai.
Dove stava quella notte Dottore? Questo non lo dice nella sua risposta. Non per accusarla di qualcosa ma forse lei può spiegare come io sia finito dalle sue mani in quelle del “Professor de Tormentis”.
In questo periodo sto imparando quanto sia difficile per voi assumervi le vostre responsabilità quando non potete nascondervi dietro l’anonimato e, del resto, vedo che è stato ben ripagato per i suoi servigi. Ma prima o poi arriva per tutti il giorno in cui non si può più vivere nell’ombra, ed è in questo frangente che un uomo può dimostrare un residuo di dignità di etica.

Lei Dottore con questa risposta ha perso un’occasione. Ora continuerà imperterrito a fare l’uomo di Stato, magari il buon padre di famiglia, tutto Chiesa, Casa e Stato.

Dica Dottore come ci si sente a rivestire questo doppio ruolo? Cosa le suggerisce la sua coscienza? Io da “terrorista” non riesco a immaginarlo.

Sicuramente Lei come il suo collega Nicola Ciocia si sentirà un servitore di Stato, ed io non sono qui a rinfacciarle il suo ruolo di poliziotto, né di avermi arrestato: quello era sicuramente il suo compito ed il suo dovere, quello per cui ha giurato, ma come Lei sa qui si parla di altro, di abusi, di torture, di violenze non ammesse dallo Stato che ritiene di servire. Ma tacere, svicolare, mistificare non si può dire che sia un bel servire.

Non le sembra paradossale che alla fine debbano essere dei “terroristi” a mobilitarsi per far emergere la verità e lo Stato a doversi nascondere?

Enrico Triaca

Link
Torture contro i militanti della lotta armata
De Tormentis, il fantasma del Viminale: la riposta del sottosegretario De Stefano sulle torture
«Che delusione professore!». Una lettera di Enrico Triaca a Nicola Ciocia-professor De Tormentis
Triaca:“Dopo la tortura, l’inferno del carcere – 2
Enrico Triaca; “De Tormentis mi ha torturato così” – 1

Le torture della repubblica, maggio 1978: il metodo De Tormentis atto primo

De Tormentis, il fantasma del Viminale

Torture, la risposta evasiva del ministero dell’Interno all’interrogazione presentata dalla deputata radicale Rita Bernardini

di Paolo Persichetti

Il governo, per voce del sottosegretario agli Interni prefetto Carlo De Stefano, ex direttore centrale della Polizia di prevenzione (l’ex Ucigos, quella del “professor De Tormentis” per intenderci) dal 2001 al 2009 e dove ha anche presieduto il Comitato di analisi strategica antiterrorismo, ha liquidato giovedì 22 marzo l’interrogazione parlamentare sulle torture presentata lo scorso dicembre dalla deputata del partito radicale Rita Bernardini, sostenendo che dei fatti in questione se ne è già discusso ampiamente durante l’ottava legislatura con «ampi e circostanziati dibattiti parlamentari nonché inchieste giudiziarie».
Inutile tornarci sopra, dunque. «Su tali fatti, pertanto, – ha affermato De Stefano – non è necessario che io indugi anche se una serie di inchieste giornalistiche e iniziative culturali ne stanno riproponendo l’attualità. Un’attualità che mantiene il collegamento con i fatti di allora, in relazione all’operato delle Forze dell’ordine, ora oggetto di uno specifico quesito degli On. interroganti».
Peccato che dall’ottava legislatura ad oggi siano emerse molte circostanze nuove grazie ad una inchiesta giornalistica condotta nel 2007 da Matteo Indice sul Secolo XIX, poi rilanciate da un recente libro di Nicola Rao, riprese in una inchiesta apparsa su Liberazione del 13 dicembre 2011 nella quale si tracciava dettagliatamente il profilo professionale e culturale del professor De Tormentis, lasciando chiaramente intendere chi fosse il personaggio che si nasconde sotto quello pseudonimo e che al momento delle torture era un funzionario di grado elevato dell’Ucigos. Un dirigente delle Forse di polizia perfettamente conosciuto dai vertici politici dell’epoca, come riconobbe Francesco Cossiga (una foto lo ritrae alle spalle del ministro dell’Interno in via Caetani, davanti alla Renault 4 nella quale le Brigate rosse fecero ritrovare il corpo di Aldo Moro). Novità riproposte in una puntata della trasmissione di Rai tre, Chi l’ha visto, dell’8 febbraio scorso che hanno spinto il Corriere della sera e poi il Corriere del Mezzogiorno ad intervistare nuovamente il “professor De Tormentis” nella sua casa sulle colline del Vomero a Napoli, senza ometterne questa volta il nome che ormai circolava da tempo sul web: Nicola Ciocia.

Il prefetto De Stefano ha pensato di cavarsela a poco prezzo rivendendo merce scaduta
Il primo dei quesiti posti da Rita Bernardini ai rispettivi ministeri di competenza, Interno e Giustizia, chiedeva di «verificare l’identità e il ruolo svolto all’epoca dei fatti dal funzionario dell’Ucigos conosciuto come “professor De Tormentis”» ed ancora se non si ritenesse opportuno «promuovere, anche mediante la costituzione di una specifica commissione d’inchiesta», ogni utile approfondimento «sull’esistenza, i componenti e l’operato dei due gruppi addetti alla sevizie, ai quali fanno riferimento gli ex funzionari della polizia di Stato citati nelle interviste».
Il sottosegretario De Stefano non solo ha completamente evaso ogni risposta ma ha addirittura preso in giro la parlamentare radicale, e con essa quei milioni di cittadini che si recano regolarmente alle urne confermando la propria fiducia nell’istituzione parlamentare, spacciando per un gesto di cortesia istituzionale la consegna agli atti della Commissione di una scheda riepilogativa, elaborata «in base alle risultanze istruttorie nella disponibilità del Dipartimento della pubblica sicurezza», nella quale si ripropone una sintesi succinta dell’arci-nota inchiesta avviata nel 1982 dal pm di Padova Vittorio Borraccetti e conclusa con il rinvio a giudizio firmato dal giudice istruttore Giovanni Palombarini dell’allora commissario Salvatore Rino Genova, di tre agenti dei Nocs e di un ufficiale del reparto Celere, tutti condannati a brevi pene per le torture inflitte a Cesare Di Lenardo.

Nel 2004 l’ex commissario Salvatore Genova aveva scritto al capo della polizia chiedendo l’apertura di una commissione d’inchiesta sulle torture
E’ davvero singolare che negli armadi del Dipartimento della pubblica sicurezza il prefetto De Stefano non abbia trovato traccia delle denunce presentate dall’ex commissario della Digos, Salvatore Genova, divenuto nel frattempo primo dirigente. In una intervista al Secolo XIX del 17 giugno 2007, Genova denunciava che «nonostante ripetute sollecitazioni a fare chiarezza, lettere protocollate e incontri riservatissimi, ci si è ben guardati  dall’avviare i doverosi accertamenti». Sul tavolo della sua scrivania – annotava l’intervistatore – «ci sono i carteggi degli ultimi quindici  anni con l’ex capo della polizia, Fernando Masone, e con l’attuale numero uno, Gianni De Gennaro. Informative “personali”, “strettamente riservate” nelle quali Salvatore Genova chiede l’istituzione di Commissioni, l’acquisizione di documenti e l’interrogazione di testimoni. Vuole che venga fatta luce su una delle pagine più oscure nella storia della lotta all’eversione».
Di tutto questo nella risposta del sottosegretario non c’è traccia!
Singolare omissione, come singolare appare il fatto che l’unico nome citato sia quello di Salvatore Genova, che guarda caso è l’unico funzionario che in questi anni ha vuotato il sacco raccontando per filo e per segno i retroscena delle torture, mentre si mantiene il massimo riserbo sugli altri e non si risponde sulla identità di “De Tormentis”. Circostanza che assomiglia tanto ad un dispetto, per non dire una rappresaglia.

Se il lupo dice di non aver mai visto l’agnello
A questo punto non si può non ricordare come Carlo De Stefano non sia affatto una figura neutra o di secondo piano. Si tratta di un funzionario che ha realizzato per intero la sua carriera nell’antiterrorismo. Nel 1978, quando era alla digos, fu lui ad arrestare Enrico Triaca, torturato da Nicola Ciocia che lo racconta nel libro di Nicola Rao, e perquisire la tipografia delle Br di via Pio Foa’ a Roma. Si tratta dunque di un personaggio che inevitabilmente è stato a conoscenza di molti dei segreti conservati nelle stanze del Viminale, in quegli uffici che si sono occupati delle inchieste contro la lotta armata. Non foss’altro perché è stato fianco a fianco di tutti i funzionari coinvolti nelle torture.
Vederlo rispondere all’interrogazione depositata dalla deputata Rita Bernardini è stato come sentire il lupo dare spiegazioni sulla scomparsa dell’agnello….


Fino al 1984 le convenzioni internazionali non ponevano limiti al ricorso alla tortura morale, in caso di ordine pubblico e di tutela del benessere generale di una società democratica

Nonostante l’atteggiamento evasivo e omertoso, nella risposta del sottosegretario De Stefano agli altri quesiti posti nell’interrogazione parlamentare sono emersi alcuni dettagli interessanti. Alla domanda se il governo non intendesse «adottare con urgenza misure volte all’introduzione nell’ordinamento italiano del reato di tortura e di specifiche sanzioni al riguardo, in attuazione di quanto ratificato in sede Onu» e se non vi fosse l’intenzione di «assumere iniziative, anche normative, in favore di risarcimenti per le vittime di atti di tortura o violenza da parte di funzionari dello Stato, e per i loro familiari», l’esponente del governo ha ricordato i diversi disegni di legge pendenti in Parlamento e aventi per oggetto l’introduzione nel codice penale civile e militare del reato specifico di tortura. Nulla sulla creazione di una commissione d’inchiesta.
Rivelatore è stato invece l’excursus storico fornito dagli uffici del ministero della Giustizia nel quale si afferma una cosa palesemente falsa, ovvero che fino al 1984 a livello internazionale sia la Convenzione di Roma per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, sia la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 10 dicembre 1948, ponevano divieti all’uso della tortura «pur con delle limitazioni non di poco conto (morale e in caso di ordine pubblico e di tutela del benessere generale di una società democratica)». Secondo l’interpretazione fornita da De Stefano queste convenzioni internazionali avrebbero vietato l’uso della tortura essenzialmente contro il nemico esterno, in caso di guerre tra Stati, tacendo sul ricorso a torture contro il nemico interno (i cosiddetti “terroristi”), a meno che non si trattasse di Paesi sotto regimi dittatoriali. Una logica che se condotta fino alle sue estreme conseguenze avrebbe sancito il divieto di torturare solo per le dittature, ritenute una forma di governo illegittimo, mentre paradosalmente avrebbe lasciato alle democrazie ampi margini di possibilità di farlo tranquillamente.


Citando questo passaggio il ministero della Giustizia ha voluto forse farci intendere che nel 1982, quando Nicola Ciocia, alias De Tormentis, insieme alla sua squadra di “acquaiuoli” (così erano definiti negli ambienti della polizia per la loro specializzazione nel waterboarding, la tortura dell’acqua e sale), supportata dagli altri dirigenti dell’Ucigos, Gaspare De Francisci, Umberto Improta & c., sotto l’ordine e la tutela del ministro dell’Interno Virginio Rognoni, torturava durante gli interrogatori le persone sospettate di appartenere a gruppi armati, lo faceva senza violare la normativa internazionale.
E’ questo il messaggio indicibile che tra le righe il sottosegretario De Stefano ha voluto inviare agli interroganti e a chi da mesi sta portando avanti una campagna su questi fatti.
Tuttavia dal 1984, prima l’assemblea generale delle Nazioni unite, poi dal 1987 anche il Consiglio d’Europa, hanno adottato una Convenzione per la prevenzione specifica della tortura e dei trattamenti degradanti, in vigore in Italia dall’11 febbraio 1989. In tale ambito, «la tortura al pari del genocidio – ricorda sempre la nota del ministero della Giustizia – è considerata un crimine contro l’umanità dal diritto internazionale», dunque imprescrittibile.
Anche se la nozione di imprescrittibilità non ci ha mai convinto per la sua facilità a prestarsi a regolamenti di conti che fanno del ricorso alla giustizia penale internazionale una forma di prolungamento della guerra e/o della lotta politica con altri mezzi, ci domandiamo come mai i solerti magistrati italiani teorici dell’interventismo più sfrenato, della supplenza e dell’interferenza senza limiti, siano stati fino ad ora così restii e disattenti.
Ma della complicità della magistratura che con la sua sistematica azione di copertura, che trovò un’unica eccezione nella citata inchiesta di Padova, svolse un decisivo ruolo di ausilio alle torture parleremo in un prossimo articolo.

Link
Le torture contro i militanti della lotta armata
Le torture ai militanti Br arrivano in parlamento

Paolo Granzotto sanzionato per razzismo. Aveva scritto: rispedire al mittente la «feccia rumena»

Sanzione “segreta” per Paolo Granzotto

Redattore sociale
16 marzo 2012

Aveva scritto che bisognava rispedire al mittente “la feccia rumena” (vedi sotto) in un articolo del 2009 pubblicato su “Il Giornale”. Per queste espressioni xenofobe, il giornalista Paolo Granzotto, iscritto all’Ordine del Lazio, ha ricevuto nei giorni scorsi la sanzione della censura che viene inflitta “nei casi di abusi o mancanze di grave entità” e “consiste nel biasimo formale per la trasgressione accertata”.
A denunciare Granzotto all’Ordine dei giornalisti era stata una reporter di origine romena che fa parte dell’Associazione nazionale stampa interculturale (Ansi). Tuttavia, la decisione non è stata resa pubblica, nemmeno sul sito dell’Ordine laziale.
Roberto Natale, presidente della Federazione nazionale della stampa italiana, ha ricordato la vicenda al Salone dell’editoria sociale, nel corso della presentazione del secondo libro bianco sul razzismo in Italia, dal titolo “Cronache di ordinario razzismo”, a cura dell’associazione Lunaria. Commentando l’opera che muove critiche molto dure ai giornalisti italiani in tema di razzismo, Natale ha parlato di “spettacolarizzazione delle notizie sugli stranieri con connotazione negativa”, “di omissione di importanti notizie” e di “informazione forcaiola”. L’Fnsi promuove da mesi la campagna “LasciateCientrare” che ha visto anche Redattore Sociale in prima linea per chiedere l’accesso della stampa ai centri di detenzione e a quelli di accoglienza per migranti, vietato da una circolare del ministro dell’Interno Roberto Maroni. “I Centri di identificazione e di espulsione sono un problema di diritti dei migranti e di diritto dei cittadini a essere informati – ha detto il presidente dell’Fnsi – è però anche un gigantesco problema di costi non motivati e di sprechi del denaro pubblico”.
 Il 2011 è stato l’annus horribilis del razzismo in Italia, con il picco di casi sia tra la gente comune sia tra le istituzioni, secondo il monitoraggio effettuato da Lunaria, che va a colmare il vuoto delle statistiche ufficiali. “Questa impennata è legata allo spauracchio degli sbarchi e della cosiddetta invasione islamica” ha spiegato Paola Andrisani, la ricercatrice che ha curato il monitoraggio. I casi erano tantissimi, circa un migliaio, ma solo 255 sono finiti nel volume, come rappresentativi di quello che avviene nelle pieghe dell’Italia nascosta all’opinione pubblica. I mass media sono i primi imputati. “Il razzismo è una terribile semplificazione, un gioco ad avere un capro espiatorio e un nemico, con un linguaggio bellicoso e ostile” ha commentato Franca Di Lecce, della Federazione delle chiese evangeliche.  “La stampa mainstream anche progressista continua a chiamare centri di accoglienza quelli che sono i lager di stato – ha spiegato l’antropologa Annamaria Rivera – si legge anche di ‘etnia cinese’, un miliardo di persone diventa incredibilmente un’etnia. Manca uno strumento per sanzionare chi usa questo linguaggio”.  A margine dell’incontro Grazia Naletto, presidente di Lunaria, inquadra così la battaglia di parole: “In Italia c’è un senso comune che ancora ritiene che il razzismo non esiste. Senza cadere nell’errore opposto di generalizzare, bisogna dire che la società italiana non è razzista ma c’è una preoccupante diffusione del razzismo e della xenofobia”.
Dopo la pulizia etnica di Rosarno nel 2010, una nuova pagina nera ha segnato l’anno in corso: Lampedusa. Ancora una volta, i reportage dei mass media sono al centro del dibattito per le conseguenze sociali della cattiva informazione. “La grande simpatia nei confronti della primavera araba si ferma a quando i protagonisti sono rimasti a casa loro, perché quando hanno preso il mare per venire in Italia le cose sono cambiate” ha detto Maria Silvia Olivieri, una delle autrici del libro bianco e responsabile comunicazione del Servizio di protezione per rifugiati e richiedenti asilo (Sprar). “I media sono stati al servizio della scelta governativa di svilire la dignità delle persone – ha continuato – abbiamo visto immagini di persone ammassate come animali a dormire sul molo e ci siamo chiesti perché non venissero trasferiti nei centri di accoglienza governativi che sapevamo essere disponibili. Si voleva fare un’operazione Napoli a Lampedusa, come per la spazzatura”. Olivieri ha sottolineato che “c’è stata una costruzione scientifica di un nemico mentre nel frattempo la gente moriva in mare. I connazionali delle vittime hanno riferito che gli è stato perfino impedito di intervenire nel riconoscimento delle salme, nessuno si chiede cosa ne è stato di questi cadaveri rimasti senza nome”. (rc)
Cacciamoli Bucarest si riprenda le sue canaglie
di Paolo Granzotto
Il Giornale 4 febbrio 2009

Fuori, fuori, senza la minima esitazione. Accompagnati alla frontiera e lì consegnati alle autorità romene. Ci pensino poi loro a farne ciò che ritengono opportuno. Questo giornale si è sempre battuto per la certezza della pena, è vero. Ma che il contribuente, categoria alla quale mi onoro di appartenere, debba sborsare 400mila euri al giorno per farla scontare alla folta popolazione carceraria romena è una cosa che non mi va giù. Oltre tutto, se una volta riconosciuta colpevole di reato rispedissimo al mittente la feccia romena – e spero che non mi si dia del razzista se chiamo col loro nome individui che ammazzano, stuprano, rubano agendo con furore belluino – ne guadagnerebbe e di molto l’impellente questione dell’affollamento carcerario. C’è da aggiungere un’altra cosa. Per il romeno che si macchia di un delitto – di qualunque entità esso sia – una pena grave, dolorosa da sopportare, è proprio quella di lasciare quel Bengodi per la criminalità e la clandestinità che è l’Italia. Dove un po’ per pietismo buonista, un po’ per solidarismo multietnico e culturale, un (bel) po’ per zelo ideologico, non solo la condanna inflitta è sempre mitigata da una sfilza di attenuanti più o meno generiche, ma fra permessi, affidamento in prova, libertà vigilata o condizionale e legge Gozzini la stesso periodo di detenzione finisce per essere decurtato della metà della metà. E tutto ciò rende particolarmente accomodante la vita ai malviventi. Magari, non si può mai dire, i regimi giudiziario e carcerario romeno sono un po’ meno tolleranti e buonisti del nostro, magari laggiù la pena la si sconta fino in fondo. Ma anche in caso contrario, resta il fatto che in Romania il delinquere comporta più rischi che non in Italia. Se così non fosse, non verrebbero a frotte da noi per esercitare la loro, diciamo così, professione.
Ci sarebbe, su questo argomento, da sentire il parere delle vittime o, in caso di omicidio, dei loro parenti. Che si aspettano, che pretendono che giustizia sia fatta. Ma che per i motivi sopradetti di rado vedono esaudita la loro legittima, umanissima richiesta. Mi chiedo allora se desti più furore sapere che il colpevole in qualche modo l’ha fatta franca – magari scarcerato dopo un paio di giorni – o sapere che è fuori dai piedi, in qualche galera o in qualche souk romeno, non proprio luoghi ameni, sia l’una che l’altro. Non so, ma io non avrei dubbi. Oltre tutto la Romania è in Europa, aderente a pieno titolo all’Unione e non mi pare sia consono allo spirito, agli ideali e ai principi eurolandici impestare di canagliume gli Stati membri. Non dico mica che noi siamo, da quel punto di vista, dei santi. Ma ciascuno si tenga le canaglie sue e pertanto, quelle romene, fuori. Fuori senza la minima esitazione.

Link
Paolo Granzotto: “Cacciamoli:_Bucarest_si_riprenda_sue_canaglie
Cattivi maestri e bravi bidelli: le carte truccate di Paolo Granzotto

Dallo Stato etico allo Stato emotivo: Virginio Rognoni «Le torture? L’emotività era forte»

Buon democristiano non mente: le risposte che Vinginio Rognoni concede in questa intervista più che lette vanno interpretate. Rognoni è il ministro delle torture, il politico che più di ogni altro ci ha messo la faccia. Chiamato in parlamento ha negato, negato più volte l’evidenza, ammettendo di fronte ai parlamentari solo 12 casi, avvenuti in un arco di pochi mesi. Tuttavia tra un diniego e l’altro emergono dettagli interessanti. Intanto Rognoni nega male, molto male, quando afferma che ad operare furono solo squadre di polizia locali. Affermazione in contrasto con quanto rivela più avanti: «affidai le responsabilità maggiori a Gaspare De Francisci, il capo dell’ufficio era Umberto Improta» (due nomi che ritornano sempre ed in posizione di vertice nella scena delle torture, come stabilì anche una inchiesta della magistratura sul caso di Cesare Di Lenardo), ovvero all’Ucigos. Ad operare c’era anche personale che veniva direttamente dal ministero o da corpi speciali come i Nocs, oppure investigatori di altre città come Salvatore Genova.
La squadra di torturatori guidata da Nicola Ciocia era sul posto fin dai primi momenti dell’indagine, non dovette perdere tempo per spostarsi ma operò immediatamente. La strategia, infatti, fu quella del ricorso alle intercettazioni di massa degli ambienti dell’autonomia, da cui scaturivano perquisizioni a largo raggio e interrogatori violenti per raccogliere informazioni. Già in questa fase venne coinvolto Nicola Ciocia che sottopose ad un violento waterboarding Nazareno Mantovani e successivamente Ruggero Volinia, che prima venne pestato da altri funzionari mentre la sua compagna, Elisabbetta Arcangeli, subiva violenze sessuali. (link Torture e violenze sessuali contro le donne della lotta armata).
Rivelatrice, infine, appare la risposta finale che chiama in causa i «rivolgimenti interiori, dell’“esposizione” umana cui gli investigatori che ogni giorno combattevano il terrorismo erano sottoposti, capace di generare una rabbia incontenibile». Insomma, sembra dire Rognoni, seppure c’è stata qualche tortura dovete capirli quei poveri funzionari sottoposti a tanto stress.

Matteo Indice
Secolo XIX
, 25 giugnio 2007

Il colloquio con Rognoni (il cui ultimo incarico istituzionale è stata la vicepresidenza del Csm, fino allo scorso anno) avviene telefonicamente, in due momenti distinti. «La lotta all’eversione dell’ordine democratico – spiega –  è sempre stata un fatto corale, almeno come tale la intendevo io, in cui tutti dovevano fare la propria parte. In frangenti particolari occorre affidarsi alle intuizioni e in qualche modo alla creatività dei poliziotti. Così facemmo, ma io già all’epoca giurai davanti al Capo dello Stato che, per quanto mi risultava, non ci furono eccessi».
Il primo passo è la rievocazione del lavoro investigativo che portò alla liberazione del generale americano James Lee Dozier, rapito dalle Brigate Rosse a Verona nel dicembre 1981 e liberato nel febbraio dell’anno successivo a Padova. Proprio uno dei terroristi arrestati per quella vicenda Cesare Di Lenardo con la sua denuncia diede il “la” all’unica indagine mai condotta da una procura sulle sevizie. Ricostruendo quel caso, negli ultimi giorni, abbiamo raccolto il resoconto di Salvatore Genova (uno dei funzionari che lavorò materialmente per il dissequestro) e soprattutto di un questore uscito nel 1984 dalla polizia, che ai tempi faceva parte dell’Ucigos: ha confermato l’esistenza d’un gruppo “parallelo”, da lui gestito direttamente e specializzato in sistemi violenti.
Virginio Rognoni non condivide questo tipo di ricostruzione, «sebbene la situazione fosse di assoluta emergenza». «La liberazione di Dozier rappresentò un passaggio chiave nella lotta al terrorismo, senza dubbio uno spartiacque. E credo che ogni interrogatorio fosse tenuto in condizioni di garanzia, nei limiti del possibile. Non dimentichiamo le pressioni, enormi, che subivamo dall’opinione pubblica dopo ogni attentato,in quella specifica occasione pure dagli Stati Uniti. La posizione del nostro Paese è sempre stata di rifiuto nei confronti della tortura».
Eppure, le rivelazioni del superpoliziotto che per almeno sei anni dal 1978 al 1984 lavorò all’Ucigos (Ufficio centrale per le investigazioni generali e le operazioni speciali) con compiti prettamente operativi, raccontano una storia diversa: «Con un drappello di fedelissimi ha riferito al Secolo XIX raggiungevo le città dove si dovevano torchiare i testi più importanti. E in alcuni frangenti, ammesso che ci si dovesse arrivare, la tortura rappresentava davvero l’unico modo per salvare delle vite».
«Non credo – insiste Rognoni – esistesse il tempo materiale per compiere soprusi. Erano le squadre locali, le varie Digos o i commissariati, a intercettare di volta in volta i sospettati, a far scattare il fermo di polizia giudiziaria. E nel breve intervallo di tempo in cui si protraeva questo provvedimento, non so quanto margine avrebbe avuto un organismo occulto e specializzato che doveva muoversi in ogni parte d’Italia».
In realtà, l’ex questore intervistato a Napoli spiega che i “cinque” parteciparono direttamente ad alcuni interrogatori dopo aver affiancato per giorni, e sul posto, altri investigatori che curavano le varie indagini dal principio: «Persino la Cia ha aggiunto rimase sbalordita dai nostri sistemi. In particolare, uno degli ufficiali che dovevano affiancare le autorità italiane come supervisori durante la vicenda Dozier si mise le mani nei capelli e disse: “Non credevo arrivaste a un livello tale di pressione”».
Per Virginio Rognoni «il compito dell’intelligence americana era talmente marginale, che non penso avessero un ruolo operativo tale da poter assistere a procedure estremamente delicate». Poi descrive la struttura dell’Ucigos: «Affidai le responsabilità maggiori a Gaspare De Francisci, il capo dell’ufficio era Umberto Improta. Come detto, in alcuni casi occorre fidarsi dell’acume e delle abilità dei singoli uomini, ai quali è sostanzialmente delegata tutta l’attività operativa».
Rognoni fu chiamato a rispondere più volte, alla Camera, sulle denunce di torture presentate dai terroristi, ma mai era stato interpellato sulla presenza d’un gruppo strutturato che le compiva sistematicamente, “I cinque dell’Ave Maria” appunto. «Un’espressione gergale», la definisce ancora, sebbene l’ultimo ragionamento risulti più articolato. «L’opinione pubblica dev’essere richiamata sul contesto di forte emotività che segnava quell’epoca. Penso alla brutalità con cui fu rapito e massacrato nel 1981 Vincenzo Taliercio (direttore del Petrolchimico di Mestre).
Ecco, davanti al risentimento prodotto da azioni simili non ci possono essere giustificazioni, non si può certo accettare la sevizia in un quadro democratico. Tuttavia va posto il problema, più ampio, dei rivolgimenti interiori, dell’”esposizione” umana cui gli investigatori che ogni giorno combattevano il terrorismo erano sottoposti, capace di generare una rabbia incontenibile».

Link
Cossiga: Un dirigente del Pci mi disse “date una strizzatina ai brigatisti”
Torture contro i militanti della lotta armata
Salvatore Genova, che liberò Dozier, racconta le torture ai brigatisti
Il penalista Lovatini: “Anche le donne delle Br sottoposte ad abusi e violenze”
Parla Nicola Ciocia, alias De Tormentis, il capo dei cinque dell’Ave Maria: “Torture contro i Br per il bene dell’Italia”
Le rivelazioni dell’ex capo dei Nocs, Salvatore Genova: “squadre di torturatori contro i terroristi rossi”
Il generale Dozier alla cerimonia in ricordo di Umberto Improta, uno dei funzionari di polizia coinvolti nelle torture
Torture della Repubblica: il movimento argentino degli escraches, un esempio di pratica sociale della verità
Torture e violenze sessuali contro le donne della lotta armata

Cossiga: un dirigente del Pci mi disse «Date una strizzatina ai brigatisti»

Nonostante il consueto stile allusivo e l’abilità nel tirare in ballo (in modo del tutto giustificato) anche gli altri, allargando la superficie delle reponsabilità politiche, d’altronde parliamo di anni in cui vigeva quel particolare modello di consociazione politica che era il compromesso storico, Cossiga in questa intervista dice alcune cose importanti che lasciano capire il grado di internità della sfera del politico nella scelta di ricorrere allo strumento delle torture contro le persone coinvolte nelle indagini contro la lotta armata. L’avallo all’uso delle torture durante gli interrogatori di polizia venne dato nel corso di una riuniode del Cis (comitato interministeriale per la sicurezza) che si tenne l’8 gennaio 1982. Ma in realtà in quei giorni vi furono ripetuti incontri e decisioni, formali e informali, a livelo di esecutivo e vertici della sicurezza. Quella dell’8 gennaio fu solo una riunione che formalizzò politicamente scelte prese nei giorni precedenti in sede tecnico-operativa. Ne è una riprova il fatto che il funzionario dell’Ucigos Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, entrò in azione con la sua squadra di torturatori subito dopo gli arresti di Stefano Petrella e Ennio Di Rocco avvenuti il 3 gennaio 1982.

– La prima importante affermazione di Cossiga riguarda il grado di complicita del Pci di suo cugino Enrico Berlinguer. Senza il tacito consenso di questo partito, un ricorso così ampio alle torture da parte di un apparato strutturato del ministero dell’Interno non sarebbero mai stato possibile. Anzi, da quel che lascia intendere Cossiga, il Pci non subì passivamente la scelta ma in qualche modo l’ispirò. D’altronde una cosa del genere non deve stupire poiché appare del tutto in linea con la scelta fatta in quegli anni da Botteghe oscure di ricorrere a strumenti d’eccezione: come fu l’appello alla delazione; il tentativo di mobilitare la propria base sociale con i famosi questionari; la creazione di una rete parallela di spionaggio nelle fabbriche (rete a cui apparteneva Guido Rossa), nei quartieri, nelle scuole più calde attraverso le quali schedare le persone ritenute sospette di simpatie brigatiste o aderenti ai gruppi più duri dell’Autonomia. Nomi che poi venivano ceduti ai nuclei speciali del generale Alberto Dalla Chiesa; la collaborazione alle operazioni di infiltrazione dei gruppi rivoluzionari armati fatti sotto il diretto controllo sempre degli uomini del generale Alberto Dalla Chiesa; il ruolo svolto durante il processo di Torino al cosiddetto “nucleo storico delle Br”.

– Cossiga esclude il ricorso sistematico a torture fino alla fine degli anni 70, non si pronuncia sui periodi di intervallo nei quali non si trovò ad essere ministro dell’Interno o presidente del Consiglio. L’allusione a questo intervallo è ancora una volta significativa poiché corrisponde ai periodi in cui entrarono in azione le diverse squadre che praticarono le torture. La tortura di Enrico Triaca iniziò alla fine della giornata del 17 maggio 1978, quando l’interim del ministero dell’Interno era stato assunto da Giulio Andreotti, allora primo ministro. Cossiga infatti aveva rimesso il suo mandato il 9 maggio 1978. Le dimissioni vennero formalmente accolte con Dpr l’11 maggio successivo, Gazzetta ufficiale 15 maggio 1978 n° 132. Formalmente Cossiga non era più in carica al momento della tortura contro Enrico Triaca. Nel corso di tutto il 1982 ministro dell’Interno sarà Virginio Rognoni, che nel giugno 1978 aveva sostituito proprio Cossiga. Virginio Rognoni, ancora in vita, è il ministro delle torture ed a Matteo Indice ha risposto in questo modo.

– Cossiga ammette di conoscere senza mezzi termini Nicola Ciocia, alias De Tormentis, ma quel che più conta fa capire che Ciocia-De Tormentis era conosciuto soprattutto per la sua particolare “abilità” negli interrogatori. Una abilità che – Ciocia stesso lo ha rivelato – consisteva nel ricorso al waterboarding e altre violenze sull’interrogato.

L’Intervista – «Quando fu rapito suo figlio, De Martino mi chiese l’aiuto di quel poliziotto “abile” negli interrogatori»

Mateo Indice
Il Secolo XIX,  25 giugno 2007

Gernova – «Lo ricordo come fosse ieri, era il 1977 e io ministro dell’Interno. Ricevetti la visita di un alto dirigente del Partito comunista, che aveva fatto la Resistenza [il riferimento è con tutta evidenza a Ugo Pecchioli, Ndr]. Mi disse: “Per accelerare le indagini e prevenire gli attentati non potete dare una strizzatina ai brigatisti che avete in carcere?”. La frase mi colpì, ovviamente, ma credo sia eloquente per tratteggiare il clinma di tensione e apprensione che si viveva allora, nel quale personalità di primissimo piano  sarebbero state disposte a “indulgere” verso certe pratiche». Il senatore a vita Francesco Cossiga (ottavo presidente della repubblica fra il 1985 e il 1992) usa questa premessa per parlare delle torture ai terroristi, svolte «sistematicamente, da un gruppo strutturato» in base alle testimonianze inedite raccolte dal nostro giornale fra gli stessi superpoliziotti che curarono le indagini più delicate negli anni di piombo.

Presidente, un questore uscito dalla polizia vent’anni fa ha raccontato che, dal rapimento Moro in poi, gli interrogatori violenti hanno rappresentato una prassi consolidata nelle indagini sul terrorismo.
«Se è successo, si è trattato d’una scelta drammatica, non condivisibile perché io parto dal presupposto che non si può mai abbattere la legalità. Ho vissuto giorno per giorno le inchieste sugli attentati nel mio ruolo di ministro dell’Interno e presidente del consiglio poi: ottenevo relazioni costanti dai vertici delle forze dell’ordine e mi sento di escludere che, almeno fino alla fine degli anni ’70, siano avvenute cose del genere. Ma ovviamente occorre distinguere: non possiamo definire tortura una sequenza di domande anche molto pressanti dal punto di vista psicologico, nella quale si utilizzano tecniche particolari per far stremare mentalmente un terrorista, le cui rivelazioni possono salvare delle vite».

I riferimenti sono soprattutto all’epoca della liberazione del generale Dozier (1982) e agli anni immediatamente precedenti e successivi.
«Su quell’intervallo mi posso pronunciare meno. Però la magistratura indagò su alcuni agenti che maltrattarono terroristi detenuti. Non so dire se ci fossero “mandanti” a un livello più alto». In Israele questo tema è stato oggetto di dibattiti furenti. Ma lì si vive una situazione diversa, ovviamente, non paragonabile agli anni di piombo. E allora, ripeto, credo che il nostro Paese abbia sempre garantito la tenuta democratica dei suoi apparati di sicurezza».

Conosceva i funzionari (uno è Salvatore Genova, dell’altro rispettiamo al momento la richiesta di anonimato) che hanno parlato di torture sistematiche, accennando al gruppo “dell’Ave Maria”?
«Soprattutto il secondo, sì. Ricordo perfettamente che di lui mi parlò il senatore socialista Francesco De Martino. Era l’aprile del 1977, fu rapito suo figlio Guido (uno degli episodi più oscuri di quell’anno, sulla cui matrice rimase sempre incertezza, ndr) e mi chiamò quasi subito, trafelato. Io ero ministro dell’Interno e mi chiese di affidare le indagini allo stesso poliziotto – allora non aveva ancora il grado di questore – che voi adesso avete rintracciato a Napoli. Disse che avrebbe risolto il caso in fretta, in qualche modo».
(Guido De Martino fu liberato dieci giorni dopo e per settimane si discusse sull’avvenuto pagamento di un riscatto, ndr).

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Lo Stato emotivo: Virginio Rognoni, le torture “l’emotivita era forte”
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Salvatore Genova, che liberò Dozier, racconta le torture ai brigatisti
Il penalista Lovatini: “Anche le donne delle Br sottoposte ad abusi e violenze”
Parla Nicola Ciocia, alias De Tormentis, il capo dei cinque dell’Ave Maria: “Torture contro i Br per il bene dell’Italia”
Le rivelazioni dell’ex capo dei Nocs, Salvatore Genova: “squadre di torturatori contro i terroristi rossi”
Il generale Dozier alla cerimonia in ricordo di Umberto Improta, uno dei funzionari di polizia coinvolti nelle torture
Torture della Repubblica: il movimento argentino degli escraches, un esempio di pratica sociale della verità

Il generale Dozier incontra i giornalisti per il trentennale della sua liberazione: tranquilli nessuno parlerà delle torture!

Il generale James Lee Dozier, l’ex ufficiale statunitense comandante del settore meridionale della Nato, rapito dalle Brigate Rosse e liberato il 28 gennaio del 1982, dopo un’inchiesta segnata dal ricorso sistematico alle torture, ha incontrato oggi i giornalisti nei locali dell’Hotel Milton di Roma, in via Emanuele Filiberto 155. L’appuntamento era fissato per le 17. L’evento è stato organizzato per “festeggiare” il trentennale della sua liberazione insieme ai 12 uomini che agli ordini di Edoardo Perna, comandante del nucleo Nocs che penetrò nell’appartamento di via Pindemonte a Padova, riuscirono a liberare il generale della Nato.
«Sarà un’incontro di festa e allo stesso tempo l’occasione per rievocare e conoscere nel dettaglio l’operazione che portò alla sua liberazione», ha detto ieri all’Adnkronos Edoardo Perna. «Arrivammo all’appartamento a bordo di un camion, simulando un trasloco. Fu un’operazione perfetta, in pochi secondi riuscimmo a liberare Dozier», ricorda sempre Perna.
Questo è il link del servizio passato al Tg1 delle 20.00.
Ma il racconto di Perna è solo solo un breve fotogramma dell’operazione che prese inizio, come racconta qui sotto Salvatore Genova, all’epoca dei fatti commissario della Digos aggregato all’Ucigos, in un’intervista rilasciata il 24 giugno 2007 e confermata recentemente in una puntata di Chi L’ha visto? su Rai3, con la tortura scientifica di due «fiancheggiatori delle Br» ed in particolare su una donna, Elisabetta Arcangeli, messa in pratica da una squadra speciale del ministero dell’Interno guidata da Nicola Ciocia-professor De Tormentis, in una chiesa sconsacrata di Verona.

Aggiungiamo solo una piccola postilla al racconto dell’operazione di salvataggio del generale fatta da Matteo Indice, grazie alle dichiarazioni di Salvatore Genova e dell’anonimo funzionario, che poi – recentemente – si è scoperto essere Nicola Ciocia, alias De Tormentis, allora in forza all’Ucigos col grado di primo dirigente: sembra che su quei 100 milioni che un’altro importante funzionario dell’Ucigos si recò a ritirare a Roma venne fatta la cresta. Agli arrestati che sotto tortura divvennero collaboratori di giustizia fu consegnata la metà della somma presa dal fondo segreto del ministero dell’Interno. Anche la ragion di Stato ha il suo prezzo!

La vera storia della liberazione di Dozier

Matteo Indice
Il Secolo XIX
, 24 giugno 2007,  pagina 2

La soffiata decisiva per la liberazione del generale americano James Lee Dozier, vicecapo della Nato in Italia rapito dalle Br a Verona il 17 dicembre 1981 e liberato a Padova il 28 gennaio 1982 arrivò grazie alla tortura, scientifica,di due fiancheggiatori, messa in pratica in una chiesa sconsacrata a Verona, «un passaggio che impressionò persino la Cia». E dopo la liberazione, almeno 100 milioni delle vecchie lire furono distribuiti “informalmente” fra alcuni “pentiti”, le cui rivelazioni diedero impulso decisivo alla soluzione dell’inchiesta: gli stessi pentiti, ovviamente, non rivelarono mai nulla di preciso sulle sevizie.
È questa la ricostruzione, dettagliata e inedita, raccolta dal Secolo XIX direttamente da due dei funzionari di polizia che parteciparono alle fasi più delicate di quell’operazione.
Di uno, Salvatore Genova (all’epoca commissario della Digos genovese “aggregato” all’Ucigos) abbiamo rivelato nei giorni scorsi l’identità. L’altro l’abbiamo raggiunto a Napoli, ed è il superpoliziotto che guidava saltuariamente “I cinque dell’Ave Maria”, una squadra specializzata in interrogatori violenti. Ne rispettiamo, al momento, la richiesta dell’anonimato. Ma le loro dichiarazioni colmano la lacuna che il sostituto procuratore di Padova Vittorio Borraccetti e il giudice Roberto Aliprandi, presidente della Corte d’Assise che giudicò alcuni agenti incriminati per il pestaggio dei br sequestratori (ma non dei fiancheggiatori, ndr) descrissero nella requisitoria e nella sentenza di primo grado. Rimarcarono che non soltanto i poliziotti imputati compirono le torture, «e comunque non di propria iniziativa ma su ordine di persone più alte in grado». Nell’atto giudiziario venivano citati esplicitamente, quali «autori di un comportamento omissivo», l’allora capo dell’Ucigos Gaspare De Francisci e Umberto Improta, ai tempi funzionario della stessa divisione e in seguito prefetto di Napoli. «Con loro – rivela oggi l’investigatore anonimo [Nicola Ciocia Ndr], con il quale abbiamo avuto il lungo colloquio riportato a pagina 3 – avevo rapporti costanti, erano informati passo passo di tutte le procedure adottate per risolvere l’emergenza». Da Salvatore Genova arrivano invece le chiarificazioni sulle tappe che segnarono la soluzione del giallo. «Furono messe sotto controllo centinaia di utenze telefoniche, con l’obiettivo di scandagliare l’area dell’eversione. Ascoltavamo di tutto, in particolare le conversazioni di giovani militanti nell’Autonomia operaia. Il centro investigativo era la questura di Verona, dove di tanto in tanto venivano accompagnati i sospetti. Talvolta passavano per le mani di altri uomini in divisa, che usavano ogni sistema pur di farli parlare ». È in questo modo che vengono individuati RuggeroVolinia (il cui nome risulta negli atti dei vari processi) e la sua fidanzata. «Vennero accompagnati in questura – prosegue Genova – e nessuno si aspettava che da quell’uomo potessero arrivare indicazioni tanto importanti».
Non potevano immaginare, sulle prime, di trovarsi davanti “Federico” (questo il suo nome di battaglia), ovvero colui che materialmente, a bordo d’un furgone, trasferì Dozier dalla sua casa di Lungadige Catena a Verona al covo di via Ippolito Pindemonte, a Padova. Aggiunge, Genova: «Un gruppo specializzato si occupò dell’interrogatorio. Separarono Volinia dalla compagna e su di lei ci furono violenze. Io non partecipai all’azione, ma in seguito tacqui davanti ai giudici per proteggere altri funzionari, che mi garantirono avanzamenti di carriera in cambio del silenzio».
È solo la prima parte. «Sentendo le urla disumane della fidanzata, Ruggero Volinia a un certo punto supplicò di fermarsi. E iniziò a fare qualche nome; nulla di eclatante, ma palesava evidentemente una consapevolezza superiore a tanti altri». È lì che entrano in scena, direttamente, “I cinque dell’Ave Maria”. La conferma arriva da Napoli, a distanza di 25 anni, dalla voce del superiore che li guidava. «Io ribadisce il superpoliziotto [Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis] che non è mai stato coinvolto in alcun procedimento mi trovavo a cena in un ristorante con il capo dell’Ucigos Gaspare De Francisci, che mi disse dell’interrogatorio in corso. Fu deciso allora di trasferire Volinia in una chiesa sconsacrata, un luogo più isolato, e qui ottenemmo indicazioni sensazionali. Anch’io raggiunsi il santuario, insieme ai miei, e lì si usarono “metodi forti”, gli stessi che portarono due fra gli ufficiali della Cia che ci affiancavano ogni giorno, a mettersi le mani nei capelli: “Non credevamo, dissero, che gli italiani arrivassero a un livello di pressione tale”».
L’autista è provato da una giornata infernale e alla fine cede, racconta tutto. «Se vi dicessi dov’è nascosto Dozier?». È la notte fra il 26 e il 27 gennaio, nella chiesa nessuno osa fiatare, a quel punto. E il prosieguo delle operazioni è cronaca nota: il blitz ad opera dei Nocs nella casa di via Pindemonte, dove Dozier era recluso sotto una tenda, e l’arresto dei brigatisti Antonio Savasta, Emilia Libera, Cesare Di Lenardo (colui che fece scattare la prima e circoscritta indagine sulle torture), Giovanni Ciucci e Daniela Frascella. Nei giorni successivi accadono altre cose, che nessuna indagine ha mai svelato con chiarezza. Le chiarifica ancora Salvatore Genova: «Un altro dei funzionari che parteciparono alle fasi finali degli accertamenti, e che assistette alle torture, andò a Roma a prelevare i soldi destinati ad alcuni pentiti, stornati da un fondo segreto destinato a quel tipo di risarcimento». Le stesse cose potrebbe ripetere a breve, davanti ai magistrati veneti che allora si occuparono del caso.

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Torture contro i militanti della lotta armata
Salvatore Genova, che liberò Dozier, racconta le torture ai brigatisti
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Diffusione militante di #OccupyLiberazione, il giornale dei lavoratori di Liberazione che occupano la redazione dal 20 dicembre 2011

#OCCUPYLIBERAZIONE IN PIAZZA AL CORTEO DELLA FIOM
CON UN FOGLIO AUTOPRODOTTO

La prima pagina di #OccupyLiberazione

La storia di Eleftherotypia (Libertà di stampa) il giornale Greco autogestito da giornalisti e poligrafici, senza editore

Un foglio autoprodotto da distribuire gratuitamente a partire dalla manifestazione promossa dalla Fiom.
E’ l’ennesima iniziativa promossa da #OccupyLiberazione, l’assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori di Liberazione, giornalisti e poligrafici, che occupa la redazione di viale del Policlinico dal 28 dicembre scorso, in difesa del quotidiano e dei posti di lavoro.

Il foglio (4 pagine a colori interamente autofinanziate), percorre con una serie di rapidi flash metodi ed esperienze di lotta al tempo della crisi globale.
I contributi sono anonimi, come quelli di Eleftherotypia (“Libertà di stampa”), il giornale greco resuscitato dal fallimento dall’autogestione dei lavoratori la cui storia è raccontata in quarta pagina. La filosofia di fondo è quella dell’informazione bene comune.

«La crisi prefabbricata da altri ci strangola. Ci vorrebbero ridurre al silenzio e all’obbedienza. Ma siamo in tante e tanti a ribellarci. A inventarci modi per resistere. Lotte che trasformano chi le fa e la realtà intorno. Così il più grande sindacato metalmeccanico, che i padroni vorrebbero espellere dalle fabbriche, si difende non chiudendosi a riccio, ma aprendosi. Proprio dalla sua capacità di connettersi nasce la prima grande manifestazione contro il governo dei sacrifici a senso unico e la sua maggioranza trasversale», scriviamo nell’articolo di apertura. «OccupyLiberazione non si arrende alla devastazione senza reale confronto di una comunità di lavoro, alla costruzione di teoremi impermeabili al mutare delle condizioni, alle persone spremute e poi buttate via.
Un giornale ha senso (e merita i soldi pubblici) se serve a lettrici e lettori.

Vogliamo continuate a leggere la realtà. Cambiarla e cambiare. Con voi. Collettivamente. In movimento».

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Occupy Liberazione
Liberazione sulle pagine di Left: i lavoratori del quotidiano di via del Policlinico 131 hanno detto “No”
Bonarchionne o Bonaccorsi? Chi è veramente l’imprenditore-direttore di Terra

Il generale Dozier partecipa alla cerimonia in ricordo di Umberto Improta, il vicequestore che diede il soprannome “De Tormentis” a Nicola Ciocia, torturatore esperto di waterboarding

Forse non lo sapevate ma esiste anche un premio intitolato alla memoria del prefetto Umberto Improta. Chi era Improta?
Molti di voi, almeno quelli che hanno letto i ripetuti post sulla storia delle torture e le gesta del professor De Tormentis, pseudonimo coniato proprio da Improta dietro il quale si cela l’identità del funzionario dell’Ucigos oggi in pensione, Nicola Ciocia, già lo sanno.
Per chi ancora non lo dovesse sapere, Improta è stato una delle figure centrali della polizia politica, responsabile dell’ufficio politico della questura di Napoli nei primi anni 70, poi all’Ucigos, poi questore a Roma e infine a coronare una carriera da sbirro all’acqua e sale (Lo Sbirro. Umberto Improta, vita e indagini, Laurus Robuffo, 2004, è il titolo di un libro carico di omissis e sibilline allusioni che gli ha dedicato Piero Corsini), l’incarico a prefetto di Napoli, sua città natale, e – dulcis in fundo – di commissario straordinario ai rifiuti in Campania.
A dire il vero la sua carriera si chiuse malamente nel 1995, quando decise di lasciare l’incarico tra le lacrime in una drammatica conferenza stampa. Aveva ricevuto un avviso di garanzia per presunte irregolarità nella concessione di licenze ad istituti di vigilanza nel Napoletano. Vicenda che più tardi si concluse comunque con un’assoluzione. La morte lo colse nel 2002.
Nel libro sopra citato si dice, come se niente fosse, che quando c’era bisogno di “scuotere” un’arrestato, insomma di interrogarlo con le maniere forti, veniva chiamato Improta. Tutti sanno, in polizia e fuori, nel mondo dell’avvocatura, del giornalismo giudiziario, delle procure, di chi si è occupato un po’ delle vicende e delle indagini sulla lotta armata, che il nome di Improta è legato al cono d’ombra delle torture. Sulla sua scia infatti seguiva sempre il “professor De Tormentis”, suo inseparabile collega. Il suo nome è legato ad episodi rimasti irrisolti, come l’uccisione di Giorgio Vale, militante dei Nar ucciso con un colpo in testa sparato a bruciapelo al momento del suo arresto.
L’ex commissario Salvatore Genova ha più volte fatto il nome di Improta, nel libro di Nicola Rao e durante la trasmissione Chi l’ha visto, su Rai tre. Nome bippato ma comprensibile. Nel libro di Rao, Genova indica il trio al completo dell’Ucigos comandata da Gaspare De Fracisci: Improta, Fioriolli e De Gregorio, funzionari sempre presenti, dunque pienamente al corrente, attivamente partecipi, corrivi e omissivi, durante le varie fasi degli interrogatori sotto tortura da cui attendevano solerti i risultati, ovvero che il seviziato sputasse fuori nomi e indirizzi oppure l’anima se non sapeva nulla. E se questi primi “approcci” non davano i risultati sperati passavano alla fase successiva, al grado superiore: sollecitando l’intervento del “professor De Tormentis” che girava su è giù per le questure e le caserme d’Italia sempre pronto a mettere in pratica il suo trattamento a base di acqua e sale fatta ingurgitare con la forza.

A parlare di Improta fu anche la magistratura: il sostituto procuratore di Padova Vittorio Borraccetti e il giudice Roberto Aliprandi, presidente della Corte d’Assise che giudicò alcuni agenti incriminati per le torture sui Br al momento del blits che portò alla liberazione del generale Dozier. Nella requisitoria e nella sentenza di primo grado si riconosceva che non soltanto i poliziotti imputati compirono le torture, «e comunque non di propria iniziativa ma su ordine di persone più alte in grado». Nell’atto giudiziario venivano citati esplicitamente, quali «autori di un comportamento omissivo», l’allora capo dell’Ucigos Gaspare De Francisci e Umberto Improta, ai tempi funzionario della stessa divisione e in seguito prefetto di Napoli. «Con loro – ha rivelato il professor De Tormentis, l’autore degli interrogatori a base di acqua e sale, la cui identità è ormai divenuta di dominio pubblico (Nicola Ciocia) – avevo rapporti costanti, erano informati passo passo di tutte le procedure adottate per risolvere l’emergenza».

Alla memoria di Improta è stato istituito un «prestigioso riconoscimento» che sorprendentemente non consiste nella scelta della migliore bottiglia di acqua salata o nella migliore produzione di sale iodato, o ancora nella scelta di un campione di apnea, ma nella premiazione del personale della polizia di Stato distintosi per aver dato dimostrazione nel corso dell’anno di «non comune determinazione operativa», «elevata professionalità» e «sprezzo del pericolo».

«La cerimonia – come recitano le note d’agenzia – è iniziata stamani alle 11 presso la Scuola superiore di Polizia di Roma, sita in via Guido Reni nel quartiere Flaminio. Il premio è giunto alla nona edizione e vuole riconoscere il merito degli appartenenti alla Polizia di Stato che si sono distinti particolarmente per la loro professionalità operativa».
Quest’anno c’è stata una presenza d’eccezione oltre a quelle rituali dei vertici di polizia rappresentati per l’occasione dal Vice Capo, prefetto Francesco Cirillo, dal questore di Roma, Francesco Tagliente, dal neo direttore della Scuola, Roberto Sgalla, dai vertici del Dipartimento della Pubblica Sicurezza coadiuvati dal fondatore del premio, l’avvocato Amedeo Tarsia in Curia, dal giornalista Rai Franco di Mare e dai familiari di Improta.
A celebrare il prefetto scomparso c’era anche il generale James Lee Dozier che – recita sempre la nota d’agenzia ­– «insieme ai diplomatici statunitensi ha voluto ricordare, a 30 anni dal sequestro, come la sua liberazione sia avvenuta grazie alle indagini coordinate Improta, allora in servizio all’Ucigos».
Metodi delle indagini che dopo le rivelazioni di Salvatore Genova e le ammissioni a denti stretti di Nicola Ciocia sono note a tutti.
A chiudere il siparietto hanno assistito anche degli ignari alunni della scuola elementare di Roma, Principessa Mafalda.

«Tutti – conclude il dispaccio d’agenzia – hanno voluto ricordare la figura non solo professionale ma anche personale del Prefetto Improta, esempio per tutti gli operatori di Polizia. Il prefetto Cirillo e Sgalla, si sono rivolti ai frequentatori del corso di formazione presso la Scuola, evidenziando come anche nei momenti difficili del suo percorso professionale, Improta non abbia mai abbandonando il profondo senso dello Stato».

In Italia succede anche questo. Soprattutto questo.

Link
Torture contro i militanti della lotta armata
Torture della Repubblica: il movimento argentino degli escraches, un esempio di pratica sociale della verità
Rai tre Chi l’ha visto? Le torture di Stato
Nicola Ciocia, Alias De Tormentis risponde al Corriere del Mezzogiorno 1
Torture, anche il Corriere della sera fa il nome di De Tormentis si tratta di Nicola Ciocia
Nicola Ciocia, alias De Tormentis, è venuto il momento di farti avanti
Torture contro i militanti della lotta armata
Mauro Palma: l’Italia tortura
Nicola Ciocia-De-Tormentis: Francesca Pilla del manifesto da che parte stai?
PierVittorio Buffa: “La tortura c’era”
Adriano Sofri, l’uso della tortura negli anni di piombo
«Che delusione professore!». Una lettera di Enrico Triaca a Nicola Ciocia-professor De Tormentis

Roberto Saviano è un «paglietta»: parola di Antonio Gramsci

Antonio Gramsci identificava la formazione di un particolare ceto di intellettuali che definiva «pagliette» o «pennaioli». Si trattava di personaggi incorporati nelle classi dirigenti meridionali, con particolari privilegi “giudiziari”, impiegatizi, ecc., in modo che lo strato che avrebbe dovuto organizzare il malcontento meridionale diventava uno strumento della politica settentrionale, un suo accessorio “poliziesco”.
Sembra la fotografia spiccicata della funzione svolta da un certo Roberto Saviano, l’odierno pennaiolo di Repubblica, il velinaro dei Ros, lo scrivano del giustizialismo meridionale recentemente cimentatosi in un’ardua recensione di un discutibile saggio di Alessandro Orsini (che i lettori di questo blog già conoscono) intitolato, Gramsci e Turati. Le due sinistre (Rubettino)


Antonio Gramsci

Sul Risorgimento
, Editori Riuniti 1967

Il Mezzogiorno era ridotto a un mercato di vendita semicoloniale, a una fonte di risparmio e di imposte ed era tenuto «disciplinato» con due serie di misure: misure poliziesche di repressione spietata di ogni movimento di massa con gli eccidi periodici di contadini, misure poliziesche-politiche: favori personali al ceto degli «intellettuali» o «pagliette», sotto forma di impieghi nelle pubbliche amministrazioni, di permessi di saccheggio impunito delle amministrazioni locali, di una legislazione ecclesiastica applicata meno rigidamente che altrove, lasciando al clero la disponibilità di patrimoni notevoli, eccetera, cioè incorporamento a «titolo personale» degli elementi più attivi meridionali nel personale dirigente statale, con particolari privilegi «giudiziari», burocratici, eccetera. Così lo strato sociale, che avrebbe potuto organizzare l’endemico malcontento meridionale, diventava invece uno strumento della politica settentrionale, un suo accessorio di polizia privata. Il malcontento non riusciva, per mancanza di direzione, ad assumere una forma politica normale e le sue manifestazioni, esprimendosi solo in modo caotico e tumultuario, venivano presentate come «sfera di polizia» giudiziaria. In realtà a questa forma di corruzione aderivano sia pure passivamente e indirettamente uomini come il Croce e il Fortunato per la concezione feticistica dell’unità. […]

È l’aprile del 1907 quando viene varata la corazzata Roma ed in quell’occasione fanno mostra di sé i cappelli estivi. La paglietta è una gloria italiana visto che l’industria della paglia è attiva in Toscana fin dal Settecento. Si chiamava anche magiostrina perché la si indossava a partire dal mese di maggio e veniva dismessa tassativamente al tempo della vendemmia ancorché il clima fosse mite. Ma questo cappello rigido, di forma ovale e fondo piatto, trova la sua consacrazione artistica nei dipinti degli impressionisti francesi: Renoir e Manet ci rimandano le immagini dei signori di inizio secolo che vanno in barca sul fiume e frequentano i locali all’aperto indossando appunto quella che chiamano canotier.

Le déjeuner des Canotiers (1881) – Auguste Renoir

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Alessandro Orsini, l’inquisitore dell’eresia brigatista
Saviano e il brigatista
Il paradigma orwelliano impiegato da Roberto Saviano

Saviano e il genere fantasy
La macchina del fango di Saviano contro i manifestanti del 14 dicembre

Il capo della mobile: “Contro Saviano minacce non riscontrate”
Alessandro Dal Lago:“La sinistra televisiva un berlusconismo senza berlusconi”
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Aldo Grasso: “Vieni via con me un po’ come a messa”
Daniele Sepe scrive un rap antiSaviano: “E’ intoccabile più del papa”
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Saviano in difficoltà dopo la polemica su Benedetto Croce
Marta Herling: “Su Croce Saviano inventa storie”
Saviano, prime crepe nel fronte giustizialista che lo sostiene

Ma dove vuole portarci Saviano
Il ruolo di Saviano. Considerazioni dopo la partecipazione a “Vieni via con me”

Pg Battista: “Come ragalare un eroe agli avversari. Gli errori della destra nel caso Saviano”

Non c’è verità storica: il Centro Peppino Impastato diffida l’ultimo libro di Roberto Saviano
Diffida e atto di messa in mora. Rettifica libro “La parola contro la camorra” di Roberto Saviano
Castelvolturno, posata una stele per ricordare la strage di camorra ma Saviano non c’era e il sindaco era contro

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Covergenze paralelle: iniziativa con Saviano e confronto Fini-Veltroni

Torture della Repubblica: il movimento argentino degli “escraches”, un esempio di pratica sociale della verità

Ho sospeso per un momento l’inchiesta sulle torture ma ci tornerò sopra molto presto. Molti risvolti di quella vicenda vanno ancora raccontati e soprattutto non va mollata la presa ora che si sono aperte delle crepe importanti all’interno dell’apparato poliziesco che all’inizio del 1982 venne incaricato dal governo Spadolini, con il sostanziale avvallo di gran parte delle forze politiche anche d’opposizione, compreso il Pci, di ricorrere alle torture durante gli interrogatori di polizia. Tutto ciò grazie alle rivelazioni dell’ex commissario Genova:

– prima in alcune interviste rilasciate al Secolo XIX nel 2007, quando la deposizione del dirigente di polizia Michelangelo Fournier fece luce sull’assalto delle forze di polizia all’interno della scuola Diaz a Genova durante il G8 del 2001, brutali violenze definite dallo stesso Fournier «macelleria messicana», scatenò per un breve periodo una discussione pubblica subito riassorbita dal muro di gomma dell’opinione pubblica;

– rivelazioni sulle torture praticate nel corso del 1982 contro le persone che venivano arrestate con l’accusa di appartenere alla Brigate rosse, o ad altre formazioni armate, confermate nel recente libro di Nicola Rao, e nel corso di una puntata di Chi l’ha visto su Rai tre;

– rivelazioni che hanno trovato conferma nelle ammissioni del funzionario del ministerro dell’Interno col grado di 1° dirigente presso l’Ucigos, Nicola Ciocia, conosciuto con il soprannome di De Tormentis, capo di una delle squadrette specializzate negli interrogatori sotto tortura ed in particolare nella tecnica del waterboarding (che suscita un principio di annegamento con acqua e sale).


La verità è anche una pratica sociale: il movimento argentino degli escraches

«Escracher» è un termine dello slang urbano di Buenos Aires che ha per significato il verbo mostrare, smascherare e che in gergo capitolino potremmo tradurre con sputtanare pubblicamente.  L’espressione è stata coniata durante le azioni di denuncia pubblica dei responsabili diretti del terrorismo di Stato coinvolti nelle torture della dittatura militare che dal 1976 al 1983 ha governato il Paese. Periodo nel quale furono commessi circa 2.300 omicidi politici e circa 30 mila persone scomparvero (desaparecidos), 9 mila delle quali accertate dalla Comisión Nacional sobre la Desaparición de Personas.

Questi personaggi venivano affrontati nel loro spazio sociale di vita, sotto le loro abitazioni, davanti ai posti di lavoro, nei quartieri dove abitavano, nei bar e locali che frequentavano, affinché tutti sapessero e conoscessero il loro passato. L’escrache era in sostanza una denuncia pubblica dell’identità e delle gesta del torturatore. Un modo per stanarlo dall’anonimato, per rompere il muro di gomma del silenzio, l’opacità corriva dell’omertà d’apparato e l’ipocrisia delle istituzioni. Un’azione sociale di verità che i movimenti argentini hanno definito «pratica di memoria sovversiva».

Un’esponente di quel movimento racconta così l’escrache: «dopo aver accertato l’identità e il curriculum delle azioni e del ruolo avuto dal torturatore, gli attivisti vanno nel quartiere dove abita e parlano con i vicini spiegando loro le ragioni dell’iniziativa di denuncia, chiedendo anche a loro di parteciparvi. Tutti sono invitati davanti al domicilio in modo che tutto possa divenire visibile e udibile. La facciata del palazzo viene ridipinta, in genere di vernice rossa, mentre le murgas e i tamburi accompagnano i manifestanti equipaggiati di trombe, megafoni e cartelli che raccontano la storia e le gesta del torturatore».

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Rai tre Chi l’ha visto? Le torture di Stato
Nicola Ciocia, Alias De Tormentis risponde al Corriere del Mezzogiorno 1
Torture, anche il Corriere della sera fa il nome di De Tormentis si tratta di Nicola Ciocia
Nicola Ciocia, alias De Tormentis, è venuto il momento di farti avanti
Torture contro i militanti della lotta armata
Mauro Palma: l’Italia tortura
Nicola Ciocia-De-Tormentis: Francesca Pilla del manifesto da che parte stai?
PierVittorio Buffa: “La tortura c’era”
Adriano Sofri, l’uso della tortura negli anni di piombo
«Che delusione professore!». Una lettera di Enrico Triaca a Nicola Ciocia-professor De Tormentis